[Le chiese parrocchiali di Belvedere e di Montespinello]
La chiesa parrocchiale
della SS. Trinità di Belvedere
Della chiesa primitiva di “Bellumvidere”, piccolo ed antico abitato
del Giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana1, già esistente
alla metà del Duecento, non abbiamo notizia per tutta l’età
medievale. Alcuni documenti segnalano l’esistenza del castello e ci
tramandano i nome di alcuni feudatari2, che lo possedettero.
Sappiamo che Belvedere spopolò e fu poi ripopolato sul finire del
Quattrocento con gente proveniente da levante3.
Gli Albanesi
L’abitato fece parte della diocesi di Cerenzia, diocesi che nel
Cinquecento comprendeva la città di Cerenzia, le due terre di
Caccuri e Verzino ed i due casali di Belvedere e Montespinello;
questi due ultimi con abitanti che seguivano il rito greco.
La popolazione “greca” aumenterà durante il Cinquecento come
dimostra la tassazione focatica, che dai 10 fuochi del 1532 passerà
ai 74 nel 1543, dei quali bel 69 sono segnalati come “albanesi”4. La
folta presenza di una popolazione, che praticava il rito greco,
attirerà le “attenzioni” dei vescovi di Cerenzia- Cariati
soprattutto dopo il Concilio di Trento. Così dapprima il rito greco
non sarà più tollerato e praticato nella chiesa parrocchiale, ma
dovrà essere festeggiato dalla popolazione in alcune chiese rurali
situate ai margini dell’abitato. Poi i vescovi cercheranno di
vietare qualsiasi forma religiosa deviante.
Il vescovo Tarquinio Prisco ( 1578 – 1585) cominciò a perseguitarli
ed i “Greci de Montespinello et de Bellovideri”, per proteggersi
dovettero richiedere l’intervento della Sacra Congregazione dei
Vescovi. Essi inoltrarono una supplica con la quale facevano
presente come “in detti casali for de l’habitatione sono alcune
ecclesie devote dove ano solito andare ivi per loro devotione et
anno portato li loro preti greci et anno fatto celebrar le loro
messe senza impedimento alcuno”. Se in passato ciò era stato
tollerato, il nuovo vescovo ora proibiva ogni manifestazione
religiosa che non rientrasse nei canoni della chiesa latina e perciò
erano impediti nel festeggiare le loro feste greche, in quanto il
nuovo presule aveva imposto l’osservanza delle sole latine. Essi
perciò chiedevano alla Sacra Congregazione di sollecitare
l’arcivescovo di Santa Severina, di cui era suffraganeo il vescovo
di Cerenzia, ad intervenire, per impedire di essere ancora
“aggravati e molestati”. L’istanza sarà accolta dalla Sacra
Congregazione, che in data 13 gennaio 1581 disponeva “che i Greci
dei due paesi fossero lasciati liberi di celebrare i loro riti e di
solennizzare le loro feste”5.
Dal rito greco al latino
La tolleranza tuttavia durò poco ed all’inizio del Seicento il
vescovo Filippo Gesualdo (1602 – 1619) riprese il tentativo di
estirpare il rito greco, introducendo un po’ alla volta famiglie di
rito latino e facilitando quelle che passavano dal greco al latino.
Nella relazione del 1605 così si esprime: “Il casale di Bilvedere
habitato da Greci, che vivono secondo il rito greco, hanno il lor
curato in una sol chiesa parrocchiale, il quale ha per entrada le
decime et incerti di morti et il servitio di capelle. Il detto
curato vive al rito greco, e vive un altro clerico, il q(u)al curato
ha cura ancor di q(ue)lle fameglie le q(ua)li sono in
Montisp(ine)llo, secondo il rito greco, lontane meno d’un meczo
miglio da Bilvedere. Questi Greci vivono secondo il rito greco, e
riforma delle costitutioni del concil(io) Prov(incia)le, e Synodo
Diocesano. E perche in detto casale di Bilvedere d’alcuni anni in
qua, vi sono venuti, ad habitare alcuni li q(ua)li vivono secondo il
rito latino, oltre che alcuni Greci alla giornata si vanno riducendo
al rito latino, pero per l’administratione di Sacram(en)ti e cura di
quest’anime, vi s’è introdotto un cappellano latino, il q(ua)le in
una chiesa separata, provista delle cose necessarie administra li
sacr(amen)ti e celebra e dalli medesmi latini e provisto di
competente sussidio di poter vivere. Vi è la compagnia del
Santis(si)mo Sacramento. Vi sono dui chierici, ordinati al rito
latino e si va tuttavia avanzando, per poter ridurre il casale al
rito latino”6. La lenta erosione accompagnata dall’insediamento di
un cappellano latino, mantenuto con una sufficiente rendita ben
presto darà i suoi frutti.
Pochi anni dopo lo stesso vescovo, ritornando nella descrizione
della situazione religiosa del casale, poteva affermare di essere
riuscito nel suo intento, in quanto “Il casale di Belvedere alias al
rito greco, hora è ridotto al Rito latino”. Tuttavia non tutto
doveva andare liscio, in quanto tra i bisogni più urgenti, che il
vescovo doveva affrontare nella sua diocesi, vi era quello di
provvedere il parroco latino di una sufficiente rendita. La cosa non
era di facile soluzione in quanto avrebbe sollevato le proteste
degli abitanti, che certamente si sarebbero opposti al pagamento
delle decime al curato latino, in quanto molto più gravose di quelle
che pagavano per sostenere il prete di rito greco: “havendo
l’hodierno vescovo ridotto il popolo del casale di Belvedere al rito
latino, è necessario provedere d’un Curato e Rettore perpetuo,
stante che per lo passato è stato retto da cappellani amovibili,
sopra la q(ua)l institutione perpetua vi nasce la difficultà
dell’assignamento dell’entrate per l’alimenti del curato perpetuo;
poiche per il Rito Greco il suo prete è di poca gravezza al Popolo
pagandoli le Decime tenuiss(i)me, et essendo la detta chiesa senza
entrate il Rettore latino non può vivere con le Decime alla detta
rata greca, e volendo il vescovo ridurre il pagam(en)to delle Decime
alla rata latina, facilm(en)te il detto popolo ripugnerebbe con far
ricorsi et C. che però se desidera an.tte di poter fare provvisione
sopra dette Decime, che si come il detto popolo è ridutto al Rito
latino q(ua)nto al resto, si riduchi ancora q(u)anto
all’assignamento delle Decime et jus mortuorum conforme alla chiesa
cathedrale o all’altre chiese curate Diocesane, accio il detto
Rettore instituendo habbi il necessario et sufficiente alimento”7.
Questa difficoltà determinerà il fatto che nel casale non sarà
presente per molto tempo un parroco stabile e residente. L’intento
del vescovo Gesualdo di annullare definitivamente la presenza del
rito greco e di istituire un curato e rettore perpetuo di rito
latino nel casale non andò quindi completamente in porto ed al tempo
dell’arrivo del nuovo vescovo Maurizio Ricci (1619 – 1626) la terra
di Belvedere di circa 300 anime, che “altre volte erano Greci ma
hoggi son ridotte al rito latino”, era ancora “governata da un
cappellano amovibile”8.
Il consolidamento del rito latino
Col passare del tempo il rito greco venne sempre più emarginato ed
assunse sempre più importanza quello latino, che ebbe come chiesa
principale quella della SS. Trinità, che sarà l’unica chiesa
parrocchiale di Belvedere.
La povertà degli abitanti e le pestilenze, che nella prima metà del
Seicento cominciarono a decimare la popolazione, ebbero per riflesso
che al governo della chiesa parrocchiale della SS. Trinità di
Belvedere Malapezza, la cui rendita netta era valutata in ducati 24,
si susseguirono in pochi anni numerosi parroci. Rimasta vacante per
morte del parroco, fu provveduta nel gennaio 1619 del nuovo parroco
Gio. Antonio Lettero. Dopo poco seguì Gio. Battista Morano e, morto
costui nell’agosto 1623, nell’aprile 1625 fu eletto Gio. Antonio
Oliverio, il quale mantenne la carica fino alla morte, avvenuta nel
maggio 1637. Seguì nel luglio di quello stesso anno Gio. Battista
Bruno e, morto costui nell’agosto del 1640, subentrò il mese dopo
Angelo Caccuri9.
Al tempo del vescovo Geronimo Barzellino (1664 – 1688) nella terra
di Belvedere Malapezza le chiese erano decentemente ornate e ben
provviste delle cose necessarie al culto divino. Lo stesso vescovo
curò di far edificare una nuova chiesa, o oratorio, dedicata alle
Anime del Purgatorio, nella quale aveva sede anche una congregazione
compuntina di laici, che in breve divenne numerosa e mostrò grande
devozione10.
Il Settecento
Il vescovo Carlo Ronchi (1732 –1764) poco dopo il suo insediamento
così descriverà la situazione religiosa di Belvedere: Nella terra di
Belvedere Malapezza, soggetta al dominio temporale del principe di
Cerenzia della famiglia Rota, la cura delle anime è esercitata
lodevolmente da un arciprete, il quale ha la sua parrocchiale sotto
il titolo della SS. Trinità e con ogni diligenza istruisce i
fanciulli nella dottrina cristiana. Ci sono oltre all’arciprete
altri otto sacerdoti, un suddiacono e nove chierici, i quali sono
ben istruiti e assidui nel servizio della chiesa. Gli abitanti sono
circa ottocento11.
Per come risulta dal catasto onciario del 1743 la situazione
religiosa di Belvedere Malapezza, che allora contava 53 fuochi12,
appare discreta, anche se mostra i primi segni della decadenza,
segnalata dalla forte diminuzione dei chierici. Il clero, infatti,
era composto dall’arciprete parroco13 Domenico Romeo, da sette
sacerdoti (Agostino Arcuri, Luca Mazzaccara, Francesco Franco,
Nicolò Pellegrino, Pietro Giovanni Garetto, Domenico Corea ed
Agostino Spanò), dal suddiacono Dionisio Spina e dal chierico
Domenico Li Monti14.
Alla metà dell’Ottocento Belvedere in diocesi di Cariati conservava
la chiesa arcipretale curata della SS. Trinità e le due chiese
semplici della Pietà e della Madonna dell’Arco15.
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La chiesa parrocchiale del SS. Salvatore di
Montespinello
Il piccolo abitato, o casale, compare all’inizio del Cinquecento,
sulle terre del feudatario di Cerenzia, il duca di Castrovillari e
conte di Cariati, Ferrante Spinelli (1523 – 1548), il quale lo
popolò con profughi albanesi e gli dette il nome. Fu tassato per 16
fuochi nel 1532 e per 90 nel 1543. Dall’analisi dei fuochi rilevati
in quell’anno risulta che la maggior parte di essi, cioè 69
famiglie, era costituita da “Albanesi”16.
Dal rito greco al latino
La presenza del rito greco farà, a somiglianza del vicino casale di
Belvedere, incorrere la popolazione nella repressione attuata dai
vescovi di Cerenzia – Cariati, che imporranno in breve di praticare
il rito latino.
Già sul finire del Cinquecento è segnalata la presenza di un
arciprete curato, che ha il compito di amministrare la chiesa
parrocchiale. Il primo che compare è Gio. Paolo Politi ed alla sua
morte subentrerà nel maggio 1587 Ludovico Romano17.
Così il vescovo Filippo Gesualdo (1602 – 1619) all’inizio del
Seicento descriveva il passaggio della popolazione di Montespinello
dal rito greco al latino: “Il casale di Montisp(ine)llo, altre volte
di rito greco, pian piano col tempo s’è ridutto al rito latino, e
non vi restano più che quattro o cinq(ue) fameglie, che vivono
secondo il rito greco. Ha una sol chiesa curata col suo arcip(re)te
il q(ua)le ha l’entrada de decime, l’incerti di morti, et il
servitio de capelle, vi è un altro prete, e dui chierici per
servitio di detta chiesa, compagnie et oratorij. Vi è la compagnia
del Santis(sim)o, et alcun’altre”18.
Durante il Seicento il casale con la sua chiesa parrocchiale
arcipretale dedicata al SS.mo Salvatore, la cui rendita netta era
valutata in 24 ducati, vivrà in una condizione di povertà e
spopolamento, causata oltre che dalle epidemie e scarsi raccolti
anche dalle imposizioni.
Lo stesso vescovo Gesualdo lo descrive “sfrattato e desolato per li
allogiamenti di soldati spagnoli”19 e il successivo Maurizio Ricci
(1619 – 1626) “diss’habitato, farà circa cento anime”20.
Tra coloro che svolsero la carica di arciprete durante il Seicento
sono ricordati Federico Romei21, Francesco Venturino e Pietro
Antonio Paterna22.
La ricostruzione
Al suo arrivo il vescovo Gerolamo Barzellino (1664 – 1688) trovò che
la chiesa matrice di Montespinello a causa del tempo e degli eventi
sismici era “collapsa”. Il presule si interesserà al suo ripristino.
Nel 1679 l’edificio era già stato in parte restaurato23 e tre anni
dopo portato a termine24.
Il vescovo Carlo Ronchi (1732 – 1764) poco dopo la sua nomina così
descriverà la situazione religiosa: Montespinello è sotto il dominio
temporale del principe di Cerenzia. Vi abitano circa 400 abitanti e
la cura delle anime è esercitata da un arciprete nella chiesa
parrocchiale sotto il titolo del SS. Salvatore25. Egli istruisce i
fanciulli nei primi principi della fede cattolica. Vi è un solo
sacerdote oltre l’arciprete. Vi è anche eretta una confraternita
sotto il titolo del SS.mo Rosario26.
Note
1. Nelle cedole di sovvenzione del 1276 Bellumvedere risulta la
terra meno tassata e quindi meno popolata della diocesi di Cerenzia
: Bellumvedere fu tassato per once 2 tari 8 e grana 8; Caccurium per
once 47 tari 16 e grana 16; Gerentia per once 41; Bertinum per once
30 e grana 12 e Lucrum per once 4 tari 3 e grana 12, Minieri Riccio
C., Notizie storiche cit., p. 215.
2. Tra i primi feudatari compare il cavaliere provenzale Giovanni
Monfort, che seguì Carlo I° d’Angiò nella conquista del regno,
Campanile F., Dell’armi cit., p. 41.
3. Nel 1497 re Federico d’Aragona concedeva in feudo i casali
albanesi di Belvedere e Malapezza al suo condottiere Giorgio Raglia,
Zangari D., Le colonie italo-albanesi di Calabria, Napoli 1940, p.
140.
4. Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, ASCL, 1962,
fasc. I – II.
5. Maone P., Notizie cit., pp. 58-59.
6. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1605.
7. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1612, 1616.
8. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1621.
9. Russo F., Regesto, 28089, 29278, 32433, 33651.
10. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1682, 1685.
11. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1733.
12. Durante il Settecento la popolazione di Belvedere oscillò tra i
cinquecento ed i seicento abitanti. Nel 1732 aveva 68 fuochi, nel
1743 i fuochi erano 53, nel 1769 vi erano 544 abitanti e nel 1795
gli abitanti erano 539.
13. In precedenza era stato arciprete Antonio Baretta ed alla sua
morte avvenuta nel maggio 1696 era seguito Salvatore de Aggiano,
Russo F., Regesto, 47480.
14. Maone P., Notizie cit., p. 55.
15. Della Sede Suffraganea, Siberene , p. 306.
16. Maone P., Notizie cit.
17. Russo F. , Regesto, (23952).
18. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1605.
19. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1612.
20. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1621.
21. L’arciprete Federico Romei interviene nel giugno 1616 come teste
in una dichiarazione del vescovo Gesualdo, Rel. Lim. Cariaten. et
Geruntin., 1616.
22. Nel settembre 1665 , essendo morto nell’ottobre 1664 l’arciprete
Francesco Venturino, provvede la chiesa parrocchiale di S. Salvatore
di Montespinello Petro Antonio Paterna, Russo F., Regesto ( 40637).
23. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1679.
24. Rel. Lim. Cariaten. et geruntin., 1682.
25. Nel 1743 era Michelangelo Sirleti, Maone P., Notizie cit., 51.
26. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1733.

