[Alcuni luoghi religiosi in territorio di Roccabernarda]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 6-11/2003)
Chiesa di San Nicola del Fiume
Antica chiesa situata fuori e vicino le mura della città. Essa
era posta presso le chiese di Sant'Anna, di Santa Sofia e della SS.
Annunziata. Dalla visita compiuta all'inizio del giugno 1559 dal
cantore militese Giovanni Tommaso Ceraldi, vicario dell'arcivescovo
di Santa Severina Giovanni Battista Orsini, si apprende che era in
abbandono. La chiesa, dove vi erano due altari, era in parte
scoperchiata e non vi si officiava. L'edificio aveva urgente bisogno
di essere riparato e l'interno era completamente spoglio1. La
situazione non era mutata al tempo dell'arcivescovo Alfonso Pisano.
Nel giugno 1610 la chiesa fu visitata su ordine dell'arcivescovo dal
reverendo Prospero Leone, arcidiacono e vicario generale. Allora era
rettore il reverendo Giovanni Petro Pedace2, per collazione fattagli
dal papa dopo la morte di Carlo de Amminò. La chiesa era piena di
immondizie ed il visitatore ordinò di pulirla e di chiuderla bene,
affinché gli animali non potessero entrarvi e profanarla3.
Successivamente abbiamo poche notizie della chiesa, che era di
collazione papale e che probabilmente andò in abbandono. Dagli atti
del sinodo dell'arcivescovo Fausto Caffarello, tenutosi all'inizio
del maggio 1634, sappiamo che il rettore della chiesa doveva offrire
all'arcivescovo di Santa Severina una libbra di cera, ma in
quell'occasione non comparve4. Il beneficio di nomina papale, che
fruttava una rendita annua di pochi ducati, rimasto vacante nel 1649
per morte di Gio. Bernardino de Martino fu concesso nel luglio 1654
da Innocenzo X a Nicola Antonio de Sindico5, il quale poi lo
rassegnò ed il papa Alessandro VII nel novembre 1663 lo concesse a
Francesco Antonio de Sindico6. Passò poi a Orazio Berlingieri ed
alla sua morte fu concesso nel maggio 1684 da Innocenzo XI a
Salvatore Rosa7.
Chiesa di Sant'Anna
Situata fuori le mura e presso la riva del fiume Tacina, essa
era vicina alle chiese di San Nicola del Fiume, di San Vito e di SS.
Innocenti. Alla metà del Cinquecento era in stato di abbandono;
mancava di porte e di parte del tetto. La chiesa si reggeva sulle
offerte dei benefattori ma a causa delle poche rendite non vi erano
cappellani stabili. L'interno era pieno di immondizie lasciate dagli
animali, perciò il visitatore Gio Tommaso Ceraldi ordinò di
fabbricare due porte nuove in modo da impedirne l'ingresso8.
Nonostante queste disposizioni cinquanta anni dopo la situazione non
era mutata; infatti vi si celebrava solamente una messa per
devozione dei fedeli nella festa della santa. La chiesa non
possedeva né terreni né animali. Era per metà scoperchiata e piena
di sterco. L'arcidiacono Prospero Leone, che la visitò nel giugno
1610, proibì di celebrarvi e ordinò di munirla di una porta,
affinché non servisse da ovile9. In seguito venne restaurata e
provvista di oggetti sacri. L'arcivescovo Francesco Falabella
nell'ottobre 1660 visitò l'altare posto a oriente ed i numerosi
oggetti sacri: altare portatile, sei candelabri di legno, carta di
Gloria e croce. Vi era una icona dipinta su tela con le immagini
della Beata Vergine e dei Santi Gioacchino e Anna, con cornici di
legno. Sopra l'icona c'era un baldacchino ligneo dipinto. La chiesa
era curata da un eremita di nome Marco Greco, al quale l'arcivescovo
proibì sotto pena di scomunica di dormire nella chiesa e gli ordinò
di portar via dal luogo sacro tutto il suo bagaglio. Il prelato
inoltre ordinò di fermare col gesso la lapide sacra, di provvederla
della tabella del Vangelo di San Giovanni e di orciuoli10. Ancora
presente alla metà del Settecento è descritta priva di rendite e vi
si celebrava solo nella sua festa per devozione dei fedeli11.
San Pietro di Tacina o di Niffi
La leggenda del monaco eremita greco Vitale di Castronovo, come
ci è tramandata, narra che dopo che il santo ebbe appreso le sacre
lettere, decise di far penitenza nel monastero di San Filippo di
Agira, dove rimase per cinque anni. Poi, con licenza di quell'abate,
per soddisfare un voto andò a Roma a visitare i santuari. Compiuta
la visita, da Roma si diresse in Calabria e si ritirò in un
monastero presso la città di Santa Severina, rimanendovi due anni in
penitenza e orazione. In seguito ritornò in Sicilia presso il
monastero di San Filippo di Agira da dove era partito. Dopo varie
vicende il santo morì il 9 marzo 99012. Secondo il Sinopoli la
chiesa siciliana di S. Filippo di Agira sorse sui ruderi di un
tempio pagano e fu dimora, durante il periodo bizantino e arabo, di
una comunità di monaci che praticavano l'esempio dei santi e
celebravano secondo la liturgia greca. Dopo la conquista normanna
dell'isola, il monastero di Argira fu abitato da monaci benedettini.
Nel 1094/1095 Ruggero I lo arricchì e lo fece restaurare e lo
confermò all'abate Ambrogio, benedettino di san Bartolomeo di
Lipari, al quale concesse sia la chiesa che il territorio di San
Filippo di Agira, già acquisiti in precedenza13.
Conquistata Gerusalemme (15.7.1099), alcuni cavalieri normanni
vollero potenziare il monastero benedettino di Santa Maria dei
Latini che si trovava in quella città. Essi perciò vi aggregarono le
rendite di molti monasteri benedettini delle Puglie, delle Calabrie
e di Sicilia, fra questi figura anche quello di San Filippo di Agira
con le sue proprietà e grangie. Per tale unione avvenne che tutte le
badie ed i priorati annessi a Santa Maria Latina di Gerusalemme
trassero il nome dalla abbazia principale. In seguito a causa di
avvenimenti storici i monaci si trasferirono da Santa Maria Latina
di Gerusalemme nella badia di S. Filippo di Agira in Sicilia. Il
papa Pasquale II nel luglio 1112 stabilì che la badia di S. Filippo
di Agira, detta anche di S. Maria Latina Gerosolimitana, fosse
immediatamente soggetta alla Sede Apostolica e seguisse la regola
benedettina cassinese, salvi i diritti del patriarca di
Gerusalemme14.
Nel 1126 il monastero di San Filippo di Agira è dipendente di santa
Maria Latina di Gerusalemme come si apprende dalla conferma concessa
da Ruggero II al priore di Agira15 .
Secondo il Russo, l'abbazia benedettina di Santa Maria la Latina in
Gerusalemme16 ricevette nel 1126 il monastero greco di San Filippo
d'Argirò. Nel 1158, come si rileva dalla bolla del papa Adriano IV,
essa possedeva sette chiese, un casale e diverse fattorie17. L'otto
marzo 1173 (secondo il tabulario del Sinopoli l'anno è il 1164) il
papa Alessandro III confermava all'abbate Richardo e al monastero i
diritti ed i privilegi che godeva in Terra Santa, Siria, Sicilia e
Calabria.
Dall'atto si rileva che in Calabria l'abbazia possedeva la chiesa di
"Sanctus Petrus de Tachina" e la chiesa di Sant'Elia con i loro
possedimenti, decime e diritti18.
Dal 1187 essendo stata presa Gerusalemme dagli Arabi, il priorato di
San Filippo di Agira, che già aveva assunto il nome di Santa Maria
Latina in Gerusalemme, divenne sede abbaziale e fu posto a capo di
altri monasteri.
Da tutto quanto detto si può supporre che la chiesa o monastero di
San Pietro di Tacina o di Niffi, sorto probabilmente su un tempio
preesistente e abitato da una comunità di monaci di lingua e rito
greco, fosse già in periodo bizantino legato spiritualmente (e forse
anche economicamente) al monastero di San Filippo d'Agira di cui ne
seguì i destini. Il monastero di San Pietro di Tacina infatti fu
posto sotto l'obbedienza dei benedettini di Santa Maria Latina,
conservando tuttavia una propria vita economica e religiosa. Vicino
alla chiesa e al monastero di San Pietro di Tacina si sviluppò il
casale omonimo detto anche di Nymphus, nome del vecchio abitato
preesistente. Durante il Duecento la chiesa di San Pietro di Tacina
allargò i suoi possedimenti attraverso acquisti e donazioni e
mantenne una certa autonomia economica anche se gli atti del suo
priore risultano a volte convalidati o approvati dall'abbate di
Agira da cui egli gerarchicamente dipendeva19.
Tutto quanto detto è confermato da un documento del 1256 con il
quale il papa Alessandro IV conferma la permuta di alcune terre tra
l'abbate ed il convento florense ed il priore del Priorato di
Tacina, in diocesi di Santa Severina. Da esso veniamo a conoscenza
che il priorato era si soggetto all'abbate del monastero de Latina
in Ierusalem o di S. Filippo di Agira ma il suo priore godeva di
ampi poteri nelle decisioni economiche che gli derivavano dall'atto
di fondazione20 della chiesa di San Pietro di Tacina.
Il casale Nimfus cum Sancto Petro, posto sulla riva sinistra del
Tacina, all'inizio della dominazione angioina è una delle terre
appartenenti al giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana e nel
1276 è tassato per once due tari dodici e grana otto21 con una
popolazione presunta di un centinaio di persone22. Nelle vicinanze
del casale oltre alla chiesa campestre di Santa Maria de Niffi23 vi
era la grancia di San Teodoro di Niffi che dipendeva dall'abbate del
monastero di San Nicola di Jaciano24.
In questi anni (1275-1279) Guillelmus, priore del monastero di San
Pietro de Nimpha versò in più riprese la considerevole somma di tre
once d'oro25. La discreta floridezza del monastero verrà confermata
anche dai pagamenti delle decime del biennio 1325 e 132626.
Nel 1274 sorse una controversia tra l'arcivescovo di Santa Severina
Rogerio di Stefanuzia, nella cui diocesi sorgevano la chiesa ed il
casale di San Pietro de Tacina, e l'abbate Henricus del monastero di
Santa Maria Latina in Ierusalem, riguardante i diritti di decima e
su coloro che morivano. La lite, risolta con l'intervento di comuni
amici, riconosceva quasi completamente i diritti della chiesa di
Santa Severina e del suo arcivescovo, che potevano godere di un
censo annuo di tari 14 d'oro l'anno che l'abbate o il priore della
chiesa di San Pietro di Tacina dovevano consegnare nella festa di
Sant'Anastasia27. Il priorato continuò la sua esistenza durante il
Trecento e la prima metà del Quattrocento28. Esso è ancora presente
dopo le distruzioni e le stragi operate prima dalle truppe di
Alfonso di Aragona e poi da quelle di Ferrante, scese in Calabria
per stroncare la ribellione del marchese di Crotone, Antonio
Centelles. Tra i capitoli, chiesti dall'università di Santa Severina
a re Ferdinando e da lui concessi nel febbraio 1460 vi è la conferma
dei privilegi, prerogative e immunità che godevano i monasteri di
Calabromaria e di San Pietro de Niffi, i "quali sono fundati intro
lo tenimento" della città di Santa Severina29. Le devastazioni
operate dalle truppe aragonesi, la peste e le mire dei nuovi padroni
per impadronirsi dei beni del priorato ben presto determineranno
l'abbandono del monastero. Il 28 marzo 1479 il papa Sisto IV
concedeva a Luca Crispo, prete di Ravello, il priorato benedettino,
o grancia, di San Pietro di Niffi, nel quale non vi è più la
comunità monacale ne la dignità abbaziale30. Seguiranno i vari
commendatari del priorato di San Pietro de Niffi: Ruggero Condopoli,
l'arcivescovo di Santa Severina Antonio Cantelmi31, Cristoforo de
Maffeis32, Benedetto de Maffeis, Alessandro Carrafa33 ecc. Ormai il
legame tra il priorato di S. Pietro di Tacina e l'abbazia di S.
Filippo di Agira veniva sempre più messo in discussione. Per
rivendicare questa dipendenza nel settembre 1528 a Catania si
radunava su richiesta dell'abbate di Agira Francesco Aiutamicristo
il capitolo dei benedettini, per verificare attraverso le
testimonianze di varie persone i diritti che poteva vantare
l'abbazia di Santa Maria Latina gerosolimitana di Agira sul priorato
di San Pietro in Nimphis in Calabria e sulla confraternita col…
esistente. In quella occasione il capitolo dei benedettini cassinesi
di Catania affermò i diritti dell'abate di Agira sul priorato e
sulla confraternita di S. Pietro in Nimphis34 ma questo non valse a
mutare il destino del monastero, ormai ridotto a grancia disabitata.
A fine Cinquecento nel distretto di Rocca Bernarda c'è il Priorato
di San Pietro de Nimfi, grancia di San Filippo Argirò di Sicilia che
da una rendita annua di circa trecento ducati35. Come una delle
tante chiese di Roccabernarda il clero rocchese vi andava a
celebrare la messa cantata nel giorno della sua festività e gli
arcivescovi di Santa Severina, o i loro vicari generali, quando
andavano in visita pastorale a Roccabernarda la visitavano come una
delle chiese appartenenti a quel territorio. L'arcidiacono e vicario
generale il reverendo Prospero Leone, che su incarico
dell'arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisano il 14 giugno 1610
la visitò, così la descrive: Il rettore della chiesa è il cardinale
Emilio Valente, che gode di una ingente rendita proveniente dai
terreni, come risulta dall'inventario. All'interno c'è una immagine
rotta in più parti di San Pietro dipinta su tela e l'altare è
completamente spoglio. Vi trovai delle ceste, alcuni attrezzi ed
arnesi da lavoro, utilizzati per raccogliere i prodotti della terra.
Essi appartenevano a coloro che avevano in gestione le terre della
citata chiesa. Compiuta la visita, l'arcidiacono ordinò di portar
via ogni cosa, che vi si trovava e proibì il deposito in essa di
qualsiasi oggetto, se non di quelli pertinenti al culto divino.
Inoltre si riservò di scrivere al rettore per metterlo al corrente
dello stato della chiesa ed inoltre per sollecitarlo ad ornare
decentemente l'altare ed a farvi celebrare le messe previste36. La
chiesa infatti era soggetta all'obbedienza ed a offrire i diritti di
cattedratico all'arcivescovo di Santa Severina37. In seguito, poiché
la chiesa era preda delle incursioni dei ladri e degli uomini
malvagi, fu interdetta ed abbandonata, così in breve andò distrutta.
Si sa che nel 1646 fu visitata dall'arcivescovo Fausto Caffarelli
(1624 -1654), il quale ordinò l'interdizione e la costruzione a
ricordo di una cappella in San Mauro. In seguito il clero rocchese
cercò inutilmente di opporsi, facendo istanza all'arcivescovo
Paravicini(1654 -1659), il quale si impegnò a visitarla nell'andare
da Roccabernarda a Cutro. Con la soppressione della chiesa sorse
infatti una lunga disputa, che durava ancora nel 1663, in quanto il
clero di Roccabernarda si opponeva che venisse costruita una
cappella dedicata a San Pietro de Niffi nella chiesa matrice di San
Giovanni Battista di San Mauro, ritenendola una loro chiesa.
Soppressa la chiesa ed il monastero in loro ricordo fu istituito un
beneficio con il suo altare sotto il titolo di San Pietro de Niffi
nella chiesa matrice di San Giovanni Battista di San Mauro
Marchesato dove fu portata l'antica icone dipinta su tela con
l'immagine di S. Pietro ed alcuni ornamenti della chiesa
abbandonata.. L'arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella
compiendo nel novembre 1660 la visita pastorale alla matrice di San
Mauro annotava che la nuova cappella di cui si era decisa la
costruzione circa 15 anni prima non era ancora finita. Essa si
trovava a destra dell'altare maggiore davanti alla porta piccola
della chiesa e c'era lo stemma del cardinale Lelio Falconeri, che
era stato priore di San Pietro de Niffi. L'onere delle due messe che
dovevano essere celebrate nella chiesa di San Pietro era stato in
precedenza trasferito dall'arcivescovo Fausto Caffarello nella
chiesa matrice di San Mauro38. La cappella è così descritta in un
apprezzo del 1687: " Nella destra nave piccola in testa v'è la
cappella di S. Pietro de Ninfis seu Niffi abbadia oggi commendata
all' Ecc. Cardinale Spinosa S. Cecilia, con ornamento di marmo verde
e bianco, con immagine, intempiata, e ferriata avanti detta
cappella, questa cappella sta ornata con candelieri indorati, e
tiene bellissimi suoi ornamenti e suppellettili vi si celebra due
volte la settimana, e v'è il cappellano assignato colla sua
provisione"39. I beni del priorato rimasero ai commendatari e da
questi fatti gestire da procuratori. Alla metà del Settecento
l'abbazia possedeva terreni in territorio di San Mauro Marchesato
(Ducime, San Pietro, Gabelluccia dell'Acquaro, Caravà, S. Sodaro),
di Santa Severina (Prelatello, Latina), di Rocca Bernarda (Ducime
sottovia, vignale S. Sodaro, gabella della Rottura), di Rocca di
Neto (S. Nicola)40 e di Crotone( due vignali a Cortina).Nel 1809
Tiberio Merola era ancora titolare della Regia Cappellania laicale
sotto il titolo di San Pietro di Niffi. In seguito le entrate
provenienti dall'abbazia assieme ad altre provenienti dall'abbazia
di S. Cosma e Damiano di Nicastro e ad annui ducati 200 provenienti
dall'abbazia di Santa Maria del Mito della diocesi di Ugento,
vennero usate dall'arcivescovo di Santa Severina, Ludovico Del Gallo
(1824-1848) per migliorare le entrate del seminario arcidiocesano,
previo concessione avuta dal governo41. Ancora oggi a ricordo del
monastero benedettino rimangono alcuni ruderi delle sue poderose
mura in località "San Pietro" in territorio di San Mauro Marchesato
e sulla collina soprastante sono ancora visibili alcuni muri della
vecchia chiesa. Il ritrovamento di numerose tombe di periodo greco e
di monete romane in tutta l'area ci attesta l'esistenza di un
popoloso abitato che si sviluppò certamente dal periodo greco fino
all'età medioevale. Il vicino toponimo Niffi (Nimphus) sulla riva
sinistra del Tacina in territorio di Roccabernarda ci ricorda il
nome e l'origine di questo vecchio casale scomparso.
Santa Maria de Niffi
La chiesa, situata fuori dall'abitato in località Niffi, fu
visitata dall'arcidiacono Prospero Leone il 14 giugno 1610. Allora
era rettore il reverendo Giacomo del Gaudio. Vi era una immagine
della Vergine Maria dipinta al muro con a destra San Geronimo e San
Giovanni Evangelista ed a sinistra Sant'Agostino, San Bernardino e
San Michele Arcangelo. L'edificio era munito di una porta fatta di
recente, come anche da poco era stato rifatto il tetto. Il tutto era
stato compiuto a spese del predetto rettore, il quale vi faceva
celebrare nel giorno della festa della chiesa che cadeva il primo
maggio. Nelle vicinanze della chiesa erano state costruite alcune
casette, che erano servite per abitazione per qualche custode della
chiesa42.
Chiesa di San Vito
Situata fuori le mura della città vicino alle chiese di
Sant'Anna, SS. Annunziata, SS. Innocenti e Santa Sofia, il vicario
Giovanni Tommaso Ceraldi la visitò il 6 giugno 1559. Il visitatore
notò che aveva due porte con tavole non buone, vi erano due altari e
mancava di vestimenti. La chiesa apparteneva a dei benefattori. Non
aveva cappellani e rettori stabili e non vi si officiava. Egli
ordinò che le porte rimanessero chiuse in modo che gli animali non
potessero entrarvi, come invece visibilmente era avvenuto43. In
seguito la chiesa fu restaurata. L'arcidiacono Prospero Leone il 12
giugno 1610 la trovò rinnovata e accomodata con le elemosine e
soprattutto per interessamento e cura di Antonio Facente. La chiesa
possedeva alcune terre nelle vicinanze, avute per legato di Geronimo
de Clausis e vi si celebrava per devozione dei fedeli44. Ben presto
l'edificio seguì la sorte di tutti gli edifici sparsi per il
territorio di Roccabernarda. L'arcivescovo Falabella la visitò il 19
ottobre 1660 e trovò che l'altare era privo di ogni ornamento ed
anche della lapide sacra. Perciò egli la interdisse in perpetuo. La
chiesa aveva l'onere di celebrare quindici messe all'anno, che il
Falabella ordinò di far celebrare nella chiesa matrice, finché la
chiesa non fosse stata provvista di ogni cosa necessaria al culto e
riparata nell'edificio45. E' ancora citata alla metà del
Settecento46.
Chiesa della SS. Trinità
Di iuspatronato dell'università di Roccabernarda era situata
vicino alle chiese di Santa Caterina, della SS. Annunziata e di San
Paolo. Essa doveva essere in cattivo stato. Il Ceraldi, che la
visitò il 6 giugno 1559, ordinò che sotto pena di scomunica e di 25
once nessuno osasse celebrarvi senza sua espressa licenza47. La
situazione non migliorò e l'edificio dovette andare ben presto in
rovina. Cinquanta anni dopo la messa, che vi doveva essere celebrata
a spese dell'università, era stata trasferita nella chiesa di Santa
Caterina ed era officiata dal reverendo Giovanni Bernardino de Rose
ed i beni, di cui era dotata, risultavano occupati ed usurpati48. La
chiesa è ancora citata negli atti del sinodo del 1634. Il rettore
doveva versare una libbra di cera ma non comparve49.
Chiesa di San Donato
Esistente ancora alla metà del Cinquecento, era situata vicino
alla chiesa di San Infantino. Il vicario Ceraldi trovò che essa
aveva una porta con chiusura e vi era un altare con alcune
suppellettili sacre (una tovaglia, un candelabro di ottone). La
chiesa era "grancia" della chiesa parrocchiale di San Nicola de
Prastò e vi officiavano i cappellani di San Nicola. Possedeva alcune
terre dette volgarmente le terre di Santo Donato alla marina.
L'edificio aveva urgente bisogno di essere riparato e doveva essere
rifornito di vestimenti50. In seguito la chiesa non compare.
Chiesa di San Giovanni in Fiore
Era situata fuori le mura vicino alle chiese di San Paolo e di
Santa Sofia. Alla metà del Cinquecento ha un altare ma è
scoperchiata e non vi si celebra. Il visitatore ordinò di
ripararla51. In seguito non compare.
Chiesa di San Infantino
Era situata vicino alle chiese di San Sebastiano e di San
Donato. Con una porta senza chiusura e completamente scoperchiata,
ma tuttavia pulita ed ornata, così si presentò al Ceraldi, che la
visitò il 7 giugno 1559. La chiesa che era di pertinenza
dell'università di Roccabernarda, aveva un altare ma non vi si
officiava né vi erano paramenti52. In seguito non compare.
Chiesa di San Paolo
Era situata fuori dalle mura vicino alle chiese di San Giovanni
in Fiore, di San Rocco e della SS. Trinità. Il Ceraldi alla metà del
Cinquecento la trovò scoperchiata con un altare e niente altro.
L'edificio aveva bisogno di essere riparato e non vi si celebrava53.
In seguito furono restaurate le mura, il tetto e la porta da
Giuseppe Sabatino. La chiesa non aveva molte rendite; possedeva
solamente una continenza di terre atte a semina di tre moggi e un
moggio di terra boschiva, lasciate alla chiesa dal Sabatino.
L'arcidiacono Prospero Suriano, che la visitò nel maggio 1610,
ordinò di sostituire una trave che era vecchia e fradicia54.
Esisteva ancora alla metà del Seicento.
Chiesa di San Rocco
Situata fuori la porta della città, sorgeva vicino alle chiese
di San Paolo, di San Sebastiano e di Santa Maria della Pietà. Nella
visita effettuata nel maggio 1559 dal Ceraldi è descritta come
pulita ed ornata. Tuttavia le suppellettili ( 26 tovaglie, 10
coperte d'altare, un manipolo, due candelabri rotti ed un paio di
occhi d'argento) non erano nell'edificio, ma conservate in una
cassa, che era detenuta dal notaio Giovanni Loysio de Rose55.
Cinquant'anni dopo l'arcidiacono Prospero Leone trovò l'altare
ornato e vi si celebrava una messa alla settimana dal sacerdote
Giovanni Sapia per iuspatronato dell'università56. L'arcivescovo
Francesco Falabella, che la visitò il 19 ottobre 1660, notò che
l'altare era posto dalla parte settentrionale ed era ornato con
pallio, tre tovaglie, pietra consacrata, due candelabri di legno
dipinti e con due statue di angeli che reggevano due ceri. Alla
parete vi era una icona dipinta su tela con le immagini della
Vergine Maria ed i santi Rocco e Giuseppe. Sopra l'icona vi era un
baldacchino di legno dipinto. Vi era ancora l'obbligo di celebrare
una messa perpetua settimanale con l'elemosina dell'università. La
chiesa era ben munita di suppellettili sacre avendo pianete,
messale, tovaglia, calice con patena ecc. L'arcivescovo comandò di
indorare il calice e la patena e di provvederla di In principio.
Inoltre ordinò di riparare entro tre mesi l'icona, dove si
presentava lacera, con le elemosine dei fedeli57. Ancora presente
alla metà del Settecento; era senza rendite e vi si celebrava solo
nella sua festa58.
Chiesa di San Sebastiano
Era situata dentro le mura59 e nelle vicinanze delle chiese di
San Infantino, Santa Caterina, San Rocco e Santa Maria della
Visitazione. Alla metà del Cinquecento aveva l'altare spoglio e due
porte vecchie. Vi era una vecchia cassa vuota e rovinata ed il tetto
era in parte scoperchiato. Qualche volta, ma raramente, vi si
celebrava la messa per elemosina dei benefattori, ma non vi era un
cappellano stabile. Sopra l'altare vi era una piccola icona con
l'immagine della Vergine Maria e più sopra un quadro con l'immagine
di San Sebastiano lacerato e vecchissimo. I pochi oggetti sacri
della chiesa erano custoditi da donna Paola de Cola Cosenza. Si
trattava di indumenti ed oggetti quasi sempre vecchi e malridotti:
un vestimento di tela sacerdotale completo, tre tovaglie, una
coperta d'altare, un calice rotto senza patena, un calice di peltro
con patena, un campanello di ottone rotto, un messale vecchio, due
vasi di creta ecc. La situazione non era mutata al tempo
dell'arcidiacono Leone, che la visitò il 13 giugno 1610. Allora vi
si celebrava la messa nel giorno della festa del santo per devozione
dei fedeli e gli ornamenti e gli oggetti sacri era detenuti
dall'arciprete60. In seguito la situazione peggiorò. Verso la metà
del Seicento, il 20 ottobre 1660, l'arcivescovo Falabella la
descrive con il pavimento pieno di fosse, l'altare spogliato di ogni
ornamento, il tetto malmesso e le pareti rustiche e senza intonaco.
Il prelato ordinò di non celebrarvi finché non fosse stata provvista
di tutti gli ornamenti necessari (cioè di due candelabri, di Croce,
carta di gloria, calice, patena) e non fosse stato riparato il
pavimento e le pareti intonacate ed il tetto coperto con tegole e
con tavole levigate. Gli oggetti appartenenti alla chiesa erano
detenuti da Giovanni Petro Terzigna. Poiché vi era l'onere di
celebrare tre messe all'anno per legato di Francesco Arango,
l'arcivescovo ordinò di celebrarle nella chiesa matrice, finché non
fosse riparata e provvista del necessario. In quell'anno erano
procuratori della chiesa di San Sebastiano Michelangelo Pedace e
Giovanni Pietro Terzigna, ai quali l'arcivescovo affidò la
riparazione della chiesa, per la quale fu assegnato il legato di
Francesco Arango, ma poiché il denaro era insufficiente, si dovevano
utilizzare allo scopo le elemosine dei fedeli61. Alla metà del
Settecento la chiesa era ancora esistente ed aveva un unico
altare62.
Chiesa di San Giacomo
Era posta all'interno delle mura nelle vicinanze della porta
della Valle ("Ianua Vallis"), della chiesa di Santa Maria della
Valle e del castello. Alla metà del Cinquecento era rettore Ciancio
Benincasa e nell'edificio vi erano un altare ben costruito, un
vestimento sacerdotale, un messale, un calice di peltro, due casse
ed una campana63. La situazione non era mutata all'inizio del
Seicento, quando l'altare si mostrava ben ornato ed i sacerdoti
Filippo Cidattolo e Giovanni Sapia vi celebravano ciascuno una messa
alla settimana64. Al tempo della visita del Falabella aveva l'altare
coperto da un pallio, tre tovaglie, carta di gloria e quattro
candelabri di legno ed era anche ben fornita di suppellettili sacre
(calice con patena, alcune pianete, un messale ecc.) ma mancava
della lapide consacrata. L'arcivescovo ordinò di fornirla entro un
mese e di accomodare e restaurare l'altare, nel frattempo non vi si
doveva celebrare. Alla parete vi era una icone dipinta su tela con
le immagini della Vergine Maria e dei santi Giacomo e Rocco con le
cornici di legno dipinte e sopra vi era un baldacchino di legno. Vi
era l'onere di celebrare 36 messe all'anno con le rendite che
provenivano dai beni di Giovanni Petro ed Elisabetta Guercio.
Durante il periodo dell'interdizione le messe dovevano essere
celebrate nella vicina chiesa di Santa Maria della Valle65.
Chiesa dei Santi Innocenti
Era situata fuori ma presso le mura, vicino alle chiese di Santa
Sofia, SS. Annunziata, San Vito e Sant'Anna. Alla metà del
Cinquecento risulta malridotta. Il rettore, il figlio del nobile
Melchiorre Vito, pur godendo di rendite sostanziose, che provenivano
dalle diverse ed estese gabelle della chiesa (Camberlengo, Ioanne
Rongi, Armerò ecc.), la trascurava. L'edificio era senza tegole e
completamente rovinato; vi rimanevano solo i muri66. In seguito fu
restaurato. L'arcidiacono Prospero Leone lo trovò col tetto rifatto
ed in parte era iniziata la soffittatura e la costruzione del
pavimento. Nell'occasione egli provvide a sequestrare le rendite di
quell'anno per provvederla degli ornamenti dell'altare e del quadro,
in modo da poter celebrarvi le messe arretrate e completare la
soffittatura67. Non passò molto tempo che la chiesa andò nuovamente
in rovina. Al tempo della visita del Falabella era rettore Mutio
Brancaccio. L'edificio era malmesso: il tetto era mezzo
scoperchiato, l'altare spoglio di ogni ornamento, le due porte
rotte, il pavimento pieno di tegole, pali e sterco di animali. Per
tale motivo già in precedenza l'arcivescovo Fausto Caffarelli aveva
trasferito l'onere di celebrare le due messe settimanali nella
vicina chiesa della SS. Annunziata. Esse erano celebrate dai
sacerdoti Michelangelo Pedace e Stefano Aminò. Questa situazione
sarebbe durata finché non fosse stata riparata e fosse stata
provvista di tutti ornamenti necessari. Le rendite della chiesa era
sostanziose; esse ammontavano a circa cinquecento ducati, che
venivano esatti dall'affittuario, il capitano Luca Giovanni Oliverio
di Cutro, al quale il Falabella ingiunse di riparare e di rifornire
di ogni cosa necessaria la chiesa; cioè egli doveva sostenere le
spese per rifare il tetto con nuove travi e tegole, costruire
nuovamente le porte, riparare il muro dalla parte anteriore, dove
minacciava rovina, ripulire il pavimento e rifornire di ogni cosa
necessaria l'altare (un pallio, tre tovaglie, la lapide consacrata,
la croce, messale, quattro candelabri di legno dorato). Il tutto
doveva essere fatto entro sei mesi. Se ciò non fosse avvenuto, si
doveva sequestrare la terza parte delle rendite, che doveva essere
depositata nel Monte di Pietà, da spendersi dall'arciprete. Una
volta portata a termine la ricostruzione e la chiesa fosse stata
provvista di tutto il necessario, sarebbe stato restituito alla
chiesa il calice con la pianeta, detenuto dall'arciprete per ordine
dell'arcivescovo Fausto Caffarelli e lo stesso arciprete avrebbe
dovuto benedirla nuovamente, in quanto il luogo sacro era stato
trasformato in stalla e profanato dalla presenza degli animali68.
Chiesa di Santa Maria dei Dolori
Verso la metà del Settecento l'arcivescovo di Santa Severina
Carmine Falcone (1743 - 1759) diede l'assenso per la costruzione
all'interno delle mura di una edicola dedicata alla Beata Vergine
dei Dolori69. La piccola chiesa, o oratorio, aveva un unico altare
ed era mantenuta dalle elemosine dei fedeli, i quali vi si riunivano
per pregare il venerdì e la domenica70.
Chiesa di Santa Maria del Castello
Il vicario Giovanni Tommaso Ceraldi il 6 giugno 1559 visitò la
chiesa di Santa Maria, che era situata dentro il castello.
Nell'occasione la trovò che aveva un altare in fabbrica con un
altare portatile, tre tovaglie, un telo per la copertura, un
vestimento telato sacerdotale completo e due candelabri di legno. La
chiesa era a "lamia", aveva una porta di legno con chiusura ed il
cappellano era Pietro Paolo Moschetta71. Non abbiamo ulteriori
notizie. C'è da notare, che essa probabilmente ben presto andò in
rovina, in quanto il 26 febbraio 1616 il papa Paolo V concedeva a
Marcello Baracco di poter costruire un oratorio privato nel
castello, nel quale erano custoditi dei prigionieri72.
Chiesa di Santa Maria della Valle
La chiesa senza cura di anime sorgeva all'interno delle mura
vicino al castello nel luogo detto "la Valle", dove c'erano la porta
della Valle e le chiese di San Giacomo e di San Nicola della Porta.
Alla metà del Cinquecento risulta priva di beni. Era rettore
Giovanni Tommaso Cidattolo. Aveva l'altare decorato, una icona con
l'immagine della Vergine Maria ed una piccola campana. La chiesa
apparteneva a Gregorio Vetere73. In seguito si sa della donazione da
parte di fedeli di alcune case e di certe suppellettili per
l'altare. Così l'arcidiacono Leone, che la visitò il 12 giugno 1610,
descrive l'altare ornato decentemente e la chiesa provvista di un
messale nuovo, di candelabri e campanelle. Vi celebrava una messa
alla settimana il sacerdote Giovanni Domenico Andriolo ed altre
messe erano celebrate saltuariamente a seconda delle elemosine dei
fedeli. Durante la visita l'arcidiacono ordinò di completare il
soffitto74. E' ancora citata alla fine del Seicento75.
Chiesa di Santa Maria della Pietà delle Cinque Piaghe
Compare verso la metà del Seicento. Si trovava all'interno delle
mura. Aveva l'altare posto verso oriente ed era ornato con pallio di
seta di colore bianco e rosso, con tre tovaglie, lapide sacra,
quattro candelabri di legno, carta di gloria e croce. La chiesa
apparteneva alla congregazione omonima. Vi era una icona alla parete
di tela dipinta con le immagini della Vergine Maria della Pietà, di
S. Giovanni Evangelista, S. Nicodemo, Maria Maddalena e altri. Sopra
l'icona vi era un baldacchino di tela ornato con vari colori.
L'arcivescovo Falabella ordinò di portare al piano dell'altare
l'altare portatile, in modo che non lo superi, di provvedere di
carta di Gloria ed In principio e di indorare entro due mesi il
calice e la patena, che nel frattempo non dovevano essere usati. Vi
era l'onere di celebrare due messe settimanali per l'anima di
Antonia Ioppoli. Per devozione e per le pie elemosine dei
confratelli si celebrava ogni venerdì, le prime domeniche e nei
giorni di lunedì di ciascun mese ed una messa cantata nei giorni
festivi dei protettori Giovanni Battista, Giovanni Evangelista e
Santa Croce. L'arcivescovo passò in rassegna le molte suppellettili
sacre ed ordinò di rifare entro un mese gli sgabelli rotti. Il
pavimento dell'edificio era costruito con mattoni ed il tetto
coperto con tegole e tavole76. La chiesa e la confraternita sono
ancora presenti alla metà del Settecento. Allora la chiesa era retta
da un procuratore scelto dall'arcivescovo di Santa Severina, mentre
la confraternita era amministrata per quanto riguardava lo
spirituale da un direttore, confermato dall'arcivescovo, e per
quanto riguardava gli affari temporali da un procuratore scelto dai
confratelli77.
Chiesa dell'Annunziata
Intitolata alla Vergine Maria, detta comunemente L'Annunziata,
era situata vicino e fuori la porta della città. Il vicario Ceraldi,
che la visitò verso la metà del Cinquecento, così la descrive: Aveva
un altare in fabbrica coperto con tre tovaglie e sopra l'immagine
della Vergine Maria e l'angelo Gabriele. Vi era poi anche un'altra
immagine della Vergine Maria. Presso l'altare erano appesi al muro
un piccolo e dorato crocifisso di legno con l'immagine del Salvatore
ed un'altra piccola immagine della Vergine. C'erano poi alcuni voti
in cera e sopra l'altare un messale, un'altra tovaglia e due
candelabri lignei. Il cappellano e rettore della chiesa era Minico
Palmeri e la chiesa apparteneva alla confraternita omonima.
L'edificio era ben fornito. Tra le altre cose aveva un calice
d'argento dorato con la patena con i piedi d'ottone, due cuscini di
tela, numerose tovaglie e tunicelle ed un altro calice di peltro con
patena. Quest'ultimo fu distrutto dal vicario Ceraldi durante la
visita, in quanto indecente. Nell'occasione il vicario ordinò al
cappellano della chiesa, sotto pena di scomunica e di once 25, di
assolvere entro il giorno seguente il censo dovuto allo stesso
vicario e alla camera arcivescovile e lo "ius visite". Davanti e
tutto attorno all'altare maggiore vi erano alcuni scanni di legno
per sedere ed altri due altari decoravano l'edificio: uno dedicato a
San Francesco d'Assisi e l'altro a San Leonardo78. Nel giugno 1610
la chiesa fu visitata dall'arcidiacono Prospero Leone il quale trovò
l'altare decentemente ornato. Il sacerdote Giovanni Domenico
Andriolo vi celebrava tre volte alla settimana. Di recente la chiesa
era stata allungata ed era stato comprato un nuovo messale e
rinnovata l'immagine, rendendola in migliore forma79. Al tempo della
visita dell'arcivescovo Falabella l'altare maggiore era posto a
oriente. Alla parete vi era l'immagine dipinta su tela della
Annunciazione ornata con cornici dorate e sopra l'icona vi era un
baldacchino ligneo dipinto e un crocifisso decentemente ornato e
posto sopra la trave. L'arcivescovo ordinò di provvederla di carta
di Gloria, della tabella del Vangelo di S. Giovanni, di una croce e
di quattro candelabri di legno dorati. La chiesa era della
confraternita, agli amministratori della quale l'arcivescovo ordinò
di presentare entro due giorni, sotto pena di scomunica, i conti
dell'ultimo decennio. Non vi era alcun onere di messe, tuttavia
quasi quotidianamente si celebrava per devozione dei fedeli.
L'edificio era decorato da quattro altari dedicati a San Giuseppe, a
Sant'Eligio, a San Pietro Martire e alla Natività di Maria Vergine.
Poiché erano carenti degli ornamenti necessari l'arcivescovo li
sottopose all'interdizione perpetua fino a nuovo ordine. La
sacristia era situata dalla parte sinistra dell'altare maggiore ed
era molto ben fornita, anche se molte suppellettili sacre erano
vecchie e logore. L'arcivescovo comandò di indorare il calice con la
patena, di rifare due porte e di accomodare nei lati l'altare
maggiore, di restaurare il pavimento della chiesa, che in alcune
parti era affossato, di sistemare il sepolcro esistente sotto lo
sgabello dell'altare di San Pietro Martire e di portar via
dall'interno dell'edificio sacro tutto ciò che era estraneo al
culto. Il tetto era coperto con tegole e tavole levigate e due
piccole campane erano al campanile80. La confraternita
dell'Annunziata, ancora presente alla fine del Seicento81, in
seguito venne meno. Alla metà del Settecento la chiesa, che aveva
tre altari, era retta da un procuratore scelto dall'arcivescovo di
Santa Severina82.
Chiesa di Santa Caterina
Era situata fuori le mura vicino alla chiesa della SS. Trinità e
fin dalla sua apparizione risulta sede della confraternita omonima.
Al momento della visita del vicario Ceraldi vi celebrava Gregorio
Vetere. Possedeva una grande croce dorata, un messale, un vestimento
di tela sacerdotale completo, una casula di seta rossa con croce
verde. Nell'altare c'erano tre tovaglie, un copertura di tela, due
cuscini di tela, due candelabri di ottone, un calice d'argento
dorato con patena, un altro calice di peltro con patena ecc. Era
procuratore della confraternita il mastro Domenico de Rose. La
confraternita aveva alcuni terreni dentro il corso di Verde ed a
Umbro de Manno. Oltre all'altare maggiore vi era un altro altare
dedicato a Santa Maria delle Grazie, ornato con un'immagine della
Vergine. Aveva il campanile con due campane. Il vicario vi notò
anche un messale vecchissimo ed alcuni libretti antichi scritti a
mano. Prima di lasciarla ingiunse di presentare entro il giorno
dopo, sotto pena di scomunica e di 200 libbre di cera e
l'interdizione della chiesa, la platea con tutti i beni e le
rendite83. Il 13 giugno 1610 la chiesa fu visitata dall'arcidiacono
Prospero Leone. L'altare era decentemente ornato ed il reverendo
Giovanni Bernardino de Rosa vi celebrava due messe settimanali alla
domenica ed il lunedì. Il procuratore della confraternita Cesare
Grasso era da poco morto. Nella chiesa oltre all'altare dedicato a
Santa Maria della Grazia, che era decentemente ornato e dove vi si
celebravano alcune messe per devozione dei fedeli, vi era anche un
nuovo l'altare dedicato a San Leonardo. Quest'ultimo era stato
eretto ed era curato dalla confraternita. In esso ogni giovedì vi
celebrava una messa il reverendo Bernardino de Rose. La chiesa era
ben fornita; tra l'altro possedeva un calice con coppa e patena, da
poco indorate, un pallio di color verde con croce e molti altri
ornamenti e suppellettili sacre. L'arcidiacono visitò tutto
l'edificio ed ordinò di chiudere con tela cerata, o con tavole, la
grande finestra, che era situata sopra la porta maggiore di fronte
all'altare, in modo da impedire al vento di disturbare coloro che
celebravano. Comandò inoltre di imbiancare nella parte interna la
parete, dove si apriva la porta maggiore84. Al tempo del sinodo di
Fausto Caffarello del 1634, il procuratore della chiesa Francesco
Lauro versò due libbre di cera85. In seguito dopo il terremoto del
1638 vi fu trasferita la cura della parrocchiale di San Nicola de
Plaustrò e così la chiesa cambiò nome. Nonostante ciò per molto
tempo ancora la chiesa fu chiamata dalla popolazione "parocchiale di
S. Caterina" 86. La confraternita di Santa Caterina sarà ancora
presente alla fine del Seicento87, in seguito venne meno.
Chiesa di San Michele
Alla metà del Cinquecento doveva essere già in abbandono.
Visitando la chiesa di Santa Caterina il vicario Giovanni Tommaso
Ceraldi notò che vi era una cassa chiusa, che apparteneva alla
chiesa di San Michele; chiesa che era situata dentro la città nel
luogo detto "lo Critarro". Il vicario fece aprire la cassa e vi
trovò tutto ciò che era di pertinenza della chiesa. Egli ordinò di
portare il tutto nella sacristia della chiesa matrice di Santa Maria
Magna88. Della chiesa di San Michele non si ha altra notizia.
Chiesa di San Nicola de Plaustro (Plastrò)
Era una delle due chiese parrocchiali di Roccabernarda, l'altra
era la matrice di Santa Maria La Magna. Il 23 settembre 1540 Paolo
III la concedeva ad Aurelio Pedacio di Santa Severina, essendo
vacante per morte di Francesco Guercio89. Seguì Bernardino Pedacio,
il quale fu persuaso dal sacerdote di Santa Severina Pietro Paolo
Moschetta a rassegnare la chiesa in favore del nipote Leonardo
Pedacio. Per aver favorito questa cessione il Moschetta ottenne dal
nuovo rettore la corresponsione della metà delle rendite della
chiesa90. Il 6 giugno 1559 la chiesa fu visitata dal vicario
Ceraldi; erano rettori Giovanni Leonardo Pedacio e Pietro Paolo
Moschetta. Il vicario esaminò la custodia del SS. Sacramento, che
era costruita nella parete destra della chiesa, proseguì per la
fonte battesimale di terracotta, quindi arrivò all'altare maggiore,
sopra il quale vi era una immagine su tela della Vergine Maria, di
S. Pietro Apostolo e di San Nicola, ed erano appesi alcuni oggetti
votivi, tra i quali notò una piccola testa e due occhi d'argento. Si
recò poi nella sacristia, dove trovò una cassa vecchia. Il tetto
dell'edificio aveva bisogno di essere riparato, infatti nella chiesa
entrava l'acqua piovana. Il vicario ordinò di rifare il tetto e di
comprare un crocifisso, da porre in mezzo alla chiesa. Oltre
all'altare maggiore vi erano altri sei altari o cappelle: L'altare
di Tutti i Santi della famiglia Simorra, la cappella di Santa Maria
del Carmine di cui era cappellano Salvatore dela Padula, la cappella
di San Stefano della famiglia Cidattolo, la cappella di Sant'Antonio
degli Ammirato, di cui era rettore Ciancio Benencasa, l'altare di
San Cataldo dei Nicolucca e la cappella, o oratorio, di San Pietro,
di cui era rettore e cappellano Ciancio Benencasa. Circa
cinquant'anni dopo la chiesa fu descritta dall'arcivescovo Alfonso
Pisano, che la visitò nel giugno 1610. Era parroco Giovanni
Francesco Roggerio. Aveva la fonte battesimale, l'altare maggiore
con l'immagine di San Nicola, la sacristia, l'altare di San Geronimo
di iuspatronato dei Bonofiglio, dove il parroco celebrava una volta
alla settimana, l'altare di San Stefano era spoglio, l'altare di
Sant'Antonio di iuspatronato degli Ammerato, dove non venivano
celebrate le due messe settimanali, che per obbligo dovevano essere
celebrate, la cappella della SS. Concezione, dove vi era la
confraternita ed il parroco vi celebrava due volte alla settimana
con le elemosine dei confratelli, l'altare di San Pietro e l'altare
di Tutti i Santi, che l'arcivescovo ordinò di distruggere, in quanto
nessuno lo dotava. L'arcivescovo visitò tutto l'edificio ed ordinò
di fare le coperture sopra i tumuli dei morti ed al parroco di
rifare i soffitti, dove dovevano essere riparati; infine esortò il
popolo e i parrocchiani ad aiutare il parroco in questa buona
opera91. Nell'aprile 1636 per intervento di Urbano VIII veniva
rimosso il parroco Aurelio Mannarino e la carica era concessa a
Francesco Bernardo ed alla sua morte passò nel settembre 1654 a Gio.
Antonio Bernardo92. Nel frattempo, colpita dal terremoto del 1638,
la chiesa era abbandonata ed andava in rovina, rimanendo a ricordo
per alcuni anni solo il nome del luogo93. La cura parrocchiale fu
trasferita nella chiesa della confraternita laicale di Santa
Caterina, che si trovava fuori le mura e che nell'occasione assunse
il titolo della parrocchiale. L'arcivescovo di Santa Severina
Francesco Falabella il 18 ottobre 1660 visitò la chiesa di San
Nicola, di cui era parroco Giovanni Antonio Bernardi . L'edificio,
pur avendo mutato nome, conservava la struttura della chiesa di
Santa Caterina. Vi erano infatti gli altari di Santa Maria delle
Grazie e di San Leonardo, quest'ultimo era ancora sede della
confraternita, ed alla parete era appesa l'icona dipinta su tela con
le immagini della Vergine Maria, di Santa Caterina e degli angeli.
Dalla vecchia parrocchiale distrutta invece proveniva il nuovo
altare dedicato alla SS. Concezione, sopra il quale vi era una
statua lignea della SS. Concezione, e la fonte battesimale.
L'arcivescovo comandò di apporre sopra la fonte battesimale
l'immagine di San Giovanni Battista, che battezza Cristo, di
riparare il tetto e di intonacare alcune pareti94. La chiesa subì
gravi danni dal terremoto del 1744 e fu riparata per ordine
dell'arcivescovo Carmine Falcone (1743-1759), il quale obbligò il
parroco a impegnare per più anni parte delle rendite, in modo da
ripristinarla ed a migliorare l'edificio95. Tuttavia l'intervento
non dovette essere risolutivo se poco dopo l'edificio, situato fuori
le mura, è descritto come minacciante dappertutto rovina. Per tale
motivo, essendo mancante del parroco, l'arcivescovo Antonio Ganini
(1763-1795) poco dopo il suo insediamento decretò in presenza e con
l'assenso del popolo e del clero che bisognava edificare una nuova
chiesa dentro le mura, utilizzando per tre anni le rendite
parrocchiali, ottenute per supplica dal papa, tolta la quota da
assegnare ad un vicario curato per il triennio. Nel frattempo per
concorso si sarebbe canonicamente eletto il nuovo parroco96.
Chiesa di Santa Maria della Visitazione
La chiesa si trovava all'interno delle mura e fu visitata
dall'arcivescovo Falabella nell'ottobre 1660. Trovò l'altare ornato
con un pallio di seta d'argento tessuto con diversi colori, tre
tovaglie, carta di Gloria, croce, sei candelabri e due cuscini di
tela. Era appesa una icona antica dipinta su tela ed ornata con
cornici dorate con le immagini della Beata Vergine e dei santi
Gioacchino, Elisabetta e Giuseppe. Vi era l'onere di celebrare dieci
messe all'anno, per le quali versava l'elemosina Giovanni Tommaso
Bonofiglio. Si celebrava inoltre una messa alla domenica con le pie
elemosine. La chiesa possedeva una pianeta di seta di colore bianco,
un calice nuovo con i suoi ornamenti, cinque tovaglie, un messale e
alcuni vasi. L'arcivescovo ordinò di riparare entro un mese il
pavimento, dove era affossato, e la porta. L'edificio aveva il tetto
coperto da tegole e tavole levigate ed una piccola campana batteva
sopra la porta97. La chiesa della Visitazione della Beata Maria è
ancora presente alla metà del Settecento. Essa era retta da un
procuratore eletto dall'arcivescovo di Santa Severina, il quale
doveva interessarsi alla sua manutenzione98.
Chiesa di San Nicola della Piazza o della Porta
Alla metà del Cinquecento risultava "grancia" della chiesa
arcipretale di Santa Maria La Magna ed era amministrata dai rettori
di Santa Maria. L'arciprete Giuseppe de Ammino ingiunse ai
cappellani di Santa Maria di fare una porta di legno alla chiesa
entro il termine di sei mesi sotto la pena di scomunica e di 25 once
. Vi erano l'altare maggiore, un altro altare ed una piccola
campana, ma non c'era alcun indumento sacro. La chiesa è ancora
presente all'inizio del Seicento quando venne visitata
dall'arcidiacono Prospero Leone. L'arcidiacono la trovò chiusa.
Aveva l'altare decentemente ornato ed in essa aveva sede il monte di
pietà di cui era procuratore fin dalla sua istituzione Salvatore de
Vona99. In seguito la chiesa non compare.
Note
1. Visita pastorale del 1559, in Caridi G., Chiesa e società in
una diocesi meridionale, Falzea Ed. 1997, pp. 57 -70.
2. Il canonico di Santa Severina Gio. Petro Pedace ne era ancora in
possesso nel maggio 1623, quando otteneva anche il canonicato di S.
Andrea della chiesa di S. Severina, Russo F., Regesto, 28759.
3. Roccabernarda - Visitatio, anno 1610. 20A.
4. Siberene , p. 30.
5. Russo F., Regesto, 37351.
6. Russo F., Regesto, 40041.
7. Russo F., Regesto, 45131.
8. Visita pastorale del 1559 cit.
9. Roccabernarda- Visitatio, anno 1610.
10. Visita pastorale arcivescovo Falabella, anno 1660, Arch. Arc. S.
Severina, 37A.; Libri antichi e Platee Cart. 80/3, f. 36, ASCZ.
11. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
12. Martire D., La Calabria sacra e profana, Cosenza 1876, Vol. I,
286-288.
13. Pasini C., Osservazioni sul dossier agiografico ed innografico
di san Filippo di Agira,in Storia della Sicilia e tradizione
agiografica nella tarda antichità, Rubbettino Editore ,1988, p.191.
14. Sinopoli P., Tabulario di S. Maria Latina di Agira, in Archivio
Storico per la Sicilia Orientale, S.II, a. II,1926,pp. 135-190.
15. Pasini C., cit., p.191.
16. La chiesa di Santa Maria, con annesso ospizio per pellegrini, fu
fondata nel secolo XI in Gerusalemme da alcuni mercanti amalfitani.
In seguito alla prima crociata vi fu annessa una comunità monastica,
a capo della quale nel 1099 vi era il provenzale Gerardo Tunc, in
quale redasse lo statuto, approvato poi dal papa Pasquale II, Russo
F., Storia cit. II, 421.
17. Bresc- Bautier G., Les Possessions des eglises de Terre Sainte
en Italie du Sud (Pauille, Calabre, Sicilie) in Roberto il Guiscardo
e il suo tempo. Centro Studi Normanno- Svevi. Roma 1975, pp. 28-29.
18. Russo F., Regesto ,I, 81.
19. Nel novembre 1230, Pagano de Parisio abbate di Agira compera
alcune terre per la chiesa di S. Pietro di Tazena in Calabria,
Sinopoli P., cit. p.188.
20. Russo F., Regesto, I, 153.
21. Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri
angioini, Napoli 1877, p. 215.
22. Pardi G., I Registri Angioini e la popolazione calabrese del
1276, in Archivio Storico per le Province Napoletane, Napoli 1921,
pp. 27 sgg.
23. La chiesa di Santa Maria di Niffi poi scomparve, rimase a
testimoniarne l'esistenza il canonicato omonimo nella cattedrale di
Santa Severina, Siberene 155.
24. Nel 1261 Adriano, abate di San Nicola di Jaciano, essendo il
monastero in decadenza lo sottomise all'ordine cistercense e
all'abate di Sant'Angelo de Frigilo, riservandosi finchè sarebbe
vissuto la grangia di San Teodoro di Niffi, Pratesi A., Carte cit.,
pp. 431-434.
25. Russo F., Regesto I,174.
26. Nel 1325 e nel 1326 il frate Iohannes ,priore di S. Petro de
Tachina, versa undici tari, Russo F., Regesto, I, 338, 355.
27. Il documento fu steso in Sancto Petro de Tachina il 4.11.1274
per mano di frate nicolay, priore di Beata Maria de Latina di
Messina, Siberene, p.254.
28. Un breve di Papa Innocenzo VI del 25.6.1405 concede la cura
della chiesa di S. Pietro de Niffi di Roccabernarda al presbitero di
Santa Severina Andrea Guardati perchè il rettore della chiesa il
chierico secolare Bernardo, cessa dall'incarico per entrare nel
monastero di San Filippo de Ferolito (?), di cui ora è abbate, Russo
F., Regesto II,134; Nel novembre 1443 Jaimo de Paternò, abbate di
Agira accetta una donazione di terre alla chiesa di S. Pietro de
Tazena in Calabria fatta da Giliberto de Tara, Sinopoli P, cit.,
p.164.
29. Siberene pp. 160,167.
30. Russo F., Regesto II,455. Sempre in questi anni risultano
"dishabitati" e distrutti molti casali vicini: San Mauro de Carava,
San Stefano de Ferrato ecc., Maone P., San Mauro Marchesato, p.102.
31. Russo F., Regesto, II,408.
32. Russo F., Regesto, II, 458.
33. Russo F., Regesto II,482.
34. Sinopoli P., cit., p.158.
35. Rel. Limina Santa Severina, 1589.
36. Roccabernarda- Visitatio, anno 1610.
37. Negli atti del sinodo tenuto dall'arcivescovo Fausto Caffarello
nel maggio 1634 si trova che al posto del priore di S. Pietro de
Niffi comparve a prestare obbedienza il procuratore A. Salvatore
Brundolillus, Siberene, p. 24.
38. Visita pastorale cit..
39. Caridi G., Uno "stato" feudale nel mezzogiorno spagnolo, Gangemi
1988.
40. Maone P., San Mauro marchesato, pp. 147-148.
41. Siberene p. 255.
42. Roccabernarda- Visitatio, anno 1610.
43. Visita pastorale del 1559 cit..
44. Roccabernarda. Visitatio, anno 1610.
45. Libri antichi e Platee, Cart. 80/ 3, f. 36, ASCZ.
46. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
47. Visita pastorale del 1559 cit..
48. Roccabernarda. Visitatio, anno 1610.
49. Siberene, p. 30.
50. Visita pastorale del 1559 cit..
51. Visita pastorale del 1559 cit..
52. Visita pastorale del 1559 cit..
53. Visita pastorale del 1559 cit..
54. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
55. Visita pastorale del 1559 cit..
56. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
57. Visita pastorale cit.; Libri antichi e Platee Cart. 80/3, f.
36v, ASCZ.
58. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
59. Antonio Ceraldi possedeva una casa palatiata sita e posta nella
terra di Rocca Bernarda "nel quartiero et con vicinanza della chiesa
di S.to Bestiano", ANC. 181, 1665, 46v.
60. Visita pastorale del 1559 cit.; Roccabernarda Visitatio, anno
1610.
61. Visita pastorale cit.
62. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
63. Visita pastorale del 1559 cit..
64. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
65. Visita pastorale cit. Libri antichi e Platee Cart. 80/3, f. 36v,
ASCZ.
66. Visita pastorale del 1559 cit..
67. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
68. Visita pastorale cit.; Libri antichi e Platee, Cart. 80/3, f.
36v, ASCZ.
69. Rel. Lim. S. Severina, 1756.
70. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
71. Visita pastorale del 1559 cit..
72. Russo F., Regesto, 27718.
73. Visita pastorale del 1559 cit..
74. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
75. Rel. Lim. S. Severina., 1678.
76. Visita pastorale cit.; Libri antichi e Platee, Cart. 80/3, f.
37, ASCZ.
77. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
78. Visita pastorale del 1559 cit..
79. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
80. Visita pastorale cit.; Libri antichi e Platee, Cart. 80/3, f.
36v, ASCZ.
81. Rel. Lim. S. Severina., 1678.
82. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
83. Visita pastorale del 1559 cit..
84. Roccabernarda. Visitatio, anno 1610.
85. Siberene, p. 30.
86. Gloria d'Alessio per testamento rogato il 7 settembre 1655
dichiara di voler essere seppellita nella "parocchiale di S. Cat.na
dove fu sepellito suo marito", ANC. 180, 1655, 56v; Rel. Lim. S.
Severina., 1675.
87. Rel. Lim. S. Severina., 1678.
88. Visita pastorale del 1559 cit..
89. Russo F., Regesto, 18305.
90. Il 13 gennaio 1578 Gregorio XIII assolveva da questa
irregolarità Pietro Paolo Moschetta, Russo F., Regesto, 22954.
91. Visita pastorale del 1559 cit.; Roccabernarda Visitatio, anno
1610.
92. Russo F., Regesto, 37380.
93. Nel luglio 1640 la chiesa era "diruta" come risulta da una
donazione fatta dalla vedova Prudenza Amoruso alla cappella della
SS:ma Concezione, "olim sitae intus ecc.am Sancti Nicolai de Plasto,
quae ad pr.ns est diruta causa terremotus", ANC. 179, 1640, 35; I
fratelli Andriolo nel settembre 1652 possedevano una casa terranea
nel "loco detto S. Nicola di Plasto", ANC. 180, 1652, 97.
94. In eadem terra est alia parochialis sub titulo Sancti Nicolai de
Plaustro, cuius ecc.a antiquis terremotibus diruta, fuit eius
cappella translata ad acc.am confraternitatis laicalis sub titulo
Sanctae Catarinae Virg. et Mart. Auctoritate ordinarii, curam
animarum exercet Parochus, Rel. Lim. S. Severina., 1675; Visita
pastorale cit.
95. Parochialis curata ecclesia S. Nicolai in loco Roccae Bernardae,
a terremotibus penitus dispecta, me in annuali visitatione Parochum
Rectorem ad certas impensas quotannis erogandas urgente, in
pristinum statum restituta est, quinimmo in meliorem redactam
structuram, Rel. Lim. S. Severina., 1756.
96. Parochialis ecclesia sub titulo S.cti Nicolai de Plastro sita
extra moenia, et ruinas undequaque minans reperitur, proinde in
Sancta Visitatione decrevi, clero et populo assentientibus, novam
alteram intra moenia aedificari ex redditibus Parochialibus per
triennium a Ill.mo D.no meis precibus indultum in edificium
implicandis…; Rel. Lim. S. Severina., 1765.
97. Visita Pastorale cit.
98. Rel. Lim. S. Severina, 1765
99. Visita pastorale del 1559 cit.. Roccabernarda Visitatio, anno
1610.

