[La chiesa di S. Pancrazio e quelle di S. Giuseppe e dell’Udienza o Immacolata Concezione di Santa Severina.]
di Pino RENDE
(pubblicato su La Provincia KR nr. 17-19/2008)
La presenza di una chiesa parrocchiale dedicata a
S.to Brancati o Pancrazio nella città di Santa Severina è
documentata nella prima parte del Cinquecento. In un atto del 1521
“donna isolda de baccario vidua quondam romani de baccario de s.ta
severina”, oltre ad alcune terre, donava al capitolo “duas domos
terraneas unam alteram vero palatiatam sitas et positas intus dictam
Civi.tem in parochia s.ti brancatii jux.a suos fines videlicet ab
uno latere est domus heredis pauli sfalanghae in uno muro Comune
jux.a domum aliam dictae donatricis iux.a viam pub.cam a p.te
superiori iux.a alios fines (...) (Arch. S.ta Sev., Pergamena n.
80).
Sempre relativamente allo stesso periodo, attraverso la Reintegra
dei feudi di Andrea Carrafa compilata dal giustiziere Francesco
Jasio di Taverna nel 1521, siamo informati dei censi che il conte
riscuoteva nell’ambito della città e del territorio di Santa
Severina.
Tra questi figurano quello relativo alla “domus palatiata” di Nicola
Carnopolis e di suo fratello posta “in Parochia s.ti Branchatj”,
confinante con la domus di suo fratello e la via pubblica (Arch.
S.ta Sev., Vol. 1A, f. 32v), e quello realitivo al casalino del
notaro Matteo Cirigiorgio posto “in parochia s.ti Branchatj”, che
confinava con la domus di donno Francesco Carnopolis, il casalino di
Giovanni Novellise e la via pubblica (Arch. S.ta Sev., Vol. 1A, f.
29).
A quel tempo, le parrocchie cittadine, originariamente suddivise per
famiglie, avevano già acquisito un loro preciso ambito territoriale.
Quello di S.to Pancrazio coinvolgeva l’area posta lungo la via
d’accesso alla città proveniente da mezzogiorno, e si estendeva
anche al di fuori dell’antico perimetro murato della città
medievale, come giustificano i pagamenti dovuti al feudatario.
Questo tessuto urbano, assieme a quello di altre parrocchie vicine:
S.to Filippo e Jacobo e S.to Angelo, subì notevoli trasformazioni in
occasione della costruzione del nuovo castello ad opera di Andrea
Carrafa, al tempo in cui il conte assunse la luogotenenza del regno
di Napoli, sostituendo il viceré Carlo di Lannoy partito per la
guerra in Lombardia (1522 - 1524).
In tale occasione, in relazione all’esigenza militare di creare
un’area aperta antistante il nuovo castello, in maniera da
facilitare il tiro delle sue artiglierie contro la città in caso di
una rivolta, si procedette all’abbattimento di molte case e botteghe
poste nelle sue vicinanze, interessando il territorio parrocchiale
di S.to Pancrazio. Le demolizioni furono talmente estese, da ridurre
così tanto le entrate della parrocchiale, che quest’ultima divenne
impossibilitata a versare le decime dovute alla Santa Sede.
La situazione è sottolineata da una sentenza del 29 marzo 1534,
emessa in favore del R.do Capitolo di Santa Severina da parte dei
subcollettori e commissari apostolici delle decime, Nicolaus de
Lutijs di Bisignano e Donnus Nicolaus de Sproverijs, agenti su
mandato del nunzio apostolico e collettore generale, il R.mo Donno
Fabius Arcella di Bisignano.
Nella sentenza riguardante il pagamento delle decime relative ai
benefici semplici delle cappelle o chiese curate di s.to philippo et
Jacobo, s.to branchatio e s.to loysio de Cava e degli oratori
esistenti nella cattedrale: s.to mathia, s.to her.mo, s.to
Bartolomeo, s.to leonardo e sancto antonio, si riferisce che in
città non esisteva un beneficio o chiesa di S.to Luigi di Cava
“Cuius noticia jn dicta civitate non habent” e che, in diversi casi,
le entrate delle cappelle e degli oratori erano carenti perché molte
case e botteghe in loro possesso erano state demolite “prope
Castrum”. (Arch. S.ta Sev., Fondo Capitolare, Cartella 1D).
La situazione di grave difficoltà della parrocchiale ed il suo stato
di estrema povertà, ci è testimoniato anche in occasione della
visita condotta dal vicario arcivescovile nel 1559. In quella
occasione “S.to Brancati” o “S.to Pancratio” appartenente alla Mensa
Arcivescovile, di cui era Cappellano donno Matteo Castania,
possedeva un vignale posto di fronte le vigne di mastro Antonello
Ysolfo che rendeva un carlino l’anno, e manteneva ancora il diritto
di decima, benché da poco non avesse più alcun parrocchiano.
Il suo altare era corredato da tre tovaglie, una coperta di tela, un
ante altare, due plumacios ed altri vecchi, un vestimento
sacerdotale completo, due candelabri lignei, due orcioli di peltro,
un calice di peltro con patena e corporali, un missale, un manuale
vecchio, un campanello, un’arca piccola di cipresso dove si
conservano extergituris et corporalibus, un baptisterum, una
lampada, una coperta vecchia di tela, una immagine di carta del
Crocifisso ed altri Santi, venti tovaglie tra vecchie e nuove, un
ante altare vecchio, una coperta di tela nera, una casula di tela
nera, una arca vecchia per conservare i detti beni, ed una campana.
Constatatone lo stato di povertà, il Vicario raccomandò al
Cappellano di tenere ben conservati i pochi beni della chiesa senza
ingiungere altro. (Arch. S.ta Sev., Fondo Arciv. Cartella 16B).
I censi
Seppure queste notizie evidenzino, in pratica, il venir meno
della parrocchiale, la presenza dell’ambito parrocchiale di S.to
Pancrazio e di alcuni suoi parrocchiani si ritrova ancora nella
seconda metà del Cinquecento, come ci testimoniano i documenti che
registrano i censi di S.ta Anastasia e quelli del Capitolo (Arch.
S.ta Sev., Fondo Arciv., Vol. 3A, 4A, 5A; Cart. 13B; Fondo Capit.
Cart. 1D).
1564-65: la casa di mastro Andrea Novellise confina con la casa di
Antonio Pancali. 1568: la casa di mastro Andrea Novellise dove
abita. 1576: La casa palaziata di mastro Andrea Novellise posta in
parrocchia di S.to Brancati, confina con la casa dotale del notaro
Gio Francesco Infantino, la casa di messer Agostino Pancali stritto
mediante, la vinella di Minico Pancali e la via pubblica. 1582: casa
dell'erede di mastro Andrea Novellise dove abita.
1563: la casa del Capitolo che teneva donno Vittorio Sfalanga e che
fu di donno Luciano Guercio in parrocchia di S.to Brancati è data in
Censo enfiteutico a donno Mario Garzaniti. s.d. : la casa di Minico
Pancali in parrocchia di S.to Brancati che fu di Luciano Guercio.
1580: La casa in parrocchia di S.to Brancati dell'erede di Ferrante
Carnopoli, confina con il casalino di D. Fabio Pancali e sotto le
case della Corte.
1571: il palazzetto del q.o donno Francesco Balbina lasciato da
questi alla cappella del SS.mo Sacramento che lo censuò a donno
Minico Cavallo, confina con la via pubblica, le case del q.o Luca
Antonio Iaquinta e le case che furono del q.o Angelo de Luca vinella
mediante.
1580: casa alla cappella di S.to Brancati di donno Minico Cavallo,
confina con la casa di Cesare Russo che fu di Aurelia la mammana, la
casa terranea che tiene Pietro Capana e la via pubblica
1580: casa alla parrocchia di S.to Brancati di D. Giulio
Classidonti, confina con la casa di Giovanna Creatura, li casalini
di esso Giulio, la casa dell'erede di Nicola Cavallo.
La riduzione delle parrocchie
Con il progressivo impoverimento della città alcune parrocchiali
vennero meno e furono aggregate, così il loro numero si ridusse da
undici a sette.
La relazione vescovile del 1589, come quella relativa al triennio
precedente, sottolinea tale situazione. “Le chiese parochiali nella
città erano molte, ma per la loro povertà alcune ne furono unite
insieme, e ridotte a sette, e da due infuori, quali hanno qualche
poca rendita certa, tutti si mantengono con poche decime, et
elemosine” (Relatione dello stato della chiesa metropolitana di
Santa Severina, S.cta Severina 22 martii 1589).
S.to Pancrazio fu aggregata alla parrocchia di S.ta Maria del Pozzo
e, con il venir meno del titolo parrocchiale, il suo edificio andò
in abbandono. Ne abbiamo notizia attraverso la supplica presentata
all’arcivescovo il 17 marzo 1637 da parte del sacerdote di Santa
Severina D. Gregorio Orlandi, con la quale questi chiedeva
l’erezione della nuova cappellania di S.to Giuseppe nell’unico
altare della chiesa di S.to Pancrazio e lo juspatronato per sé ed i
propri eredi.
Egli si impegnava ad adornare il suddetto altare con “due statue
benedette di stucco una di S. Giuseppe sposo di n(ost)ra Sig.ra e
l’altro di S. Antonio di Padue”, riproponendosi di riparare
l’edificio “perché hà trovato la chiesa del titolo di S. Pancratio
sita dentro la Parocchia di Santa Maria del Pozzo senza tetto e
senza porta di legno e senza fenestra di legno che in breve tempo
potrebbe rovinare” utilizzando “l’elemosine che s’ha ferma speranza
che s’offeriranno alle medesime statue per la molta devotione della
Città verso li sodetti Santi”.
A quel tempo l’edificio sacro che ospitava la parrocchiale
destituita, era articolato in due distinti membri. Una “parte e
membro superiore” costituito dalla “Chiesa di S. Pancratio” che si
trovava “sopra la parte et il corpo inferiore dedicato
all’immaculata Concettione e S. Thomaso Cantuariense”.
Al fine di garantirsi da possibili conflitti di giurisdizione con
“il Parocho di S. Maria del Pozzo”, qualora questi avesse deciso di
“esercitare la Cura Parocchiale nella Chiesa di S. Pancratio”, tra
le clausole elencate nella sua supplica D. Gregorio Orlandi,
stabiliva che “le due statue come di sop.a non s’habbiano à rimovere
dall’Altare che si ritrova unico nella tribona sotto la cupola di
d.a Chiesa mà la Cappellania sempre resti fondata sotto il titolo di
S. Giuseppe nel detto unico altare nel q(ua)le in questo caso siano
due distinti benefitij cioe il Parocchiale e Cappellania e l’offerte
elemosine legati e tutte altre pie dispositioni che con il progresso
del tempo si facessero alle due statue vadano ad utile e benefitio
della Cappellania senza haverne a participare il Parocho”.
Effettuata la visita della chiesa ed ascoltato il “R.s Procuratore
mensae Archiep(iscopa)lis et R.s Canonico Francisco Antonio Mancusio
Vicario seu Commendatario Parocchialis Ecclesiae tituli Sanctae
Mariae de Puteo”, il Vicaro Generale Joseph de Valle, fatti salvi i
diritti della Mensa e quelli parrocchiali, concesse il beneficio.
(Arch. S.ta Sev., Cart. 4D fasc. 3)
Le condizioni poste dal de Orlando trovarono in seguito
applicazione. Il 29 settembre 1680, il “Rev.s Praesbytero Petro
Tigani Can.co Metropolitanae Ecclesiae” essendo vacante la
“Cappellania sub tit.o S.ti Joseph per obitum Praesbyteri Jo(an)nis
Berardini Lauretta” che ne era stato “Cappellani sive Rectoris”,
l’arcivescovo Carlo Berlingeri ne insigniva il “Rev.s Praesbytero
Petro Tigani Can.co Metropolitanae Ecclesiae”, “Quae quidem
Cappellania fuit erecta à q.m Gregorio de Orlando cum reservationis
Iuris patronatus ad sui suocumque heredum favorem toties quotiens
Casus vocationis occurrerit”. (Arch. S.ta Sev., Cart. 4D fasc. 3)
Sempre per quanto riguarda la seconda metà del Seicento, la chiesa
di S.to Giuseppe e quella dell’Immacolata Concezione, sono segnalate
nell’apprezzo della città del 1653 ed in quello del 1687.
Entrambe sono descritte come appartenenti all’ambito del quartiere
della città detto “Pizzileo” ed a quello parrocchiale di S.ta Maria
del Pozzo: “Nel quartiero detto Pizzileo sotto il Castello vi è la
chiesa Parrocchiale sotto tit.o di Santa m.a dell Puzzo (…). Jn
detto quartiero vi è la chiesa di Santo Giuseppe e … dove si
celebrano due messe la settimana sotto di essa nel piano inferiore e
un’altra Chiesa detta Congettione nella quale si celebra a devozione
(…) (Arch. S.ta Sev., Apprezzo 1653, Vol. 31 A). La presenza della
“Chiesa di S. Giuseppe” è registrata anche nell’Apprezzo del 1687
(Siberene, p. 110), mentre la sua ubicazione (“3 S. Giuseppe”) si
rileva nella incisione intitolata “Veduta Occidentale della Città di
S. Severina” contenuta nell’opera del Pacichelli (fine sec. XVII -
inizio sec. XVIII).
Per quanto riguarda la chiesa dell’Immacolata Concezione, si
evidenzia che la sua importanza era legata alla presenza della
omonima congregazione, da cui derivava il titolo con il quale era
volgarmente appellata. Questa raccoglieva numerosi confratelli come
ci descrive l’apprezzo del 1687: “Avanti a detto largo (il Campo) vi
è una Chiesa detta la Congregazione della Concezione coperta a lamia
con un altare con l’immagine della Cena di Nostro Signore. Si
mantiene detta chiesa con l’elemosine, e tra Confrati e Fratelli
sono numero cinquanta; tiene di capitale doc. 200, cioè 100 di censi
sopra li beni stabili; e cento altri sopra territori, che si
affittano; tiene una campanella piccola, una fonte di marmo, una
immagine della S.ma Concezione e li stipi per tenere li
suppellettili e le spalliere, che servono per comodità dè Fratelli.”
(Siberene p. 99).
Poco tempo dopo, l’undici maggio 1695, il duca di Santa Severina
Antonio Gruther, chiedeva all’arcivescovo la possibilità di erigere
la “Cappellaniam in tit. perpetui semplicis Beneficij Ecc.ci sub /
invocat.e Immaculatae Concept.nis intus Aediculam et Altare SS.mae
Virg.s de Audentia sive Immac. Concept.nis B. M. V. subtus Ecc.a S.
Iosephi / in hoc Civit.e S. S(everi)nae”.
La chiesa, che nel passato si era retta solo attraverso le
elemosine, con l’erezione della nuova cappellania, fu dotata da
parte del duca con 50 ducati annui con il peso di una messa la
settimana sopra le entrate del suo corso di Paganò. Lo stesso duca
che ne ebbe lo juspatronato, chiedeva all’arcivescovo di poter
scegliere il rettore della cappella solo tra membri della sua
famiglia, anche in deroga ai limiti di età imposti dal Concilio di
Trento.
“(...) Ill.mo et R.mo Sig.re Gio Vincenzo Infusino Arcid.o della /
Metrop.na Chiesa di q(ue)sta Città di S.ta S(everi)na Proc.re
dell’Ecc.mo S.r D. Ant.o Gruther / Duca di d.a Città e suo stato di
S.ta S(everi)na come dal mand.to di Procura che / prontam.e esibisce
supplicando rappresenta a V. S. Ill.ma come il d.o S.re Duca / suo
principale intende fondare un perpetuo semplice benef.o Ecc.co /
sotto l’invocazione della SS.ma Concett.ne della B. M. Semp.e Verg.e
nella ... antica Capp.a chiamata dell’Audienza, seu della
Concett.ne, constructa / sotto la Chiesa di S. Iosep.e della Città
di S.ta S(everi)na con pacto d’una messa / in ciaschedun giorno del
Sab.o d’ogni settimana d’applicarsi / in vita di d.o S.r Duca
secondo la di lui intent.ne, e dopo la di lui / Morte per suffrag.o
della di lui an(im)a suoi her. et succ.ri e di dotare / il d.o
Benef.o in annui duc.ti cinq.ta sop.a li primi migliori frutti / e
vendite del territ.o seu cabella del Curso chiamato di Paganò sito /
nel distretto e pertinenze di d.a Città di S. S(everi)na che
ascendono ad’ / annui d.ti cento cinq.ta in circa, et in difesa di
q(ue)lli sop.a tutti l’altri / beni burgensatici posseduti per d.o
S.r Duca nello stato pred.o di S. S(everi)na / colla ... non di meno
di jurepatronato e di poter lui, suoi / her. et success.ri in
perpetuo presentare, tante volte per quante / occorrerà il caso di
vacanza con condit.ne però, di ... da esso / S.r Duca suoi her. et
success.ri in perpetuo saranno nominate / o p(rese)ntate per Rettori
di d.o Benef.o p(er)sone della sua famiglia / Gruther, vuole che
possono presentarsi, et ottenere d.o Benef.o / benche alcuni di essi
nominati non fusser d’età d’anni quattordici / richiesta dal S. C.
di Trento ma che basti che q(ue)lli siano di p.ma Tonsura, o almeno
habili a poter essere ammessi alla p.ma Ton / sura Chiericale per
potersi anche presentare; et ordinati che saranno instituiti al d.o
Benef.o attesso esso S.r Duca fondatore / come P(atro)ne della sua
robba intende impiegarla à d.o uso Pio, / e con q(ue)sta legge, e
non altrim.e erigere d.o Benef.io Iuspatro / nato. Vuole di più esso
S.r Duca fondat.re che li ... Rettori seu / Beneficiati che d.a
Capp.a siano solam.e obligati di celebrare ò far / celebrare la
messa il soprad.o giorno di sab.o nella d.a Capp.a / secondo
l’intent.ne di esso S.r Duca in vita sua e dopo sua / Morte per
suffrag.o della sua an(im)a e di suoi her. e success.ri, e che / sia
oblig.to il Rettore pro tempore di presentare o di far presenta / re
una torcietta bianca di peso di tre libre per il Ius di /
Cathedratico Synodatico, et ogni altro per qualsiv.a legge ragg.ne /
ò consuetud.e si deve anco in conformità del S. C. et Ap.che /
ordinat.ne all’Ordinario del luogo con tutte l’altre condit.ni / e
riserve apposte nell’istrum.to prontam.te esibisce d.o oratore et /
al med.o istrum.to in tutto s’habbi relat.ne senza derogarsi ò /
condit.ne alcuna in d.o istrum.to prescritta et ordinata, et / non
altrim.e che però l’orat.re supp.ca V. S. Ill.a à nome e / parti di
d.o S.r Duca suo p(ri)ncipale, à degnarsi colla sua ordinata /
autorità la p(rede)tta cappellania in tit.o di perpetuo semplice /
Benef.o Ecc.co ordinare et erigere, affinche ... eretta et ordinata
/ pone d.o S.r Duca nominare, e presentare il Rettore / diversi ...
instituito da V.S. Ill.a, et al di lui favore spedirsi / le Bolle,
che il tutto l’haverà a gr(ati)a. Die 11 m. Maij 1695 (...)”.
Inoltre si aggiungeva: “(...) vuole esso S.r Duca fundat.re / che il
d.o Beneficiato o Rett.re pro temp.re non sia soggetto a spoglio ne
sus / sidio caritativo, atteso con q(ue)sta espressa legge ha fatto
e fundato il d.o Iuspa / tronato ò Benef.o semplice, et v(uo)le ...
nec alio modo. (...)” (Arch. S.ta Sev., Fondo Capitolare Cartella
4D, fasc. 3)
Il Settecento
All'inizio del Settecento, al tempo dell'arcivescovo Nicolò
Pisanelli (1719 -1731), all'interno delle mura di Santa Severina vi
erano quattro parrocchie, ognuna con il suo ambito ma con poche
rendite, per cui spesso erano senza curato.
Tra queste la chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria del Pozzo
era senza parroco da oltre trenta anni e perciò era amministrata da
un economo. Poiché sia i parroci che i parrocchiani erano poveri,
l'arcivescovo pregava la Sacra Congregazione di dargli il permesso
di unirne alcune e di utilizzare dei semplici benefici vacanti, per
incrementare le rendite delle chiese parrocchiali (Rel. Lim. S.
Severina, 1725). Permesso che evidentemente fu concesso.
Pochi anni dopo, infatti, l'arcivescovo Aloisio D'Alessandro (1732
-1743), affermava che, oltre alla metropolitana, erano rimaste solo
due chiese parrocchiali: San Nicola vescovo di Mira e Santa Maria la
Magna, detta anche Santa Maria in Cielo Assunta (Rel. Lim. S.
Severina., 1735.). La cura della parrocchiale di Santa Maria del
Pozzo, detta volgarmente "di Pizzoleo", era infatti stata unita a
quella di Santa Maria la Magna.
Dopo tale aggregazione anche il beneficio di S. Giuseppe passò a far
parte dell’ambito della parrocchiale di S.ta Maria Magna. Poco dopo
la metà del Settecento, nella descrizione della chiesa parrocchiale
di “Sanctae Mariae in Caelum assumptae”, volgarmente detta “La
magna”, retta dal parroco Carmine Benincasa, ritroviamo la presenza
dell’altare di S.to Giuseppe che risultava in situazione molto
precaria, essendo senza rendite ed affidato ad un procuratore:
“Altare etiam adest S. Iosephi absque redditibus, de oneribus, et
manutenetur per Procuratorem.” (Rel. Lim. S. Severina, 1765).
Diversa appare la situazione attraverso i dati del catasto onciario
cittadino del 1743 (Arch. di St. di Napoli, Regia Camera della
Somm., Patr. Catasti onciari). In questo caso la chiesa di S.to
Giuseppe risulta ancora avere alcune rendite, a cominciare da un
censo enfiteutico di ducati 1.60 che pagava proprio il parroco D.
Carmine Benincasa di anni 35. Le altre entrate erano costituite da
un censo di ducati 1.60 che pagava il barbiere Agostino Cappa di
anni 46 per la casa di sua abitazione, quello di 1 ducato che pagava
il Convento di S.to Domenico, ed il censo bullare di ducati 7 che
pagava D. Pier Mattia Greuther principe e duca della città.
Quest’ultimo censo si rileva ancora nel catasto del 1785 (Arch. di
St. di Napoli, cit.), dove si specifica che esso si trovava infisso
sopra le terre di Favatum.
Sempre dal catasto del 1743, si rileva che il sacerdote D. Gio
Vincenzo Aversa possedeva il beneficio sotto il titolo di S.ta Maria
dell'Udienza da cui ricavava annualmente ducati 50 dalla Camera
Ducale e che, sempre relativamente allo stesso beneficio, la Mensa
Arcivescovile introitava duc. 1.20 come Cattedratico.
La situazione è evidenziata anche dalla relazione vescovile del 1765
dove si riferisce: “Ecclesia B.M.V. de Audientia de Iurepatronatus
Ill(ust)ris Ducis Sanctae Severinae, adest in ea Beneficium de eodem
jurepatronatus, quod regitur per R(everen)dum D. Joannem Vincentium
Aversa Beneficiatum, qui sustinet onus missae unius quolibet die
sabbati.”
Nella stessa relazione si riferisce anche in merito alla chiesa
della Concezione le cui rendite si ritrovavano annesse all’Ospedale:
“Ecclesia Immaculatae Conceptionis B.M.V. cum onere Missarum quatuor
in quolibet hebdomada. Regitur per Procuratorem Seminarij, cui
reperitur unita una cum Hospitali adnexo eidam Ecclesiae (...)”(Rel.
Lim. S. Severina, 1765).
L’esistenza del beneficio di S.ta Maria dell'Udienza che possiede
alcuni beni nel territorio di S.ta Severina, si rileva ancora nel
catasto cittadino del 1785.
Seppure lo stato di generale precarietà delle chiese cittadine
perdurerà, la presenza della chiesa di S. Giuseppe, e di quelle di
S.ta Maria del Pozzo e della Immacolata Concezione, si rileva ancora
alla fine del Settecento. Esse si menzionano in un documento del
1797 che riporta le Stazioni delle Rogazioni: una processione
articolata in tre giorni, durante la quale il Capitolo Metropolitano
percorreva un itinerario che toccava tutte le chiese cittadine,
cantando le antifone e le orazioni liturgiche e commemorando il
santo cui era dedicata ogni chiesa.
Relativamente alla “Fer. II Prima die Rogation.” la visita risultava
articolata secondo la sequenza: “In Eccl. S. Ioseph: ant. Ioseph
fili etc. – In Ecc.l S. Mariae de Puteo: ant. Regina etc. – In Eccl.
Immac. Concept.: ant. Gloriosae etc. ” (Siberene p. 199).
La leggenda del Pozzolio
Con l’avvento di un’interesse teso a valorizzare i monumenti e
le scoperte, gli edifici di Santa Severina che si riteneva fossero i
più antichi e pregevoli, si arricchirono di una nuova storia diversa
da quella che, invece, gli era stata propria. L’abbandono e le
trasformazioni che avevano subìto molti di essi favorirono questo
tipo di ricostruzione.
E’ il caso anche dell’edificio in questione che, ad un certo punto,
troviamo indicato come “di Pozzolio”, “di Pozzoleo” o “di Puzzuleo”,
e dedicato a S.ta Filomena ed a S.ta Maria del Pozzo, come
testimonerà sul finire degli anni Venti l’archeologo trentino Paolo
Orsi, producendo una corposa pubblicazione riguardante i monumenti
bizantini della Calabria. (Orsi P., Le Chiese Basiliane della
Calabria, VII Siberene – S. Severina, pp. 190-239; Vallecchi Ed.
Firenze 1929).
Mentre il Bertaux, più prudentemente, aveva ritenuto l’edificio
appartenere al sec. XIV l’Orsi, invece, lo riconobbe riconducibile
al periodo Bizantino-Normanno, descrivendolo in questo modo: “Dopo
del Battistero il monumento meglio conservato della città è la
chiesetta di Pozzolìo, sovrastante al quartiere della Grecìa. (...)
Essa consta di due piani o corpi; quello superiore dedicato a S.
Filomena, e quello inferiore a S. Maria del Pozzo, per certa
leggenda di una cisterna antichissima (...) Secondo la tradizione
popolare antichissima, un ragazzo cadde nella cisterna; la gente
accorsa lo trovò incolume, ed egli asseriva, che una donna lo aveva
sorretto nelle braccia. Ma invece della donna fu trovato nella
cisterna un quadro miracoloso della Vergine, che venne trionfalmente
portato alla Matrice. Ma poiché esso ritornò di là nella cisterna,
si comprese il volere divino, e vi si costruì al di sopra l’attuale
chiesetta.”
Anche secondo altre versioni di questa leggenda, il bambino caduto
nel pozzo sottostante la propria casa, fu tratto in salvo dopo
essere stato ritrovato a cavalcioni di un quadro della Madonna. In
questo caso, dopo la morte della madre “una tal Filomena”, la sua
casa sarebbe divenuta la chiesa omonima. (De Luca F., Da Siberene a
Santa Severina, 1997).
Attorno a tale leggenda ruotano tutti gli elementi della
ricostruzione. Essa si basa su una prima ed errata interpretazione
della struttura dell’edificio da parte dello stesso Orsi, che così
continua a descriverlo: “La chiesa inferiore con volta a botte,
(...) nulla presenta di particolare tranne un’apertura nella volta,
comunicante colla superiore, e che ha dato origine alla leggenda.
Cert’è, che questo ambiente non ebbe affatto in origine destinazione
di chiesa”. Egli rilevava comunque che “Nella chiesetta inferiore si
conserva una piccola pila d’acqua santa in marmo, pario, con foglie
grasse accartocciate sorretta da pilastrino ottagonale ...”.
Secondo il prof. Agati citato dallo stesso Orsi, l’ambiente in
questione sarebbe stato “una cripta ad uso dei nobili normanni
dell’attiguo castello” (!) mentre l’archeologo era più propenso a
pensare “ad un grande serbatoio (...) ciò che sembra anche
giustificato dalla porta tutta moderna, mentre l’apertura nel
soffitto è così angusta, che basta appena per il passaggio di un
secchio, non per quello di cadaveri.”
L’ipotesi relativa alla presenza di una cisterna o pozzo sotto la
chiesa, formulata in un primo momento dall’Orsi, fu in seguito
smentita dallo stesso archeologo. In un post scriptum aggiunto al
suo volume “già in parte stampato”, a seguito di una “nota” relativa
ai lavori eseguiti dall’ing. Pietro Lojacono della Soprintendenza
nella chiesa, egli corresse la sua tesi originaria in quanto,
evidentemente, i particolari costruttivi di tale ambiente, messi in
luce durante i lavori, identificavano inequivocabilmente che ci si
trovava in presenza di un edificio sacro e non di una cisterna.
In questo modo egli si esprime: “La leggenda del pozzo, cui dette
luogo la botola di comunicazione tra la chiesa superiore e la
inferiore – botola che io penso fosse stata aperta quando
quest’ultimo ambiente, secondo la tradizione, fu trasformato in
cisterna – sfuma allorchè si esaminano i particolari costruttivi
della “cripta” (essa non è veramente tale, essendo bene illuminata
dalla parte della valle, ma chiamiamola così tanto per intenderci).
Il vano inferiore della chiesa ripete sostanzialmente lo schema
dell’ambiente superiore: cioè un’unica navata ricoperta da volta a
botte di muratura mista, nettamente divisa dal presbiterio mediante
un angusto arco (ora deformato ed in parte asportato) come nel piano
superiore. L’ingresso era costituito da una porticina a sesto acuto
poco accentuato con stipidi e ghiera di conci tufacei dal lato della
valle (...). Inoltre esisteva un’altra porta in tutto simile a
questa, ma più spaziosa, nella testata dell’edificio.”
L’Orsi riferiva inoltre, che “Tali accessi originari sono stati
riaperti e verranno ripristinati” e che saranno ripristinate “le due
strette finestrine arcuate, a foggia di feritoie con larghi sguanci
verso l’interno ...” nonché un “semplice altare lapideo” “addossato
all’absidiola centrale, che discende sino alla radice
dell’edificio”.
Oltre che sulle caratteristiche strutturali dell’edificio, l’errata
ricostruzione dell’Orsi poggiava anche su un secondo elemento che
sembrava adattarsi molto bene all’edificio in questione. Si tratta
del toponimo riguardante il luogo: “Pozzolio”, che sembra richiamare
il titolo della chiesa parrocchiale di S.ta Maria “del Pozzo”, nel
cui ambito territoriale il luogo era ricaduto nel passato.
A tale riguardo c’è da dire che il titolo della chiesa parrochiale
di S.ta Maria “del Pozzo”, “del Puzzo”, “de Puteo” o “de Puccio”,
non trova alcuna corrispondenza con il toponimo che identifica il
luogo o “Timpa” di “Piccileo”. Quest’ultimo si ritrova nei documenti
nelle forme: “pizileo”, “Pizileonis”, “Piccileo”, “Pizzileo”,
“Piczileo”, “Pizzoleo” “appizileo”, “piczeleo”, ed ha un riferimento
onomastico. Corrisponde invece a verità che il luogo detto
“Piccileo” ricadesse nell’ambito territoriale della parrocchia di
S.ta Maria del Pozzo, e che questa chiesa fosse conosciuta come “di
Piccileo”. Il fatto che nello stesso ambito o quartiere detto
“Piccileo” ricadessero anche la chiese di S.to Giuseppe e quella
dell’Immacola Concezione, e la loro vicinanza, consentì che si
giungesse ad una errata ricostruzione, che potè giovarsi anche
dell’autorevolezza di Paolo Orsi.
Ques’ultima, evidentemente, suggestionò anche il compilatore della
scheda ministeriale redatta negli anni immediatamente precedenti il
secondo conflitto mondiale, che così riferisce: “Chiesa di Pozzoleo
(o detta di S. Filomena) in via Pozzoleo, fondazione originaria
normanna, soccorso (antico pozzo ?), alzata a pianta longitudinale,
con abside bizantineggiante, cupola con alto tamburo a vista
decorato di arcate e colonnine, portale ad archi acuti, limato e
scolpito in tufo, finestra profilata di tufo con colonnina, avanzo
di altra finestra (sec. XII – XIII) proprietà ecclesiastica” (Min.
Ed. Naz. 1938, p. 53).

