[Il convento di San Francesco di Paola a Roccabernarda]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 42-43/2001)
Il convento dei minimi di Roccabernarda fu
fondato nel 1539 dal frate Laurentius de Bernalda. Situato su di un
colle fuori le mura a cinquecento passi dalla città, aveva la chiesa
sotto il titolo di S. Geronimo1.
La formazione della mensa conventuale
Esso fu oggetto fin dalla sua erezione di donazioni da parte di
benefattori e di devoti, soprattutto del luogo, verso San Francesco
di Paola, così in breve tempo crebbe in fabbriche ed in ricchezza.
Nel 1544 il rocchese Antonio Ymmus donava al monastero delle terre
situate nel territorio del casale di S. Mauro in località “Caravà”,
in modo che i frati potessero utilizzare le rendite per la
riparazione delle fabbriche del convento2.
Nonostante le distruzioni e lo spopolamento a causa delle invasioni
turche, specie quella del luglio del 15473, che in pochi anni
dimezzarono la popolazione di Roccabernarda e dei vicini abitati4,
col passare del tempo i beni e le rendite del convento aumentarono
soprattutto per i numerosi lasciti per messe in suffragio. Ciò
permise ai frati di esercitare una intensa attività di compra-
vendita e di impiego del capitale, che attraverso una accorta, ed a
volte spregiudicata, attività creditizia porterà il convento ad
accumulare in pochi anni cospicui capitali con le relative rendite.
Nel 1575 Donna Fiore, vedova di Antonio de Marino di Roccabernarda,
lasciava al monastero per testamento per la salvazione della sua
anima una casa nel luogo detto “il piano del castello”5.
Nello stesso anno i frati vendevano una partita di vacche
ricavandone trecento ducati, che diedero a censo alla ragione del
10% a Gio. Francesco Inserra di Policastro6.
Nel 1582 il rocchese Antonino Cappa istituiva e dotava una cappella
sotto il titolo del SS.mo Salvatore nella chiesa del convento,
dotandola di una rendita di ducati tre annui con l’onere per i frati
di celebrare una messa ogni sabato. Dopo la morte del fondatore,
avvenuta nel 1586, l’obbligo fu soddisfatto dal figlio ed erede Gio.
Lorenzo Cappa il quale, “essendo morto di morte violenta per strada
ritornando da Napoli”, lasciò per testamento che nella sua cappella
si celebrassero altre due messe settimanali, il lunedì ed il
mercoledì. Così il primo agosto di ogni anno per le tre messe i
frati incamerarono nove ducati7.
Nel 1593 i frati vendettero alcune vacche ricavando cinquecento
ducati; trecento li diedero a censo all’università di Roccabernarda,
e duecento al conte di S. Severina Vespasiano Carrafa. Morto il
conte, la moglie Geronima Carrafa nel 1600 saldò il monastero con
“certi pezzotti d’artiglierie et alcune bestiame bovine”. I frati in
seguito cedettero i “pezzotti d’artiglierie” alla chiesa
dell’Annunciata di Policastro ricavando ducati 80, che furono dati a
censo8.
Alla fine del Cinquecento il convento aveva raggiunto una certa
floridezza economica tanto da mantenere 12 frati9 e poteva contare
su rendite sicure e più che sufficienti.
Un credito di ben 600 ducati al 10% era stato concesso
all’università della Roccabernarda. Tale somma era pervenuta al
convento metà dalla vendita di alcune vacche e l’altra metà dal
dazio, dalla salina di Neto e dalla vendita di alcune case lasciate
da un frate10. A questo credito c’era da aggiungere le rendite di
altri capitali. Tra i maggiori vi era quello di ducati 90 che si era
formato unendo il denaro riscosso dalle vendite di una casa, delle
artiglierie e di alcune cagne; un capitale di ducati 100 concesso
alla ragione del 10% a Gio. Vincenzo Sollazzo, denaro che proveniva
in parte dalla vendita di alcune vacche; un altro capitale di ducati
100 concesso in prestito al reverendo Rocco Guercio al 9% ecc.
Sempre in questi anni i frati aumentavano il loro avere con delle
terre situate nel “piano di Mulerà”. Esse provenivano da un voto
fatto da Maria Benincasa, la quale essendo il nipote Gio. Domenico
Visciglia “ammalato a morte”, aveva promesso a S. Francesco di
Paola, che se il nipote fosse guarito, le avrebbe date in
elemosina11.
Non mancarono anche donazioni al convento da parte di persone
particolarmente devote a San Francesco di Paola, divenuto col tempo
protettore di Roccabernarda, i quali fecero oblazione di sé stessi e
dei propri averi. Tra le scritture della fine del Cinquecento
spiccano l’obbligo per il convento di una messa al giorno per il
Duca di Nocera e quella con cui il rocchese Gio. Ammirato si fa
“offerto”.
Non mancarono in questi anni le liti. Tra le varie, risalta quella
che nel 1606 ebbe per protagonista Pietro Paulo Serra di Policastro,
erede del padre Battista e di Gio. Francesco Serra, i quali a suo
tempo avevano venduto ai frati un territorio per ducati 300.
Il terreno, del valore di gran lunga superiore, era stato ceduto per
stringente necessità con la condizione di retrovendita; che cioè
potesse ritornare ai venditori, o ai loro eredi, nel mese di agosto,
dopo la raccolta, previa restituzione del denaro. I frati tuttavia
rifiutarono ed il Serra inoltrò dapprima la sua protesta al vicario
di Roccabernarda, il quale la intimò inutilmente al correttore del
convento. Allora il malcapitato si rivolse alla curia arcivescovile
di Santa Severina, la quale ordinò al vicario di Policastro di
intimare, tramite un diacono coniugato, al correttore di consegnare
le terre. Invano, i frati risposero che obbedivano solo ai loro
superiori12.
Altre terre vennero al convento per devozione verso il santo e per
lasciti testamentari per celebrazione di messe. E’ quest’ultimo il
caso di una gabella detta Altofilica situata in territorio di
Policastro assegnata dai Guarani con l’onere della celebrazione di
due messe settimanali nella loro cappella della sacristia13.
Splendore e decadenza
Dalla “Nota” delle scritture eseguita sui protocolli del notaio
Giulio di Bona, che coprono il periodo dal 1588 al 1637, si possono
ricavare alcune informazioni sul ruolo economico del convento nei
primi decenni del Seicento.
Alle poche scritture della fine del Cinquecento, 10 atti in 12 anni,
fa riscontro l’intensa attività dei primi anni del Seicento. Tra il
1600 ed il 1630 il convento è parte in 50 atti dei quali la metà è
rogata nel solo primo decennio.
Trattasi nella maggior parte di atti di compra/ vendita di piccoli
terreni, di vignali, di case, di concessione di prestiti, di
affitti, di lasciti per messe in suffragio, di donazioni al convento
per devozione verso il santo. In seguito, man mano che ci si inoltre
nel secolo, decrescono gli atti, segno evidente della crisi
economica, che investe sia la società rocchese che il convento. Dai
27 atti notarili, stipulati nel primo decennio, si passa ai 14 del
secondo ed ai 10 del terzo14.
Il “Libro della Esigenza” del 1662, nell’elencare la rendita dei
numerosi censi ed affitti dei quali beneficiano i frati, ci fornisce
l’immagine del convento nel momento cruciale della crisi.
Vengono elencate 44 partite, 10 di affitto e 34 di censo, che danno
piccole rendite che gravano vigne e case di gente del luogo per un
totale di quasi 150 ducati annui.
Tre quarti delle partite hanno rendite annue inferiori ai tre ducati
e solo tre di esse superano i 10 ducati, quest’ultime si riferiscono
a capitali a suo tempo concessi al notaio Giacinto Amoruso, a Don
Francesco Sollazzo ed all’università di Rocca Bernarda.
L’università, con i suoi 42 ducati annui che deve al convento,
rimane di gran lunga la maggior debitrice15.
I gravi danni causati all’abitato di Roccabernarda, edificato “sopra
monti di mobili arene”, dal terremoto dell’otto giugno 1638, nel
quale morirono nove persone e causò distruzioni tale da “consigliare
l’edificazione dell’abitato in altro luogo16, e l’acutizzarsi della
crisi economica e demografica17 fanno diminuire le rendite; rallenta
l’accumulazione ed il convento è costretto a mutare il tipo della
proprietà, trasferendo gran parte del suo capitale dalla rendita
immobiliare e censuaria alla rendita fondiaria. Da una lista di
tutte le terre e rendite, compilata nel giugno 1639 dal frate
Domenico della Rocca risulta che il convento possedeva nell’abitato
di Roccabernarda un consistente patrimonio immobiliare nelle
località “Malopino”, “Scarponari”, “La Piazza”, “Lo Piano del
Castello”, “Lo Piano di S.ta Maria”, “La Valle”, “lo Borgo”,
“Sidani” ecc., composto da due botteghe, due case, una casa
palaziata, quattro casaleni e cinque catoi, che affittava “anno per
anno”. A causa del terremoto “che rovinò tutta la terra” gli edifici
furono “diruti” e abbandonati e da essi per lungo tempo non percepì
alcun utile. In seguito, quando la “terra si rihabitò” i frati se ne
sbarazzarono e quasi tutti furono venduti o dati a censo. Dalle
scritture del notaio Giacinto Amoroso risulta che nel trentennio dal
1640 al 1670 il convento è parte solo in 22 atti notarili. In genere
vengono documentate piccole partite di compra/vendita e
ricollocazione del capitale dato a censo. L’unica operazione
economica di una certa rilevanza, ma che dimostra che ormai
l’impiego creditizio del capitale non è più quello preferito dai
frati, è l’acquisto fatto nel 1645 del territorio, quasi
completamente boschivo, alberato solamente con alcuni alberi di fico
e di pero, di “Favata”. Per raggiungere tale scopo i frati dovettero
acquisire le diverse parti detenute da più proprietari: Gio.
Domenico Acquis, Francesco Dattolo, Giacomo Ceraldi, Gio Tommaso
Tigano e compiere un atto di permuta con Ferrante Accetta, dando a
costui, in cambio della sua parte, l’annuo censo che doveva al
convento Lupo Lauro.
Sempre in questi anni il convento, composto da quasi una decina di
frati18, prosegue l’ampliamento dei suoi fondi ed acquisisce altre
terre per lo più boschi di querce con pochi alberi da frutto (fichi
e peri). Anche in questo caso i frati sono animati, più che dalla
volontà di acquistare terreni redditizi, dalla necessità di
recuperare parte delle rendite, che altrimenti a causa
dell’insolvenza andrebbero perdute, in quanto da più anni non sono
più versate al convento. Ottiene così per annate di censi non pagate
nel 1652 “Li Comunelli” dall’università di Rocca Bernarda e nel 1665
le “Terre di Suero” dai Sollazzo. Alcuni atti come la donazione
fatta nel 1649 dalla suora Maria Galasso e nel 1657 l’oblazione al
convento della sua persona e dei suoi beni di Angelo Miniscano
mostrano il permanere della devozione verso il santo da parte dei
Rocchesi19.
La crisi
La situazione di stagnazione e di regressione economica si
prolunga. Da più di duemila anime, che Roccabernarda ancora aveva
nel 1648, trent’anni dopo nel 1675 è sceso a 845 abitanti20. La
contrazione è resa evidente dalla numerazione dei fuochi, cioè delle
famiglie tassate, che in un ventennio passano dalle 318 del 1648
alle 129 del 1669. Nonostante questa drastica decurtazione, è del
1682 una supplica del sindaco di Roccabernarda al vicerè con la
quale fa presente che l’università è oppressa dai commissari, in
quanto non può pagare il fisco regio secondo il numero dei fuochi;
molti cittadini, infatti, non ci sono più perché “morti, assentati e
falliti”. La stessa situazione si ripeterà dopo l’annata penuriosa
del 169621.
Le scritture del notaio Matteo Bernardi di Roccabernarda evidenziano
lo stato di crisi del convento in questi anni: dal 1671 al 1700 lo
troviamo partecipe in solo 13 atti. Di questi 11 si riferiscono a
piccole partite di compra/ vendita legate all’attività
creditizia/censuale. I due rimanenti, una donazione ed un acquisto,
riguardano l’acquisizione di due piccoli vignali in gran parte
boscosi limitrofi alla gabella di Favata: uno in località “La Valle
di Suora Laura” e l’altro in località “Spanò”. L’allargamento della
proprietà presso la gabella Favata procederà anche all’inizio del
Settecento con l’acquisto di un altro vignale dell’estensione di
circa tre tomolate “alborato di quercie, pochi pedi d’olive,
d’oleastri e fichi”, utilizzando a tale scopo il denaro dato in
elemosina dall’oblato Giovanni Massa di Roccabernarda; segno che
l’attività creditizia non è più remunerativa, sia per la crescente
difficoltà di riscuotere dai molti debitori le piccole rendite
dovute, sia dai numerosi “affranchi”, che impegnano di continuo i
frati a ricollocare il capitale22.
Dalla rendita censuaria alla rendita fondiaria
Dall’analisi dei rendiconti dei vari correttorati, ognuno dei
quali durava un anno, dal primo ottobre fino al settembre
successivo, che vede avvicendarsi di solito i quattro frati, che
costituivano il convento, cioè Domenico della Rocca, Matteo della
Rocca, Berardino della Rocca e Michelangelo della Rocca, possiamo
farci un’idea della vita economica.
In questi anni tra la fine del Seicento ed i primi anni del
Settecento il convento continuò ad allargare il suo patrimonio
terriero. Nel 1697 giunse a conclusione una lunga operazione
finanziaria, che portò alla completa proprietà della “gabella delli
Juliani” detta anche di “Mastro Simone”, situata nel corso di Molerà
Vecchio. L’acquisto era iniziato nel 1686 quando Marcantonio Ammenò
aveva ceduto i suoi beni al fratello Michel’Angelo Ammenò, uno dei
frati del convento. La proprietà era però gravata da alcune
ipoteche: 50 ducati dovevano essere pagati ad Antonia Facente, 15
ducati alla Cappella dell’Immacolata e 15 ducati al clero di
Roccabernarda. Dopo varie vicissitudini e liti finalmente nel 1697
il frate Michel’Angelo, utilizzando i soldi del convento, riuscì a
saldare i vari debitori e così il convento potette entrare in pieno
possesso della gabella. Alcuni anni dopo, nel 1711, i frati,
approfittando che i fratelli Sagace di Roccabernarda si trovavano in
difficoltà finanziarie, comprarono per ducati 111 la metà della
gabelluccia detta “della Taverna di Basso”. La gabelluccia aveva
l’estensione di circa 24 tomolate ed era “alberata di quantità di
querce, olive e altri alberi fruttiferi”. Anche in questo caso per
completare la compera i frati dovettero liberare la gabella da
alcune ipoteche, utilizzando a tale scopo un capitale ritornato al
convento da un censo affrancato, e pagare un capitale di ducati 40
all’8% con le terze decorse dovuto all’ospedale di Santa Severina23.
Questa politica di acquisto di nuovi fondi, che all’inizio era stata
dettata dalla necessità di non veder svanire il capitale, con il
riprendere dell’economia e del commercio granario fornirà un
sensibile incremento alle entrate. Da una media di circa 160 ducati
annui del quinquennio 1690/1694, si passa ai 200 ducati annui del
quinquennio successivo e quindi ai 230 ducati annui dei primi anni
del Settecento. Le rendite provenienti dal fitto dei terreni che sul
finire del Seicento rappresentavano circa un terzo delle entrate,
nei primi decenni del Settecento saliranno ai due terzi24.
Per avere un’idea dell’espansione della proprietà fondiaria basti
pensare che nel 1639 il convento possedeva 13 proprietà fondiarie,
quasi tutte di piccola estensione, vigne, vignali, giardini, molti
dei quali vicino alle muraglie del convento, con un unico territorio
di circa 140 tomolate, in località Caravà e che nei primi anni del
Settecento ne enumera 17.
Il cambiamento risulta sostanziale, non tanto perché i fondi
aumentano di numero ed alcuni sono ampliati, quanto perché i nuovi
sono più estesi e redditizi. Di fatto il fitto, in denaro e/o in
grano, proveniente dalle gabelle “delli Juliani”, della “Taverna di
Basso”, della “Lenza”, “delli Comunelli” e di “Favata”, tutte
gabelle acquisite dal convento dopo il terremoto del 1638, da solo
ammonterà a molto di più di quello che daranno tutti gli altri fondi
rustici messi assieme.
Facilita l’acquisto dei terreni anche la diminuzione del tasso di
interesse sui capitali dati in prestito, che incomincia a farsi
avvertire sul finire del Seicento. Di solito il convento esigeva il
tasso del 10% sui capitali dati a censo. Ciò era osservato in
genere; faceva eccezione l’università di Roccabernarda, che per
prammatica emanata dal vicerè nel 1612, aveva visto diminuire il suo
dare dal 10% al 7%.
Il ritorno al convento dei capitali affrancati perché troppo onerosi
rispetto al mercato, pone il problema del loro reimpiego, che col
passare degli anni diventa sempre più difficile e rischioso, anche
praticando tassi inferiori. Per non far rimanere il capitale in
cassa inoperoso, parte di esso concorre all’acquisto di nuovi
terreni25.
Vita economica
Oltre che sull’affitto dei terreni e sulle rendite dei censi,
che costituivano la parte maggiore e più sicura delle entrate, il
convento poteva contare anche sull’elemosine e sul bestiame. I
benefici che traeva da queste due ultime voci erano per lo più
incerte, in quanto esse variavano, anche di molto, da anno ad anno.
Particolarmente importante e consistente era il patrimonio
zootecnico. Dalla vendita di vacche, vitellazzi, carnaggio, corio e
latticinio (raschi, casicavalli, provole ecc.) il convento alla fine
del Seicento ricavava oltre un quarto di tutte le sue entrate. Altro
denaro proveniva il due aprile di ogni anno, giorno dedicato a San
Francesco di Paola, quando si svolgeva presso il convento una fiera.
Era questa un’occasione per raccogliere nel “bacile” l’elemosina sia
dei devoti che quella dei “marcieri”, dei mastri consatori e
calzolari. A questa si aggiungeva quella per le numerose messe, che
si celebravano in quel giorno, le offerte per l’olio e per la
polvere da sparo.
Note
1. S. Francesco di Paola e un nostro Diocesano, in Siberene p.
298.
2. Mazzoleni J., Fonti cit., p. 9.
3. Reg. Lat. 1799, ff. 54v-55r, ASV.
4. Roccabernarda passò dai 403 fuochi del 1545 ai 183 del 1561. Una
visita pastorale compiuta nel 1559 a Roccabernarda dal vicario
dell’arcivescovo di S. Severina evidenzia lo spopolamento e
l’abbandono con una decina di chiese scoperchiate o in abbandono,
Caridi G., Chiesa e società, Falzea 1997, pp.57 sgg.
5. Platea antichissima, in Libri antichi e Plateee, Cart. 80/2, f.
3r, ASCZ.
6. Platea cit. f. 4r.
7. Platea cit., ff. 5-6r.
8. Platea cit., f. 3v.
9. La Rocca Bernarda è terra di dui milia anime vicina a S. Severina
quattro miglia: ha due parochie con la cura distinta per famiglie:
l’una ha solo il suo parocho; l’altra, che è la chiesa matrice, è
servita dall’arciprete con quindici preti, quali vivono di loro
patrimonii et elemosine. Vi sono cinque compagnie, del Rosario,
della Concettione, del S.mo Sacramento, della SS.ma Annuntiata e di
S. Catarina; e tutti si servono cin elemosine. Vi è un piccolo
hospedale, et un convento dell’ordine di S. Francesco di Paola, qual
mantiene con le sue entrade, et elemosine dodici frati. Nel suo
distretto è il Priorato di S. Pietro de Nimfis grancia di S. Filippo
Argirò di Sicilia di valore di ducati trecento l’anno. Questa terra
è del contado di S. Severina, ma essendo stata venduta, hoggi la
possiede il S.r Duca di Nocera, Relatione dello stato della chiesa
metropolitana di Santa Severina, 1589.
10. Nel 1612 il vicerè emanava una prammatica ordinando che i censi
universali non potessero pagarsi più del 7%. Perciò la rendita del
monastero da 60 ducati passò a 42, Platea cit., f. 2v.
11. Platea cit., f. 6.
12. Libri antichi e Platee, Cart. 80/9, ASCZ.
13. Libri antichi e Platee, Cart. 80/9, f.45v, ASCZ.
14. Libri antichi e platee, Cart. 80/9 ASCZ.
15. Libro della Esigenza di questo con.to di Rocca Bern.da fatto
questo anno 1662, Libri antichi e platee, Cart. 80/4, ASCZ.
16. Utius De Urso in Boca G., Luoghi sismici di Calabria, Grafica
Reventino 1981, p. 221.
17. Numero dei fuochi di Roccabernarda: anno 1521 (Fuochi 264), 1532
(424), 1545 (403), 1561 (183), 1578 (183), 1595 (294), 1638 (300),
1648 (318), 1669 (129), 1732 (151) Pedio T., Un foculario cit.;
Barbagallo De Divitiis M.R., Una fonte per lo studio cit; ecc.
18. Nel luglio 1645 nel convento vi erano i frati: Domenico de
Geraci, correttore, Vittorio de Rocca Bern., Andrea de Rocca Bern.,
Domenico Siminaria, Berardino de Rocca Bern., Gregorio de Rocca
Bern., Bernardo de S. Blasio e Francesco de Roccella, Libri antichi
e platee, cart. 80/9.
19. Il 22 luglio 1657 il rocchese Angelo Miniscano offre sè stesso
ed i suoi beni al correttore del convento, il reverendo frate
Domenico di Rocca Bernarda, ANC. 180, 1657, 46.
20. Rel. Lim. S. Severina., 1675.
21. Prov. Caut. Vol. 287, f.77 (1697), ASN. La popolazione di
Roccabernarda rimarrà anche nel Settecento sotto i mille abitanti.
Nel 1725 ne conterà 786 e 856 nel 1744, Rel. Lim. S. Severina.,
1725, 1744.
22. Libri antichi e platee cart. 80/9, ASCZ.
23. Libri antichi e platee cart. 80/2, ASCZ.
24. Libri antichi e platee cart. 80/9, ASCZ.
25. Nel 1709 nella cassa a 4 chiavi del convento erano depositati
tre capitali: Uno di ducati 30 era stato affrancato da Gio. Fran.co
d’Acri nel 1707, uno di ducati 34 era pervenuto dalla vendita di 5
vacche ed un altro di ducati 30 era stato affrancato da Orlando
Facente alcuni mesi prima, Libri antichi e Platee, Cart. 80/6, ff.
63, 66v, ASCZ.

