[Il convento dei Cappuccini di Santa Maria degli Angeli di Crotone con chiesa di Santa Maria di Portosalvo]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato sulla Provincia KR nr. 31-32/1998)
Il convento dei frati dell'ultima, in ordine di
tempo, delle tre famiglie autonome del primo ordine francescano,
distaccatisi dagli osservanti per condurre una vita regolata da
principi di una rigida povertà, fu costruito all’inizio del Seicento
tra la città e l'Esaro lungo la strada del Ponte e vicino alla
spiaggia.
La piccola costruzione con un piccolo orto era sotto il titolo di
Santa Maria degli Angeli e la chiesa ad una sola navata dedicata a
Santa Maria di Portosalvo.
Facilitarono la nascita del convento i coniugi Lelio Lucifero ed
Ippolita Pipino che nel dicembre 1579 avevano donato il terreno con
la condizione che fosse utilizzato per costruirvi il convento1.
Tuttavia si incominciò la costruzione molti anni dopo durante il
vescovato di Carlo Catalano, il quale ai cinque monasteri maschili
già esistenti (conventuali, osservanti, paolotti, domenicani e
carmelitani) aggiunse quello dei Cappuccini2.
Infatti il 18 aprile 1612 il vescovo ed i rappresentanti del governo
cittadino si impegnarono in presenza del regio capitano della città
Don Alonso de Ribera e del frate cappuccino Bernardino de Castello
ad Mare a fornire i mezzi finanziari per erigere il convento.
"Como essa città molti anni sonno have desiderato et desidera
introdurse, erigerse et fundarse in essa lo monasterio di R.di Padri
Cappuccini da longiss.o tempo ad questa parte, considerando et
attendendo che tra l'altre opre di pietà, la precipua et principale
è construerse et fundarse monasterii in una città quali come
propugnaculi spirituali resisteno et defendeno la città dagli
impetuosi et rabbiosi morsi et veleni del diavolo infernale inimico
dell'humana generatione quale come rugiente leone de continuo va
circuendo et cercando devorare l'anime christiane fatte ad imagine
et similitudine et dalla potente mano di sua divina Maestà et
attendendo ancora di quanto utile et beneficio sarà d.o monastero
per l'exemplare et christiana vita, et continue orationi appo la
divina misericordia di detti R.di padri cappuccini", i sindaci e gli
eletti della città ed il vescovo danno il consenso alla sua erezione
impegnandosi a versare ogni mese di maggio, a partire dal maggio
1612, i primi 200 ducati ed il secondo 100 per la costruzione del
convento, mentre per il loro sostentamento i frati, in numero
adeguato, faranno ricorso alle elemosine del popolo3.
Passeranno ancora cinque anni dalla stipula di questo pubblico atto
prima che i Cappuccini prendano possesso del nuovo convento,
composto oltre che dalla chiesa, da numerose celle, un refettorio,
un chiostro, un orto, il pozzo ed un giardino.
La piccola comunità che alla metà di quel secolo era formata da tre
sacerdoti, un chierico e due laici professi viveva con le elemosine
ed i lasciti per le messe in suffragio che venivano celebrate dagli
stessi frati nella chiesa dove ben presto avevano trovato posto
alcune cappelle di famiglie nobili.
La più importante era quella intitolata a Sant'Anna, fatta edificare
a sue spese dal barone di Apriglianello Gio. Dionisio Suriano4, dove
troveranno dimora le spoglie del fondatore, il quale prima di morire
aveva disposto di essere seppellito "con l'habito de capuccini,
pregando al F.re guardiano de Padri del d. Ven.le convento, che si
degnino honorare il mio cadavero et conducermi, quattro d'essi padri
dalla mia casa a d.o ven.le monastero"5 , la sua consorte Lucrezia
Lucifero6 ed i suoi discendenti che lascieranno al convento numerosi
legati per dire messe in suffragio7.
Quale fosse la motivazione che spingeva alcuni a vestire l'abito lo
possiamo intuire da un fatto accaduto pochi anni dopo la sua
fondazione.
"Essendo successo l'homicidio in persona di Gio. Fran.co Mangione si
fornì informatione et inquisitione contro don Michele d'Ayerbe de
Aragonia tanto in questa Regia Corte di Cotrone come anco nella
Regia Audientia di Calabria Ultra et gia corte della Vicaria, dalle
quali fu citato, reputato contumace,fu bandito et finalmente fu
giudicato de homicidio detto don Michele".
Perseguitato dalla famiglia rivale, per non essere ucciso, Michele
d'Ayerbe si offrì di farsi cappuccino e di ritirarsi in monastero.
Ma i familiari del Mangione non sono soddisfatti e "sempre hanno
cercato di perseguitarlo et per tanto tempo hanno durato
nell'istesso odio, romore et intensa volontà di vendetta".
Alla fine "essendo stati moniti et riprovi da diverse persone
religiosi" si accontentano del fatto che l'Aragona si sia fatto
cappuccino8.
Posto fuori ma poco lontano dalla città lungo la via che andava
verso il ponte sull'Esaro nelle sue vicinanze furono costruiti, poco
dopo la fondazione del convento, alcuni magazzini per la
conservazione del grano9.
La sua posizione era inoltre ritenuta favorevole per coloro che
avevano debiti con la giustizia.
In esso, contando sul fatto che vi si godeva il diritto d'asilo,
trovavano ospitalità numerosi banditi e ricercati10 ed in esso
all'occasione si rifugiavano coloro che temevano la vendetta degli
avversari o i coloni che a causa di un'annata scarsa, non avendo il
denaro per far fronte ai debiti contratti, cercavano di sfuggire al
carcere11.
Tra i vari episodi legati al godimento di questo diritto ricordiamo
quello che nel 1753 ebbe per protagonista Antonio Le Pera che si
rifugiò nella chiesa dei Cappuccini per aver commesso un delitto nei
confronti di Gregorio Garasto, figlio di Michelangelo.
Durante il periodo in cui egli fu costretto a vivere nella chiesa
egli mantenne i contatti con l'esterno tramite un suo amico, il
mastro barbiere Francesco Liotta, che di continuo si recava a
trovarlo e gli forniva tutto ciò che gli era necessario per poter
continuare a vivere nel rifugio.
Passando il tempo e divenendo sempre più oneroso trovare i mezzi per
potersi sfamare un giorno il Le Pera invitò il mastro a recarsi a
suo nome presso una ragazza di nome Rosa Caruso, con la quale aveva
avuto una relazione, per chiederle di aiutarlo.
La Caruso tramite il mastro inviò al Le Pera dapprima dei maccheroni
e poi più volte il cibo necessario per potersi sfamare e così
rimanere nel rifugio.
Frattanto il Le Pera riusciva ad accordarsi e così un giorno, sempre
tramite il mastro, chiese alla ragazza di impegnare dei preziosi
perché con quel denaro egli avrebbe tacitato coloro che lo
perseguitavano e, risolta la sua situazione, avrebbe potuto
abbandonare senza pericolo il rifugio e, non più perseguitato,
l'avrebbe poi sposata.
La ragazza si fidò della promessa ed impegnò tutti i suoi gioielli
presso lo strozzino Tommaso Soda e poi invio i soldi al Le Pera che
così riuscì a tornare libero ma non mantenne la promessa di
matrimonio12.
Sempre in questi anni i cappuccini sono richiamati da una
testimonianza che li vuole implicati, anche se non direttamente, in
alcuni furti commessi dai marinai della tonnara di Bernardino
Suriano che è stata piantata a Capo delle Colonne. I marinai secondo
queste accuse rubano di continuo dello sgombrino salato e lo
scambiano con i cappuccini ricevendo “tabbacco di pippa, minestra e
pane”13.
Nella primavera del 1701 esso fu al centro dell'attività del frate
Antonio dell'Olivadi , "missionario apostolico dell'ordine dei
cappuccini", il quale appena giunto in città, piantò le croci lungo
la strada "de capuccini" e nella chiesa, "tra diluvi di lacrime",
tenne affollatissime prediche quaresimali serali.
Per la devozione che la popolazione portava alla chiesa dei
cappuccini egli vi fece erigere una nuova cappella, abbellendola con
quattro statue, rappresentanti un crocifisso spirante, la madre
SS.ma dei Sette Dolori, S. Francesco e S. Antonio da Padova.
Prima di abbandonare la città, l'Olivadi donò la cappella e le
statue alla città di Crotone e per essa al sindaco dei nobili Gio.
Battista Barricellis con la condizione che qualora si dovesse
togliere una delle statue per trasportarla in città, essa non
potesse rimanere fuori della sua cappella più di 24 ore14.
Poco dopo la metà del Settecento, la chiesa e l'unito convento si
presentavano in ottimo stato e non avevano bisogno di restauri . I
monaci, che niente possedevano se non un piccolo orto, attiguo al
convento, vivevano con le elemosine delle messe e con le donazioni
dei fedeli15.
Nella chiesa vi erano sei altari curati dagli stessi religiosi (
Madonna degli Angeli libero, Immacolata Concezione gentilizio della
famiglia Oliverio, Madonna di Porto Salvo gentilizio della famiglia
Berlingieri, Sant'Anna gentilizio della famiglia Suriano, SS.
Crocifisso libero e San Fedele Martire gentilizio della famiglia
Lucifero)16.
Soppresso dopo il terremoto del 1783 ed amministrato dalla Cassa
Sacra, nella chiesa erano rimasti cinque altari (tre a sinistra e
due a destra), essendo venuto meno quello del SS. Crocifisso.
Il convento era costituito dalla chiesa ,dal chiostro, da quattro
dormitori, da un piccolo orto con pila ,pozzo e canalette, da un
giardinello e vaglio e dal magazzino, composto da due stanze
terranee17
Dopo la soppressione ,per una clausola donativa e con dispaccio del
16.4.179618, il convento, l'orto ed il giardino ritornarono di
proprietà dei discendenti di coloro che a suo tempo avevano donato
il terreno, cioè dei Lucifero.
Nel 1805 esso risulta "abbandonato a militare"19.
All'atto della soppressione il convento è così descritto :
"- Chiesa. In d.a una porta grande con suo catenaccio, e sbarra al
Didentro. Altare mag.e tutto spogliato di sacri aredi, solo vi è un
cancello di legname vecchio. A man sinistra vi sono tre cappelle, ed
a mano destra altri due tutti spogliati come sopra. Un pulpito. Al
altare mag.re ai laterali vi sono due porte vecchie, che conducono
alla sacrestia, ed in detta vi sono travi vecchi n.sette. A mano
destra evvi altra porta vecchia. La copertura di detta chiesa è
fatta a lamia. Quadri di diverse effigie n. quindici. Pavimento di
mattoni, che bisogna di restazione.
- Chiostro. In detto vi è una porta vecchia, chiusa con sbarra al
didentro. Il medemo è composto di quattro corritori. Al di dentro un
vaglio con sua cisterna. A mano destra tre magazini in uno de quali
manca la porta, e vi sono travi vecchi e li altri fatti a lamia.In
d.o chiostro vi è una porta, che conduce al quarto di sopra a mano
sinistra. Li angoli di d.o chiostro sono coperti di canali porzione
rovinati. A mano destra evvi altra porta senza legname, che si va al
refettorio. Il pavimento del med.o tutto rovinato. Finestre con
cancelli n. due di legname. Nella copertura vi sono travi n.
tredici. In detto vi sono altre due divisioni, che servivano per
dispensa, ed in detta vi esistono due cancelli di legname vecchi, e
nella copertura travi n. nove, ed il pavimento tutto guasto.
- Salita del chiostro. Evvi una scala di legname buona.
- Primo dormitorio. A mano sinistra vi esistono sei celle con loro
rispettive porte, in una di esse vi è un altarino sfornito di sacri
aredi con piccole finestre, mancando ad una di esse due finestre, ed
una porta. A mano destra vi sono due fenestre, senza chiudende.
- Secondo dormitorio. A mano sinistra verso la città vi sono cinque
celle con porte e finestre vecchie.
- Coro. Il medemo è sfornito di legname de sedili, e vi sono tre
finestre vecchie nel pavimento poche tavole, un leggio, ed una
orchesta di legname.
- Terzo dormitorio. In detto vi sono due porte vecchie.
- Quarto dormitorio. In detto vi sono sette celle con sue porte
vecchie, tre finestre una altra cella senza porta. Un luogo commune
con due stanziolini. Il pavimento distrutto."20
Note
1. Con atto del notaio Gio. Galasso del 18.12.1579, Vaccaro A.,
Kroton, Mit 1965, Vol.II, p.246.
2. Rel. Lim. Crotonen. 1621.
3. Erano sindaci della città Peleo Pipino ed Antonio Laporta , ANC.
49, 1612, 12-13.
4. Nel 1663 Fra Francesco Suriano, cavaliere gerosolimitano e figlio
di Gio. Dionisio, fa testamento e promette delle donazioni ai
fratelli con altro onere che di celebrare tre messe alla settimana
in perpetuo nella cappella di suo padre esistente dentro il
monastero dei cappuccini nella quale intende farsi seppellire se
morirà in questa città, ANC. 253, 1663, 37- 38.
5. ANC. 229, 1655, 144 ; "Adi 5 febraro 1647 passò da questa a
miglior vita il signor Gio. Dionisio Suriano barone di apriglianello
et si sepellì al monastero de padri Capoccini et pagò" Libro de
Morti, AVC.
6. 24.10 1665 muore Lucretia Lucifero ed è sepolta nel monastero dei
padri Cappuccini, Libro de Morti, AVC.
7. Clarice Suriano, figlia di Gio. Dionisio, desidera essere
seppellita nel sepolcro di famiglia dei suoi antenati posta nella
chiesa dei Cappuccini e lascia duc. 60 perché con il loro frutto si
dica una messa alla settimana per la sua anima nella cappella, ANC.
334, 1671, 68 ; Lo stesso fa Giacinto Suriano che lascia duc.50 per
far celebrare dai cappuccini messe in suffragio, ANC. 333, 1674,
53-58 ; Anna Suriano lascia duc.15 annui per tre messe settimanali
perpetue nella cappella di S. Anna nella chiesa dei Cappuccini in
suffragio dell'anima del padre Annibale, ANC. 1343, 1770, 79.
8. ANC. 108, 1634, 126-127.
9. Alla metà del Seicento nel luogo detto "li magazeni delli
Capoccini" vi erano i due magazzini di Dionisio Suriano, quello dei
Caparra, che confinava con l'orto del convento, e quello di Gio.
Bernardino Longobucco, ANC. 229, 1657, 69.
10. Alcuni ricercati si rifugiano nella chiesa del Carmine ma il
governatore li fa arrestare e portare nelle prigioni del castello.
Interviene il vescovo ed essi devono essere rilasciati ma nel
frattempo sono fuggiti e si sono rifugiati nel monastero dei
cappuccini, ANC. 333, 1674, 84.
11. Nello scontro tra le famiglie Barricellis e Suriano, il
comandante tedesco su ordine del regio giudice cerca di carcerare
Domenico Barricellis ma il regio governatore riesce ad uscire in
carrozza dalla città e a metterlo al sicuro nella chiesa dei
Cappuccini, ANC. 664,1733, 173-174.
12. ANC. 1266, 1754, 45.
13. ANC. 793,1743,15.
14. ANC. 338, 1701, 112-112v.
15. Rel. Lim. Crotonen. 1774.
16. Nel 1777 era superiore il P. Fr. Francesco Antonio da
Guardavalle, Nota delle chiese e luoghi pii cit., 1777.
17. Lista di carico consegnata a D. Giacomo D'Aragona, 1790.
18. Vaccaro A. cit.,Vol. II, p.246.
19. Elenco dei luoghi pii laicali, Cotrone 16 marzo 1805, AVC.
20. Stato attuale delle fabbriche de monisteri, conventi e luoghi
pii della città di Cotrone, che si consegnano al Regio
amministratore D. Giacomo D. Aragona li due giugno 1790.

