[Il convento domenicano di Belcastro]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 19/2003)
Il primo convento domenicano in diocesi di
Belcastro fu edificato sotto il titolo di Santa Maria della Grazia.
Esso era situato a circa due miglia di distanza dalle mura della
città in località “Forestella”. Secondo il Fiore alla sua
costruzione contribuirono i cittadini del luogo Gio. Alfonso e
Stefano Pugliesi. L’anno in cui avvenne è indicato dallo stesso
Fiore nel 1393. Non concorda sulla data di fondazione una relazione
della metà del Seicento stesa dai domenicani di Belcastro, i quali
rifacendosi a presunti documenti esistenti nel convento, ma alla
prova di dubbia autenticità, pongono la fondazione del convento al
1451.
Il nuovo convento
Se è controversa la data di fondazione del primo convento
domenicano di Belcastro, è invece sicuro che in seguito i domenicani
lasciarono il vecchio convento troppo lontano dalla città e si
trasferirono in uno nuovo vicino alle mura. Ciò avvenne secondo il
Fiore nel 1480. Secondo la relazione seicentesca la data di presa di
possesso, questa volta ben documentata, del nuovo convento è fissata
al 1491. L’abbandono evidentemente avvenne a causa del pericolo
turco ed il nuovo convento venne intitolato a San Domenico1. Così è
descritto in una relazione il trasferimento nel nuovo convento: "
L'anno 1491 fu trasferito d(ett)o con(ven)to per la distansa et
commodità delli cittadini; et fu impetrato breve Apostolico di Papa
Innocentio ottavo come appare sotto la d(at)a delli 22 di luglio del
anno 1491 sigillato col sugello di piombo, et cordella di canape;
facendo espressa mentione della bolla di Bonifatio ottavo, che non
ostante detta bolla si possa trasferire il d(ett)o monasterio, et
ridursi vicino la città in distansa di tre canne sotto il titulo di
Santo Dom(eni)co, con il consenso della citta, et mediante
instrumento li fu concesso questo luoco"2.
Alla fine del Cinquecento in diocesi di Belcastro troviamo tre
piccoli conventi: "uno di S. Domenico, l'altro di S. fran(ces)co
delle scarpe l'altro di terziari di S. fran(ces)co3. Secondo le
relazioni dei vescovi di Belcastro di quel periodo tutti e tre sono
abitati da pochi frati: quello domenicano da tre o quattro
sacerdoti, quello dei conventuali da due e quello del terzo ordine
di S. Francesco da uno o due sacerdoti4.
Alla metà del Seicento
Al tempo del vescovo Francesco Napoli (1639 – 1651) tra i tre
conventi esistenti in diocesi di Belcastro, quello domenicano è il
più importante, sia per rendite che per il numero di frati che
ospita. Esso infatti, secondo il vescovo, può contare su una rendita
annua di oltre cinquecento ducati, mentre quello dei conventuali ne
ha circa duecento e quello della SS. Trinità dei terziari
francescani solo settanta; il primo ospita, o può mantenere, dodici
frati mentre negli altri ce ne sono solo due o tre. Inoltre il
convento domenicano svolgeva una meritoria attività culturale a
favore dei frati e dei cittadini in quanto "in eo est erectum
studium philosophiae in fratruum et secularium commoditatem"5.
Per tale motivo a Belcastro solo i domenicani riusciranno a passare
indenni dalla soppressione dei piccoli conventi, prevista dalla
Costituzione Innocenziana, come evidenzia il vescovo Carlo
Sgombrino: " Non ci sono in detta città monasteri femminili ma uno
solo maschile dell'ordine dei predicatori perché gli altri due, cioè
quello di San Francesco dell'ordine dei conventuali e quello della
SS.ma Trinità del terzo ordine di San Francesco, furono soppressi in
vigore della Bolla di Innocenzo X"6.
Nel 1650 la "famiglia" domenicana di Belcastro infatti risultò
composta da sei componenti, il numero appena sufficiente per
sfuggire alla soppressione. Nel convento vi erano tre sacerdoti (il
priore fra Domenico Zito, il sacerdote fra Gio. Battista di Soriano
ed il lettore fra Giacinto di Zagarise), due fratelli laici professi
( fra Domenico di Soriano e fra Pietro di Mesoraca) ed un serviente
laico.
Si sa che alla metà del Seicento i frati ripararono il monastero.
Per far ciò essi dovettero anche indebitarsi per ducati sessanta per
riparare "l'intempiata". Allora la costruzione era composta dalla
chiesa dedicata a San Domenico, che era lunga palmi settanta e alta
quaranta, e da due dormitori con quattordici stanze; inoltre vi
erano delle "officine" situate nei bassi. Il convento era chiuso da
mura vicino alle quali vi era l’orto con alberi fruttiferi. I frati
possedevano numerosi terreni di varia natura e di diverso uso, che
davano in fitto. Tra i più redditizi erano quelli adatti alla
semina, che di solito erano affittati tre anni a semina e tre a
pascolo. Essi erano situati in località “Crina”, “L’acqua della
Fico”, “Il Cavalcatore”, “Furca”, “La Cona”, “Drialo” e “Juani
Marra”. Vi erano poi quelli adatti solo al pascolo, che erano in
località detta “La Cubica o Chiubica”. A ricordo di dove anticamente
sorgeva il primo convento, i domenicani conservavano una vigna ed un
territorio boschivo in località La Forestella. Vi era poi la
“possessione” con alberi fruttiferi detta “La Torre di San Domenico”
e la vigna con alberi da frutto di “Campia”. A questi terreni era da
aggiungere un castagneto ed un oliveto. In passato numerosi piccoli
fondi erano stati concessi in enfiteusi a coloni del luogo, previo
il pagamento di un censo perpetuo annuo. Dai censuari al convento
proveniva ogni anno 40 tomoli di grano e 168 ducati. Altri 45 ducati
versava l’università di Belcastro alla quale i frati avevano ceduto
la mastrodattia. Completavano le entrate i proventi del mulino e le
elemosine al tempo della raccolta in grano, denaro, olio ecc. e
quelle per funerali, cera ed altro. I domenicani di Belcastro
stimavano l’entrata annua calcolata sugli ultimi sei anni in circa
357 scudi romani, mentre l’uscita in 337 scudi. Anche se le entrate
erano sottostimate, in quanto da altre fonti si sa che erano di
solito abbondantemente superiori ai cinquecento ducati annui, e
all’opposto le uscite erano state gonfiate, il convento risultò
attivo. Quasi la metà delle entrate proveniva da censi, segno che
col passare del tempo tanti terreni non erano più amministrati dal
convento, ma erano definitivamente passati ai privati. Per
amministrare il rimanente che veniva affittato, bastava di solito la
presenza di due o tre frati. Tra le uscite primeggiavano le spese
per il vitto e per il vestiario dei sei religiosi, che da sole
rappresentavano i tre quarti del totale, seguivano quelle per il
mantenimento del somaro, per il serviente, per il consueto ed
ordinario mantenimento della chiesa e del convento, per le medicine,
per il pagamento di alcuni censi passivi, per le contribuzioni
all’ordine ecc7.
Liti con i vescovi
Tuttavia nonostante questa discreta floridezza e forse per tale
motivo, alla fine del Seicento il vescovo Giovanni Emblaviti (1688 –
1722) ne chiese la soppressione, adducendo che era piccolo e che i
monaci non osservavano le regole. Esso inoltre secondo il vescovo
non era consono alle prescrizioni previste dalla bolla papale, in
quanto aveva poche rendite e di solito non vi abitavano i sei frati
previsti, ma solo due monaci sacerdoti e tre conversi, ossia oblati.
Facendosi forza su queste accuse, il vescovo sollecitava un
intervento papale in modo da estinguere il convento domenicano, per
poterne incamerare ed amministrarne le rendite, con il pretesto di
assegnarle per il seminario8. La lite tra il vescovo Emblaviti ed i
domenicani si prolungò. Il presule proseguì nel suo tentativo,
denigrando di continuo il convento ed i frati che vi abitavano;
descrivendo il luogo privo di una regolare osservanza e la vita dei
frati non rispondente ai principi religiosi, pietra di scandalo per
i cittadini e continua occasione di offesa per il vescovo.
L'Emblaviti si premurò di informare di ciò anche il provinciale
dell'ordine, invitandolo ad intervenire per riportare i domenicani
di Belcastro sulla retta via9.
La conflittualità tra il vescovo ed i domenicani si prolungò durante
tutto il lungo periodo in cui l'Emblaviti rimase sulla cattedra
vescovile di Belcastro, trovando più volte occasione di accendersi
pubblicamente. All'inizio del Settecento il vescovo interveniva
contro i frati, perché si erano permessi di erigere senza il suo
consenso una confraternita laica sotto il Nome di Gesù, che si era
aggiunta a quella già esistente del Rosario. Le due confraternite
ben presto vennero a lite dentro la chiesa, suscitando tra i
cittadini occasione di grande scandalo. Prendendo spunto da tale
avvenimento l'Emblaviti minacciò i frati a non istituire nuove
confraternite senza il suo consenso e proibì ai laici di
parteciparvi. Poiché i domenicani opposero il fatto di godere per
licenza papale di tale diritto, il vescovo richiese un parere alla
Sacra Congregazione. La conflittualità tra il vescovo ed i
domenicani si prolungò durante tutto il lungo periodo in cui
l'Emblaviti rimase sulla cattedra vescovile di Belcastro10.
Anche se i frati si opposero tenacemente, l'Emblaviti proseguì nel
tentativo di porre il convento sotto la sua giurisdizione e più
volte nonostante le proteste lo sottopose a visita11. A causa della
cattiva amministrazione proseguiva la perdita dei beni del convento.
E’ di questi anni un intervento del papa Clemente XI il quale il
primo maggio 1719 si rivolgeva ai vescovi di Belcastro, Isola e
Catanzaro o ai loro vicari generali affinché intervenissero a favore
del priore e del convento domenicano per recuperare e far restituire
i beni sottratti12. Se da una parte i frati tentavano di recuperare
i beni sottratti illecitamente dall’altro dovevano fronteggiare i
tentativi vescovili.
Il successore dell'Emblaviti, Michelangelo Gentile (1722 - 1729),
rivolgendosi alla Sacra Congregazione, affermava che "....poiché
manca il numero di sei religiosi come previsto dal decreto "Ut in
parvis" di Innocenzo X, non vi è dubbio che essi debbano soggiacere
alla correzione e alla visita del vescovo, come in effetti il mio
predecessore ha fatto. Anch'io in conformità dello stesso decreto
curerò visitarlo, in quanto al presente manca una regolare
osservanza ed ha bisogno di essere riformato dal profondo. Comunque
chiedo un Vostro responso"13. Stretti dalla soggezione vescovile, i
domenicani cercarono di opporsi aumentando i componenti della
"familia" ma il vescovo ribadì che non vi vigeva una regolare
osservanza e che anche se vi era un numero sufficiente, cioè quattro
sacerdoti e due laici, essi non risultavano conformi al decreto "Ut
in parvis", non essendo di provata vita religiosa e di età matura.
Perciò il convento rimaneva soggetto alla sua giurisdizione14.
Verso la soppressione
L'ostilità vescovile riprese al tempo del vescovo Tommaso
Fabiani (1755- 1778): "Nella città di Belcastro c'è il solo convento
dell'ordine dei predicatori, che dapprima fu fondato nel luogo detto
S. Maria de Forestella, a circa un miglio di distanza dalla città.
Dopo fu trasferito entro le mura della città, dove attualmente si
trova. Esso ha una rendita annua eccedente i 400 ducati, ma
nonostante ciò a causa della cattiva amministrazione i religiosi
vivono parcamente. Vi abitano due o al massimo tre frati e due
laici, o conversi, che d'estate a causa dell'aria perniciosa, si
trasferiscono altrove, lasciando solo un laico a custodire il
convento. Secondo la Costituzione di Innocenzo X è soggetto alla
giurisdizione vescovile, anche se i miei predecessori hanno
trascurato di visitarlo"15.
Al tempo della soppressione dopo il terremoto del 1783 nel convento
vi erano solo tre monaci16.
La soppressione definitiva avverrà durante il Decennio francese17.
Note
1. Fiore G., Della Calabria cit., II, 391.
2. Relatione del Con.to di San Dom.co di Belcastro, S. C. Stat.
Regul., Relations, 25, ff. 751 -755, Arch. Segr. Vat..
3. Rel. Lim. Bellicastren. 1592.
4. Rel. Lim. Bellicastren., 1603.
5. Rel. Lim. Bellicastren., 1645.
6. Rel. Lim. Bellicastren., 1665.
7. Relazione del Con.to cit.
8. Rel. Lim. Bellicasren., 1692.
9. Rel. Lim. Bellicastren., 1699.
10. Rel. Lim. Bellicastren., 1703
11. Rel. Lim. Bellicastren. 1718
12. Russo F., Regesto, 53774.
13. Rel. Lim. Bellicastren., 1727.
14. Rel. Lim. Bellicastren., 1735.
15. Rel. Lim. Bellicastren., 1758.
16. Vivenzio G., Istoria e teoria de’ tremuoti, Napoli 1783, (14).
17. Caldora U., Calabria napoleonica (1806 -1815) cit., p. 221.
***
Le entrate del convento di San Domenico di Belcastro come risultano
in una relazione fatta il 7 marzo 1650 e sottoscritta dal priore
Domenico Zito e dai frati Gio. Battista Soriano e fra Giacinto di
Zagarise.
Il Monasterio di San.to Dom.co del Ordine di pred.ri situato nella
citt.a di Belcastro primieramente fu edificato fuori della città
sotto il titulo di Santa Maria della gratia distante della città due
miglia l'anno del sig.re mille quattro cento cinquantuno con il
consenso di Papa Alessandro sesto come per breve, con il sugello di
piombo con cordella di canape fu questo assenso inpetrato dalla
Università et populo et dimororno li frati in questo monasterio in
sino l'anno mille quattro cento novant'uno.
L'anno 1491 fu trasferito d.o con.to per la distansa et commodità
delli cittadini; et fu impetrato breve Apostolico di Papa Innocentio
ottavo come appare sotto la d.a delli 22 di luglio del anno 1491
sigillato col sugello di piombo, et cordella di canape; facendo
espressa mentione della bolla di Bonifatio ottavo, che non ostante
detta bolla si possa trasferire il d.o monasterio, et ridursi vicino
la città in distansa di tre canne sotto il titulo di San.to Dom.co,
con il consenso della citt.a, et mediante instrumento li fu concesso
questo luoco.
Ha la chiesa sotto titulo et invocatione di Santo Dom.co.
E di struttura d.a chiesa da palmi settanta di lunghezza et da
quaranta di altezza tiene dui dormitori con quattordici stanze, et
officine nelli bassi.
Al presente dimorano di famiglia sei cioè tre sacerdoti: Il P. fra
Dom.co Zito Priore, il P. fra Gio. batt.a di Soriano sacerdote, Il
P. fra Giacinto di Zagaresi lett.re, dui fratelli laici professi
cioè fra Dom.co di Soriano, et fra Pietro di Mesoraca, et un altro
serviente laico seu famulo.
Possiede il d.o monasterio terreni lavorativi in più e diversi
luochi del territorio li quali si chiamano in questo modo:
Nel territorio di Crima due pezzi di terreni di tumula vinti per
ciaschedun pezzo li quali fatti il computo da sei anni in qua
rendono per ciaschedun anno scuti di camera dudici
Item un altro pezzo di territorio loco detto l'acqua della fico di
tumulate vinti quale fatto il computo da sei anni in qua si trova
che ogni anno rende scuti di camera sei.
Item un altro pezzo di tumulate vinti loco detto il cavalcatore se
ne riceve ogni anno scuti di camera 6.
Item un altro pezzo di terreno di vinti tumulate loco detto furca
fatto il calculo di sei anni ut supra se ne riceve ogni anno scuti
di camera 6
Item tre altri pezzi di terreni uno loco ditto la cona l'altro
Drialo et altro juani marra da tumuli otto l'una li quali ogni anno
ne riceve da tutti tre scuti di camera 6
Quali terreni si vendono in erbaggi. Item dui altri pezzi di terreni
loco detto La Cubica seu Chiubica da vinti cinque tumulate delle
quali il con.to ne sole ricevere un anno per altro da sei anni in
qua scuti dui di camera. 2.
Item possiede tumula quaranta di grano ogni anno da diversi
censuarii in perpetuum quali s'apprezzano un anno per l'altro scuti
di camera vinti sei et pauli diece.
Item possiede una vigna loco detto La forestella la quale rende in
vino al con.to scuti duoi di camera. 2.
Item nella detta Forestella possiede un territorio di boscho si
affitta per erbaggio l'un anno per l'altro scuti sei. 6
Item possiede una possessione loco detto la torre di San.to con
celsi et altri arbori fruttiferi, et non fruttiferin rende al con.to
l'un altro per l'altro scuti cinque 5.
Item possiede una altra vigna con alberi fruttiferi, loco detto
Campia la quale rende al con.to scuti tre. 3.
Item tiene un orto vicino le mura del con.to con celsi, et altri
arbori fruttiferi il monastero ne riceve ogni anno per affitto scuti
sette. 7
Item possiede un molino da grano dal quale si recevono tumula di
grano quaranta otto delle quali levatene le spese delle pietre, et
altri acconci restano al con.to scuti di camera vintitre (23).
Item possiede un castagnito dal quale sene riceve ogni anno in
affitto scuti duoi . 2,
Item possiede un oliveto che l'un anno per l'altro si affitt.a un
scudo.
Item possiede diversi censi da vari et diversi censuarii in più e
diverse partite scuti di regno 168 redutti in scuti di camera ogni
anno ne riceve scuti cento et dudici (112).
Item possiede dall'università della d.a citt.a di Belcastro ogni
anno per un cambio della mastrodattia scuti di regno quarantacinque
che redutti a scuti di camera sono scuti trenta (30).
Item suol cavare da elemosine incerte ma consuete di diversi
benefattori oglio, pane, grano, denari che riducendo il tutto a
moneta romana raguagliando l'anni come sopra ascende a scuti 6.
Item suol cavare di funerali et per la cera et elemosine da scuti
tre di camera (3)

