[Le fortificazioni della città di Santa Severina]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 12-13/2009)
Il canonico Gio. Francesco Greco, procuratore
dell’arcivescovo Alfonso Pisani, così descrive la posizione della
città di Santa Severina nella “Relatione dello stato della chiesa
arcivescovale di Santa Severina” del 1603:
“Sorge nella Calabria Ultra, lungi dal mare Adriatico dodici miglia
un alto monte di pietra, circondato d’ogni parte da vaste rupi,
fatto dalla natura come inaccessibile , così inespugnabile in forma
di Regno Pontificio, che fa mostra di tre Città l’una sopra l’altra,
et sopra quello sta posta la Città di Santa Severina. La sua
prospettiva s’estende libera verso il mare della Città di Cotrone,
et di Strongoli, ma dalla parte di terra è impedita dalle montagne
Appennine, che li stanno sopra dodici miglia però discoste. Ha un
territorio fertile di pascoli, et d’ogni cosa necessaria al vitto
humano. La Città oltre che è fortissima di natura è anco munita d’un
fortissimo castello”.
Situata “in excelsa rupe” e “saxeis caveis undique septa”, sarà
durante i secoli particolarmente esposta ai terremoti ed ai crolli
(“ Adi 29 di ottobre 1686 ad hore quattro di notte cascò una
muraglia delli casaleni del q.m Marzano e rovinò parte della chiesa
di S.ta Maria La Gratia et anco la casa della vedova Elisabetta
Novellise essendo restata sotto le rovine d.a casa morta tanto la
stessa Elisabetta quanto Lonardo et Angela Peluti figli e scavati da
sotto li pietre furono sepelliti in S. Maria La Gratia, Libro dei
morti di S.ta Maria Magna).
All’inizio del Seicento si presentava in tre parti nettamente
distinte e separate. La parte più elevata costruita sul piano,
dominava le altre due che erano sottostanti e poste da una parte e
dall’altra parte della timpa. Erte rupi dividevano il piano
superiore dalle due parti e le due parti dalla campagna circostante.
Nel piano era situata la città nell’alto medioevo. Essa era
circondata, oltre che dalle rupi, che erano state rese più scoscese
dalla mano dell’uomo per rendere la città più sicura, anche da una
una cinta muraria che cingeva il piano. All’interno vi si trovava la
cattedrale, la chiesa di San Giovanni Battista, la chiesa di Santa
Maria la Magna e gli edifici più antichi. Resti di queste mura sono
ancora oggi visibili in più luoghi sul limitare del pianoro.
Le Mura della città
Secondo l’Orsi “S. Severina non aveva cerchia di mura continue,
chè suoi baluardi erano le rupi a piombo, con brevi sbarramenti, ove
si apriva qualche difficile passaggio; nè in questi sbarramenti, od
in altri tratti di muro ( sostegno e difesa ad un tempo) che
incoronano qua e là i ciglioni io ho riconosciute strutture di epoca
classica, ma tutti vanno attribuiti all’alto medioevo.” ( Orsi P. ,
Le chiese basiliane cit., p. 193).
La descrizione dell’Orsi se è condivisibile per la parte che
riguarda la presenza di resti murari risalenti all’alto medioevo,
non lo è per la cinta muraria. Durante il tentativo di ribellione
del marchese di Crotone Antonio Centelles le truppe regie
circondarono Santa Severina, che si arrese a patti. Il re Alfonso
d’Aragona il 29 novembre 1444 "in felicibus castris" presso Santa
Severina approvava i capitoli e le grazie dell'università. Tra le
concessioni vi era quella di liberare i cittadini da ogni spesa per
un eventuale recupero, o ricostruzione, del castello, che a causa
dell’assedio doveva aver subito gravi danni. I Santaseverinesi
infatti affermavano che “.. Santa Severina et tucta castello et
nonce bisogna altro castello.. ”, intendendo che la città era ben
munita, cintata e fortificata.
Sappiamo che al tempo della minaccia turca le fortificazioni della
città furono rinforzate.
In un Breve inviato dal papa Sisto IV al vescovo di Viterbo, datato
Roma 26 settembre 1482, si legge che i beni del defunto arcivescovo
di Santa Severina Antonio Cantelmi rimasti in Santa Severina, che
dicono valere duecento ducati, piace a noi che siano utilizzati per
le necessarie riparazioni alle fortificazioni della città, in quanto
così sono meglio impiegati ( ARM. XXXIX, f. 39, ASV).
Sul finire del Quattrocento la città si ribellò e resistette a lungo
al conte di Santa Severina Andrea Carrafa, rivendicando lo stato
demaniale. Conquistata dagli Spagnoli con la promessa di rimanere in
demanio, fu poi costretta a subire lo stato feudale. Nel 1512 si
ribellò nuovamente e dopo una lunga resistenza fu sottomessa. Fu
probabilmente dopo tale ribellione che le fortificazioni della città
furono smantellate. Di esse rimane ancora traccia nella “Reintegra”
del 1521, anche se nel documento le mura sono citate solo due
volte.Tra le norme che regolavano i diritti del baiulo, che si
riferivano ad usi medievali, vi era che il baiulo non poteva esigere
pene ne di giorno ne di notte da cavalli, buoi e somari trovati a
fare danno “in possessionibus vel vineis distantibus per duos ictus
balestrae à moeneis dictae Civitatis..” (1521, f. 8). Sempre nella
Reintegra troviamo traccia delle mura in località “Pizzileo”:
“Joannellus Parisius possiede “hortale unum positum alla timpa de
Pizzileo à parte inferiore iux.a sequiglium quod tenet Guglielmus
Infosinus à parte superiori iux.a moenia dictae Civitatis et iux.a
hortum quem tenet baptista Maniscalcus” ( 1521, f. 15v).
La distruzione delle mura della città
Delle mura e delle torri, che dovevano cingere la città
medievale, alla metà del Cinquecento non rimaneva che il ricordo. Di
esse rimaneva il ricordo nel sigillo del Capitolo, dove sono
evidenziate tre alte strutture appuntite che si ergono sopra la
città sorretta dalla patrona, ed negli atti notarili (“..ven.
ecclesia S.mae Annuntiatae ex.a moenia Civitatis” , X, ff. 71 -72;
“..ecclesia S.tae Dominicae extra muros Civitatis..”). Allora le
case situate dentro la città e poste al limite delle timpe
confinavano con le “ripas Civitatis” (rupes dela Miseria, ripas
S.tae Caterinae, ripas S.ti Joannis Evangelistae, rupes dele volte
de Angelo de Luca, ripas plani de castello ecc.)
10 novembre 1573. I fratelli Antonio e Francesco Dormigliuso
possiedono una casa palaziata “sitas et positas intus dictam
Civitatem in parrochia S. Joannis Bap.tae iux.a domum ipsius Julio
Trasi ripas S.tae Caterinae ( IV, 31).
9 dicembre 1573 I coniugi Alfonso Colaianni ed Antonina de Rogiano
possiedono una casa terranea in parrocchia”S.ti Apostoli jux.a domum
donnae Virginiae de Caruso jux.a ripas S.ti Joannis Evangelistae
(IV, 40).
Casaleno dentro la città in parrocchia di Santa Maria de Puccio
“confine la casa del Capitolo la casa di Jo. Cola Stupperi vinella
m.te et la casa de Jo. Petro de Fulco vinella mediante et la timpa
del piano delo castello” ( IV, 77).
17 maggio 1574. Nardo de Martino abita “in loco dicto piccileo jux.a
ripas Civitatis” ( IV, 84v-85).
21 settembre 1574. Francesco Carrafa possiede una casa
palaziata”intus Civitatem in parrochia S.ti Apostoli jux.a ripas
Civitatis viam pub.cam et ecc.am S.ti Gregorii vinella mediante” (
V, 14).
3 febbraio 1575. Francesco Guarino e Faustina de Marrayeno
possiedono una casa terranea dentro la città in par. di San Giovanni
Battista, “jux.a hortalem m.ci joannis petri Bonaiuti rupes dele
Volte de Angelo de Luca et eius domum” ( V, 87v-88).
18 agosto 1575. Donna Carmosina delo Vaglio possiede una casa
palaziata “intus p.tam Civitatem in parrochia S.tae M.ae de Puccio
jux.a domum Her. Hieronimi piccichini jux.a planum delo castello et
domum delo Capitulo” ( V, 145).
15 settembre 1578. Sabio la Mendula possiede una casa palaciata “in
parrocchia S.ti Nicolai jux.a aliam domum ipsius Sabii jux.a rupes
dela miseria et domum jo.nis bp.ae germano vinella mediante” ( VIII,
9-10).
5 ottobre 1584.. Joannella Liverio possiede delle case dentro la
città “in parrochia S.e M.e de puccio jux.a domos palaciatas ipsius
joannelle muro con.to jux.a domos m.ci jac.i de rasis via pu.ca
med.te jux.a planum et casalena suptus ripas plani de castello “ (
X, 30v-31).
6 gennaio 1585. Isabella Scuro vedova di Jacobo de Martino possiede
uno casalino scoperto sito e posto intro S. S.na in la parrochia di
S. M.a de puccio jux.a la casa di s. anastasia le timpe de sotto lo
castello et via pu.ca ( X, 67v-68).
Le porte
Rimanevano ancora le tre porte della città: la porta della
Grecia, la porta Vecchia e la porta Nova. Erano queste gli unici
accessi, come evidenziano alcuni documenti della metà del
Cinquecento.
Nell’agosto 1575 da una lite tra il governatore della città Jo.
Battista Garrafo ed il commissario Claudio Bonetti, venuto in città
per esigere le imposizioni fiscali da alcuni cittadini, apprendiamo
che il commissario aveva chiesto l’aiuto del governatore per far
pagare i debitori ma il governatore si rifiutava in quanto non era
compito del capitano della città esigere e servire per sbirro,
procedendo ad incarcerare i debitori ed a confiscare i loro asini,
ma solo quello di amministrare la giustizia. Per poter costringere i
cittadini il commissario pensava di chiudere due delle tre porte, ma
tra i privilegi della città vi era: “che nelli suoi Capitoli che non
permetta di serrare le porte ma quelle stiano sempre de notte et de
dì aperte, ma è ben vero che quando se volesse fare una buona
esigenza se conveneria far star serrate le due porte et una aperta
dala quale passano tutte le genti che sono debitori per farle pagare”
( V, 147, 148).
Opere difensive cinquecentesche
Durante il Cinquecento sono citate due opere difensive della
città: La Torretta e Lo Spontone. Le due opere non minacciavano il
castello, anzi erano sottomesse ai suoi baluardi. Esse erano situate
a vigilanza dell’entrata principale della città, rappresentata dalla
porta vecchia. Entrambe erano situate nella parte alta della città.
La torretta
Numerosi sono i documenti che attestano la presenza della
torretta già all’inizio del Cinquecento. Questa struttura è
segnalata anche nel Settecento, quando era indicata in parrocchia di
Santo Nicola dei Greci.
“Mag.cus D. Federicus Asagnes alias Paliologo Baro Casalis
Bellivideri (Federico Asan Paleologo, barone di Belvedere) ..
Gruttam unam intus dittam Civitatem in loco ditto La Torretta iux.a
domum Nicolai Misasi via mediante qua itur ad Rupam iux.a introytum
domorum ipsius d. Federici” ( 1521, f. 11).
“Joannes Cappellanus et fr. ..domum unam palaciatam quae fuit
Vinciguerrae Cappellani intus dittam Civitatem in loco ditto La
Torretta iux.a domos M.ci D. federici Asagnes domum Nicolai Misasii
et viam vicinalem” ( 1521, f. 11v).
“Item hortalem unum positum in timpis dictae Civitatis il loco dicto
La Torretta iux.a timpam de la Torretta iux.a domum Stefani
Novellisii et viam publicam quod occupaverat fer.is Antonii
Marrayenis” ( 1521, 63).
Item gructa una ibidem iux.a domum Ber.ni Mazullae viam publicam
quam occupaverat her.is Vincentii de Planis ( 1521, 63).
Ietm gructa una ibidem iux.a sup.tas confines quam occupaverat
Ber.nus Mazulla.
Item gructa una ibidem iux.a gructam quam tenet mag.cus D. Federicus
Asagnas et domum Nicolai Misasi quam occupaverat p.tus Nic. Misasius
et fr.es.
Item gructa una ibidem iux.a casalenum fabricatum Simonis Abinabilis
et iux.a introytum gructarum quas occupaverat Lucas Jo. Infosinus
quam gructam occupaverat Jo. Abinabilis ( 1521, 63).
Nei Censi della mensa arcivescovile del 1548 : Matteo de Francho per
una casa ad La Torrecta ( Santo Apostolo) , (f. 57). Joanni Antoni
poeri per una casa ad la torrecta. Lerede de Sibio Locifero per uno
casalino alla Toretta.
1 ottobre 1573. I domenicani nel passato hanno dato in locazione una
casa appartenente a Macteo Griffis alias Tirioti di Crotone.La casa
è posta dentro la città di Santa Severina “loco dove si dice la
Torretta confine le case del q. not.o Mattia Basoino et altri
confini” ( IV, f. 16).
Tesidio Liveri possiede uno casalino in loco detto La Torretta
confine la casa di Bernardo Vaccaro ( VI, 106).
8 aprile 1585. Bernardo Vaccaro abita in una casa “sitam in la
torretta jux.a ripas Civitatis et viam pu.cam” ( X, 82).
Dalla Mensa Arcivescovile: “Uno casalino fo di Scipio de Lucifero
intro le case tene il mag.co Antonino Longo jux.a le timpe dela
Città et ditte case dela torretta lo possede ditto m.co Antonino
Longo ( f. 15).
29 giugno 1693. Lupo Sapia possiede un basso di casa sotto le case
di Giacinto Strada nella parrochia di S.to Nicolò de Greci loco d.to
la torretta provenutoli dalla eredità di sua zia Anastasia Sapia. Lo
vende per ducati 8 a Giacinto Strada. ( ff. 37v-38).
“Il Sig. D. Martino Cantor Severini possiede un trappeto da macinar
olive, sito nella casa d.a La Torretta nel distretto di questa città”
( 1743).
D. Oronso Can.co Severini possiede una casa nella parrocchia di S.
Nicola nel luogo d(ett)o La Torretta confine quella di Gio. Dom.
Catanzaro” ( 1743, f. 147).
Lo Spontone
Lo spontone, o baluardo, limita una parte del “Campo” dalla
parte del fosso del castello. La sua presenza è documentata già nel
giugno 1578. Negli atti della lite tra il feudatario e l’arcivescovo
per i diritti delle fiere si legge in una testimonianza che “Il
detto Andrea Gatto con Ascanio Severino, et uno tamburro sonando
vennero allo campo armati con altri genti et dal ditto tamburro
fecero battere certi bandi scritti ad istantia di Andriaci infosino,
et per suo ordine, et li faciano leggere publicamente allo spontone”
( 12A, 1578, f. 3).
Lo spontone, come in altri casi simili, molto probabilmente aveva
sostituito all’inizio del Cinquecento un antico torrazzo. Questa
struttura, confinante e parte integrante in parte con il fosso del
castello, aveva il compito di difendere l’entrata alla città.
Infatti la sua punta era diretta sulla via di accesso.
La chiesa di Santa Maria della Consolazione fuori le mura
Nell’opera del Pacichelli ( Il Regno di Napoli in prospettiva,
Napoli 1702) è inserita una stampa con due vedute della città di
Santa Severina. In esse sono segnate le mura della città.
La costruzione delle nuove mura, come evidenzia una “Veduta
Orientale della Città di S. Severina”, lasciò fuori una parte
dell’abitato, dove era situata la chiesa di S . Maria ( indicata con
il numero 7 nella stampa). Nella relazione ad Limina del 1678, al
tempo dell’arcivescovo Mutio Suriano,si legge che oltre alle cinque
chiese parrocchiali ve ne erano altre quattro tra le quali quella di
Santa Maria della Consolazione ed aggiungeva: “e questa fuori le
mura della città nuovamente fabricata” . Nell’apprezzo fatto dal
tavolario Giovan Battista Manni, in esecuzione del decreto della
Regia Camera del 24 settembre 1687 e consegnato nel novembre
dell’anno seguente, pur non essendoci alcun accenno alla costruzione
delle nuove mura, si legge: “fuori di detta Città, e proprio da
sotto il luogo detto Portanova ... vi è una Chiesa sotto il titolo
di S. Maria della Consolazione, ad una nave, ed intempiatura,
pittata con un altare, ed una campana piccola”. Anni dopo tra le
chiese situate “extra moenia”l’arcivescovo Antonio Ganini indicava
la chiesa di Santa Maria de Consolatione, che si manteneva con la
devozione dei fedeli. Vi era l’onere di celebrare una messa alla
settimana a favore di Agneta Zurlo e di due messe annuali per D.
Andrea Cozza. Questi obblighi erano assolti con i censi lasciati da
costoro. ( Rel. Lim. 1765).
Le “Mura Nuove” della città
Come evidenzia il caso della chiesa di Santa Maria della
Consolazione, le nuove mura della città furono costruite molto
probabilmente poco dopo che la città, per donazione del padre
Giovanni Andrea Sculco avvenuta nel 1674, passò in potere del figlio
primogenito, il duca Domenico Sculco.
Il quale ne restò in possesso fino alla morte, avvenuta nel 1687,
quando lo stato di Santa Severina ricadde in Regia Camera e vi
rimase finchè non fu messo all’asta ed acquistato il 30 gennaio 1691
a nome di Cecilia Carrara per il figlio Antonio Grutther.
Conferma questa ipotesi la costruzione della nuova chiesa e la morte
di tre lavoratori. Scorrendo il Libro dei Morti di S. Nicola dei
Greci e quello di Santa Maria La Magna troviamo che ci sono solo tre
casi di decesso per caduta dalle timpe della città e tutti nel tempo
presunto della costruzione delle mura. Nel “Libro dei morti di S.ta
Maria Magna” è annotato che “ A 10 ottobre 1676 Dom.co Lamberto
cascato dalle timpe di S. Dom(eni)co morì, fu sepolto in S.
Dom(eni)co senza pompe funerali” e “A 8 Novembre 1680 Jacinto
Siminara si dirupò accidentalmente dalla timpa sotto il castello e
morì senza sacramenti perche era interdetto. Mons. Ill.mo
Berling(eri) ordinò fosse assolto e sepellito senza pompa funerale e
sono di campana. Fu sepolto in S. Maria de Pucio ( ff. 68, 71). Nel
Libro dei morti di Santo Nicola dei Greci è segnato che “Virgilio
Caveri passò da questa a meglior vita per una cascata senza potersi
confessare solo con haver ademplito il precetto Pascale ... il suo
corpo è stato sepellito nella chiesa cathedrale di questa Città di
S.ta Sev.na li 15 agosto 1676 ( f. 29v).
Il primo documento che abbiamo trovato che richiama esplicitamente
le nuove mura è un atto del notaio Vito Antonio Ceraldi di Rocca
Bernarda del settembre 1688. Il 9 settembre 1688 Antonino Lansalone
dichiarava di possedere una casa palatiata consistente in tre membri
due superiori et uno inferiore con orto contiguo detto di sopra sita
e posta dentro detta città nel luogo detto sotto le mura nuove
vicino la casa di Diana Tramonte. Egli la cedeva ad Angela Casoppari,
vedova di Agostino Lansalone, per ducati dodici ( 1688, f. 37v-38).
Segue nello stesso giorno è la cesssione da parte del Lansalone di
“una camerella con suo basso, sita e posta dentro la Città, vicino
la casa oggi venduta ad Angela Casoppari, nel luogo detto sotto le
mura nuove” , in favore di Tomaso Zurlo ( 1688, 39).
Altri atti notarili stilati successivamente dallo stesso notaio
fanno riferimento alle nuove mura.
Il 23 agosto 1692 Elisabetta de Jona dichiara di possedere una casa
dentro la città nel luogo detto sotto le mura nuove confinante con
le case dei Petrolillo ( 1692, f. 34).
Un altro riferimento alle mura della città è una dichiarazione dei
parroci che il 29 giugno 1699 affermano: “Noi infrascritti facciamo
fede, et cum iuramento, come in questa Città di S. Severina si
trovano cinque Chiese parrocchiali sotto tit(ol)o respettivamente di
S. Nicolò della piazza, di S. Gio. Batt.a, di S. Maria la Magna, di
S. Maria di Pozzo e di S. Pietro Apostolo, ciascuna delle quali
chiese parrocchiali ha li suoi confini limitati, e divisi dall’altre;
detti confini però non eccedono l’ambito e mura di detta città”(
Siberene, p. 150).

