[Isola di Capo Rizzuto: frammenti storici]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 7-8/2000)
Demanio Fratte
Il territorio delle "Fratti" è un antico demanio di Isola, che
l'università di solito affittava "con la conditione di poterlo
pascolare e farlo pascolare con animali di ogni pelo e venderlo e
subaffittarlo o farci fida e fidare ogni sorta di animali".
Al centro di liti e di usurpazioni lo troviamo citato dapprima nel
1588, in un documento di concordia tra il vescovo Annibale
Caracciolo ed il feudatario Gaspare Ricca, poi in una dichiarazione
fatta all'inizio del Settecento con la quale il figlio dell'agente
del feudatario attesta l'usurpazione fatta di una vasta parte dal
barone del luogo, il duca di Montesardo. Il feudatario aveva
aggregato le terre usurpate al terzo di Saporito, tenuta baronale,
occupandole e disboscandole.
Esteso circa mille tomolate e confinante a levante e scirocco col
mare ed a tramontana con la gabella della Marina, alla fine del
Settecento era ancora "boscoso di piccioli arbori di scino, ed altro
legname infruottosi per uso di fuoco". L'università non vi percepiva
alcuna rendita, perché lo teneva per uso e comodo dei cittadini.
Capo di Antiopoli
Antiopuli o Antiopoli compare tra i terreni confiscati a
Giovanni Pou al tempo della "Congiura dei Baroni". Esso allora era
amministrato dalla regia corte. Nel 1487 era stato dato in fitto a
diversi coloni, che perciò pagavano il terraggio.
Sempre in questi anni è elencato tra le entrate provenienti alla
regia corte dal feudo di Torre dell'Isola:
"Lo tenimento de Antiopoli antiquamente lo teneno li citadini et
pagano ad staglio per ciascuno anno di grano tomola de grano
extimati 81.1.4 e di orgio tomola quattro extimati tari 2".
Tale condizione rimase finché il 16 ottobre 1495 re Ferrante II non
vendette a Troilo Ricca per 2000 ducati il feudo della Torre
dell'Isola con il Capo di Antiopoli, quest'ultimo non come terreno
feudale ma burgensatico, insieme alla bagliva di Cotrone con lo
scannaggio.
Pur essendo terreno burgensatico le terre di Antiopoli passarono in
proprietà ai diversi feudatari, che si susseguirono nel dominio di
Isola.
Esse erano composte da cinque territori o terzi burgensatici
chiamati Meolo, Petitto, Rosi, Mannà e Saporito.
Chiesa di San Marco Evangelista
Dentro le nuove mura della città, dove prima non c'era alcuna
chiesa ora ce ne è una sotto il titolo di San Marco Evangelista,
costruita dal barone, costretto dal vescovo Annibale Caracciolo, per
adempiere un legato testamentario, disposto dal barone Io. Antonio
Ricca, figlio di Troilo e di Beatrice Caracciolo.
La chiesa, situata appena dentro la porta "Magna", era di
iuspatronato del barone della città ed era amministrata da un
rettore e perpetuo cappellano, che alla fine del Cinquecento era il
reverendo Scipione Montalcino, coadiutore della cattedrale. Costui
aveva dato incarico di adempiere all'onere di celebrare le tre messe
settimanali, come previste dal legato, al decano isolano Nicola
Leone. Dalla visita fatta, per incarico del vescovo Caracciolo, dal
decano catanzarese Nicola Teriolo nel 1594 apprendiamo, che l'altare
della chiesa era ornato e provvisto di ogni cosa necessaria al
culto. Nell’interno dell’edificio sacro vi erano alcune immagini e
crocifissi, tra i quali i quadri della SS. Annunziata e di S.
Caterina, provenienti dalle chiese omonime e portate nella chiesa
per sottrarle ai Turchi.
Alla porta della chiesa di San Marco ed a quella della cattedrale
venivano affissi i pubblici cartoni o ceduloni con le sentenze di
scomunica, lanciate dal vescovo del luogo contro coloro che
attentavano ai privilegi ed ai beni della chiesa.
Rimase per tutto il Seicento ed il Settecento di iuspatronato del
barone della città. Il luogo sacro godeva del privilegio che coloro,
i quali si rifugiavano davanti alle sue porte, erano immuni.
Dalla visita eseguita al tempo del vescovo Io. Battista Morra
(1647-1650) sappiamo che vi si accedeva per due porte e nell'angolo
sinistro vi era il sepolcro grande dei Ricca con l'immagine di Io.
Antonio Ricca, barone della città e fondatore per legato della
stessa chiesa.
L’edificio era anche munito di una campanella per chiamare il popolo
alla messa ma il tetto si presentava cadente ed alcune lesioni alle
pareti lasciavano passare il vento e la luce. Per provvedere al
sacro il procuratore della stessa godeva fin dalla fondazione di una
entrata annua di circa ducati 40, provenienti da un censo su tutti i
beni della baronia. Egli tuttavia aveva l'onere di celebrare tre
messe alla settimana.
Il vescovo Gio. Francesco Ferrari (1650-1659), trovatola cadente,
poco dopo aver preso possesso della sede, subito la rifece e curò di
far celebrare la messa nei giorni festivi per il popolo.
L'intervento non dovette essere particolarmente felice se il vescovo
successivo, Carolo Rossi (1659-1679), nel 1675 afferma che la chiesa
manca del tetto per incuria di chi dovrebbe averne cura, cioè il
procuratore.
In seguito fu riparata in quanto il vescovo Giuseppe Lancellotti,
che la visitò poco dopo la metà del Settecento, la trovò ben messa
ed in ordine.
La chiesa fu poi sconsacrata e usata per usi pubblici e privati. Il
proprietario il conte Gaetani la utilizzò come deposito per la
paglia, suscitando le proteste degli abitanti delle case vicine per
il pericolo che tale destinazione procurava, ed in seguito la fece
restaurare.
Castello
Il primitivo castello di Isola, il "kastello ton Asulon",
compare nell'ottobre 1131 in un documento riferito ad alcune
concessioni fatte dai conti di Loretello al monastero di San Stefano
del Bosco.
L’esistenza di questo castello sembra anche avvalorata da uno
scritto del Campanile il quale afferma: che Alessandro Malena
all’inizio del Trecento ebbe in feudo “per parte di Catarina
Merceria il castello della Torre dell’Isola nelle pertinenze di
Cotrone”.
Il castello, di cui oggi vediamo le rovine, fu costruito, o
ricostruito, nel 1549 assieme alle mura della città dal feudatario
Gio. Antonio Ricca. Isolato con un fossato dalle mura cittadine, era
usato come palazzo/ abitazione dai baroni di Isola, i quali lo
utilizzarono per tutto il Seicento e per buona parte del Settecento.
Di mediocre struttura, munito di baluardi angolari, all'inizio del
Seicento era "ben messo e provveduto di molti pezzi e munizioni "
dal feudatario e come tale era ritenuto un valido aiuto nella difesa
contro il pericolo di sbarchi turchi. Vi si entrava attraverso un
ponte levatoio ed al suo interno oltre alle stanze di abitazione,
alle quali si accedeva attraverso una gradinata, vi era la cappella
o oratorio dedicato a San Geronimo sempre di iuspatronato del
barone, dove un cappellano, di sua scelta ed a suo carico, celebrava
per i dimoranti nel castello la messa ogni domenica e nei giorni
festivi.
Al riparo dentro le sue mura vi erano i magazzini, dove il
feudatario conservava il grano, e le pubbliche carceri. Lasciato
andare in abbandono, anche a causa dei danni che subì dai terremoti,
specie quello del 1832, alla fine dell'Ottocento appariva "diruto"
ed "in frantumi".
Il poeta isolitano Gaetano Rodio vi ambienta il suo poemetto
"Richelmo di Calabria" e così lo descrive:
"Com'ombra gigantesca, e fa paura
Alto un castel che rizzasi, e sovrasta
Con le superbe, torreggianti mura
E appiè di tanta mole, ch'è si vasta,
Che sfida gli anni, e contro il tempo dura,
Sorge contigua l'inclita magione;
E' il castello, fortezza del Barone".
Chiesa di Santa Caterina
La chiesa, sede della confraternita omonima, era eretta fuori le
nuove mura della città. Il primo atto che fa riferimento alla sua
esistenza ed alla confraternita, che vi aveva sede, è un breve di
papa Gregorio XIII. Con tale atto del 14 dicembre 1580 venivano
concesse delle indulgenze ai confratelli della confraternita
canonicamente eretta nella chiesa di Santa Caterina.
Sappiamo che nel 1589 presso la chiesa sorgeva la casa del barone e
che questa era vicino alle vecchie mura della città.
Il decano Nicola Tiriolo nella sua visita ci informa che al tempo
dell'invasione turca, nel settembre 1594, la chiesa aveva subito dei
danni. I pirati infatti vi penetrarono, distruggendo la porta
piccola, e portarono via la fonte dell'acqua benedetta, una
campanella ed un messale.
La chiesa possedeva quattro case fabbricate dagli stessi confrati,
una casa usata per ospedale dei forestieri e dei poveri, una casetta
per il fraticello che serviva la chiesa ed un'altra casa, che
affittava.
A quel tempo nella chiesa vi era eretto il beneficio con cappella
della Concezione della Vergine Maria di iuspatronato di Donna
Lucente Misistrello e vi era l'altare di S. Francesco, dove si
celebrava una messa alla settimana in suffragio dell'anima di Gio.
Francesco Scoleri.
Per paura dei Turchi il quadro della titolare era stato posto in
salvo nella chiesa di S. Marco. Gli statuti della confraternita, che
indossava sacchi bianchi e pilei rossi, erano stati riformati dal
nobile Alfonso di Napoli poco prima della visita del decano.
Il nobile sarà riconfermato procuratore della confraternita dal
visitatore, il decano Tiriolo, in quanto nelle elezioni del nuovo
procuratore i confrati erano venuti in dissidio, così per sedare
ogni controversia il prelato aveva annullato le elezioni ed aveva
proceduto autonomamente alla nomina.
La chiesa, con altare dedicato alla Madonna Immacolata, fu soppressa
al tempo della Cassa Sacra.
Nel 1798 una supplica dell'università chiedeva la sua riapertura,
cosa che avvenne nel gennaio 1843 quando in essa furono seppelliti
numerosi abitanti, morti per la pestilenza. A quel tempo la chiesa
si presentava già scoperchiata e per questo inconveniente si decise
di sospendere ogni funzione religiosa, utilizzando a tale scopo la
diruta chiesa di S. Nicola.
Chiesa dell'Annunziata
La fondazione della chiesa dell'Annunziata è da collocarsi nella
seconda metà del Cinquecento. Questo è quanto si ricava dalla
campana fornita dalla confraternita omonima, che ne curò l'erezione.
La campana infatti reca il nome del fonditore, il napoletano
Cristofaro Jordani e la data 1591.
Posta nel suburbio della città, fu sede della confraternita omonima.
Essa era arredata da un pregiato quadro della titolare, che per il
pericolo turco fu trasferito nella chiesa di San Marco. Vi era
eretto un beneficio semplice con altare e cappella sotto il titolo
di Santa Maria della Grazia di iuspatronato della casa Gulino con il
peso di tre messe alla settimana.
A ricordo di questa cappella rimane ancor oggi l'iscrzione:
“Delfinus Gulinus fundavit et rector primus/ D. Desid. de Nofrio
construi curavit A.D. 1595”.
La chiesa, confinante con una stalla e con un ospedale con orticello
"per comodità de quello che serve la chiesa", possedeva alcune
proprietà immobiliari (case, magazzini) nel borgo.
Sappiamo che nei primi anni del Seicento fu costruita anche una
cappella di iuspatronato della famiglia Pagliari (Ex legato Joannis
Pagliari: “D. Desid.s de Nofrio costrui fecit / et exornari -1611”).
Sempre Giovanni Pagliari è ricordato dall'epigrafe sulla tomba al
centro della chiesa (Joannes Pagli/ ari veteram/ ac strenu/ miles
sexas/ hic dormit/ expectans/ sonum tubae/ obiit/ XXX mar/1616).
La confraternita era composta da laici, che indossavano sacchi e
pileo (berretto di feltro) bianchi ed era ancora attiva alla metà
del Seicento.
La chiesa con il suo altare maggiore fu ricostruita durante il
vescovato di Antonio Celli (1641-1645) che la consacrò, come ricorda
un'epigrafe a destra dell'ingresso con data 1645.
(1645 die 23 aprilis fr./ Toninus Celli e.pus in/sulanus hanc
ecclesiamm/ et eius altare maius/ ad honorem SS. Annun/ciationis
B.M.V. ac sanc./torum Zenonis Valen/tini et Cecilie conse/cravit
quorum reliquiae/hic conservatur et/ visitantibus indulgen/tias
concessit).
Nel 1715 il primicerio Tommaso Melioti vi fondò un semplice
beneficio sotto il titolo di San Giuseppe con cappella ed altare,
dotandolo con alcune case e terre.
Dalla visita del vescovo Lancellotti si sa che nel 1762 la chiesa
aveva due altari uno dedicato a San Giuseppe e l'altro
all'Annunciazione.
Soppressa dalla Cassa Sacra dopo il terremoto del 1783, la chiesa
aveva bisogno di restauri al pavimento ed alla cupola.
Chiesa di Santa Maria degli Angeli
La chiesa compare per la prima volta col titolo di S.ma Vergine
degli Angeli in una relazione ad Limina al tempo del vescovo Ascanio
Castagna (1622 - 1628). Un altro documento della metà del Seicento
ci informa che nel mese di maggio in Isola "si lottava il palio
della festa della chiesa di S.ta Maria delli Angeli".
Quando fu soppressa al tempo della Cassa Sacra, la chiesa aveva
bisogno di essere riparata. In seguito fu ripristinata.
Chiesa di San Rocco
Secondo una relazione scritta nell'ottobre 1569 da Marcello
Sirleto al cardinale Sirleto la chiesa fu costruita al tempo della
peste (1528?) e poi cadde in abbandono.
In seguito fu ripristinata. Essa figura funzionante nel 1648 sotto
il titolo di San Rocco, S.Elia e S. Isidoro.
Nel 1878, anno in cui fu nuovamente riparata, compare con il titolo
della Madonna del Carmine o di S. Rocco.
Chiesa di Santa Domenica
Posta nel suburbio o borgo alla fine del Cinquecento si presenta
devastata a causa della incursione fattavi dai Turchi nel settembre
1594.
La copertura era in parte mancante, il quadro della titolare era
rovinato e la piccola campana, che batteva nel campanile, era stata
sottratta.
Tuttavia nella visita fattavi nel 1648 dal vescovo Morra si
presentava decentemente. L’interno era abbellito da un quadro della
santa e vi erano diversi paramenti e suppellettili sacri (due
pianete, un avant'altare, tre tovaglie d'altare, 2 paia di
candelieri, di cui d'ottone ed uno di legno, ed una cassa dove erano
riposti un calice con patena, un camice ed un campanello).
La chiesa o piccola cappella non aveva grandi proprietà; possedeva
un magazzino al borgo e poteva contare su un credito di 10 tomoli di
grano.
Vi era eretto un semplice beneficio di iuspatronato laico sotto il
titolo della santa. Esso dava all’amministratore o cappellano una
rendita annua di 6 o 8 ducati a seconda dell'annata.
Nel marzo 1762, al tempo della visita del vescovo Lancellotti, era
fornita di sacra icone, ed oltre all'altare maggiore vi era il
sacello della Beatissima Vergine dolorosa con la statua della santa.
Era fornita inoltre di sacristia, anche se questa aveva bisogno di
riparazioni al tetto.
Soppressa al tempo della Cassa Sacra, conservava ancora l’altare
dedicato alla Madonna Addolorata.
Ripristinata , nel 1808 vi aveva sede la confraternita della SS.
Addolorata.
Chiesa di Santa Barbara
La chiesa compare tra i luoghi sacri soggetti alla giurisdizione
del vescovo di Isola già all'inizio del Dodicesimo secolo.
Compiendo la visita nell'autunno 1594, il decano Teriolo entrò nella
chiesa, che era posta fuori città ed era tenuta in grande devozione
dal popolo, e la trovò con il tetto bruciato e piena di tegole e di
calcinacci.
La chiesa a quel tempo possedeva un quadro nuovo su tavola della
santa, portato da Napoli dal vescovo Caracciolo, che per maggiore
sicurezza era conservato in cattedrale.
Il decano ordinò di ripararla, promettendo che, a ripristino
avvenuto, avrebbe riconsegnato il quadro alla chiesa2.
L'edificio sacro fu forse riparato, come sembra accreditare una
campana, che ora si trova nella chiesa di Santa Domenica e datata
16133 , comunque ciò non le valse molto, in quanto alla metà del
Seicento risultava completamente "diruta et discoperta".
Monastero di S. Nicola
Un monastero con chiesa intitolata a S. Nicola, patrono della
città, fu fondato, costruito e dotato a spese del vescovo di Isola,
Annibale Caracciolo, nel 1582 che lo assegnò ai frati minori
riformati di S. Francesco d'Assisi.
Dopo 12 anni, nel 1594, l'edificio non era stato ancora completato;
esso sorgeva a mezzo miglio di distanza dalla città e dal suburbio.
Durante il Seicento ed il Settecento vi dimorarono da quattro ad
otto frati dell'ordine di S. Francesco dell'Osservanza3.
Questo unico monastero esistente a Isola fu soppresso dopo il
terremoto del 1783.
Allora l'edificio di non "spermenda structura", al quale era
adiacente un orto, fu confiscato ed i frati espulsi.
Esso era costituito da un vasto edificio a due piani (con bassi,
camere, corridoi, cucina, refettorio, stalla e cantina) al quale era
annessa la chiesa, al cui interno vi era un organo.
In seguito passò di proprietà dei Berlingieri, che vi fecero una
residenza di campagna.

