[Il monastero dell’Annunziata di Papanice]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 2/2001)
Sul finire del Cinquecento al tempo del vescovo
Giovanni Lopez de Aragona (1595 – 1598) a Papanice, diocesi di
Crotone, vi erano due chiese matrici: quella “latina” dei SS. Pietro
e Paolo e quella “greca” di San Nicola. Nella chiesa latina avevano
sede due confraternite: del SS.mo Sacramento e dell’Annunciazione1.
La chiesa dell’Annunciazione
In seguito i confrati dell’Annunciazione costruirono una loro
cappella, lasciando la chiesa dei SS. Pietro e Paolo.
All’inizio del Seicento secondo una relazione del vescovo Thomas de
Montibus (1599 – 1610) nella chiesa parrocchiale latina dei SS.
Pietro e Paolo di Papanicefora era rimasta solo la confraternita del
SS.mo Sacramento, oltre a molte cappellanie di laici con molti
chierici. Nel paese vi erano inoltre una confraternita sotto il
titolo della SS.ma Annunciazione, l’altra parrocchiale di San Nicola
dei Greci, dove si officiava secondo il rito dei greci da un prete
greco, e due altre cappelle di rito greco2.
Essendo vescovo il De Montibus, nel 1607, fu eretto a Papanicefore
un monastero dell’ordine di Sant’Agostino. La fondazione fu
possibile perché, previo il consenso del vescovo e dell’università
di Papanicefora, i confrati dell’Annunciazione donarono agli
agostiniani la loro chiesa “con l’entrata e pesi di messe che haveva
et senza altri patti”3.
Fin dalla fondazione il monastero, distante dall’abitato circa
cinquanta passi, fu abitato da pochissimi frati. Nel 1629 ve ne
erano due il priore fra Anbrosio di Necastro e fra Geronimo di
Cosenza. Essi compaiono in un atto notarile rogato a Crotone il 21
marzo di quell’anno. I due frati locali del monastero della SS.
Annunziata dell’ordine di S. Agostino di Papanicefora avendo un
pezzo di terra con alcune vigne, gravato di un censo di carlini 23
dovuti agli eredi di Tomaso Crasidonte, pervenuto al monastero per
il legato di una messa alla settimana lasciato dal defunto Fronzo
Rizuto, poiché il monastero “non può attendere a coltivare detta
vigna e pagare detto censo”, decidono di venderla, previo assenso
apostolico, al cutrese Gio. Battista Quercio per ducati quindici, in
modo tale da non pagare più il censo ed utilizzare il denaro
ottenuto dalla vendita per soddisfare la messa settimanale4.
Pochi anni dopo il vescovo di Crotone Niceforo Melisseno Comneno
così descriverà la situazione religiosa di Papanicefora, unico luogo
della sua diocesi dove vivevano promiscuamente circa mille abitanti
tra greci e latini. “Ci sono due chiese matrici arcipretali una dei
SS. Pietro e Paolo nella quale per un arciprete rurale si esercita
la cura degli antichi latini e l’altra di S. Nicola nella quale per
un proprio parroco si amministra i sacramenti agli antichi greci.
Nella arcipretale c’è la confraternita del SS.mo Sacramento e la
cappella del SS.mo Rosario, che gode di privilegi e indulgenze
apostoliche per concessione del maestro generale dell’ordine dei
predicatori. Nella chiesa di San Nicola c’è la cappella e la
confraternita di S. Maria di Monte Carmelo. Vi sono inoltre la
chiesa della SS.ma Annunziata con il convento dei frati eremiti di
Sant’Agostino e due altre chiese, o oratori, una dedicata al SS.mo
Salvatore e l’altra a San Rocco. In queste ultime si celebra alla
domenica e nei giorni festivi per devozione del popolo e con le
elemosine di uomini pii, in quanto entrambe possono contare su
piccolissime rendite5.
Il monastero alla metà del Seicento
Il 19 marzo 1650 in esecuzione della Costituzione di Innocenzo
X, emanata in Roma il 22 dicembre 1649, il priore Carlo Mauro di
Nicastro ed i due frati Nicola da Nicastro e Giuseppe da Cosenza
compilarono la relazione sul monastero agostiniano di Papanice,
descrivendone la struttura della “fabrica” e lo stato economico.
Da essa risulta che la chiesa, intitolata alla SS. Annunziata, era
completa mentre l’attiguo monastero, pur essendo tutto circondato da
mura, aveva solo un braccio finito, quello detto del dormitorio. I
rimanenti erano solo iniziati. La parte costruita, abitata dai
frati, era composta da cinque camere al piano superiore, mentre
nella parte sottostante v’erano il cellaro, la cucina, il
refettorio, la dispensa ed un luogo per conservare la legna.
I frati del convento, che in passato erano quasi sempre due, a volte
uno solo, nella relazione sono quattro, ai quali andavano aggiunti
un serviente ed un garzone. Questo evidentemente nel tentativo di
fuggire la soppressione. Secondo la relazione abitano nel monastero
quattro sacerdoti, i frati Carlo Mauro da Nicastro, priore, Agostino
Nasca di Crucoli, Francesco Romano d’Aprigliano e Nicola di Casole,
vi è poi il converso serviente Domenico d’Arena ed il garzone
Giovanni Sicilio.
La relazione dovendo tener conto della presenza di tutte queste
persone nel monastero risulta quanto mai sbilanciata nella parte
economica. Ai circa 75 scudi in entrata, media annuale calcolata
sugli ultimi sei anni, corrisponde infatti un’uscita di oltre 200
scudi.
Fatta questa premessa e con i limiti esposti, risulta che la rendita
maggiore è costituita dall’affitto di 13 case che contribuiscono per
circa la metà del totale. Seguono la “cerca della Bertola”, cioè del
pane (20%), l’affitto della vigna (13%) e l’esercizio del sacro
(13%). Il resto viene dalle elemosine (4%).
Le uscite sono formate dal vitto (grano, vino, olio ecc.), che ne
rappresenta quasi la metà. Circa un quarto se ne va per il vestiario
ed il rimanente quarto è formato da numerose piccole spese, tra le
quali emergono le collette, le medicine, il sussidio al capitolo ed
alla congregazione, seguono gli acquisti di cera, olio, vasi da
cucina, corde per le campane ecc.
Il monastero ha l’onere di celebrare numerose messe in suffragio.
Esse sono “cinque per ogni giorno, due per settimana, due per mese e
122 per ogn’anno”. La maggior parte però non vengono celebrate sia
per mancanza di sacerdoti nella congregazione, sia perché alcune
case, che per legato dovrebbero fornire il denaro per poterle
celebrare, a causa della decadenza di Papanice sono “dirute” e
quindi senza rendita.
Per quanto riguarda i lavori di restauro e di completamento della
fabrica del monastero, i compilatori fanno presente che è stato
designato perciò un procuratore secolare. Ogni anno egli fa la cerca
del grano e si interessa per avere qualche lascito. Avuto il denaro,
lo spende subito per andare avanti nella costruzione.
Tra il Seicento ed il Settecento
Poiché la Costituzione innocenziana prevedeva la soppressione
dei monasteri con meno di sei soggetti di provata vita o che non
avevano le rendite sufficienti, il monastero dell’Annunziata fu
soppresso nel 1652 ma poi riaperto. Tuttavia durante il vescovato di
Geronimo Carafa (1664 – 1683) poiché non aveva il numero di
religiosi previsto dalla Sacra Congregazione e dalle Bolle papali,
andò soggetto alla visita ed alla giurisdizione del vescovo6.
Contribuirono alla sua esistenza soprattutto alcuni legati per
celebrazione di messe in suffragio, anche se le sue rendite
risentirono della decadenza che sulla fine del Seicento colpì
l’abitato di Papanice. Come evidenzia il caso del legato di Gio.
Francesco Sculco, il quale nel 1665, poco prima di morire, per
testamento rogato in Napoli per mano del notaio Leonardo Antonio
Casari, aveva lasciato al nipote Tomaso alcune case con botteghe,
con l’obbligo per il nipote di versare con le loro rendite ogni anno
ducati sette ai frati di Sant’Agostino di Papanice. Il denaro, che
doveva servire per la celebrazione di una messa settimanale per
l’anima del testatore Gio. Francesco Sculco, sarà versato per alcuni
anni ai frati da Bernardo Sculco, zio e tutore di Tomaso. Poi le
case con le botteghe non andarono in rovina ed il denaro non fu più
versato7. Il vescovo Marco Rama (1690 –1709), vescovo di Crotone ed
appartenente allo stesso ordine agostiniano, sul finire del Seicento
lo visitò e trovò che alcune cose dovevano essere corrette8. Secondo
il Vaccaro il monastero fu abbandonato dai frati nell’agosto del
1693, in quanto oltre ad essere malridotto aveva subito anche un
incendio. Secondo questo autore gli abitanti di Papanice ripararono
a loro spese il monastero, rendendolo in parte abitabile e poi
rivolsero una supplica alla Curia Generalizia dell'ordine per il
ritorno dei frati, che non fu accolta, anzi si decise la
soppressione9. Tutto questo è, almeno in parte, in contrasto con
quanto riferisce il vescovo Rama nelle sue relazioni. In esse il
convento agostiniano di Papanice è sempre citato come esistente e
soggetto alla sua visita. Nell’ultima sua relazione datata Crotone
16 aprile 1709, scritta cioè poco prima che la morte lo cogliesse,
il 4 agosto dello stesso anno, così egli si esprime: “Ci sono due
luoghi nella mia diocesi. Il primo Papaniceforo ha due parrocchie
,una sotto il titolo dei SS. Pietro e Paolo dei Latini, l’altra di
S. Nicola Vescovo dei Greci. Un solo arciprete ha la cura di
entrambe, in quanto le poche entrate non ne permettono un altro. Vi
è anche un convento del mio Santo Padre Agostino. Poiché non vi
dimora il numero di religiosi richiesto a causa delle poche rendite,
esso è soggetto alla mia visita10.
A Marco Rama seguì sul seggio vescovile di Crotone Michele Guardia
(1715 –1718) e poi Anselmo La Pena (1719- 1723). E’ da situarsi in
questi anni, cioè pochi anni dopo la morte di Marco Rama, la
soppressione del monastero. Al tempo di Anselmo dela Pena esso non
esisteva più, come traspare dalla sua relazione del 18 maggio 1722:
“ Nel villaggio di Papaniceforo ci sono due parrocchie con le loro
chiese dove si osserva il sacro eucaristico, non vi è alcun
monastero, o convento, un arciprete ha la cura di tutte le anime, vi
sono sacerdoti ma forestieri, per mancanza di preti del luogo.”11
I beni con i loro pesi, che appartenevano al convento, con la sua
dismissione furono assegnati e ridotti in una cappellania. Di essa
era rettore e cappellano alla metà del Settecento il sacerdote
Domenico Elia, curato di Papanice12.
Note
1. Rel. Lim. Crotonen., 1597.
2. Rel. Lim. Crotonen., 1603.
3. Arch. Gen. Agost., J, 1, ff. 185-186.
4. ANC. 118, 1629, 15 –16.
5. Rel. Lim. Crotonen. 1631.
6. Rel. Lim. Crotonen., 1667, 1675.
7. ANC. 860, 1759, 127.
8. Rel. Lim. Crotonen., 1693.
9. Vaccaro A., Kroton cit., I, 364 –365.
10. Rel. Lim. Crotonen., 1709.
11. Rel. Lim. Crotonen., 1722.
12. L’erede di Tomaso Sculco, il figlio Francesco Antonio, riedificò
le case e le botteghe situate a Papanice, sulle quali gravava a suo
tempo il censo dovuto al monastero. Per soddisfare la volontà del
suo bisavo, poiché il monastero era stato dismesso ed i suoi beni
con i pesi assegnati ad una cappellania, nel 1755 cede tre officine
di fabbro alla cappellania in modo che sia soddisfatta la messa
settimanale per l’anima del defunto bisavo Gio. Francesco, ANC.

