[Nel silenzio del chiostro. Le clarisse di Crotone]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 15-21/1997 )
All'origine non si entrava nei monasteri "nè per
danaro, nè con danaro" e appena si permetteva di ricevere donazioni
e si concedeva di costruire i monasteri se v'erano rendite
sufficienti e si ammettevano solo le monache che si potevano
mantenere.
Successivamente fu introdotto l'abuso di riscuotere qualcosa da
coloro che vi entravano "pro victu". Se ciò era osservato in genere
non così era per le monache di Santa Chiara, "il di cui nome veniva
molto malmenato, perchè fra di loro non si entrava senza danaro" 1*.
L'inizio della presenza delle clarisse a Crotone rimane sconosciuto.
E' documentato che una abbazia di Santa Chiara esisteva dentro le
mura prima del 1458 e che vi dimoravano figlie di aristocratici,
come era nella tradizione.
La comunità monacale però venne meno e la chiesa ed il monastero
rimasero vuoti. Papa Pio II, accogliendo una supplica inviatagli dal
clero, dal popolo e dall'ordine provinciale dei domenicani, ordinò,
con bolla del 26 settembre 1458, all'arcivescovo di Santa Severina,
Simone Biondo, di trasferire i domenicani dal convento fuori le
mura, posto accanto ad un bordello ed esposto alla minaccia dei
pirati, nella chiesa di Santa Chiara, che era stata monastero dello
stesso ordine, ed era soggetta all'autorità del patronato dei laici,
sopprimendo al tempo stesso la dignità di abbazia e dell'ordine di
Santa Chiara.
La chiesa dovrebbe essere consegnata col consenso degli stessi
patroni ed assumere il titolo di San Vincenzo 2*.
Anche i beni dell'abbazia, composti da rendite e proventi, stimati
del valore annuo di dieci fiorini d'oro, dovrebbero passare ai
domenicani 3*.
Probabilmente l'ordine papale non venne eseguito, infatti i frati
predicatori entreranno in città solo dopo che nel 1638 l'antico
convento, che si trovava lontano dalla città in riva al mare, fu
saccheggiato dai turcheschi e in quell'occasione costruirono o si
adattarono in una chiesa o piccolo convento nelle vicinanze del
"Cavaliero" 4*.
Il vescovo di Crotone Leonardo Todisco Grande (1833- 1849) ed altri
pongono l'erezione dell'attuale monastero di Santa Chiara nell'anno
1481 5*.
Si può quindi avanzare l'ipotesi che, estinta la comunità delle
clarisse prima del 1458, gli aristocratici, sotto il cui patronato
era la chiesa di Santa Chiara, la abbiano negata ai domenicani e nel
1481, durante il primo anno del vescovato di Giovanni Ebo o
Clerchia, vi abbiano eretto un nuovo monastero di clarisse,
utilizzando la vecchia costruzione o edificandone una nuova 6*.
Sia che si tratti di fondazione che di rifondazione, ciò che risulta
chiaro è il legame originario, tra l'aristocrazia crotonese ed il
monastero.
La prima costruisce e dota, fornisce il personale e trae benefici,
all'occasione, dalle proprietà e dai capitali del monastero.
Il secondo diviene simbolo esclusivo e sacrale del potere
aristocratico ed espediente per non intaccare le sostanze con le
doti o il mantenimento a vita delle numerose figlie, permettendo
tuttavia ad esse di vivere una condizione privilegiata rispetto a
quella riservata alle figlie di altre famiglie.
Il monastero infatti è anche un luogo ricercato dove le ragazze
nobili possono ricevere una educazione con altre dame della stessa
condizione.
Questo istituto, in cui potere aristocratico e religioso si fondono
e si attua, attraverso la morte sociale della persona, la sua
rinascita e consacrazione alla vita religiosa, è riservato
esclusivamente alle figlie dei nobili primari, "discendenti dagli
antichi patrizi della città", ai quali "privatamente appartiene".
Situato dentro e poco lontano dalla porta e dalle mura della città
7*, in parrocchia di San Giorgio 8*, il monastero per tutta la prima
metà del Cinquecento si sostenne principalmente con gli aiuti
dell'università 9* con le elemosine e le donazioni di privati 10*.
Il Concilio di Trento portò notevoli modifiche all'organizzazione
della vita economica e religiosa delle clarisse.
Si ammise infatti un versamento di capitale iniziale che doveva
essere dato prima del noviziato a titolo di parziale rimborso spese.
Inoltre il Concilio nel decreto della riforma dei regolari prevedeva
tra l' altro: il ripristino e la stretta osservanza della clausura,
l'insediamento del monastero dentro le mura cittadine e la sua
dipendenza dalla sede apostolica. L'età della badessa doveva essere
almeno di quaranta anni e otto di professione e dove non si poteva
almeno sopra i trenta anni e cinque di professione. I vescovi furono
delegati sia a vigilare sull'amministrazione del monastero sia ad
esaminare le candidate per sincerarsi della loro volontà prima dei
voti che potevano essere emessi solo dopo i sedici anni di età e
almeno un anno di probazione. Fu inoltre stabilito che le elezioni
della badessa si svolgessero per voti segreti 11*.
Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, nei due sinodi provinciali
del 1565 e del 1568 , "generalmente parlando, prescrisse il portar
seco il modo da mantenersi; senza l'adempimento della quale non
potesse esser ricevuta per Monaca" 12*. Fu così che si stabilì che,
prima di farsi professa, la novizia dovesse depositare "la somma da
spendersi per farsi Monaca, e la somma da depositarsi presso un
terzo per mantenerla in Monastero " 13*, somme il cui ammontare fu
poi stabilito dai vescovi.
Così verso la fine del Cinquecento l'obbligo e l'accumularsi delle
doti "spirituali" incrementarono il patrimonio del monastero,
salvaguardato dai privilegi ecclesiastici e dalle costituzioni che
lo esentavano dalle tasse e ne impedivano l'alienazione di una
qualsiasi parte se non per gravi motivi e con l'assenso sempre
dapprima del papa e poi della Sacra Congregazione dei vescovi e
regolari.
Si venne a formare un ingente patrimonio che favorì la fioritura di
numerose speculazioni. A volte si crearono delle complicità tra le
famiglie delle suore, le stesse suore ed il convento. Essi unendo i
loro capitali intervenivano nel mercato con acquisti di immobili
urbani, di fondi rustici e di diritti. A volte operazioni
finanziarie gestite in nome della sicurezza del monastero
sconfinarono nell'usura, soprattutto nel caso dei contratti di censo
bollare che diverranno col passare del tempo una tipica attività dei
monasteri femminili" 14*.
Il monastero "sub regula Sanctae Clarae de observantia" continuò la
sua esistenza durante la seconda metà del XVI secolo, ne fa fede una
bolla del 14.12.1560 con la quale il papa Pio IV convalida la nomina
della badessa Marchesina Pipino a causa della morte della titolare
Margherita Castrizio 15*.
Una lettera successiva dell' 8.11.1568 del cardinale Alessandrini al
vescovo di Crotone, Sebastiano Minturno (1565- 1570), fa presente
che la Congregazione del Sacro Concilio aveva accolto la richiesta
di Soloma e Isabella Susanna di poter entrare nel monastero purchè
"abbiano per iscritto del superiore del monastero la licenza, previo
il consenso dell'abbatessa e delle suore ed esse sole entrino senza
ancelle" 16*.
Non mancano in questi anni liti e tentativi di utilizzare il
monastero come luogo dove nascondere gli scandali del potere; ne è
testimonianza una lettera che il vescovo Minturno scrive al
cardinale Sirleto per far presente che i nobili della città hanno
chiesto di allontanare dal monastero una certa Salomea Basoina di
Santa Severina entrata nel monastero senza il consenso delle monache
per decreto penale della Vicaria. La donna è concubina di un
"clerico come ella medesima il confessa e femina di mala fama e
disonesta", ha una figlia e non osserva la clausura. Anche il
visitatore generale "ordinò che uscisse fuori insieme con la
figlia", ma contro il volere delle monache, del cappellano e del
vescovo si oppone il cardinale Alessandrini 17*.
Durante il vescovato di Sebastiano Minturno il monastero è sotto la
giurisdizione vescovile 18* e nel 1583 al tempo del vescovo Giuseppe
Faraone nella chiesa di Santa Chiara sosta la processione con
l'immagine della Vergine del Capo andata a Capo delle Colonne per
chiedere la grazia della pioggia 19*. Un economo amministra le
rendite ed un cappellano cura le anime della comunità che, a causa
della pestilenza del 1581, si è ridotta a solo nove coriste.
All'inizio del noviziato la famiglia dell'aspirante monaca deve
sborsare la dote spirituale che assomma a 120 ducati per "fabrica e
vitto" con patto che se per morte o altro la novizia non darà la
professione 20 ducati rimarranno al monastero e 100 ritorneranno
agli eredi 20*.
In questi anni le clarisse si sostengono soprattutto con le rendite
provenienti dall'affitto di alcuni terreni, di una decina di case
situate dentro mura 21* e di una bottega in piazza 22*.
La crescente miseria per il fallimento dei raccolti e per la fine
dei grandi lavori di fortificazione, il deterioramento delle
abitazioni per l'obbligo all'alloggio dei soldati, residenti in
città per proteggerla dal pericolo turco, e la flessione
demografica, dovuta alle pestilenze, riducono le entrate.
Nel 1578 il papa Gregorio XIII con breve apostolico 23* accoglie la
richiesta della badessa e delle monache che, facendo presente lo
stato di grave degrado e rovina in cui versano le case e le grandi
spese occorrenti per ripararle mentre esse danno a causa dei tempi
un piccolissimo introito, chiedono di venderle e di impiegare il
ricavato nell'acquisto di terreni.
Durante il vescovato di Giovanni Lopez (1595- 1598), essendo
diminuita la popolazione, vengono ridotte le parrocchie da 12 a 5 e
rifatti gli ambiti territoriali. Soppressa la chiesa parrocchiale di
San Giorgio, a ricordo della quale rimarrà il toponimo ad indicarne
il luogo, il monastero va a far parte di quella di Santa Margherita
24*.
Mentre lo spopolamento porta al ribasso la rendita immobiliare, il
monastero continua a mettere all'asta sulla pubblica piazza le case
e seguendo le indicazioni del breve papale impiega i denari ottenuti
ampliando i possedimenti fondiari 25*. Così, nonostante la grave
crisi che investe la città, esso gode di una fase espansiva: le
clarisse infatti in pochi anni passano da 17 a 30 26*.
L' istituto della dote e la riconversione economica modificano in
maniera significativa il patrimonio di cui dispone la comunità
claustrale e la pone sempre di più a contatto con la realtà sociale
con grave pregiudizio per l'osservanza della povertà , della
clausura, degli esercizi spirituali e della tranquillità religiosa.
Le rendite provenienti dall'affitto dei terreni ed dal prestito del
capitale delle doti, a tassi elevati dell'otto o del dieci per
cento, recano al monastero entrate annue in continuo aumento, dai
ducati 200 del 1578 ai circa ducati 300 nel 1597 per arrivare nel
1606 a ducati 400 27*.
Per la quantità di denaro e di terreni che amministra, in pochi
anni, esso è divenuto uno dei principali istituti economici e
finanziari della città.
Le monache vivono in perpetua clausura e secondo la regola e le
costituzioni, svolgendo opera educativa verso le figlie dei nobili
che osservano la stessa clausura durante il periodo della loro
permanenza nel monastero 28* e pagano una quota annua "per
l'habitatione"29*.
La chiesa ha gli ornamenti necessari e in essa vi celebra ogni
giorno il cappellano, che custodisce anche le chiavi dell'ingresso.
Ma il ruolo più importante è quello del procuratore, che di solito è
un chierico, ma a volte si elegge un laico per volontà del vescovo.
Egli gestisce i beni e i capitali del monastero, curando gli
affitti, i prestiti ecc.. Egli è tenuto a rendere conto della
amministrazione al vescovo e alla badessa. Inoltre vi è il
confessore, l'elezione del quale spetta sempre al vescovo che tre
volte all'anno assegna alle monache un confessore straordinario 30*.
Da un contratto di vendita di alcune case stipulato nel 1602
possiamo analizzare le famiglie presenti nella comunità. In
quell'anno erano presenti 4 Lucifero, 2 Marzano e con una clarissa
le famiglie Faraldo, Bartililla, Marango, Cotrono, Criscente,
Liveri, Mandili, de Alexandro, Bernale e Pagano 31*.
Molto probabilmente il monastero subì dei danni dal terremoto che
nella notte del 24 novembre 1614 32* devastò la regione facendo
numerosi morti 33*.
In questi anni il monastero è rinnovato ed ampliato come testimonia
la costruzione o ricostruzione della cisterna e come rivela la data
1616 sulla vera della stessa.
La comunità è al completo. L'ingresso sia per accedere alla
professione che a scopo educativo è ricercato da molte giovani della
città e dei paesi vicini, che premono per entrarvi 34*,
incrementandone ancor più il prestigio ed il patrimonio 35*.
Ai primi del Seicento era ancora vigente una vecchia consuetudine
che permetteva alle monache di uscire processionalmente con la
badessa dal monastero quando una monaca diveniva professa o quando
veniva eletta la nuova badessa.
Questo abuso, assieme a quello di far entrare nel monastero le
bambine da educare senza chiedere il permesso del Papa, fu estirpato
dal vescovo Tommaso de Monti (1599- 1608), che incaricò il
cappellano di vigilare attentamente 36*.
Protagonista e centro di complesse operazioni finanziarie che legano
sempre più le sue proprietà e rendite a quelle di altri enti
religiosi e alle fortune dei possidenti 37*, esso diviene
particolarmente esposto all'andamento delle annate ed al mercato del
grano.
La continua evasione dal pagamento degli interessi sul capitale
imprestato specie ai piccoli proprietari a causa della congiuntura
sfavorevole 38* e l'impossibilità di rientrare in possesso
dell'ammontare di alcune doti, perchè vincolate, costringono a volte
l'autorità ecclesiastica a intervenire per permettere alle monache
di approvvigionarsi e alle novizie di rientrare in possesso delle
doti promesse per poter accedere alla professione 39*.
La siccità determina scarsi raccolti e moria di bestiame, causando
il fallimento dei coloni e quindi la diminuzione delle rendite del
monastero per la morosità di coloro che hanno in fitto o in
subaffitto i suoi terreni.
La comunità composta da una trentina di monache e da altrettante
educande 40* viene così a trovarsi in grave difficoltà. Poichè "da
molti anni in qua sono mancate le entrate de herbaggi.. le monache
non solamente non ponno andare in coro per dire l'officio divino per
mancamento di vestiti e di scarpe ma si moreno de fame ...",
trovandosi "in tanta calamità, miseria et povertà per le pessime
annate e carestie che per haver il vitto cotidiano qual giornalmente
l'è mancato e manca han contratto molti debiti" e per sovvenire alle
necessità del monastero e pagare i creditori sono costrette a
vendere alcuni beni 41*.
Nel 1636, Dezio Suriano, creditore di oltre 600 ducati per il grano
fornito per più anni al monastero, non riuscendo a rientrare in
possesso della somma, fa sequestrare e vendere la gabella di S.
Chiara del Sovaretto ed alcuni casalini.
Mancando l'assenso della Sacra Congregazione, il Suriano è costretto
però a ridare indietro la gabella ma la situazione economica del
monastero peggiora 42*.
La crisi economica, il pericolo turco ed il terremoto costringono la
comunità a rompere la clausura.
Nel giugno 1638, approffittando della confusione e dei danni causati
dal terremoto, i Turcheschi invadono le campagne del Crotonese; la
città è allertata e le clarisse si rifugiano nel castello 43*.
Due anni dopo, per la scarsità esse non vivono in comunità; le
entrate, anche per la continua insolvenza di coloro che utilizzano i
beni ed i capitali del monastero 44*, non sono bastanti ad
assicurare il vitto perciò le monache devono procurarselo con il
lavoro e servendo nelle chiese, recitando e cantando ogni giorno. Le
suore dovrebbero essere 27 di cui 19 coriste e otto converse; vi
sono inoltre cinque novizie. Ogni monaca prima di ricevere l'abito
dell'ordine di S. Chiara e di fare la professione, obbligandosi ai
quattro voti di castità, povertà, obbedienza e perpetua clausura,
deve consegnare la dote spirituale che è di duecento ducati per le
cittadine e trecento per le forestiere. Nel monastero vi sono
inoltre quaranta educande, che per varie ragioni a volte si spostano
da un monastero all'altro 45*. La chiesa è fornita degli ornamenti
necessari e vi celebra ogni giorno il cappellano 46*. Prevalgono le
professe appartenenti alle famiglie Suriano, Barricellis, Lucifero e
Susanna 47*.
Durante il vescovato di Giovanni Pastor (1637- 1662) la dote
spirituale delle cittadine viene alzata a ducati 250 mentre rimane
invariata quella delle forestiere.
E' questo un periodo in cui i gravi conflitti tra le famiglie, che
insanguinano la città, si rispecchiano all'interno del monastero. A
causa della violenza e dei soprusi alcune aspiranti monache
rinunciano a vestire l'abito in quanto hanno "sperimentato non esser
habili atti ne sufficiente di loro forze a complire d'osservare i
voti, regole et costitutioni del monastero ne fare la vita che fanno
l'altre monache professe" e chiedono perciò la restituzione dei beni
consegnati per la dotazione dalle loro famiglie anni prima al
momento del loro ingresso 48*.
In questi anni il monastero è soggetto alla volontà di alcuni nobili
che lo gestiscono privatamente facendogli perdere ogni
caratteristica originaria. Esso è arredato e ampliato soprattutto
per l'intervento delle famiglie delle educande e delle clarisse che
vogliono far risaltare la loro potenza. Ne sono esempi la stanza
delle sorelle Suriano che è arredata da "una trabacca indorata due
para di specchie e due scrittore piccole .. et più et diverse robbe
mobile", avute in prestito dal fratello Giacinto 49*, ed il caso
dell'educanda Livia Piterà che per soggiornare più comodamente
trasforma a sue spese un casaleno in una nuova camera del monastero
che poi utilizza privatamente assieme all'amica Lucretia Lucifero
finchè non se ne andrà dalla città. Prima di lasciare il monastero
essa minaccia le monache che se vorranno utilizzare quella camera
dovranno pagargliela 50*. Nonostante questi lavori gran parte
dell'edificio è decadente e alcuni muri hanno bisogno di urgenti
ripari perchè minacciano di rovinare. Si cerca dapprima di
utilizzare i soldi di una dote e le monache si rivolgono perciò al
vescovo affinchè ottenga dalla Sacra Congregazione il permesso. Così
il procuratore del monastero potrà utilizzare "pro fabrica et
reparatione" il capitale che era in deposito presso un chierico per
essere reimpiegato, conforme alle costituzioni 51*. Poi si vende un
casaleno "che si andava deteriorando" 52* ma senza grandi benefici.
Nel 1672 "per l'incessive piogge che han travagliato per spatio di
due mesi notte e giorno questa città una parte vecchia del d.o
monastero ha fatto notabilissimo motivo che minaccia non solo
l'apprentione delle monache habitanti in quel lato ma la rovina di
tutto il restante del monastero se quelle mura cadessero" 53*.
Ridotto a poche monache a causa di una epidemia e avendo necessità
di denaro liquido per provvedere agli urgenti lavori di
consolidamento, la badessa e le monache, col beneplacito del vescovo
Geronimo Carafa ( 1664- 1683), raggiungono un accordo con i Modio di
Santa Severina, per l'entrata nel monastero di tre figlie di
Giuseppe Modio.
La dote viene fissata a 200 ducati "non ostante che per li
predecessori si habbi altrimenti disposto per sinodo", cioè in
ducati 250 per le locali e 300 per le forestiere.
Poichè non c'è tempo da perdere i Modio consegnano subito parte
della dote in denaro contante, cioè ducati 200, al procuratore con
l'impegno da parte del monastero di pagare alle figlie finchè non
daranno la professione ducati 16 all'anno, cioè l'otto per cento sul
capitale anticipato, su questa somma però il monastero tratterrà
ducati tre per ciascuna "per habitatione" 54*.
All'inizio degli anni Settanta a causa della pestilenza 55* le
clarisse da quindici 56* in pochi anni si ridurranno ad otto 57*,
mentre il susseguirsi di annate rovinose fanno peggiorare la
situazione economica del monastero che non riesce ad affittare i
suoi terreni a grano ed ad esigere le rendite, a causa dei tassi
troppo elevati non più sopportabili dai coloni, colpiti dai cattivi
raccolti 58*.
Continua perciò la cessione dei beni comunitari 59* e dovendo
eseguire l'ordine del vescovo Carafa, il quale durante la visita al
monastero fece decreto di comprare una casa privata, sovrastante, e
parte di alcuni magazzini congiunti, "si che restasse la clausura
isolata", le clarisse sono costrette a indebitarsi col convento di
San Francesco di Paola 60*.
Sempre in questo periodo, tra il 1675 ed il 1678, le monache
abbandonarono temporaneamente l'abito degli osservanti per quello
dei conventuali 61*.
Finito il vicariato di Geronimo Suriano (1684- 1690), durante il
quale il monastero rischiò l'estinzione, il nuovo vescovo Marco Rama
(1690- 1709), appena giunto ripristinò con le sue ammonizioni il
decoro e l'osservanza delle regole 62*. Egli incominciò a rendere
razionale l'edificio così che le educande potessero vivere separate
dalle monache e inoltre si impegnò a completare la costruzione del
chiostro e a portare la chiesa ad un migliore aspetto 63*.
I nuovi lavori, le favorevoli condizioni economiche, il ribasso e le
facilitazioni per il pagamento della dote, che cominciò a rimanere
alla famiglia della professa, esigendone il monastero solo un annuo
censo 64*, ed alcuni legati 65* permettono in breve la
ricomposizione ed il rilancio della comunità claustrale 66*.
La ripresa mercantile di fine Seicento crea condizioni migliori
ripristinando il suo ruolo economico e sociale. Nel 1691 la comunità
è ritornata quasi al completo contando 22 professe 67* e l'anno dopo
il monastero risulta fornito di celle costruite di nuovo ed il
chiostro e la chiesa sono stati restaurati 68*.
Esso è dotato di un discreto patrimonio accumulato con le doti, i
legati, le opere di beneficenza e gli acquisti ed è ritornato
partecipe di importanti operazioni speculative condotte da terrieri
e mercanti 69*.
Nella primavera 1694 due sue clarisse lasceranno temporaneamente il
monastero per trasferirsi a Cutro dove nel monastero della SS.
Concezione sta nascendo una nuova comunità di Santa Chiara.
Elisabetta Modio e Hippolita Sillano, la prima badessa, la seconda
vicaria, del nuovo monastero seguono il noviziato ed accolgono le
prime professe 70*
Primario è l'aspetto educativo verso le figlie dei nobili che
numerose vi accorrono attratte dalla fama che gode 71*.
Nel monastero, oltre alle professe e alle novizie, vi erano le
educande, sempre di provenienza nobiliare, che pagavano una quota
per potere fare vita comune con le suore e riceverne l'educazione.
L'educanda, quasi sempre legata da stretti legami di parentela con
le clarisse, ottenuto il permesso dalla Santa Sede e accettata per
voti segreti dalle monache congregate capitolarmente, entrava sola a
vivere in clausura. La sua età variava dai sette ai venticinque
anni, ma previa dispensa poteva essere sia inferiore che superiore
72*. I genitori al suo ingresso, mediante pubblico atto, si
impegnavano ad assicurare al monastero per "vittu, vestiti et
habitatione" una rendita annua che nella prima metà del Seicento era
di quattro salme di grano 73* e successivamente fu stabilita in una
quota in ducati da pagarsi in due rate semestrali anticipate.
L'educanda non poteva usare "abiti e vesti indecenti, e di seta, nè
portare ornamenti d'oro, con dovere l'istessa osservare le leggi
della clausura, della locutione, e se uscirà una volta da detto
monistero, non possa essere più ricevuta, senza nuova licenza della
Santa Sede" 74*, eccetto che per farsi monaca 75*.
Si attuava così, attraverso l'educazione della bambina in tenera età
e la sua esclusione da ogni contatto con l'esterno, la formazione di
una personalità che si identificava completamente nel gruppo
comunitario a cui l'educanda era legata quotidianamente da un
rapporto di soggezione e dipendenza 76*.
La sua conversione o no alla vita claustrale era sancita di fatto da
una decisione presa anni prima dai suoi genitori 77* mentre a volte
la sua permanenza come educanda, oltre i 25 anni, se sgravava la
famiglia dell'esborso della dote, escludeva la "nobile zitella" dal
partecipare alle importanti scelte comunitarie.
Si introduceva la bambina sia per "educarsi santamente con Dame sue
pari" ma anche per costringerla ad un matrimonio di interessi
concordato tra le famiglie 78*. A volte si chiedeva il diritto di
asilo per metterla al riparo da unioni perpetrate con la violenza
contro i desideri dei suoi genitori 79* dai cacciatori di doti; ma
spesso il monastero diventava l'unico luogo sicuro dove la nobile
bambina, rimasta orfana o sola, potesse trascorrere degnamente il
resto della sua vita, in attesa e con la speranza che amici o
parenti combinassero il matrimonio 80* oppure col passar degli anni,
avendone la possibilità finanziaria, decidendosi a prendere il velo
81*.
L' educanda dopo rari incontri nel parlatorio col promesso sposo,
possibili solo con l'autorizzazione scritta del vescovo ed in
presenza di suore ascoltatrici, passava direttamente dal monastero
al matrimonio 82*.
Il 9 dicembre 1699 il vescovo Marco Rama, durante la visita
pastorale ai luoghi sacri sotto la sua giurisdizione, entrò in Santa
Chiara 83*.
Egli ci dà un resoconto particolareggiato della situazione
economica, dello stato generale del monastero e della chiesa, e ci
indica la provenienza delle proprietà dei terreni, delle case e dei
capitali 84*.
Il patrimonio del monastero era costituito da:
a- n.25 fondi rustici dal fitto dei quali perviene un'entrata annua
di circa ducati 582 oppure salme 217 di grano 85*
b- n. 4 proprietà di immobili urbani, costituiti da 2 botteghe, una
casa palatiata e da una "continenza di case avanti al regio
castello" che fruttano annualmente ducati 66
c- n.10 censi e canoni per una rendita annua di ducati 76.
L'entrata annua complessiva risulta quindi di circa 724 ducati ai
quali bisogna togliere pesi e legati per 38 ducati 86*.
Il monastero può quindi contare nel 1699/1700 su entrate nette per
ducati 686 circa.
Le professe erano 24, è badessa Teresa Modio 87*, le novizie 3 88* e
le educande 16 89*.
Vi erano anche quattro converse 90*, cioè suore non nobili che sono
addette a servire, ad eseguire i lavori manuali e "profani" :
cucinare, fare le pulizie, lavare, servire i pasti ecc.
Esse vivono in clausura e per entrare nel monastero devono essere
accettate ma non partecipano alla vita comunitaria nè alle elezioni
e tanto meno alle decisioni.
Si trasferisce così all'interno del monastero la rigida divisione
delle classi sociali e l'accesso al monastero delle figlie dei
piccoli proprietari non è titolo sufficiente ad un loro avanzamento
ma solamente ad avere vitto ed alloggio e qualche regalia.
Nel complesso le monache offrono uno specchio fedele della realtà
cittadina rappresentando le famiglie che detengono il potere. Esse
riportano e fanno risaltare, specie nelle elezioni della badessa e
della vicaria, le alleanze e le ostilità esistenti tra le casate.
Nel descrivere la chiesa il vescovo nota l'altare maggiore, la
cappella con il quadro della Annunciazione, di S. Francesco d'Assisi
e di Santa Chiara ed un altare a metà chiesa con l'immagine della
Concezione.
Al procuratore del monastero ordinò che per preservare la clausura
fosse riparata la grata di legno, fossero sistemate le finestre e le
finestrelle delle celle rivolte verso il palazzo dei Gallucci,
fornendole di antefinestre in legno in modo che la luce potesse
passare solo dalla parte superiore e di munire quelle inferiori di
inferriate.
Ordinò inoltre di compiere alcuni lavori nella sala del parlatorio,
di risistemare le ruote e di munire di grate di ferro e di sbarre le
finestre della sacristia che davano sulla via 91*.
Fino alla fine del Seicento, la badessa, la vicaria ed il
procuratore 92* si interessavano degli atti amministrativi, mentre
per le decisioni più importanti, specie quelle che riguardavano la
vita comunitaria, intervenivano tutte le monache professe.
In seguito, a salvaguardia della tranquillità economica del
monastero e per metterlo al riparo da incaute speculazioni, già
durante il vescovato di Michele Guardia (1709- 1718), quattro
monache professe dette discrete sono presenti accanto alla badessa e
alla vicaria e al procuratore negli atti che impegnano
finanziariamente il monastero 93*. Sempre negli atti pubblici
attinenti a particolari aspetti amministrativi accanto a queste
figure compare a volte la maestra di novizie o l'arcania
(depositaria o cassiera) 94*, mentre in quelli che interessano la
vita comunitaria sono presenti tutte le professe o la maggior parte
di esse.
Il vescovo benedettino, Anselmo de la Pena (1719-1723), compiendo la
visita pastorale, entrò il 7 luglio 1720 nella chiesa di Santa
Chiara dove visitò l'altare dell'Immacolata Concezione e l'altare
maggiore. Quindi entrato in clausura, le coriste, le novizie, le
converse e le educande gli prestarono obbedienza 95*.
Prima di andarsene, ordinò al procuratore di mettere due altre grate
di ferro nella stanza maggiore dei colloqui, di far costruire una
ruota nuova di noce o di castagno, di dare la calce alle pareti, di
aggiustare le finestre mettendo i vetri mancanti e di rifare quelle
che non si possono accomodare, ed inoltre di munire di sbarre di
ferro le finestre della parte inferiore del dormitorio.
Comandò di restaurare le pareti esterne, sia quelle rivolte al
palazzo dei Gallucci sia quelle di fronte alle mura della città, e
rinforzate le fondamenta dei muri in quella parte che sono più
bassi, ordinò di alzarli in modo da uguagliare l'altezza del
dormitorio. Fece inoltre pulire il vicolo a fianco della sacrestia
96*.
Il patrimonio del monastero era considerevole 97*.
Esso risultava costituito da 29 beni stabili, 16 tra censi e canoni,
4 fra case e botteghe e inoltre vi erano duc. 540 in deposito nella
cassa del monastero.
Gli estagli dei fondi rustici avvenivano in denaro o in grano e si
facevano tutti al tempo della fiera di "Mulerà", ad eccezione degli
"effetti fatti agli industrianti di animali pecorini " che avevano
domicilio nella provincia di Cosenza 98*.
Il monastero, chiuso da inferriate e da alti muri e protetto dalla
scomunica, contro coloro che tentassero di violarlo senza il
permesso del vescovo, è anche il luogo dove si custodiscono gli
oggetti preziosi ed i soldi di alcuni istituti religiosi 99*.
Nonostante ciò esso è al centro di gravi scandali 100*, tanto che il
vescovo la Pena deve intervenire più volte con ammonizioni e
castighi 101*.
Lo stesso vescovo poichè c'è una forte richiesta di entrarvi eleva
la dote dagli usuali ducati 200 a 300 102*.
Nel 1724 con la professione di tre nuove suore, Maria Anna Ayerbis
de Aragona, Maria Teresa Suriano e Maria Angelica Gallucci, anche se
contrastata dalle coriste ma sollecitata minacciosamente dal nuovo
vescovo Caietano Costa (1723-1753) 103*, il numero stabilito di 24
monache che poteva contenere era stato raggiunto. Le educande non
erano numerose come nel passato ma i fondi rustici, che il monastero
dava in fitto, e i capitali che venivano imprestati ai piccoli
proprietari ed ai coloni al tasso dell'8%, "secondo la Bolla et
Regia Prammatica de censibus", anche per la buona congiuntura
economica, assicuravano una vita comunitaria florida e tranquilla
104*.
Le famiglie nobili di Crotone contando sul legame che le univa al
potere religioso, spesso collocate le figlie impunemente non
pagavano la dote o la pagavano in parte e quando volevano.
Per mettere fine a questa situazione, il vescovo Costa nel sinodo
diocesano del 1729 105*, dopo aver confermato l'ammontare della dote
in ducati 300, stabilì che essa fosse sborsata prima dell'ingresso
al noviziato 106* e se in denaro contante si depositasse nella cassa
del monastero e, abbracciata la professione la nuova monaca, si
investisse la sua dote in un censo bollare annuo.
Se la dote era in beni stabili, la consegna doveva essere fatta per
iscritto e con la descrizione minuziosa dei confini e con tutte le
sicurezze e clausole necessarie come simili atti richiedono. Stabilì
inoltre che se per necessità il capitale della dote si fosse dato in
prestito, si costituisse un annuo censo alla ragione del 5 o
raramente del 4% e parimenti si confezionasse e celebrasse
l'istrumento con ogni cautela affinchè il monastero non venisse a
patire in seguito alcun danno.
Le buone intenzioni del vescovo rimasero sulla carta in quanto i
nobili continuarono a non far fronte agli impegni e le monache a
condurre una vita comunitaria che non osservava che in parte le
rigide costituzioni 107*.
I nobili che ne avevano dirittto, specie quelli che facevano parte
del sedile di San Dionisio, costringevano le figlie a monacarsi e il
più delle volte contro la loro volontà le chiudevano determinando in
esse fenomeni di ribellione e violazione delle dure regole interne a
cui seguivano periodiche repressioni da parte del potere
ecclesiastico che interveniva quando gli scandali diventavano
pubblici 108*.
La famiglia della ragazza che intendeva farsi monaca presentava a
nome di lei un memoriale al vescovo per ottenere il permesso di
entrare nel monastero. Il vescovo, accertata la volontà della
ragazza, concedeva la licenza alla badessa di proporre alle monache
capitolarmente congregate di ricevere la nuova novizia. Avvenuta la
votazione per voti segreti, la badessa doveva darne al vescovo
relazione scritta, sigillata col sigillo del monastero 109*.
Quindi la famiglia depositava la dote spirituale presso un
fiduciario il quale si obbligava di conservare la somma presso di sè
e nell'atto di ingresso della giovane per iniziare l'anno di
noviziato, presentava la fede di deposito alle monache ed al
procuratore.
La novizia doveva aver compiuto i 15 anni e dopo un anno di
noviziato ed essere stata nuovamente accettata dalle suore poteva
divenire professa. Otto giorni prima della cerimonia di
consacrazione la famiglia, o chi per lei, doveva però versare al
procuratore del monastero la dote che veniva riposta nella cassa
deposito a tre chiavi del monastero per essere poi impiegata nella
compra di stabili o in un annuo censo 110*.
Prima di accedere alla professione davanti alla grata di ferro del
monastero in presenza del vescovo o di un suo delegato, della
badessa e delle monache e dei suoi familiari essa faceva l'atto di
rinuncia col quale per atto di notaio lasciava ogni suo avere e
diritto 111*. Accompagnava spesso questo atto l'impegno dei suoi
familiari a versarle un vitalizio o a darle delle somme che la
clarissa amministrava personalmente durante la sua vita claustrale
112* anche se per le operazioni finanziarie di una certa importanza
era richiesto il permesso della badessa 113*
Sedici anni era l'età minima per prendere i voti e vestire l'abito;
il vescovo ed il capitolo si recavano nella chiesa del monastero e
dopo aver celebrata la messa solenne, il vescovo si sincerava della
volontà della candidata, la quale eleggendosi un nuovo nome ad alta
voce emetteva i voti di povertà, castità, obbedienza e perpetua
clausura. Il vescovo allora la consacrava ponendole sul capo il velo
nero benedetto e benedicendo l'abito, l'anello e la corona. Dopo che
la nuova professa aveva rinnovato i voti alla badessa, si intonava
il "Te Deum" 114*.
Per divenire badessa essa doveva aver superato i quaranta anni ma
con dispensa della Sacra Congregazione dei vescovi e regolari era
sufficiente che essa ne avesse almeno venticinque 115*.
L'elezione della badessa avveniva ogni tre anni per votazione
segreta e a maggioranza di metà più uno dei voti delle clarisse
riunite canonicamente in capitolo 116*.
La cerimonia di consacrazione era officiata dal vescovo "qual
Delegato e Commissario Apostolico" 117* e da almeno due assistenti.
Dopo che il vescovo aveva dato lettura del mandato apostolico di
convalida e aveva recitato le orazioni prescritte dal Pontificale
Romano, l'eletta prestava giuramento di obbedienza e di osservare e
fare osservare le costituzioni del monastero.
L'eletta riceveva allora "l'attestato di obbedienza dalle altre
suore di detta clausura con baciarle rispettosamente la mano" e si
intonava quindi il "Te Deum"; il vescovo la benediceva recitando una
prefazio 118*
Finita la cerimonia di consacrazione la nuova badessa firmava una
dichiarazione in cui prometteva a "Dio Onnipotente, alla Beata
Verine Maria, al Beato Padre Francesco, alla Beata Madre Chiara, a
Tutti i Santi", al vescovo e ai suoi successori "fedeltà, degna
soggezione, obbedienza, riverenza, di osservare e fare osservare le
regole " del monatero 119*.
Il ritorno delle epidemie e la mancanza di nuove vocazioni a causa
dell'alto prezzo della dote conducevano con il trascorrere degli
anni il monastero verso l'estinzione.
Tra il 1728 ed il 1730 morirono parecchie monache a causa delle
febbri autunnali 120* ed, essendo alcune suore molto vecchie e prive
di assistenza, furono introdotte due ragazze contadine per aiutarle
121*.
Facilitava la decadenza il concordato del 1741 e quindi il catasto
onciario del 1743 che accertava e tassava per metà gli antichi beni
ecclesiastici e per intero i nuovi. A questo si aggiunsero i danni
causati dal terremoto che manifestatosi il 7 dicembre 1743, scuoterà
la città il 21 marzo 1744, lesionando gli edifici e costringendo gli
abitanti a vivere per alcuni mesi in baracche 122*.
Per il declinare dell'interesse 123* molti piccoli proprietari, che
da tempo usufruiscono dei prestiti del monastero, ad un tasso
elevato, quasi sempre all' otto per cento, cominciano a chiedere la
riduzione oppure ritornano il denaro.
Per l'affrancazione dei censi molto capitale rimane inoperoso nella
cassa e non trovandosi "l'applicazione", sia per le mutate
condizioni economiche sia per l'alto tasso che le monache chiedono,
col tempo le entrate diminuiscono 124*.
Dopo le tre monacazioni del 1724, bisognerà attendere parecchio
prima che una nuova monaca, Antonia Sculco, entri nel monastero
125*.
Per trovare un riparo a questa situazione che colpiva generalmente
gli istituti ecclesiastici, il vescovo Costa ridusse nel 1750 il
tasso sui capitali al 5% in generale 126*e al 6% quelli del
monastero 127*, però già in precedenza, prendendo atto "che per
l'innovatione ed aumento di d.a dote monacale non troppo
s'invogliavano le signore Donzelle a monacarsi" 128* e del fatto che
alcuni nobili cittadini sceglievano per le loro figlie monasteri in
altre città più convenienti e più confortevoli, aveva ridotto
nuovamente la dote "al soldo ed antico piede di ducati duecento"
129* per le cittadine e duecento e cinquanta per le forestiere; al
quale prezzo era da aggiungersi i consueti ducati venti per l'anno
di noviziato da pagarsi anticipati in due rate semestrali 130*. Per
maggior sicurezza, la dote doveva essere impiegata in un fondo
perpetuo in modo che la monacanda potesse godere vita sua durante il
vitto, il vestiario e l'abitazione. Inoltre la famiglia della nuova
monaca si impegnava a darle anche un competente livello ed
vitalizio, che di solito era di otto o nove ducati annui, ormai
"solito ad assignarsi" "acciò che possa vivere commodamente doppo la
sua professione" 131*.
Oltre a questo vitalizio le monache cominciarono a percepire dal
procuratore del monastero anche una piccola pensione o stipendio
mensile e qualche altra regalia a fine anno 132*.
Questi accorgimenti non portarono dapprima i giovamenti sperati
133*, anzi coloro che avevano pagato la dote di ducati 300 chiesero
il rimborso della differenza 134* mentre il numero delle coriste che
dalle 22 del 1722 erano scese a 12 nel 1742 diminuirono ancora a 10
nel 1752.
La decadenza, l'inospitalità ed il nudo aspetto del monastero
cozzava con la nuova concezione della vita portata dal fiorente
commercio che godeva la città.
I beni del monastero apparentemente erano cospicui ma di difficile
utilizzo e le monache nei fatti non avevano il denaro sufficiente
per poter procedere ad una così radicale ricostruzione e
ristrutturazione tale da riguadagnare la fiducia dei nuovi
protagonisti sociali.
Così nel 1738 poichè non ci sono soldi per riparare la continenza di
case dette di Nola al largo del castello, esse vengono vendute al
mercante Domenico Aniello Farina di Nocera, che vuole costruirsi un
palazzo, per il prezzo di ducati 1100 135*.
Nella prima metà del Settecento il monastero aveva ampliato i suoi
possedimenti fondiari dapprima acquisendo dalla famiglia Suriano
parte delle gabelle di Tuvolo e di Scarano per un totale di salme 36
di terra e poi, nel periodo che va tra la stipula del Concordato
136* (1741) e la formazione del Catasto Onciario (1743) 137*, con
l'acquisto di altre 25 salme a Scarano e 10 nel territorio di
Lavaturo 138*.
Ma l'attività economica in forte espansione era stata quella
creditizia, legata ai censi e ai canoni, che dal numero di 10 nel
1699 erano passati a 18 nel 1743 e dalla rendita annua di ducati 76
erano aumentati a 181, rappresentando nel 1743 il 21 % delle entrate
contro l'11% del 1699 139*.
Normalmente si conveniva che la "dos ingressarum", che doveva essere
consegnata prima di accedere alla professione, potesse essere pagata
in moneta contante oppure non pagandola potesse rimanere a
disposizione della famiglia della clarissa con la possibilità di
pagarla quando essa riteneva opportuno in denaro contante oppure
cedendo al monastero 4 o 6 ( a secondo se la dote era di 200 o 300
ducati) salmate di terre "rase e aratorie"; finchè ciò non avveniva,
la famiglia doveva pagare una annualità di ducati 8 o 12 annui 140*.
Così la dote rimase in amministrazione alla famiglia della nuova
clarissa, esigendosi da parte del monastero solo la rendita del
quattro per cento, raramente del cinque o sei, sul capitale che a
volte per maggiore sicurezza si "infisse" andando a gravare o
ipotecare quasi sempre un fondo rustico o raramente un palazzo.
Il più delle volte si richiese solo l'annua rendita senza vincolare
un bene specifico ma genericamente tutte le entrate della famiglia
141*.
Così il monastero tramite le dotti spirituali alleò i beni propri
con quelli delle famiglie e servì di sostegno ad operazioni
economiche che nel mentre salvaguardavano le entrate del monastero
favorivano la fortuna delle famiglie delle professe.
A volte lo stesso capitale della comunità fu utilizzato per
operazioni di acquisto di fondi rustici cosicchè rimase "infisso"
sull'acquisto al quale aveva concorso, rimanendo tuttavia
l'amministrazione del bene in mano al nobile che aveva condotto
l'operazione, esigendone il monastero solo la rendita 142*.
Si facilitavano così le famiglie nobili, in quanto non erano
obbligate a pagare una elevata somma, cosa piuttosto onerosa in una
città in mano agli usurai e ai mercanti.
I nobili procedevano all'incetta del grano e alla sua accumulazione
nei magazzini.
Dando in fitto i propri terreni e subaffittando quelli
ecclesiastici, praticando l'usura ed il prestito delle sementi, con
contratti capestro gravavano di obblighi, ipoteche e prestazioni i
massari e i coloni; questi nei momenti di crisi erano costretti a
svendere le proprie proprietà ed i propri prodotti al tempo del
raccolto, quando i prezzi erano inferiori, per mantenere gli
obblighi contratti al tempo della semina 143*.
Il "censo bollare" non menomava il patrimonio della famiglia della
monaca; l'amministrazione del fondo su cui gravava rimaneva al
proprietario che poteva disporne come voleva: affittandolo o anche
vendendolo 144* oppure quando ne aveva la possibilità o ne vedeva
l'opportunità poteva affrancarlo 145*.
Utilizzando inoltre i terreni ed il capitale che il monastero
metteva a disposizione, la famiglia nobile poteva effettuare
operazioni finanziarie che spesso le sarebbe stato impossibile
condurre da sola a buon fine.
Il nobile aveva così la possibilità di utilizzare i fondi e i
capitali del monastero pagando un tasso molto basso e soprattutto
senza scadenze fisse cioè quando il raccolto, gli affari e la
congiuntura economica gli erano favorevoli.
Utilizzare il capitale ecclesiastico e prendere in fitto le estese
proprietà del monastero e della chiesa in generale erano le molle
che spingevano coloro, che ne avevano il diritto, a premere per
mandare le proprie figlie in clausura per assicurarsi dall'interno
il buon andamento degli affari all'esterno 146*.
La rinascita economica della città nel Settecento aveva modificato
profondamente le classi sociali determinando un netto distacco tra
una vecchia aristocrazia composta ormai da pochissime famiglie
asserragliate nel seggio di San Dionisio, e la nuova classe
mercantile legata ai capitalisti napoletani e genovesi, che dedita
al commercio del grano e del formaggio, si era non solo arricchita
ma anche inserita nella nuova vita culturale della capitale,
assimilando il modello di vita "moderno" aperto al benessere
materiale e alle nuove comodità .
Questa "nuova nobiltà" forestiera dopo lunga controversia riesce,
con la conquista del regno di Napoli da parte dei Borboni, ad essere
ammessa al sedile e quindi a poterne usufruire dei privilegi 147*.
Nel tentativo di ripopolare il monastero con queste nuove famiglie
vennero intrappresi grandi lavori di ristrutturazione che si
prolungarono per diversi anni.
Cessata la paura del terremoto del 1744, per "riparare all'imminente
ruina della loro chiesa" già nel gennaio 1745 le clarisse ne
iniziano la ricostruzione che procedette lentamente per scarsità di
denaro.
Essendo lesionata e cadente, essa viene rifatta e nel 1748 risulta
già portata "all'uso moderno come al presente si vede" e la
sacristia è allungata 148*. Per finanziare l'opera si ottiene anche
di impiegare le doti di due monache defunte 149*. Poi si procede con
i grandi lavori del monastero, resi possibili anche per l'accordo
raggiunto nel 1752 dal vescovo Costa con alcuni nobili per
rivitalizzare la comunità ormai ridotta a poche monache, quasi tutte
di età avanzata.
Il 17 marzo 1752 Marianna Lucifero, sorella del marchese di
Apriglianello, Giuseppe Lucifero, Maria Angela e Teresa Venturi,
nipoti di Dionisio Venturi, Livia Sculco, figlia di Francesco
Antonio, proprietario di Cortina, e Antonia Grimaldi, figlia di
Valerio e di Francesca Barricellis, iniziano l'anno di noviziato
150*.
L'anno dopo Maria Nicola al secolo Livia Sculco, Caterina e Maria
Crocifissa al secolo Mariangela e Teresa Ventura, Chiara al secolo
Marianna Lucifero e Maria Michela al secolo Antonia Grimaldi, dopo
aver fatto l'atto di rinucia a favore dei genitori, danno la
professione 151*.
Contribuisce anche l'arcidiacono Domenico Geronimo Suriano, per
molti anni governatore e procuratore del monastero, che lascia una
considerevole somma. Egli fonda dieci eddomade col peso di dieci
messe alla settimana, in modo che nella chiesa si possano celebrare
più messe al giorno così da elevare lo spirito e la devozione delle
monache e nello stesso tempo beneficia la comunità che si sta
rinnovando 152*.
Saranno le nuove clarisse, alle quali presto se ne aggiungeranno
altre, che ridaranno vitalità al monastero e forniranno i capitali
per procedere nella ricostruzione 153*.
Accanto alle professe delle tradizionali famiglie cittadine,
Lucifero e Suriano, troviamo le "forestiere", figlie delle famiglie
di recente accasate in città e da poco entrate nel seggio: Oliverio,
Ventura, Zurlo, Gallucci, Sculco, Millelli, Aragona, Marincola e
Grimaldi.
Queste ultime prima tenute ai margini di questa istituzione
aristocratica, faranno risaltare oltre alla legittimazione da poco
acquisita, anche e soprattutto il potere economico che dispongono.
Portatrici di un nuovo modo di pensare assimilato dai genitori
attraverso il commercio e la permanenza a Napoli per studio o per
affari, esse entrano ben presto in contrasto sia con le rigide
regole della clausura che con le figlie delle famiglie antagoniste.
Cambia il colore delle vesti, si comunica quotidianamente con
l'esterno e si attuano trasformazioni nella architettura e
nell'arredo della chiesa e del monastero.
I ripetuti richiami dei vescovi al rispetto dei voti pronunziati ed
a mitigare la conflittualità interna tra le monache, cadono nel
vuoto 154*.
Accanto ai dipinti dei fondatori dell'ordine e all'Assunta ed alle
altre cose strettamente necessarie alla vita claustrale, troviamo
numerose donazioni di opere d'arte e di arredi.
Contribuisce ai grandi lavori per rendere più accogliente il
monatero il vescovo Costa che per testamento lascia ducati 300 "per
applicarli in fabrica della chiesa, o de monastero" 155*.
La chiesa viene rifatta in alcune sue parti e ricoperta di stucchi
ed ornamenti, essa è munita di arredi, statue, argenteria,
paramenti, organo, dipinti ecc.., divenendo un luogo piacevole 156*.
Ma questa fase di ricostruzione e di rilancio è interrotta dalle
annate sterili che dal 1761 si prolungano fino al 1766.
Per la mancanza di piogge, per le gelate primaverili, per la moria
del bestiame e per l'alto prezzo delle sementi introvabili per
l'imboscamento speculativo, i coloni in autunno non fittano i
terreni, oppure in primavera li abbandonano prevedendo raccolte
disastrose 157*.
Così le minori entrate non assicurano il vitto alla comunità che
deve indebitarsi 158*.
Ma ben presto ritorna normale la vita claustrale che nel suo insieme
risulta aperta ai fatti grandi e piccoli della città con una
alimentazione raffinata e non priva di golosità.
La notevole vitalità economica di questi anni è testimoniata dai
numerosi atti notarili e dai lavori compiuti per rendere il
monastero più ampio e sempre più accogliente 159*.
Nell'autunno 1769 si spendono oltre 1400 ducati per "accomodarlo":
si costruisce la camera delle nuove educande e si fa una mattonata
nella chiesa 160*.
Ancora pochi anni ed il 32 ottobre 1774 il nuovo vescovo di Crotone,
Giuseppe Capocchiani (1774- 1788), consacra la chiesa.
Essa era stata completamente restaurata ed abbellita di molti
quadri, organo e preziosi specialmente donati dalla badessa Angelica
Gallucci, e l'altare maggiore era stato arricchito delle reliquie
dei martiri Simplicio, Feliciano e Costanzo 161*.
L'anno dopo entrano nel monastero Vittoria ed Angela Lucifero,
figlie del marchese di Apriglianello, e Isabella Suriano, figlia del
barone della Garubba 162*.
La chiesa era solida ed elegante ma gli edifici avevano ancora
bisogno di restauri, per fare i quali le sole entrate del monastero
non erano bastanti 163*.
La comunità ritornata numerosa principalmente svolgeva opera
educativa verso le educande che pagavano per gli alimenti una somma
annuale di duc. 30 in due rate semestrali 164*.
Il confessore ordinario di regola durava in carica un triennio, il
che avveniva raramente perchè veniva confermato ripetutamente. Così
nel 1779 165* è l'arciprete Antonino Morelli, che scaduto il
termine, viene rinominato per un altro triennio su richiesta delle
stesse monache.
Anche il procuratore viene riconfermato ripetutamente. Nel 1779
copre l'ufficio il canonico Vincenzo Smerz che oltre ad amministrare
i beni del monastero cura anche quelli della mensa vescovile ed
accumula altre cariche.
Questo permanere e concentrarsi del potere in poche mani non è
tollerato da alcuni nobili che non possono accedere come per il
passato all'affitto dei fondi e alla concessione dei prestiti 166*.
Le entrate annue del monastero superavano largamente i 1000 ducati
annui e questo denaro era impiegato per opere di restauro, per
adornare la chiesa 167* e per il mantenimento più che decoroso delle
monache 168*.
All'inizio del 1782 il monastero è devastato da un incendio che,
divampato nella cucina, distrugge parte delle strutture e costringe
le monache a rompere la clausura 169*.
Il 10 maggio dello stesso anno mastri e manipoli iniziano i lavori
per riparare la parte rovinata e, seguendo il progetto elaborato
dall'ingegnere Tommaso Novellis, terminano l'opera il 13 dicembre
dello stesso anno 170*.
Il 5 febbraio 1783 un terremoto rovinò la Calabria e continuò la sua
opera distruttrice per tutto l'anno.
Dopo le prime scosse le monache abbandonarono il monastero 171*. e
continuando il fenomeno fecero costruire una baracca di legname per
ripararsi 172*.
Mentre la città è sotto l'incubo del sisma, non cessano le liti
nella comunità delle clarisse. Aspre accuse vengono mosse dalla
badessa Maria Raffaella Olivieri al procuratore del monastero: il
canonico Smerz che svolgendo varie altre mansioni, con la sua
negligenza e poca cura degli interessi continua ad arrecare danno
alle finanze del monastero.
Nel chiederne al vescovo la rimozione, la badessa fa presente che
"giammai ella è stata intesa di quelle tali partite di esito e di
introito, che ella sola poteva giudicare della realtà di esse,
particolarmente per le spese fatte nella nuova fabrica di detto
monastero", perciò chiede anche di rivedere la contabilità perchè le
finanze del monastero oltre ad essere "troppo ristrette, trovasi
disordinate e sconvolte" 173*.
Per finanziare la ricostruzione, il governo borbonico con bando del
19.5.1784, decise di sopprimere tutti i conventi ed i monasteri che
evevano meno di 12 membri e di sospendere gli altri. Si procedette
all'incameramento e alla amministrazione delle proprietà dei
conventi, dei monasteri e dei luoghi pii.
Tra le norme di soppressione era previsto che "le religiose fossero
rimesse nelle case paterne o in altre famiglie di fiducia,
garantendosi loro un assegno proporzionato alle rendite usuali del
monastero di provenienza" 174*.
Per gestire questa grande massa di beni e per riparare i danni venne
con decreto del 4.6.1784 istituita la Cassa Sacra.
Il monastero di S. Chiara, contando un numero di monache maggiore di
12, fu sospeso ed i suoi beni furono amministrati dalla Cassa Sacra.
Il monastero fu chiuso e la chiesa fu adibita a chiesa parrocchiale
di Santa Veneranda e Anastasia.
All'atto della sospensione, il monastero si trovava già in gravi
difficoltà finanziarie sia perchè si era dovuto da poco riparare i
danni causati dall'incendio 175*, sia soprattutto per la difficoltà
di far valere i propri crediti verso coloro che avevano in fitto i
terreni o che dovevano saldare i censi e canoni.
L'ultima platea del monastero prima della sopsensione, relativa al
periodo dal 1.6.1783 al 5.4.1784, mostra che le uscite superano di
ducati 401 e grana 11 le entrate 176*.
Alla fine del 1783, come prevedeva la bolla emanata a suo tempo da
Pio V , a causa del terremoto tutte le monache avevano lasciato il
convento.
Sciolta la clausura, furono mandate alle case paterne e fu loro
assegnato un sussidio mensile ma poco dopo alcune di loro
ritornarono e con le scale rientrarono nel monastero attraverso le
finestre. Qui rimasero senza clausura, senza badessa, senza coro e
senza regola comune, ma non senza una lodevole carità e da sole
ripresero il cammino interrotto e a condurre l'antica vita 177*.
Note
1 .Vargas Macciucca F., Degli abusi introdotti ne' monasteri
delle monache, Napoli 1769, p.21.
2 .Taccone Gallucci D., Regesti dei Romani Pontefici per le chiese
della Calabria, Roma 1902, pp. 240-241.
3 . Taccone Gallucci D., cit., pp. 240-241.
4 . Forte S.L., Le province domenicane in Italia nel 1650, in
Archivum Fratrum Praedicatorum, 390 (1969); Visita di Anselmo La
Pena, 1720, f.30, AVC (ArchivioVescovile Crotone)
5 . "In primo anno Episcopatus Ioannis Concives Crotonen.
Monasterium Sanctae Clarae Virginis, quod usque adhuc extat,
erexerunt", Todisco Grande L., Synodales, constitutiones et decreta,
Napoli 1846, p. 59.
6 . Una petizione dell'università di Cotrone al re ha per oggetto il
vescovo Giovanni Ebo: "Considerato lo episcopo de Cotrone fa
residentia in la corte romana, et mai se ha denegato venire ad
visitare sua ecclesia e tutte intrate pervenute et che perveneno de
quella se le fa conducere in Roma non fanno provisione alcuna
necessaria in dicta ecclesia circa li repari de quella et de le
altre cose necessarie et spectante al divino culto, in modo che li
lignami de le coperte de dicta ecclesia, et case de quilla so
roynati et mancanti et anco et mancata et manca de li vestimenti et
altri necessarii ad divino culto ..." si chiede che le entrate della
cattedrale servano per ripararla ed a farle i rivestimenti
necessari, Zangari D., Capitoli e grazie concessi dagli Aragonesi al
vescovo e all'università e uomini della città di Cotrone durante il
sec. XV, La Cultura Calabrese, Napoli 1923, pp. 20-21.
7 . Nel 1541 prima della ricostruzione delle mura esisteva vicino al
monastero il "rebellino S.ta Clara", Dip. Som. Fabbriche e
Fortificazioni, Fasc. 4-6 , Fascio 196, ASN (Archivio di Stato
Napoli)
8 . Il monastero si trovava in parrocchia di San Giorgio e confinava
con la casa del m.ro Antonio Yesi e la casa del fu Thomasio Sarcone,
Conto derl m.co Giulio Cesare de Leone deputato sopra l'intrate del
vescovato de Cutrone, 1570 et 1571, Dip. Som. 315, 9, ASN.
9. Il 17.4.1517 F. Bruno , erario della città, consegna al
procuratore del monastero Hieronymo Pinlo per conto dell'università
duc. 10 di elemosina "per suo riparo", Dip. Som. Fs. 132/10, f.18,
Introyto erario de Cotrone 1516 - 1517, ASN.
10 . Il 25.2.1546 nella chiesa di Santa Chiara, presenti le
"mulieres" monache del monastero, il vescovo Matteo Lucifero e
Cappello di Castrovillari, provinciale dell'ordine di San Francesco,
Petrus Poglise fa una donazione al monastero, Carte antiche del
monastero di Santa Chiara, C. 26, n. 1784/96, ASCZ (Archivio di
Stato di Catanzaro)
11 . Sarpi P., Istoria del Concilio Tridentino, Firenze 1966, Vol.
II, pp. 1029, 1030.
12 .Vargas Macciucca F., cit. p. 31.
13 .Vargas Macciucca F., cit., p.35
14- All'inizio del Seicento il monastero possedeva un annuo censo di
ducati 10 su un capitale di ducati 100, proveniente da una dote, che
erano infissi sulle case di Alfonso d'Alessandro. Con il passare del
tempo, le terze non pagate avevano eguagliato il capitale, ANC. 312,
1666, 56-57.
15 .Reg. Vat. 1919, ff. 102-103, AVS (Archivio Segreto Vaticano)
16 .Arm. ff. 239v-240, AVS.
17 .Cod. Vat. Lat. 6190, ff. 31-32, Biblioteca Vaticana.
18 .Cod. Vat. Lat. 6190 (27.2.1569), Bibl. Vat.; Fasc. 1602, ff.
311-311v, AVC.
19 .Nel 1583 essendo tardato a piovere fino al mese di dicembre che
ormai i coloni disperavano di seminare, il vescovo Giuseppe Faraone
andò processionalmente a Capo delle Colonne con l'immagine della
Vergine del Capo. Di ritorno si recò nella chiesa del monastero di
Santa Chiara e, appena entrata l'immagine, subitò cominciò a
piovere, Juzzolini P., Santuario di Maria SS. del Capo delle Colonne
in Cotrone, Cotrone 1882, p.28.
20 . Nel novembre 1583 Lucretia Mandile avendo deciso di entrare nel
monastero, prendere il velo e dedicare la sua verginità a Dio,
consegna al procuratore del monastero la sua dote duc. 100 ed altri
duc. 20 "pro fabrica et victu" ,ANC. (Atti notarili Archivio di
Stato di Catanzaro) 15, 1583, 132.
21 ."... unam Jux. Jois Francisci Juliani et viam pp.cam ac aliam
jux. Collem Luciferi in S.ti Georgij et aliam jux. heredes pro.
Colle Casazonis in s.te margaritae nec non aliam jux. marcj lo
massaro et aliam jux. Jois denogale et aliam jux. annuntiationis
b.te m.e et aliam jux. antonij montacinj in S.ti Nicolaj de Cropis
et aliam jux. Ottavij Suriani in S.ti Angeli parrochij ac aliam jux.
petrutij de miglio in S.te dominice Croton. ac reliquas domos jux.
Jois andreae la mazza..", Fascio 1602, ff. 311-313, AVC.
22 . Il monastero tramite i suoi procuratori affitta a B. Imperato
di Napoli una "apotheca" posta in piazza sotto le case e confinante
con le botteghe di Orazio Juliano per ducati 8 annui a partire dal
giorno di Santa Croce, ANC. 15, 1578, 105.
23 .Breve di Gregorio XIII in data Roma Anno Incarnationis Dominis
millesimo quingentesimo septuagesimo ottavo calendas junii, Fascio
1602, ff. 311-313, AVC.
24 . Rel. Lim. Crotonen. 1738, ASV; Nel 1675 G. Gerace compra una
casa palaziata in parrocchia Santa Margherita confinante con le case
dello stesso ed il monastero di Santa Chiara "stritto mediante nel
loco d.to S. Giorgio", ANC. 334, 1675, 26 -30.
25 .Nel 1602 il monastero vende una casa "cum vineano et scala
lapidea" a V. Maneri per ducati 150. Volendo osservare il breve
apostolico e poichè possiede la terza parte della gabella
"Buccafera" acquista anche le altre due parti da Lucretia Pantisana
e dai coniugi Thomas de Liotta e Prudentia Pelusio, Fascio 1602, ff.
304-316, AVC.
26 .Le clarisse sono 17 nel 1602, 21 nel 1603, 25 nel 1606 e 30 nel
1610, Rel. Lim. Crotonen. 1603-1610.
27 .Rel. ad Lim. Crotonen. 1606, ASV.
28 .".. et si moniales non vivunt in communi pro paupertate, et
aliis difficultatibus, curamus attamen ad comunem vitam reducere..",
Rel. Lim. Thoma de Montibus, Cotronen. 12.9.1603.
29 . 19.8.1592. L'amministratore dei beni del fu Scipione
Berlingieri paga al procuratore del monastero di Santa Chiara,
Giulio Suriano, ducati 5 e tari uno "per l'habitatione" delle figlie
del Berlingieri, ANC. 49, 1594, 227.
30 .Rel. ad Lim. Crotonen. 1597 - 1640.
31 .Fascio 1602, f. 304 , AVC.
32 .Fiore G., Della Calabria illustrata, Napoli 1691, Vol. I, 289.
La città era già stata colpita da un terremoto nel 1605. In quella
occasione venne effettuata una processione in forma solenne che
partendo dalla cattedrale andò fino alla chiesa del monastero delle
clarisse dove fu collocata il quadro della Vergine del Capo, De
Mayda B., Splendore della misericordia di Maria SS. di Capocolonne
ossia i miracoli, Valle di Pompei, 1918, p. 24.
33 .Nel settembre 1614 morirono a Crotone 12 persone, in ottobre 34,
in novembre 70 ed in dicembre 29, Libro de morti, Cotrone (1601-
1698), AVC.
34 .Nella chiesa del monastero davanti le grate di ferro,
corrispondenti al dormitorio delle monache di clausura e delle
educande, l'educanda Magdalena della Motta Villegas, afferma che la
dote di duc. 200 promessale dalla madre al tempo del suo ingresso
era stata poi a sua insaputa da questa utilizzata per dotare la
sorella Beatrice che andava in sposa a Decio Suriano. Per rientrare
in possesso della dote, l'educanda incarica G. Passarello di
rappresentarla in Regia Udienza o in altri tribunali,
ANC.117,1626,80-82.
35 . J. B. Milello dona alla nipote Francesca Milello di Strongoli,
alunna nel monastero di Santa Chiara di Crotone, alcune terre come
dote per monacarsi col patto che sia lecito al fratello di
Francesca, quando vorrà, cioè sia prima che dopo la professione
della sorella, di trattenersi le terre pagando però i ducati 200 per
la dote. Mentre se Francesca morirà prima della professione le terre
andranno in beneficio del fratello, ANC. 119, 1636, 14-15.
36 .Rel. Lim. Crotonen., 1606, ASV.
37 . Nel 1631 il monastero, tramite il suo procuratore, compra da
Scipione Suriano le terre di Zinfano per ducati 300. Alla compra il
monastero dà al Suriano ducati 130. Per i rimanenti 170 si conviene
che ducati 70 rimanessero in potere del monastero, cioà duc. 60
infissi sulle terre acquistate con l'obbligo del monastero di dare
annui duc. 6 alla cappella dell' Epifania, di iuspatronato dei
Suriano, e duc. 10 che il monastero avrebbe dovuto dare al rettore
della cappella con i suoi censi correnti a partire dal 1631.Per i
100 ducati rimanenti, il procuratore del monastero si impegnava a
darli dai soldi provenienti dall'affitto delle terre comprate. Così
nel 1633 per estinguere parte di questo debito il procuratore del
monastero, Prospero Lopez, consegna al procuratore del Suriano
ducati 26, rimanendo così debitore di ducati 74, Carte antiche cit.
38 .La vedova L. Ormazza cede al figlio J. A. Berlingieri parte
delle proprietà con l'impegno da parte di quest'ultimo di saldare
numerosi creditori tra i quali il monastero di S. Chiara che avanza
duc. 41 di capitale e duc. 25 e mezzo di "censi decorsi et non
soluti", ANC. 108, 1614, 167-168.
39 . Cotrone 2.12.1627. I fratelli Telesio, divisa l'eredità
paterna, rimangono in possesso di duc. 330 all'8% che deve dare F.
Suriano. Per volontà del padre con gli interessi di questa somma si
doveva tra l'altro pagare i duc. 200 di dote monacale della loro
sorella Cicilia. Non riuscendo nè a recuperare il denaro nè i censi
passati, i fratelli "volendo vivere quietamente", cedono a Cicilia
il diritto di riappropriarsi di ducati 200 dei 330, ANC. 118, 1627,
nn.
40 . Nel 1631, vescovo di Crotone Niceforos Melisseno Commeno (1628-
17.2.1632), le monache professe sono 33 ed altrettante sono le
educande, Rel. Lim. Crotonen. ,1631, ASV.
41 . Ottenuto il permesso dalla Sacra Congregazione venne messo
all'asta il vignale di Nola che fu venduto per 500 ducati a J. C.
Petrolillo, ANC. 118, 1632, 38v- 45.
42 .Cotrone 16.11.1666, C.26, n. 1784/96, ASCZ.
43 .De Mayda B., cit., p. 47.
44 .F. Spina indebitato vende nel 1665 il territorio di Alfieri a F.
Presterà, coll'obbligo per quest'ultimo di sanare alcuni debiti del
venditore, tra i quali uno di ducati 199 e tari 3 dovuti al
monastero di Santa Chiara e composto da duc. 100 infissi sulle case
dello Spina per legato del capitano F. Leone e ducati 99 e tari tre
per terze decorse e mai pagate. Nel 1666 il Presterà consegna al
procuratore del monastero il denaro, aumentato di altri duc. 12 di
ulteriori terze decorse, che verrà speso per il vitto e i bisogni
correnti del monastero, ANC. 253, 1675, 17-19.
45 .Nell'agosto del 1653, Portia seu Popa Campitella di anni 22 di
Crotone, educanda nel monastero di S. Chiara, ammalata di
"dropisia", ottiene il permesso di trasferirsi nella "infirmaria"
del monastero di S. Chiara di Catanzaro, Secr. Brev. 1102, ff.
325-326.
46 .Rel. ad Lim. Crotonen., 1640, ASV
47 .Nel 1655 all'interno del monastero sono presenti le professe
appartenenti alle seguenti famiglie: 4 Suriano, 3 Barricellis, 2
Lucifero e Susanna e con una professa le famiglie Pagano, de Adamo,
Pelusio, Ormazza, Milello, Beltrano, Scurò, Maijolatta e Thelesio;
Contratto tra le monache di S. Chiara e Maria Barricellis e Lucretia
Pelusio, Cotrone 8.6.1655 in Carte antiche cit.
48 . Cotrone 8.6.1655. Maria Barricellis e Lucretia Pelusio,
"mulieres seculares" dentro il monastero, dopo 14 anni di permanenza
lasciano il monastero senza ricevere i voti. Affermano che nel 1641
volendo diventare clarisse entrarono nel monastero ed i loro
genitori consegnarono le doti per poter godere durante la loro vita
"victu, vestiti et habitatione".Ora dopo aver trascorso molti anni
rinunciano a vestire l'abito e chiedono la retrocessione "delli loro
stabili assignati a detto monastero per causa e dote di loro vita
monacale" perchè "non intendono in modo alcuno .. non possono, ne
vogliono accettare l'habito e professione monacale", in Carte
antiche cit.
49 . ANC. 333, 1674, 57.
50 . L'educanda L. Piterà che paga carlini 30 annui per il "Jus
d'habitatione" trasforma a sue spese un casaleno in una camera per
suo privato uso. Lasciando il monastero fa presente che la camera
deve rimanere sempre a sua disposizione oppure le monache devono
darle quanto ha speso per costruirla, ANC. 229, 1657, 45.
51 . Il monastero riesce ad entrare in possesso di un capitale di
duc. 100 con l'annuo censo di duc. 10, più le terze decorse che
ascendono quasi al capitale, che era infisso sulle case che
anticamente erano di Alfonso d'Alessandro. Mentre le terze maturate
erano state date al procuratore per essere spese, il capitale era
stato consegnato ad un chierico per essere reinvestito. Su richiesta
delle monache il vescovo ottiene il consenso della Sacra
Congregazione e ordina al chierico di consegnare anche il capitale
al procuratore del monastero che lo utilizzerà per riparare il
monastero ANC. 312, 1666, 56-57, 60-61.
52 .ANC. 313, 1667, 147-149.
53 .ANC. 253, 1672, 39v.
54 . Il prezzo delle tre doti stabilito in ducati seicento era
composto da metà della gabella Carbonarella, stimata duc. 300,
ducati 200 in contanti e ducati 100 che rimasero ai Modio all'otto
per cento, obbligando i loro beni e interessi, ANC. 253, 1672,
37-41.
55 .Tra il 1656 e il 1664 muoiono nove monache delle quali quattro
nel dicembre 1656 probabilmente a causa di una pestilenza, Libro de'
morti, Cotrone (1601- 1698), AVC.
56 .Rel. Lim. Crotonen., 1670, ASV.
57 . ANC. 333, 1674, 40-41.
58 . Essendo i frutti dei terreni così tenui da non pagarsi nemmeno
i pesi che li gravano, Diego e Felice Suriano vendono alcune terre,
sulle quali è infisso un censo di ducati 100 al 10% del monastero di
Santa Chiara, con l'obbligo per il compratore di pagare il capitale
più quattro anni di terze non pagate, ANC. 334, 1671, 22-23.
59 .Non avendo soddisfatto per più anni un annuo censo di tt.a 6 di
grano su di un vignale, il monastero è costretto a cedere la vigna
al creditore, il convento di Gesù Maria, ANC. 334, 1674, 45-47.
60 . Il monastero deve comprare una casa posseduta da G. Gerace e la
quarta parte dei magazzini che confinano con la casa per farli
demolire "in quanto per esser anche superiore ricevono le monache
grandissimo sospetto". Non avendo i soldi si rivolgono ai Paolotti
ottenendo un prestito di ducati 150 all'8%, ANC. 334, 1677, 33v-
37r.
61 . Rel. Lim. Crotonen., 1675, 1678. In seguito ritorneranno agli
Osservanti infatti nel 1775 le professe ogni giorno in coro
celebrano piemente le ore canoniche secondo il rito del Breviario
dei Frati Minori dell'Osservanza, Rel. Lim. Crotonen., 1775.
62 .Rel. Lim. Crotonen., 1692.
63 . "..nec instare desino compleat. ordo claustri, et ecclesia ad
meliorem graphiam redigatur", Rel. Lim. Crotonen., 1693.
64 . "Sopra le robbe della S.ra D. Anna Suriano e specialmente sopra
il suo giardino annui docati sedeci Dote di Suor Chiara Suriano...
Sopra tutte le robbe di Francesco Pipino annui docati sedeci per
capitale di docati duecento Dote di Suor Agnesa Pipino", Platea
dell'entrate del Ven.le Monastero di S. Chiara nell'anno 1700, Perg.
XXVIII - 63, ASN.
65 . Nel 1680 il canonico A. Fernandes vende ai fratelli Lapiccola
una vigna presso l'Esaro del valore di ducati 62 e mezzo. I
Lapiccola si impegnano a versare duc. 5 annui per una messa alla
settimana da celebrarsi nel monastero di S. Chiara per l'anima di
Beatrice Barricellis, ANC. 336, 1690, 51r- 52v. Particolarmente
caritatevole si dimostrò l'arciprete della cattedrale Gennaro
Pelusio, che fu procuratore del monastero. Egli, come esecutore
testamentario della sorella Lucretia, dapprima fondò nella chiesa
una messa alla settimana per l'anima della sorella, poi nel 1699,
soddisfando la volontà testamentaria della sorella Auria, versò al
monastero ducati 150, dei quali ducati 100 per una messa alla
settimana per la sorella e ducati 50 da applicarsi al restauro del
monastero, quindi nel 1706 lasciò alle monache per testamento ducati
400 con la loro rendita con il peso di fare celebrare per la sua
anima e quella del fratello Isidoro, tre messe alla settimana, ANC.
333, 1672, 31; 497, 1702, 22; 497, 1706, 42-44.
66 . Nel giugno 1674 il monastero riceve la gabella Ferrara come
dote di Clarice e Ippolita Sillano; pochi mesi dopo nel febbraio è
la volta delle doti delle sorelle Faustina e Claudia Scavello di
Strongoli, consistenti in una casa palaziata e una bottega in piazza
Lorda e metà della gabella Carbonarella per un valore complessivo di
ducati 400, ANC. 333, 1674, 40; 334,1675, 36-39.
67 . Tra le nuove professe ci sono le sorelle di Fabrizio Lucifero,
Anna (1691) e Lucrezia/ Cecilia (1694). Esse fanno atto di rinucia
in favore del fratello il quale aveva pagato ducati 20 per l'anno di
noviziato e prima della loro professione consegna i 200 ducati di
dote. Fabrizio inoltre si obbliga a pagare un vitalizio di ducati 5
annui per ciascuna, ANC. 336, 1691, 19-20; 337, 1694, 110-111.
68 .Rel. Lim. Crotonen. 1693, ASV;
69 .Nel novembre 1631 venne stipulato un contratto tra il
procuratore del monastero, il rev. Anselmo Berlingierio, e Pietro
Presterà. Quest'ultimo, in qualità di procuratore del nobile
Scipione Suriano, vendette al monastero alcune terre, poste a
Zinfano e di proprietà del Suriano, per il prezzo di Duc. 300. Di
questi ducati 130 furono consegnati dal procuratore del monastero
all'atto dell'acquisto mentre i rimanenti duc. 170 si convenne che
ducati 70 rimanessero in possesso del monastero (Duc. 60 infissi
sullo stesso territorio venduto con obbligo da parte del monastero
di pagare annui duc. 6 alla cappella della Epifania di iuspatronato
della famiglia Suriano e Duc. 10 fossero dati dal monastero allo
stesso rettore della cappella per i censi). Per il pagamento dei
rimanenti Duc. 100, a complemento del prezzo, il monastero si
obbligò ad estinguere il debito con i soldi ricavati ogni anno
dall'affitto ad erbaggio delle terre di "Zinfano", Contratto tra il
procuratore del monastero Prospero Lopez e Santino Galeano
procuratore di Scipione Suriano. Cotrone 4.9.1633, In Carte Antiche
..cit.
70 . ANC. 402, 1694, 55- 85.
71 .Il 26 luglio 1696 viene ammessa all'educandato Costantia Sculco
di 22 anni, figlia di Berrnardo Sculco, barone di Monte Spinello, e
di Cornelia Rota, C. 117, AVC.
72 .Un breve papale del 8.11.1768 accorda alla nobile Livia
Lucifero, accettata dalle monache, ma di età superiore ai 25 anni,
di poter rimanere nel monastero.Il vicario Dopo aver "esplorata la
volontà" dell'educanda, il vicario dà la facoltà alla badessa di
poterla tenere nel monastero "sino a tanto, che a noi piacerà,
pagando la medesima per ogni semestre anticipatamente gl'alimenti"
Lettera del vicario generale Pasquale Laureana al parroco Giuseppe
Diacolancelle. Cotrone 20.2.1769, In Carte antiche .. cit.
73 .Contratto tra le monache di S. Chiara e Maria Barricellis e
Lucretia Pelusio, Cotrone 8.6.1655, in Carte antiche .. cit.
74 .Lettera del vicario generale Pasquale Laureana .. cit.
75 .Facoltà data dalla Sacra Congregazione al vescovo di Cotrone o
suo vicario di ricevere nel monastero di S. Chiara l'onesta zitella
Eletta Maida, Roma 20.1.1854, AVC.
76 .".. Si vero aliqua a Parentibus in matrimonium fuerit promissa,
nullo modo cum sponso, nisi raro, et cum expressa licentia nostra in
scriptis, loquatur, auscultatricibus, ut superius, adhibitis";
Synodales Constitutiones et Decreta ab Ill.mo Rev. D.D.F. Cajetano
Costa de Portu in diocesana Synodo celebrata quinta die Junii ed
duobus sequentibus anno 1729, Roma 1732, pp. 116-117.
77 .Suor Angela Maria Suriano nel secolo chiamata Beatrice, Suor
Bonaventura Suriano nel secolo chiamata Antonia...... ANC. 612,
1715, 75.
78 . L'educanda e orfana Caterina Berlingieri invia un esposto al
vicerè perchè le viene impedito di sposarsi con P. Senatore ma viene
costretta a ritrattare ed a dichiarare che lei non è una ragazza
"legiera che va cercando da se matrimonii senza il consenso del più
minimo della di lei parentela e quel che è peggio di farla comparire
di ricercare d. Pietro Senatore con cui non conviene ad essa
constituta far matrimonio ne lo farebbe giamai essendo il medesimo
huomo di lungo inferiore alla conditione di essa constituta", ANC.
613, 1722, 160-161.
79 .I coniugi Fran.co Barricellis e F. Amalfitano dichiarano che la
figlia Rosa, per non essere rapita, aveva dovuto rifugiarsi nel
monastero nonostante avesse contratto matrimonio "per verba de
futuro" con Carlo Berlingieri. I coniugi avevano ottenuto il
permesso di tenere la figlia nel monastero finchè non avesse
raggiunta l'età di sposarsi per metterla al riparo dalle violenze
che minacciavano l'avo e lo zio paterno "nella vita, nell'onore e
nella reputatione affine di maritarla a loro capriccio a forza e
spogliarla di quello lei spettava o fare farla morire", ANC. 793,
1734, 28-29.
80 . Il 22 marzo 1680 vengono stesi i capitoli matrimoniali tra la
più che trentenne educanda Antonia Suriano, figlia ed orfana di Gio
Dionisio Suriano e Lucrezia Lucifero, e Julio Pallone. La dote
concordata è di 1200 ducati di cui 900 in contanti, parte da
recuperare, e duc. 300 in gioie e suppellettili di casa, ANC.
335,1680, 44-45.
81 .L'orfana Elena Scurò di circa 23 anni nel monastero di S.
Chiara, "loco educationis", avuto i debiti permessi, prima di
iniziare il noviziato rinuncia ad ogni suo diritto sull'eredità
della madre in favore del fratello, ANC. 229, 1655, 91.
82 .F. Milelli tratta il matrimonio tra il nipote e la figlia del fu
marchese Fabritio Lucifero, Maria, educanda nel monastero e,
"dovendosi passare domani l'altro alla celebrazione del sponsale",
manda all'educanda "robbe, adobbi e gioie affinchè la Sign. Maria
magis acconcior et ornata appareat in actu sponsalium". Il tutto a
fine cerimonia dovrà essere restituito tranne l'anello d'oro, un
paio di orecchini ed una collana con una crocetta che rimarranno a
Maria come primo dono, ANC. 665, 1738, 38r-39v; G. Sillani, zio
dell'educanda Isabella Berlingieri tratta il matrimonio con
Francesco Antonio de Polito di Nicastro, raggiungendo un accordo per
una dote di duc. 1560, parte in contanti, parte in terreni e
capitali, ANC. 496, 1701,nn.; La dote variava a secondo della città
dello sposo e del suo titolo nobiliare. Secondo l'uso e le
consuetudini della città di Crotone la dote per i nobili di solito
era stabilita in ducati 1500 ma poteva anche essere superiore come
nel caso di Teresa Barricellis che andò sposa a Fabritio Lucifero e
portò una dote di ducati 2000, ANC. 229, 1655, 48-50, 143-147; 334,
1672, 7-8; 336,1692, 96-99.
83 .Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D.
Marco Rama Ordinis Eremit.rum S.ti Augustini A.D. 1699 Confecta, ff.
15-17, AVC.
84 .Vignale delle Canne fu di D. Gio. Franc. Telesio, Vignale
confine il Mortelletto fu di D. Oratio Berlingieri, Gabella il
Palazzotto di Suriano, Vignale fu della D. Maria Barricellis,
Gabella Sandella fu di D. Gio. Lucifero, una continenza di case
avanti il R. Castello furono di Gio. Batt.a di Nola, Censo sopra le
robbe della D. Anna Suriano e specialmente sopra il giardino annui
duc. 16 per capitale di Duc. 200 dote di Chiara Suriano, Censo sopra
la catapania della città annui duc.20 per capitale di duc. 400, cioè
duc. 300 per dote di Francesca Suriano e duc. 100 per vitalizio
della medesima, Censo sopra tutte le robbe di Franc. Pipino annui
duc. 16 per capitale di Duc. 200 per dote di Agnesa Pipino ecc.....
Acta cit. ff. 125-129.
85 .Per la gabella Sandella e per l'orto vicino alla città il
pagamento avviene solo in denaro per gli altri fondi rustici accanto
al fitto in denaro c'è quello in grano, Acta cit ff.125-129.
86 .I pesi sono costituiti da tre censi e canoni e dalle
"provigioni" per il capellano duc. 15, per il medico duc. 6 e per il
serviente duc.12; Vi era inoltre il legato delle sorelle Auria e
Lucrezia Piluso con l'onere di due messe settimanali negli altari
della chiesa da celebrarsi da un cappellano scelto dalla badessa pro
tempore e da pagarsi con un fondo che gravava su tutti i stabili del
monastero, Acta cit. ff. 54v,129.
87 .Le famiglie nobili presenti sono: Suriano (7), Modio (3),
Scavelli (2), Susanna (1), Pipino (1), Catizzone (1), Albani (1),
Quercia (1), Lucifero (1) e Presterà (1), Acta cit., ff.15-16.
88 .Le novizie appartengono tutte ai Suriano; Isabella Berlingieri
era stata da poco dismessa dal noviziato per imminente infermità,
Acta cit., f.16.
89 .Le famiglie delle educande sono : Pipino (1), Barricellis (1),
Aragona (1), Presterà (1), Modio (1), Antenori (2), Sculco (1),
Barracco (2), Suriano (2), Otranto (1), Amalfitano (2), Berlingieri
(1), Acta cit., f17.
90 .Le converse sono Agnes Morano, Benedicta Morano, Aurelia Franco
e Margarita Gugliemo, Acta cit., f.16.
91 .Acta cit., f.17.
92 . La badessa e la vicaria ricevevano dal procuratore del
monastero durante l'anno alcune piccole somme che adoperavano per
"le spese minute", Esito del monastero 1703 AVC.
93 . ANC. 611, 1712, 62-63.
94 . ANC. 614, 1724, 48-51; 660, 1720, 116- 121
95 .Le clarisse erano 22, le converse 6 e le educande 11. Tra le
clarisse dominavno le famiglie Suriano (6), Presterà (3), Modio(3),
Sillano e Pallone (2) ecc.., Visita del vescovo Anselmus de la Pena,
ordinis S. Benedicti, 1720, ff. 20-22, AVC.
96 . Visita del vescovo Anselmus cit, f.22.
97 .Nel periodo tra il 1699 ed il 1720 entrarono nel monastero come
professe nove monache (4 Suriano, 2 Pallone, 2 Presterà, 1 Scavello)
apportando 4 fondi rustici (36 salme di terra dalla famiglia
Suriano) e 5 nuovi censi (Presterà e Pallone), Visita del vescovo
Anselmus cit., ff.23-27.
98 .Visita del vescovo Anselmus cit. ff. 23-24.
99 . Nel 1675 su ordine di Gio. Andrea Sculco si consegnano
all'erario del figlio Domenico, nuovo duca di Santa Severina, due
bauli pieni di oggetti preziosi che sono nel monastero. I bauli
erano stati pignorati dal barone di Canosa a Gio. Andrea Sculco ma
da questo erano stati dissequestrati per consegnarli al figlio, come
da obbligo, ANC. 253, 1675, 27-28; Per ampliare la sacrestia, il
vescovo Zicari utilizza dei denari lasciati dal vescovo Costa che si
trovano dentro la cassa di deposito del Monte dei Morti, custodita
nel monastero, ANC. 858, 1755, 263- 268.
100 ."P. Antonio da Olivadi chiamato dal clero e nobiltà crotonese a
spargere fra loro il seme della Divina parola, fu così copiose, ed
universale il frutto, che quelle esemplarissime Vergini di quel
venerabile monistero, volendo e non trovando altro, che riformare;
chiusero perpetuamente le grate. Mal soffrì tal chiusura un
libertino giovane forastiere, che spesso dilettavasi frequentarle: e
però, oltre il tacciare i missionari pubblicamente di molte cose;
inventò, e pubblicò avere i detti missionari ricevuto dalle monache
de' bei regali.. ". Il giovane fu trovato successivamente morto,
Valente G., Diocesi e vescovi di Crotone, Pirozzi 1949, p.32.
101 ."..Monialibus salutaria monita dedi, ac pro ipsarum bono
regimine multa eisdem statui", Rel. Lim. Crotonen., 1722, ASV.
102 .ANC. 861, 1761, 130-132.
103 .Il vescovo Costa essendosi sincerato della volontà di
abbracciare lo stato religioso delle novizie Maria Anna al secolo
Vittoria Ayerbis de Aragona, Maria Teresa al secolo Teresa Suriano e
di Maria Angelica al secolo Vittoria Gallucci , avendo queste già
terminato l'anno di probazione ordina il 5 maggio 1724 alla badessa
Maddalena Albani di congregare capitolarmente le coriste che con
voti segreti dovranno decidere se accettare nella loro comunità le
nuove suore che così potranno accedere alla professione, " e
vogliamo che la med.a R.nda Madre Abbadessa con attestatione giurata
e sottoscritta di propria mano e sigillata col sigillo del
monasterio riferisca a noi ciò, che nel Capitolo delle dette R.R.
Monache, sarà resoluto e che conservi la Presente", C. 117, AVC.
104 .Nel 1727 nel monastero ci sono 24 coriste e 6 converse. "Ad
velum non accipiunt nisi ex nobilitate" , Rel. Lim. Cotronen., 1727.
105 .Synodales .. cit. pp. 113-114.
106 .Di solito la famiglia della monaca depositava presso una
persona di fiducia l'ammontare della dote spirituale più le due
quote semestrali dell'anno del noviziato con l'impegno di versare la
dote otto giorni prima della professione, Ammissione al noviziato di
Chiara Maricola, Cotrone 1 aprile 1771, C. 109, AVC.
107 . Il vescovo Costa nella visita al monastero vi trovò alcune
donne secolari dell'età di circa 60 anni che entrate come educande
rimasero nel monastero essendo i loro parenti e affini morti e
furono perciò tollerate dai vescovi predecessori, Rel. Lim.
Crotonen. 1730,ASV; Successivamente il vescovo Bartolomeo Amoroso
aveva trovato all'interno del monastero bambini in tenerissima età e
per questo motivo l'abbadessa e le monache avevano rischiato la
scomunica, Rel. Lim. Crotonen., 1769, ASV.
108 .".. una et enim ipsarum, quam Deus ad alias exercendas
permittit, inquieta secularium corrispondentias inquirens, voce
activa, et passiva privata aliisque mortificationibus coercita, spem
fert, ut corrigatur", Rel Lim. Crotonen., 1735.
109 .Incartamento della clarissa Marincola, Cotrone 25 febraro 1771,
C.117, AVC.
110 . Cotrone 8.6.1655. Contratto tra le monache di S. Chiara e
Maria Barricellis e Lucretia Pelusio in Carte antiche .. cit.
111 . ".. nelli mesi a dietro illuminata da spirito santo,
considerando che questo mondo sia sottoposto ad un'infinità di
miserie e che li piaceri di questa valle di lagrime sgrombano come
il vento e si dileguano come l'ombre dissipate dalle raggi del sole,
have fatto ferma deliberatione e disposto con sanezza di mente
lasciar il mondo, e voltar di buon cuore le spalle a beni caduci e
labili, acciò che più di leggieri possa ottenere li beni celesti che
dureranno sino che Iddio sarà Iddio" perciò la novizia chiedeva di
entrare in clausura e di vestir l'abito di S. Chiara e vivere fra le
monache con animo di farvi il corso della sua vita sotto le regole e
statuti della medesima religione e di servir continuamente il Re de
cieli, Atti di rinuncia di Giuseppa Suriano e delle sorelle Angela
Maria e Bonaventura Suriano, ANC. 612, 1715, 74-79, 82-86.
112 . Gesimunda Susanna decide di entrare in clausura. Il fratello
si impegna per atto pubblico di consegnare la dote al monastero.
Prima di dare la professione la monaca fa atto di rinuncia in favore
del fratello, il quale si obbliga a darle anche ducati 50 in due
rate, metà il giorno della Maddalena dell'anno in corso 1620 e metà
nello stesso giorno l'anno dopo, ANC. 49, 1620, 4-5; Per testamento
Dionisio Suriano, barone di Apriglianello, obbliga gli eredi a dare
a ciascuna delle tre figlie non monacate, che sono dentro al
monastero, la dote spirituale di duc. 200. Inoltre, sia alle tre che
devono monacarsi sia alle altre tre figlie già monacate, un
vitalizio annuo di 5 ducati da pagarsi il giorno della Maddalena,
ANC. 229, 1655, 143- 147; Giuditta Suriano riceve dal fratello un
vitalizio di duc. 5 il 12 giugno di ogni anno, ANC. 793, 1736, 6-11.
113 . La professa Angela Suriano impresta duc. 120 "di proprio
particolar danaro et previa licenza della Sig. Abadessa" a G. Ayerbe
d'Aragona il quale è anche indebitato con la sorella Marianna, pure
essa professa in S. Chiara, di altri duc. 60 "per attrassi di
livello e vitalizio, ANC. 862, 1763, 146.
114 . Aigrain R. ( acura), Enciclopedia liturgica, Paoline 1957, p.
758; Professione di Rosa Lapiccola, Cotrone 29.11.1832, C. 117, AVC.
115 . Richiesta di dispensa per suor Maria Emmanuela Olivieri,
Cotrone 28.1.1853, C. 117, AVC.
116 . Per procedere alla elezione della badessa e della vicaria si
convocava il Capitolo nel "comunichino" della chiesa del monastero e
alla presenza del vescovo, del decano e dei canonici, questi ultimi
con funzioni di scrutatori e di cancelliere, si presentavano le
"religiose professe coriste". Dopo l'invocazione dello Spirito Santo
con la recita dell'inno "Veni Creator Spiritus", gli scrutatori e il
cancelliere prestavano giuramento al vescovo "de secreto observando"
e quindi si passava a ricevere i voti delle clarisse, Monastero di
S. Chiara di Cotrone , votazioni del 16.1.1853, C. 117, AVC.
117 . Consacrazione della badessa suor Maria Emmanuela Olivieri,
Cotrone 14.2.1853, C. 117, AVC.
118 .Aigrain R: ( a cura), cit. p. 758.
119 . Promessa di Lapiccola Michela, sd 1837, C. 117, AVC.
120 . Morirono Ippolita Antinori, Agatha Suriano, Agnes Morano e
Ursula Presterà, Libro de' Morti cit.
121 . Rel. Lim. Crotonen., 1730, ASV.
122 .Nella marina della città vengono costruiti sei barracconi e 52
barracche, ANC. 666, 1744, 54.
123 . Le sorelle Rizzuto possiedono una vigna gravata d'annui duc.
12 per il capitale di duc. 150, alla ragione dell'8 % che devono al
monastero di S. Chiara per legato testamentario della qm. Clarice
Barricellis del 1704 con l'onere da parte del monastero della
celebrazione di una messa alla settimana per la sua anima. Nel 1750
le Rizzuto chiedono di ridurre il tasso al 5% poichè "in città non
si applica più quel prezzo". Le monache, dopo l'assenso del vescovo,
concedono il 6%, ANC. 913, 1750, 110-113.
124 .Il monastero possiede fin dal 1707 un capitale di duc. 200
all'8% sul palazzo dei Pallone. Il palazzo perviene a F. Maccarrone
che, trovandogli utile, nel 1745 affranca il censo, ritornando così
il capitale al monastero, ANC. 912, 1745, 87
125 . Prima di iniziare il noviziato, Tommaso Domenico Sculco padre
di Innocenza , si impegna a versare un annuo censo di ducati 12 per
il capitale di ducati 300 al 4% infissi sopra la gabella di Cortina.
Si obbliga a dare ducati 20 anticipati per il vitto durante l'anno
di noviziato e un vitalizio annuo di ducati otto, ANC. 614, 1729,
4-10; Il 19.2.1731, essendo morto il padre, il figlio Francesco
Antonio Sculco si impegna a versare al monastero annui duc. 12 per
il capitale di ducati 300, dote spirituale della sorella Antonia,
ANC. 912, 1747, 185-186.
126 .Nel 1750 il tasso sui capitali dati in prestito dal Capitolo è
ridotto al 5% per i vecchi e per i nuovi al 4,5%, Platea del
Capitolo di Cotrone per gli anni 1758 e 1759, AVC.
127 . F.A. Sculco si obbliga a pagare duc. 200 al 6% ipotecando i
suoi beni dal giorno della professione della figlia Maria
Nicola.Dopo più di un anno dal giorno della professione lo Sculco
consegna al monastero duc. 214 (200 di dote più 14 di interessi).
che, "non essendosi prontamento rinvenuta l'applicazione", rimangono
nella cassa del monastero, ANC. 857, 1754, 392- 396.
128 . ANC. 861, 1761, 130-132.
129 . Ricordiamo tra tutte Anastasia Gallucci che entrò nel
monastero delle Cappuccinelle di Cosenza, ANC. 661, 1721, 140-142;
Brigida e Maria Nicola Sculco, figlie di Tommaso, che entrarono nel
monastero di Santa Caterina da Siena di Catanzaro, ANC. 857, 1754,
443 -452; Alla fine del Seicento a Cutro era stato aperto il nuovo
monastero della SS. Concezione dell'ordine delle clarisse, ANC. 402,
1693, 39 sgg.
130 . ANC. 793, 1736, 6-11.
131 .Il decano Zurlo, volendo la nipote farsi monaca, costituisce la
dote di duc. 200 da dare al monastero prima della professione, e si
impegna a pagare i duc. 20 per il noviziato. Inoltre per ragione del
livello e vitalizio promette alla nipote duc. 8 annui che essa
percepirà ogni anno a partire dal giorno della sua professione; per
questo egli ipoteca un suo territorio in modo che la nipote "possa
esigere e percepire far esigere e percepire li sud.ti annui docati
otto anche adirittura dalli coloni, affittuari e reddenti di d.o
territorio", ANC. 860, 1759, 46- 51; 862, 1763, 155-156.
132 .Nel 1768/ 1769 oltre al cibo all'abitazione ed al vestiario, le
monache avevano diritto ad un carlino al mese più dei soldi extra a
fine anno, Esito per il Ven. le Monastero di S. Chiara 1768 e 69,
AVC.
133 . Nel 1736 dopo più di un anno di noviziato Giuditta Suriano
prendeva la professione. La dote era stata ristabilita a 200 ducati
più venti ducati per il noviziato, ANC. 793, 1736, 6-11.
134 .F.A. Sculco, poichè per la dote di Antonia Sculco furono pagati
ducati 300 al 4% mentre poi l'importo della dote fu ridotto a ducati
200 come avvenne nel caso dei Suriano che, vincolati a ducati 300
per la dote di Teresa Suriano, la affrancarono cedendo delle terre
al monastero per il valore di ducati 200, ottenuto il permesso del
vescovo e delle monache, sborsa duc. 200 e si affranca il capitale,
ANC. 912, 1747, 185- 187.
135 . La continenza di case che apparteneva ai Nola Molise e che
pervenne al monastero per dote di Lucretia de Nola, sorella di Gio.
Battista, era composta "in più e diverse case e casette tutte unite
che formano un casamento grande, isolato, senza confinanza di mura
d'altre case, ma tutte connesse e concatenate l'una coll'altra",
confinanti via mediante la chiesa del SS. Salvatore, le mura della
città ed il largo del castello, ANC. 117, 1622, 31; 119, 1641, 24;
911, 1738, 23-30.
136 . Il Concordato stipulato nel 1741 tra Carlo III e Benedetto XIV
stabilì tra l'altro che "i beni futuri degli ecclesiastici fossero
soggetti al tributo ordinario mentre per i beni presenti, anche se
concessi in colonia od in affitto, fosse dovuta la metà delle
imposte pagate dai laici", in Robertazzi E., Stato e chiesa nelle
Due Sicilie, in Ricerche di Storia Sociale e Religiosa, n.1, 1972,
p. 405.
137 .Dal Catasto Onciario del 1743 risulta che D. Laura Antinori
nobile "che fa domicilio nel monastero di S. Chiara" possiede e
amministra tramite un "agente" due territori, un magazzino, una
casa, un luogo per la fabbrica di ceramidi ed inoltre alcuni censi,
in Catasto Onciario di Cotrone, 1743, Vol. 6955, ASN.
138 .5 Salme furono cedute da Giuseppe e Francesco Suriano
affrancando la dote spirituale della sorella Teresa, 20 dagli eredi
di Antonio Barricellis a Scarano e 10 a Lavaturo col capitale di
ducati 540 lasciato da Carlo Sillano "colla dichiarazione e peso che
era darsi tutto l'introito alla celebrazione di tante messe, ANC.
854, 1742, 37-42; Cat. Onc. 1743 cit. f.244v.
139 . Entrate annue del monastero
Fondi (gabelle, vignali, orti)
1699 n. 25 Duc. 582 80% sul totale
1720 n. 29 Duc. 670 74%
1743 n. 26 Duc. 652 77%
1790 n. 25 Duc.1123 76%
Case, botteghe, magazzini
1699 n. 4 Duc. 66 9%
1720 n. 4 Duc. 97 11%
1743 n. 3 Duc. 12 2%
1790 n. 4 Duc. 34 2%
Censi e canoni
1699 n. 10 Duc. 76 11%
1720 n. 16 Duc. 133 15%
1743 n. 20 Duc. 181 21%
1790 n. 25 Duc. 360 22%
140 .Due nipoti di D. Venturi decidono di entrare in clausura, il
Venturi può pagare duc. 400 in contanti oppure 8 salamte di terra.
Finchè ciò non avverrà egli dovrà versare duc. 24 all'anno. Il
Venturi inoltre versa duc. 40 per l'anno di noviziato e si impegna a
dare un vitalizio di duc. 7 all'anno a ciascuna nipote, ANC. 855,
1752, 24-26.
141 . Tra il 1720 e il 1743 il monastero si arricchisce di 4 nuovi
censi ciascuno di Ducati 12 (4% sulla dote di ducati 300),
provenienti da quattro doti spirituali che vanno a gravare
genericamente i beni di Francesco Antonio Sculco, Francesco
Gallucci, Alfonso e Gregorio Aragona e Diego Tronca, Visita del
vescovo Anselmus cit., Catasto Onciario Cotrone 1743 cit.
142 . Suor M. Suriano dote Istr. 12.3.1746, capitale di Duc. 200
sopra un palazzo; M. Chiara Lucifero dote Istr. 17.3.1752, capitale
di Duc. 200; Marianna Aragona dote Istr. 20.10.1759 di Duc. 200
sopra un magazzino nel "Fosso"; M. Serafina Millelli dote Istr.
25.2.1765 di cap. Duc. 200 sopra il territorio "Maccoditi e
Majorana"; M. Elisabetta Aragona Istr. 18.5.1769 di Duc. 200 sopra
la vigna di Ponticelli; M. Angela e M. Giuseppa Lucifero Istr.
26.1.1776 di cap. di Duc. 400 sopra la gabella "Fico"... Platee del
monastero di S. Chiara 1807- 1833, C.118, AVC.
143 . Pesavento A., Imperiali a Crotone (1707- 1734), Crotone 1991,
p. 5 sgg.
144 .Nel 1639 si monacarono tre sorelle Susanna, il fratello per
dotarle diede al monastero genericamete 12 salme di terre nel suo
territorio di Lampoamaro dalle quali il monastero ne percepì
annualmente le rendite. Estintosi i Susanna il territorio passò agli
Albani e da boscoso divenne tutto coltivabile. Cominciarono però le
liti in quanto i nuovi proprietari "ogn'anno a capriccio hanno
tassato la rata di d.e salmate dodeci". Per mettere fine alle liti
si conviene di misurare tutto il teritorio e poichè risulta che il
monastero ha diritto alla quarta parte, d'ora in poi i contratti
verranno stipulati dal procuratore del monastero assieme all'Albani
ed il colono dovrà essere obbligato a corrispondere annualmente al
monastero la quarta porzione, ANC. 860, 1760, 47-59.
145 .Nel 1802 D. Bernardino Albani comprò una vigna sopra la quale
gravavano 200 duc. di una dote spirituale; il 10.3.1746 Carlo
Bertuccia compra da Teresa Mauro una vigna sulla quale gravavano
diritti del convento di S. Francesco di Paola e del monastero di S.
Chiara ecc.. C. 117, AVC.
146 . "In particolare delle doti, che devono essere di ducati 300
rispetto alle monache di S.ta Chiara soggette al vescovo, si suole
praticare che i parenti s'obbligano al pagamento de' frutti alla
ragione di 4 per 100 e così non isborsano il denaro della medesima
dote; oltre l'essere tale risposta assai tenue, mentre col denaro
numerato si ritrarrebbero i 5 e 6 per 100, non viene poi neppure da
alcuni soddisfatta, sicchè resi morosi diventano pressochè impotenti
all'annua prestazione dei ducati 12; le doti peraltro, quali vengono
pagate in contanti, si erogano in compra di censi e stabili", Rel.
Lim. Crotonen. 1754, ASV.
147 .La sentenza del 1735 emessa dalla Real Camera di S. Chiara in
Napoli permise a numerose nuove famiglie di poter far parte del
sedile di San Dionisio il cui accesso era sbarrato da alcuni
aristocratici che detenevano il monopolio. Questa situazione
oligarchica del potere era già lamentata al tempo del Nola Molise,
Nola Molise G.B., Cronica dell'Antichissima, e Nobilissima città di
Crotone, Napoli 1649, p.204.
148 . Le clarisse acquistano da G. Gerace un pezzo di muro di un
magazzino e lo utilizzano per allungare la sacrestia, ANC. 912,
1748, 31v- 32r.
149 .La badessa e le monache chiedono di impiegare i capitali di due
monache defunte per "riparare all'imminente ruina della loro
chiesa". Chiedono perciò di impiegare ducati 400 che sono l'importo
delle due doti, Cotrone 29.1.1745. La supplica all'impiego inviata
alla Sacra Congregazione è accettata il 10.3.1745, C. 117, AVC.
150 .La quota prevista è di duc. 20 per l'anno di noviziato e duc.
200 per la dote spirituale da consegnarsi il giorno della
professione, ANC. 855, 1752, 24-48.
151 . ANC. 856, 1753, 100, 105, 110; 857, 1754, 392- 396.
152 . L'arcidiacono lascia un capitale di duc. 2016 e grana 70 al
4,5%, fondando dieci eddomade a beneficio della sua anima e dei suoi
congiunti, con la condizione che il monastero non sia tenuto a
contribuire ai sacerdoti che celebreranno le messe se non con
l'elemosina di grana 10 a messa mentre tutto il rimanente deve
andare in beneficio della comunità, ANC. 857, 1754, 326- 335.
153 . Le famiglie che nel 1735 entrarono a far parte del Sedile di
S. Dionigi sono "D. Alexander eiusque frates de Albano filii
Annibalis, D. Dominicus e D. Carolus Blasco, D. Michael eiusque
frates de Castillo filii Antonii, D. Franciscus Gallucci, D.
Valerius Grimaldi, D. Nicolaus Marzano, D. Joseph Antonius Olivieri,
D. Dominicus Rodriguez, D. Franciscus Antonius eiusque frates de
Sculco, D. Johannes Duarte, D. Petrus eiusque frates de Zurlo, D.
Didacus Tronca, D. Nicolaus Millelli, D. Roccus Susanna, D. Petrus
eiusque frates de Jpolito de Berlingieri, D. Petrus eiusque frates
de Silva, D. Johannes Bartolus Galasso, D. Carolus eiusque frates de
Ventura", R. Camera di S. Chiara in Napoli 3.10.1735, Vaccaro A.,
Kroton, Mit 1965, Vol. I, p. 408.
154 . "..in meo adventu inveni regularem observantiam labefactatam
propter iurgia et dissensiones inter ipsas moniales, sed, Deo
favente, statim ad veram concordiam santamque unionem fuerunt
reductae, previis spiritualibus exercitiis aliisque paternis
amonitionibus a me factis", Rel. Lim. Crotonen. 1769, ASV.
155 . L'esecuzione del testamento del vescovo Costa, morto il
24.1.1753, fu bloccata dal successore, Domenico Zicari (1753- 1756).
Le monache tuttavia non si persero d'animo e, dopo suppliche e
ricorsi, fecero istanza che fu accolta in Camera Reale e resa
esecutiva con dispaccio reale del 20.3.1756. Così il monastero il
28.4.1756 entrava in possesso della somma che era conservata nella
cassa di deposito del Monte dei Morti dentro il monastero stesso,
Richiesta al Capitolo, al Seminario ed al canonico Messina di
concorrere nelle spese sostenute dal monastero per il pagamento dei
legati del testamento di Monsignor Costa, s.d. in Carte Antiche
cit.; Testamento di G. Costa del 28.12.1752, C. 111, AVC., ANC. 858,
1756, 58-61.
156 . I quadri e gli oggetti sacri che ornano la chiesa sono stati
donati da : D. Aloysia Gallucci (1784, S. Anna), Antonia Sculco
(1752, Immacolata con angeli, SS Francesco e Antonio), Angelica
Gallucci (1774, tre dipinti nell'abside e 2 busti lignei), Caterina
Ventura (1777, stipo in sacrestia), Cecilia Lucifero (1753, organo a
canne), In Russano Cotrone A., S. Chiara, una perla nascosta nel
centro storico di Crotone, in Calabria turismo, n. 28, 1976.
157 . Il colono A. Barbiero, che ha in fitto un terreno del
monastero, a causa dell'annata sterile nella primavera del 1761
cerca di rescindere il contratto poi in autunno non vuole seminare,
ANC. 1268, 1761, 128- 130.
158 . Nel 1761 il monastero lamenta la perdita di tomolate 600 di
grano. Mancando il sostentamento per la comunità, deve indebitarsi
col Monte dei Morti, ANC. 1268, 1761, 130- 133.
159 . Nel 1768/1769 nel monastero ci sono 13 coriste; si permuta la
gabella "Scurò" con 11 salme di "Lavaturo" di Raffaele Suriano.
Dall'8.7.1768 al 5.5.1769 le spese per "cibarie" assommano a Ducati
330:50 mentre le spese complessive "diverse" sono di Duc.
219:47.5/6, Platea S. Chiara 1768/1769, AVC.
160 . Operano i mastri Domenico e Nicolò Scaramuzza ed il falegname
Giuseppe Cirrelli con alcuni manipoli, Platea S. Chiara , 1769-
1770, AVC.
161 . Joseph Capocchiani, eodem anno sui adventus 1774 die 3 (1)
octobris, Ecclesiam monalium Sanctae Clarae solemni ritu
consecravit, Todisco Grande L:, cit.,p.64.
162 . ANC. 1344, 1775, 2-7.
163 . Rel. Lim. Crotonen., 1775, ASV.
164 . Nel 1779 sono presenti nel monastero 19 clarisse: Lucifero
(5), Zurlo (1), Gallucci (1), Suriano (3), Ventura (2), Sculco (1),
Oliverio (2), Millelli (1), Aragona (2) e Marincola (1). Nello
stesso anno "ex audientia SS.mi habita a Secretario Sacro
Congregationis Episcoporum et Regularum" poterono uscire dal
monastero per curarsi due clarisse: M. Giuseppa Zurlo e M. Cherubina
Suriano. Successivamente esse rientrarono, Lettera del vescovo
Capocchiani del 16.1.1784, AVC.
165 . Lettera del Vescovo Capocchiani del 7.10.1780 al marchese D.
Carlo De Marco, Segr. di Stato del Ripartimento Ecclesiastico di
Napoli, AVC.
166 . Lettera di Vincenzo Milelli al Marchese D. Carlo De Marco del
5.8.1780, AVC.
167 . Nel 1781 si erano fatti indorare i due altari inferiori,
alcuni lavori erano stati eseguiti dal pittore Alessandro e si era
pagato il mastro Domenico Scaramuzza "per folgori e per maestria",
Platea del monastero dal 6 giugno 1781 fino a tutto maggio 1782,
Carte antiche cit.
168 . Vertenza tra il procuratore del monastero di S. Chiara e gli
eredi del canonico V. Smerz, C. 109,110,117, AVC.
169 . Vertenza tra il procuratore e gli eredi cit.
170 . Per la ricostruzione vennero spesi ducati 787 grana 54 e
cavalli 1/4. Le spese principali furono: a) Calcarate b)Arena e
acqua c) n. 4000 ceramidi e n. 2000 mattoni, d) Pietre (pietra,
cantoni rustici, n. 1483 pietre napolitane,pietre chiancotti, un
cantone servito per chiave di arco, e) Legname (da Napoli n. 2300
chiavicarelle di pal. 4), f) onorario dell'ingegnere Tomaso Novellis
venuto in Cotrone (Duc. 12 al mese e altri 6 ducati regalati per il
disegno della pianta del luogo incendiato ,per un totale di ducati
90), g) Mastri: Carlo Jozzolino e Giuseppe Gerace (dal 15 luglio) e
mastro Pietro Giraci (dal 21 ottobre); manipoli (Federico G:,
Amoruso M., Di Perri F.A., Pangari P., ecc), in Notamento di spese
che occorrono nella rifazione del luogo incendiato nel Ven.
Monastero di S. Chiara di Cotrone, Carte antiche cit.
171 . L'otto febbraio si ripara una "vitriata" della chiesa e due
gelosie e si pagano i "miliziotti" che custodiscono il monastero,
Platea del monastero dal 1 giugno 1782 a tutto maggio 1783, Carte
antiche cit.
172 . Il trenta maggio si comperano "cento e dieci castane per la
baracca da costruirsi", Platea del monastero dal 1 giugno 1782 cit.
173 . Supplica al vescovo della badessa M.R. Olivieri, Platea del
monastero (1.6.1783 - 4.4.1784), Carte antiche cit.
174 . Placanica A., Alle origini dell'egemonia borghese in Calabria,
SEI 1979, p.36.
175 . Dal 1° giugno 1782 a tutto maggio 1783, le spese del monastero
erano state duc. 2183 grana 16 e cavalli 3 a fronte delle entrate di
1567:o6 cioè con un esito negativo di duc. 616 grana 10 e cavalli 3,
Platea del monastero dal 1° giugno cit, in Carte antiche cit.
176 .Platea del monastero (1.6.1783- 4.4.1784) cit.
177 . Rel. Lim. Crotonen., 1795.

