[L’abbazia dei Tre Fanciulli presso Caccuri]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 34-36/2001)
Su uno degli antichi itinerari di transumanza che dal piano,
costeggiando la riva sinistra del Neto, saliva in Sila, nei pressi
dell’abitato di Caccuri e poco prima di raggiungere l’altopiano,
sorgeva l’antico monastero - santuario dedicato ai Tre Fanciulli.
Il culto
In esso si veneravano tre giovani nobili della tribù di Giuda
deportati, assieme ad altri giovani giudei, in Babilonia per essere
educati a corte dal re Nabucodonosor dopo la conquista di
Gerusalemme. Trattasi dei compagni di Daniele: Anania, Misaele e
Azaria. I tre, assunto il nome babilonese di Sadrac, Misach e
Abdenego, divennero governatori di province ma, poiché si
rifiutarono di venerare una grande statua d’oro, fatta innalzare dal
re, furono per suo ordine legati e gettati nella fornace ardente.
L’intervento dell’angelo del Signore che, disceso nella fornace,
tenne lontana la fiamma, li preservò e rimasero illesi1.
L’intitolazione ai Tre Fanciulli evidenzia il legame con il fuoco.
Le funzioni sacre evidentemente avevano lo scopo di proteggere dalle
fiamme distruttive i vicini boschi silani e coloro che vi
lavoravano, cioè i pastori, i boscaioli, i carbonai e soprattutto
gli addetti ai forni della pece (piciarii).
La lunga lite tra monaci greci e florensi
Situata in diocesi di Cerenzia l’abbazia dei Tre Fanciulli era
abitata da monaci “greci”. Essa possedeva tenute e feudi nei pressi
del corso medio del fiume Neto, del torrente Lepre ed in Sila come
da privilegi dati dai regnanti normanni. L’abbazia compare per la
prima volta in un privilegio concesso dall’imperatore Enrico VI il
21 ottobre 1195 a Gioacchino da Fiore e al suo monastero. Nella
descrizione dei confini dell’ampio tenimento silano donato, che era
adiacente al nuovo monastero, così si legge: “..ascendit terminus
per alveum eiusdem fluminis Neti, et vadit ultra flumen per fines
monasterii SS. Trium Puerorum, et monasterium Abbatis Marci usque ad
viam, quae venit a civitate Acherenteae..”. La vicinanza tra il
nuovo monastero latino, dotato di privilegi e di un vasto territorio
dall’imperatore Enrico VI, ed il preesistente greco dà origine
subito ad una lunga contesa. L’abate Isaia ed i monaci del monastero
dei Tre Fanciulli sollevarono la questione su alcuni loro pascoli e
terre a semina, che si trovavano dentro la possessione concessa
dall’imperatore al monastero di Fiore. L’abbate Gioacchino ed i suoi
frati li ostacolavano nell’esercizio dei loro diritti. I tentativi
dell’abate e dei monaci greci e quelli degli abitanti di Caccuri di
aver giustizia dai tribunali del potere secolare, fornendo i
privilegi concessi dai re normanni, risulteranno inutili, perché
ogni decisione verrà demandata al tribunale episcopale, competente
per territorio. La loro azione di rivendica si scontrò infatti con
le mutate condizioni storiche che vedeva la chiesa romana impegnata
a reprimere con l’azione energica dei papi Innocenzo III (1198
–1216) ed Onorio III (1216 –1227) i movimenti eretici ed eterodossi
ed ogni forma di critica o di disconoscimento della gerarchia
cattolica. La restaurazione del potere della chiesa si servì
soprattutto dell’azione inquisitoria di arcivescovi e vescovi che
per mezzo delle sentenze dei loro tribunali chiamarono il braccio
secolare a perseguire i rei e quelli che attentavano all’incolumità
dei beni di coloro che godevano della protezione apostolica.
L’imperatrice Costanza d’Altavilla, che era succeduta al marito,
morto il 28 settembre 1197, nel gennaio 1198 confermava ed ampliava
i privilegi concessi a Gioacchino e al suo monastero dall’imperatore
e riconosceva i monasteri di nuova fondazione: uno che sorgeva nel
luogo che prima si chiamava Calosuber ed ora Bono Ligno, un altro
nel luogo detto Tassitano ed il monastero di Abbate Marco2. Sempre
durante il breve regno dell’imperatrice, i monaci greci continuarono
a rivendicare i loro diritti ed avendo subito violenza da parte dei
monaci di Fiore nel luogo conteso di Calosuber, si rivolsero per
avere giustizia alla Curia imperiale ribadendo che parte del
territorio concesso dall’imperatore a Gioacchino era di loro
pertinenza. Le due parti furono invitate a mostrare i loro diritti.
Non essendo stati riconosciuti completamente esaurienti i privilegi
portati dai monaci greci, fu emessa sentenza ed il tenimento in
contesa fu confermato a Gioacchino. In tale tenimento Gioacchino
costruì il monastero di Bono Ligno. Tuttavia per intervento di
alcuni uomini pii, per porre fine ad ogni litigio, le due parti
stipularono un accordo. Gioacchino ed i suoi frati concessero ai
monaci greci di poter avere ovili e pascolassero le greggi nei
luoghi detti Misocampo e Vulturno mentre per le vacche, le giumente
ed i porci diedero il luogo detto Frassineto, pagando però i greci
per questi pascoli annualmente quattro solidi d’oro al monastero di
Fiore. Inoltre per quanto riguardava le terre che avevano aperto nel
luogo detto Faraclovus rimase concordato che esse fossero libere a
entrambi i monasteri. Il monastero di Fiore si sarebbe tenuto le
tenute di Calosuber e Faraclovus e tutte quelle terre che erano
aperte presso le stesse tenute con ogni diritto di piantagione e di
edificazione. In verità l’abbate Gioacchino ed i suoi frati fecero
una permuta con i monaci greci e per Calosuber e le accennate tenute
e terre concessero altre terre presso il ponte del fiume Neto, con i
loro confini ed inoltre aggiunsero l’obbedienza di S. Martino di
Neto, con le sue terre e proprietà. Per queste terre e per
l’obbedienza l’abbate dei Tre Fanciulli doveva però versare ai
monaci di Fiore altri due solidi d’oro all’anno. Morta l’imperatrice
(28.11.1198), secondo le accuse di Gioacchino, i monaci greci,
ritenendo gravoso il pagamento dei sei solidi d’oro rifiutarono i
pascoli , le tenute e l’obbedienza di San Martino. Per mantenere la
pace, per trattative di comuni amici, fu concesso allora che i
monaci greci potessero avere in perpetuo terre arabili, capaci di
accogliere 30 moggi di seme in località Salice. Per queste terre
essi però dovevano annualmente pagare al monastero di Fiore nella
festa di San Giovanni Evangelista una libbra di cera e rinunciare
alla tenuta di “Mixi” ed ad ogni pretesa sui territori concessi
dall’imperatore Enrico VI. Fu anche stabilita una penale di cento
once d’oro, da pagarsi per metà alla Curia regia e per metà alla
parte offesa. I monaci greci non vollero sottomettersi al monastero
di Fiore e portando con sé le armi aggredirono i frati rivali, che
stavano pascolando il gregge del monastero. Alcuni furono percossi,
ad altri fu portato via ogni avere. Le violenze non cessarono. Non
passò molto tempo che, radunatosi in maggior numero con una
moltitudine di gente armata, i greci invasero il monastero
suffraganeo di Bono Ligno; assalirono e cacciarono via i monaci,
distrussero i magazzini e saccheggiarono i beni. Gioacchino, forte
dei privilegi ottenuti, dapprima richiese l’aiuto dei Giustizieri di
Cosenza. Essi convocarono invano i monaci dei Tre Fanciulli, perché
dimostrassero le loro ragioni, e proibirono sotto pena di cento once
d’oro che proseguissero ad invadere e danneggiare le proprietà del
monastero di Fiore. Le incursioni continuarono, anche perché i greci
erano forti dell’appoggio degli abitanti di Caccuri. A nulla servì
l’intervento a favore del monastero di Fiore del capitano di
Calabria Rayniero Marchisorto e del legato pontificio.
Morta l’imperatrice ed emessa la sentenza dalla curia imperiale,
Gioacchino si recava a Nicotera ad incontrare Bartolomeo,
arcivescovo di Palermo e familiare del re, per avere il suo aiuto.
Perseverando nel chiedere giustizia per le incursioni ed i danni
subiti dal suo monastero, dietro interessamento dell’arcivescovo
ottenne che fossero mandate delle lettere da parte del re che
ordinavano di non lasciare impuniti gli eccessi, ma di fare
giustizia delle ingiurie secondo il diritto e la ragione.
L’arcivescovo di Palermo convocò l’abate dei Tre Fanciulli, affinché
di persona, o per altri, si presentasse per definire in sua presenza
la causa, ma questi né si recò, né invio alcuno. Allora
l’arcivescovo, dopo aver esaminato la testimonianza dell’arcivescovo
di Capua, che illustrava la controversia, così come aveva avuto
origine e come era stata decisa dalla curia imperiale dopo la morte
dell’imperatrice, egli in Palermo il 29 aprile 1199 emise sentenza a
favore del monastero di Fiore ed il 25 maggio 1199 da Corigliano
ordinava all’arcivescovo di Cosenza Bonomo, all’abbate di
Sant’Eufemia Riccardo, a Simeone de Mamistra, capitano, comestabile
e giustiziere di Val di Crati, Sinni e Laino, a Gugliemo de
Bisignano, a Ruggero, figlio di Joele, ad Alessandro figlio di
Guglielmo ed ai regi giustizieri, ai quali erano state indirizzate
le lettere regie, di eseguirla tutti assieme o almeno tre di loro.
La sentenza stabiliva il risarcimento dei danni compiuti dai monaci
greci e dagli abitanti di Caccuri e preservava i monaci di Fiore da
ulteriori saccheggi ed incursioni. L’arcivescovo di Cosenza, Bonomo,
l’abbate di S. Eufemia Riccardo, Guglielmo di Bisignano ed il figlio
Alessandro, regio giustiziere di Val di Crati, avute le lettere e la
sentenza emanata dall’arcivescovo Bartolomeo, si impegnarono a
confermarla anche perché all’arcivescovo Bonomo ed al giustiziere
era stato raccomandato con lettera papale di proteggere dalle
incursioni di uomini male intenzionati il monastero di Fiore. Per
tale scopo l’abate Gioacchino andò a Cosenza mentre l’abbate dei Tre
Fanciulli mandò solo un nunzio a riferire che era ammalato.
Convocati alcuni ecclesiastici e laici, per un miglior esame della
questione in modo da esser certi della verità, nel mese di giugno
1199 fu resa esecutiva la sentenza, emanata dall’arcivescovo di
Palermo, che accoglieva la richiesta dell’abbate Gioacchino,
riconoscendo all’abbate i danni patiti e ripristinando i suoi
diritti sui luoghi di Calosubero o Bono ligno e di Faraclovo e sugli
altri territori invasi e danneggiati.
Non passò molto tempo che la lite sopita riprese. Questo avvenne al
tempo in cui Ilarione era abate dei Tre Fanciulli e Matteo Vitari
aveva preso il posto dell’abbate Gioacchino, morto il 30 aprile
1202. Al monaco cistercense Luca Campano, arcivescovo di Cosenza,
veniva richiesto un arbitrato per una amichevole composizione tra
l’abate ed i monaci florensi e quelli greci sulla questione delle
tenute in controversia della Sila. Nell’agosto 1215 l’arcivescovo
Luca assieme al decano Jacobo, al tesoriere Michele ed al canonico
della chiesa cosentina Goffredo, a Rogerio figlio di Raone, regio
giustiziere, ai giudici in qualità di assessori Benedetto e Jacobo,
dichiarava che erano venuti in Cosenza l’abate di Fiore Matteo con
tre suoi monaci e l’abate dei Tre Fanciulli Ilarione, con tre suoi
monaci. Entrambe le delegazioni dichiararono in loro presenza che
per libera deliberazione avevano avuto il consenso dei frati dei
loro rispettivi conventi ed erano pronti a subire l’arbitrio ed il
consiglio, così come sarebbe stato deciso dall’arcivescovo, su ogni
e qualunque questione, che era agitata tra loro e tra i loro
predecessori. Veniva quindi stipulato presso il notaio di Cosenza
Guglielmo l’atto di composizione. Onorio III con bolla del 22
gennaio 1218 diretta all’abbate e al convento del monastero di Fiore
confermava il concordato stipulato sotto l’arbitrato
dell’arcivescovo di Cosenza3. La composizione comunque non dovette
essere ben accolta dai greci, se con bolla dello stesso anno, il 12
novembre 1218 continuava l’azione papale contro la loro dissidenza e
deviazione. Onorio III, infatti, interveniva pesantemente contro
l’abbate Ilarione accusandolo di essersi appropriato della carica,
circuendo fraudolentemente e corrompendo con il denaro Ysaia, il
quale aveva retto il monastero per più di trenta anni, da uomo
religioso, provvido e onesto. Ilarione fu accusato di simonia, per
aver comprato la carica con il denaro, di aver dilapidato i beni del
monastero e di aver commesso crimini ricadenti nella sfera della
lesa maestà papale. Per porre fine a tutto ciò, il vescovo di
Belcastro e gli abbati cistercensi di Corazzo ed Sant’Angelo de
Frigillo venivano incaricati di recarsi al monastero di Santa Maria
della Nova e di procedere alla sua riforma4. Procedeva così la
latinizzazione del monastero dei Tre Fanciulli, detto ora anche
Santa Maria Nova, con l’immissione di monaci provenienti da
monasteri latini vicini. Sappiamo che nell’aprile 1219 era monaco di
Santa Maria Nova il frate Miletus il quale, come da atto rogato,
affermava che quando abitava nella città di Mesoraca e da secolare
esercitava l’ufficio di giudice, spinto da divina ispirazione,
chiese ed ottenne dall’abbate Alexandro dell’abbazia cistercense di
Sant’Angelo de Frigilo di far parte di quella congregazione. Egli
col consenso dei figli Nicola, Teodoro e Mabilia fece per l’anima
sua e dei suoi antenati la donazione di una sua terra dotale a quel
monastero5
L’anno dopo il Papa interveniva nuovamente mettendo il monastero dei
greci di Santa Maria della Nova sotto la visita degli abbati
cistercensi di Corazzo e di Sant’Angelo de Frigillo6 e poco prima di
morire, con bolla del 23 dicembre 1226 confermava all’abbate e al
convento florense, il tenimento della Sila nel quale era costruito
il loro convento, inibendo all’arcivescovo di Cosenza o ad altri di
esigere le decime nei possessi concessi dall’imperatore o da altri7.
Sul finire dell’età sveva l’abbazia greca, oltre ad aver mutato il
suo nome originario, aveva perso ogni autonomia religiosa ed era
ormai soggetta al vincolo vassallatico con l’abbazia di Fiore. Essa
era caduta in rovina, sia spirituale che economica. L’undici ottobre
1256 il papa Alessandro IV ordinava al vescovo di Bisignano,
all’arcidiacono di Squillace ed al canonico cosentino Amato di
riformarla e ricostruirla8.
All’inizio dell’occupazione angioina, da due provvisioni di Carlo I
D’Angiò del 1271 e 1272, veniamo a sapere che ai tempi di Corrado
(1250-54), figlio di Federico II, il monastero di S. Maria la Nova,
dell’ordine florense, era stato privato del casale di Cotronei e del
tenimento di Cuzuli. Tali beni erano stati poi occupati dai fratelli
Guidone e Giordano de Amanteya. Con tali provvisioni il re ordinava
di reintegrare il monastero dei beni usurpati9. Continuava quindi
l’autonomia economica del monastero da quello florense come
evidenzia anche un documento del 1290, quando sotto l’abbate
Francesco Tommaso fu venduto un mulino sul fiume Lepore all’abbazia
di S. Giovanni10.
Il Trecento
All’inizio del Trecento l’abbate di Santa Maria Nova o “de Caccurio”
in diocesi di Cerenzia, come “subditus” del Monastero di Fiore,
compare nel pagamento delle decime papali 11.
Nel settembre 1346 l’abbate di san Giovanni, Pietro da Spinadeo,
veniva incaricato dai monaci del monastero di Fiore, e da Giuseppe
de Piniano, abbate Santa Maria de la Nova, e dall’abbate di Calabro
Maria, di impetrare da Clemente VI in Avignone la nomina di un
cardinale, in modo da essere protetti12. I beni del monastero si
trovavano infatti insidiati dal feudatario di Caccuri Squarcia de
Riso, il quale rivendicava il diritto di pascolo e di tagliare
alberi in alcuni territori13. E’ del 19 agosto 1360 un intervento
regio contro il feudatario che usurpava i beni del monastero
florense , del monastero di Santa Maria Nova e della grangia di
Bordò14.
Il 20 gennaio 1383, il re Carlo III di Durazzo confermava al
monastero l’annua concessione di 12 tomola di sale15.
La decadenza
Dopo la morte di Andrea, che aveva governato il monastero per
circa 40 anni, esso fu indebitamente occupato dal vescovo di
Cerenzia Giovanni de Volti (1437 - ? )
Il 3 settembre 1443 il papa Eugenio IV, accogliendo la supplica
degli abbati Matteo di S. Giovanni in Fiore ed Andrea di Santa Maria
dela Nova ordinava agli arcivescovi di Rossano e di Santa Severina
ed al vescovo di Catanzaro di allontanare l’intruso e di consegnare
il monastero all’abbate florense16.
Con l’introduzione dell’istituto della commenda l’abbazia
dell’ordine florense di S. Maria de la Nova, situata fuori le mura
di Caccuri, andò ben presto in rovina. Abbandonata dai monaci,
andarono dispersi gli antichi documenti con i privilegi e, rimasta
deserta, ben presto caddero gli edifici e la chiesa. Fu in questi
anni tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento che i
beni dell’abbazia passarono di mano in mano a vari commendatari. IL
2 ottobre 1484 il papa Innocenzo VIII, poiché era vacante per libera
remissione fatta dal commendatario Andrea, la concedeva
all’agostiniano Napoli Cola degli Arnoni. Allora l’abbazia
apparteneva ancora all’ordine florense e le sue rendite non
superavano i 24 fiorini d’oro “de camera”17. Poi la ebbe Napoli
Cosentino, che si fece passare per monaco e fu perciò rimosso,
quindi fu data al chierico Giacomo Cosentino della terra di Verzino
e poi pervenne al chierico reggino Matteo Paganelli18. Il Paganelli,
che la ebbe all’inizio del Cinquecento, lascerà legato il suo nome
all’abbazia, che sarà in seguito conosciuta anche come la
“Paganella”. In seguito fu del chierico della diocesi di Cosenza
Agostino Monacho Ruffino e poi per rinuncia di quest’ultimo
nell’ottobre 1539 la ebbe in commenda il chierico crotonese Giulio
Prothospatario19 .
Con la fine della vita comunitaria non erano cessate però le liti,
che videro impegnati gli abati commendatari. E’ del 1530 una lettera
di esecuzione della sentenza emanata a favore dell’abate florense
contro quello di S. Maria de la Nova per il possesso della “Difesa
di Campo di Manna”20. In seguito vi fu una lunga lite tra gli abati
commendatari dell’abbazia ed i baroni di Caccuri. Nel luglio 1545
l’abate commendatario Giulio Prothospatario concedeva al feudatario
di Caccuri GiovanBattista Spinelli, la tenuta il “Teninentello”. La
concessione veniva fatta in enfiteusi per 29 anni e con la
possibilità di revoca, previo il pagamento di un annuo canone di
ducati 16 e mezzo. Passata la commenda per cessione di Giulio
Prothospatario dapprima per un breve periodo (1554/1555) al nipote
Filippo Giacomo Prothospatario, il quale rinunciò alla commenda in
cambio di una pensione sulle rendite dell’abbazia,21 in seguito
pervenne ad Ottavio Prothospatario. Costui ritenendo irrisorio il
canone, rispetto alla rendita della tenuta, tentò di revocare la
concessione ma il nuovo feudatario Francesco Cimino gli fece
opposizione. Iniziò una lunga lite che coinvolse anche i monaci, in
quanto il commendatario aveva assegnata alla mensa conventuale la
terza parte della tenuta e altri ducati 10 l’anno ad esigersi sulla
sua parte, che dovevano essere usati “per reparatione della chiesa e
monasterio”. Morto il Prothospatario senza che la lite avesse
trovato soluzione, fu continuata dal nuovo commendatario, Giovan
Vincenzo Forcellato, ma si concludeva solamente al tempo del
commendatario Rodolfo de Rodolfis, che era subentrato nel 1606 al
Forcellato22. Il “Tenimentello” passava definitivamente nelle mani
del barone di Caccuri, Paolo Cimino, che lo avrebbe posseduto
“liberamente”, previo il pagamento ogni 15 agosto di un canone
perpetuo di ducati 38 e tari due all’abbate commendatario, mentre ai
monaci non rimase più niente23.
Il ritorno dei monaci
Dopo un lungo periodo in cui l’abbazia era rimasta deserta essa
fu nuovamente abitata dai monaci e ritornò il culto divino. Ciò
avvenne dopo i ripetuti interventi a favore dei monasteri da parte
dei papi. Furono perciò emanate molte constituzioni come quelle di
Pio IV nel 1563, Pio V nel 1569, Gregorio XIII nel 1574 e Sisto V
nel 1596, che imposero, anzi ordinarono sotto la pena di
rigorosissime pene, agli abbati commendatari che si riedificassero
le chiese e gli edifici claustrali e si assegnasse alla mensa
conventuale la terza parte delle rendite “per il vitto, vestito et
altre cose necessarie alli Religiosi”. In tal modo i monaci dovevano
riprendere i monasteri, introducendovi nuovamente il culto divino ed
un competente numero di religiosi. L’abbazia dall’ordine florense
era passata a quello cistercense.
Dalla visita ai monasteri dell’ordine cistercense dell’anno 1569
risulta che il monastero di S. Maria Nova, presso la città di
Caccuri, era nuovamente abitato da due monaci, l’abate risiedeva
saltuariamente a Caccuri, e sebbene ci fosse il commendatario, aveva
poche rendite ma sufficienti per due monaci. La chiesa era
“integra”24.
Pochi anni dopo, nel 1583, fu stabilito l’accordo tra i monaci ed il
commendatario, Ottavio Protospataro, il quale assegnava “per vitto,
vestito, fabrica et altre cose necessarie per dui monaci et uno
diacono” una rendita annua di ducati 50 proveniente da vari beni che
andavano a comporre la mensa conventuale. Essa era costituita da
terreni (tomoli 141 nella “Montagna” il territorio “La Forestella de
Casale Novo”, due tomolate e mezzo vicino all’abbazia, un orto di
una tomolata e mezza, una vigna con due tomolate di terreno, la
terza parte del “Tenimentello”) e censi (su case, vigne e terre).
Inoltre il commendatario, o chi prendeva in fitto i beni abbaziali,
doveva versare ogni anno ai monaci ducati 19 ed era a suo carico le
spese di riparazione degli edifici della chiesa e del convento. Per
far fronte a queste spese ogni anno doveva dare ai monaci altri
ducati 10 dalle entrate della parte rimastagli del “Tenimentello”25.
Il vescovo di Cerenzia e Cariati, Maurizio Ricci, pochi anni dopo
cercherà di trasferire la mensa conventuale alla comunità dei preti
di Caccuri, chiedendo la chiusura del convento.
Il presule, nella sua relazione del 1621, fa riferimento all’abbazia
dell’ordine di S. Bernardo “dove sta un frate ch’a la Mensa
dell’Abbate quale e Rodolfo de Rodolfi che la tiene in comenda, et
resteranno per l’Abbate da 150 d.ti et la Mensa sarà d.ti 30. Questa
chiesa è discosta dalla t.ra circa un miglio. La chiesa è destrutta
et la casa del Monaco sta mal accomodata, sarebbe forsi bene levar
il monaco et trasferire il serv.o delle messe, che molte volte non
se dicono, alla chiesa Matrice della T.ra et farle celebrar dalla
Comunità de preti, questo temperam.to non sarebbe di preiudicio alla
Religione, perche l’interesse è di niun momento. Sarebbe di qualche
agiuto a questi poveri Preti, si sodisfarebbero le messe et si
levarebbe anco qualche nido de Ladri. Sempre lo stesso vescovo
ribadirà la richiesta di soppressione dell’abbazia nel 1625
chiedendo al Papa “che il servitio della messa dell’abbadia
Paganella di S. Maria Trium Puerorum dell’abate Rodolfo mal servita
da un frate di S. Bernardo, si riduchi alla comunità de preti di
Caccuri con l’entrata della Mensa, che saranno da trenta ducati
lanno incirca, che saria d’utile alla chiesa perché saria servita et
di nulla preiuditio all’abbate et si levaria quel nido de ladri”26.
Anche se il vescovo Ricci, per suoi intenti, diminuiva di molto il
valore delle rendite del monastero, noi sappiamo che esse erano
aumentate. La mensa conventuale infatti in questi anni si arricchì
per donazioni di benefattori e per l’intervento di valorizzazione,
compiuto dagli stessi monaci. Alcuni devoti lasciarono due vigne;
dei vignali e delle terre pervennero perché i possessori li
rinunciarono per non pagare i censi; tre casette “fabricate di luto
e pietre” accanto alle mura del monastero rimasero ai monaci in
quanto i proprietari se ne erano andati ad abitare a Caccuri;
Francesco Antonio Perito donò circa otto tomoli di terra confinanti
con la “Forestella de Casale Novo”; i monaci infine piantarono
numerosi gelsi e vigne.
Verso la soppressione
Rovinata dal terremoto del 1638, fu in parte riparata dall’abate
Emanuele Pelusio27.
Situata a mezzo miglio di distanza dall’abitato, circondato da mura,
di Caccuri, “in luogo aperto a canto alla strada Publica”, l’abbazia
a metà Seicento era formata dalla chiesa intitolata a Santa Maria
della Nova, ricostruita di recente a pianta quadrata di lato palmi
58, con altare maggiore, dove si officiava, e per metà ricoperta da
un soffitto a tavole, rifatto dal commendatario.
Davanti alla chiesa vi era un ampio cortile circondato da mura dove
affacciavano cinque stanze abitabili ed una scoperta, usate per
cucina, forno, magazzino e stalla. Al di sopra di queste stavano
altre quattro stanze, dove abitavano i monaci ed i la servitù.
Accanto, ma fuori delle mura, che circondavano l’abbazia, vi erano
tre casette disabitate, costruite “di luto e pietre” ed un terreno
che, quando non veniva seminato, serviva ai monaci per il pascolo
dei loro animali. Il 20 marzo 1650, come richiesto dalla
Costituzione di Innocenzo X, il priore Gregorio Ricciuti di Mesoraca
ed il sacerdote Michel’Angelo Prospero stendevano la relazione sullo
stato del monastero di S. Maria della Nova, o della Paganella,
appartenente alla congregazione cistercense della Calabria e
Lucania. Essi dichiararono che tutta la famiglia era composta dai
soli estensori e dal serviente Gio. Pietro Ricciuto del casale di
Altilia e che le rendite del monastero, calcolate sugli ultimi sei
anni, si aggiravano in media attorno a ottanta ducati e pareggiavano
con le spese. Facevano anche notare che parte delle rendite, a suo
tempo assegnate dal commendatario, col passare degli anni per varie
cause si erano ridotte. Le terre nella “Montagna”, dalle quali i
monaci esigevano la metà di ogni tomolo seminato, al tempo in cui
erano state assegnate erano state valutate ducati 15 annui, negli
ultimi sei anni, invece, avevano reso solo otto ducati. Lo stesso
valeva per i censi su delle case e delle vigne. Valutati allora in
ducati cinque annui, ora davano poco più della metà, perché molte
erano “dirute”. La “Forestella del Casale Novo” aveva ancora la
stessa rendita, ma la sua estensione era aumentata di otto tomoli
donati da un benefattore. Per non parlare del “Tenimentello” che,
dopo l’accordo tra il commendatario ed il barone, non dava più
niente. Se alcune rendite dei beni a suo tempo assegnati erano
diminuite, altri non apportavano alcuna entrata in denaro in quanto
erano ad uso dei monaci. Si trattava di alcuni terreni presso il
monastero che, quando non si seminavano, servivano per il pascolo
degli animali dei religiosi e quando si seminavano, il grano era
usato per il loro vitto. Lo stesso valeva per la vigna, che non
sempre forniva il vino sufficiente “per la fameglia e passaggi di
forastieri così regolari come secolari”, ed i due buoi che
utilizzati dal garzone o dal massaro, davano solo grano ad uso del
monastero. Parte degli altri beni veniva affittata in denaro. E’ il
caso dell’orto, di alcune vigne, delle fronde dei gelsi, di “alcune
grotte a canto la forestella”, che si davano in fitto a caprai.
Parte in grano che poi i monaci vendevano, come alcune terre e
vignali. Completavano le entrate i ducati 19 sopra tutti i beni
della abbazia che il commendatario, o chi per lui, doveva dare e la
vendita della parte non consumata di sale a suo tempo concesso dal
re. Per quanto riguardava le uscite, il vitto ed il vestiario
incidevano per quasi il 90%, nonostante che parte del grano, del
vino e di altre vettovaglie proveniva dalla “massaria, seu arte del
campo” e dalla vigna. Esse erano così elevate anche perché
comprendevano i “passaggi et alloggi così di regolari, come di
secolari”. Vi erano poi i costi della vita quotidiana e del
mantenimento della chiesa e del monastero: “biancherie, mobili di
casa, vasi et robbe di tavola di cucina”, “sacrestia et cera”.
Seguivano le contribuzioni (al Padre Procuratore Generale, alla
cassa comune per il sostentamento del Padre Presidente della
Congregazione, per visita del Padre Presidente e Visitatori, per il
vitto del Capitolo che si celebra ogni quattro anni, per il viatico
del Padre Presidente che viene deputato da Padre Generale per
soprintendere al Capitolo). Da ultimo una piccola spesa era
riservata al mantenimento dei “tetti et altre reparationi” del
monastero28.
Gli abbati commendatari
Non avendo i requisiti richiesti dalla Costituzione di Innocenzo
X il monastero nel 1652 fu soppresso29. Rimase la chiesa alla cui
manutenzione dovevano pensare gli abbati commendatari. Al tempo
della soppressione era abbate commendatario il cardinale Francesco
Angelo Rapaccioli e alla sua morte i beni dell’abbazia furono dati
in commenda nel luglio 1657 al cardinale Geronimo Bonvisio al quale
seguì nel settembre 1681 il cardinale Giovanni Francesco Ginetti.
Morto il Ginetti la commenda venne concessa nel luglio 1694 al
chierico nobile diciannovenne Giacomo Caracciolo, che all’inizio del
Settecento restaurò la chiesa, come è evidenziato da una epigrafe
murata sul portale: “ IACOBUS CARAC. E DUCIB/ US MARTINE ARCHIEP./
EPHESINUS CAMERE APOST./ GEN.LIS AUDITOR. ET SANCTE/ MARIE TRIUM
PUEROR. AC S./ IOA.NI. FLORE PERPETUUS COM/ MEND. ECCLESIAM HANC
RESTAU/ RAVIT A. D. MDCCXVII(?)”. Dopo la sua morte la commenda fu
concessa nel 1718 al cardinale Martino Innico Caracciolo. Nel
settembre 1754, per morte del Caracciolo, passò al cardinale Enrico
Henriquez e, morto costui, il 9 agosto 1756 è concessa al chierico
napoletano Giacomo Filomarino dei principi della Rocca.
Liti tra i feudatari di Caccuri e l’abbazia di S. Giovanni in
Fiore
Dopo la soppressione il feudatario di Caccuri, Antonio
Cavalcanti (1651 –1676) rivendicò i beni dell’abbazia in quanto
luogo pio ricadente nel territorio del suo feudo ma trovò
l’opposizione degli abati del monastero di S. Giovanni in Fiore i
quali dimostrarono che l’abbate e l’abbazia dei Tre Fanciulli erano,
fin dai tempi antichi, sudditi e vassalli dell’abbate florense. Così
l’abbate commendatario florense amministrò anche i beni di Santa
Maria Nova o dei Tre Fanciulli e la soppressa abbazia con i suoi
fabbricati , orti e vigne divenne parte del territorio badiale. La
lite tuttavia non si esaurì. Verso la metà del Settecento essa era
ancora verteva tra il cardinale Martino Innico Caracciolo, abbate e
perpetuo commendatario della badia di S. Giovanni in fiore e di S.
Maria della Paganella (1718- 1754), ed il duca di Caccuri Marzio
Cavalcanti (1710 –1752). Per l’abbate, l’abbazia dei Tre Fanciulli
con le sue proprietà, era dentro i confini dell’abbazia di S.
Giovanni in Fiore, per il duca la questione era ancora aperta in
quanto sulla questione dei confini tra l’abbadia di S. Giovanni in
Fiore ed il feudo di Caccuri pendeva lite in Sacro Regio Consilio e
in Camera della Sommaria. Secondo il feudatario di Caccuri i beni
dell’abbazia dei tre Fanciulli, la difesa seu serra dell’Olivaro,
Rittusa, S. Nicola, Caria, Gradia, Manco di Scavo e la badia della
Paganella, erano da considerarsi suoi beni burgensatici30.
Note
1. Daniele, cap. 3.
2. Ughelli F., Italia Sacra, t. IX, 195-196.
3. Ughelli F., cit., 197-198.
4. Russo F., Regesto, I, (628).
5. Pratesi A., Carte cit., pp. 280 –282.
6. Fiore G., cit., II, 378.
7. Russo F., Regesto, I (710).
8. Russo F., Regesto, I, (935).
9. Reg. Ang., IX, 271; XII, 161.
10. Russo F., Gioacchino da Fiore e le fondazioni florensi in
Calabria, Napoli 1959, p. 107.
11. Nel 1324 e nel 1325 l’abbate Nicolaus versa tar. XII, Vendola
D., Rationes cit., n.2709; Russo F., Regesto, I, (5061)
12. Russo F., Gioacchino da Fiore cit. , p. 111.
13. Maone P., Caccuri monastica e feudale, Portici 1969, p.16.
14. Fonseca C. D., Dall’abbazia al casale di San Giovanni in Fiore,
in San Giovanni in Fiore, a cura di F. Mazza, Soveria Mannelli 1998,
p.49.
15. Barone N., Notizie storiche tratte dai Registri di Cancelleria
di Carlo III di Durazzo, ASPN a. XII, fasc. II (1887), p. 193.
16. Russo F., Regesto, II (10743)
17. Russo F., Regesto, III, (12908)
18. Russo F., Regesto, III (15179).
19. Russo F., Regesto, IV, (18127).
20. Russo F., Le fondazioni cit. p. 116.
21. Russo F., Regesto, IV, (20176)
22. IL 24 luglio 1606 cessava la commenda del Forcellato sul
monastero di S. Maria la Nova che era data in commenda al De
Rodolfis. Al Forcellato rimaneva un’annua pensione di 73 ducati
sulle entrate della stessa, Russo F., Regesto, V, (26297).
23. S. C. Stat. Regul. Relationes, (1650) 16 , Riformati San
Bernardo (Cistercensi), f. 105v, ASV; Maone P., Caccuri cit. pp.
25-26.
24. Status monasteriorum Cist. Ord. Ex visitatione an. 1569, Conc.
Trid. 2, f. 119, ASV.
25. S. C. Stat. Regul. Relationes cit., ff. 104-105.
26. Rel. Lim. Cariaten. Geruntin., 1621.
27. Russo F., Le fondazioni cit., p.183.
28. S. C. Stat. Regul. Relationes, cit., ff. 104 –106.
29. Fiore G., cit., II, 378.
30. Maone P., Caccuri cit., pp. 42-44.

