[Pellegrini ed eremi nella vallata del Tacina: Il monastero di San Pietro di Nimfi]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 31/1997)
La leggenda del monaco eremita greco Vitale di
Castronovo, come ci è tramandata, narra che dopo che il santo ebbe
appreso le sacre lettere, decise di far penitenza nel monastero di
San Filippo di Agira, dove rimase per cinque anni. Poi, con licenza
di quell'abate, per soddisfare un voto andò a Roma a visitare e
pregare nei santuari ed ad onorare i luoghi santi. Compiuto il
pellegrinaggio, da Roma si diresse in Calabria e si ritirò in un
monastero presso la città di Santa Severina, rimanendovi due anni in
penitenza e orazione. In seguito ritornò in Sicilia presso il
monastero di San Filippo di Agira da dove era partito. Dopo varie
vicende il santo morì il 9 marzo 9901.
Secondo il Sinopoli la chiesa siciliana di S. Filippo di Agira sorse
sui ruderi di un tempio pagano e fu dimora, durante il periodo
bizantino e arabo, di una comunità di monaci che praticavano
l'esempio dei santi e celebravano secondo la liturgia greca. Dopo la
conquista normanna dell'isola, il monastero di Argira fu abitato da
monaci benedettini. Nel 1094/1095 Ruggero I lo arricchì e lo fece
restaurare e lo confermò all'abate Ambrogio, benedettino di san
Bartolomeo di Lipari, al quale confermò sia la chiesa che il
territorio di San Filippo di Agira, già acquisiti in precedenza2.
Conquistata Gerusalemme (15.7.1099), alcuni cavalieri normanni
vollero potenziare il monastero benedettino di Santa Maria dei
Latini che si trovava in quella città. Essi perciò vi aggregarono le
rendite di molti monasteri benedettini delle Puglie, delle Calabrie
e di Sicilia, fra questi figura anche quello di San Filippo di Agira
con le sue proprietà e grangie. Per tale unione avvenne che tutte le
badie ed i priorati annessi a Santa Maria Latina di Gerusalemme
trassero il nome dalla abbazia principale. In seguito a causa di
avvenimenti storici i monaci si trasferirono da Santa Maria Latina
di Gerusalemme nella badia di S. Filippo di Agira in Sicilia. Il
papa Pasquale II nel luglio 1112 stabilì che la badia di S. Filippo
di Agira, detta anche di S. Maria Latina Gerosolimitana, fosse
immediatamente soggetta alla Sede Apostolica e seguisse la regola
benedettina cassinese, salvi i diritti del patriarca di
Gerusalemme3.
Nel 1126 il monastero di San Filippo di Agira è dipendente di santa
Maria Latina di Gerusalemme come si apprende dalla conferma concessa
da Ruggero II al priore di Agira4 .
Secondo il Russo, l'abbazia benedettina di Santa Maria la Latina in
Gerusalemme5 ricevette nel 1126 il monastero greco di San Filippo
d'Argirò. Nel 1158, come si rileva dalla bolla del papa Adriano IV,
essa possedeva sette chiese, un casale e diverse fattorie6. L'otto
marzo 1173 (secondo il tabulario del Sinopoli l'anno è il 1164) il
papa Alessandro III confermava all'abbate Richardo e al monastero i
diritti ed i privilegi che godeva in Terra Santa, Siria, Sicilia e
Calabria.
Dall'atto si rileva che in Calabria l'abbazia possedeva la chiesa di
"Sanctus Petrus de Tachina" e la chiesa di Sant'Elia con i loro
possedimenti, decime e diritti7.
Dal 1187 essendo stata presa Gerusalemme dagli Arabi, il priorato di
San Filippo di Agira, che già aveva assunto il nome di Santa Maria
Latina in Gerusalemme, divenne sede abbaziale e fu posto a capo di
altri monasteri.
Da tutto quanto detto si può supporre che la chiesa o monastero di
San Pietro di Tacina o di Niffi, sorto probabilmente su un tempio
preesistente e abitato da una comunità di monaci di lingua e rito
greco, fosse già in periodo bizantino legato spiritualmente (e forse
anche economicamente) al monastero di San Filippo d'Agira di cui ne
seguì i destini. Il monastero di San Pietro di Tacina infatti fu
posto sotto l'obbedienza dei benedettini di Santa Maria Latina,
conservando tuttavia una propria vita economica e religiosa. Vicino
alla chiesa e al monastero di San Pietro di Tacina si sviluppò il
casale omonimo detto anche di Nymphus, nome del vecchio abitato
preesistente. (Lo stesso avvenne in questo periodo per l'abbazia di
Santa Maria di Altilia che darà il suo nome al casale che prima si
chiamava Caria). Durante il Duecento la chiesa di San Pietro di
Tacina allargò i suoi possedimenti attraverso acquisti e donazioni e
mantenne una certa autonomia economica anche se gli atti del suo
priore risultano a volte convalidati o approvati dall'abbate di
Agira da cui egli gerarchicamente dipendeva8.
Tutto quanto detto è confermato da un documento del 1256 con il
quale il papa Alessandro IV conferma la permuta di alcune terre tra
l'abbate ed il convento florense ed il priore del Priorato di
Tacina, in diocesi di Santa Severina. Da esso veniamo a conoscenza
che il priorato era certamente soggetto all'abbate del monastero de
Latina in Ierusalem o di S. Filippo di Agira ma il suo priore godeva
di ampi poteri nelle decisioni economiche che gli derivavano
dall'atto di fondazione9 della chiesa di San Pietro di Tacina.
Il casale Nimfus cum Sancto Petro, posto sulla riva sinistra del
Tacina, all'inizio della dominazione angioina è una delle terre
appartenenti al giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana e nel
1276 è tassato per once due tari dodici e grana otto10 con una
popolazione presunta di un centinaio di persone11. Nelle vicinanze
del casale oltre alla chiesa campestre di Santa Maria de Niffi12 vi
era la grancia di San Teodoro di Niffi che dipendeva dall'abbate del
monastero di San Nicola di Jaciano13.
In questi anni (1275-1279) Guillelmus, priore del monastero di San
Pietro de Nimpha versò in più riprese la considerevole somma di tre
once d'oro14. La discreta floridezza del monastero verrà confermata
anche dai successivi pagamenti delle decime nel biennio 1325 e
132615.
Nel 1274 sorse una controversia tra l'arcivescovo di Santa Severina
Rogerio di Stefanuzia, nella cui diocesi sorgevano la chiesa ed il
casale di San Pietro de Tacina, e l'abbate Henricus del monastero di
Santa Maria Latina in Ierusalem, riguardante i diritti di decima e
sui beni di coloro che morivano. La lite, risolta con l'intervento
di comuni amici, riconosceva quasi completamente i diritti della
chiesa di Santa Severina e del suo arcivescovo, che così potevano
godere di un censo annuo di tari 14 d'oro l'anno che l'abbate o il
priore della chiesa di San Pietro di Tacina doveva consegnare nella
festa di Sant'Anastasia16. Il priorato continuò la sua esistenza
durante il Trecento e la prima metà del Quattrocento17. Esso è
ancora presente dopo le distruzioni e le stragi operate prima dalle
truppe di Alfonso di Aragona e poi da quelle di Ferrante, scese in
Calabria per stroncare la ribellione del marchese di Crotone,
Antonio Centelles. Tra i capitoli, chiesti dall'università di Santa
Severina a re Ferdinando e da lui concessi nel febbraio 1460 vi è la
conferma dei privilegi, prerogative e immunità che godevano i
monasteri di Calabromaria e di San Pietro de Niffi, i "quali sono
fundati intro lo tenimento" della città di Santa Severina18. Le
devastazioni operate dalle truppe aragonesi, la peste e le mire dei
nuovi padroni per impadronirsi dei beni del priorato ben presto
determineranno l'abbandono del monastero. Il 28 marzo 1479 il papa
Sisto IV concedeva a Luca Crispo, prete di Ravello, il priorato
benedettino, o grancia, di San Pietro di Niffi, nel quale non vi è
più la comunità monacale ne la dignità abbaziale19. Seguiranno i
vari commendatari del priorato di San Pietro de Niffi: Ruggero
Condopoli, l'arcivescovo di Santa Severina Antonio Cantelmi20,
Cristoforo de Maffeis21, Benedetto de Maffeis, Alessandro Carrafa22
ecc. Ormai il legame tra il priorato di S. Pietro di Tacina e
l'abbazia di S. Filippo di Agira veniva sempre più messo in
discussione. Per rivendicare questa dipendenza nel settembre 1528 a
Catania si radunava su richiesta dell'abbate di Agira Francesco
Aiutamicristo il capitolo dei benedettini, per verificare attraverso
le testimonianze di varie persone i diritti che poteva vantare
l'abbazia di Santa Maria Latina gerosolimitana di Agira sul priorato
di San Pietro in Nimphis in Calabria e sulla confraternita colà
esistente. In quella occasione il capitolo dei benedettini cassinesi
di Catania affermò i diritti dell'abate di Agira sul priorato e
sulla confraternita di S. Pietro in Nimphis23 ma questo non valse a
mutare il destino del monastero, ormai ridotto a grancia disabitata.
A fine Cinquecento nel distretto di Rocca Bernarda c'è il Priorato
di San Pietro de Nimfi, grancia di San Filippo Argirò di Sicilia che
da una rendita annua di circa trecento ducati24.All'inizio del
Seicento la chiesa distante circa quattro miglia da San Mauro e
soggetta alle incursioni dei ladri e degli uomini malvagi fu
abbandonata e andò distrutta. Soppressa la chiesa ed il monastero in
loro ricordo fu istituito un beneficio con il suo altare sotto il
titolo di San Pietro de Niffi nella chiesa matrice di San Giovanni
Battista di San Mauro Marchesato. L'arcivescovo di Santa Severina
Francesco Falabella compiendo nel novembre 1660 la visita pastorale
alla matrice di San Mauro annotava che la nuova cappella di cui si
era decisa la costruzione circa 15 anni prima non era ancora finita.
Essa si trovava a destra dell'altare maggiore davanti alla porta
piccola della chiesa e c'era lo stemma del cardinale Lelio
Falconeri, che era stato priore di San Pietro de Niffi. L'onere
delle due messe che dovevano essere celebrate nella chiesa di San
Pietro era stato in precedenza trasferito dall'arcivescovo Fausto
Caffarello nella chiesa matrice di San Mauro25. La cappella è così
descritta in un apprezzo del 1687: " Nella destra nave piccola in
testa v'è la cappella di S. Pietro de Ninfis seu Niffi abbadia oggi
commendata all' Ecc. Cardinale Spinosa S. Cecilia, con ornamento di
marmo verde e bianco, con immagine, intempiata, e ferriata avanti
detta cappella, questa cappella sta ornata con candelieri indorati,
e tiene bellissimi suoi ornamenti e suppellettili vi si celebra due
volte la settimana, e v'è il cappellano assignato colla sua
provisione"26. I beni del priorato rimasero ai commendatari e da
questi fatti gestire da procuratori. Alla metà del Settecento
l'abbazia possedeva terreni in territorio di San Mauro Marchesato
(Ducime, San Pietro, Gabelluccia dell'Acquaro, Caravà, S. Sodaro),
di Santa Severina (Prelatello, Latina), di Rocca Bernarda (Ducime
sottovia, vignale S. Sodaro, gabella della Rottura), di Rocca di
Neto (S. Nicola)27 e di Crotone( due vignali a Cortina).Nel 1809
Tiberio Merola era ancora titolare della Regia Cappellania laicale
sotto il titolo di San Pietro di Niffi. In seguito le entrate
provenienti dall'abbazia assieme ad altre provenienti dall'abbazia
di S. Cosma e Damiano di Nicastro e ad annui ducati 200 provenienti
dall'abbazia di Santa Maria del Mito della diocesi di Ugento,
vennero usate dall'arcivescovo di Santa Severina, Ludovico Del Gallo
(1824-1848) per migliorare le entrate del seminario arcidiocesano,
previo concessione avuta dal governo28.
Ancora oggi a ricordo del monastero benedettino rimangono resti di
poderose mura in località "San Pietro" in territorio di San Mauro
Marchesato e sulla collina soprastante sono ancora visibili alcuni
ruderi di una vecchia chiesa. Il ritrovamento di numerose tombe di
periodo greco e di monete romane in tutta l'area ci attesta
l'esistenza di un popoloso abitato che si sviluppò certamente dal
periodo greco fino all'età medioevale. Il vicino toponimo Niffi
(Nimphus) sulla riva sinistra del Tacina in territorio di
Roccabernarda ci ricorda il nome e l'origine di questo vecchio
casale scomparso.
Note
1) Martire D., La Calabria sacra e profana, Cosenza 1876, Vol.I,
286-288.
2) Pasini C., Osservazioni sul dossier agiografico ed innografico di
san Filippo di Agira,in Storia della Sicilia e tradizione
agiografica nella tarda antichità, Rubbettino Editore ,1988, p.191.
3) Sinopoli P., Tabulario di S. Maria Latina di Agira, in Archivio
Storico per la Sicilia Orientale, S.II, aII,1926,pp. 135-190.
4) Pasini C., cit., p.191.
5) La chiesa di Santa Maria, con annesso ospizio per pellegrini, fu
fondata nel secolo XI in Gerusalemme da alcuni mercanti amalfitani.
In seguito alla prima crociata vi fu annessa una comunità monastica,
a capo della quale nel 1099 vi era il provenzale Gerardo Tunc, in
quale redasse lo statuto, approvato poi dal papa Pasquale II, Russo
F., Storia cit. II,421.
6) Bresc- Bautier G., Les Possessions des eglises de Terre Sainte en
Italie du Sud (Pouille, Calabre, Sicile) in Roberto il Guiscardo e
il suo tempo. Centro Studi Normanno- Svevi. Roma 1975, pp. 28-29.
7) Russo F., Regesto ,I, 81.
8) Nel novembre 1230, Pagano de Parisio abbate di Agira compera
alcune terre per la chiesa di S. Pietro di Tazena in Calabria,
Sinopoli P., cit. p.188
9) Russo F., Regesto, I, 153.
10) Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri
angioini, Napoli 1877, p. 215.
11) Pardi G., I Registri Angioini e la popolazione calabrese del
1276, in Archivio Storico per le Province Napoletane, Napoli 1921,
pp. 27 sgg.
12) La chiesa di Santa Maria di Niffi poi scomparve, rimase a
testimoniarne l'esistenza il canonicato omonimo nella cattedrale di
Santa Severina, Siberene 155.
13) Nel 1261 Adriano, abate di San Nicola di Jaciano, essendo il
monastero in decadenza lo sottomise all'ordine cistercense e
all'abate di Sant'Angelo de Frigilo, riservandosi finchè sarebbe
vissuto la grangia di San Teodoro di Niffi, Pratesi A., Carte cit.,
pp. 431-434.
14) Russo F., Regesto I,174.
15) Nel 1325 e nel 1326 il frate Iohannes ,priore di S. Petro de
Tachina, versa undici tari, Russo F., Regesto, I, 338, 355.
16) Il documento fu steso in Sancto Petro de Tachina il 4.11.1274
per mano di frate nicolay, priore di Beata Maria de Latina di
Messina, Siberene, p.254.
17) Un breve di Papa Innocenzo VI del 25.6.1405 concede la cura
della chiesa di S. Pietro de Niffi di Roccabernarda al presbitero di
Santa Severina Andrea Guardati perchè il rettore della chiesa il
chierico secolare Bernardo, cessa dall'incarico per entrare nel
monastero di San Filippo de Ferolito (?), di cui ora è abbate, Russo
F., Regesto II,134; Nel novembre 1443 Jaimo de Paternò, abbate di
Agira accetta una donazione di terre alla chiesa di S. Pietro de
Tazena in Calabria fatta da Giliberto de Tara, Sinopoli P, cit.,
p.164.
18) Siberene pp. 160,167.
19) Russo F., Regesto II,455. Sempre in questi anni risultano
"dishabitati" e distrutti molti casali vicini: San Mauro de Carava,
San Stefano de Ferrato ecc., Maone P., San Mauro Marchesato, p.102.
20) Russo F., Regesto, II,408.
21) Russo F., Regesto, II, 458.
22) Russo F., Regesto II,482.
23) Sinopoli P., cit., p.158.
24) Rel. Limina Santa Severina, 1589.
25) Visita pastorale dell'arcivescovo di Santa Severina Francesco
Falabella 1660. Arch. Arciv. S. Severina ,C. 42.
26) Caridi G., Uno "stato" feudale nel mezzogiorno spagnolo, Gangemi
1988.
27) Maone P., San Mauro marchesato, pp. 147-148.
28) Siberene p. 255.

