[La chiesa e ospedale di Santa Caterina in Santa Severina]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 44-47/2008)
La chiesa di Santa Caterina era vicina alla
chiesa parrocchiale di Santo Giovanni Battista, alla chiesa di Santa
Caterinella ed alla chiesa cattedrale di Santa Anastasia e presso le
“ripas S.tae Caterinae”.
Il luogo
La sua posizione è ben descritta nella visita compiuta dal
vicario Giovanni Tommaso Cerasia, cantore della chiesa cattedrale di
Mileto al tempo dell’arcivescovo Ursini, il quale la mattina del 18
maggio 1559 dopo aver visitato con il suo seguito la chiesa
parrocchiale di San Giovanni Battista, che era “p(ro)pe et coniuncta
cum archiep.”, entrò nella chiesa di Santa Caterina, che era
“ex(tr)a archiep.lem eccl.am”, quindi si diresse alla chiesa di
Santa Caterinella, situata p(ro)pe eccl.am metropolitanam”.
La descrizione delle due chiese
Il vicario Cerasia con il suo seguito, procedendo la visita, si
recò fuori la chiesa arcivescovile nella chiesa di Santa Caterina,
che apparteneva alla confraternita laica omonima. Trovò l’altare con
un altare portatile e con un quadro, dove c’erano le immagini della
Vergine Maria e Santa Caterina. Il quadro era piccolo, dorato e di
legno. Vi erano una croce d’argento con il suo pomo d’argento,
quattro candelabri di ottone, un altro era rovinato ed altri tre
erano di peltro. C’era un calice d’argento con patena, uno di peltro
con patena e corporali ed un altro calice era di peltro,
quest’ultimo era rovinato e “dissazato”. La chiesa aveva sei
tovaglie, una coperta con frange ed una di mayulo. Possedeva
corporali, una pianeta nuova di damasco bianca con friso in mezzo,
un cuscino di tela ed un campanello. Al campanile c’era una campana.
Di qua e di là vi erano alcuni sedili di legno e due banchi di legno.
Vi erano anche tre vestimenti completi, tre pianete, una paonazza e
due di tela, due messali, una pianeta nera, una coperta nera,
un’altra pianeta crestata e cinque cuscini. Dentro ad una cassa vi
erano delle tovaglie, una lampada, un tombolo di ottone....In
un’altra cassa vi erano trentasei tovaglie di filo dipinte di
diversi colori, quattro amitti , otto tovaglie di mano, sette
manipoli ed un piccolo campanello. Alcuni scanni erano situati in
sacrestia e due altari nella chiesa.
Uno apparteneva a Minico Archimanno. Aveva la coperta, una cona con
l’immagine della Vergine ed un altare portatile. L’altare poteva
contare su una rendita di quindici carlini annui, provenienti da un
lascito del fu Nicola Archimanno, il quale legò tale somma ai frutti
di un di terreno con l’obbligo di dire una messa alla settimana.
L’altare era servito dal sacerdote Don Fabio de la Piccola, il quale
era anche il cappellano della chiesa.
Nell’altro altare c’era un dipinto murale della Beata Caterina. Vi
erano quattro piccoli pomi, due occhi d’argento votivi ed un
gonfalone, solito a portarsi per la città. In questa chiesa erano
soliti radunarsi alcuni confratelli.
Il vicario ingiunse al cappellano di notificare agli appartenenti
alla confraternita che entro il termine massimo di sei giorni essi
dovevano comparire davanti a lui nel palazzo arcivescovile, per
dimostrare la loro obbedienza e per informarlo sulla dote e sui
privilegi della chiesa e ciò sotto pena di scomunica e di estinzione
della confraternita. Ingiunse inoltre che i beni dovevano essere ben
inventariati e conservati e che sotto pena di scomunica si doveva
coprire la chiesa con tegole nei luoghi necessari.
Il vicario nella stessa mattinata visitò la chiesa di Santa
Caterinella, che era situata accanto alla chiesa metropolitana nella
quale trovò l’altare fabbricato. La chiesa era un beneficio di
collazione papale. Il vicario la trovò pulita con scope e ornata
senza cura, perciò fu assai contristato.Domandò ai sacerdoti ed ai
canonici, che lo accompagnavano, chi era il rettore. Costoro
risposero che era il Reverendo Abate Mario Barracca. Domandò quindi
se la chiesa aveva qualche dote. Questi risposero che possedeva una
casa ed una gabella a “Yofari” alla “Valle di la Votte”. Allora il
vicario ordinò di sequestrare le rendite della chiesa e diede
mandato al tesoriere ed al primicerio della cattedrale di obbligare
i coloni, che avevano in fitto quelle terre, di consegnare i frutti
delle stesse e di venderli. Essi dovevano poi utilizzare il denaro
della vendita per rifare il tetto, già in rovina, e per far
dipingere le immagini della gloriosa Vergine Maria e di Santa
Caterina. Comandò inoltre di fare nuovamente i vestimenti ed i
calici per il culto dell’altare, di intonacare la cappella. Qualora
il denaro non sia sufficiente per eseguire tutte queste cose,
spetterà al rettore aggiungere il mancante e ciò sotto pena della
scomunica.
La chiesa di Santa Caterinella
La visita del cantore evidenzia che in Santa Severina vi erano
due chiese dedicate a Santa Caterina ed erano situate in luoghi
vicini, tanto che per distinguerle il cantore una la chiama Santa
Catarina ed appartiene alla confraternita omonima e l’altra, più
piccola, Santa Catarinella era un semplice beneficio di collazione
papale . Quest’ultima, descritta come semplice beneficio “ et sine
cura capella seu ecclesia Sanctae Catherinae.. sita in Civ.
praedicta iux.a n.ram Metrop.”, verrà concessa con tutti i suoi
frutti, rendite, proventi e oneri dall’arcivescovo di Santa Severina
Francesco Antonio Santoro alla mensa capitolare in “vigore
Decretorum Generalis Concilii”, come da atto del primo febbraio
1578, rogato “in carta pergamena” dal notaio Giacomo de Rasis. La
chiesa senza cura, rimasta vacante per morte dell’ultimo possessore
del beneficio Mario Baracha, era stata infatti incorporata
dall’arcivescovo alla mensa arcivescovile. Lo stesso arcivescovo la
aveva poi donata al Capitolo con le sue rendite ed oneri per
aumentare la devozione divina, con la condizione di conservarvi il
culto e di provvedere alla “fabrica ac necessaria reparatio”. Tutto
ciò è anche descritto nella Platea del Capitolo del 1580 : “ Item
d(et)to ven. Cap(ito)lo tiene et possede la ven(erabile) chiesa di
S. Caterina muro coniunto con l’archivescoval chiesa, et palazzo con
una gabella concessali da Mons. Ill.mo Francesco Antonio Santori
arcevescovo di S(anta) S(everi)na dalla quale se ne percipe t(omo)la
dieceotto di grano”. La chiesa di Santa Caterinella è richiamata
anche nella relazione dell’arcivescovo Alfonso Pisano del 1603 (“Il
Capitolo possiede un altro beneficio di docati dodeci incirca l’anno
contiguo alla chiesa Arcivescovale detto di S.ta Caterina”) ed in
una platea successiva del capitolo (“De più tiene un oratorio sotto
il titolo di S. Caterinella consistente in una cabella nominata
Percetta concessa in emphiteusim per tum.la dieceotto di grano
l’anno portata in questa Città esistente vicino la terra di S.
Mauro. Oggi posseduta da D. Nicolò Maria Godino e Francesco Antonio
Visciglia. Vi è di peso una messa al mese”.) (Bona, iura et onera ..
dopo il 1663). La chiesa di Santa Caterinella col passare del tempo
fu incorporata al palazzo arcivescovile, rimanendo un semplice
beneficio, come risulta dalla “Nuova Platea “ del Capitolo dell’anno
1782: “ Dalla succennata massa delle Distribuzioni quotidiane annui
D. 1.20 per dodeci messe l’anno per l’obligo del benef(ici)o sotto
il tit(ol)o di S.a Catarinella sopra la gabella di Percetta giusta
la unione fattane al Capitolo in aumento delle Distribuzioni dalla
b.m. di m.s arciv.o D. Franc.o Ant.o Santoro..”
Ancora oggi a ricordo rimangono alcuni graffiti su parte dei muri
perimetrali superstiti della chiesa in una stanza dell’odierno museo
diocesano (... ANNO D.MINI MCCCCVIII.... XXVI 10bre XI IND.e)
Lasciti all’ospedale di Santa Caterina
Nella visita del vicario Cerasia vi è una descrizione
particolareggiata della chiesa ma non vi è alcun riferimento
all’ospedale. Dobbiamo attendere alcuni anni per avere le prime
notizie. Negli atti del notaio Marcello Santoro ci sono numerosi
riferimenti alla presenza dell’ospedale.
Tanti piccoli lasciti in denaro, ma anche in tomoli di grano, con i
quali i testatori beneficiarono l’ospedale con la condizione che i
confratelli accompagnassero il defunto in processione all’ultima
dimora, o per la celebrazione di messe in suffragio. Il primo luglio
1570 Luca Muscedera “lassa per l’elemosina di sua anima.... doi
altri (carlini) all’hospitale di S.ta Caterina..” (Vol. I, 1570, f.
64-65); Il 26 settembre 1570 Donna Granata de Donato moglie di
Antonino Novellisi dona all’ospedale di Santa Caterina e per esso al
priore Francesco Baglione una casa situata in parrocchia di Santo
Stefano. La casa faceva parte delle doti promesse al suo primo
defunto marito. La donazione è motivata per la salute della sua
anima e per quella del suo defunto primo marito. ( Vol. II, 1570,
ff. 16-17). Il 4 gennaio 1571 Francesco Trayina di Policastro è “ad
domos Hospitalis S.tae Caterinae”. In fin di vita egli fa testamento
e vuole che “lo corpo suo sia sepellito nella ven. chiesa di S.ta
Caterina con li funerali piacerà alli confrati di detto hospitale...
dixit havere una bestia somerina.. et vole sia di s.ta Caterina et
di dicto hospitale... dixit dovere recipere docati sette da fran.co
filocamo.. vole ..siano di detto hospitale..” ( Vol. ii, f. 37). Il
10 novembre 1571 il reverendo Vincenzo deli Pira “lassa allo ven.
hospedale di S.ta Caterina carlini cinque” ( 1571, f. 23); il 17
maggio 1574 Nardi de Martino “lassa uno carlino al hospedale di S.ta
Cat.na ( 1574, f. 84v-85); il primo di luglio 1574 il nobile
Alessandro Infosino stabilisce “che a morte sua sia tutta la robba
alla q.le se trovera allo ospedale de S.ta Sev.na, alla santiss.ma
annunziata et alla cappella de santo lorenzo iuspatronato dello
detto mag.co alesandro et che si labbia spartire pro rata parte et
since fosse alcun debbito che appare per scritture lo detto spitale
santiss.ma anuntiata et s.to lorenzo hanno di pagare et che siano
obligati far dire una messa lo di per lanima di esso alesandro da lo
spitale quanto santa anuntiata et quanto santo lorenzo et mancando
che di fatto sia di lo corpo di cristo con la midesima obricazione”
( 1574, f. 110 ); il 6 agosto 1574 Alexandro de Martino “lassa a
santa chaterina per lanima sua ducati cinq... lo corpo suo vole che
sia sepellito alla cappella di s.to marco suo iurepatronato
vestitoli uno abbito di s.ta chaterina” ( 1574, f. 137); Il 23
luglio 1575 il m.co Scipione Angeriano “lassa allo hospitale di S.ta
Caterina doi tumula di grano alla grossa l’anno in pp.um sopra le
robbe sue.... vole che tanto li confrati del s.mo sacramento come di
l’hospedale possano in pp.um esigersi lo sup.to legato sopra tutte
le robbe sue mobili et stabili” ( in seguito il lascito di grano è
ristretto ad una sola volta) ( 1575, ff. 133-134); Il 12 agosto 1577
Andrea de Casovono che è ammalato nell’ospedale fa testamento e ,poichè
non ha alcun erede legittimo, istituisce suo erede l’ospedale di
Santa Caterina “sopra tutte sue robbe mobili e stabili denari vocali
suppellettili di casa ...” inoltre “vole che s’habia di sepellire il
corpo suo intro s.ta cat(eri)na cola ponpa funerale che piacerà alli
confr(at)i dell’hospitale” ( 1577, f. 267); l’ 11 ottobre 1581
Matteo Leone “lassa all’hospedale de s.ta caterina uno tari” ( 1581,
f. 38v); il 23 dicembre 1581 il nobile Jacobo de Martino “lassa..
all’ hospedale un carlino pur con li confrati che vengano con la
processione” ( 1581, f. 67); Il primo settembre 1589 Il tesoriere
Francesco Caruso lascia “al ven. Hospidale di Santa Caterina di d.a
Città docati diece”......
Le Indulgenze
La possibilità di commutare le penitenze in denaro ed in lasciti
indussero i confrati a cercare di poter amministrare il privilegio
delle indulgenze, per tale motivo “interessarono” e sollecitarono il
vescovo di San Marco, il napoletano Gio. Antonio Grignetta, un loro
vecchio conoscente che nel passato era stato vicario generale degli
arcivescovi di Santa Severina, i fratelli Santoro.
Con una lettera da San Marco in data 15 novembre 1578, diretta al
“procuratore e confrati di S.ta Caterina di Santa Severina, il
vescovo Grignetta li informava del suo interessamento per ottenere
quanto prima da Roma le indulgenze per la chiesa:
“Molto Mag.ci Sig.ri. La lettera delle SS.VV. mi è stata car.ma se
ben non era necessaria per ricordarmi di procurare le indulgentie à
cotesta chiesa di S. Catharina perche ne ho sempre havuto particolar
pensiero, e sto tuttavia aspettandole di Roma, ove per ordinario li
negotii non così presto si spediscono per il che non è da
meravigliarsi se tardano a venire, subito giunte che mi saranno le
invierò alle SS. VV. alle quali se in altro ancora voglio à far
qualche servitio ne diano aviso che in ogni occorrenza loro sempre
mi trovaranno prontissimo conche me li raccomando, e prego dal S.re
ogni felicità, e contento.
Da S. Marco a XV di Novemb. 1578. Al serv.o delle SS. VV. Il vescovo
di S. Marco.
La confraternita alla fine del Cinquecento
L'arcivescovo Alfonso Pisani nella prima relazione scrive: "Nella
chiesa di S. Catarina si celebra ogni dì messa, et in certi giorni
due. I fratelli essercitano l'hospidalità à poveri peregrini, et
infermi, e si trovano pronti a portare i defonti in chiesa. Ha di
entrada diece docati, ma con l'elimosine si supplisce al tutto. E'
aggregata all'archiconfraternita della SS.ma Trinità di Roma, e vi
si fa in certi tempi l'oratione delle quaranta hore. I detti
fratelli cantano ogni Domenica matino l'ufficio della Beata Vergine,
ogni venerdì di Quaresima la compieta, e litanie del nome di Giesù,
et il venerdì santo andando a visitare i santi sepolchri, vanno con
le discipline battendosi. Ivi Mons. Arcivescovo ha istituita la
compagnia della Dottrina Christiana, la qual si insegna conforme
alli libretti fatti dal S.r Cardinal sudetto (Giulio Antonio
Santoro) per uso di quella chiesa, e Provincia e l'istesso si fa per
tutta la Diocese non solo tra latini, ma anco tra Greci con li
libretti pur stampati in lingua greca per ordine del detto S.r
Cardinale"( Rel. Lim. S. Severina., 1589). E ancora “tutti li
venerdi di marzo escono per la Città in processione battendosine
gran parte con discipline à sangue visitando le chiese di d.a Città,
e massime il Venerdì Santo visitando li santi sepolcri. Nella d.ta
chiesa Mons.r ha istituita la compagnia della Dottrina Christiana la
quale se insegna conforme alli libretti fatti stampare p.a dall’
ll.mo S.r Card.le e poi ristampare da S. S. R.ma per uso di d.a
chiesa Diocese e Provincia”. La confraternita e l’ospedale erano
visitati dall’arcivescovo ”senza contradditione alcuna et a gli
amministratori si vedono i conti anno per anno “ ( Rel. Lim. 1591).
Luogo di assistenza e di culto
Nell’ospedale si accoglievano gli ammalati ed oltre ai
pellegrini ed ai forestieri anche gli abitanti poveri della città,
sia uomini che donne ( “Habet hospitale in quo recipiuntur tam viri
quam mulieres” , Rel. Lim. 1615). Nella chiesa di Santa Caterina si
seppellivano non solo i poveri, gli indigenti ed i forestieri ma
anche chi faceva parte della confraternita. Il 25 luglio 1570 Gio.
Antonino Vaccaro fa testamento e stabilisce “che quando a Dio
piacerà fossi morto.. che lo corpo suo sia seppellito in S.ta
Caterina come confrate.... lassa... carlini vinticinque allo ven.
hospitale .. et vole che li confrati de dicta confrateria s’l’habino
à recoglere... lassa allo ven. hospitale de S.ta S.na uno avante
lecto di maiulo fatto a rosa per l’anima sua et de soi parenti et
che i p.ti confrati di detto hospidale ci havino di donare uno
habito per seppellirse così vestito” ( 1570, ff. 75v – 76). ( “A
diece di febraro 1595 morì stefano Iemmo e fu sepellito in S.
Catarina..”; Adi 18 di febraro morì beatrice Iemma e si sepellì in
S.Catarina..”; Adi 9 di Aprile 1602 morì Marsilio Marano .. e fu
sepellito nella chiesa di S.ta Caterina”; “Adi 29 di Xbre 1606 morì
Cornelia Iemma.. e fu seppellita nella chiesa di S. Caterina”; “Adi
16 di maggio 1608 morì Gio. Berardino Rizzo.. fu seppellito nella
chiesa di S. Caterina”; “A 20 di 7bre 1620 morì Gio. Francesco la
Padula... fu sepolto nella chiesa di S.ta Caterina dove era confrate”;
“A 8 di marzo 1621 morì Giulia Leone.. fu seppellita nella chiesa di
S. Caterina”; “A 25 d’Aprile 1621 morì Iacinto Carnopoli .. fu
seppellito in S.ta Caterina”, Adi 12 di Agosto 1640 passò da questa
vita fran.ca Coco dello zirò.. fu sepolta nella chiesa di S.a
Catarina; A 3 Ap.le 1644 passò da questa vita Vittoria Scaccia di
capistrano.. fu sepolta per l’amor di Dio nella chiesa di Santa
Catarina”; A 24 settembre 1652 Filippo Sisca forestiero ..per esser
morto subito fu sepolto christianamente nella cappella di S.ta
catherina ; A 17 settembre 1653 Francesco Sisca di caccuri .. fu
sepellito nella cappella di S.ta Catarina ecc. )
Nella chiesa si celebravano le messe legate ai lasciti. ( “D.
Fabritio Burdana tiene per obligo del Capitolo una messa in S.ta
Caterina”, “D. Leonardo Coluccio .. due messe la settimana in S.
Caterina da parte di D. Angelo de Luca “ ecc.)
Attività censuaria
Fin dalla seconda metà del Cinquecento i confrati della chiesa e
ospedale di Santa Caterina esercitarono una florida attività
creditizia. Si tratta di prestiti di somme modeste a piccoli
proprietari del luogo. Il denaro proveniente dalle indulgenze, dai
lasciti e dai censi era investito in tanti piccoli prestiti, al
dieci per cento nel Cinquecento e all’otto alla fine del Seicento,
ai coloni, che le ricorrenti carestie, causate dai frequenti
raccolti scarsi spingevano verso il fallimento e la fame. Il
capitale dato a censo era infisso su chiuse, orti, oliveti, vignali,
vigne, gabelle, case ecc.. Il debitore si obbligava al momento del
prestito a versare un annuo canone alla metà di agosto al
procuratore della chiesa e ospedale. A volte i beni ipotecati per
insolvenza dei debitori erano confiscati, ricadendo in proprietà
dell’ospedale. Spesso il bene acquisito, previo il consenso dei
confrati e della curia arcivescovile, era messo all’asta in pubblica
piazza “ad exstinctum candelae” ed i procuratori pro tempore si
incaricavano di stipulare il contratto di cessione con l’ultimo
licitatore, quasi sempre un proprietario terriero del luogo.
L’attività creditizia già presente nel Cinquecento diventò
l’attività economica predominante nel secolo successivo. Il 10
agosto 1570 Gio. Domenico de Girardo per testamento stabilisce “che
dicta thomasa se possa tenere durante sua vita una casa sua posta à
s.to petro.. dove habita al p.nte esso testatore et che ne paghi lo
censo che rende à S.ta Caterini..” ( Santoro 1570, ff. 83 -84). Il
26 settembre 1570 Mario Infosino, essendo malato e trovandosi in
difficoltà per procurarsi gli alimenti e le medicine per curarsi, si
accorda con i procuratori dell’ospedale e confraternita di Santa
Caterina, Francesco Baglione e Giovanni Bernardino Sacco. L’Infosino
dà in pegno due case terrane, che egli possiede vicino alla sua casa
palaziata in parrocchia di S. Giovanni Battista in “loco dicto la
scalilla”, ed ottiene dai procuratori dieci ducati di carlini
d’argento ( Santoro, 1570, ff. 18 -19). Il 20 ottobre 1573 il
diacono Antonino dela Mendula dichiara di possedere una casa in
parrocchia di Santo Giovanni Evangelista gravata da un censo dovuto
alla chiesa di Santa Caterina ( Santoro, IV, 26v-27). Il 3 gennaio
1585 il chierico Giovanni Cosentino afferma che l’anno prima ebbe a
censo dal procuratore dell’ospedale di Santa Caterina Minico
L’Abbate ducati sessanta al 10 per cento, i quali erano pervenuti
all’ospedale dalla vendita dei beni lasciati dalla fu Giubilia Nigro
( Santoro, X, 63). Il 5 aprile 1589 il chierico Giovanni Cosentino
ottiene un prestito di ducati 25 al dieci per cento da Antonio
L’Abbate, procuratore dell’ospedale di Santa Caterina. Il Cosentino
si obbliga a pagare un annuo censo di carlini 25 sui primi frutti
delle sue proprietà, che consistono in un territorio in località
Turrotio ed in un vigneto a Laghane ( Santoro, 1589, ff. 88-89). Il
26 giugno 1686 il chierico Giovanni Domenico Mancuso afferma di
essere debitore verso la confraternita di Santa Caterina per ducati
20 per le terze decorse dall’anno 1683 a tutto agosto 1685. Il
debito è così ripartito: ducati 8 e mezzo sopra la sua casa in
località Santa Maria la Grande per un capitale di ducati 100 ed
annui tomoli otto di grano, cioè tomoli 3 sopra la gabella “Li
Catusi” e tomoli 5 sopra la gabella “Il Visciglietto”. Non avendo
denaro contante per estinguere il debito, il Mancuso si accorda con
Giuseppe La Manna, “procurator V.lis confraternitatis S.tae
Chatarinae erectae intus Civitatem et proprie ubi dicitur il Campo”,
e per i ducati 20, che la confraternita deve avere, si impegna a
pagare ogni anno carlini 19, che egli deve riscuotere dagli eredi di
Mutio Curcio e che gravano sopra una casa “ubi dicitur la
Piazza”.(Ceraldi, 1686, ff. 4 – 5). Il 15 febbraio 1688 Il chierico
Giovanni Gerardi ottiene da Antonio Tigano, procuratore della chiesa
e ospedale di Santa Caterina e previo l’espresso consenso e
beneplacito della curia arcivescovile, un prestito di ducati 25
all’otto per cento. A cautela del capitale il Gerardi obbliga i
primi frutti del suo viridario, che tra annata fertile ed infertile
frutta annui ducati venti ( Ceraldi, 1688, ff. 5v-6). Il 19 maggio
1688 Giuseppe Melea ottiene dal procuratore della chiesa e ospedale
di Santa Caterina un prestito di ducati 25 all’otto per cento. Il
Melea si obbliga a versare i carlini venti annualmente nel mese di
agosto ed obbliga le entrate di tutti i suoi beni, consistenti in un
oliveto a “Grottari”, una vigna a Monastria, un vignale a Le Carra
ed una casa palaziata dentro città in località Porta Nova, che
rendono annualmente ducati dieci (Ceraldi, 1688, ff. 15-16). Il 2
febbario 1691 Antonino Ungaro, figlio ed erede di Gio Battista
Ungaro, poiché non ha pagato diverse annualità e non ha i soldi per
saldare il debito, deve cedere al procuratore dell’ospedale e chiesa
di Santa Caterina, il chierico Petro Catanzaro, la sua chiusa
alberata con alberi fruttiferi detta “l’impisi” . L’ospedale vantava
un credito di ducati 30 all’otto per cento con numerose annualità
pregresse, concesso a suo tempo al padre Gio. Battista Ungaro, che
aveva obbligato la chiusa . Nello stesso giorno il procuratore
dell’ospedale rivende la chiusa al regio giudice Rocco Podino per
ducati 44. Il Podino consegna subito al procuratore 14 ducati,
mentre per i rimanenti 30 si impegna a consegnare annualmente nel
mese di agosto carlini 30. Obbligando la chiusa acquistata ed i suoi
beni. ( Ceraldi 1691, ff. 10 – 12). Il 22 agosto 1691 Filippo del
Piris, già indebitato con il capitolo, deve ricorrere ad un altro
prestito. Egli ottiene da Petro Catanzaro , procuratore della chiesa
e ospedale di Santa Caterina, ducati 15 all’otto per cento
ipotecando il suo viridario in località “Il Passo”. Il De Piris si
impegna a versare al procuratore ogni anno nel mese di agosto
carlini 12 (Ceraldi , 1691, ff. 50- 51). Si mette all’asta nella
pubblica piazza “ad estinctum candelae” un vignale alberato con
alberi fruttiferi in località “Armo seu Favatu” della chiesa e
ospedale di Santa Caterina. Esso è aggiudicato come ultimo
licitatore e maggiore offerente a Geronimo Borrello. Il 24 gennaio
1692 il procuratore della chiesa e ospedale, il chierico Petro
Catanzaro, e Geronimo Borrello stipulano l’atto di cessione. Il
vignale è venduto per il prezzo di ducati 25 all’otto per cento ed
il Borrelli si impegna a versare carlini 20 sopra tutti i suoi beni
alla metà di agosto di ogni anno. ( Ceraldi, 1692, ff. 4v – 6). Il
17 febbraio 1693 i figli e la vedova di Giovanni Mancuso ottengono
un prestito di ducati 25 all’otto per cento dal procuratore della
chiesa e ospedale di Santa Caterina Petro Mancuso. I Mancuso si
impegnano a consegnare ogni agosto carlini 20 gravando le entrate
dei loro beni, costituiti da due oliveti uno in località “Serretta”
e l’altro “sotto le timpe della Grecia”. ( Ceraldi, 1693, ff. 15
-17). Anna Cartuccio, moglie di Leonardo Gangale di Policastro, e
Claudio Vecchio, indebitati, si rivolgono al chierico Pietro
Catanzaro, procuratore della chiesa e ospedale di Santa Caterina,
per ottenere un prestito. La Cartuccio possiede un oliveto in
località S. Nicolò, gravato da un censo di carlini sette annui, ed
il Vecchio una vigna a Grottari, gravata da carlini quattro dovuti
alla chiesa e ospedale di Santa Caterina, ed una casa palaziata nel
luogo detto la Piazza. Il 15 aprile 1694 è rogato l’atto notarile
col quale il procuratore concede il prestito di ducati 10 all’otto
per cento ed i due debitori si impegnano a versare annualmente
carlini 8 alla metà di agosto, ipotecando tutti i loro beni (
Ceraldi 1694, ff. 9 – 11). Il canonico Filippo de Peris possiede un
“viridario” in località “Favatu seu della Conicella” ed un vignale a
“cerasia”. Egli deve pagare un annuo canone di ducati nove , quattro
al Capitolo per aver avuto in prestito ducati 50 e cinque al
beneficio di S. Antonio di Vienna per un capitale di ducati sessanta.
In difficoltà economiche egli ottiene, come da atto notarile in data
15 giugno 1696, un prestito di ducati 15 all’otto per cento sulle
sue proprietà dal procuratore della chiesa e ospedale di S. Caterina,
il chierico coniugato Petro Catanzaro. Il capitale sarà affrancato
il 29 settembre 1751 dal nipote, il canonico D. Bartolo di Rosa .(
Ceraldi, 1696, ff. 13 – 14)
Amministrazione dell’ospedale
Nei “Memoriali di scomunica di particolari publicati in diversi
tempi dal m.co R.do Cantore” troviamo una supplica presentata alla
fine del luglio 1622 all’arcivescovo Alfonso Pisano dai procuratori
della chiesa di Santa Caterina, che fa luce sulla cattiva
amministrazione dei beni, sui furti e sullo stato precario
dell’ospedale. La supplica inoltre ci informa che in quello anno
nella chiesa e nell’ospedale erano in corso lavori di riparazione
del tetto degli edifici, ma che una parte dei “ciaramidi” e dei
legnami era stata trafugata.
“Molto Ill.e e R.mo Sig.
Li procuratori della venerabile chiesa di S.ta Caterina di q(uest)a
Città di S.ta Severina supp(lica)no V.S.Ill.ma e Rev.ma di concedere
loro monitione di scomunica contro chi da d(ett)ta Chiesa e suo
hospitale havessero pigliato robbe mobili come scritture publiche e
private, tovaglie, lenzoli et altri pannamenti, significatorie, o
che havendoli pigliate tanto in bona fede quanto in mala e non
l’hanno restituite vogliano rivelare ò restituire. Item chi sapesse
ò tenesse occupati terre ò vignali, censi non pagati, legnami,
ciaramidi, et ogni altra cosa occupata vogliano quelle restituire ò
rivelarlo in scriptis che oltre esser giusto et opera di carità si
riceverà a gra(tia) Da V. S. Ill.ma Rev.ma. ut Deus.”
A metà Seicento l’ospedale ha rendite più che sufficienti ed oltre
ai pellegrini ed agli infermi forestieri cura anche i cittadini,
anche se sono poverissimi.(Rel. Lim. 1685)La crisi economica
favoriva l’accumulazione, tanto che secondo l’apprezzo del 1687 la
confraternita può giovarsi delle rendite di un capitale di ducati.
200, dei quali metà è infisso sopra beni stabili e metà sopra
territori, che il procuratore concede in fitto ai coloni con
pagamento in grano alla raccolta.
La fiorente attività speculativa, a volte condotta in maniera
fraudolenta ed evasiva, era favorita dal fatto che i procuratori
rimanevano in carica più anni; è questo il caso di Pietro Catanzaro
che fu procuratore almeno dal 1691 al 1696. Spesso le frodi a danno
dell’ospedale erano commesse dai procuratori con la complicità dei
priori, i quali si accordavano con coloro ai quali era venduto un
bene o dato un prestito. Essi non facevano comparire negli atti di
vendita la somma pattuita ma una di molto inferiore, intascando la
differenza.
L’undici agosto 1686 il procuratore della confraternita e ospedale
di Santa Caterina, Giuseppe La Manna, si accorda con Leonardo Sagace,
figlio ed erede di Giuseppe Sagace di Rocca Bernarda. Giuseppe
Sagace ed altri presero in prestito dalla confraternita ducati 200
per annui ducati 20 sopra tutti i loro beni. Poiché mancarono di
pagare diverse annualità, il procuratore della confraternita
Antonino Curcio fece sequestrare i beni sui quali gravava il debito.
Essi furono sequestrati e messi all’asta ma l’asta rimase deserta ed
essi rimasero alla confraternita. Allora il procuratore si accordò
con Leonardo Sagace e cedette i beni sequestrati al padre per ducati
40 all’otto per cento. Il sagace si impegnò a consegnare ogni agosto
carlini 32 gravando tutte le sue proprietà. ( Ceraldi 1686, ff.
8-10).
Il capitale di cui godeva la confraternita era molto superiore a
quello dichiarato nella platea, che era annualmente presentata
all’arcivescovo, e continuerà a crescere anche quando il tasso di
interesse calerà. Infatti nel catasto onciario del 1743 l’ “ospedale
sito nella Città di S. S.na sotto il titolo del SS.mo Salvatore et
S. Catarina, retto dal cl.co Rocco Godano” dichiarava una rendita
annua di circa 100 ducati, che equivalevano a circa 500 ducati di
capitale. Di questi il 57% proveniva da censi enfiteutici e
redimibili, il 33% da affitto di terreni ( una gabella e tre vignali)
ed il rimanente 10% da affitto di case.
Trasferimento dell’ospedale
Ancora alla metà del Seicento: “Accosto il Seminario vi è
l’Hospitale dove si Ricettano Peregrini infermi forastieri e
Cittadini a spese di detto Hospitale quale tiene d’Intrata annui
d.ti 80 nell’quale e la Cappella sotto titolo di Santa Catherina
Vergine e Martire con la confraternità nella quale si Celebrano
quattro messe la Settimana dal Cappellano eletto da detta
confraternita”.( Apprezzo del 1653)
Pochi anni dopo l’arcivescovo Francesco Falabella (1660 – 1670)
trasferì ed ampliò l’ospedale amministrato dalla confraternita di
Santa Caterina, utilizzando il piccolo convento dei minori
conventuali, situato appena dentro la porta della piazza, che per
bolla di Innocenzo X era stato soppresso nel 1652. Lo spostamento
dell’ospedale avvenne poco dopo l’insediamento dell’arcivescovo come
mostra questa particola: “ Die 21 Xbris 1662 fr. Jo. Batt.a
Belvedere Cariaten. Dioecesis, eremita hospitalis huius Civitatis
Sanctae Severinae omnibus ecc. Sacram.tis refectus, ultimum clausit
diem eiusq. corpus humatum fuit in ecc.a SS.mi Salvatoris”.
Il Falabella così descriverà alcuni anni dopo lo spostamento ed i
lavori, che “ampliarono” la capienza dell’ospedale da uno a tre
letti: “Reperitur in d.a Civitate Hospitale pro recipiendis
Peregrinis, et curandis aegrotis sub administrat(io)ne
confraternitatis S.tae Catharinae, quae domum profanam ad hunc usum
conducebat, fuit translatum ad parvum convenctum suppressum ordinis
Minor. Conventualium, annexum eccl.ae S. Salvatoris in quo erant
tria cubicula, quae minabantur ruinam cum uno tantum lectulo, quae
curavi reaptanda, et tribus lectis provideri” ( Rel. Lim. 1666).
Nell’occasione anche la chiesa di Santa Caterina, che era di
proprietà della confraternita, fu dalla stessa abbandonata ed i
confratelli si trasferirono nella chiesa del SS. Salvatore presso
l'ospedale. La chiesa di Santa Caterina, rimasta priva della
confraternita, fu annessa dallo stesso arcivescovo al vicino
seminario. Così lo stesso presule si esprime: “ Ac etiam adiuncta
per me ecc.a S.tae Catherinae contigua d.o Seminario, destituta a
Confratibus, qui se transtulerunt ad mentionatam ecc.am S.ti
Salvatoris cum Hospitale, in qua ecc.a d.i Alumni quotidie recitant
officium, et tertiam partem Rosarii B.tae Mariae” (Rel. Lim. S.
Severina., 1666). La chiesa fu in seguito utilizzata dai seminaristi
e dai convittori: “Li clerici... si esercitano ogni sera per
mezz’hora all’esercitii spirituali nella cappella sotto il titolo di
Santa Caterina Vergine, e Martire, attaccata a detto seminario,
quale è contigua alla chiesa cathedrale” ( Rel. Lim. 1678).
L’ospedale rimase nel soppresso convento dei conventuali: “Extat
Hospitale in Civitate pro infirmis egenis et peregrinis, cuius
redditus sunt valde tenues.... ad praesens situm est in ecc.a SS.mi
Salvatoris conventus suppressi sancti francisci conventualium in
ingressu Civitatis, translatum ex alia domo et ecc.a p.tta S.
Catarinae, cuius antiqua confraternitas laicalis fuit etiam anneza
cum hospitali dictae ecc.ae SS.mi Salvatoris”. (Rel. Lim. S.
Severina., 1675).
L’ospedale e la chiesa del SS.mo Salvatore
L’ospedale fu così accorpato alla chiesa del SS.mo Salvatore ed
in esso si seppellivano soprattutto i forestieri, quasi sempre
pecorai che svernavano con le mandre nel territorio intorno alla
città . Yta quelli che trovarono sepoltura nella chiesa del SS.mo
Salvatore ricordiamo : Il 22 dicembre 1662 “Franc.cus Antonius
Fignanelli à Sancto Jo. in Flore”; Il 4 gennaio 1664 “Fran.cus
Stefanizzi à figline”; L’otto gennaio 1664 “Fran.cus Ant.s Drami a
Belvedere.. sepultus fuit in ecc.a hospitalis Sanctae Sev.nae”; Il
21 gennaio 1666 “Antonius Passanisi à Cirò”; Il 5 aprile 1666
“Dominicus Brizzi à zimbario ..in ecclesia hospitalis huius
Civitatis”; Il 6 novembre 1667 “Gregorius Altomare à Coriolano”; Il
24 settembre 1668 “Magister Antoninus de Antonio civ. Oppidi”; Il 19
marzo 1669 “Philippus Caruso a Dipignano”; Il 21 giugno 1669
“Salvator di Pirro casalis feruci”; Il 5 marzo 1670 “Gio. Iacino di
San Giovanne in fiore e morto nella chiesa del SS.mo Salvatore
hospidale di d.a Città e ivi sepolto”; “ Matteo di Puccio del casale
di Gagliano passò da questa a meglior vita con essersi solamente
confessato con me D. Fran.co Catalano Paroco et per la morte
improvvisa non fu refetto dall’altri sac.ti fu sepellito nel SS.mo
Salvatore Hospidale di questa Città di S.ta Sev.na hoggi li 6 Xbre
1671”. “ Adi 23 Xbre 1671 Livia Lifreti di Belcastro e morta di fora
la d.ta Città e portata nella chiesa del SS.mo Salvatore dove è
sepellita..”
La chiesa del SS.mo Salvatore con l’ospedale e la chiesa di Santa
Caterina sono così descritti alla fine del Seicento: "......chiesa
sotto il titolo del Salvatore... ed accosto a detta chiesa vi sono
quattro stanze che servono per uso di ospedale, tanto per cittadini
quanto per forestieri ..... Segue vicino detta chiesa (arcivescovile),
e proprio all’incontro ad uno di detti palazzi (arcivescovili) il
Seminario... e attaccato a detto seminario vi è la chiesa di S.
Caterina Vergine e Martire, della quale si servono i seminaristi per
oratorio. Detta chiesa è coperta con l'intempiatura e vi è un altare
con ornamento, e colonne di ordine composto, e cona con l'immagine
di S. Caterina.."( Un apprezzo cit., p. 104).
L’ospedale al tempo dell’arcivescovo Antonio Ganini (1763 – 1795)
utilizzava ancora il soppresso convento dei conventuali : “
Hospitalis domus in hac Civitate sita in loco ubi olim conventus
fuit P.P. minor. Conventualium Sancti Francisci postea suppressus ob
redituum tenuitatem visitata per me fuit, et quae ad commodum
peregrinorum, ac infirmorum necessaria visa sunt, salubriter decrevi”.
Nella Lista di carico della Cassa Sacra ( 1790, f. 617) così la
chiesa dell’ospedale è descritta: “Vicino la porta della Città vi è
la chiesa dell’ospedale, in cui vi sono due porte, una picciola che
si serra con chiave di ferro, e l’altra grande che si serra con
legno atraverso. Le stesse sono vecchie. Vi è l’altare con quadro
dell’Immacolata, ed una finestra con vetriata e senza vetri. Vicino
la stessa vii è la sagrestia, in dove vi è uno stipo che serviva per
gli arredi sacri. La portella mediante è fracida ed aperta ed una
finestra picciola. Lo suffitto di d(ett)a chiesa è buono “ .
In seguito la chiesa dell’ospedale mutò il titolo ed oggi è
conosciuta come chiesa di Santa Lucia.
La confraternita
La chiesa di Santa Caterina rimase unita al seminario ed era
amministrata e mantenuta dal procuratore dello stesso, che aveva
l’onere di far celebrare due messe alla settimana. ( Rel. Lim.
1765). La confraternita, sotto il titolo di Santa Caterina, lasciata
la chiesa omonima, continuò ad esistere. Essa era composta da un
priore, eletto annualmente, da fratelli, da un procuratore, che
stipulava i contratti, e da confrati, i quali si riunivano per
deliberare sulle cose riguardanti la vita della confraternita.
“Li confrati di Santa Caterina accompagnano sempre i defonti in
chiesa e li portano sopra le spalle caritativamente, tengono anche
un hospedale, in cui raccolgono i poveri ammalati cossi huomini,
come donne, e li governano per amor di Dio” (Rel. Lim. 1678).
Passata la chiesa di Santa Caterina al seminario e il convento
soppresso dei conventuali all’ospedale, la confraternita che
all’inizio era nella chiesa del SS. Salvatore, in seguito si
trasferì nella chiesa dell’Immacolata Concezione.
Di tale spostamento ne fa fede una delibera della confraternita:
“Hoggi che sono li 18 settembre 1691 S. S(everi)na. Congregati a
sono de campana la magiore e seniore parte delli confrati e fratelli
di d(ett)a Chiesa di S.ta Caterina et ospedale, dentro la chiesa
della Concettione ut moris est per vedere se rende commodo à d(et)ta
chiesa et ospedale la vendita di detto pezzo di terra quale
unanimiter et pari voto risposero essere commodo et utile alla
chiesa et ospedale la vendita di detto pezzo di terra appretiando da
esperti persone. D. Francesco Ant.nio Tigani Priore. Clerico
Antonino Melea fratello. Clerico Mutio Le Pera fratello. Clerico
coniugato Piero Catanzaro procuratore. Gio. Andrea Amese confrate.
Lupo Sapia confrate. Io. Leonardo Melea confrate. Fabio Vecchio
confrate. Segno di croce Andrea Telese confrate.
La chiesa della Concezione era quindi alla fine del Seicento
utilizzata normalmente come luogo di riunione della confraternita.
La chiesa della Immacolata Concezione
La chiesa dell’Immacolata Concezione è già presente nel marzo
1637, come evidenzia una supplica presentata da D. Gregorio Orlandi
al vicario generale dell’arcivescovo Fausto Caffarelli Giuseppe de
Valle. L’Orlandi aveva portato da Messina due statue di stucco, una
raffigurante San Giuseppe e l’altra Santo Antonio di Padova. Egli
chiedeva di donarle a certe condizioni alla “chiesa sotto il titolo
di S. Pancratio sita dentro la Parocchia di Santa Maria del Pozzo”,
che era in stato decadente. Dalla supplica si ricava che la chiesa
era costituita da due membri, uno era la chiesa di San Pancrazio e
l’altro la chiesa o cappella dell’Immacolata Concezione. L’Orlandi
infatti era interessato “alla parte e membro superiore che sta sopra
la parte et il corpo inferiore dedicato all’Immacolata Concettione e
S. Thomaso Cantuariense” (4D fasc. 3, f. 36). A causa di questa
donazione la chiesa di S. Pancrazio cambiò titolo: “Nel quartiero
detto Pizzileo.. vi è la chiesa di Santo Gioseppe e S(an)to
Ant(oni)o... sotto di essa nel piano inferiore e un’altra chiesa
della Congettione nella quale si celebra a devotione..” (Apprezzo
1653, f. 20v)
L’apprezzo del 1687 enumera oltre alle cinque chiese parrocchiali
altre sette chiese: Chiesa dell’Ospedale, chiesa della congregazione
del Santissimo, S. Caterina del seminario, S. Maria la Medica, S.
Maria della Grazia, S. Anna e S. Giuseppe. (Siberene, p. 110) La
chiesa dell’Immacolata Concezione e la confraternita di Santa
Caterina sotto la chiesa di San Giuseppe è così descritta
nell’apprezzo:
“Situata nel largo in un piano detto il Campo.... avanti a detto
largo vi è una chiesa detta la congregazione della Concezione
coperta a lamia con un altare con l’immagine della Cena di Nostro
Signore. Si mantiene detta chiesa con l’elemosine,e tra confrati e
fratelli sono numero 50, tiene di capitale doc. 200, cioè 100 di
censi sopra li beni stabili; e 100 altri sopra territori, che si
affittano; tiene una campanella piccola, una fonte di marmo,
un’immagine della SS.ma Concezione e li stipi per tenere li
suppellettili e le spallere, che servono per comodità de’ fratelli...
Poco più avanti a destra vi è la chiesa arcivescovale..” ( 1687). (Siberene,
Un apprezzo cit. p. 99). L’undici maggio 1695 l’arcidiacono Gio.
Vincenzo Infantino procuratore del duca Antonio Gruther presentava
una supplica all’arcivescovo Carlo Berlingeri chiedendo il permesso
di fondare un semplice beneficio “sotto l’invocazione della SS.ma
Concettione della B.M. sempreVergine nella venerabile antica
cappella chiamata dell’Audienza seu della Concettione construtta
sotto la chiesa di S. Gioseppe della Città di S. S.na”. La supplica
sarà lo stesso giorno accolta dal vicario generale Didaco Berlingeri.(4D
fasc. 3, f. 121). Al tempo dell’arcivescovo Ganini ( 1763 – 1795) la
confraternita non c’era più e la chiesa dell’Immacolata Concezione e
l’ospedale erano amministrate dal procuratore del seminario.
“Ecclesia Immaculatae Conceptionis B.V.M. cum onere missarum quatuor
in qualibet hebdomada. Regitur per Procuratorem Seminarii, cui
reperitur unita una cum Hospitali adnexo eidem eccl.ae pro infirmis,
et peregrinis, cui providetur per eumdem Procuratorem. Adsunt alia
duo altaria Sactae Luciae, scilicet, et Sancti Antonii Patavini
absque reditu et onere” ( Rel. Lim. 1765).

