[Da un insieme di edifici contigui alla forma attuale. Il palazzo del vescovo di Crotone]
di Andrea PESAVENTO
(Pubblicato su La Provincia KR nr. 5-7/1997)
Il vescovo di Crotone era suffraganeo
dell'arcivescovo di Reggio e divenne di presentazione regia dopo il
concordato del 1529 tra Clemente VII e Carlo V.
Nel Medioevo godeva di molti beni e privilegi, per la maggior parte
concessi o riconfermati al tempo dei re normanni.
Tra i più importanti ricordiamo quello di poter riscuotere le decime
sugli animali che pascolavano sui territori della diocesi, compresi
quelli della masseria regia del casale di Cromicto1.
Ancora nel Quattrocento poteva giudicare le cause civili tra
cristiani ed ebrei e tra ebrei ed ebrei e godeva dei diritti di
dogana e ancoraggio.
Assistito dai suoi chierici il primo di settembre di ogni anno
amministrava giustizia agli abitanti della città, siano essi
ecclesiastici che laici2.
Quest'ultima prerogativa era ancora esercitata alla fine del
Seicento dal vicario del vescovo (ed in caso di sede vacante dal
vicario capitolare) che nel giorno predetto prendeva in consegna dal
regio governatore della città a verga del comando3.
Ancora in età moderna esigeva la quarta parte dei legati fatti dai
testatori alle chiese e monasteri della città e si faceva pagare la
trentesima parte dei beni venduti sui quali la mensa vescovile
poteva vantare qualche diritto4.
Da ogni morto di età maggiore ai sette anni incassava venti carlini
ed altrettanti per il "celaretto" e dai minori esigeva un carlino.
Aveva il diritto di prendersi tutte o parte delle candele portate
nelle esequie a seconda che esse avvenissero in cattedrale o in
altri luoghi della diocesi e faceva esercitare la mastrodattia da un
suo cancelliere.
Approvava il predicatore nell'Avvento e nella Quaresima, che era
presentato e pagato dall'università, e nominava quello di Papanice5.
Dal sindaco di questa terra a Natale riceveva "in segno di
ubbidienza" un porco6.
Il vescovo poteva contare per il suo sostentamento sulla mensa
vescovile che era affidata ad un economo.
Essa era costituita da territori, orti, botteghe e case che erano
date in fitto per bando pubblico e da numerosi censi che gravavano
magazzini, fondi, case botteghe, vigne ecc.
Era compito del vescovo provvedere alle spese di restauro o di
costruzione sia della cattedrale che del palazzo7.
Il nuovo vescovo a cavallo, accompagnato dai magistrati della città,
dai nobili e dalle truppe di guarnigione, che erano andati a
riceverlo ai confini territoriali, tra lo sparo di mortaretti ed il
suono di campane entrava in città dalla porta maggiore e si recava
in cattedrale dove vestitosi di camice, stola e pluviale ed
accompagnato da diacono, suddiacono, dignità, canonici, parroci,
sacerdoti e clero presentava pubblicamente al notaio il Breve
Apostolico ed il Regio Exequatur affinché fossero letti
pubblicamente.
Poi, accompagnato dal diacono e suddiacono, prendeva posto nella
sedia vescovile mentre veniva intonato l'inno Te Deum Laudamus, con
accompagnamento dell'organo e di altri strumenti musicali.
La funzione era allietata dal suono delle campane in gloria di tutte
le chiese della città.
Terminato l'inno, il presule era accompagnato davanti all'altare
maggiore dove genuflesso cantava l'orazione Pro Gratiorum Actione.
Dopo esser salito all'altare ed averlo baciato nel mezzo, in cornu
Evangeli ed in cornu Epistole egli ritornava al sedile vescovile
dove riceveva dal maestro di cerimonie le chiavi della chiesa e del
palazzo che erano poste in una sottocoppa di argento.
Quindi con tutto il capitolo ed il clero passeggiava per la chiesa
chiudendo ed aprendo le porte e poi saliva nel palazzo vescovile
similmente passeggiando e aprendo porte e finestre.
Finita la cerimonia, tutti se ne andavano facendo atti di
congratulazione e di ringraziamento mentre le campane delle chiese,
dei conventi e dei monasteri continuavano a suonare e la truppa
sparava mortaretti8.
Al tempo della ribellione del marchese di Crotone Antonio Centelles
nell'autunno del 1444 la città fu assediata e conquistata dalle
truppe di re Alfonso d'Aragona.
A causa di quell'evento bellico la cattedrale ed il "palatium
episcopale" furono arsi e andò distrutto anche l'archivio dove si
conservavano gli antichi privilegi e le scritture della chiesa9.
Lo stato di abbandono durò per tutta la seconda metà del
Quattrocento come documenta una supplica inoltrata nel dicembre 1491
dall'università di Crotone al re Ferdinando che tra l'altro denucia
l'assenteismo del vescovo Giovanni Ebu (1481 - 1496), il quale,
trascurando completamente lo stato spirituale e materiale della sua
chiesa, si faceva portare a Roma tutte le entrate della mensa.
L'università chiedeva un deciso intervento del sovrano anche perchè
"li lignami dele coperte de dicta ecclesia, et case de quilla so
roynati"10.
La sede vescovile fu riparata e la parte vicina alla cattedrale
ricostruita dalle fondamenta nei primi anni del Cinquecento dal
vescovo Antonio Lucifero che a ricordo vi pose lo stemma
gentilizio11.
Alla fine dell’agosto 1542, durante la costruzione delle nuove
fortificazioni della città, le case del vescovo Jo. Matteo Lucifero
furono riparate a spese della regia corte in quanto dovevano
ospitare il vicerè di Calabria Garsia Marriquez Dilara con tutta la
sua casata, che doveva venire in città per visitare l’opera. Tra i
lavori che in quella occasione furono affrontati vi fu di “far la
cochina, scali de ligno, acconzare li cammari et altri servitii”. Fu
inoltre fabbricata “la dispensa cioè la casa dentro lo curtiglo de
antonino prothospataro12”.
A metà Cinquecento l'episcopio era posto tra la cattedrale, la
piazza, le mura della città ed il monastero di San Francesco
d'Assisi dei conventuali; quest'ultimo era stato da poco edificato
su alcune case donate da Gio. Battista Campitelli, barone di
Melissa13.
Esso era costituito da un insieme di case contigue ed apriva al
piano terreno undici botteghe affittate a sartori, ferrari e
speziali.
Il "palazzo" comprendeva inoltre due magazzini usati per mettervi il
grano, due catoyi terrani, uno situato sotto la cucina ed uno che
serviva per "cellaro grande" con dentro un "centimulo" cioè un
mulino a trazione animale per utilità del vescovo.
Completavano la struttura due casette terrane usate dal vescovo come
carcere civile e criminale e due cortili con pozzo14.
Contando sul fatto che vi si godeva il diritto d'asilo, era spesso
usato come luogo di rifugio dai nobili, specie quando erano
perseguitati dal fisco15.
Tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento alcune sue parti
furono cedute.
Al tempo del vescovo Marcello Maiorano (1578 -1581) furono date a
censo enfiteutico all'università di Crotone due botteghe terrane.
Esse erano poste tra il cortile del palazzo vescovile, il sedile di
San Dionisio, la casa o palazzo della stessa universit…, la piazza
ed il "rivellino pubblico" e la concessione fu fatta con patto che
potessero essere alzate fino all'altezza delle case della Corte ma
di non poterci mai aprire finestre o "lustrera" verso il cortile del
vescovo16.
Durante il vescovato di Thomas de Montibus, nel febbraio 1608, venne
ceduto ai conventuali un magazzino situato tra il loro monastero ed
il palazzo "magazeno del quale non se ne ha la mensa vescovile
utilità alcuna per essere quasi tutto rovinato".
I conventuali lo ottennero "per poterlo fabbricare et accomodare per
bisogno del convento"17.
L'episcopio nei primi decenni del Seicento si presentava
particolarmente malridotto18.
Infatti se la cattedrale, a dire del vescovo Niceforo Melisseno
Comneno (1628 -1632), aveva bisogno di non pochi lavori di restauro
a causa della vetustà della sua costruzione, più malconcio ancora
appariva il palazzo vescovile che sorgeva lì vicino con i suoi
edifici attaccati uno all'altro19
Situazione che peggiorò durante i sei anni di sede vacante per la
morte del vescovo quando servì come ricovero per i forestieri,
"scena di comedianti et loco di baratteria".
Allora fu mezzo stavolato e bruciato e le porte e le finestre furono
asportate.
Il vescovo Giovanni Pastor (1638- 1662),appena giunto in città,
condannò l'economo al pagamento dei danni ed a risarcire il denaro
di sei anni di mancato affitto20.
L'edificio, scosso dal terremoto del 1638, si trovava in condizione
precaria sia perchè vecchio sia per la prolungata incuria ed il
vescovo con il proprio denaro e con quello delle "poenas
maleficiorum", concesso da Urbano VIII, lo incominciò a risanare21
ma il degrado non si fermò anche per la partenza del vescovo da
Crotone a causa di un aspro litigio con l'università22.
Quasi in procinto di cadere, fu ripreso e ricostruito in parte dal
vescovo Geronimo Carafa (1664- 1683), il quale lo trovò "tutto
sfatto", tanto che alcune stanze erano inabitabili e perciò per
poterci dimorare dovette subito spendere cinquecento ducati23.
Di antica fondazione mostrava tutti i segni del tempo e non era
possibile viverci per il freddo e la pioggia che da ogni parte vi
penetravano24.
Per renderlo una comoda magione nei primi anni di presulato il
Carafa vi spese in poco tempo oltre mille e cinquecento ducati25 ma
tutte le opere fatte non furono sufficienti così fu costretto ad
intervenire di nuovo: dapprima nel 1678 per rifare dalle fondamenta
una stanza che era andata completamente distrutta26 ed in seguito
per riedificare un'ala costruendo quattro stanze, due per utilità
del vescovo e due per la sua famiglia27.
Durante il presulato del Caraffa il palazzo fu utilizzato anche per
altri scopi.
Nell'estate del 1667 era iniziata la nuova guerra franco - spagnola
con grave pericolo per la navigazione ed i commerci nel Mediterraneo
e una lunga carestia era iniziata nella primavera del 1668.
In quell'anno su richiesta del sindaco dei nobili della città, il
capitano Domenico Barricellis, e del sindaco del popolo, Lelio De
Vite, la Regia Udienza per sfamare la popolazione emanava un bando
che vietava l'esportazione dei cereali dalla città e obbligava i
mercanti a consegnare parte del grano che avevano nei magazzini a
prezzi prefissati da pagarsi dal catapano con i soldi provenienti
dalla vendita del pane in pubblica piazza.
Poichè i mercanti continuano a praticare il contrabbando e rifiutano
di consegnare il grano perchè vogliono essere pagati subito ed in
contanti al prezzo corrente in veloce ascesa, arriva in città per
servizio del regio fisco nel mese di aprile il preside di Calabria
Ultra, D. Martin d'ez Pimienta, conte de Legarde, accompagnato dalla
sua famiglia e con la scorta di un capitano ed alcuni soldati di
campagna.
Catturati alcuni nobili e mercanti tra i quali Gio. Pietro Presterà,
Giuseppe Gerace, Giuseppe Gallucci, Antonio Suriano, figlio di Jo.
Petro e di Vittoria Lucifero, e Giacinto Suriano, figlio di Annibale
e di Luccia De Nobili, che, non ottemperando al bando pubblicato
dalla Regia Udienza, non volevano essere pagati al prezzo prefissato
e rifiutavano il denaro, riscosso dal catapano dalla vendita del
pane, egli li trascina nel palazzo vescovile, vuoto per l'assenza
del vescovo Carrafa, e, rinchiusili per una decina di giorni, con la
violenza costringe i loro familiari a sborsare grandi somme di
denaro per farli rilasciare. Quindi li denuncia alla Regia Udienza
di Catanzaro perché siano processati.
Ma nonostante la dura repressione fatta dal preside, appena
allontanato il pericolo, i mercanti riprendono il contrabbando e con
vari pretesti rifiutano di tenere a disposizione dei catapani e dei
sindaci della città parte del grano immagazzinato e di fornirlo per
il pubblico pane al prezzo prefissato di carlini 13 il tomolo28.
Morto il Carafa, dopo quasi sette anni di sede vacante si insediò il
vescovo Marco de Rama (1690 - 1709) che subito fece fare una
struttura in legno decorata ed elevata ed una nuova stanza in modo
da unire l'episcopio alla cattedrale, rendendo possibile il transito
senza passare per la piazza.
In tal modo il vescovo, anche se infermo, poteva essere presente
alle funzioni religiose e venerare la sua chiesa.
Scosso dal terremoto del 1691 e rovinato nel tetto e nelle pareti e
particolarmente in una camera, fu rifatto non solo nelle parti lese
ma fu anche intonacato e restaurato il luogo dove abitava
scomodamente la famiglia del vescovo in modo da rendere il tutto una
degna dimora vescovile29.
Alla fine del Seicento esso si presentava ingrandito con nuove
camere, riparato ed unito con un passaggio alla cattedrale.
Sebbene avesse subito un grave ed improvviso crollo, che aveva
causato non pochi danni alle cose, il presule lo aveva subito
riparato e gli aveva anche dato una nuova disposizione, sistemando
le stanze in maniera più razionale e rendendole più belle.
Inoltre egli trasformò uno spiazzo attaccato al palazzo, dove l'aria
era maleodorante e pericolosa alla salute, in un giardino, piccolo
ma raro da vedersi in questi luoghi, riempendolo di fiori profumati
e di deliziosi cespugli.
Sebbene esso avesse per siepi i muri, il vescovo li fece decorare
con belle pitture e similmente fece dipingere con piacevoli figure
le pareti esterne del palazzo30.
Nei primi anni del Settecento il palazzo apriva dalla parte della
piazza nove botteghe tra le quali una era usata come rimessa,
un'altra come sede dell'archivio della città e due erano usate come
spezierie.
Dalla parte che affacciava verso il palazzo dei Montalcini si
aprivano tre botteghe, una delle quali usata come magazzino per lo
stesso palazzo, altre due botteghe si trovavano nella facciata verso
la porta della città.
Si entrava nel palazzo dal portone che dava sulla pubblica piazza,
portone che era sorvegliato dai "diaconi selvaggi"31.
All'interno vi erano tre quadri che raffiguravano la Madonna di Capo
delle Colonne, la Madonna della Purità e S. Domenico in Soriano.
Il vescovo percepiva ancora due censi annui per le parti concesse a
suo tempo all'università ed ai conventuali.
La prima utilizzava le due camere che confinavano con le carceri
vescovili come "casa dell'università" dove abitava anche il regio
governatore, i secondi come magazzino32.
Le carceri della corte vescovile erano situate sulla piazza e
confinavano muro mediante col basso delle case universali o palazzo
dove abitava il regio governatore33.
La porta del basso dava sulla strada pubblica di fronte alla
cappella di San Giovanni Battista che si trovava a man sinistra
nell'entrare la porta maggiore della città34.
Spesso esso è al centro di litigi tra il vescovo e le autorità sia
per l'ordine di uscita e di entrata dal portone che si doveva
rispettare nel cerimoniale delle feste35 sia sul diritto di
carcerare36, con scambio di accuse di sconfinare dalle rispettive
giurisdizioni37, sia infine per l'immunità38 che vi si godeva e che
spesso si tramutava in complicità ed in attentati alla sicurezza
dello stato.
Un chiaro esempio di tali liti è ciò che avvenne nella primavera del
1708 quando il palazzo subì un lungo assedio da parte delle guardie
dell'udienza di Catanzaro.
Ai primi di aprile del 1708 mentre le coste calabresi erano insicure
per il pericolo dei Turchi e dei Francesi e gli Imperiali si
preparavano ad assediare Messina ed invadere la Sicilia, fu
arrestato a Catanzaro Paolo Geronimo Gentile, un nobile genovese che
cercava di procurarsi un passaporto per recarsi a Messina.
Sospettato di spionaggio, egli fu subito perquisito ed interrogato.
Messo alle strette dal preside, si accertò che era sbarcato nelle
marine di Isola da un brigantino che il prigioniero asserì di
nazionalità genovese.
Il Gentile inoltre non era in possesso di alcun documento valido ma
portava solamente una lettera di raccomandazione del vescovo di
Crotone Marco de Rama.
Poichè un dispaccio del vicerè vietava di fare uscire dal regno i
forestieri se non con un passaporto rilasciato da ministri
austriaci, il sospetto aumentò.
Frattanto le "milizie e legni" che sorvegliavano il mare Jonio erano
riusciti a catturare il brigantino sospetto il cui equipaggio
risultò composto da Messinesi, quattro dei quali nobili.
Posti in catena, subito da Catanzaro partì il mastrodatti col
capitano di campagna e armati per prenderli in consegna.
Frattanto il Gentile chiedeva ripetutamente di essere mandato a
Crotone affinché il governatore di quella citt… lo facesse condurre
subito via mare a Napoli dove voleva discolparsi.
Contemporaneamente in segreto avvisava il vescovo Rama di tenersi
pronto con uomini armati per liberarlo.
Costantino De Cumis, gentiluomo di Catanzaro, dopo essersi impegnato
sotto pena di 10.000 ducati a consegnare il Gentile nelle mani del
governatore di Crotone, partì con il prigioniero e la scorta di una
squadra di campagna ma arrivato appena in vista della città fu
circondato dal vescovo e da numerosi ecclesiastici armati.
Tolto con la violenza il prigioniero, il presule se lo portò al
sicuro nel suo palazzo. Saputo il fatto, il preside in persona con
due squadre di campagna galoppò alla volta di Crotone e giuntovi,
intimò ripetutamente di riavere il fuggiasco.
Poiché egli non poteva con la forza entrare nel palazzo, altrimenti
sarebbe stato subito scomunicato, fece circondare l'episcopio che
godeva l'immunità.
Mentre da Catanzaro partivano per Napoli i quattro nobili Messinesi
fatti prigionieri, presso la corte napoletana tra il nunzio ed il
viceré si discuteva animatamente il caso del vescovo di Crotone.
Il nunzio per togliere ogni occasione ai ministri regi di attaccare
l'immunità ecclesiastica invitò il vescovo ad un comportamento più
moderato ed a riconsegnare il prigioniero.
Il vescovo fece dapprima orecchie da mercante ma venuto a conoscenza
che il generale Caraffa col suo reggimento si stava trasferendo
dalle Puglie a Reggio per prepararsi ad invadere la Sicilia, mutò
avviso e quando alla met… maggio il generale arrivò a Crotone fu
costretto a consegnare il genovese che il generale mandò subito a
Napoli 37*.
Morto Marco de Rama, dopo quasi sei anni di sede vacante vi prese
dimora Michele Guardia (1715 - 1718) che non vi appese nemmeno le
chiavi39.
Infatti ammalatosi, il vescovo con la sua famiglia lo lasciò quasi
subito per il più salubre convento dell'Osservanza, dove "per la
perfettione dell'area, che in detto convento si gode", trasferì gran
parte dei suoi averi e trascorse gli ultimi giorni della sua vita.
Dall'inventario compilato alla sua morte veniamo a conoscenza che la
dimora vescovile era costituita da "antecamera, oratorio, camera
dove dormiva Monsignore, camera dove dormivano D. Biase e D.
Gennaro, camera vicino l'oratorio, antecamera d'inverno, camera dove
dormiva Monsignore, camera dove dormiva D. Biase, camera dove
abitavano i creati, cucina e cellaro".
Le stanze erano arredate con sedie, "boffette", specchi, "stipi",
scanni, "lettiere" e banconi e alle pareti erano appesi numerosi
quadri: alcuni di natura religiosa, altri con i ritratti del Papa,
dei regnanti, di alcuni cardinali e del vescovo.
Nell'oratorio vi era un altare in legno e nel cellaro alcune botti
di vino40.
Trascurato completamente dal vescovo Anselmo dela Pena (1719 - 1723)
che non vi spese nemmeno un ducato e lo affittò ai militari, il
vescovo Gaetano Costa dell'ordine dei minori riformati (1723 - 1753)
lo trovò così in rovina che inorridiva andarci ad abitare.
Esso era in uno stato miserevole oltre che per la vetustà della
costruzione anche per la sporcizia e l'abbandono in quanto era
servito di quartiere per i soldati tedeschi che lo avevano
utilizzato per il presidio e vi avevano stazionato con il capitano e
l'alfiere.
Dopo poco che egli ne aveva preso dimora fu assalito da febbri
maligne e rimase per parecchi mesi tra la vita e la morte.
Sopravvissuto ma pieno di dolori, nell'estate seguente dovette
abbandonarlo e rifugiarsi per quattro mesi sui monti Mesoraca dove
nel solitario convento della Santa Spina si riprese.
Ritornato in città nel mese di novembre, dovette subire trovare il
denaro per ripararlo.
Nei primi tre anni di presulato fece rifare quasi dalle fondamenta
le stanze e costruire una nuova ed ampia scala con gradini in pietra
che collegava l'episcopio e la cattedrale; era infatti scomodo e
pericoloso per la salute dover passare per la piazza ogni volta che
doveva recarsi in chiesa nelle feste o quando la necessità lo
richiedeva41.
Nei tre anni seguenti egli non smise di accomodarlo: rifece la parte
vicina alla cattedrale.
Costruita circa duecento anni prima dal predecessore Antonio
Lucifero, come mostrava lo scudo gentilizio, essa non senza
meraviglia stava ancora in piedi ma le travi erano tutte corrose sia
quelle del soffitto a cassettoni che del pavimento perciò si dovette
abbattere e rifare42.
Tuttavia la situazione non doveva essere ancora delle migliori se
nel febbraio 1735 il re Carlo III di Borbone, in visita alla città e
atteso ospite del vescovo, prendendo a pretesto che l'episcopio era
cadente e malsano, spostò il suo alloggio nel palazzo di Francesco
Cesare Berlingieri43.
Il vescovo Costa continuò nelle opere di miglioria ma d'estate
preferiva lasciare la pianura malarica per soggiornare fino ad
autunno inoltrato nel più salutare convento della Santa Spina.
Il suo successore Domenico Zicari (1753 - 1757) lo trovò per la
maggior parte restaurato e fornito di ogni suppellettile e di
utensili in modo tale da potervi comodamente dimorare44.
Unito alla cattedrale e decentemente ed adeguatamente disposto fu
abbellito dal vescovo Bartolomeo Amoroso (1766 - 1771)45.
Ma pochi anni dopo, all'inizio del presulato di Giuseppe Capocchiani
(1774 - 1788), risultava più malridotto della cattedrale e aveva
bisogno di essere riparato nel tetto, nelle pareti ed in ogni altra
parte46.
Fu perciò subito rifatto il tetto, facendolo sorreggere da travature
in ferro, e fu costruito l'archivio, affinché fossero conservati
diligentemente e disposti in ordine i contratti e le scritture
riguardanti la chiesa ed i beni ecclesiastici.
I pochissimi documenti erano infatti sparsi in disordine e sistemati
in un luogo angusto47.
Al tempo del vescovo Capocchiani vi erano al pianterreno 11
botteghe, la maggior parte delle quali nella facciata del palazzo
accanto al portone che dava sulla piazza pubblica48.
Se il vescovo Ludovico Ludovici (1792 - 1797) durante la sua breve
permanenza a Crotone l'aveva lasciato preferendo andarsene ad
abitare per alcuni mesi a Capocolonna dove l'aria era più salubre49,
il vescovo Rocco Coiro (1797 - 1812) trovatolo privo di ogni
comodità lo rifece con maestria.
Per compiere i lavori egli si indebitò ma esso divenne il migliore
della provincia.
Egli voleva decorarne l'ingresso con le quattro statue delle virtù
cardinali, tolte ai conventuali, ma queste servirono per ornare
l'Albero della Libertà, elevato in piazza sul distrutto Sedile dei
Nobili, durante il breve periodo repubblicano del 1799.
Sarà proprio alla metà del marzo di quell'anno che la città ed il
palazzo vescovile saranno saccheggiati dalle bande realiste del
cardinale Ruffo.
Si deve anche al vescovo Coiro la trasformazione del vicino piccolo
convento soppresso dei conventuali in seminario.
Poichè esso era separato dall'episcopio egli lo unì con un passaggio
in modo tale da poterci facilmente fare visita51.
Riparato assieme alla cattedrale dal vescovo Domenico Feudale (1818
- 1828)52, fu pochi anni dopo rovinato dal terremoto dell'otto marzo
1832 e ripristinato per opera del vescovo Leonardo Todisco Grande.
Fu nuovamente danneggiato da un incendio che nella notte del 24
gennaio 1856 si sviluppò in una bottega sottostante e si propagò
dalla galleria alle stanze vicine fino a raggiungere la dispensa.
Per tale accidente "non poche carte e documenti curiali soffrirono
naufragio".
La parte devastata fu ripristinata a spese del vescovo Luigi La
Terza (1853 - 1860)53 e la ricostruzione in mattoni del portone e
del vaglio avvenne secondo il progetto elaborato dall'architetto
Tommaso Pirozzi.
Nell'ottobre 1858 i lavori erano ancora in corso e si erano già
spesi più di 1500 ducati54.
Ultimamente i vescovi Pietro Raimondi (1946 - 1971) e Giuseppe
Agostino vi fecero numerosi lavori.
Il primo, ottenuti sostanziosi contributi statali, ricostruì ed
ampliò il palazzo, facendone un plesso unico con la cattedrale ed il
seminario.
Il palazzo, composto dal piano terra e dal primo piano, fu elevato
con l'aggiunta di un secondo piano e parte dei vasti e numerosi
locali furono utilizzati per qualche tempo come sede per due
istituti scolastici superiori (Istituti tecnici amministrativi per
ragionieri e per geometri)55.
Il secondo diede una migliore distribuzione ed incrementò gli uffici
della Curia (Cancelleria, Ufficio catechistico, ufficio tecnico,
ufficio missionario, sala conferenze, archivio, biblioteca ecc.)
Note
1. Reg. Ang. II, 97,98.
2. Zangari D., cit., pp. 3 sgg.
3. Acta cit., f. 80.
4. Conto del m.co julio cesaro de leone delle intrate esatte per
esso delo episcopato de citrone del presente anno 1572 et 1573, Dip.
Som. 315/10, ASN.
5. Acta cit., ff. 65 sgg.
6. Istanza dell'economo della mensa vescovile al vescovo Geronimo
Carafa, Cotrone 26.1.1682, AVC.
7. Nel medioevo il vescovo e gli altri feudatari del luogo
concorrevano alle spese di fortificazione del castrum di Crotone,
Reg. Ang. VI, 109,110.
8. ANC.1267, 1758, 28; 916, 1766, 63; 1344, 1744, 26 - 30.
9. Il 15 gennaio 1446 il vescovo Cruchetto ottiene la conferma dal
re di alcuni diritti essendo i privilegi andati persi nell'incendio,
Zangari D., Capitoli e grazie concessi dagli Aragonesi al vescovo e
alla università e uomini della città di Cotrone durante il sec. XV,
Napoli 1923, p.4.
10. Zangari D., capitoli cit. pp.20-21.
11. Rel. Lim. Crotonen. 1730.
12. Dip. Som. Fs.196, n.4 a 6, ff. 126, 134, ASN.
13. A causa del pericolo turco i conventuali abbandonarono il loro
convento fuori mura e cominciarono a costruirne uno nuovo tra il
palazzo vescovile e la torre Pignalosa. Essi tuttavia trovarono la
forte opposizione del vescovo Matteo Lucifero (1524- 1551)e poterono
prendere possesso del convento nel 1540 dopo che un breve di Paolo
III aveva posto fine alla controversia, Russo F., Regesto, IV, 56-
57; Fiore G., II, 400.
14. "Uno palazzo dove sole residere la persona del R.mo vescovo
iux.a lo detto vescovato et in la piazza pp.ca di detta citta con
pi— et diversi membri dove sono alla pianezza della piazza dieci
poteghe delle quali l'una sta per questo presente anno allogata a m.
pompeo galatio speciale per doc. 6/un'altra locata a baldassarro de
solmona per doc. 9/ un'altra locata a matteo curcio sartore per doc.
6/ un'altra locata ad andrea russo sartore per doc. 6/ un'altra
locata a jacono basoyno sartore per doc. 6/ un'altra locata a masi
romeo sartore per doc. 6/ un'altra locata a nardo nigro sartore per
doc.6/ un'altra locata a vincentio d'anguillo per doc. 6/ un'altra
poteca resta vacua che non se ha trovato dallogare/ un'altra locata
a fran.co manfreda sartore per doc. 6/ Di retro la quale ci e
unaltra potega affacciante la muraglia sta allogata a gio. fran.co
borgise ferraro per doc. 3/ Un magazenetto correspondente a detta
muraglia sta allogato a fran.co bardaro doc. 1-4-0. Un altro
magazeno grande nel med.mo loco dove sono reposti et se reponeno per
conservarli grani di detto vescovato dove e un altro magazenetto a
detto contiguo dove ancora se conservano detti grani. Un catoyo
terrano sotto la cocina sta allogato a bernardo riganda per doc. 2/
un altro catoyo terrano che sole servire per cellaro et al presente
ci è uno centimulo di detto vescovato et contigue a detto magazeno
sono due casette terrane che serveno per carcere civile et criminale
del vescovo/ un'altra potega locata a masi pandari per doc. 6 ex.a
detto palazzo grande", Conto del m.co Giulio Cesaro De Leone
deputato sopra le entrate del vescovato di Cutrone. 1570 et 1571,
Dip. Som. 315/9, ASN.
15. "Tra l'altri guai che tenemo vi si aggionse questo che il S.r
Scipione Rotella ci travaglia per lo restante del tesoro et in ogni
modo vuol pagato sencza usarci un puoco di equità et noi non
possedemo complire piu, parte n'have carcerati e parte vi stanno
retirati dentro il vescovato", Cotrone adi 3 di giugno
1590,Tesorieri e percettori di Calabria Ultra, aa.1589- 1590,
fs.4141/538, f.138 ASN.
16. 11.5.1579- La chiesa vescovile di Crotone possiede come cosa
della mensa "duas apothecas terraneas iuxta cortile Palatii
Episcopalis, iuxta sedile, et domum, sive Palatium ipsius
universitatis, forum, et ribellinum pubblicum". Il Maiorana le dà in
censo alla università con patto che essa possa alzarle alla
uguaglianza delle altre case della giustizia o Corte, ed di non
farci però nè finestre nè lustrera, nè adesso nè per appresso per
entro il sud. cortile del vescovo e di pagare ogni 15 del mese di
agosto di ciascun anno alla R.da mensa duc. 11, Arch. Vesc. Crotone.
Ancora alla fine del Settecento l'università di Crotone pagava sopra
le case contigue al sedile duc. 11, come per istr. di Gio. Galasso
degli 11.5.1579, di cui v'è copia legale estratta dai SS. Fran.co
Antonio Tirioli sotto il di 12 genn. 1701, Platea mensa vescovile
1780 et 1781, AVC.
17. Fra Giuseppe di Cotrone, procuratore del monastero di S.
Francesco d'Assisi, ottiene di poter aver il magazzino di proprietà
della mensa vescovile previo il pagamento dell'annuo censo di ducati
4, Atto del notaio Gio. Galasso del 8.5.1608, AVC.96.
18. Rel. Lim. Crotonen. 1610.
19. Rel. Lim. Crotonen. 1631.
20. 29.2.1639 - Si condanna Marco Antonio Barricellis che ha
esercitato l'ufficio di economo della mensa vescovile durante la
sede vacante per la morte del vescovo Melisseno s pagare ducati 90
"per lo guasto del palazzo vescovile per esser andato in rovina in
detta sedia vacante et non costodito cossi come recercava il suo
officio et fatto albergo di forastieri scena di commedianti et loco
di baratteria et perciò per esser stato stavolato bruggiato le porte
et fenestre et tutto rovinato s'è causata detta spesa. Item deve
essere condennato allo alloghiero del d.o Palazzo per il spatio di
sei anni per non haverlo allogato ne metterci cosa alcuna a soi
cunti essendo stato allogato a quest'anno il magazeno channo
habitato li soldati del battaglione", Arch. Vesc. Crotone Cart.114.
21. Rel. Lim. Crotonen. 1640.
22. Nel 1653 la nobiltà ed il popolo di Crotone si rivolgono al
viceré protestando che il vescovo "gli inquieti e gli strapazza,
trattandoli generalmente da inquieti, sediziosi, macchinari ed
oltreggiando la città con altre simili ingiurie".Il papa chiama a
Roma il vescovo e nomina vicario della chiesa crotonese Petro Matteo
de Rubeis, con una provvigione di ducati 200, oltre alle ricompense
e agli emolumenti soliti e la commoda abitazione nel palazzo
vescovile, Nunz. Nap. 49, f.196; Russo F., Regesto, VII, 313.
23. Rel. Lim. Crotonen. 1667.
24. Rel. Lim. Crotonen. 1670.
25. Rel. Lim. Crotonen. 1673.
26. Rel. Lim. Crotonen. 1678.
27. Rel. Lim. Crotonen. 1681.
28. ANC. 334, 1675, 10-15.
29. Rel. Lim. Crotonen. 1692.
30. Rel. Lim. Crotonen. 1696.
31. Il sacerdote G. Collura è convocato dal vescovo per essere
interrogato sulla controversia tra i Suriano ed i Barricellis.
Entrato nel palazzo i diaconi selvaggi chiudono il portone alle sue
spalle. Congedatosi il Collura trova il portone chiuso ed i diaconi
selvaggi alla porta della sala che tentano di carcerarlo, ma
interviene il vescovo, ANC. 664, 1733, 99.
32. Acta cit. ff.70, 72;Conto del Rev. D. Giuseppe Gaudioso regio
economo della mensa vescovale dell'anni 1711 et 1712, Dip. Som.
F.315, f.3, ASN.; Anselmus cit. f.117.
33. Di notte due prigionieri fuggono dalle carceri vescovili.
Liberatisi dei ferri, fanno un buco sul muro che confina col basso
delle case uniuversali o palazzo dove abita il regio governatore e
da l, scassata la porta escono sulla strada pubblica di fronte alla
porta della città, ANC. 764, 1733, 29 - 30.
34. ANC. 611, 1710, 24; 1326, 1773, 192- 193.
35. Durante la festa pontificale dei SS. Pietro e Paolo il vescovo
impone, sotto pena di scomunica, al sindaco dei nobili ed al
mastrogiurato di precederlo sia "nella calata dal palazzo vescovile
nella cattedrale come nella ritirata al palazzo". I magistrati
protestano perché è stato sempre solito che il magistrato associasse
a latere il prelato, Cerimoniale tra il vescovo e li rappresentanti
della città, Cotrone 29.6.1703, AVC.114.
36. Alle sei di notte di sabato 26 gennaio 1692 il chierico Gio.
Francesco Rocca, vestito di lana alla "pecoraresca", con casacca,
calzoni, calzettoni e con corvatta al collo e montiera in capo, se
ne va cantando e suonando in luoghi scandalosi della Piscaria.
Disturbato dal frastuono accorre il governatore della città, il
barone Giuseppe Maiuli, che scambiandolo per un pecoraro lo fa
arrestare dai suoi famigli. Il prigioniero protesta il suo stato
religioso e fa presente che non veste l'abito perché da alcuni
giorni custodisce i buoi e lavora alla giornata in campagna. Il
governatore non gli dà ascolto ed il gruppetto si incammina verso la
piazza. Passando per un vicolo vicino alla cattedrale, il Rocca
approfittando della strettoia tra la spezieria di Salvatore Arrighi
e l'atrio della chiesa, nel tentativo di toccare la scalinata, dà
uno strattone e cade assieme al famiglio che lo teneva. I due
rotolano e dopo una breve rissa il carcerato pesto e sanguinante è
di nuovo messo alle strette ma improvvisamente grida: "Chiesa mi
chiamo!". Egli rivendica il diritto di rifugio, affermando di aver
toccato col piede l'ultimo gradino del luogo sacro. Il governatore
che precedeva si ferma e si rivolge agli sbirri chiedendo se
corrisponde al vero; questi negano. Attirato da tutto quel rumore,
giunge in piazza il vicegiurato Thomaso Scarriglio che con
l'aiutante Domenico Mezacroce sta facendo la ronda notturna. Il
governatore, messo al corrente il vicegiurato dell'accaduto, per
togliersi ogni scrupolo, gli ordina di bussare al vicino portone del
vescovo, per informarsi se il Rocca Š veramente un chierico e se
toccando il gradino può godere il diritto d'asilo. Poichè dal
vescovato nessuno si fa vivo ed essendo diventato ormai tardissimo,
sono le sette di sera, indeciso sul da farsi e consigliatosi con i
presenti, il governatore decide di recarsi da Annibale Berlingieri,
fratello dell'arcivescovo di Santa Severina, nel cui palazzo abita
anche il sacerdote Marcantonio Benincasa di Mesoraca. La comitiva
dopo un po' è al palazzo del signorotto. Riconosciuta la voce del
vicegiurato apre il portone il Benincasa che fa salire gli arrivati
nelle camere dove il Berlingieri sta riposando. Conosciuti i fatti
il Berlingieri affermò che il Rocca era stato un chierico
perseguitato dal vescovo ma tutti ormai lo reputavano un laico
perché da un bel po' di tempo non indossava più l'abito da chierico
ma quelli da pecoraro e lavorava alla giornata con lo "zappollo" o
custodiva i buoi. Quanto al fatto accaduto presso la chiesa
bisognava negare completamente l'accaduto. Ma poiché il Rocca non si
dà pace e insiste nel far presente le sue ragioni, il governatore
ordina al vicegiurato ed al suo compagno di riportarlo in presenza
di testimoni presso la chiesa e quindi di lasciarlo. Il vicegiurato
poiché a "quell'ora non camminava nessuno huom buon per far
testimonianza" va in casa di Crispino Brunaccio, rondiere che doveva
ormai dargli il cambio, e svegliatolo con Domenico Liotta ed altri
si reca in piazza dove nei gradini della cattedrale lascia libero il
Rocca. Nei giorni seguenti il vicario generale Paolo Trimboli ed il
mastrodatti della corte vescovile Geronimo Facente venuti a
conoscenza dell'accaduto aprono un'inchiesta per individuare i
colpevoli del sacrilegio e raccolgono le deposizioni dei
protagonisti. Il vescovo Marco Rama, che era stato temporaneamente
assente dalla città, ritornato in sede e venuto a conoscenza
dell'accaduto, vista l'inchiesta fatta dalla corte vescovile subito
scomunica il governatore della città, ANC. 336, 1692, 13-16, 38-39,
101-103.
37. Il governatore ed il giudice della città vedendo che nelle
carceri vescovili era imprigionato un laico, "con li ferri alli
piedi e legato con le mani dietro le spalle e con un'altra fune per
mezzo la sua persona e poi dato volta e legata alle grati di ferro
delle carceri", protestano a difesa della real giurisdizione, ANC.
611, 1710,24.
38. Nunz. Nap. 139, ff.278,295,296, 325.
39. Al tempo del vescovo La Pena sotto il palazzo verso la piazza vi
erano 9 botteghe, dalla parte verso il palazzo dei Montalcini 3
magazzini e dalla parte verso le mura della città 2 botteghe,
Anselmus cit., f.117.
40. Il vescovo Michele Guardia dispose per testamento che l'oro,
l'argento ed i mobili, di cui era proprietario e che si trovavano
nel convento dell'Osservanza e nel palazzo vescovile, fossero
venduti ed il ricavato, assieme ad altro denaro lasciato, fosse
speso, dopo aver soddisfatto alcuni legati, "alla fattura e
perfettione della tempiata della chiesa vescovile" e nell'acquisto
di oggetti necessari al culto, ANC. 707, 1718, 31 - 32; 39v - 47.
41. Rel. Lim. Crotonen. 1727.
42. Rel. Lim. Crotonen. 1730.
43. Rel. Lim. Crotonen. 1735.
44. Rel. Lim. Crotonen. 1754.
45. Rel. Lim. Crotonen. 1769.
46. Rel. Lim. Crotonen. 1775.
47. Rel. Lim. Crotonen. 1778.
48. I. Bottega nella facciata del palazzo a canto il portone in due
membri affitt. a Romualdo Punzo per duc. 18./ II. Bottega affittata
ad Antonio Talamo per duc. 12./ III. Bottega affittata a Francesco
Galdi per duc. 17.06/ IV Bottega vedi VII / V. Affittata a Francesco
Lopez per duc. 15/ VI. Bottega su la facciata del palazzo colla
comunicazione alla bottega a parte dietro, che prima era carcere,
affittata ad Alessio Fiodo per duc. 26/ Bottega IV e VII in due
membri affittata a Tomaso Paturzo per duc. 45/ VIII. Bottega in due
membri affittata a Gio. Pietro Messina per duc. 25/ IX. Bottega
dentro il portone del palazzo composta di due membri,e camera
superiore, cui si Š aggiunto il terzo membro su la piazza di S.
Francesco, dove presentemente Š il bigliardo affittata a Onofrio
Sersale per duc. 24/ X. Bottega a due porte dentro e fuori il
portone del palazzo affittata al Sign. Nicola Partale per duc. 5/
XI. Bottega affacciante alla piazza di S. Francesco affittata a m.o
Giuseppe Rizzo per duc. 10, Platea Mensa vescovile, 1780, AVC.
49. Rel. Lim. Crotonen., 1795.
50. Pieri P., Ancora di Cotrone nel 1799, Napoli 1924, p. 12.
51. Todisco Grande L., Synodales cit., p.65.
52. Rel. Lim. Crotonen., 1826.
53. Juzzolini P., Santuario cit. p.82.
54. AVC.118.
55. Vaccaro A., Kroton, Vol. II, p.242; Pontieri P., Un vescovo nel
Crotonese: Mons. Pietro Raimondi (1946- 1971), Crotone 1989, p. 202.

