[La badia regia di Santa Maria de Prothospatariis nella Pescheria]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 22/1997)
Situata in vicinanza del quartiere "Piscaria" la
chiesa fu originariamente un semplice beneficio e fu così detta dal
nome del fondatore della famiglia dei Prothospatari che la costruì o
la ricostruì e la dotò 1*. Tra il 1577 ed il 1579 la chiesa risulta
già sotto giuspatronato regio ; ciò favorì la nomina di rettori, non
soggetti al potere vescovile, per lo più assenti, che delegarono ad
un prete economo locale l’amministrazione dei beni della chiesa,
costituiti da fondi rustici che venivano dati in fitto per bando
pubblico ai coloni.
Durante il Cinquecento la cappella di Santa Maria risulta una delle
dodici esistenti in città 2*.
Con la nuova organizzazione fatta dal vescovo Giovanni Lopez (1595 -
1598) il suo ambito territoriale venne ampliato, includendo anche
quello della vicina soppressa chiesa di Sant'Angelo che era situata
al centro del quartiere della Pescheria.
La riduzione delle parrocchie da 12 a 5 fu causata dalla loro
povertà, così facendo i cappellani delle stesse con l'unione delle
loro rendite avrebbero potuto in futuro sostenersi più
decorosamente.
Infatti ognuna delle nuove parrocchie nella prima metà del Seicento
godeva di una rendita annua di quasi un centinaio di ducati; ed una
di esse, la chiesa di presentazione regia di Santa Maria de
Prothospatariis, poteva contare su una rendita di oltre 300 ducati
3*.
Questa cappella o parrocchia era conferita dallo stesso re ed il
candidato era esaminato ed approvato dal regio cappellano maggiore
di Napoli 4*.
La “badia” conservò il regio patronato nel Settecento anche se sulla
natura e sui limiti di questa prerogativa vi furono varie liti con i
vescovi della città.
Il parroco napoletano Giovanni Mellucci dapprima godette donazioni
5*, ma ben presto vide crescere l'ostilità. dell'aristocrazia e fu
perseguitato dal vescovo Marco de Rama (1690 - 1709), il quale
appena giunto in città nel 1691 lo imprigionò nelle carceri
vescovili 6*.
Fatto oggetto di accuse infamanti 7* e di amministrare male i beni
della chiesa 8*, cercò dapprima di opporsi portando testimonianze
favorevoli, poi reclamò la regia giurisdizione ma invano.
Con un editto datato 11 giugno 1695 la Congregazione dei Vescovi
accoglieva le istanze del vescovo Rama il quale poteva così
affermare che pur essendo la chiesa di Santa Maria de
Prothospatariis di regia presentazione e che quindi spettava al re
delle Spagne inviare cedole reali all'eletto al quale poi erano
rilasciate le bolle della curia vescovile di Crotone, tutto ciò non
limitava i diritti ed il potere vescovile sia per quanto riguardava
le visite, sia nella indagine contro lo stesso parroco nelle cause
civili, criminali e miste 9*.
Forte di queste prerogative il vescovo visitò la chiesa il 5
dicembre 1699 ma trovò che il rettore se ne era andato, lasciando la
cura delle anime ad un economo, il sacerdote crotonese Leonardo
Villaroja.
Tuttavia egli ispezionò l'edificio e fece compilare l'inventario dei
beni che vi si trovavano.
La chiesa era fornita di un calice con coppa d'argento e sua patena,
un quadro con le tre generazioni divine, un armadio ed un
confessionale nuovi, la campana grande ed un campanello di bronzo e
poche altre cose.
Essa poteva contare sulle rendite provenienti dall’affitto di alcuni
fondi rustici dell'estensione complessiva di 74 salme e da un
piccolo censo su alcune case 10*.
Limitata quindi nelle sue libertà, durante il vescovato di Marco
Rama nella chiesa non si conservavano i sacramenti 11* e pur essendo
di regia presentazione, il parroco in verità era costretto sotto la
giurisdizione vescovile 12*.
Morto il rettore - parroco D. Giovanni Mellucci la “badia” fu
amministrata per alcuni anni da un regio economo, il reverendo
Giuseppe Gaudioso, cappellano d'onore della Real Cappella 13*, il
quale svolgerà temporaneamente anche la carica di economo della
mensa vescovile, essendo la sede rimasta vacante per morte del
vescovo Marco de Rama 14*.
Il nuovo regio cappellano il crotonese Marco Codispoti appena ne
ebbe preso possesso, trovatola in stato precario e miserevole, vi
convocò il 24 giugno 1713 il notaio Pelio Tirioli ed in presenza di
numerosi testimoni fece compilare un atto in cui veniva attestato lo
stato di degrado in cui versava "la regia cappella, sita dentro le
mura e confinante con il palazzo di Domenico Suriano di Fabritio, le
case del fu cantore Diego Leone, strada mediante avanti le due porte
della cappella... Detta cappella have un calice, non abile per
potersi celebrare per non esservi oro, un cammiso vecchio, quattro
pianete, rossa, paunazza, verde e bianca, quasi lacere, un messale
vecchio, un avant'altare bianco, tre tovaglie vecchie, et il quadro
tutto roso dal tempo e senz'altri suppellettili necessarii per il
santo sacrificio della messa, ma medesimamente così la porta
maggiore, come la piccola della medesima disfatte in maniera che,
così l'una, come l'altra hanno per chiudenda due pietre e le mura in
più parti offese dal tempo e particolarmente il muro della porta
piccola laterale di detta cappella sta quasi cadente e quello della
tripona tiene bisogno d'acconcio per rinforzo essendo aperto" 15*.
Dopo più di cinque anni di sede vacante fu eletto il nuovo vescovo
Michele Guardia (1715- 1718) il quale, riprendendo l'uso del vescovo
Rama, costrinse alla visita il rettore della chiesa ma questi si
ribellò e protestò presso i regi tribunali e dopo aspra lite fu
sentenziato dal preside della reale giurisdizione, Cajetano Argento,
che la chiesa e l'abbate di S. Maria de Protopspathariis erano
esenti dalla giurisdizione vescovile.
Così si praticò durante il vescovato di Michele Guardia e del suo
successore Anselmo dela Pena (1719- 1723) 16*.
Il vescovo seguente Gaetano Costa (1723 -1753) cercò di ripristinare
i diritti della curia crotonese sulla cappella.
Prendendo a pretesto che l'otto settembre 1731, giorno dedicato alla
Natività della Beata Maria V. e festa patronale della chiesa, il
rettore vi aveva eretto un trono decorato con un drappo per il regio
governatore, citò ed interdisse il Codispoti, il quale fuggì a
Napoli dove espose ai ministri regi che la “badia” era all'origine
un semplice beneficio e che era stata in seguito gravata
illecitamente dai vescovi di Crotone della cura delle anime.
Questa affermazione fu accolta ed il vescovo fu costretto a
consegnare la chiave della cappella al regio governatore della
città, affinché non vi si esercitasse più la cura delle anime, ed
inoltre fu levata l'interdizione affissa contro il regio cappellano.
Invano il vescovo ricorse al nunzio della Santa Sede di Napoli
mandando documenti da cui risultava che la chiesa non fu gravata
della cura delle anime ma dal vescovo Giovanni Lopez erano stati
aumentati i parrocchiani, aggiungendovi quelli della soppressa
chiesa di Sant'Angelo 17*.
Stabilito che la chiesa di regia collazione era originariamente un
semplice beneficio della famiglia Prothospatari, fu imposto che in
futuro per nessun motivo si dovessero esercitare in questa chiesa le
funzioni parrocchiali.
Le chiese parrocchiali si ridussero quindi da cinque a quattro 18*,
essendo la cappella di Santa Maria "dismessa" 19*.
Perdurando questa situazione, durante il papato di Clemente XII,
preso atto di ciò, il 28 novembre 1733 si invitava il vescovo ad
unire i parrocchiani della chiesa di S. Maria de Prothospatariis
alle rimanenti vicine parrocchie della città 20*.
Così si procedette come risulta da un atto rogato nella primavera di
tre anni dopo e riguardante la costruzione da parte di Leonardo di
Cola della chiesa di San Vincenzo Ferreri, edificata nel vicino
luogo detto "il casaleno della Palma .. dell'olim Parocchia di S.
Maria Prothospatariis" tra la chiesa di S. Maria, la casa detta la
Palma, la casa del seminario ed il palazzo del decano Filippo
Suriano 21*.
Morto l'abate Marco Codispoti , dal 1736 al 1739 la badia rimase
vacante e fu amministrata dapprima dal regio governatore ed economo
Leonardo de Mauro e poi, passato a miglior vita anche costui, dal
marchese Francesco Cesare Berlingieri 22*.
Frattanto si era instaurato il nuovo governo borbonico ed il vescovo
Costa, approfittando anche del fatto che la badia era vacante, fece
presente sia lo stato di disagio della popolazione sia che la chiesa
era stata da tempo immemorabile parrocchiale.
Così nel 1738 egli supplicò il nuovo re, Carlo III di Borbone,
affinché il beneficio di Santa Maria de Prothospatariis fosse
restituito al suo primitivo stato di "benefizio curato" 23* e dopo
una lunga discussione in camera reale durata due anni il sovrano si
degnò di comandare che la chiesa ritornasse alle condizioni del
passato, aggiungendo che, secondo il prescritto del Concilio
Tridentino, il vescovo indicesse il concorso per il rettore e
mandasse poi al re i nomi dei concorrenti più degni in modo da poter
egli scegliere quello che più gli accomodava 24*.
Ma il nuovo regio abbate , il crotonese Gio. Paolo Pipino 25*,
appena nominato accusò coloro che avevano amministrato durante la
sede vacante di avere commesso degli illeciti, affittando i
territori e le gabelle della badia sotto prezzo ed a prestanome 26*
e non solo non si prese cura delle anime anzi oppose resistenza al
vescovo, dichiarando che non riconosceva altro superiore che il
cappellano maggiore del regno.
Tuttavia il vescovo Costa riuscì ad ottenere che un sacerdote da lui
approvato fosse aggiunto al rettore per amministrare il sacro e così
ogni cosa tornò normale 27*.
Alla metà del Settecento 28* la chiesa di Santa Maria de
Prothospatariis di regia collazione era ritornata parrocchiale e
solo essa tra le cappelle della città aveva il privilegio di
conservare i sacramenti e tutto ciò che per i medesimi era
necessario, mentre le altre parrocchie, tutte di libera collazione,
dovevano ancora, come per il passato, rifornirsi dalla cattedrale
29*.
Così è evidenziato il legame che intercorreva tra la cattedrale e le
chiese parrocchiali della città in una relazione del vescovo del
tempo, il crotonese Giuseppe Capocchiani (1774- 1788) : In questa
città di Crotone un perpetuo e antichissimo uso è sempre stato
rispettato e cioè che i parroci, eccetto la messa, che sono tenuti a
celebrare nelle domeniche e nei giorni festivi nelle loro
parrocchie, i rimanenti sacramenti li assumono solamente dalla
chiesa cattedrale e da essa essi prendono il santo viatico e l’olio
degli infermi per gli ammalati, ed in essa anche si conserva nella
sacrestia i libri parrocchiali dei battezzati, dei morti e dei
matrimoni.
A ragione quindi posso rettamente affermare che la cura vera e
propria delle anime appartiene completamente alla cattedrale e le
parrocchie in verità non sono altro se non cappelle dipendenti dalla
stessa, erette solamente per la comodità del popolo, specie delle
donne, per celebrarvi ed ascoltarvi il sacro nei giorni festivi.
Perciò a Crotone i parroci non sono chiamati parroci ma cappellani e
le chiese parrocchiali sono dette cappelle.
In tali circostanze non è da prendere in considerazione se le
cappelle o parrocchie manchino del sacramento dell’Eucarestia e
dell’olio degli infermi ed ancora meno se i parroci o cappellani non
siano soliti abitare entro i confini delle loro cappelle.
E’ sufficiente che risiedano entro la città il cui centro è la
chiesa cattedrale vera e propria parrocchia di tutti i cittadini la
di cui cura si esercita dagli stessi cappellani 30* .
Da tutto ciò risulta evidente il diverso rapporto con il vescovo che
esisteva tra il rettore della badia regia di Santa Maria de
Prothospatariis ed i parroci delle altre cappelle della città.
Fu stabilito infatti che quando la “badia” fosse rimasta vacante,
per speciale delega reale, tramite l'organo del cappellano maggiore
del regno, dall'ordinario si indicesse il concorso secondo le
disposizioni del concilio tridentino.
Gli atti autografi dei concorrenti, senza alcun giudizio né dello
stesso ordinario né degli esaminatori sinodali, dovevano essere poi
trasmessi a Napoli al predetto cappellano, il quale con i suoi
teologi ed esaminatori li avrebbe giudicati e, riferito del loro
contenuto al re, quest'ultimo avrebbe concesso la provvigione regia
ad uno dei concorrenti 31*.
La chiesa confinava stretto mediante con il palazzo di Antonia
Suriano 32* e davanti alla sua porta passava la strada pubblica 33*
che la separava dalla chiesa filiale di San Vincenzo Ferreri 34*.
In essa al tempo del parroco Vincenzo Greco vi erano eretti due
altari: uno dedicato a S. Gaetano e l'altro a S. Luigi Gonzaga dove
i parrocchiani per loro devozione nei giorni della festa dei santi
facevano dire delle messe cantate 35* e al tempo della Cassa Sacra
fu in buona parte rifatta 36*.
La chiesa rimase parrocchiale 37* e mantenne il regio patronato per
tutta la prima metà dell'Ottocento 38*.
Al suo interno all'inizio del vescovato di Leonardo Todisco Grande
(1833 - 1849) oltre all'altare maggiore e alle due immagini della
Beata Maria Vergine della Pietà e del Rosario vi erano la fonte
battesimale ed un altare eretto in onore della Beata Vergine dei
Sette Dolori e di S. Gaetano 39*.
Note
1. Famiglia abitante a Crotone già nel sec. XV (Jo. Antonio de
Prothospatariis de Cotrone partecipa ai lavori di fortificazione
della città, Dip. Som. fasc. 196, f.li 1, 2 (1485 - 1486) ASN.)
all'inizio del Seicento Perruccio Alfonso e Scipione Prothospatari
possedevano ancora una casa palaziata in parrocchia di S. Maria
Prothospatariis, ANC. 117, 1626, 128. Nel 1631 Mutio Prothospatario
comprò da Francesco Campitello la terra della Rocca di Neto di cui
furono feudatari per un breve periodo,ANC. 108, 1631, 147; Al tempo
del Nola Molisi risultavano tra le famiglie assenti dalla città,
Nola Molisi G. B., cit. p. 204.
2. Dip. Som. fs. 196, 197, ASN.;Conto del m.co Giulio Cesare de
Leone,1570 et 1571, Dip. Som. 315/9, ASN.
3. Rel. lim. Crotonen. 1631, 1640.
4. Rel. Lim. Crotonen. 1670.
5. Il barone di Apriglianello Diego Suriano dona al parroco le
entrate di una gabella col peso di celebrare alcune messe in
suffragio del padre Dionisio ma dopo alcuni mesi sia perché non sono
state celebrate le messe sia per altri motivi revoca la donazione,
ANC. 335, 1685, 1; 335, 1687, 13- 14.
6. ANC. 337, 1696, 12.
7. Il parroco è accusato di aver istigato una serva a rubare alcuni
vestiti al suo padrone e di averne poi fatto incetta, ANC. 336,
1692, 151- 153.
8. Il massaro G.B. Lombardo attesta che nel 1692 "in tempo che li
sementati erano maturi" fu chiamato dal parroco Mellucci perché
andasse ad apprezzare il sementato di una gabella della parrocchia
data in fitto a dei coloni, ANC. 337, 1696, 79.
9. Acta cit., f. 12.
10. Acta cit., ff. 113-114.
11. Rel. Lim. Crotonen. 1700, 1722, 1727.
12. Rel. Lim. Crotonen. 1706.
13. Dip. Som. F. 532, Conto della abatia di S.ta Maria Protospadari
(1710- 1712), ASN.
14. Dip. Som. F. 315, Conto mensa vescovile di Cotrone (1711- 1712),
ASN.
15. ANC. 659, 1713, 9.
16. Anselmus cit. f.10.
17. Rel. Lim. Crotonen. 1733.
18. "Exigua.. ad quinq. animarum millia ascendens, in quatuor
Parochias partitur", Rel. Lim. Crotonen. 1735.
19. 25.5.1732- L. Petrolillo possiede un palazzo nella cappella
dismessa sotto il titolo di S. Maria, ANC. 664, 1732, 120.
20. Cod. Vat. Lat. 10713, ff. 74v -75, ASV.
21. Il 25.3.1736 Michele del Castillo vende a Leonardo di Cola un
terreno detto il casaleno della Palma per costruirvi una chiesa,
ANC. 665, 1736, 45-47.
22. ANC. 911, 1739, 29-30.
23. Vaccaro A., Kroton, Mit 1965, Vol.I, p.463.
24. Rel. Lim. Crotonen. 1738.
25. Gio. Paolo Pipino era figlio di Dionisio Pipino e di Antonia
Aragona, ANC. 912, 1745, 114-115.
26. Alcuni massari cercano di scagionare il marchese Berlingieri
dichiarando che gli affitti dei territori della badia erano stati
fatti "con incanti e subastazioni nella pubblica piazza.. e si sono
liberati alli maggiori offerenti", ANC. 911,1739, 29 -30.
27. Rel. Lim. Crotonen. 1744.
28. Risulta regio parroco fin dal settembre 1746 Benedetto Avarelli
a cui seguirà Michele Villaroija, Liber in quo coniugati adnotantur
regiae Ecclesiae S.tae Mariae Par.co D. Benedicto Avarelli et eius
successore D. Michaele Villaroija, A.D. 1747, AVC.
29. Rel. Lim. Crotonen. 1754.
30. Rel. Lim. Crotonen. 1778.
31. Rel. Lim. Crotonen. 1775.
32. Il palazzo dal decano Filippo Suriano passò a Fabrizio Suriano
che vi abitò con la famiglia e fu poi ereditato dalla figlia
Antonia, moglie di Raffaele Suriano che lo vendette nel 1773 a
Marzio Messina. Al tempo della vendita al Messina il palazzo era
formato da due quarti, uno superiore e l'altro inferiore, composti
da più e diverse camere e con più e diversi bassi a piano terra, in
uno dei quali vi era un mulino centimulo. Aveva stalla, pozzo,
cortile con scala di cantoni e un giardinello o vaglio scoperto ANC.
665, 1736, 45- 47; 1344, 1773, 107.
33. ANC. 667, 1747, 56.
34. ANC. 665, 1736, 45-47; 911, 1740, 42-43.
35. Nota delle chiese e luoghi pii cit. 1777, AVC.
36. Richiesta da parte del parroco regio della chiesa di S. Maria de
Protospatariis di regio patronato del 31.8.1793, C.S.- Segr. Eccles.
Cart. 43, fasc. 962 (Costruzione di S. Maria de Protospatariis),
ASCZ.
37. Dal 1793 era parroco Gabriele Messina che prima era stato
parroco di S. Veneranda, Russo F., XIII,6 ; Elenco dei luoghi pii
laicali, 1805; Stato delle chiese cit. 1807, AVC.;Todisco Grande L.,
Synodales cit. p.55.
38. "La chiesa cattedrale è coadiutrice di quattro parrocchie,
mentre di questa si sono servito sempre di sacramenti e
sacramentali, eccetto quella della Reg.a parrocchia di S. Maria",
Stato delle chiese cit. 1807.
39. Todisco Grande L., Visita alla chiesa di S. Maria, 1834, AVC.

