[Dal rito greco al latino in due casali della diocesi di Santa Severina. Il casale di Cotronei]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 17-19/2008)
La chiesa di Santo Nicolò dei Greci di
Cotronei
Tra coloro che dovevano presentarsi per assolvere il
cattedratico nel sinodo diocesano del 1564 al tempo dell’arcivescovo
Giovan Battista Ursini troviamo il “Presbiter grecus Crotoneor(um)”.
Il prete greco del casale doveva consegnare come censo 25 pollastri
ma ottenne di portarli nel mese di agosto come era stata sempre la
consuetudine, comunque fu condannato alla pena. Anche nei sinodi
degli anni seguenti comparirà solamente il “preite greco delli
Cotronei” gravato del censo di 25 pollastri;così nel sinodo del 1579
troviamo “Il prete greco deli Cotronei vocatus in synodo more solito
cum censu pullorum viginti quinque secundum consuetudinem. Comparuit
Petrus Dramis Arch(ipresbyter).
Le due chiese
La situazione religiosa cambiò con la nomina di Giulio Antonio
Santoro ( 1566 – 1572) e del fratello Francesco Antonio Santoro (
1573 – 1586) alla sedia arcivescovile di Santa Severina, i quali
furono particolarmente attivi nel contrastare il rito greco.
E’ di questi anni la costruzione della chiesa di Santa Sofia di rito
latino. La chiesa molto probabilmente fu edificata per volontà di
Porzia de Beccuti, moglie del barone di Cotronei Giovanfrancesco
Morano, la quale lasciò per testamento alla chiesa una casa; inoltre
a spese del barone del casale un cappellano doveva celebrarvi una
messa al giorno.
Così nel sinodo del 1582 troviamo per la prima volta oltre al
“preite greco” anche il “rector latinus Crotoneorum”. Quest’ultimo
però “vocatus non comparuit”. Il 9 giugno 1582 “Donno Antonio de
Natale cappellano delli Cotronei” faceva fede di aver ricevuto un
“monitorio” emesso dall’arcivescovo di Santa Severina Francesco
Antonio Santoro e, dopo averne ritenuto copia, lo aveva subito
inviato a Mesoraca. Nei sinodi seguenti del 1584 e del 1587 sarà
chiamato a corrispondere il censo dei venticinque pollastri solo il
prete greco.
Morto nel 1585 il barone di Cotronei Fabritio Morano, figlio ed
erede di Giovanfrancesco e di Porzia de Beccuti, succede la sorella
Aurea, la quale fu baronessa di Cotronei dal 1588 al 1630, anno
della sua morte. La baronessa favorì il passaggio dal rito greco a
quello latino come risulta dalla relazione del 1589 al tempo
dell’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisano (1587-1623):
“Cotronei è casale habitato da Albanesi al numero di quattrocento
anime, quali vivono al rito greco nel modo che si è detto di
Scandale et perché il loro Barone è latino, vi stanno dui preti, un
Greco col suo diacono, et un latino, ciascaduno con la sua chiesa. è
discosto da S. Severina sei miglia”.
Nel sinodo del maggio1588 mentre il prete greco di Cotronei con
venticinque pollastri “conforme l’antico solito comparse et offerse
pagare”, il rettore latino “chiamato alla Synodo conforme al solito.
Non comparse et però fu condennato alla terza parte di frutti di sua
chiesa”.
Il 13 giugno dell’anno 1589 il vicario generale dell’arcivescovo di
Santa Severina citò l’”arciprete” di Cotronei a comparire nella
Curia arcivescovile assieme ai suoi chierici e diaconi, per non aver
obbedito all’ordine che intimava a tutti gli arcipreti della
diocesi, ai chierici ed ai diaconi di venire ad accompagnare la
bandiera della fiera di Santa Anastasia. Il giorno dopo si presentò
“Donno Rocco Spina arciprete di Cotronei”, il quale si scusò
dicendo. “ Io non ci venni perche mi credea ch’era lo sabato
seguente come li altri anni et per questo non ci venni”.
Nei sinodi degli anni seguenti a volte fu chiamato solo il prete
greco, a volte sia il greco che il “Rector latinus”, anche se questo
quasi sempre era assente. Dal sinodo del 1592 in poi troveremo
sempre chiamati sia il prete latino, che doveva versare il
cattedratico di tre carlini, ed il prete greco con i venticinque
pollastri nel mese di agosto. Spesso però sia il prete latino che
quello greco, non presenziando, incorreranno nella pena solita della
terza parte dei frutti dei loro benefici, così come nel sinodo del
18 maggio 1597 quando il vicario generale Petro Antonio Thetis,
preso atto dei molti assenti, emanò un decreto colpendo coloro che
non avevano assolto, tra i quali figura: “ In casali Crotoneorum
Presbiter Roccus Spina”.
Alla fine del Cinquecento quindi a Cotronei ci sono due curati, uno
di rito greco ed uno latino: il prete greco Don Rocco Spina ha la
cura della chiesa di S. Nicola de li Greci ed amministra i
sacramenti ai Greci, o Albanesi, ed il rettore latino Minico Mauro è
cappellano della chiesa di Santa Sofia, di iuspatronato della
baronessa Aurea Morano.
Le quattro chiese di Cotronei
All’inizio del Seicento la situazione religiosa muta: nei sinodi
di Santa Anastasia è chiamato solo il prete latino, il quale
tuttavia oltre ai tre carlini deve anche portare i venticinque
pollastri, di cui era gravato il prete greco; segno evidente che
ormai egli ha tutta la cura delle anime ed è divenuto l’unico curato
e parroco del casale, assumendo ed assorbendo le funzioni e gli
oneri del prete greco.
In questi anni compare anche il cappellano del nuovo altare dedicato
al Santissimo Rosario, eretto nel lato sinistro della chiesa di
Santo Nicola e sede della confraternita omonima, ed il cappellano
della chiesa di Santo Rocco, situata “prope castrum”, di
iuspatronato della baronessa Aurea Morano; entrambi devono versare
all’arcivescovo di Santa Severina: il primo due libbre di cera come
cattedratico, il secondo una libbra di cera. La stessa baronessa,
oltre la chiesa di Santo Rocco costruita nel casale, fa erigere ed
edificare a sue spese fuori dell’abitato nelle sue terre feudali in
località “Il Prato” una chiesetta dedicandola a Santo Marco.
Una relazione diretta all’arcivescovo di Santa Severina Alfonso
Pisani (1586 – 1624) descrive la situazione delle quattro chiese di
Santo Nicola, Santo Rocco, Santo Marco e Santa Sofia all’inizio del
Seicento. L’elenco dettagliato delle suppellettili, nelle quali
predomina il colore rosso, di cui è fornita la chiesa parrocchiale
di Santo Nicola evidenzia l’opera e la devozione delle donne del
casale ( Angiolina e Catarina Grisafo, Camilla Perlecta, Stella
Gangale, Stella e Dalia Barbacci, Catarina Virga, Giovanna Letteri,
Catarina Baffi) mentre per quanto riguarda le rendite troviamo
soprattutto alcuni coloni e le loro mogli ( Pietro Pizzi dona una
vigna piccola, Giorgio Baffi una casa, la moglie di Todaro Gangale
due barili di mosto all’anno ecc.).
“Nota di robbe mobili e stabili della chiesa di Santo Nicolò delli
Cotronei Diocesi de la Città di S.ta Severina scritta hoggi XX di
Xbre 1606 per me D. Jacono Arcudi Parocho di detto luogo.
In p(rimi)s due campane una grande et una piccola uno campanello uno
incensero di ferro, uno lenzolo che serve per cielo sopra l’altare
ornato con zagarelle torchine qual lasciò per l’anima sua la q.m
Angiolina Grisafo. L’imagine d’uno Crocifisso grande che sta sopra
l’altare magg.re con la coverta di dopretta di seta verde che ci ha
dato per l’anima sua Camilla Perlecta. Una custodia adorata dove sta
un calice improntato d’altra chiesa dove sta il Sacratiss.mo Corpo
di N. S. X.o Giesù sotto chiave e sovra detta custodia una coverta
di dopretta di seta verde. Una croce di legno vecchia due candeleri
di ottone due linterne. Uno paro di pionazzi di tela uno maiuto
l’altro di raso nero Uno messale novo. Una tovaglia lavorata di filo
rosso lasciata da Stella Gangale. Unaltra tovaglia lavorata di filo
rosso che la diede per l’anima sua Navarese .Unaltra tovaglia
lavorata di filo rosso lacerata. Uno camisci in greco uno
avant’altare di dopretto bianco con la croce rossa una tovaglia con
le cenze damaschine rosse che lascio per l’anima sua Stella
Barbacci. Una tovaglia lavorata di seta rossa lasciata da Dalia
Barbacci Una tovaglia lavorata di seta rossa lasciata da Andria
Barbacci. Quattro stergitori di calci lavorati di seta rossa Uno
Calice e patena di argento con il piede di ottone. Uno sopra calice
lavorato di seta rossa dato da Catarina di Catraro Virga uno camisci
con il suo ammitto una tovaglia di tela a occhiello con le frangie
di maiuto rossa bianca lasciato da Stella Barbacci per l’anima
sua.Una tovaglia lavorata di maiuto ampia et listiata. Uno
avant’altare listiato di maiuto. Una avant’altare listicato di
maiuto vecchio e lacerato Una casupra di damasco rossa nova con le
sue stole e manipoli. Una stola e manipolo di raso rosso vecchia e
lacera. Uno stendardo rosso di raso con le frangie di seta.. uno
fonte battesimale dove ce una conca di rame con l’acqua benedetta et
una pisside dove stanno ogli santi con dui maccatori sopra il fonte
la tela celindrata con la crocetta Uno pulpito di legno per la
predica. Item una vigna piccola di sertina data in affitto che rende
alla chiesa carlini tre lasciata da Pietro Pizzi sita in loco ditto
zingano confine a quella di Basili Sinasi. Uno pede di celso sito e
posto dentro il giardino della signora Baronessa vicino lo palazzo
dato da Catarina Grisafo. Una casa quale rende di allogherio alla
chiesa carlini vinti lasciata da Giorgio Baffi. Item unaltra casa
lasciata da Catarina Baffi quale rende alla chiesa carlini quindici.
Item due barrili di musto anno quolibet de la vigna di Todaro
Gangale lasciato da la moglie di detto Todaro Gangale quale vigna
sta confine a quella di Vito La Porta Uno avant’altare rosso di
damasco colla croce bianca. Una conca di rame di libre sette et
mezza per fare le candile. In alia uno piomazzo con le cenze russe
lavorato di seta lasciato dalla q.m Giovanna Letteri. In alia uno
stergituro lavorato di filo bianco.
Robbe dell’altare del SS.mo Rosario sono queste: Uno campanello. Dui
candileri di legno. Uno avant’altare di seta dato da Minichella
Sanitate. Due tovaglie bianche. Due lavorate di seta rossa. Uno
mandile lavorato di seta rossa. Tre tovaglie lavorate di nero. La
casupra bianca di damasco con stola e manipolo”.
Inventari dei beni delle chiese
In una “Nota di robbe di santo rocco, santo marco, santa sofia
di Cotronei” si legge:
“Inventaria bonorum ecclesiarum.
Illmo et R.mo Sig.re. Se fa fede per me donno Gesibillo Crescione
cappellano delle sott.e chiesie delli Cotronei come nella chesia di
Santo Rocho vi si trova uno calice, cinque tovagle lavorate de filo
bianco uno vestimento con una cassupra di raso russo et stola del
medesimo dui coscini dui innanzi altare uno di scotto nigro et
laltro di pelle indorato et una cruce de ligno culurato.
Et in alia alla chiesia di Santa Sufia uno calice uno vestimento con
una cassupra di raso bruno et stola et manipolo del medesimo uno
inanti altaro di raso bruno et unaltro innanti altaro vechio et una
cascia.
Et in alia alla chiesia di S.to Marco si ritrova uno calice uno
vestimento con una cassupra de velluto verde con stola et manipolo
et quattro tovagle una di seta et tre di filo et una cascia et dui
coscini di velluto russo et uno innanti altaro di dobretto di siti
russa”.
Il monastero degli Agostiniani Zumpani
L’ultimo giorno di luglio del 1608 in Cotronei per atto del
notaio Horatio Scandale di Policastro fu stipulato una convenzione
tra il Padre Daniele de Cosenza, vicario generale della
congregazione di San Francesco dei Zumpani dell’ordine degli
eremitani di Sant’Agostino di Calabria Citra da una parte ed Aurea
Morana, baronessa di Cotronei e Carfizzi e vedova di Munzio Sersale,
con l’assistenza del suo procuratore Gio. Angelo Cascitella
dall’altra. L’oggetto riguardava la costruzione di un monastero e le
necessità dei monaci che dovevano popolarlo. Preso atto della
volontà e del desiderio della baronessa di costruire ed edificare un
monastero e di concederlo agli eremiti della congregazione degli
agostiniani Zumpani di Calabria Citra nella chiesa di Santo Marco,
posta in territorio di Cotronei nel luogo detto “lo Prato”, previo
l’assenso da richiedere all’arcivescovo di Santa Severina Fausto
Caffarelli, furono stesi alcuni capitoli. La baronessa per
facilitare la costruzione del monastero si impegnò a dare a titolo
di donazione per una sola volta al Padre Daniele ducati cento ed
inoltre per sovvenire alle necessità dei monaci che in futuro
sarebbero andati ad abitare in detto monastero ducati venti annui in
perpetuo, da versarsi nel mese di agosto di ogni anno. Inoltre per
uso e servizio del monastero la baronessa concesse ai frati per due
anni di poter utilizzare un paio di giovenchi, con l’obbligo di non
poterli vendere ma di utilizzarli solo per uso del monastero. A
queste donazioni la baronessa aggiunse circa quattro tomolate di
terre feudali contigue alla chiesa di Santo Marco, previo prima
l’assenso regio che la baronessa si impegnò a richiedere a sue
spese. Da ultimo la baronessa, essendo vera signora e padrona di una
continenza di vigne dell’estensione di cinque tomolate, posta in
località Olivano in territorio di Policastro, per un maggiore aiuto
concesse ai frati di poter utilizzarne i frutti, per tutto il tempo
che sarà attivo il monastero.
Sempre l’ultimo giorno di luglio del 1608 l’arcivescovo Caffarelli
accoglieva la richiesta della baronessa.
“Ill.mo R.mo Mons.re. Havendo D. Aurea Morano deliberato erigere nel
suo territorio nel casale delli Cotronei Diocese di Santa Severina
et proprio in loco detto il Prato un monasterio et quello dedicare
alla Religione eremitana di Santo Agostino della Congregatione del
Beato Francesco di Zompano de Calabria Citra dove al presente è
eretta et edificata per essa D. Auria una chiesiola del titolo di
San Marco et desiderando che quella sia servita dalli frati di detta
religione supplica perciò V. S. Ill.ma et R.ma si degni concedere
detta chiesa a detti religiosi una con tutte le sottoscritte robbe
che vi si trovano pure dalla d.ta D. Auria in più volte donate,
promettendo di più donarci le altre subsequenti robbe non ancora
donate ne servite al culto divino che oltre le pare giusto l’haverà
a gratia ut Deus.
Robbe che si trovano in Santo Marco et hanno servito al Culto
Divino.
In primis uno calice con la patena. Uno corporale et una palla. Uno
baldachino di rizza bianco. Sei purificaturi di diversi modi. Uno
missale. Due tovaglie grandi per sopra l’altare. Uno avanti altare
di damaschello. Dui cuscini di seta incarnata. Due tovaglie per
l’altare. Uno velo. Dui angilini con candileri. Due candileri. Due
vasi di fayenza con fiuri. Una pace. Uno campanello. Uno paro di
cannatelli con la tuttatana. Uno muccaturo per li cannatelli. Uno
cammiso con l’amitto. Dui candileri grandi et una cascia.
Robbe che donerà D. Auria Morano
In p.s uno corporale lavorato con palla , uno baldacchino incarnato.
Una tovaglia grande per sopra l’altare. Uno avanti altare di coiro:
Due tovaglie per l’altare. Uno velo. Due campre una di damasco con
lamia d’oro et seta paunazza, et un’altra di seta bianca et altre
robbe per serv.o di p.ti come dui letti tovaglie, salvietti et
altri”.
Bisognerà attendere quasi quattro anni prima che il monastero possa
aprire, come si legge da una relazione della metà del Seicento: “
Nella diocese di S. Severina situato fuori la Terra distante un tiro
di scoppetta in strada pub(li)ca fu fondato l’anno 1612 cioè dato il
luogo et elemosina per la fabrica a frati di S. Ag(usti)no della
n(ost)ra Cong(regatio)ne dalla m.ca D. Auria Morano baronessa di
d(ett)a terra et poi dotato d’entrata annua con patto che vi
stessero tre sacerdoti religiosi, vi fu il consenso di mons. Vesc.o
di S. Severina di quel tempo, ha la chiesa sotto il titolo di S.
Marco è di struttura di fabrica, cioè chiuso di fabrica con tre
camere per habitatione de frati una dispensa refettorio cucina et un
cellaro, ha una camera che serve per granaro, sacristia non ve n’è
ma vi e una lamiotta dietro il Sancta Sanctorum che serve per
sacristia”.
La quinta chiesa dedicata a Santa Maria del Carmine
Bisognerà arrivare al 1618 per trovare oltre al curato latino ed
ai due cappellani anche il rettore, o cappellano, della chiesa di
Santa Maria del Carmine, chiesa situata presso e fuori l’abitato, di
iuspatronato della famiglia Gangale, il quale dovrà anch’esso
versare come cattedratico una libbra di cera. Sempre in questi anni
oltre alla confraternita del Rosario appaiono altre due
confraternite: quella del SS.mo Sacramento dentro la chiesa matrice
di Santo Nicola e quella della Nunziata. Quest’ultima, che ha sede
nella chiesa di Santa Sofia, situata fuori dell’abitato e di
iuspatronato della baronessa Auria Morano, cambia anche il titolo
della chiesa che da allora in poi si chiamerà della SS.ma
Annunciazione. (“La chiesa della SS.ma Annunciata altrimenti detta
Santa Sofia similmente iuspatronato dell’istessa Sig.ra”). A ricordo
della vecchia titolare rimarrà alla parete una icona “depincta in
tela cum imaginibus SS.mae Annuntiat(io)nis, Sanctorum Joannis
Bap(tis)tae, Sophiae et Hiacinthi, altitudine quindecim pedum et
latitudine octo, quae icona in aliquibus partibus est lacera”.
In questi primi anni del Seicento fu infatti fondata e dotata per
volontà di Pietro Gangale una nuova chiesa dedicata a Santa Maria
del Carmine. La chiesa di iuspatronato della famiglia Gangale sarà
al centro di alcuni contrasti, in quanto dal testamento e
soprattutto dal codicillo allegato traspare una manomissione della
volontà del testatore da parte del cappellano Carlo Santoro e di
alcune eredi, a favore soprattutto della cappella del Rosario,
situata nella chiesa matrice, alla quale è assegnata anche
l’amministrazione dello “spitale”. Tutto questo si ricava dalla
copia del testamento di Pietro Gangale, che nel 1628 l’arciprete di
Cotronei Marcello Monteleone manda all’arcivescovo di Santa Severina
Fausto Caffarelli. Così l’arciprete esprime il dubbio sulla
autenticità di alcune parti del documento “Et nella stessa chiesa si
celebrano tre messe la settimana. Io non so se vi siano per obligo e
per volunta loro come sempre mi hanno detto però mando a V.S. R.ma
la particola del testamento del q.m Pietro Gangale fondatore di
detta chiesa accio come persona saviissima conosca l’obligo et non
obligo perché io da per me non posso discernere mentre il mondo è
cossi intrigato qual obligo tengono che da quando venne qui, che
saranno quattro anni sempre si sonno celebrate tre messe la
settimana in detta chiesa”.
Copia del testamento di Pietro Gangale
“Item dice haver donato la vigna delo Catuso alla cappella del
Santiss.mo Rosario, li celsi li ha dati alla chiesa del Carmino, e
tutta la robba sua et onni altra actione che si trova supra la sua
roba vole che sia del Carmino, et le due case che si trovano al
presente siano del Carmino.
Item li cento docati che ha in potere Petro Paulo Serra siano del
Carmino.
Item dice havere seminato tumula sei di grano.
Item dice che questo seminato lo lascia alla chiesa del Carmino.
Item dice che di tutte queste robe ne lascia herede la chiesa del
Carmino.
Item lascia, che si Lupo o alcuno deli figlii de Vespetiano si fanno
preite, che siano patroni di detta chiesa e di la roba, et non
volendosi far preite alcuno de li detti, che habia cura Vespetiano
Gangale ello suo herede di mitter cappellano alloro arbitrio allo
Carmino.
Item dice che murendo al presente isso le dudichi bache che si
ritrovano ne siano dui del Carmine et li dece siano dele figlii
femine di Vespetiano.
Item lascia uno letto novo alla figlia di Vespetiano Laura Stilla et
laltri panni si li spartino Vespetiano et Lupo e che li faccino
honore, et Vespetiano habia cura di recoglire la massaria, e
lasciare lo debito e quello che avansa si compra uno prorpio per lo
Carmino cacciate tutte le spese.
Item dice che dele robe che ha lasciato allo Carmino se ne habino di
pagare docati sessanta, che li deve allo presente e che si caccino
delo seminato et non si tocheno li proprii e questo dice essere la
sua ultima volunta.
Presenti li sottoscritti testimonii Santo Grasso, Giovan Dom.co
Cammarati, Vincenso di Rosa, Minico de Mauro, Minico Covello.
Copia di Codicillo del detto.
Item dice che della intrata di questo anno si habia di pagare lo
cappellano Fr. Carlo Santoro, per una edomada allo Rosario, e dui
allo Carmino e che Vespetiano si trovi cappellano assuo gusto e del
più ne facci beneficio alla chiesa, e facendosi preite Lupo, o lo
figlio di Vespetiano sia tutta la intrata la loro, lascia lo spitale
allo Rosario, che Vespetiano habia pensiero della intrada dello
Rosario e che lo avanso ne facci beneficio alla cappella delo
Rosario, e possa allogare lo spitale, et aplicare detto allogheri
alla cappella, et assua morte, ne habiano pensero lo suo herede, e
Lupo habia lo ius sopra lo Carmino tanto sisi fa preite quanto si
non si ne fa, elli docati quatro di Cassandra si caccino di sopra lo
Carmino, et li altri menozzerie si caccino del Carmino, che li
faccino honore alla sua morte.
Presenti li sottoscritti testimoni.
Iacona Borrelllo, Cassandra Assamaro. Elisabetta Filipella. Elena
Gangale. Bartola Cummariati.
Estratti dalli loro originali et concordati di verbo ad verbum da me
fr. Carlo Santoro”.
Erezione dell’arcipretura di Cotronei
Nonostante che a volte si trovi che il curato, o il parroco, di
Cotronei venga insignito del titolo di arciprete , bisognerà
attendere il sinodo di Santa Anastasia del 1625 quando l’arcivescovo
Fausto Caffarelli ( 1624 – 1651), da poco insediatosi, elevò la
chiesa parrocchiale di Santo Nicola a chiesa arcipretale e nominò il
curato cutrese Marcello Monteleone primo arciprete del casale.
“Don Marcello Monteleone della terra di Cutro con supp.ne fà
intendere a V.S.Ill.ma come per spatio di sei mesi have
continuamente atteso alla cura dell’anime della Parochiale del
casale delli Cotronei sotto il titolo di Santo Nicola Diocesi di V.
S. Ill.ma alla quale povero d’animo esso supplicante have atteso
come economo instituito da V. S. Ill.ma. E s’anzidetta Parochiale da
che fu detto casale edificato è stata in economia ne mai spedita
Bolle in persona alcuna, nè dalla Sede Apostolica, nè anco dalla
Mensa Arcivescovale; e perch’esso economo dubbita non esser
molestato dalli comm(issa)rii Apostolici per la cerca di frutti di
d(ett)a Parochiale, quale non have altra entrada che la Decima delli
Citadini di detto Casale, supp.ca però a V. S. Ill.ma se degni
spedire Bolle necessarie in persona di esso Supplicante, che
l’haverà a gratia, ut Deus”. La supplica fu presentata
all’arcivescovo nel sinodo diocesano del 1625 e l’arcivescovo, preso
atto che il Monteleone nei sei mesi di amministrazione della chiesa
matrice di Santo Nicola “animarum curam laudabiliter et fructuose
gessit” e che “Populus p.tti casalis frequente et numerosus
existit”, premiò il curato e, costituendo la chiesa di Cotronei in
chiesa arcipretale rurale, lo nominò primo arciprete della stessa.
Alla fine di maggio del 1632 l’arciprete Monteleone che, come si
legge in una relazione dell’epoca, “vive di decime et elemosine”,
lascerà la chiesa di Cotronei per quella di S. Giovanni Minagò,
essendo morto l’arciprete Gio. Francesco Florillo; a lui seguirà
l’arciprete Hiacinto Virga nativo di Cotronei.
Descrizione delle cinque chiese nel 1625
“In questo luogo ci sono cinque chiese la matrice sotto il
titolo di S. Nicola, nella quale si ministrano li SS.mi Sacramenti
si celebra messa ogni giorno, nelli giorni festivi oltre la dottrina
christiana che si legge dopo il vespro nelle messe cantate si espone
moralmente il sacro vangelo e si insegna il populo a viver
cristianamente, Non tiene entrata ma solamente l’università dona al
cappellano Arciprete per potersi sostentare docati cinquanta et è
solamente una chiesa matrice et non più, del seminato al presente
non si può dar conto, mentre l’arciprete non partecipa in cosa
alcuna ma col tempo si darà.
(In quanto alle chiese sono cinque. La matrice dove si celebra messa
ogni mattina, e si amministrano li SS.mi Sacramenti si canta le
feste la messa s’espone moralmente l’Evangelo et l’ep.la et altre
parole per il popolo. si publicano le feste di precetto e si fanno
denuntie di matrimonii et alle volte si fanno monitioni di scomunica
et sentenza di quella et dopo il vestro si legge la dottrina
cristiana non tiene entrata alcuna ma solamente l’università dona
all’arciprete docati 50 per sustentamento di sua vita nella quale
chiesa c’è la confratanza del SS.mo Sacramento con docati 12
d’entrata vestita con habito azurro et la confratanza del SS.mo
Rosario con habito bianco senza entrata, non hanno ne..............)
La chiesa della Nunziata alias S. Sofia iurepatronato della Ill.ma
Sig.ra Baronessa con docati trenta d’entrata.
S. Rocco similmente iurepatronato dell’istessa Sig.ra con altri
docati trenta d’entrata.
La confratanza del SS.mo Sacramento con habiti di color azurro.
La Confratanza del SS.mo Rosario con habiti bianchi dentro la chiesa
matrice.
La confratanza della SS.ma Nunziata dentro S.ta Sofia con habiti
bianchi senza constitutione, o osservanza alcuna, solamente alcune
volte vengono alla processione cioè il giorno del SS.mo Sacramento,
e quella del Rosario alcune volte va ad accompagnare li morti.
Il numero di preti e clerici e l’arciprete et dui altri sacerdoti
cappellani delli d.ti iurepatronati e sette clerici in minoribus, un
commissario di feste et un jacono selvaggio e godono l’immunità di
quelle robbe delle quali hanno donatione e sono loro proprie.
Monache vizoche non ce ne sono altro che una in casa della Sig.ra
Baronessa dell’habito di S. Fran.co d’Assisi.
Non ci sono hospitali solo che nella Nuntiata c’è attaccata una
casucciola che non ha forma di ospedale ne tampoco nelle
confraternite c’è congregatione o esercitio alcuno ma stanno così
per forma. Il Monasterio di S. Marco di frati agustiniani.
Ancora la chiesa di S. Maria del Carmine iurepatronato delli Gangali
con docati trenta d’entrata, con una messa il giorno, e con ogni
termine di riverenza le bacio le mani.
Dalli Cotronei a di 12 de Giugno 1625. D. Marcello Arciprete.”
Entrate e pesi delle chiese di Cotronei
L’invio della relazione sullo stato delle chiese di Cotronei
inviata dall’arciprete non soddisfò l’arcivescovo, il quale ordinò
una descrizione più dettagliata.
“Molto Ill.mo et R.mo Signor mio.
Mando a V. S. Ill.ma li notamenti dell’entrate, delli pesi, nomi di
debitori et d’ogni altra cosa, che se possuta notare qui nelli
Cotronei nel miglior modo che è stato necessario. Cotronei a di 10
di Ap(ri)le 1628, D. Marcello mons. arciprete.
Santo Rocco, chiesa fondata dalla Sig.ra Baronessa have uno orto di
celsi dal quale le se ne riceve d’entrata anno quolibet docati
cinque 5-0-0.
Et anco tiene una casa dove sta il cappellano di questa chiesa. La
Sig.ra Baronessa fa celebrare due messe il di da due cappellani
quali tene apposta per tale effetto et non vi sono legati pii ne
nomi di debitori ma per l’anime de soi morti.
Nota di tutte l’entrate della cappella del Santissimo Sacramento
della cappella del SS.mo Rosario et della cappella di Colella
Gangale site et poste dentro la chiesa matrice delli Cotronei.
La cappella del Santissimo Sacramento tiene d’entrata docati dudici
et un carlino in questo modo: In primis la Sig.ra Baronessa paga
carlini venti 2-0-0. Salvatore Bua per una casa che tene a censo
1-2-10. Lucretia Cervino per censo di una vigna 1 -1 -10. Giovanni
Cervino per una casa tene censo 2-2-10 e rimasto per l’anno passato
carlini diece. Lionardo Grandinetto per censo d’una casa 1-4-0
resta debitore per l’anno passato car.ni dieci. Marcello Di Rose per
censo di uno orticello paga 1-0-0 è rimasto debitore per l’anno
passato car.ni sette. Fran.co Bua paga per censo di una vigna 2-0-0
resta a pagare per l’anno passato car.ni dudici.
Il procuratore di detta cappella ogni Domenica raccoglie per
elemosina quando doi, o tre carlini et alle volte quattro.
Li conti si sonno visti ogni anno et solamente Fran.co Venuti per la
amministratione sua dell’anno passato come procuratore e restato
debitore alla cappella in docati tridici 13-0-0.
Il procuratore di detta cappella fa celebrare una messa la settimana
et dona per elemosina docati quattro 4-0-0.
Fa la spesa per oglio et cera però non si po in questo esprimere
prezzo certo, perchè mi dicono , che quando sonno anni ventosi
consumano per oglio et cera et quando non regnano venti meno. Nella
stessa cappella si celebra una messa la settimana lasciata dal q.m
Andrea Virga con docati quattro d’elemosina. Dentro l’istessa chiesa
matrice vi è la cappella del Santissimo Rosario la quale ha docati
quattro dentrata cioe doi sopra una vigna detta il Catuso et doi
sopra una stalla chiamata lo spitale li quali si donano per
elemosina a quello che celebra la messa la settimana ancora vi è la
cappella di Colella Gangale con docati quattro d’entrata assignati
sopra certi celsi et fronde per li quali si celebra una messa la
settimana tutti questi non hanno legati pii oltre li già detti et le
messe si servono continuamente dal cappellano.
La chiesa del Carmine edificata et fondata dal q.m Pietro Gangale
della quale hoggi ne ha pensiero Vespasiano Gangale suo figlio ha le
prescritte entrate:
In primis tiene docati diece quali li paga per ciascheduno anno
Pietro Paolo Serra di Policastro 10-0-0.
Have anco de intrate ferale et inferale per tante fronde docati
cinque 5-0-0.
Tiene anco d’entrate docati sei per affitto di case 6-0-0.
have dippiù due bacche figliate un jencarone et dui vitellazzi.
Et nella stessa chiesa si celebrano tre messe la settimana. Io non
so se vi siano per obligo e per volunta loro come sempre mi hanno
detto però mando a V.S. R.ma la particola del testamento del q.m
Pietro Gangale fondatore di detta chiesa accio come persona
saviissima conosca l’obligo et non obligo perché io da per me non
posso discernere mentre il mondo è cossi intrigato qual obligo
tengono che da quando venne qui, che saranno quattro anni sempre si
sonno celebrate tre messe la settimana in detta chiesa. Paga uno
docato lanno a Santa Maria La Spina per legato di Giorgio Gangale et
carrini sei per la comparitione di santa nastasia et carrini setti
di censo alla Sig.ra Baronessa et carlini otto per cera.
La chiesa della SS.ma Nonciata teni dintrata carrini trenta cinque
in questo modo:
carrini venti per ollog.rio duna casa et carrini quindici per
unaltra.
Il procuratore di detta chiesa deductis oneribus et expensis ha in
suo potere docati otto et tre altri ne ha di ricevere da
particolari.
Il detto tene obligo di comprar oglio per le sante messe et cera per
servitio di detta chiesa et in questa chiesa la Signora Baronessa
tene uno cappellano che dice messa ogni giorno con trenta docati di
salario et una casa lasciata nel lultimo testamento di sua madre.

