[Il monastero di Sant’Angelo de Frigillo presso Mesoraca dal ripristino ]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 49-50/2001
Secondo il Fiore “Sant’Angelo di Frigillo in
Mesuraca fu chiesa semplice fondata l’anno 500, come appare da una
sua antichissima iscrizione”1. Monastero greco fu poi latinizzato
dai cistercensi della Sambucina2.
Era situato in diocesi di Santa Severina a due miglia da Mesoraca
“sulla cima del monte in amena valle”, nelle vicinanze dell’incrocio
di due vie pubbliche.
Durante l’occupazione aragonese fu dato dal papa in commenda assieme
a due altri monasteri dello stesso ordine cistercense: uno detto di
S. Maria della Matina, che era situato in diocesi di Bisignano, e
l’altro detto di S. Maria della Sambucina, in diocesi di S. Marco.
Il capo della commenda era il monastero della Matina e gli altri due
erano dette grange.
Per tale motivo ben presto andò in decadenza. Abbandonato dai
monaci, “cominciò patire ruine grandissime nelle fabriche, chiesia ,
ornamenti et commodità”3.
Gli abbati commendatari
Alla metà del Quattrocento ne era abbate Nicola de Liotta ma ,
evidentemente per compiacere al re Alfonso d’Aragona, il papa Nicola
V, accogliendo le accuse formulate contro l’abbate, di aver
dilapidato i beni del monastero e di aver commesso gravi misfatti,
lo rimuoveva e nominava abbate commendatario il cappellano del re,
il cistercense Giacomo Albarelli4.
Aveva così inizio il lungo periodo della commenda e con essa la
decadenza. Il monastero, o grancia, di Sant’Angelo de Frigillo sarà
concesso in commenda unitamente all’abbazia di S. Maria della Matina
ed al monastero, o grancia, di S. Maria della Sambucina,
ripristinando l’antico legame che univa i tre monasteri cistercensi.
Anticamente, infatti, il monastero di Sant’Angelo de Frigillo era
stato una grangia dell’abbazia di S. Maria della Matina, ma a causa
delle guerre e delle distruzioni, ne era stato separato5.
Morto Giacomo Albarelli seguirono gli abbati commendatari Francesco
de Soria, Marco Antonio Andronico6 ecc.
Nel 1473, al tempo che Giovanni era abbate dell’abbazia di S. Maria
de Matina, la chiesa di S. Angelo de Frigillo , che era membro e
grancia dell’abbazia, veniva nuovamente e temporaneamente separata e
concessa a Iacobo Garcez, che ne divenne abbate7.
Successivamente, nel giugno 1487, l’abbazia di S. Maria della Matina
era concessa da Innocenzo VIII al chierico napoletano Ferdinando
Caracciolo8.
Durante il Cinquecento i Caracciolo si succederanno nella commenda
dei monasteri uniti della Matina, Sambucina e Sant’Angelo de
Frigillo con Lelio, Fabio, Nicola Antonio e Carlo9.
Alla metà del Cinquecento il monastero di Sant’Angelo de Frigillo
dell’ordine cistercense, situato in diocesi di Santa Severina, già
da molti anni era stato abbandonato dai monaci ed era in decadenza.
Esso è così descritto:” Tutti gli edifici rovinarono eccetto la
chiesa e il dormitorio e nella chiesa non vi è alcun ornamento. Nel
dormitorio ci sono alcune stanze. Appena una volta alla settimana vi
si celebra la messa. In esso non ci sono monaci ma due sacerdoti
sono stati scelti per dire la messa. Questi a volte abitano nel
monastero ma quasi sempre nella città volgarmente detta Mesoraca. Le
rendite annue del monastero ascendono a circa 1000 ducati”. Allora
ne era commendatario il napoletano Carlo Caracciolo, il quale aveva
in commenda oltre al monastero di Sant’Angelo anche altri due
monasteri cistercensi: quello di Santa Maria della Matina, che dava
una rendita annua di 3000 ducati e quello di S. Maria della
Sambucina, con una rendita di 1000 ducati10.
Il ritorno dei monaci
Nel 1570 il Caracciolo per obbedire agli ordini papali, che
imponevano la riapertura dei monasteri, il ritorno dei monaci,
l’introduzione del culto divino ed una sufficiente dotazione con
assegnare “la 4° parte delli frutti dove la mensa abbatiale è
separata, dove poi sia comune la 3° parte in restoratione delle
fabriche compra dell’ornamenti e reparatione”, si accordò con
l’abbate generale dell’ordine cistercense Girolamo Sicherio, poi
cardinale di Chiaravalle, per fornire una rendita sufficiente per i
tre monasteri; cosa che nei fatti avvenne in minima parte. L’accordo
prevedeva che i monaci godessero di un contributo annuo di ducati
320, provenienti dalle entrate dei beni abbaziali, situati nei
luoghi più vicini ai monasteri con la condizione che il numero dei
monaci per il funzionamento dei monasteri fosse fatto dall’abbate
generale e dai superiori dell’ordine. I superiori dell’ordine
cistercense assegnarono al monastero di Sant’Angelo de Frigillo una
rendita annua di ducati 100 con la condizione che di questi ducati
100 il monastero ne pagasse 20, anche a nome e parte dei due
monasteri della Matina e della Sambucina, al Capitolo Generale
dell’ordine cistercense. I 100 ducati dovevano essere versati ai
monaci il primo settembre di ogni anno da coloro che prendevano in
fitto i terreni dell’abbazia situati in territorio di Mesoraca, dove
era sito il monastero. Gli affittuari dei beni del monastero
tuttavia quasi mai rispettavano l’obbligo. Così il mancato
pagamento, o il suo ritardo, creava di continuo difficoltà ai pochi
monaci, che non potevano compiere le spese per il vitto ed il
vestiario per fronteggiare il vicino inverno, tanto da costringerli
a volte ad andare a questuare, tralasciando il culto divino.
In seguito la commenda fu conferita al prete Ottavio Belmusto. Il
Belmusto ne era in possesso già nel 1582, come risulta da un atto
col quale Agostino Belmusto, in qualità di procuratore del fratello
Ottavio, si interessava dell’arrendamento della grancia di S. Angelo
de Frigillo, che veniva in quell’anno data in fitto al cosentino
Ottavio Parise11. Poiché continuavano i malumori dei monaci, sempre
in questi anni, il 16 agosto 1584, era stipulato un ulteriore atto
di convenzione e concordia tra il procuratore generale dell’ordine
cistercense ed il Belmusto12. In vigore di tali accordi era ripresa
la vita monastica nel monastero di S. Angelo, tanto che nel 1589 vi
sono segnalati quattro monaci dell’ordine cistercense13. In una
relazione della fine del Cinquecento il monaco cistercense Cornelio
Pelusio Parisio descrive l’abbazia di Sant’Angelo. Essa è situata in
un luogo ameno tra i monti soprastanti Mesoraca. L’abbazia, alla
quale erano stati assegnati due monaci, il priore ed un converso,
era circondata da orti e boschi dove predominavano il castagno, il
ciliegio e gli alberi silvestri. Sul luogo scorrevano copiose e
limpide acque sorgive con le quali i monaci irrigavano le
piantagioni. Vicino e sottostante il fiume animava i mulini del
monastero e dei cittadini. Attorno al convento i monaci possedevano
un territorio ricco di alberi da frutto, che seminavano e
coltivavano; esso non era molto esteso, in quanto quasi tutto il
terreno adiacente era detenuto dall’abbate commendatario. L’abbazia,
assieme a quelle della Matina e della Sambucina, era in commenda al
vescovo di Aleira, il genovese Ottavio Belmusto. Le tre abbazie
rendevano ogni anno all'abate commendatario circa 4000 ducati,
quella di Sant'Angelo da sola quasi 1500. Dopo che il monastero era
stato abbandonato dai monaci i lecci e gli altri alberi selvatici
avevano deturpato le fabbriche claustrali ma con il ritorno dei
monaci il luogo aveva ricominciato ad assumere l’immagine abbaziale;
tuttavia c’era ancora bisogno di molti lavori, sia nella chiesa che
negli edifici abitati dai monaci. La chiesa, infatti, d’inverno era
invasa dalle acque pluviali, che penetravano dal tetto, che era
tutto scoperchiato. Non aveva libri; vi era solamente un vecchio
messale romano tutto consunto e corroso. L’interno era spoglio e
privo di immagini sacre; solo sull’altare maggiore vi era un
vecchissimo quadro che raffigurava la Vergine Maria con l’arcangelo
Michele e San Benedetto. Conservava tuttavia numerose reliquie, che
si erano miracolosamente salvate dalla dispersione, in quanto erano
rimaste nascoste dentro la parete dietro l’altare14 , ma era
sprovveduta di ogni indumento e suppellettile. Si celebrava la sua
festa nel giorno di Pasqua con molta devozione e partecipazione
popolare. Il relatore nel mentre esalta la bellezza e la floridezza
del luogo evidenzia lo stato pietoso in cui si trovano il monastero
ed i monaci a causa delle poche rendite, la cui riscossione inoltre
è resa conflittuale, difficile ed aleatoria dall’abbate
commendatario e da coloro che hanno in fitto le grandi proprietà
abbaziali. I contrasti tra l’abbate commendatario ed i monaci
perdurarono tanto che il 5 gennaio 1605 il papa Clemente VIII
ordinava al vescovo di S. Marco di intervenire presso il Belmusto,
affinché si procedesse alla separazione della mensa claustrale da
quella del commendatario15. Con tale atto il monastero veniva
arricchito anche con alcuni beni da amministrare e ritornava ad
avere una sua, anche se piccola, vita economica autonoma.
Morto il cardinale Ottavio Belmusto il 7 novembre 1618 il papa Paolo
V conferiva la commenda al cardinale Scipione Borghese16 ed alla
morte di quest’ultimo Urbano VIII, il 6 luglio 1636 ne investiva
Mutio Brancati, o Brancaccio17. Due anni dopo il monastero, come
anche la vicina città di Mesoraca, subiva danni a causa del
terremoto: “ L’Abbadia di Sant’Angelo a Fringillo, antico e famoso
Monastero dei Padri di S. Bernardo dei Greci, fabbricato or sono
mille anni e più; posto sulla cima del monte in amena valle, ancor
che fusse dai fieri morsi del tempo acerbamente roso … col terremoto
del 27 marzo si conservò intatto, ma con quello degli 8 di giugno fu
poco meno che abbattuto..”18.
Il monastero a metà Seicento
Con la creazione della mensa conventuale i monaci oltre a poter
contare sui cento ducati annui , che provenivano da coloro che
prendevano in fitto la grancia, cominciarono a raccogliere anche i
frutti provenienti da piccoli terreni situati vicino al monastero;
terreni che essi stessi amministravano e coltivavano ed il cui
prodotto, nella maggior parte dei casi, serviva ad integrare il loro
vitto.
Le proprietà del monastero, così come si rileva dalla relazione
fatta il 10 marzo 1650, in esecuzione della costituzione di
Innocenzo X, sottoscritta dal priore del monastero Gerolamo Caputo e
dai due sacerdoti cistercensi Ludovico Nicastro e Felice Benincasa,
erano formate da un castagneto, dall’antico diritto di esigere “un
porco per carnata” sui porci che pascolavano le castagne sia del
monastero che dell’abbate, da un orto e da una vigna, situati presso
il monastero, che fornivano verdure e vino per la mensa dei monaci,
e dall’affitto del bosco detto “Le vigne delle timpe”, che di solito
era concesso a pascolo ai caprai.
Vi erano poi i ducati dieci che versava ogni anno il duca Altemps,
feudatario di Mesoraca, come da accordo dopo la lunga lite che aveva
visto di fronte il monastero ed il duca per i diritti sul territorio
detto “Le macchie”, ed infine il ricavato delle elemosine, tra le
quali quella del sale, concessa dal re sulle saline regie.
All’entrata annua di circa 120 ducati faceva da contrappeso
l’uscita, che i compilatori stimavano ammontare a circa 150 ducati,
quindi il monastero, secondo questi calcoli aveva subito negli
ultimi cinque anni mediamente un passivo di circa 30 ducati annui.
Tolta però la somma spesa straordinariamente per riparare la chiesa,
il monastero e per l’acquisto di una nuova campana, si poteva dire
che le entrate e le uscite si eguagliavano.
La maggior parte delle spese andava per il vitto ed il vestiario
delle tre bocche che abitavano il monastero, cioè il priore Geronimo
Caputi di Mesoraca, il sacerdote Gioseppe Valentino di Scigliano ed
il serviente secolare Marc’Antonio Militi di Mesoraca, che da sole
incidevano per oltre il 50%, comprendendovi in essa anche le spese
di ospitalità (“li passagii, allogi et hospitat.ni così di religiosi
come di forastieri”).
Seguivano poi i contributi all’ordine cistercense (al Padre
Provinciale Generale, alla Cassa Comune della Congregazione, per la
celebrazione del Capitolo e per la visita ai Superiori) che
rappresentavano un sesto delle uscite.
Infine c’erano le spese per far coltivare la vigna e per
imbottigliare il vino (spese per “botti, tine e loro acconci”),
quelle “ordinarie” di gestione domestica ( “biancherie et altri
mobili di casa, vasi, robe di tavola e di cucina et simili”) e di
risanamento degli edifici (“mantenimento delli tetti del monastero,
porte, finestre et altri acconci”), quelle per il culto ed infine le
spese per il “barbiero” e la “lavandara”.
Gli estensori della relazione annotavano che l’antica chiesa che era
“di lunghezza palmi centoquindici con la sua proportionata
larghezza” era “rovinata e diruta” e che i monaci l’avevano
abbandonata e “con le loro proprie fatiche” ne avevano costruita una
nuova molto più piccola sulle rovine del monastero. La nuova era di
“palmi trentasei di lunghezza con proportionata larghezza”, ed in
essa celebravano i divini uffici e le messe e vi si custodivano le
molte reliquie di santi.
Anche il monastero era stato in parte riedificato. Esso era composto
da una sala, quattro camere, la cucina, la dispensa ed alcune
officine19.
La soppressione
Il 15 ottobre 1652 diveniva esecutiva la costituzione
innocenziana, riguardante la soppressione dei piccoli conventi con
meno di sei soggetti o con rendite insufficienti. In esecuzione di
tale atto veniva soppresso il monastero di Sant’Angelo di
Frigillo20. La piccola comunità monastica cessò e, non più abitato,
il monastero andò in rovina. Continuarono invece gli abbati
commendatari. Alla morte di Mutio Brancaccio la commenda passò nel
1664 a Stefano Brancaccio ed alla morte di costui fu conferita nel
1690 al cardinale Nicola Acciaioli. Seguirono il cardinale Francesco
Antonio Fini, Francesco Cotogni ecc.
Note
1. Fiore G., cit. , II, 376.
2. Per le vicende del monastero in età medievale vedi Pratesi A.
Carte latine di abbazie calabresi, Città del Vaticano 1958; Russo
F., Regesto Vaticano (541), (558) e sgg.
3. S. C. Stat. Regul. Relationes, (1650) 16 , Riformati San Bernardo
(Cistercensi), ff. 94-96, ASV.
4. Russo F., Regesto III, (11232), (11388).
5. Russo F., Regesto III, (11490).
6. Russo F., Regesto III, (11918), (12033).
7. Russo F., Regesto III, (12189), (12217).
8. Russo F., Regesto III, (13083).
9. Russo F., Regesto III, (14331) sgg.
10. Status monasteriorum Cist. Ord. Ex Visitatione an. 1569, Conc.
Trid. 2, f. 118, ASV.
11. Conti E., L’abbazia della Matina, ASCL 1967, p. 29.
12. De Leo P., Certosini e Cistercensi nel Regno di Sicilia,
Rubbettino 1993, p. 201.
13. Così è descritta Mesoraca nella relazione del 22 marzo 1589
dall’arcivescovo di S. Severina Alfonso Pisano: “Mesoraca è terra di
tre milia e cinquecento anime, lontana da S. Severina diece miglia,
posseduta dal nepote dell’Ill.mo S.r Cardinale Altaemps. Ha sei
parocchie con la cura pur distinta per famiglie, e due di quelle
sono molto diminuite per essere estinte le famiglie. Vi è
l’arciprete e cantore con diciotto preti. Fra le confraterie è
quella del S.mo Sacramento con le sue indolgenze, qual’essercita
l’hospidalità, et altre opere pie. Vi sono tre conventi, uno di
frati predicatori, uno di capuccini, et uno di frati minori
riformati dell’Osservanza, et in questo luogo hebbe principio in
Calabria la detta riforma. Fuora della terra è il monasterio di S.
Angelo di Fringillo di valuta di ottocento, o mille scudi l’anno,
servito da quattro monaci dell’ordine cistercense, et è grancia
della Badia della Matina sita nella Diocese di S. Marco, qual
possiede l’Abbate Ottavio Belmosti genovese”, Rel. Lim. S. Severina.
1589, ASV.
14. Il reliquiario comprendeva: “Costa sancti Blasii martiris.
Mandibula inferior sancti Nicolai de Tolentino. Reliquiae capillorum
sanctae Mariae Magdalenae. Reliquiae ossis et pellis sancti
Bartholomaei apostoli. De ossibus sancti Remigii episcopi. Costa
sancti Leonardi. Dens molaris sancti Nicolai episcopi. Reliquiae
sancti Stephani protomartiris. Reliquiae sanctorum Cosmi et Damiani.
Reòliquiae sancti Sebastiani martiris. De ossibus sancti
Pantaleonis. De lapide sancti sepulchri. Costa sancti Laurentii
martiris. Reliquiae sanctorum Innocentium. Reliquiae sancti Martini
episcopi. Costa sancti Viteliani episcopi et martiris. Reliquiae
sanctorum Viti et Modesti”. Secondo l’estensore non era da tacere
che anticamente tra le numerose reliquie vi era anche il braccio di
Sant’Anastasia Vergine e Martire, che da quel luogo, dove sorgeva la
chiesa dedicata alla santa, fu poi trasportato nella chiesa
arcivescovile di Santa Severina, De Leo P., Certosini cit., pp.
198-201.
15. Russo F., Regesto, V (26119).
16. Russo F., Regesto, VI (28066).
17. Russo F., Regesto, VI (32161).
18. Utius De Urso, Terremoti nella Calavria in Boca G., Luoghi
sismici di Calabria, Grafica Reventino 1981, p. 222.
19. S. C. Stat. Regul. Relationes, (1650) 16 , Riformati San
Bernardo (Cistercensi), ff. 94-96, ASV.
20. Fiore G., cit., II, 376.

