[Il santuario di Sant’Anna di Massanova]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 5-8/2001
La località, ricca di sorgenti e d’acque, che
scendendo dai valloni, confluiscono alimentando l’Esaro, fu
prescelta fin dall’antichità come luogo di culto legato alla
fertilità. I recenti numerosi rinvenimenti testimoniano la presenza
di un edificio sacro d’epoca magnogreca (V- VI a.C.).
Il santuario
L’esistenza di un santuario, dedicato alla patrona della
maternità, delle partorienti e della fecondazione, vale a dire
Sant’Anna, è documentata già poco dopo il Mille.
Nei privilegi, che secondo i vescovi di Isola erano stati donati dai
regnanti normanni, vi era quello concesso al vescovo Luca dal re di
Sicilia Ruggero II nell’anno 1145 (6653). Tra i luoghi sacri sotto
giurisdizione vescovile, troviamo il monastero, o chiesa, di San
Giovanni di Massanova con i suoi privilegi e proprietà. Nella
descrizione dei confini della tenuta signorile così si esprime il
documento “ a principio venae descende.s usq. ad aquam labrica., et
de inde vadit per cristam cristam fundentem usq. ad ecclesiam Santae
Annae et similiter per cristam usq. ad vallonum et de inde descendit
per vallonum ipsum usq. ad molendinum…”1. Anche se l’atto è scarno e
la sua autenticità è dubbia, esso, nel tracciare i labili termini di
questa possessione, mette in evidenza che la chiesa di Sant’Anna,
allora di rito greco, pur essendo situata presso i confini, era una
“obbedienza” del monastero di San Giovanni di Massanova. Sul finire
del Duecento “Sanctus Ioannes de Massa nova” è uno dei tanti piccoli
villaggi agricoli del Giustizierato di Valle di Crati e Terra
Giordana2. In seguito tra le terre soggette al marchese di Crotone,
Nicola Ruffo, e poi alla figlia Errichetta, compare il casale di
Massanova. Esso sarà confiscato al marchese di Crotone Antonio
Centelles dopo la sua sconfitta.
La gabella Sant’Anna
Durante il Medioevo il vescovo di Isola continuò a possedere
nella località le due gabelle di Santa Anna e di San Giovanni di
Massanova. Nel Cinquecento esse saranno cedute con contratto
enfiteutico al feudatario di Massanova, il quale, a sua volta, si
impegnerà a versare alla chiesa di Isola un’annua quantità di
frumento.
Nella seconda metà di quel secolo le due gabelle fanno ormai parte
delle proprietà del barone di Massanova, che nel 1573 pagava un
censo enfiteutico di salme 11 di grano al vescovo di Isola Annibale
Caracciolo. L’anno dopo sono citate, in un atto di concordia tra il
barone di Massanova Ottavio Lucifero e Giovanni Ferdinando
Barricellis, relativo al pagamento dell’annuo censo enfiteutico al
vescovo di Isola3. Allora del monastero di San Giovanni di Massanova
non c’era più memoria, mentre esisteva ancora il casale di Massanova
(con la sua chiesa dell’Annunziata), che si estinguerà alla metà del
Seicento. La piccola chiesa rurale di Sant’Anna, soggetta al vescovo
di Isola, invece continuò ad esistere nel “loco dicto Sanctae Annae”
della baronia del feudo spopolato di Massanova, situato in diocesi
di Isola4. Il feudo verrà dal Lucifero ceduto ai Firrao e da questi
venduto nel 1618 a Marcantonio Doria. I principi Doria, baroni di
Tacina e Massanova, ne avranno il possesso fino all’inizio
dell’Ottocento5.
La costruzione della nuova chiesa
Il vescovo di Isola in quanto possessore e patrono della chiesa
vi eleggeva il procuratore, il quale, a metà Settecento, per sua
provvigione si tratteneva dalle entrate della chiesa due ducati ogni
anno. Furono procuratori della chiesa di Sant’Anna: l’arciprete di
Isola Francesco Antonio Vajanelli (1745 – 1753), il decano di Isola
Filippo Poerio (1754 –1756), il primicerio di Isola Bruno Carcea
(1756 –1758), il canonico Valentino Murgante (1758 –1770), il
canonico Antonio Inglese (1770 – 1772) ed infine nuovamente il
canonico Valentino Murgante (1772 –1784) 6.
Durante l’amministrazione della procura, iniziata il 15 ottobre 1745
e terminata il 31 dicembre 1753, dell’arciprete Francesco Antonio
Vajanelli, eletto dal vescovo di Isola Pietro Alessio de Majo
(1722-1749), ebbe inizio la costruzione di una nuova e più ampia
chiesa, vicino e soprastante l’antica “chiesola”. Il vecchio
edificio, infatti, oltre ad essere angusto, era stato danneggiato
durante 1744 dalle continue piogge e dal terremoto che dal 21 marzo,
con repliche, aveva scosso violentemente il Marchesato. Cessato il
flagello delle piogge e delle scosse, con i soldi dati da Giovanni
Le Rose nella terza domenica di maggio del 1746 alla fiera di S.
Janni, il Vajanelli comprò un calice d’argento per la nuova chiesa,
spendendo ben 13 ducati. Ai primi giorni di luglio dello stesso anno
cominciavano i preparativi per dare avvio alla nuova opera. Era
riattivata una vecchia calcara e mentre, con carri e cavalcature, si
trasportava sul luogo pietra , calce, arena ed acqua, procedeva lo
scavo delle fondamenta. Lunedì 18 luglio 1746 il Vajanelli annotava:
“...si principia la fabrica della nuova chiesa per S.a Anna, che
c’andai io di persona e vi posi alcune reliquie in specie quelle
d’Innoc. XI e fu nel pontone di mano destra a lato della porta di
d.a chiesa, che vi buttai ancora diversi reliquie con denari”. Tre
fabbricatori e quattro discepoli procedettero per alcuni giorni nei
lavori, ma prima della festa della santa tutto si fermò. Il primo
aprile 1747 l’arcidiacono Giovanni Caracciolo, razionale eletto per
la revisione dei conti della procura della chiesa, dopo aver
confrontato le entrate e le uscite, osservò che restavano in mano al
procuratore circa 50 ducati, inoltre molte offerte e voti erano
detenuti ed usati da diverse persone, senza alcun utile per la
chiesa. Egli perciò invitò l’arciprete a riscuotere, a recuperare ed
a procedere alla vendita, in modo da poter utilizzare il denaro per
il costruendo edificio. Sollecitato, l’arciprete l’otto aprile
seguente incaricava Francipane, Caccuri, Puerio e Franco a fornire
nuovamente pietra e arena ma solamente il 29 maggio, sotto la
sorveglianza di Giuseppe Luise, tre mastri fabricatori e cinque
discepoli (Masciari, Greco, Napoli, Catanè e suo figlio)
riprendevano i lavori alla fabrica. Nel frattempo era iniziata la
costruzione di una nuova calcara ed erano state portate sul luogo
numerose tavole e “tijlli”. Si arrivava così al 29 giugno, quando i
due mastri Masciari e Paula alzavano “li pedamenti della lamia seu
nel choro”, ma subito dopo i lavori si arrestavano nuovamente e
rimanevano fermi per parecchi mesi. Il 18 giugno 1748 i razionali
eletti dal visitatore apostolico della città e diocesi di Isola, il
vescovo di Umbriatico Domenico Antonio Peronacci, ordinavano
nuovamente al Vajanelli di darsi da fare per rientrare in possesso
dei molti beni votivi, dati a credito a diverse persone, e di
convertirli in denaro “tanto più, che si sta in atto di fabrica, la
quale verrebbe più sollecitata alla perfettione, qualora ci fusse il
comodo, ed acciò via più si aumenterebbe la divozione del Popolo non
men di questa città, che dei paesi convicini, che mossi
dall’assistenza all’avanzi di d.a chiesa, non mancarebbero
soccorrere colle loro elemosine ed aggiustare la perfettione e
complire dell’incominciata chiesa”. Essi, inoltre, richiamavano il
procuratore ad essere più solerte ed a prestare maggiore “diligenza
ed attenzione che quando li perverrà certa notizia ed esibizione di
alcuni voti fatti da forastieri ad essa Venerabile Chiesa, non
trascuri con sollecitudine mandare persona puntuale da farsino
l’istrumento, giache osserviamo che col tratto del tempo sole
mutarsi l’intenzione de votanti ed adducono per scusa che non ci è
stato a chi consegnarla”. Da ultimo, poiché le entrate risultavano
inferiori a quelle reali e le spese gonfiate a dismisura, invitavano
il procuratore a farsi l’esame di coscienza. L’arciprete replicava
che da alcuni debitori non c’era speranza di riscuotere, come
dall’agente della baronia Boccardi, il quale tratteneva un somaro,
dal signor Siciliano, che era in possesso dei cupelli, dal fu
canonico Golino, che aveva avuto una somara, e dal signor Musitano,
che doveva tomoli 18 di grano. Aggiungeva poi, a prova del suo
impegno, “che io me c’ho litigato più volte per esigerli, e perciò
non posso fare miracoli”. In verità il Vajanelli continuò a far
orecchi da mercante e solo all’approssimarsi della festa avviò i
lavori, facendoli andare avanti fino alla fine dei festeggiamenti.
Durante tale periodo venivano portati numerosi cantoni lavorati e
tavole per le due porte, l’arco della chiesa e per la sacristia.
L’attività riprenderà di nuovo il 12 agosto per nove giornate e
quindi si lavorò solo dal 13 ottobre al 4 novembre. Iniziava il
1749, passavano i giorni e tutto rimaneva fermo. Il 5 maggio 1749,
per dimissioni di Pietro Alessio de Majo, veniva eletto vescovo di
Isola il napoletano Giuseppe Lancellotti (1749 –1766) dell’ordine
dei minori conventuali che, tramite il suo vicario, il primo luglio
dello stesso anno confermava procuratore della chiesa di Sant’Anna
il Vajanelli. Con l’arrivo in sede del nuovo presule le cose
cambiarono. Dalla revisione dei conti, fatta nel febbraio 1750,
risultò che il Vajanelli, oltre ad essere debitore verso la chiesa
di Sant’Anna di oltre 70 ducati, doveva rispondere anche di numerosi
oggetti votivi, che da anni risultavano invenduti. Il procuratore,
messo alle strette, portò a sua discolpa la difficoltà del vendere
ed ancor più del riscuotere ed aggiungeva che in quanto a “quelli
poi, che non vogliono pagare, S.a Anna l’habbia a memoria, perché io
non posso fare miracoli”. L’arciprete, tuttavia, si accorse che il
vento era cambiato ed i lavori di costruzione, che prima
proseguivano a rilento e con lunghe interruzioni, con la scusa che
mancava il denaro, ora procedevano spediti ed in modo continuo. Le
entrate della chiesa, come per un miracolo, erano quasi triplicate.
Sul finire del 1750 l’edificio era già arrivato al tetto e col nuovo
anno si cominciava la copertura, come dimostrano i numerosi acquisti
ed i pagamenti per la messa in opera di tavole, travi, legname,
tijlli e ciaramidi. Lo stesso vescovo, per rendersi conto di persona
ed accelerare i lavori, si recava quasi ogni anno col calesse in
visita alla costruzione. Sul finire del 1751 maestri carpentieri di
Sersale costruivano le capriate ed erano impegnati nella
soffittatura e sul tetto; altri mastri lavoravano a rifinire le
porte e le finestrelle della chiesa ed a far la scala e la porta
della camera sopra il coro. Il tetto era ormai completo e sopra la
copertura si elevava la croce di ferro con la ventarola. Durante
l’anno seguente si abbelliva la facciata e l’ingresso principale
della chiesa, usando cantoni lavorati e tavole di castagno per il
portale e ponendo davanti ad esso altri cantoni lavorati. Iniziava
la costruzione del nuovo altare e delle vetrate, mentre cominciavano
ed andavano avanti anche i lavori alla vicina torre, o campanile,
con la costruzione della porta e delle finestrelle. In attesa che
venisse completata la torre, sopra la chiesa batteva una “grossa”
campanella. Questa era appartenuta alla cappella dell’Icona Greca ed
era stata data dal beneficiato della cappella, Don Francesco
Talarico, in cambio di una più piccola, comprata con i denari di
Sant’Anna. Si incominciò anche ad arredare l’interno della chiesa,
comprando dalla confraternita dell’Immacolata di Crotone una
preziosa cappella di legno indorata con oro fino. Mentre la chiesa e
le camere venivano intonacate, imbiancate ed arredate, due mastri ed
un manipolo costruivano l’altare ed altri lavoratori sistemavano le
due vetrate del coro con i loro 25 vetri. Anche la chiesa piccola
era riparata e munita di una campanella e di una “mascaturella per
la vitriata della cappella”, dove c’era il quadro della santa. Il 18
marzo 1754 il vescovo Lancellotti visitò la chiesa e visionò la
platea. I conti sembravano in ordine, infatti ai circa 182 ducati di
entrata corrispondevano 174 di spesa, e la chiesa era completa.
Tuttavia il presule fu turbato e si adirò tanto da fare stilare nel
corso della visita una severa reprimenda contro il procuratore. In
essa si prendeva a pretesto il fatto che di molti beni non c’era
traccia nel libro contabile e si evidenziava che comunque era in
beneficio della chiesa di Sant’Anna “tutto quanto di esistente si
attrova in potere tanto di esso R.do Procuratore, che di altri,
tanto se fusse danaro, comesse, oro, argento, rame, animali di
qualsivoglia sorte, e specie majorca, grano, orzo, fave, lino,
tavole, ferro ed ogn’altra cosa, che in pro della medesima andasse,
tanto di quelli annotati nello presente libro, quanto delle robbe
non già annotate.” Non passarono molti giorni che il Vajanelli per
“indisposizione” lasciava. Il 30 marzo 1754 il Lancellotti nominava
il nuovo procuratore, il decano Filippo Poerio, obbligandolo però,
“con patto espresso, ed inviolabile, che subito, subito, subito si
levi la camera sopra l’altare magiore, o si levi il pavimento di
detta camera e resti quel che ora è camera come se fosse una cupola,
diroccandosi la scala di fuori, che non apparisca vestigio alcuno di
detta scala. Questo lo raccomandiamo in virtù dello Spirito Santo e
per Santa Ubidienza volendo in tutti i conti, che subito si levi
detta camera, subito, subito, subito. Assicurando il Sig.
Procuratore, che farà cosa grata a Dio e darà a Noi una somma
consolazione ed alleviamento di coscienza quanto più presto si
leverà, tanto più noi lo ringraziaremo non potendo tollerare che sia
la detta camera sopra l’Altare ove discende un Dio e Dio sa che si
potrebbe succedere di sopra essendoci detta camera”. Appena
nominato, il decano si mise all’opera per esaudire le sollecitudini
del vescovo e cominciò a fabbricare l’arco della chiesa ed a far
riassestare la scala in modo da levare l’inconveniente della camera
situata sopra l’altare, che era stata costruita dal precedente
procuratore per suo comodo e per “altri che assister devono nel
giorno della festa e di ogni altra persona decorata che si porta per
sua divozione in detta chiesa”. Quindi tolse la cappella della
santa, che si trovava dentro l’arco ed era al di sotto della camera,
e la spostò fuori dell’arco. Risistemò l’altare, lo fornì di un
gradino di tavole e fece fare dei sedili a lato per i sacerdoti.
Quindi incaricò il pittore catanzarese Domenico Leti di dipingere un
avanti altare ed il soffitto. Quest’ultimo era composto da 80 tavole
“comprate per servizio e comodo dello pittore, che pittò per pura
divozione del signor Barone di Majida di Cutro”. La chiesa fu
fornita di un apparato di candelieri, fiori ed altro, comprato dal
vescovo a Napoli, di un altro apparato di fiori acquistato dai
romiti a Cirò, di un’acquasantiera di marmo, fatta venire dal
vescovo da Napoli e pagata con i soldi della chiesa e di un’altra
fatta venire da Strongoli. Fu arredata con confessionali, sedili,
sedie e “stipi”. Fu inoltre costruito il sepolcro con la sua lapide
e rifatto il gradino dell’altare in cantoni. Anche la camera, che
era stata oggetto dello scandalo, fu resa più accogliente ed
arredata con sei sedie grandi, fatte venire da Policastro. La
procura del decano Poerio terminava il 30 aprile 1756 con una chiesa
rinnovata e completa in ogni sua parte. Seguiva la procura del
primicerio Carcea, durante la quale veniva costruita per ordine del
vescovo una casella, composta da una camera con le sue scale ed il
suo basso, che andò ad aggiungersi alla chiesa, alla chiesola alla
camera ed alle celle. Durante la procura del canonico Valentino
Murgante (1758 –1770) erano completati il nuovo campanile, o torre,
e la sacrestia. Nel 1758/ 1759 mentre mastri e manipoli sono
applicati al completamento della torre, si compera una campana a
Napoli. Essa viene trasportata via mare Crotone e da qui condotta a
Sant’Anna. A maggio 1760, “ a Dio piacendo”, si dà inizio alla
sacrestia sotto la guida del mastro fabricatore Domenico Cortese. I
lavori proseguiranno per tutto l’anno. Finita la costruzione dei
nuovi edifici, segue la manutenzione, l’arredo, i restauri e gli
abbellimenti. Secondo il vescovo Giuseppe Lancellotti che sovente la
visitava, accompagnato dai suoi servitori, dai chierici e dal decano
Poerio, essa si sosteneva per le numerose elargizioni di benefattori
e devoti alla santa e coll’aiuto di coloro che vi convenivano. La
chiesa era provvista di sufficienti suppellettili e di adatti
ornamenti. Durante la visita, effettuata all’inizio del 1762, non
mancò di lodare, sia la generosità degli offerenti che la solerzia
del procuratore. Ad entrambi il vescovo raccomandò di continuare ad
alimentare la cura e la venerazione7.
Proprio in quell’anno si dipinse il soffitto della sacrestia e si
riparò la torre. L’anno dopo si fornì la torre di un camino per fare
il fuoco. Seguono interventi di ordinaria manutenzione alle porte
della casella, alle finestre della torre, ai tetti delle chiese e
delle celle. La crisi economica ormai faceva sentire tutto il suo
effetto devastante. I lavori rallentarono ed il procuratore dovette
“pratticare il maggior risparmio che sia possibile nelle spese
occorrenti”. Durante la procura del canonico Antonio Inglese (1770 –
1772) si sistemano il tetto della chiesa e la sacrestia ed i due
mastri, Gio. Imperiale e Onofrio Venturi, coadiuvati da otto
manipoli, lavorano per sei giorni a sistemare la torre. Il 3 maggio
1772 il vescovo Angelo Monticelli (1766 – 1798) nominava procuratore
il cantore D. Valentino Murgante, incaricandolo di stringere i
debitori e di erogare il denaro per il riparo della chiesa, essendo
già stati commissionati i travi necessari a Antonio Jerimonti.
Durante la procura del Murgante (1772 –1784) i fratelli mastri,
Domenico, Luca e Vincenzo Cortese operano per cinque giornate a
“mettere travi alla torre, fare l’incannata, fabbricare finestre,
voltare la chiesa e fabricare la cavallera di detta torre e chiesa,
bianchire la chiesa, torre e sagristia e riattare le mattonate,
quagliare le porte”. Nel 1773 si commissiona un quadro con l’effigie
di Sant’Anna al pittore Vitaliano Alfì ed i mastri Domenico Cortese
e Annenio Anselmo sostituiscono nella torre la scala di legname con
una di cantoni. Nonostante che gli interventi siano per la maggior
parte diretti verso la nuova costruzione, non si tralascia l’antica
chiesola, o “chiesa piccola”, detta anche “di sotto”. Il primo
maggio 1774 nel confermare il Murgante, il vescovo Monticelli gli
ordina “di mettere in maggior polizia la chiesa di sotto, e munirla
d’una buona porta”. Ordine subito eseguito, come dimostra l’acquisto
di una porta di castagno, tavole, pedarelli, dobroni, anelletti,
maniglie, passaletti, chiodi e mascatura. Dopo il terremoto del 1783
e poco prima della soppressione, nel marzo 1784 i mastri Domenico
Gallo ed Antonino Ventura, aiutati dai manipoli Francesco Carbone e
Gaetano Messina, sono ancora al lavoro per “voltare la chiesa,
mettere due travi alla chiesa piccola” e riparare l’abitazione dei
romiti.
La festa
Durante l’anno il procuratore faceva celebrare nella chiesa di
Sant’Anna numerose messe nei giorni domenicali ed in quelli festivi
per i benefattori, per i romiti e per i coloni, che abitavano e
lavoravano nelle campagne del territorio di Massanova. La maggior
parte, tuttavia, veniva celebrata nei giorni che precedevano, in
quelli della festa e nei successivi. Alla festa partecipavano molti
devoti provenienti soprattutto dai paesi limitrofi, cioè Isola,
Cutro e Crotone. Una carovana composta da più carri con relative
cavalcature partiva da Isola e trasportava a Sant’Anna i sacerdoti,
gli aiutanti e tutto ciò, che era necessario per i tre giorni della
durata della festa. Tra le cose essenziali vi era la polvere da
sparo, le cibarie e la neve. Arrivati sul luogo, si raccoglieva la
legna ed un cuoco allestiva il focolare per preparare il cibo per i
sacerdoti e gli assistenti. I due giorni di vigilia erano dedicati
ai preparativi: si accomodava e si abbelliva la chiesa ed il luogo
antistante, si costruiva la loggia dove ricevere i voti e custodire
gli animali ed iniziava la celebrazione di messe basse. Il 26
luglio, giorno dedicato alla santa, nella chiesa si avvicendavano i
sacerdoti per celebrare le numerose messe basse, le messe cantate e
la messa solenne, in soddisfazione delle numerose offerte dei
benefattori. Le messe in soddisfazione delle elemosine ricevute dai
devoti proseguivano anche nei giorni seguenti. Esse venivano fatte
celebrare dai capitolari e dai monaci del convento di San Nicolò di
Isola. Gli aiutanti raccoglievano le elemosine, vendevano le misure
di Sant’Anna e di San Bruno ed assistevano i sacerdoti. La festa
procedeva all’aperto, allietata dagli spari dei maschi e dalle danze
al suono di bifari e bifarelli e dei tamburi dei tamborinari di
Cutro e di Isola, che a gara percuotevano di continuo i loro
strumenti. Durante la festa si svolgeva la fiera con la
partecipazione di numerosi mercadanti. Due soldati spagnoli erano a
guardia della quiete pubblica. La festa perse importanza col passare
del tempo. Dai 50 ducati che, tra il 1746 ed il 1753, dava in media
ogni anno, scese negli anni tra il 1754 ed 1771 a 44 ducati e dal
1772 al 1783 a 38. Pur tuttavia essa rimase una delle entrate
principali della chiesa, rappresentando il 26 % delle entrate tra il
1746 ed 1753, il 43% tra il 1754 ed il 1771 ed il 37% tra il 1772 ed
il 1783. A dimostrazione che il culto della santa e la visitazione
della sua chiesa si restrinsero sempre più al giorno della festa.
Devoti e benefattori
Molti, ritenendosi colpiti dalla malattia o dalla sventura di
non avere figli, a causa di un castigo divino per una colpa ignota o
dimenticata, ricercavano l’aiuto della santa, rivolgendosi alla sua
chiesa, specie nel giorno della sua festa. Essi speravano di
ottenere la grazia della liberazione dalla colpa ed il ripristino
della sanità, offrendo come espiazione offerte e messe votive e
penitenza. La maggior parte era costituita da devoti e devote di
Isola, Cutro e Crotone, i quali offrivano soprattutto piccoli
ornamenti femminili in oro e argento, animali e prodotti del mondo
rurale. Non mancavano, però, le offerte in denaro: il marchese
Giuseppe Lucifero di Crotone nel 1763 donò ben 40 ducati, Saverio di
Majda di Cutro offrì 18 ducati da “applicarsi nella mattonata” da
farsi nella chiesa, un devoto di Umbriatico diede 15 ducati e grana
50, ecc. Molto veniva alla chiesa dalla questua annuale del grano,
dell’olio e degli agnelli. Il tutto doveva essere venduto e
convertito in denaro dal procuratore, il quale lo doveva utilizzare
per pagare le messe votive, riparare, arredare e mantenere la chiesa
e fare la festa. La maggior parte delle offerte proveniva da devoti
dei paesi limitrofi, ma non mancavano benefattori di paesi lontani.
Il duca di Santa Severina regalò cera bianca e denaro contante, il
principe di Massanova diede in elemosina il dì della festa sei libre
e once 7 di cera, il principe di Cerenzia del denaro, Gio. Natale di
Crucoli una giovenca, Galzarano di Mesoraca e Gio. Domenico Pittella
delle Castella del denaro, il chierico Arcangelo Bruno e la sorella
di Crucoli un annicchio, Nicola Patrice di Crucoli una giovenca, un
corriero con i romiti fu mandato a Umbriatico per prendere in
consegna un giovenco dato in voto da una persona di quella città,
una giovencarella fu offerta da uno di San Giovanni in Fiore, dei
devoti di Umbriatico diedero denaro, massari di Rocca di Neto e di
Strongoli del grano, Francesco Russo e mastro Saverio Calendino di
Melissa due giovencharelli ecc. Altri offrirono materiali da
costruzione e giornate di lavoro. Antonio Tirimonti di S. Giovanni
in Fiore portò a Sant’Anna tre travi e tre tavole di castagno,
Tomaso Nicastro abbonò due carrate di calce, altri fornitori ne
diedero dodici, il signor Buchi regalò dieci tavole, un pittore
dipinse gratuitamente il soffitto della sacrestia, il mastro
fabricatore Domenico Cortese per devozione non volle pagate due
giornate di lavoro, ecc.
Oggetti votivi
Nelle offerte spiccavano gli animali, i prodotti dei campi e gli
oggetti in oro e argento. Per quanto riguarda la consistenza dei
primi, nel ventennio 1746 /1765, risulta dalle platee che i devoti
offrirono 27 bovini (11 giovenchi, 4 giovenche, 3 vacche, 4 buoi, 1
annicchio, un vitello, 2 giovencarelle ed un vitellaccio), 11 equini
(4 somare, 3 somari, 3 puledre ed un cavallo), almeno 14 suini (2
verri, 2 porcelle, un porcastro, 5 porcelli, 3 scrofe ed una
frisinga) e numerosi agnelli. Dalla loro vendita per ogni bovino si
ricavò in media 10 ducati, da ogni equino 3 e da ogni suino 2. Gli
acquirenti furono quasi sempre massari di Isola, spesso congiunti o
parenti del procuratore; a volte, specie i suini, furono venduti
alla fiera di Sant’Antonio.
Un altro prodotto, che contribuì alla formazione delle entrate della
chiesa, fu il grano. La maggior parte era offerta dai massari al
tempo del raccolto, quando i cercatori, o i romiti, facevano la
questua dell’aie in territorio di Isola e nei luoghi vicini,
regalando in cambio tabacco in polvere ed in corda, figurine e
“zagarelle seu misurelle” della santa. Se la maggior parte del grano
veniva raccolto al momento del raccolto attraverso la questua non
mancava quello offerto durante l’anno da singoli devoti assieme a
fave, orzo, cicercola, lana, lino, olio, cera rossa e bianca ecc.
Parte del cereale era venduto a massari di Isola, Crotone e Cutro,
ma il di più rimaneva nel magazzino del procuratore e nei sacchi dei
questuanti, i quali ne facevano un uso speculativo, dandolo di
solito in prestito alla semina ai massari con pagamento alla voce
del maggio successivo, quando il prezzo del grano era
particolarmente alterato. Poiché tutta la gestione del grano era
poco chiara e si prestava a frodi ed omissioni in danno della
chiesa, il vescovo Monticelli intervenne più volte. Dapprima, il 21
maggio 1771, ordinava al procuratore, il canonico Antonio Inglese,
di “invigilare con maggiore attenzione nella questua del grano” e
poi intimava, il primo giugno 1773, al successivo procuratore, il
cantore Valentino Murgante, di “abbadar meglio intorno alla questua
del grano”. Parole che caddero nel vuoto, perché sia per la crisi
economica, sia per il venir meno del culto, sia soprattutto per le
frodi dei procuratori e dei cercatori, anno per anno la quantità del
grano, che risultava offerta alla chiesa, diminuì tanto da ridursi
in poco tempo alla metà.
Un posto particolare, per la loro importanza ed il loro significato,
occupano i numerosissimi oggetti votivi in oro, argento e corallo.
Dal punto quantitativo essi rappresentavano circa un quarto
dell’entrate, da quello qualitativo indicano quanto fosse vivo il
culto verso la santa da parte delle giovani spose, che donarono la
cosa più preziosa e cara che possedevano: l’anello nuziale; spesso
il loro unico ornamento. La sola platea comprendente le entrate tra
il 15/9/1745 ed il 31/3/1747 enumera la vendita, dopo essere stati
apprezzati dall’orefice Vitaliano Bonfante, di ben 30 oggetti
preziosi. Ma nello stesso tempo si ha notizia, che almeno altri 12
sono invenduti o dati in prestito. Quasi la metà di essi è
costituita da anelli d’oro con pietre più o meno preziose ed il
rimanente comprende altri ornamenti femminili (ciarcelli,
boccoletti, torchine, file di migliuzzi d’oro, ammidaglie, lazzetti
d’ingranatini, morticelle, crocette, nizze, recchini, pendenti
ecc.). Sempre riferita al mondo femminile è l’altra categoria di
oggetti votivi, quella formata da tovaglie, muccatori di seta,
faldali di seta, coperte di lana, tovaglioli, veli, drappi,
salviette, tele, terzanelli ecc. Il procuratore Morgante teneva in
casa una cassa dove erano custodite numerose “robbe di tela e seta”,
che appartenevano alla chiesa di Sant’Anna. La quale ne era così
abbondantemente provvista, che il vescovo Lancellotti, nel 1760, gli
ordinò di fornire una o più tovaglie per ciascuna chiesa di Isola e
precisamente a quelle del Carmine, di Santa Domenica, di Santa Maria
degli Angeli e di Santa Caterina, mentre altre quattro tovaglie
“fini” se le tenne per sé. Fanno parte del lungo elenco degli
oggetti votivi anche arnesi da lavoro e di uso quotidiano come una
falce, una scopetta, ecc.
Spesso l’offerta degli oggetti era solo formale in quanto, essendo
particolarmente cari agli offerenti, erano dagli stessi ricomprati.
Così Francesco de Vennera di Cotrone ricompra il giovenco che ha
offerto, il chierico Arcangelo Bruno e la sorella offrono un
annicchio ma è “dall’istessi trattenuto per il prezzo di docati
sei”, un paio di pendenti d’oro sono venduti alla stessa padrona,
che li ha offerti, Antonio Cerrutto compra i suoi ciarcelli dati in
voto, Onofrio Leti offre un diamantino e poi lo ricompra, ecc. Altre
volte sono gli stessi devoti che si incaricano di vendere l’animale
o l’oggetto a chi vogliono loro e versano poi il denaro alla chiesa.
I romiti
Durante l’anno avevano cura della chiesa i romiti. Il loro
numero variava a seconda della stagione e delle annate. Quasi sempre
erano uno o due, ma a volte ne troviamo tre o quattro. Essi
detenevano la chiave della chiesa, che custodivano, curavano ed
all’occasione tenevano aperta. Servivano nelle messe e suonavano il
Mattutino, il Mezzogiorno, l’Ave Maria ed il “Pater de’ Morti”.
Raccoglievano le offerte dei devoti, che durante l’anno si recavano
in visita, che poi inviavano, almeno in parte, al procuratore.
Svolgevano anche numerosi servizi, quali la riscossione di denaro e
grano dovuti alla chiesa, la cerca con la bertola, la gestione e la
vendita delle pecore e di altri animali della chiesa, avevano cura
delle arnie (cupelli), prestavano aiuto alla costruzione ed alla
riparazione della chiesa e della sacrestia ecc. Facevano la questua
nelle mandre e nell’aie e col consenso del procuratore vendevano gli
agnelli, la lana ed il grano offerti. Abitavano nel “romitorio” e
potevano servirsi di un cavallo e di una somara della chiesa. Il
cavallo morì o fu rubato; la somara se la prese un certo malandrino.
Per il loro sostentamento potevano contare sia su parte
dell’elemosine, che a volte intascavano senza darne conto, che sulla
coltivazione di una tomolata e mezza di terra. Questa, racchiusa da
siepi e contigua alla chiesa, era coltivata dagli stessi romiti ad
orto ed a giardino per loro comodo ed era stata a loro concessa in
fitto, previo assenso del feudatario, dall’agente generale del duca
di Massanova8. Il giardino negli anni della crisi (1760/1764) a
causa della siccità andò in abbandono e si dovette perciò rifarlo,
come dimostrano le spese per “serrare il giardino, uomini per
tagliare spine, carri per conduttarli ed uomini per serrarlo”(1765)
e quelle per “serrare altra volta l’orto, vanghieri, e giornate
dieci di due uomini” (1766). I rapporti con l’agente della baronia
di Massanova erano piuttosto conflittuali, tanto che nel 1755 questi
li incarcerò nella torre dello Steccato ed il procuratore dovette
mantenerli finché non riuscì col denaro ad ottenerne la liberazione.
Sono ricordati fra Giuseppe, fra Rocco, fra Domenico di Natale, fra
Domenico Nicoscia, fra Antonio Mandile, fra Pasquale Marinelli, fra
Santo, fra Teodoro, fra Paolo Barbiero e fra Antonio di Satriano.
La festa del 26 luglio 1770
Dopo che per circa dodici anni il canonico Valentino Murgante
aveva esercitato la procura, il vescovo Angelo Monticelli, il 12
giugno 1770, eleggeva procuratore il canonico Antonio Inglesi,
ingiungendogli di esigere il denaro spettante alla chiesa, di
moderare alcune spese e di vigilare sulle offerte in natura “e
rispetto ai voti, che si vendono, ne facci prima seguir l’apprezzo
con l’intelligenza del provicario”. Il denaro ricavato nel giorno
della festa, che durante la procura del Murgante si era aggirato
intorno a 40 ducati, col nuovo procuratore si elevò oltre i
cinquanta. Fu questo l’unico tentativo di ravvivare una festa, che
anno dopo anno perdeva di importanza.
Nei giorni precedenti la festa furono fatti accurati preparativi per
la sua riuscita. Furono acquistati e raccolti gli oggetti e gli
alimenti che, a spese del procuratore, dovevano servire sia per la
festa di Sant’Anna, sia per nutrire per tre giorni alcuni sacerdoti
e gli assistenti, che avevano il compito di accomodare la chiesa,
cercare l’elemosina ed altri servizi . Gli acquisti furono: polvere
da sparo (rotola 12) per i maschi, che non trovandosi da acquistare
in Santa Severina, si dovette inviare un corriere a Catanzaro, neve
(una soma e rotola 2), carne vaccina (rotola 4), che fu comprata a
Crotone, pane (un tomolo), una pezza di cascio, una provola, cozze
(rotola 3), citrola e cipolle, aceto, olio, sale, miele (mezzo
rotolo), cinque pitte con l’olio, coccozelle fritte, dieci galluzzi,
pepe, pane della cozzarella, due barili di vino, fiche (rotola 3),
sarde, frutti, pera, anguille e spinotta, cera (libre 5) e zagarelle
per l’altare, un paio di cannatelli per la messa ed una cistella.
Sempre il nuovo procuratore pagò il romito fra Antonio da Satriano,
che andò a comprare le figurine di Sant’Anna, ed affittò i carri e
le cavalcature per portare le cose, gli assistenti ed i sacerdoti da
Isola a Sant’Anna. Egli inoltre regalò denaro e alimenti ai due
uomini, che diedero il loro aiuto durante la festa, uno era addetto
ai maschi e l’altro alla neve, al cuoco, al famulo, ai tamburinari e
fece portare cose dolci ai seminaristi. Inoltre regalò a Paolo
Gentile, baglivo di Tacina e Massanova, cinque misure di Sant’ Anna,
pagò al procuratore capitolare di Isola le messe cantate e le 28
messe basse ed introdusse la “elemosina della tassa sulla fiera”,
che si svolgeva durante la festa. Da essa però ricavò solamente in
quell’anno poco più di un ducato e l’anno successivo la metà.
40 anni di vita economica
Dall’analisi dei conti di quaranta anni (1745 –1784), così come
sono stati annotati nelle platee dai vari procuratori che hanno
amministrato la chiesa, si rileva che la festa in onore della santa
fu particolarmente florida di offerte per voti e messe negli anni
compresi tra 1750 ed il 1756, cioè nel periodo in cui maggiore era
necessario l’aiuto concreto dei devoti per completare la nuova
chiesa. Nel giorno di festa di quegli anni i benefattori offrirono
per voti e messe numerosi oggetti in oro, argento e rame, che
tramutati in denaro furono in media quasi il doppio degli anni
precedenti e successivi (in media 64 ducati circa contro i 38).
Questo fu favorito dal richiamo della nuova costruzione, che ravvivò
il culto della santa, e da annate discrete.
Durante il periodo considerato le entrate della chiesa diminuirono
costantemente, segno da una parte dell’avanzare del laicismo e
dall’altra del decadimento economico delle campagne. Nelle cattive
annate, comprese tra il 1761 ed il 1770, in media erano un terzo di
quelle tra il 1745 ed il 1753. Dopo la crisi ci fu un leggero
aumento. Da una media annuale di offerte per il valore di circa 200
ducati (1745 –1753), si scese a 70 (1761 –1770), per risalire a 110
ducati (1772 –1784). Per quanta riguarda le spese, esse erano
condizionate dalle entrate e perciò diminuirono progressivamente,
riducendosi in media nelle annate tra il 1772 e il 1784 ad un terzo
di quelle del 1745 –1754. Negli anni della grande crisi agricola,
compresi tra il 1758 ed il 1769, il procuratore chiuse i conti
sempre in passivo, tranne che nel 1765. L’attivo di quell’anno, più
che ad un aumento dell’entrate, è da attribuirsi alla drastica
riduzione delle spese, che dai circa 102 ducati del 1763 passarono
ai 90 del 1764 e si ridussero a 59 nel 1765. Comunque il procuratore
Murgante, sollecitato a recuperare il denaro degli animali dati a
credito, non riuscì a ripianare i debiti accumulati negli anni
precedenti ed a riportare i conti in attivo, infatti all’introito
degli ultimi tre anni di circa 268 ducati, si contrappose un esito
di 272.
Le pecore di Sant’Anna
Uno dei proventi della chiesa era rappresentato dal frutto delle
pecore e degli agnelli. Quest’ultimi provenivano ogni anno dalla
questua delle mandrie. Il loro numero risulta quanto mai vario e
difficilmente quantificabile, in quanto spesso fu oggetto di frodi
da parte dei cercatori e dei procuratori. Perciò l’utile e la spesa
della loro gestione risulta di difficile riscontro. Nel 1746,
secondo il procuratore, sono solo 10 e gestite dal romito, l’anno
dopo diventano 56 e solo il romito sa dove sono. Nel 1749 sono
aumentate a 62, 34 pecore e 28 anniglie (agnelli), e sono affidate a
Pietro Abruzzino d’Aprigliano. Pur contribuendo per un sesto
dell’introito annuale, il loro utile, tolte le spese, è minimo, anzi
spesso sono di danno. Nel 1752 sono perciò vendute all’Abbruzzino
per ducati 25 e grana 19. Passeranno alcuni anni prima di ritrovarle
nelle platee. Nel maggio 1756 i due romiti fra Domenico di Natale e
fra Santo Viscome, col consenso del procuratore, vendono 30 anniglie
a Le Castella, ma poiché, secondo i romiti, gli acquirenti sono
persone povere e miserevoli, la vendita avviene sotto prezzo.
Seguono negli anni seguenti alcune vendite di agnelli che provengono
alla chiesa dalla questua. Bisognerà arrivare al febbraio 1760 per
avere ancora notizie sulle pecore. Allora la chiesa possedeva un
gregge di 26 pecore di cui 10 di due anni e 16 di un anno. L’anno
dopo, come risulta dalla platea, vengono venduti cinque agnelli
primitivi, otto agnelli posterari, 6 pise di lana rustica e due
rotola di lana gentile ma si deve pagare l’erbaggio e la quarta ai
pecorai, così per la chiesa non rimane niente. Lo stesso vale per
gli anni seguenti. Nel 1763 le pecore, secondo il procuratore,
rendono 18 ducati e 73 grana ma le spese per l’erbaggio della Sila e
della marina e la quinta, che spetta ai pecorai sulla lana e gli
agnelli venduti, ascende a 18 ducati e grana 94 e l’anno dopo è
ancora peggio ai 17 ducati e 58 grana in entrata, corrisponde il
pagamento di ducati 20 e grana 40 ad Aloisio Vigna per erbaggio,
fida, scarpe ed altro nella marina e nella Sila. Essendo più di
danno che di utile per la chiesa, si decise di dare le 125 pecore,
tante erano, tra stirpe e figliate, nel marzo 1766, in gabella ad
Aloisio Vigna, previo il pagamento di ducati 5 e grana 50. In
seguito poiché le pecore avevano creato gravi danni intervenne
direttamente il vescovo di Isola Angelo Monticelli, il quale il 12
giugno 1770 nel nominare il nuovo procuratore della chiesa, il
canonico D. Antonio Inglese, gli ordinava di procedere subito alla
vendita delle 110 pecore, che stavano in potere di Aloisio Vigna di
Aprigliano, in quanto date in gabella alla ragione di ducati 6 a
centinaio, e di esigere da quest’ultimo i ducati 6 e grana 60
maturati nella fiera di S. Janni per detto affitto. Il Vigna,
tuttavia, manterrà l’affitto delle pecore per i successivi dieci
anni e risulterà pagare sempre lo stesso prezzo, anche se nel
decorso del tempo le pecore si erano quasi raddoppiate. Il 9 maggio
1781 il vescovo Monticelli, nel riconfermare per procuratore il
cantore Valentino Morgante, gli ordinava di comprare per conto della
chiesa di Sant’Anna altre 10 pecore in modo che le pecore, che erano
190, raggiungessero il numero di 200 e fissava l’affitto in ducati
11 e grana 40. Due anni dopo con l’acquisto di altre 40 pecore esse
divenivano 240, 220 pecore grosse e 20 anniglie. Il 28 maggio 1783
in Isola veniva stipulato un contratto tra Aloisio Vigna del Casale
di Aprigliano ed il procuratore della chiesa di Sant’Anna Valentino
Morgante. Il Vigna prendeva in fitto per tre anni a partire dal
primo giugno 1783 e finendo all’ultimo giorno di maggio 1786 le 220
pecore grosse e le 20 anniglie ( che conteggiate fanno 10 pecore
grosse), impegnandosi a restituirle tali e quali alla scadenza del
contratto al procuratore, così come le aveva ricevute. Per tale
affitto egli si impegnò a pagare ogni primo giugno, a partire dal
1784, ducati 13 e carlini 8 alla ragione di ducati 6 per ogni
centinaio di pecore. A causa del terremoto del 1783, l’anno dopo la
chiesa rurale di Sant’Anna, assieme molti luoghi pii di Isola, fu
soppressa ed i suoi beni amministrati dalla Cassa Sacra. Dallo
“Stato attuale delle Rendite e de Pesi della soppressa Chiesa rurale
di S. Anna della Città di Isola estratto dal Dissimpegno
dell’Uffiziale Commissionato in tempo della Generale Soppressione e
da Libri e Platee sistenti in Archivio” si ricava che all’atto della
soppressione possedeva solamente 220 pecore e 20 anniglie(agnelli),
valutate per un capitale di ducati 230 e grana 52, per annua rendita
di ducati 13 e grana 80. Esse si trovavano per tal prezzo affittate,
con pagamento ogni mese di giugno, ad Aloisio Vigna di Aprigliano.
La chiesa in compenso non aveva alcun peso e perciò tutta la rendita
poteva andare a beneficio del Sacro Patrimonio9. In seguito gli
animali furono affittati per lo stesso prezzo a Giuseppe Angotti e
quindi, unitamente alle 100 pecore che possedeva la chiesa
cattedrale, furono vendute a Giuseppe Cosentino, che nel 1792 saldò
con 330 ducati all’amministratore della Cassa Sacra10.
Il ripristino
Durante il Decennio francese, dopo la legge sull’eversione della
feudalità, il territorio di Massanova che costituiva l’omonimo
feudo, andò a far parte del territorio del comune di Cutro,
divenendo una delle sei sezioni, in cui fu ripartito nel 1807 quel
territorio. La chiesa rurale di Sant’Anna venne così a trovarsi sul
confine col territorio di Piani di Bosco del comune di Isola. Essa
tuttavia continuò a far parte della diocesi di Isola.
L’edificio sacro con la Restaurazione fu ben presto ripristinato,
anche se, a causa della vendita effettuata al tempo della Cassa
Sacra, risulterà privo di ogni proprietà. Facendo parte delle chiese
di Isola, con la soppressione di quel vescovado, avvenuta nel 1818,
andò soggetta alla visita del vescovo di Crotone. Nel 1838 la chiesa
rurale di Sant’Anna distante cinque miglia dall’abitato è una delle
nove chiese presenti nel comune di Isola11. E’ di alcuni anni dopo
la succinta annotazione del vicario foraneo della collegiale di
Isola, che visitò le chiese rurali di Isola su delega del vescovo di
Crotone Leonardo Todisco Grande (1833 –1849): “Visitavit ecclesiam
sub tituto S.ae Annae et laudavit”12. Segno evidente della nuova
situazione creatasi nella località con la vendita delle vicine terre
da parte dei De Nobili e dei Doria ai Barracco, i quali di fatto
divennero i proprietari anche della cappella.
Gli Albanesi a Sant’Anna
Il vescovo di Crotone Luigi Maria Lembo (1860 –1883)così la
descrive: Chiesa di S. Anna della famiglia Barracco, posta nel fondo
dello stesso nome, dal popolo chiamata S. Anna del Bosco, dove i
fedeli si raccolgono ogni anno il 26 luglio13. Lo stesso vescovo il
26 luglio 1882 trovò che vagavano per la città numerosi uomini e
donne albanesi di rito greco provenienti dai luoghi circostanti.
Egli interrogò uno di questi il quale rispose: “Illustrissimo
Signore, dai nostri anziani è stato conosciuto che l’immagine di
Santa Anna, che oggi si osserva nella chiesa rurale di Isola sotto
la vostra giurisdizione, fu venerata nell’antica sacra edicola posta
nel fondo Gradia in territorio di Pallagorio, di proprietà del
barone Giuranda della città di Umbriatico. In quel luogo erano
soliti convenire da molti anni per assolvere i voti e per
santificare il giorno 26 luglio, dedicato alla madre della madre di
Dio, tutti gli albanesi abitanti a San Nicola di Alto, Carfizzi,
Pallagorio, Santa Sofia, Marcedusa, Andali ecc. In seguito, violata
ogni cosa, la sacra immagine della antica edicola di Pallagorio fu
sottratta da mano sacrilega e riferiscono che fu ritrovata nel luogo
nel quale ora si vede la chiesa rurale del bosco. Conosciute queste
cose, la devozione degli Albanesi non diminuì e diressero il loro
cammino alla vigilia della festività, in modo da santificare e con
rito albanese e con canti elevare inni alla loro santa patrona. Anzi
tutti quelli che non possono andarvi, salgono sulle colline dalle
quali si può vedere la chiesa isolana di Sant’Anna e qui contenti
trascorrono il giorno da festeggiare tra suoni e canti, in cori, in
invocazioni e lodi recitati graziosamente in dialetto14.
Dalla visita del vescovo di Crotone Giuseppe Cavaliere(1883 –1899)
del 1885 sappiamo che sul finire dell’Ottocento continuava ancora la
venerazione degli abitanti dei paesi albanesi. Molti di loro infatti
nel giorno dedicato alla santa ogni anno continuavano a riunirsi
presso la chiesa di S. Anna per festeggiare15. Frattanto il barone
Barracco costruiva una sua chiesa presso il suo vicino palazzo e
cercava di sopprimere l’antica chiesa, trasportando nella sua
cappella la ricercata icone, fonte di tanta devozione.
Il vicario foraneo di Isola, Francesco Vona, solerte verso il
Barracco, con lettera del 7 novembre 1899 cercava di convincere il
vicario di Crotone a cedere alle offerte del barone : “Posso
accettarla che la chiesa di S. Anna è cadente, la tettoia gronda
acqua da ogni parte e può crollare. La porta è cadente, la chiesa è
indecente. Sarebbe necessario, giusta la dimanda del Barone Roberto
Barracco, trasportare la immagine preziosa di S. Anna e collocarla
alla pubblica venerazione nella chiesa novella eretta in quelle
vicinanze dallo stesso Barracco e dichiarare interdetta la chiesa
cadente”16.
La chiesa attuale
Nelle vicinanze dell’antica e piccola chiesa, divenuta ormai un
“diruto avanzo”, con l’avvio della riforma agraria che espropriò il
fondo S. Anna e altre terre vicine, sorse all’inizio degli anni
Cinquanta, ad Opera della Valorizzazione Sila, il nuovo borgo di
Sant’Anna. Situato in territorio del comune di Isola tra Isola Capo
Rizzuto, Cutro e Crotone, il borgo doveva essere centro di
socializzazione e di servizi per le circa 150 famiglie insediate, in
maniera più o meno sparsa, nei nuovi poderi. Tra gli edifici che
attorniavano la piazzetta, che secondo il progetto doveva
rappresentare il centro del nuovo abitato, oltre alle botteghe con
le abitazioni per gli artigiani, all’osteria, alla stazione dei
carabinieri, all’ambulatorio, agli uffici per l’assistenza tecnica
ed attività di cooperazione, all’ufficio PP.TT. ed ad un locale per
la Delegazione Comunale, vi era anche la nuova chiesa. Di pianta
rettangolare ed ad unica navata l’edificio sacro copriva una
superficie di 180 metri quadrati e si elevava per circa otto metri
ed aveva a fianco la casa canonica. Secondo il progetto “Al
piano-terra, oltre alla sagrestia con ingresso proprio, erano
distribuiti i locali per ufficio, catechismo e servizi relativi; al
primo piano l’abitazione del parroco comprendeva un soggiorno-
pranzo, cucinino, due camere da letto e servizio igienico”17. Ben
pochi edifici conserveranno la destinazione d’uso prevista dai
progettisti del borgo, tra questi la chiesa parrocchiale di S. Anna.
Essa attualmente sorge in contrada Sant’Anna in territorio di Isola
Capo Rizzuto, mentre una vicina ed abbastanza recente edicola
votiva, situata sul confine tra i comuni di Isola Capo Rizzuto e
Cutro, ricorda l’antica chiesa in località Sant’Anna. Essa è fornita
di un altare marmoreo e di una immagine che rappresenta la santa
mentre insegna alla sua bambina a leggere la Bibbia. Il quadro è
recente e non ha niente a che vedere col prezioso dipinto, meta a
suo tempo della devozione degli Albanesi. L’antica icone , ancora
una volta, fu rubata agli inizi degli anni Settanta.
Note
1. Processo grosso cit. , 419v, AVC.
2. Minieri Riccio C., Notizie storiche da 62 registri angioini,
Napoli 1877, p.215
3. Inventario et Nota delle scritture pertinentino al Sacro
Vescovato della Città dell’Isola et al suo Capitolo, quali si
conservano dentro un Baulio per ordine di Mons. Ill.mo Caracciolo
vescovo di detta Città, AVC.
4. ANC. 1126, 1759, 69v.
5. Pesavento A., Origini e vicende della baronia di Massanova, in Il
Paese n. 6, 1988.
6. Libro de’ conti della Procura della Ven. le chiesa di S.ta Anna
(1745 - 1784), ASCZ.
7. Acta Sactae Visitationis … Josephum Lancellotti, 1762, AVC.
8. Il 12 luglio 1754 in Napoli il duca di Massanova, accogliendo la
supplica del decano, concedeva ai romiti della chiesa di S. Anna di
Massanova l’uso del giardino fino a tutto dicembre 1759, ANC. 1180,
1754, 17.
9. Stato Attuale delle Rendite e de Pesi della Chiesa rurale di S.
Anna della Città dell’Isola, n. 21, C. S. n. 3, AVC.
10. Maone P. – Ventura P, Isola Capo Rizzuto, Rubbettino Editore
1981, p.221.
11. AVC.71.
12. Visita alle chiese di Isola del vescovo Leonardo Todisco Grande,
1846, AVC.
13. Visita del vescovo Luigi Maria Lembo del 26. 5. 1876, AVC.
14. Visita del vescovo Luigi Maria Lembo, 1882, AVC.
15. Visita del vescovo Giuseppe Cavaliere, 1885, AVC.
16. Lettera del vicario foraneo di Isola al vicario di Cotrone,
Isola 7.11.1899, AVC.
17. Rogliano G., La casa rurale nel comprensorio dell’O.V.S.,
Cosenza s.d., pp. 56-59.

