[Chiesa di San Marco Evangelista e Sant’Antonio Abbate]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 8-9/2000)
Le chiese di San Marco Evangelista e di
Sant’Antonio Abbate erano situate lungo la strada della marina tra
la città e l’Esaro.
La chiesa di San Marco Evangelista
Tra i capitoli concessi dal re Alfonso d’Aragona all’università
ed uomini della città di Crotone, dopo la resa della città al tempo
della ribellione del Centelles, vi era la richiesta di spostare la
fiera dal primo di agosto al 25 aprile , festa di San Marco: “ Item
peteno la fera de Cutrone sia anno quolibet lo iorno de la festa de
sancto marco de lo mese de aprile et dura iorni quindici franco
perche le altre fiate lo dicto mercato solea essere lo primo jorno
de augusto”1.
La piccola chiesa era situata tra la città e il fiume Esaro, vicino
alla marina, detta nel Cinquecento appunto di San Marco2. Sembra che
l’edificio sacro sul finire del Quattrocento, con breve di Innocenzo
VIII (1484- 1492), fosse stato concesso per un certo tempo ai
domenicani, che per questo avevano l’onere di versare annualmente
nove Paoli ai canonici di San Giovanni in Laterano3. La chiesa si
manteneva su un beneficio semplice ,che dava una entrata annua di 6
ducati. Uno degli ultimi possessori risulta il canonico di Crotone
Baldassarre Marchese, che ne venne in possesso nel gennaio 1595, per
morte del precedente rettore4. In seguito la chiesa fu abbandonata e
soppressa e la sua cura fu aggregata alla vicina chiesa di
Sant’Antonio Abbate, che assunse così il titolo di San Marco
Evangelista e Sant’Antonio Abbate. La chiesa di San Marco
Evangelista non risulta quasi mai elencata nelle relazioni dei
vescovi del Seicento. Il suo titolo compare, infatti, appena una
volta verso la metà del Seicento assieme alle altre chiese fuori
mura della SS.ma Pietà, della SS.ma Nunziata, di Santa Caterina, di
San Leonardo e di Santa Maria La Scala. Anche in questo caso il
titolo è forse da riferirsi alla chiesa alla quale era stata
annessa, cioè a Sant’Antonio Abbate5.
La chiesa di Sant’Antonio Abbate
La chiesa di Sant’Antonio Abbate era posta fuori mura presso la
“conicella” ed è già documentata all’inizio del Cinquecento. Durante
il pontificato di Clemente VII, nel marzo 1525, le rendite di alcune
chiese di Crotone, rimaste vacanti per morte di Alfredo Saverio,
vennero concesse all’arcidiacono Bartolomeo Lucifero, tra queste ci
sono Santa Maria del Mare, Sant’ Antonio e Santa Maria della Scala6.
Morto nell’ottobre 1545 Bartolomeo Lucifero, nel maggio dell’anno
seguente l’arcipretato di Crotone, la prebenda della Beata Maria
della Scala e la chiesa di Sant’Antonio “prope la Conicella”,
situata vicino e presso le mura della città, vennero concessi a
Gregorio Cosentino7. In seguito la chiesa di Sant’Antonio e
l’arcipretato, la quinta dignità della cattedrale di Crotone, alla
quale durante il vescovato di Sebastiano Minturno (1565 –1570) per
concilio diocesano era stata annessa la penitenzieria8, appartennero
dapprima a Domenico Sillano9 e poi a Leonardo Labrutis. Dopo la
morte di quest’ultimo, avvenuta nel luglio 1577, la prima fu
concessa al chierico crotonese Geronimo Facente, il secondo al
sacerdote Francesco Sillano10. In seguito la chiesa venne
amministrata dall’arciprete penitenziere della cattedrale di
Crotone, il quale tra i privilegi, che gli erano conferiti, aveva
quelli di essere il primo parroco e propriamente il sacerdote dei
forestieri presenti in città e nella diocesi e di poter beneficiare
delle offerte votive, che si raccoglievano durante la festa del
santo Abbate. Festa che si svolgeva ogni anno, il 17 gennaio, nella
sua cappella fuori mura, di cui egli era rettore. Tra gli oneri
aveva quello di sedere nella sede confessionale in tempo pasquale,
per ricevere le confessioni dei forestieri; ciò doveva fare anche in
tempo di indulgenze e nelle feste. Egli inoltre doveva svolgere ogni
funzione parrocchiale verso tutti coloro che venivano
temporaneamente ad abitare nel territorio crotonese11. Tra gli
arcipreti ricordiamo Giovanni Franchi (morto nel settembre 1623),
Io. Andrea Azzarito ( dal febbraio 1624), Petro Antonio Bombino
(maggio 1635 – agosto 1640), Fabritio Bonello (settembre 1640
–aprile 1663), Io Battista Venturi (dall’ottobre 1664)12. La rendita
di questa dignità della cattedrale di Crotone veniva valutata
ufficialmente a volte in 24 ducati annui, a volte in 70, ma essa era
di molto maggiore. Infatti l’arcipretato tra la fine del Seicento e
l’inizio del Settecento possedeva due gabelle (la Brica e la
gabelluccia della Carrara) e tre vignali ( a Bernabò, a l’Esca e ad
Spataro). Le due gabelle a seconda delle annate erano date in fitto
a semina o ad pascolo. Nel primo caso rendevano 23 salme di grano,
nell’altro circa 56 ducati. I tre vignali venivano invece affittati
sempre con pagamento in denaro e procuravano una rendita annua di 14
ducati. Oltre ai terreni l’arciprete esigeva una decina di canoni su
vigne e case, che portavano altri 11 ducati. A questi erano da
aggiungere le offerte; così a seconda delle annate la dignità poteva
disporre di circa un centinaio di ducati all’anno13. Nelle relazioni
dei vescovi di Crotone del Seicento troviamo più volte citata la
chiesa di Sant’Antonio assieme ad altre chiese fuori mura. Così
durante il vescovato di Niceforo Melisseno Comneno (1628 –1632)
fuori e presso le mura oltre alle chiese della Pietà,
dell’Annunziata e di Santa Caterina, sedi delle confraternite
omonime, ci sono le altre tre chiese di Sant’Antonio, di San
Leonardo e di Santa Maria del Mare14. Il successivo vescovo Giovanni
Pastor (1638 – 1662), annoverando alcune chiese fuori mura, alle tre
amministrate dalle confraternite aggiunge quella di Sant’Antonio,
che è annessa alla penitenzieria15.
Sempre durante il Seicento mutò titolo e, assumendo la cura della
vicina chiesa di San Marco Evangelista, si presentava durante il
vescovato di Marco Rama con il titolo di San Marco Evangelista e
Sant’Antonio Abbate. Allora la chiesa fu visitata, su incarico del
vescovo, dal primicerio Geronimo Facente, che trovò che essa non
aveva proprietà, ma era mantenuta dalla devozione dei fedeli. La
cura era dell’arciprete della cattedrale, il reverendo Januario
Pelusio, al quale il visitatore raccomandò di raccogliere
consistenti mezzi finanziari, in modo da poter riparare l’edificio e
portarlo in forma migliore. Il prelato, almeno a parole, accolse
volentieri le esortazioni del primicerio e promise che entro tre
mesi l’avrebbe risanata16.
Secondo quanto riporta il Vaccaro all’arciprete nella festa del
patrono erano offerti doni votivi: “Era costumanza che, al primo di
ogni mese, il capitolo della cattedrale vi si recava in processione
e, nel secondo giorno, vi aveva luogo la benedizione degli
animali”17. Al tempo del vescovo Anselmo de la Pena era rettore
della chiesa l’arciprete Antonio Puglise18 ed alla sua morte seguì
nel novembre 1723 Gio. Domenico Zurlo19. Situata fuori mura, fu
spesso trascurata dagli amministratori, che perciò più volte furono
rimproverati e sollecitati dai vescovi del tempo, a provvedere ai
necessari restauri. Così si comportò il vescovo Gaetano Costa (1723
– 1753) nel marzo 1727, essendo arciprete Gio. Domenico Zurlo20. Lo
stesso vescovo si adopererà a privare della quinta dignità il
successore Donato Oliverio, il quale non solo era sempre assente ma
anche si era rifiutato di venire alla residenza. La dignità fu
perciò conferita, nel dicembre 1747, a Domenico Rinaldi21. Alla
morte del Rinaldi, nel maggio del 1753 divenne arciprete Domenico
Avarelli e quindi nell’agosto 1774 seguì Michele Messina22.
Sul finire del Seicento e durante la prima metà del Settecento il
luogo, che in precedenza era piuttosto isolato, cominciò ad
animarsi. Nelle vicinanze della chiesa alcuni mercanti di Crotone
edificarono dei magazzini per la conservazione del grano23 e sul
largo antistante al tempo del raccolto si vendevano i cereali; tale
largo era conosciuto con il nome di “Fosso”24.
Al tempo del vescovo Giuseppe Capocchiani la chiesa è descritta come
molto piccola e di essa ne aveva ancora cura l’arciprete
penitenziere della cattedrale, che era il reverendo Michele Messina,
il quale la aveva di recente restaurata25. Rimase sotto la cura
dell’arciprete anche dopo il terremoto del 1783, come si rileva
dalla relazione del vescovo Ludovico Ludovici (1792 – 1797). Il
vescovo faceva presente che tra le dignità vi era l’arciprete, il
quale oltre ai doveri propri della sua carica, aveva la cura delle
anime degli abitanti fuori mura, che erano i marinai, i contadini, i
vignaioli, i pastori ed altri. Egli amministrava il sacro a costoro
di persona, o tramite il suo economo. All’arcipretura era sempre
annessa la penitenziera. L’arciprete inoltre curava una delle sette
chiese, che si trovavano fuori mura della città. Tali chiese pur
essendo state lesionate in maniera minima dal terremoto, erano però
mancanti di ogni suppellettile sacra e degli indumenti sacerdotali.
Le chiese, alle quali il vescovo Ludovici fa riferimento, erano
quella di di Sant’Antonio Abbate e quelle della SS. Pietà, di San
Leonardo, di Santa Maria de Monte Carmelo, di Santa Maria di Capo
delle Colonne, di San Carlo Borromeo ed una situata presso il porto,
da poco eretta a spese e volontà del re per i forzati ed i
lavoratori del porto; tale chiesa era stata infatti benedetta dallo
stesso vescovo nel 179526.
Nel 1807 Sant’Antonio Abate risulta “chiesa rurale attinente
all’arcipretura da molto tempo abbandonata, è parrocchia semplice e
ne è parroco l’arciprete penitenziere Tommaso Bruno”. “Ha la cura
delle 108 anime domiciliate fuori porta e di quelli che sostano
dentro i limiti del territorio cittadino dell’estensione di circa 24
miglia. Ha ancora la cura di anime indeterminata. E queste sono:
tutti i marinari, che sogliono, e posson capitare in questo porto:
tutti li fatigatori, che da’ convicini Paesi sogliono venire per la
coltura delle campagne; alli quali tutti è tenuto detto arciprete
penitenziere amministrare li Sagramenti, sì per causa d’infermità,
sì anche per il Precetto Pasquale, ovvero per propria divozione. E’
obbligato ancora il detto arciprete penitenziere assistere
continuamente al confessionale di questa cattedrale chiesa”27. Nel
settembre 1819 a Tommaso Bruno seguì Vincenzo Maria Talamo e poi nel
giugno 1831 pervenne a Benedetto Avarelli28.
Da Sant’Antonio Abbate a Sant’Antonio da Padova
L’edificio subì alcuni danni dal terremoto del 1832 ed in
seguito fu restaurata. Al la metà dell’Ottocento così è descritta
dallo Sculco : “ Si giunge al largo S. Antonio, ivi vi è eretta una
chiesetta e nello spiazzale nell’epoca della raccolta si vendono i
cereali, tal sito vien chiamato :Fosso”. Nel 1888 , per violenza
commessa su una giovane, la chiesa fu interdetta e chiusa29. Nel
1921 vi fu un tentativo di vendita e nel 1931, per concessione
gratuita di un suolo comunale, venne riedificata dalle fondamenta
assumendo il nuovo titolo di Sant’Antonio da Padova30. In seguito
ebbe trasferito il titolo della vecchia parrocchia di Santa
Veneranda e fu più volte ristrutturata.
Note
1. Zangari D., Capitoli e grazie concessi dagli Aragonesi al
vescovo e all’università e uomini della città di Cotrone durante il
sec. XV, Napoli 1923, p.12.
2. “Lo schifo che porta arena dala marina de san marco a lo spontone
petro nigro”, (1546), Dip. Som. 197, ASN.
3. Forte S. L., Le province domenicane in Italia nel 1650. Conventi
e religiosi, Archivum Fratrum Praedicatorum, 39, 1969, pp. 343- 344.
4. Russo F., Regesto, V, 24945.
5. Rel. Lim. Crotonen., 1667.
6. Russo F., Regesto, III, 16508.
7. Russo F., Regesto, IV, 19130.
8. Acta cit., f. 22.
9. Sul finire del 1570 Lauretio Calabrese è tesoriere e vicario,
Antonio Lucifero cantore, Thomaso Gatto primicerio e Domenico
Sillano penitenziario, Dip. Som. 315/ 9, f. 76, ASN.
10. Russo F., Regesto, V, 22885, 22886.
11. Acta cit., f. 22.
12. Russo F. , Regesto, V, 28702 sgg.
13. Acta cit., f. 137; Anselmus cit., f. 24.
14. Rel. Lim. Crotonen., 1631.
15. Rel. Lim. Crotonen., 1640.
16. Acta cit., f. 164.
17. Vaccaro A., Kroton, II, 260.
18. Anselmus cit., f. 18.
19. Russo F., Regesto, X, 54950.
20. Vaccaro A., Cit., II, 260; ANC. 663, 1731, 48.
21. Russo F., Regesto, XI, 61694.
22. Russo F., Regesto, XII, 63175, 66764.
23. Muzio Manfredi possiede alcuni magazzini fuori le mura dietro la
chiesa di Sant’Antonio Abbate. Nel 1732 ne vende uno e “proprio
cominciando da dietro la chiesa, non il primo, ma il secondo”, a
Ignazio Coccari. Il magazzino era pervenuto a Munzio Manfredi dal
padre che l’aveva comprato da Gio. Pietro Presterà, ANC. 664, 1732,
9;Giovanni Capocchiano possedeva due magazzini nel luogo detto S.
Antonio Abbate e Gio. Battista Venturi ne possedeva quattro vicino
alla chiesa, Catasto Onciario Cotrone, 1743, ff. 114, 202.
24. Il monastero di Santa Chiara possedeva fin dalla metà del
Settecento “un magazzino nel Fosso, dietro la chiesa di Sant’Antonio
nella fila della marina”, Platea del monastero di S. Chiara, 1807,
f. 7.
25. Rel. Lim. Crotonen. 1775; Nota delle chiese cit. 1777.
26. Rel. Lim. Crotonen., 1795.
27. Stato delle Chiese e benefici, 1807.
28. Russo F., Regesto, XIII, 71402, 73681.
29. Vaccaro A., cit., II, 260.
30. N. 833 – Concessione gratuita di suolo alla diocesi di Crotone
per la costruenda chiesa di S. Antonio ( 20 .12. 1931) mq. 59 di
suolo comunale sulla via Stazione per la ricostruzione della antica
chiesa di S. Antonio.

