[La cappella di San Dionisio nel regio castello]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 26-27/1997)
La chiesa di San Dionisio era nel regio castello.
Vi si celebravano le messe, si amministravano i sacramenti e
trovavano ultima dimora i soldati, i loro familiari e coloro che
risiedevano in quella piccola cittadella (1).
L'accesso ad essa era quindi riservato a coloro che facevano parte
del presidio regio (o in tempi antichi ai militi e ai familiari del
feudatario).
Anche se ci appare per la prima volta nel cinquecento (2) la sua
fondazione deve essere stata certamente precedente infatti essa era
l'unica chiesa di Crotone dedicata al suo patrono.
Il Nola Molisi tramanda che già al suo tempo “nel castello quando si
và alla Cappella, ò vero Chiesa di S. Dionisio, si vedeno due base
di colonne” con queste iscrizioni :
"Futiae Lollianae filiae piissimae/ C. Futias onirus Iter MII. Vir/
Item dedit Decurionibus HS.X.N/ Ut ex usuris eorum quotquot annis/
VII. Idus Aprilis natale Filiae meae/ Epulentes confrequentetis.
HSCCCC.H./ Et in P.R. Q. fusione eius HSCCN./ Neque in alios usus
convertatis"
"Lollio L. F. L. N. L. P. R. N. Cor./ Lollio Malciano equo Publ.
ornato/ Patrono columnibus Lion functo/ Futia C. F. Longina Mater
ob/ Cuius statuae Dedicationem Decurionibus/ Augustalibus
epulantibus C. Populo viritim/ Divisionem Dedit, L. D. D. D." (3).
L’autore della “Cronica” non ci indica né la loro provenienza né
quando esse furono collocate nella chiesa.
I due basamenti a forma di parallelepipedo rettangolo con le due
iscrizioni, una funeraria dedicata da un padre alla figlia, e
l’altra onoraria, dedica di una madre al figlio eletto cavaliere
romano, nell’Ottocento furono tolte per ordine del Ricevitore del
Registro e mandate al museo provinciale di Catanzaro (4) dove ancora
oggi si trovano.
La chiesa con sacrestia e campana (5) era situata al centro del
castello, vicino alla torre Marchesana (6) ed alla abitazione del
castellano.
Da un inventario compilato nel dicembre 1732 si ricava che era
fornita delle seguenti suppellettili sacre : "Un quadro grande
nell'altare coll'immagine della SS. Concettione, S. Dionisio e S.
Antonio de Padua con cornice nera antico. Un altaretto di pietra
fabricato nell'altare. Un calice con sua patena d'argento col piede
d'ottone indorato di pochissimo servitio. Una pisside d'argento con
suo coperchio di sopra col piede d'ottone. Una pace di rame
coll'immagine della SS.ma Annuntiata vecchio. Un campanello d'ottone
rotto e di nessun servitio che serviva per l'altare. Una campanella
di metallo piccola serve sopra la porta della sacristia rotta e di
poco servitio. Un lampiero d'ottone con sua lampa di vetro. Una
fonte di pietra per battesimo antica. Un tabernaculo d'argento col
piede d'ottone per esponere il SS.mo Sacramento di poco servitio. Un
incensuorio d'argento con sua navetta e cucchiarella usata. 4
Avant'altare di damasco, cioè rosso, bianco, violato et verde. 4
pianete dell'istessa maniera. 4 coscini dell'istessa maniera. 4
sopracalici di taffità dell'istessi colori. 2 cammisi di tela con
loro ammitti e cordoni. 4 palle, 4 corporali, 2 tovaglie di tela per
l'altare, un messale, un messaletto, un rituale, un sicchietto con
suo aspersorio d'ottone. 6 frasche inargentate, 6 graste indorate, 6
candilieri indorati, un'ombrella di damasco rosso, un campanello
d'ottone per l'altare" (7).
Anni dopo alcuni anziani della città testimoniarono che in essa
"v'era il tabernacolo ove si conservava la pisside con le sacre
particole, anche per uso dell'infermi di detto regio castello ed in
ogni anno v'andava la processione per la visita del sepolcro nel
giovedì santo e nella medesima cappella non solo vi stava l'oglio
santo per l'infermi secolari, m'anche il fonte battesimale per
battezzare li bambini nascevano dalle persone abbitanti in questo
medesimo regio castello et attualmente vi sta detto fonte
battesimale, senza però dett'acqua. In oltre vi stava la pisside,
sfera, ostensorio, incensiero e navetta d'argento, come vi sono
presentemente. Non vi è stato latrocinio alcuno di pisside,
ostensorio, incensiero o d'altro suppellettile della medesima chiesa
in cui vi stanno situate tre sepolture con le loro lapidi di sopra,
una per uso dei castellani passati et pro tempore, una per li
Sig,.ri aggiutanti del med.mo castello e la terza per uso della
gente abbitante nello stesso castello e ne muri di detta chiesa vi
stanno pure descrizzioni in marmo fatte formare e ponere ivi da
passati castellani come al presente si vedono e finalmente nella
chiesa sud.a vi è la sacrestia formata a dovere per uso e conserva
dell'utensili di quella" (8).
Essa fu lesionata dal terremoto del 1832 e di essa ora non rimane
traccia.
In seguito un'altra chiesa trovò posto nella cortina sud nelle
vicinanze del baluardo San Giacomo. Anche quest'ultima fu in seguito
demolita.
Difficile risulta quindi datare la fondazione della chiesa non
rimanendo alcun elemento architettonico e probabilmente solo una
indagine archeologica potrà dare qualche risultato.
Le prime notizie sull'esistenza di una chiesa nel castello risalgono
alla fine del Duecento al tempo della dominazione angioina.
Sappiamo che allora il castello fu concesso da re Carlo I d'Angiò al
cavaliere Goffroi de la Polle e la sua guarnigione era composta da
un cappellano e quindici servienti (9).
Il primo documento che ci indica l'esistenza di una "ecc.a S.ti
Dionisii" è invece di datazione molto più recente.
Il 22 luglio 1565 vengono annotate spese per oltre 500 ducati per
"acconcio del regio castello di Cutrone" che riguardavano la
sistemazione delle case dove risiedevano i soldati, il magazzino per
le munizioni, la casa dove si ripone l'artiglieria, legnami e la
chiesa di San Dionisio. Sempre in quell'anno viene acquistata una
mula per il centimulo o "molendino pulveris" e si ripara la cisterna
rotta .
Sempre in quell’anno componevano la guarnigione del castello il
castellano, il vicecastellano, i bombardieri, il monizionero, il
cappellano, il porticario, il tamburro, il mulinaro e parecchi altri
soldati (10).
A fine Cinquecento sorsero alcune controversie tra il cappellano del
regio castello ed i vescovi della città.
Liti che da allora accompagneranno l’esistenza della piccola chiesa
di San Dionisio.
Una questione riguardava il fatto se nella chiesa del castello si
potessero o no conservare i sacramenti.
La Sacra Congregazione investita del caso nel 1592 al tempo del
vescovo Claudio de Curtis (1592- 1595) tramite lettere provvisionali
sentenziò che il cappellano della chiesa di San Dionisio doveva
prendere i sacramenti da amministrare ai soldati ed alle persone
dimoranti nel castello dalla cattedrale (11).
Ciò fu osservato per diversi decenni.
Un’altra lite riguardava la giurisdizione sulla chiesa e quindi se
essa fosse o no soggetta alla visita del vescovo della città e chi
dovesse celebrare in essa.
Su questa questione sorse una asperrima disputa e per molti anni la
chiesa non fu visitata dal vescovo (12) ma all’inizio del Seicento i
vescovi riuscirono a far valere il loro potere.
Ciò si ricava dalle relazioni del vescovo Thomas de Montibus (1599-
1608) che nel 1603 così si esprime : Nel regio castello c’è la
chiesa di San Dionisio, in essa le messe sono celebrate da sacerdoti
della cattedrale. I sacramenti per i soldati e per coloro che
abitano nel castello sono presi dalla cattedrale “ac visitatur d.a
ecc.a ab ordinario et nos illam visitavimus” (13) e nella successiva
di tre anni dopo poteva affermare “nos vero Deo adiuvante sine ullo
contradictore illam anno quolibet visitavimus” (14).
Altro oggetto del contendere era se il cappellano del castello
dovesse o no essere approvato dal vescovo.
Nei primi decenni del Seicento troviamo che la chiesa del castello è
servita da un prete approvato dal vescovo che ha la cura del
centinaio di anime che vi abitano (15).
Affianca il regio capellano anche un sacrestano, che assieme al
castellano , al tenente , al medico, al barbiero, agli artiglieri,
al monitionero, al portiero, al tamburro, al carpentero, al ferraro,
allo scrivano de ratione e ai soldati costituisce la guarnigione
(16).
La chiesa non aveva proprietà e alla sua manutenzione, come anche a
quella degli altri edifici del castello, vi provvedeva la Regia
Corte.
Il “parocho” del castello per il suo mantenimento poteva contare
oltre che su una pensione anche su qualche lascito per messe in
suffragio quasi sempre fatto in suo beneficio dai militari in punto
di morte (17).
Se nella prima metà del Seicento sembrava che il cappellano della
chiesa di San Dionisio e coloro che dimoravano nel castello fossero
ormai soggetti pienamente alla giurisdizione vescovile, in seguito
sorsero delle liti.
Dopo un lungo ed aspro dissidio alla fine di ottobre del 1668 fu
raggiunto un accordo tra i soldati del castello, il vescovo ed il
Capitolo della cattedrale.
Fu stabilito che alla morte di un soldato, o di sua moglie, ogni
soldato avrebbe versato due carlini.
Con metà della somma si sarebbero celebrate messe in cattedrale per
l’anima del defunto o defunta.
Dell’altra metà dieci carlini spettavano al vescovo per il suo jus,
cinque carlini al Comune, quattro carlini al tesiriere della
cattedrale per il jus della campana e un carlino al sacrestano.
Il rimanente sarebbe stato diviso tra i sacerdoti che avrebbero
accompagnato il defunto o defunta nella sepoltura scelta (18).
Se i soldati, castellano ed ufficiali compresi, avevano dovuto
cedere e riconoscere i diritti della gerarchia ecclesiastica della
città, ciò non valse per il cappellano.
Il vescovo Marco Rama (1690- 1709) alla fine del Seicento, sebbene
fosse riuscito a ridurre a miti consigli il parroco regio di Santa
Maria de Prothospatariis, Giovanni Millucci, dapprima chiudendolo
nelle carceri e poi costringendolo alla visita (19), lo stesso non
riuscì a fare con il cappellano regio del castello.
Egli infatti a malincuore doveva prendere atto che nel castello
c’era una cappella con cura delle anime e nonostante che per i
sacramenti essa ricorresse alla cattedrale, in quanto non vi era né
il tabernacolo della SS.ma Eucarestia, né la fonte battesimale né
gli oli sacri, essa dipendeva dal cappellano maggiore del regno che
sceglieva anche il cappellano ed inoltre essa non era soggetta alla
sua giurisdizione (20).
A quel tempo la guarnigione del castello, comprendente un
castellano, alcuni ufficiali e soldati, superava la quarantina e vi
erano un cappellano, Giuliano Villaroya, ed un sacrestano, Domenico
Ursano (21).
Il Villaroya, che abitava nelle case del castello vicino alla nuova
grande cisterna, non accumulò proprietà ma solamente “qualche
comodità di beni mobili” in quanto visse del solo “soldo” che gli
spettava come regio cappellano assieme alla nipote, che lo serviva,
gli governava la casa e ne divenne l’erede (22).
Durante il vescovato di Anselmo de la Pena le cose non erano mutate
di molto infatti nella chiesa si conservavano solamente gli oggetti
per amministrare i sacramenti (sacramentalia) (23).
Il vescovo successivo Costa invece affermava che nella chiesa non vi
erano “nec sacramenta, neque sacramentalia” e che il cappellano
invadeva la giurisdizione vescovile, ascoltando le confessioni fuori
dal castello e impartendo assoluzioni a casi riservati all’ordinario
(24).
Morto il Villaroya, era stato infatti nominato cappellano del
castello Agostino Beltrani, di Strongoli, figlio di padre incerto,
ordinato in giovane età sacerdote nel 1715.
L’anno dopo in una rissa di caccia aveva ucciso Domenico Sorace e fu
perciò condannato dal giudice alla pena dell’esilio per dieci anni.
Pena tuttavia che egli non sconterà che in minima parte tanto che
continuò ad abitare a Crotone.
Lo ritroviamo infatti alla metà di giugno alla torre di Fasana,
assieme al castellano Gio. Ramirez Y Arellano ed ad Annibale
Berlingieri, dove incontra il congiunto, il fisico Paulo Antonio
Beltrami, governatore di Strongoli, nel tentativo di appianare
alcune liti (25).
Tuttavia nel dicembre 1720 un decreto della Congregazione Conciliare
pur condonandolo lo sottopose ad esercizi spirituali ed a penitenza
e gli proibì di risiedere e di celebrare nella località dove aveva
commesso il delitto.
Se ne andò perciò a Catanzaro dove due anni dopo un altro decreto lo
sciolse anche da quest’ultimo obbligo (26).
Nel marzo 1724 lo ritroviamo a Crotone dove pratica la professione
di famiglia di “dottore fisico” (27).
Ottenuta la carica di regio cappellano curato del castello, il
Beltrani dapprima godette la benevolenza del vescovo e degli
ufficiali ma poi sorsero forti contrasti tra il cappellano da una
parte ed il vescovo e il castellano (28) dall’altra.
Quest’ultimo infatti per creare disturbo fa suonare il tamburo di
notte , alla mattina presto e durante la messa determinando le
proteste del cappellano che si rifiuta di celebrare e se ne sta
fuori dal castello dalla mattina fino a notte tarda, così che si
deve ricorrere ad un altro sacerdote per celebrare la messa per i
soldati (29).
Il Beltrani, che coprirà la carica cappellano del castello per molti
anni (30) e farà fortuna soprattutto “praticando” la professione di
medico (31) e facendo l’usuraio (32), ben presto prenderà dimora in
un palazzo vicino alla chiesa di San Vincenzo Ferreri (33).
Durante il viceregno austriaco vennero fatti numerosi lavori nel
castello, rinnovando anche il tetto e la copertura della chiesa
(34).
La situazione, per quanto riguarda il sacro, rimase inalterata e
ancora al tempo del vescovo Mariano Amato (1757- 1765) sia le chiese
parrocchiali che il sacello del regio castello, eccettuata però la
chiesa di Santa Maria de Prothospatariis, non avevano nè il
tabernacolo della SS.ma Eucarestia, né la fonte battesimale, né
conservavano i sacri oli, ma dovevano provvedersi di tutto ciò che
serviva per amministrare i sacramenti dalla cattedrale (35).
Tuttavia al suo insediamento il vescovo crotonese Giuseppe
Capocchiani (1774- 1788) annotava che oltre alle chiese parrocchiali
della città vi era all’interno del castello un’altra chiesa
parrocchiale, dove si conservava il sacramento della SS. Eucarestia,
l’olio degli infermi e la fonte battesimale e si esercitava la cura
delle anime dei soldati e dei residenti. La chiesa di regia
collazione tramite l’organo del cappellano maggiore era esente dalla
giurisdizione del vescovo, eccetto che per quelle cose che
riguardano la retta amministrazione dei sacramenti.
Quando rimaneva vacante si provvedeva dal cappellano maggiore non
per concorso ma per esame (36).
Note
1. Muore l’aiutante del castello T. Gervasi ed “è seppellito
nella chiesa grande di questo Regio Castello, con ogni solennità, e
decoro, con accompagnamento di tutti l’officiali e religiosi con più
scariche di focili, colla celebrazione di quantità di messe basse e
cantata”, ANC. 1324, 1763, 70- 72.
2. Libro de Morti, AVC.
3. Nola Molisi G.B., cit. pp. 102-103.
4. Sculco N., Cit., p.68.
5. Nel castello vi erano nel 1630 una campana grande per la porta e
tre piccole : ”una nel belguardo S. Jac.o e l’altra di s.a la chiesa
di S. Dionisio e quella di S.ta Maria sta rotta”, ANC. 118, 1630,
45v.
6. “..nel Turrion quellaman la marquesana adonde se halla la
Iglesia..”, Valente G., Difesa costiera e reclutamento di soldati in
Calabria Ultra al tempo del vicario Giovan Tomaso Blanch, Napoli
1963, p . 617.
7. ANC. 664, 1734, 61-71.
8. ANC. 917, 1770, 63.
9. "Goffroi de la Polle, chevalier, chastelein de Cotron, qui n'a
point de terre ou Regne ouquel chastel sont chapelein et quinze
serjanz", Reg. Ang. Vol. XXI, 1278/1279, p.215.
10. Tesorieri e Percettori di Calabria Ultra, Vol. 4087, anno
1564/1565, ff. 67,68 ASN.
11. Rel. Lim. Crotonen. 1631, 1640.
12. Rel. Lim. Crotonen. 1606.
13. Rel. Lim. Crotonen. 1603.
14. Rel. Lim. Crotonen. 1606.
15. Rel. Lim. Crotonen. 1610.
16. Nel 1684 era regio cappellano Paulo Rigitano e Pelio Petrolillo
sacrestano, ANC. 337, 1684, 177- 178.
17. D. Casanova possiede una vigna su cui grava un peso d’annui
duc.5 e tari 1 per capitale di ducati 65 che deve al cappellano del
castello D. Paulo Rigitano, il quale beneficia di un legato per la
celebrazione di tante messe per l’anima, lasciatogli dal tenente del
castello il fu alfiere Gasparo Badia, ANC. 336, 1689, 105 ; 659,
1715, 42.
18. ANC. 313, 1668, 265.
19. Nel 1691 Il regio parroco di Santa Maria de Prothospatariis era
rinchiuso nel carcere vescovile, ANC. 337, 1696, 12.
20. Rel. Lim. Crotonen. 1693, 1700,1706.
21. Giuliano Villaroya era stato in precedenza parroco di Santa
Veneranda da cui si era dimesso prima dell’aprile 1693. Nel 1707
risulta cappellano del castello, Russo F., IX,201 ; ANC. 497, 1707,
48- 49.
22. Il 17 marzo 1723 il cappellano del castello Giuliano Villaroya
fa testamento in favore della nipote, ANC. 661, 1723, 53.
23. Rel. Lim. Crotonen. 1722.
24. Rel. Lim. Crotonen. 1727.
25. Il 14.6.1718 Agostino Beltrano “della città di Strongoli
commorante in Cotrone” va alla torre di Fasana dove incontra il
fisico Paulo Antonio Beltrami di Strongoli, ANC. 660, 1718, 76v-77r.
26. Russo F., Regesto, X, 79, 114, 207, 223, 242.
27. Il 29 marzo 1724 Agostino Beltrani di Strongoli e Domenico
Venturi di Santa Severina, dottori fisici residenti a Crotone,
affermano che il governatore della città Diego dela Guardia nel
dicembre 1723 “s’infermò con due terzane continue accompagnate da
molti sintomi maligni” con grave pericolo della vita, ANC. 662,
1724, 59.
28. All’atto di consegna del castello al nuovo castellano venivano
consegnate le chiavi della “porta maggiore, della porta secreta di
soccorso, del caracò, delle monitioni così di bocca come di guerra,
del palazzo o quartiero dove sole abitare il castellano, delle
carceri, della cappella di S. Dionisio, dell’archivio”, ANC.663,
1730, 138- 141.
29. 28.7.1749. Alcuni soldati testimoniano in favore del castellano
Carlo Gola e di sua moglie Maria Roma : “che ne il medesimo signor
castellano, et tanto meno detta Sign.ra Maria abbia dato menoma
caggione di disturbo o trapazzo al Rev. D. Agostino Beltrani,
cappellano del sud. Regio castello dal giorno che lo stesso venne ad
abitare nel medesimo anzi è stato trattato con stima ed amorevolezza
con essersi toccato il tamburro dal predetto tamburrino il giorno
nell’ore che vengono prescritti nelli regolamenti militari e la
notte, non si è mai toccato il tamburro ma all’ora venti quattro
ogni giorno, et indi la ritirata, verso le due in circa, quando si è
serrata la porta grande del sudetto castello et qualche volta la
Diana al far del giorno..”, ANC. 668, 1749, 160- 161.
30. Nel 1770 era ancora cappellano del castello, ANC. 917, 1770, 63.
31. Il Beltrani con l’aiuto del vescovo fa testimoniare in suo
favore mettendo in cattiva luce l’operato del fisico Alfonso
Letterio, antagonista alla carica di medico dell’università. Nel
dicembre 1731 viene istruito un processo dalla curia vescovile dove
sotto la minaccia dapprima i testimoni descrivono il Letterio come
“huomo scelerato et inquieto” mentre il Beltrani è uomo probo e
sincero che presta la sua opera di medico gratis. In seguito però i
testi ritrattano ed il Letterio diventa “huomo ripieno di carità con
li poveri nell’esercitio della sua professione medica, probbo,
sincero e timoroso di Dio” mentre il Beltrani nei suoi confronti è
un incapace, ANC. 614, 1732, 28- 32.
32. Il Beltrani impresta 100 ducati ai coniugi Vaccaro , che
impegnano la casa, ANC. 1124, 1747,2 ; 1267, 1756, 158- 159.
33. Il regio cappellano Agostino Beltrani già alla fine del 1741
prende in fitto un palazzo che era di proprietà del seminario. Nel
1748 lo acquistò e nel 1770 lo vendette al comandante del castello,
ANC. 911,1741, 6-7 ; 667, 1748, 32-34 ; 917, 1770, 63.
34. Il 6 gennaio 1714 vengono appaltati i lavori dentro il castello
che prevedono anche “Nell’impennata della chiesa oltre delli
duecento ceramidi necessari per la med.ma carl. 15 per calce e
maestria, Nella chiesa una impennata di tavole , catene e traverse
di farna”, ANC. 611, 1714, 77- 87 ,99-106.
35. Rel. Lim. Crotonen. 1760,1763.
36. Rel. Lim. Crotonen. 1774. Nel 1777 cappellano del castello era
il sacerdote secolare D. Giuseppe Diaco, Nota delle chiese
cit.,1777.

