[Il convento dei domenicani a Caccuri]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 33/2000)
Il convento dei domenicani di Santa Maria del
Soccorso di Caccuri, diocesi di Cerenzia, era situato a circa un
quarto di miglio dall’abitato “in strada libera, pubblica e
pratticata”.
La fondazione
Esso fu fondato ed eretto per opera del frate Andrea da
Gimigliano nel 1518 col consenso e su richiesta dell’università di
Caccuri e con conferma ottenuta l’anno dopo da papa Leone X.
All’atto di fondazione furono stabiliti alcuni patti e condizioni
tra il frate da una parte e l’università e gli abitanti di Caccuri
dall’altra. L’università si impegnò a fornire il terreno su cui
doveva sorgere l’edificio, a sostenere alle spese di costruzione,
imponendo una tassa su alcuni generi alimentari (carne e pesci), che
doveva essere gestita dai frati, ed a fare edificare a sue spese due
calcare per procedere e facilitare i lavori. Essa inoltre promise di
intercedere presso il feudatario del luogo, il duca di Castrovillari
e conte di Cariati Giovan Battista Spinelli, in modo che i frati
potessero ottenere il permesso di fare una difesa nelle terre
comuni, la qual cosa avrebbe fornito ai religiosi le entrate
sufficienti per poter vivere. Il frate da parte sua si obbligò ad
andare personalmente a Roma, a spese però dei cittadini ed assieme
con una persona scelta dall’università di Caccuri, per ottenere in
San Giovanni Laterano le bolle per l’apertura del monastero. Una
volta avute le debite concessioni e riconoscimenti il frate sarebbe
andato ad abitare nel convento da costruirsi con due o tre altri
frati. Il tutto si rileva da una relazione della metà del Seicento,
che riporta parte degli accordi: ” In primis promette detto sindico
et universita allo predetto frate Andrea donarli libero espedito
tanto terreno in loco detto lo casale che si possa construire detto
monasterio secondo la qualità della terra cioè donarli l’horto di
Filippo Piluso quale fu di Guglielmo Sproveri e la via pubblica che
va all’Aruso e quell’horto confine a detta via che è dell’heredi del
q.m Carlo di Martino ch’in detto terreno e loco secondo è stato
designato per esso et altri gentilhuomini di detta terra possa
construire et edificare il detto monasterio di S.ta Maria del
Soccorso. Item promette detta università ut supra concedere a detto
Padre e monasterio ut supra che si metta uno tornese per rotulo di
carne e pisi che si venderanno allo cippo e che detta gabbella la
possano vendere e riscotere li procuratori che si constituiranno in
lo detto monasterio e quello che vi prevenira si metta a riparo di
detta chiesa e monasterio. Item promette detta universita et huomini
ut supra per augumento et avanzo dello detto monasterio intercedere
con l’eccel.mo Sig.r Conte voglia concedere che si possa fare una
difesa in li comuni di detta terra della quale possa vivere detto
monasterio e frati che vi staranno. Item promette detta università
far fare due calcare dalle quali si possa fabricare detto
monasterio. Item a converso promette il detto frate Andrea andare
personaliter a Roma ad ottenere le bolle del detto monasterio da San
Gio. Laterano una con un altro di detta terra eligendo per essa a
spese di particolari quali hanno promesso a detto frate Andrea e
dopo ritornato in salvamento con le speditioni promette venire a
stare in detto monasterio fiendo e portare due o tre altri frati con
esso”.
Non passa molto tempo e nel 1520 è posta la prima pietra del
convento, che è benedetta da Gaspare de Murgiis, in quell’anno
vescovo di Strongoli e vicario generale della chiesa metropolitana
di Santa Severina1.
Il convento di San Domenico fu in questi primi anni arricchito da
Salvatore Rota, abate commendatario del monastero di San Giovanni.
Nella chiesa intitolata a “SANCTAE MARIAE SUCCURRENTI MISERIS –1515
“, come si legge nell’arco a tutto sesto, scritta che ci fa notare
che la costruzione dell’edificio è preesistente alla data del
riconoscimento del convento, ancor oggi si può notare sull’altare
maggiore la statua della Vergine con l’iscrizione “MISERIS
SUCCURRENTI ABBAS ROTA A.D. 1542”. Uno stemma gentilizio nella
facciata ed iscrizioni con le date 1533 e 1544 ci informano dei
benefattori ,che resero possibile la costruzione del convento. Nei
primi anni del Seicento il vescovo di Cerenzia, Fra Filippo Gesualdo
(1602-1619), in una sua relazione così si esprime: “Vi sono nella
mia diocesi due luoghi di religiosi, l’uno di padri domenicani, con
numerosi competenti e l’altro di padri conventuali di San Francesco,
entrambi in buona fabbrica, e quelli e questi vivono con esemplarità
e frutto”2. Il successore Maurizio Ricci (1619- 1626), lo descriverà
“ricco et insigne di fabrica ove stano dui sacerdoti”3. Lo stesso
vescovo per la salubrità del luogo vi trascorrerà nel 1626 gli
ultimi giorni della sua vita4.
Una relazione della metà del Seicento ci fornisce una descrizione
particolareggiata dello stato e delle proprietà dei domenicani di
Caccuri. Allora nel convento vi erano tre sacerdoti e due conversi:
il priore e lettore fra Crisostomo Colleri di Cosenza, i frati
Francesco Greco da Montalto e Tommaso Mingrone da Pietrapaola ed i
professi Domenico Parise da Celico ed Agostino Santoro da Cerisano.
“Ha la chiesa sotto il titolo et invocatione di S.ta Maria del
Soccorso è di struttura in quadro serrato consistente da un lato la
chiesa di palmi sessanta di lunghezza, trenta cinque di larghezza e
trenta cinque d’altezza con il suo coro serrato con l’intempiata
organo soprapopulo et ornata di più cappelle. Dall’altri tre lati
tre dormitorii a incorcione della chiesa nella parte superiore de
quali uno è rasignato per infirmaria e l’altri due continenti sette
camere per ciascheduno per habitationi de frati. Nella parte
inferiore di detti dormitorii vi è la sacristia capitolo e
refettorio et otto altre stanze rasignate per diverse officine.
Dentro il chiuso quadrato del detto monastero v’è il chiostro del
quale la mettà è finito et il resto principiato di presente”.
Il convento quindi si trovava alla metà del Seicento incompleto
tanto che, per finire la costruzione del chiostro e del campanile,
secondo i frati abbisognavano almeno duecento scudi di Roma e,
poiché a dir loro il convento non aveva molte rendite, ci volevano
più o meno dieci anni.
La situazione economica
Dalla relazione, inviata dai frati il 10 marzo 1650 in occasione
della pubblicazione in Roma il 22 dicembre 1649, della Costituzione
di Innocenzo X, veniamo a conoscenza che il convento possedeva: lo
“ius arandi” su trecento tomolate di terra, sette vigne, quattro
case, tre mulini, sette territori a pascolo ed a querceto, sette
orti con piante da frutto e celsi, cinque oliveti, cinque
castagneti, trecento capre, quindici porci ed esigeva diversi censi
annui ed elemosine. Nonostante tutte queste proprietà esso risultava
in difficoltà finanziarie. Ciò era quanto risultava dalla media tra
le entrate e le uscite annue degli ultimi sei anni, come era
richiesto nella Costituzione innocenziana. L’indebitamento, a parere
dei frati, era dovuto a svariate cause: le terre erano state solo in
parte affittate perché gli abitanti di Caccuri avevano dovuto far
fronte ai danni del terremoto ed ad annate rovinose; i mulini non
avevano macinato in quanto “diruti”; le vigne , gli oliveti ed i
castagneti avevano piccola estensione e le ultime sei annate, prese
in considerazione, erano state le più sterili da molti anni a questa
parte.
Ad aggravare la situazione erano da aggiungere alcune spese: le 1020
messe all’anno che i frati erano costretti a fare celebrare, i
consueti lavori alla chiesa ed al convento, le spese di culto
(suppellettili, cere, vini, ostie ecc.). C’era poi il vitto ed il
vestiario per i frati che per ciascun frate comportava una spesa
annua di 32 scudi, il vitto ed il salario ad un “famulo” ( 24
scudi), il mantenimento di una bestia di stalla per servitio del
convento (8 scudi), ecc. Così ai circa 255 scudi di entrata
provenienti per il 55% dagli “orti e alboreti”, per il 19% dai
“terreni, case e molini”, per il 18% dal “frutto del bestiame”, per
il 5% dagli “oliveti e castagneti” ed per il restante 3% dalle
elemosine, si contrapponevano i circa 272 scudi di uscita (il 67%
per “vitto e vestito”, il 15% per “viatici, visite ed altro”, l’8%
per “risarcimenti e sacrestia”, l’8% per “biancherie ed altri
straordinarii” ed il rimanente 2% per “spese di contributioni” ed
oneri vari) . L’indebitamento medio annuo era quindi di scudi 17, ai
quali erano da aggiungere i 200 scudi per portare a termine la
costruzione del convento e del campanile ed altri 30 scudi per
debiti contratti per diverse cause che i frati dovevano saldare
entro il mese di settembre di quell’anno5.
Soppressione e riapertura
Poiché i frati del convento erano inferiori al numero di sei ed
essendo il convento in passivo, esso fa parte della lista emanata il
24 ottobre 1652 dei piccoli conventi domenicani che secondo la
Costituzione di Innocenzo X devono chiudere. Non passa molto che il
26 febbraio 1654 è tra quelli che possono riaprire6.
Tuttavia a causa di queste vicende il convento subì seri danni,
tanto che anni dopo i frati dovettero richiedere l’intervento
papale. Clemente X nel gennaio 1675 ordinava all’arcivescovo di
Santa Severina e al vescovo di Cariati e Cerenzia, o ai loro vicari,
di intervenire a favore del priore e dei frati, affinché fossero
immessi nuovamente in possesso dei canoni, dei documenti, dei libri
e degli oggetti sacri che a loro legittimamente spettavano, ma ne
erano stati privati ed usurpati7.
Non avendo il numero previsto di sei religiosi “di matura età e di
provata vita” ,come previsto dalla bolla di Innocenzo X, ed
impoverito a causa delle usurpazioni e delle cattive annate, il
convento rimase dapprima sotto la giurisdizione del vescovo di
Cerenzia. In tale situazione lo troviamo al tempo del vescovo
Geronimo Barzellino (1664-1688), il quale così si esprime: “In tutta
la diocesi ci sono solo quattro piccoli conventi di regolari dei
quali tre per la riduzione delle entrate non hanno il numero di sei
religiosi, perciò sono sotto la mia giurisdizione; il rimanente
sebbene abbia il numero prefissato, non essendo i frati di matura
età e di provata vita, come prescrive la bolla di Innocenzo X, è
anch’esso sotto la mia giurisdizione” 8. In seguito riacquistò la
sua autonomia. In tale stato era già all’inizio del vescovato di
Carlo Ronchi (1732-1764): “A Caccuri c’è il monastero dei
domenicani; poiché vi è il prefissato numero di religiosi e vige la
regolare osservanza, non è soggetto alla giurisdizione
dell’ordinario”9 . Durante il Settecento il convento fu favorito dai
feudatari del luogo, i duchi Cavalcanti, i quali lo arricchirono di
numerose opere d’arte e di oggetti sacri, dapprima con Antonio
Cavalcanti (1694- 1709)10 poi con Marzio (1709-1752) e Rosalbo
(1752-1781). Nel 1769, essendo duca di Caccuri Rosalbo Cavalcanti,
il convento è ritornato agli antichi splendori, contando ben dodici
frati di famiglia11. Alcuni anni prima e precisamente nel 1751,come
evidenzia un’iscrizione, a sinistra e vicino alla chiesa era stato
fondato l’oratorio dei Cavalcanti, dedicato alla Vergine del
Rosario. La cappella fu in questi anni oggetto di abbellimenti e di
restauri soprattutto ad opera del fondatore Antonio Cavalcanti,
fratello del duca e figlio primogenito di Marzio, il quale rinunciò
alla successione e divenne cavaliere di Malta ( Il soffitto ligneo
con dipinta la Vergine contornata da quattro medaglioni porta la
data 1753). Il convento fu soppresso nel 1809 durante il Decennio
francese. Allora aveva un solo sacerdote ed un laico12. Con la
Restaurazione, al tempo del Regno delle Due Sicilie, fu riaperto nel
1833 dai francescani riformati, che vi rimasero fino alla definitiva
soppressione, avvenuta poco dopo L’Unità d’Italia. L’edificio
divenne dapprima proprietà comunale e poi fu venduto nel 1865
all’onorevole Giovanni Barracco, che adibì sia il convento che la
chiesa ad altri usi.
Nel 1938 è così descritto: Chiesa della Riforma, già dei PP.
Domenicani; facciata con decorazioni scolpite in pietra, portale
arcuato con bassorilievi, rosone a ruota, due stemmi laterali (sec.
XVI), interno con soffitto ligneo cassettonato (sec. XVIII),
cappella dei Cavalcanti con esterno architettonico in pietra,
arcata, paraste, architrave, stemma (sec. XVI), altare ligneo con
fastigio architettonico, colonne, statue (sec. XVII), altare di S.
Lucia, nella navata, ligneo integliato (sec. XVIII), altare di S.
Antonio (sec. XVIII), pulpito e scanni corali in legno intagliati
(sec. XVIII). Proprietà Barracco13.
Note
1. S. C. Stat. Regul. Relationes, 25, ff. 512-515, Arch. Segr. Vat.
2. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1605.
3. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. ,1621.
4. Russo F., Regesto, VI, (29602)
5. S. C. Stat. Regul. Relationes, 25 cit.
6. Russo F., Regesto, VII (36845), (37232).
7. Ruso F., Regesto, VIII (43271)
8. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntinen. , 1667.
9. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntinen., 1733.
10. Clemente XI, accogliendo la supplica, concede con un breve in
data 27 giugno 1704 al duca di Caccuri Antonio Cavalcante e alla
moglie Laudomia di Gaeta di poter costruire un oratorio privato,
Russo F., Regesto, IX (50285).
11. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntinen., 1769.Nel settembre 1766 era
priore Vincenzo Maria Gargani di Napoli e lettore Giacinto Greco di
Amantea, Reg. Ud. Prov. Fs. 21, fasc. 263, f. 10, A.S.CS.
12. Caldora U., Calabria Napoleonica 1806-1815, Napoli 1960, p. 220.
13. Ministero della Educazione Nazionale, Elenco degli edifici
monumentali, Catanzaro - Cosenza - Reggio Calabria, Roma 1938, pp.
27 –28.

