[Il convento domenicano di Santa Maria della Grazia di Cerenzia]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 37/2000)
Il convento domenicano di Santa Maria della
Grazia di Cerenzia era situato dentro le mura della città, “in
strada publica che delle case dell’habitanti è distante dal d.o
monasterio passi nove in circa”.
La fondazione
Due anni dopo che la città di Cerenzia era stata spopolata e
“destrutta” dalla peste1 , vi fu fondato ed eretto, su concessione
del vescovo delle due diocesi unite di Cariati e Cerenzia, Tommaso
Cortese da Prato (1529-1532), un convento di domenicani. Correva
l’anno 1530 ed era pontefice Clemente VII (1523 –1534). Il nuovo
convento sarà riconfermato ai domenicani dai vescovi successivi
Giovanni Carmuto (1535-1544) e Marcantonio de Falconi (1545-1556).
Tranne questi atti, che dimostravano il potere dei vescovi di
Cerenzia e Cariati, non esistevano alla metà del Seicento
nell’archivio del convento “altre scritture, ne assignamenti, ne
obblighi, ne patti fatti con li detti vescovi, ne con
l’università”2.
Il convento nelle relazioni dei vescovi
Scarse sono le notizie della vita economica e religiosa del
convento, che risentì della decadenza della città, seguendone ed
anticipandone il destino. Il vescovo Filippo Gesualdo (1602-1619) in
alcune relazioni lo descrive brevemente. In quella del 1602 vi
troviamo : “C’è in città un convento dell’ordine dei Predicatori con
pochi frati”3; nella seguente, di tre anni dopo, spende qualche
parola in più: ”Vi sono dui luochi di religiosi li quali sono in
fabrica uno delli Padri Domenicani e l’altro delli Padri Conventuali
di San Francesco con pochi frati, ma di buon odore e frutto”4.
Anche il vescovo Maurizio Ricci (1619-1626) si sofferma brevemente
nei due monasteri di Cerenzia: “Vi sono due monasteri di frati l’uno
di San Domenico et l’altro di San Francesco con un frate per
monasterio”5.
Situazione che al tempo del vescovo Laurentio Fei (1627-1633)
risulterà inalterata: “ Ci sono due monasteri maschili uno di San
Domenico, l’altro dei minori conventuali di San Francesco “6.
Alla metà del Seicento
Bisognerà attendere la “Relatione del Monast.o della V.e S.ta
Maria della gr.a dell’Ord.ne di Pred.ri della Città di Cerentia a
Sua Beatitud.ne”, stesa il 6 marzo 1650 dai due frati del convento,
il sacerdote e vicario Francesco Asturino di Verzino e il sacerdote
Marco Imbriaco di Caccuri, per poter attingere informazioni più
accurate sulla struttura e sull’economia del convento. Nella
“Relatione” inviata a Innocenzo X in occasione della pubblicazione
in Roma, il 22 dicembre 1649, della Costituzione, i frati fanno una
sintetica descrizione degli edifici e dello stato economico del
convento, considerando per quest’ultimo la media tra le entrate e le
uscite annue degli ultimi sei anni, espressa in scudi romani.
Da essa si ricava che alla metà del Seicento la famiglia del
convento era composta oltre che dai due frati già nominati anche dal
frate “serviente” Francesco Gallo di Caccuri; tutti i frati quindi
provenivano da luoghi vicini. Poche note riguardano gli edifici, che
costituivano il piccolo convento che si riduceva ad una piccola casa
accanto alla chiesa. Quest’ultima copriva un’area lunga palmi 72 e
larga 32. Aveva sacrestia ed alcune cappelle e altari; sono
ricordati le cappelle delle famiglie Gugliemo e Russo e l’altare
dello SS.mo Rosario. L’abitazione dei frati, detta “il dormitorio”,
era lunga 94 palmi e larga 27 ed era formata da sei camere con
quattro officine sottostanti. Circondava il piccolo complesso
religioso un orto dell’estensione di circa una tomolata di terra,
chiuso e coltivato a giardino per uso degli stessi frati. In esso
crescevano numerosi alberi da frutto, tra cui alcuni fichi, e dei
gelsi7.
Il convento possedeva dei fondi rustici che dava in fitto. Essi
erano costituiti da oliveti, gelseti, una vigna, una possessione in
località Patijna, terre aratorie che si estendevano per circa 90
tomolate ed una difesa di 170 tomolate di terre aratorie con
querceto.
Oltre alle terre i frati erano proprietari di case, che davano in
fitto, ed esigevano dei censi annui su terreni e case. Completavano
le entrate le elemosine.
La maggior parte dei proventi venivano dall’affitto delle terre a
grano; soprattutto dalla difesa e dalle terre aratorie, che da sole,
facendo una media tra annate fertili e sterili, contribuivano per
circa il 75% del totale. Seguiva per importanza l’affitto dei
gelseti, degli oliveti e della vigna, che contribuiva con circa il
10% e nella stessa misura era la rendita proveniente dai canoni
delle case e dai censi sul prestito di capitali. Il rimanente 5% era
il frutto delle elemosine dei benefattori e delle offerte del grano
per il pane.
Il convento poteva inoltre contare su una buona quantità di olio
proveniente dal fitto degli estesi oliveti, parte della quale, circa
40 “litre” era utilizzato per il vitto e per le lampade della
chiesa, mentre il resto era venduto. Un’altra risorsa era costituita
dai frutti ed dai prodotti dell’orto e del giardino.
Nonostante che dalla relazione il convento non appaia
particolarmente ricco, tuttavia tenendo presente che era abitato da
solo due o tre frati, le sue entrate dovevano permettere a questi di
condurre una vita più che dignitosa, almeno in paragone a quella
della maggior parte degli abitanti di Cerenzia.
Questo dato traspare chiaramente dal bilancio annuale del convento,
calcolato sulla media degli ultimi sei anni, annate certamente non
abbondanti.
Anche se gli estensori fanno di tutto per nascondere la verità,
diminuendo a dismisura le entrate e gonfiando le uscite quanto più
possibile, i dati che ci forniscono non convincono, anche perché
dimostrerebbero uno squilibrio economico non sostenibile. Infatti ai
122 scudi circa portati in entrata, si contrappongono 192 scudi
circa in uscita, il che vorrebbe dire che in sei anni il convento
avrebbe accumulato debiti per ben 420 scudi!
Eccettuati alcuni piccoli censi che i frati pagavano alla cattedrale
di Cerenzia, alla corte baronale ed all’abbazia di San Giovanni in
Fiore, che complessivamente incidevano per l’uno per cento sulle
uscite, e le spese per i restauri ed il mantenimento del convento e
della chiesa e della sacrestia ( reparationi et ciaramidi, calce,
pietre et altri ingredienti per la fabrica) che incidevano per un
altro 10%, si può dire che tutte le spese rimanenti erano per il
mantenimento dei frati, che incideva per l’80% sulle uscite. La
maggior parte riguardava il vitto (olio, vino, carne, pesce, uova
ecc.) ed il vestiario. I frati dovevano inoltre sopportare la spesa
per rifornirsi di acqua in quanto il monastero non aveva la
cisterna, né un animale per trasportarla. Vi erano poi le spese
consuete di “biancherie, letti, coperte et altri mobili di casa” e
quelle per il funzionamento della cucina “vasi di rame, di terra et
altre cose simili”. Da ultimo le spese per il barbiere, il medico,
le medicine, i viatici ecc.
Cerenzia, la decadenza
La relazione dei domenicani e quelle dei vescovi, specie di
Francesco Gonzaga (1633-1658) e di Agazio de Somma (1659- 1664), ci
informano che Cerenzia a metà Seicento era situata su una rupe
sassosa, circondata da precipizi e di difficile accesso. La città
era in piena decadenza e rovina, sia per i danni causati dal
terremoto del 1638, che aveva distrutto la cattedrale, abbattuto il
campanile e rovinato il palazzo vescovile, sia per la povertà e
l’abbandono degli abitanti. Il vescovo Agazio Somma, che come i suoi
predecessori risiedeva nel palazzo di Cariati e raramente visitava
questa sua diocesi, trovò che essa era gravemente ammalata e
identificò la ferale malattia: il suo nome era “vetustate”8. Un
morbo che colpiva anche gli uomini giunti in età avanzata,
fiaccandoli lentamente nelle membra e nello spirito, corrodendoli e
corrompendoli fino a far loro esalare l’ultimo respiro. Per tale
flagello non v’era né medico né chirurgo e tanto meno rimedio di
medicina. Giorno dopo giorno esso erodeva sia gli edifici sacri che
secolari e rendeva sterili i terreni coltivati. Col tempo i primi
collassavano in macerie, i secondi divenivano preda della selva. Gli
abitanti erano impotenti. Tutti i tentativi e gli sforzi, escogitati
per fermare l’avanzare del degrado e ripristinare l’antica
importanza religiosa e civile, non sortivano alcun effetto. Una
maligna forza oscura li contrastava, rendendoli vani e inefficaci.
La popolazione di continuo impoveriva e scemava dalla città. Le
mura, in parte diroccate, racchiudevano un abitato evanescente, il
cui aspetto appariva all’incauto visitatore ancor più spettrale,
perché avvolto dai vapori e dalle nebbie, che salivano dal vicino
malarico Lese. Molte case vuote e abbandonate erano già state invase
dai rovi e dalle erbacce e le altre, piene di crepe e minaccianti
rovina, davano albergo a formiche, ranocchie, serpi e sorci,
l’avanguardia insidiosa del selvatico. Dove prima ferveva la vita e
prosperavano casate popolose, ora regnava il silenzio dei luoghi
solitari e degli spazi vuoti. La stessa cattedrale, simbolo
dell’antico splendore ecclesiastico, in passato punto focale e luogo
eminente della città, ora quasi rudere dimenticato svettava isolata
su un promontorio lontano dalle abitazioni. Il vescovo, quando
poteva, la evitava ma, se costretto, vi saliva per una visita
frettolosa, in modo da lasciarla all’avvicinarsi delle ombre della
sera, quando il posto diveniva insicuro perché banditi e ladri
spadroneggiavano e bisognava esser solleciti per affrontare col
chiarore il lungo cammino alla marina, impervio e pericoloso. Gli
edifici della città non davano altro che l’immagine speculare delle
avversità, che di recente avevano colpito gli abitanti. La peste, la
siccità, i bruchi e le cavallette si erano uniti alla vecchia
protervia ed avidità baronale ed avevano messo a dura prova la vita
degli uomini e la fertilità delle campagne. In certe annate molte
terre erano rimaste incolte per la mancanza di braccia e di buoi,
altre volte erano stati gli stessi coloni ad andarsene altrove, dove
le terre erano più fertili e lo sfruttamento minore. Parte del
territorio, quello più lontano e meno produttivo, era ritornato col
tempo alle sterpaglie ed alla signoria delle fiere. Prolungandosi
tali condizioni, i superstiti avevano cercato di adattare ai tristi
tempi lo stile di vita. Da tempo immemorabile la maggior parte dei
terreni, del bestiame e delle coltivazioni era in mano del barone e
degli ecclesiastici, i quali, pur tra loro sempre in lite, nei
momenti avversi erano uniti nel rivalersi sulla popolazione,
sottraendole il poco e mettendo a repentaglio il fragile e precario
equilibrio su cui si reggeva l’esistenza comunitaria. In un ambiente
ed in una congiuntura storica così sfavorevoli, molti Cerentinesi si
erano arresi ed avevano abbandonato la città. I rimasti avevano
dovuto modellare i loro bisogni in base alle poche risorse di cui
disponevano. Si può dire che la sopravvivenza di ogni famiglia era
legata al possesso oltre che di una casa terranea di una stanza, da
almeno qualche gallina e dal maiale. Completava il bagaglio un
piccolo vignale, con alcune vigne e qualche albero da frutto, quasi
sempre gravato da censi e prestazioni, dovuti al barone o alla
chiesa, ed una cavalcatura, asino o mulo. Quest’ultima era
essenziale per andare e venire quotidianamente, all’alba e al
tramonto, dalla campagna e mezzo necessario per poter cogliere e
trasportare, oltre ai prodotti del campo e del bosco, la legna e
l’acqua, di cui la città era carente. Per questo sforzo collettivo
di sfuggire alla precarietà, il paesaggio collinare era divenuto
quanto mai variegato. Le terre aratorie ed a pascolo intervallavano
i vigneti, il querceto, l’oliveto, il gelseto, il bosco, ecc.
Giardini ed orti con alberi da frutto sorgevano qua e là, dentro le
mura e nei pressi delle sorgenti e dei corsi d’acqua. Il Lese ed
alcuni torrenti fornivano specie d’estate copioso pesce, che veniva
pescato deviando i corsi. Esteso ed importante era l’oliveto, tanto
che nelle annate di carica l’olio prodotto era in parte esportato.
Lo stesso valeva per il grano, che i possidenti facevano condurre
dai bordonari nei magazzini di Crotone, da dove avrebbe poi preso la
via del mare alla volta di Napoli. Le vigne davano del buon anche se
non abbondante vino, che era consumato localmente. I numerosi gelsi
inoltre denotavano il permanere di un intenso allevamento del baco
da seta e la presenza di lavoranti addetti a questa “arte”.
Soppressione del convento
Il 15 ottobre 1652 diveniva esecutiva la Costituzione
innocenziana che prevedeva la chiusura e soppressione dei piccoli
conventi, che erano composti da meno di sei soggetti o non godevano
di rendite adeguate. Il 24 dello stesso mese il cardinale Spada,
prefetto della Santa Congregazione sopra lo Stato dei Regolari,
istituto nato da poco per la riforma dei monasteri, comunicava al
procuratore dell’ordine dei predicatori i conventi da chiudere in
esecuzione della Costituzione di Innocenzo X e tra questi vi erano
tutti e tre i conventi domenicani in diocesi di Cerenzia: cioè di
Verzino, Cerenzia e Caccuri9.
La chiesa di Santa Maria della Grazia
I conventi domenicani di Verzino e di Caccuri dopo poco potranno
riaprire, non quello di Cerenzia. Soppresso il convento, rimarrà la
chiesa. Tra le molte piccole chiese che sorgevano dentro e fuori la
città di Cerenzia, quasi tutte mancanti di ogni cosa necessaria al
culto10, c’era sul finire del Seicento anche la chiesa di Santa
Maria della Grazia. Essa è richiamata in un atto notarile
riguardante uno scambio di terre, avvenuto nell’ottobre 1683, tra il
barone di Cerenzia Vincenzo Rota e la possidente Petruzza Russa,
vedova di Francesco Secreti e figlia ed erede di Lucretia Peta. Il
barone cedeva una difesa in Sila in località Redisole mentre la
Russa dava al barone la difesa detta “Popiri” in territorio di
Cerenzia, quest’ultima risultava gravata da un annuo censo di
carlini quindici “debiti alla venerabile chiesia di Santa Maria
della Gratia di Cerentia”11.
Note
1. Rel- Lim. Cariaten. Geruntin., 1589.
2. S. C. Stat. Regul. Relationes, 25, ff. 278 –283, Arch. Segr. Vat.
3. Rel. Lim. Cariaten. Geruntin., 1602.
4. Rel. Lim. Cariaten. Geruntin., 1605.
5. Rel. Lim. Cariaten. Geruntin., 1621.
6. Rel. Lim. Cariaten. Geruntin., 1631.
7. S. C. Stat. Regul. cit.
8. Civitas Geruntin., vetustate, ad pauciores habitatores est
redacta, Rel. Lim. Cariaten. Geruntin., 1659.
9. Russo F., Regesto, (36838), (36845),
10. Rel. Lim. Cariaten. Geruntin., 1679.
11. Atto del notaio Marcello Jaquinto di San Giovanni in Fiore del
12 ottobre 1683, ff. 26v-29, Arch. Stat. CS.

