[Convento dei Domenicani, la confraternita del Rosario e la cappella del Rosario in cattedrale.]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 17-18/2000)
Il convento dei domenicani di Crotone è di antica
fondazione. Esso era già esistente alla metà del Quattrocento.
Il convento fuori le mura
Allora era situato fuori le mura della città accanto ad un
bordello ed esposto alle minacce dei banditi e dei pirati. Per
questo motivo Pio II nel 1458, accogliendo una richiesta fatta dal
clero, dal popolo e dall’ordine provinciale dei domenicani, ordinò
con un breve all’arcivescovo di Santa Severina, Simone Biondo, di
intervenire per trasferire i frati da quel luogo nel monastero delle
clarisse di patronato dei nobili di Crotone, che era rimasto vuoto e
che si trovava all’interno delle mura. Il trasferimento sarebbe
dovuto avvenire previo il consenso dei patroni del monastero e con
la soppressione del titolo abbaziale e dell’ordine di Santa Chiara,
inoltre ai domenicani si sarebbe dovuto concedere la chiesa ed il
convento con le sue entrate, chiesa che avrebbe assunto il titolo di
San Vincenzo1.
Il trasferimento tuttavia non avvenne. Sempre sul finire del
Quattrocento i domenicani ampliarono le loro proprietà. Nel 1494,
per concessione dei canonici di San Giovanni in Laterano essi
acquisirono la chiesa di San Marco, situata fuori le mura della
città, con tutte le sue rendite e diritti. Da tale data il convento
domenicano di Crotone godette la protezione del Capitolo e dei
canonici di San Giovanni in Laterano, al cui capitolo essi tuttavia
versarono ogni anno nove paoli. Con l’arrivo degli Spagnoli e
l’intensificarsi delle incursione turchesche, essendo il loro
convento ancora situato fuori le mura in un luogo solitario,
ottennero nel 1519 una concessione regia per Fernando del Arcon,
regio consigliere e capitano d’armi nelle province di Calabria, che
permetteva loro di poter fondare un convento dentro le mura della
città2. I domenicani tuttavia rimasero ancora nel loro antico
convento con chiesa di Santa Maria delle Grazie. Nella chiesa
situata fuori le mura, sulla via che dalla città conduceva a capo
delle Colonne, nel maggio 1520 trovarono riparo per un improvviso e
violento temporale i pellegrini che si recavano a Capo delle Colonne
per chiedere la grazia della pioggia3. Il convento continuò per
tutto il Cinquecento la sua normale vita comunitaria e religiosa,
come si rileva da alcuni documenti4. Al suo interno prese sede la
confraternita del SS.mo Rosario5. Sempre durante il Cinquecento e
precisamente nel 1558 , la casa sarà accettata come convento. Nella
seconda metà del Cinquecento si susseguono le donazioni ed i legati.
Lelio Lucifero prima di partire per Napoli fa dono di un paio di
buoi6. Sempre in questo periodo il monastero tramite il prestito di
piccoli capitali cominciò a gravare case e vigne7 dei cittadini,
ricavando censi annui in denaro ed in grano8 . Capitali, case e
terre che provengono da legati, da donazioni e dalla celebrazione di
messe in suffragio9. I fondi vengono dati in fitto a semina o a
pascolo, con pagamento in grano o in denaro, mentre il denaro viene
concesso in prestito al tasso annuo tra l’otto e il dieci per cento.
Traggono beneficio dei terreni e del denaro del convento soprattutto
il ceto nobiliare/ecclesiastico della città10 che subaffittano i
terreni ai coloni, ai quali anticipano con contratti capestro anche
i semi ed il denaro occorrente per poter coltivare. Il convento dei
Domenicani rimase fuori le mura della città per tutta la seconda
metà del Cinquecento e per i primi decenni del Seicento, infatti al
tempo del vescovo Thomas de Montibus (1599- 1608) a Crotone vi erano
sei conventi; di questi due , quello dei minori conventuali e delle
clarisse, erano dentro le mura e quattro, i rimanenti, dei
domenicani, dei minori dell’osservanza, dei minimi e dei
carmelitani, fuori11.
Il convento sul Cavaliero
Situato fuori mura, vicino al convento degli Osservanti e quello
dei Carmelitani, il convento ben presto divenne preda dei pirati.
Saccheggiato una prima volta nel 1633 i frati lo abbandonarono e ne
costruirono uno nuovo dentro le mura della città All’inizio
dell’anno dopo il nuovo convento è quasi terminato, infatti i
domenicani, avendo bisogno di denaro, sono costretti a vendere un
casaleno “diruto”, situato in parrocchia di Santa Vennera, per poter
completare la nuova costruzione, “essendo il loro convento pigliato
da turchi et quello disfatto di manera che è reso inhabitabile,
tanto più per esser lontano dalla città da un miglio incirca et
posto nel lido del mare, sono stati forzati entrarsene dentro la
città dove hanno eretto un altro convento con la chiesa per
poternoci habitare, così come s’è già incominciato a fabricare con
molto loro spesa et dispendio”12. Passato il pericolo, dopo poco
essi andarono nuovamente ad abitare nel vecchio convento fuori le
mura; ma il 23 giugno 1638 ritornarono i Turchi che lo devastarono
assieme al vicino convento dei carmelitani ed entrambi furono dati
alle fiamme: “le camere et scritture abbrugiate, et profanati, et
tolti li vasi sacri. I sacerdoti fatti schiavi, et uno nomine fra
Jacono Barba magiore ucciso nel medesimo convento, et il di più
posto in ruina”. Dopo questo evento funesto, per concessione regia e
con l’assenso della Sacra Congregazione, i frati decisero di
ritornare nel loro convento in città; convento che era stato
costruito dai domenicani su alcune case di loro proprietà, vicino
alle mura ed era costituito da una chiesa sotto il titolo di San
Domenico, che era lunga circa 40 palmi e larga 2013. Tutto il
convento dentro la città sarà costituito dalla chiesa e da quattro
case contigue, poste a filo e situate presso il Cavaliero, o
bastione Don Pedro, in parrocchia di Santa Veneranda14.
Perciò nei primi anni del vescovato di Giovanni Pastor (1638 –1662)
dentro le mura della città vi erano il monastero delle clarisse, il
convento dei minori conventuali, nella cui chiesa ha sede la
confraternita dell’Immacolata Concezione, ed il convento dei
predicatori, nella cui chiesa c’è la confraternita del SS.mo
Rosario. Fuori le mura rimanevano i quattro conventi: dei minori
dell’osservanza, dei carmelitani, nel quale c’era la confraternita
della Beata Maria de Monte Carmelo, dei minimi di San Francesco di
Paola e dei cappuccini15. I domenicani rimasero nel convento presso
il Cavaliero per circa dieci anni. Durante tale periodo si
dedicarono allo “augmento di salute dell’anime di fideli,
predicando, et insegnando la parola d’Iddio a Popoli d’essa città”.
I domenicani ritornano fuori le mura
Continuava in questo periodo ad aver sede presso la nuova chiesa
la confraternita del Rosario, ma venuto come vicario il frate Giovan
Battista Corso di Castelvetere “offeso per infermità nel intelletto,
poco curando l’evidenti pericolo, l’utile, et salute dell’anime”,
questi trasferì di nuovo i frati nell’antico convento presso la
spiaggia, “con scommodo infinito, et evidenti pericolo d’essere da
ladri saccheggiati o catturati da turchi” . Per poco , il 24 gennaio
1650 i ladri vi penetrarono e tolsero ogni suo avere e scassarono “
tutte le cascie del deposito et di poveri frati”. Dopo questo fatto
rimasero nel convento solo il padre baccilero fra Michele Bonello di
Cotrone e un oblato mentre i due frati locali, il sacerdote
Francesco di Rogliano ed il converso Giovanni di Sinopoli se ne
andarono. Una relazione del vicario Michele Bonello del 22 febbraio
1650 descrive la situazione dei domenicani di Crotone e dei loro
conventi. Da essa veniamo a conoscenza che nel convento all’interno
delle mura la confraternita aveva continuato a recitare il rosario,
anche dopo che i frati erano ritornati al loro convento fuori mura,
ma poi il vescovo Giovanni Pastor lo impedì. Il convento fuori mura,
dove i frati erano ritornati, era distante dalla città circa mille
passi ed era situato in luogo disabitato, “fuori di bosco vicino la
spiaggia del mare”. La chiesa era dedicata a Santa Maria della
Grazia, aveva la navata lunga palmi 105 e larga 42 ed il coro in
quadro di palmi 30. In essa v’erano due cappelle: quella del SS.mo
Rosario era lunga palmi 21 e larga 19, l’altra era scoperchiata.
L’edificio, costruito in calce ed arena, aveva il muro, dove
s’apriva la porta maggiore, che minacciava rovina e la navata era
scoperchiata, tanto che non si poteva celebrare.Il convento era
circondato da un basso muretto e non aveva chiostro. Il dormitorio
era composto da quattro celle “con parte superiore et inferiore. Al
suo interno vi era un largo dove era stato edificato un magazzino
per conservare il grano, ma questo ed una cella erano detenuti dal
vescovo. Il sigillo del convento era piccolissimo e rotondo
rappresentava un albero16. Nonostante la precarietà della situazione
il 18 giugno 1651, il priore del monastero di Santa Maria della
Grazia, “posto fuori le mura della città”, fra Michele Cotrone, si
riunisce assieme ai confrati della confraternita del Rosario in
cattedrale per eleggere i nuovi priori della confraternita17.
La soppressione
L’anno dopo, 1652, il convento, essendo povero e poco popolato,
fu soppresso, assieme a quello dei carmelitani, da Innocenzo X. Al
momento della soppressione il convento possedeva alcuni fondi (
alcuni vignali attaccati al convento, la gabella Santo Spirito ed un
pezzo di terra a San Leonardo presso Le Castella), delle case e dei
magazzini ed esigeva diversi censi. Il tutto dava una rendita annua
di circa 150 ducati, la maggior parte della quale proveniente dai
censi ( circa il 60%) e dall’affitto delle terre (35%) ed il
rimanente proveniva dall’affitto di case , di magazzini e dalle
elemosine18. Con la scomparsa del convento le sue rendite furono
dapprima amministrate da un procuratore19 e, poiché vi erano alcuni
legati pii per le anime dei defunti, furono incaricati dalla Sacra
Congregazione alcuni sacerdoti a soddisfare l’obbligo delle messe.
Così al suo arrivo il vescovo Geronimo Caraffa (1664- 1683) troverà
che gli oneri delle messe dei due conventi soppressi, che erano una
decina alla settimana si celebravano negli altari eretti dentro la
cattedrale, dopo la citata soppressione. Le rendite tuttavia erano
appena sufficienti per pagare i sacerdoti, che erano incaricati a
celebrarle e per la ordinaria manutenzione dell’apparato degli
altari. Ciò era dovuto secondo il vescovo al fatto che i due
conventi, prima di essere soppressi, avevano dovuto subire il
saccheggio e l’incendio ad opera dei Turchi. Per tale circostanza
andarono perduti oltre alle suppellettili anche i libri che
contenevano il rendiconto delle entrate, delle rendite e dei
crediti, che vantava il convento. Inoltre la situazione economica si
era col tempo aggravata per la complicità tra gli amministratori dei
beni dei conventi soppressi ed i nobili, che ne beneficiavano. Tale
fatto aveva permesso a quest’ultimi di evadere per più tempo i
pagamenti20. Solamente con le censure ecclesiastiche il vescovo
riuscì a recuperare alcuni capitali e beni, le cui rendite per
mandato della Sacra Congregazione dovevano essere adoperate per la
costruzione e l’erezione del seminario. Poiché esse erano così
poche, che appena bastavano per la celebrazione delle messe, dopo
dieci anni dalla soppressione dei due conventi, esso non era stato
ancora eretto21. L’azione energica del Caraffa che cominciò a
rivendicare ed ad investigare sulla scomparsa dei beni e delle
rendite, che appartenevano al soppresso convento, costrinse alcuni
di coloro, che dalla complicità e dalla sparizione delle carte
avevano tratto beneficio, a venire allo scoperto22. Ciò permise al
vescovo di erigere nel 1669 il seminario, il quale potette
utilizzare le rendite dei due conventi soppressi, come prescritto, e
con le stesse dovette però assolvere gli oneri dei soppressi
conventi, che erano 13 messe alla settimana negli altari eretti in
cattedrale e lo stipendio di due mastri, uno di grammatica e uno di
canto gregoriano, per i dieci alunni del seminario23. Tra i beni
assegnati al seminario, cioè terreni, case, magazzini e numerosi
censi24, vi era anche ciò che restava dei due conventi dei
domenicani e cioè “Un magazzeno nel cavaliere dov’era la chiesa de
PP. Domenicani” e quattro case confinanti tra loro e con il
magazzino e “le terre e coste di Santa Maria delle Gratie” , dove
sorgeva il convento fuori mura25.
La cappella dello SS.mo Rosario in cattedrale
A ricordo del soppresso convento di Santa Maria delle Grazie
rimase, oltre al toponimo che indica il luogo dove sorgeva il
convento fuori mura, solo la cappella dello SS.mo Rosario, eretta in
cattedrale, come prescritto dalla sede apostolica. Essendo stati i
beni e le rendite del convento assegnate al seminario assieme agli
oneri per celebrazione delle messe, alla cappella non rimase nulla.
Non possedendo alcun bene, essa si reggeva solo sulle elemosine dei
devoti. Per questa sua precarietà economica spesso mancava di
rettore. Il vescovo Marco Rama alla fine del Seicento la visitò e
trovandola priva di cappellano, nominò il rettore del seminario,
Francesco Oppido, cappellano e rettore della cappella dello SS.mo
Rosario con il compito di provvederla del necessario. A quel tempo
la cappella era corredata da poche e consunte suppellettili : “sei
tovaglie d’altare, ed una lacera, Uno avantaltare d’asprolino verde
con punte d’oro usato, uno avantaltare di tela pittata, sei
candelieri, carta di gloria e crocefisso di legno inargentati, una
avanticona di tela celendrata torchina, una cascia di meza tavola
nova, un campanello di bronzo, un libro di miracoli del Rosario
vecchio, abiti di confraternita numero quattro, uno stendardo di
damasco rosso con l’immagine del SS.mo Rosario il crocifisso, il
panno ed una cascia lunga”26
Il tentativo del vescovo tuttavia ebbe vita breve, perché al tempo
del vescovo La Pena la cappella si trovava nuovamente senza
cappellano27. In essa aveva sede la confraternita omonima;
confraternita che dopo la soppressione del convento rimase anch’essa
priva di mezzi. Poiché l’atto di fondazione era stato simultaneo, i
confrati delle due confraternite raggiunsero un accordo che
prevedeva che quella dei carmelitani nelle processioni venisse
dietro l’arciconfraternita del SS. Sacramento, precedendo quella dei
domenicani, mentre il vessillo di quella dei domenicani doveva
precedere quella dei carmelitani. I confrati del SS. Rosario
indossavano un sacco di color bianco ed il priore portava un almuzio
nero con verga e insegne. Essi festeggiavano il primo ottobre28.
Nel 1777 la cappella sotto il titolo della Madonna del Rosario di
natura ecclesiastica era curata dal canonico della cattedrale
Vincenzo Smerz29. In seguito la cappella, come altri luoghi pii
laicali passò sotto amministrazione della Cassa Sacra, poi dal
marchese di Fuscaldo fu assegnata al capitolo e clero della
cattedrale30.
Note
1. Taccone Gallucci D., Regesti dei romani pontefici per le
chiese della Calabria, Roma 1902, pp. 240- 241.
2. S. C. Stat. Regul. Relationes, 25, ff. 7232- 726, Arch. Segr.
Vat.
3. Juzzolini P., Santuario di Maria cit., p. 21.
4. Ad Fri Santo delo Abbati de Mosoraca sta in lo monasterio de S.ta
Maria de la Gratia de Cotroni (1543), Dip. Som. Fs. 196, n. 4 a 6,
Arch. Stat. Nap.
5. Per prima usciva la confraternita del SS.mo Carmine, poi quelle
della SS.ma Pietà, della Nuntiata, di S,ta Catarina e quindi quella
dello SS. mo Rosario (1659), Arch. Vesc. Crot. Cart. 78.
6. Adi 3 di maggio (15)86 se fa detto m.co Gio. Andrea (Puglise)
esito di d.ti trenta, che come procuratore del venerabile monastero
di Santa Maria dela gratia si ritenne per lo prezzo d’uno paro di
bovi, dati a detta chiesa, d’ordine di detto qm Sr Lelio (Lucifero)
a tempo partì da Cotroni per Napoli, ANC. 108, 1614, 203.
7. L. A. Villirillo eredita una vigna gravata da un censo annuo di
ducati 5, dovuti al monastero soppresso di S.Ta Maria della Grazia
per capitale di ducati 50, ANC. 253, 1670, 16.
8. Il 15 dicembre 1591 gli eredi di Scipione Berlingieri versano al
monastero tomola 4 e mezzo di grano e tredici ducati e mezzo per un
censo che devono,ANC. 49, 1594, 224.
9. Gli eredi alla morte di Bernardina Susanna danno cinque carlini
al monastero per la celebrazione di 10 messe in suffragio, ANC. 49,
1594, 231; Fabio Pipino lascia per legato 100 ducati all’8 %
sull’affitto dei “Pignatari” al convento, per la celebrazione di
alcune messe, ANC. 497, 1704, 36.
10. Il 30 agosto 1630 il domenicano Geronimo Cutanda concede un
prestito di ducati 150 all’otto per cento ai nobili Geronimo e
Filippo della Motta Villegas e al capitano Fulvio Leone. Il censo
concesso alla morte del Cutanda passerà in beneficio del convento,
ANC. 312, 1666, 102; Francesco Presterà prende in prestito dal
convento ducati 200 al 9 per cento, ipotecando i suoi beni. In
seguito il Presterà restituisce il denaro, che è dato in prestito a
Detio Suriano sempre alle stesse condizioni, ANC. 253, 1671, 75v.
11. Rel. Lim. Crotonen., 1606.
12. ANC. 108, 1634, 2.
13. S. C. Stat. Regul. cit.
14. Acta cit. f.129 –130; Anselmus cit., 16-17.
15. Rel. Lim. Crotonen., 1640.
16. S. C. Stat. Regul. cit.
17. Il 18 giugno 1651, essendo morto il priore della confraternita,
il chierico Alonzo Mangione, nella chiesa cattedrale si riuniscono i
confrati Fabritio Montalcino, il canonico Gio. Giacomo Syllano, il
canonico Lelio Marzano, il chierico Gio. Paulo Labruto, Gioseppe
Suriano, Stefano Labruto, il chierico Gio, Francesco Pelusio, D.
Francesco Guarasco, Gio. Francesco Ricciulli, Gregorio Papasodaro,
l’Abbate Gio. Pietro Suriano, Francesco Maria Montalcino, il
chierico Mutio Vezza, Gio, Batt.a di Nola Molise, il chierico
Fran.co Antinoro, Scipione Catizone, D. Antonio Longobucco, Nicolao
Fran.co Scarnera e D. Gio. Pietro Junta. Su proposta del priore del
convento domenicano, fra Michele da Cotrone, vengono eletti
all’unanimità per priori della confraternita il D.r Mutio Vezza e
per compagno Nicolò Francesco Scarnera e per la cerca della cassetta
Fabritio Vetere, ANC. 229, 1651, 43.
18. S. C. Stat. Regul. cit.
19. Nel 1664 era procuratore e rettore il canonico Antonio Cirrello,
ANC. 310, 1664, 30.
20. Luccia Lucifero si trova debitrice verso i soppressi monasteri
in annui ducati 16 per un capitale di ducati 200, assieme a molte
rate ed annate non pagate. Per accordo con il procuratore dei
monasteri soppressi, il canonico Antonino Cirrello, e con l’assenso
del vescovo Caraffa, estingue il debito, cedendo una casa palaziata,
ANC. 310, 1664, 30.
21. Rel. Lim. Crotonen. 1667.
22. Nel maggio 1666 Geronimo dela Motta Villegas che da anni ha in
prestito un capitale del convento domenicano con la possibilità di
affrancarlo, avvisa il procuratore dei conventi soppressi che, come
previsto dal contratto a suo tempo stipulato, fra un mese consegnerà
il denaro avuto in prestito, ANC. 312, 1666, 102.
23. Rel. Lim. Crotonen., 1673.
24. Detio Suriano restituisce 200 ducati al procuratore dei
monasteri soppressi, il reverendo Antonino Cirrelli, il quale li
deposita in potere di Domenico Suriano, che deve reinvestirli.
Poiché il vescovo Caraffa ha deciso che le rendite dei soppressi
monasteri devono essere assegnate in beneficio del seminario, gli
“ufficiali” del seminario, i reverendi Tiriolo, Venturi e Thelesio,
si fanno consegnare il denaro dal Suriano e lo imprestano ai Vezza
al 9 per cento, ipotecandone una casa, che è già gravata fda un
altro censo per un capitale di ducati 150 all’otto per cento,
proveniente dai monasteri soppressi e delegato a beneficio del
“mastro di scola di grammatica” del seminario, ANC. 253, 1671,
76-78.
25. Al seminario passò anche la gabella Santo Spirito, il vignale a
San Leonardo ecc. Acta cit. ff. 129- 130; Anselmus cit., ff. 16 –17.
26. Acta cit., ff. 102-103.
27. Anselmus cit., f. 51v.
28. Acta cit., f. 47.
29. Nota delle chiese cit., Cotrone 18 febbraro 1777.
30. I luoghi pii assegnati al capitolo e al clero dal marchese di
Fuscaldo erano: Le cappelle del SS. Crocifisso, di S. Maria del
Capo, dei SS. Cosma e Damiano, dei SS. Crispino e Crispiniano, di S.
Isidoro Agricola, del SS. Rosario, la chiesa di S. Giuseppe, il
monte de’ morti del Purgatorio e la congregazione e monte de’ morti
dell’Immacolata, Elenco dei luoghi pii laicali , 1805.

