[Il convento di San Domenico a Santa Severina]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 23/2000)
La fondazione del convento dei domenicani a Santa
Severina è fissata dal Fiore all’anno 14821.
La chiesa dell’Annunziata diventa S. Domenico
Si discosta in parte da tale datazione una relazione scritta
alla metà del Seicento dai domenicani di Santa Severina. In essa è
affermato che, secondo i documenti esistenti nel convento,
l’arcivescovo di Santa Severina Alessandro della Marra donò ai
domenicani la chiesa di Santa Severina dedicata alla Annunziata e
concesse loro di fondare il convento circa l’anno 15002. Comunque il
convento era in costruzione nei primi anni del Cinquecento, dopo
l’arrivo degli Spagnoli e la presa di possesso della città da parte
del feudatario Andrea Caraffa.
Con il breve che inizia “In Ap.lica Dignitatis specula constituti”
del 24 maggio 1502 il papa Alessandro VI confermava ai superiori ed
ai frati del convento dell’Annunziata di Santa Severina la donazione
a loro fatta della chiesa dell’Annunziata, situata dentro e vicino
alle mura nel luogo detto Portanova, e di un pezzo di terra, ad essa
contiguo, sul quale i frati avrebbero potuto edificare il loro
convento3. Il breve papale “in carta pergamena col sigillo pendente
di piombo” si conserverà ancora alla metà del Seicento tra le carte
del convento.
Situato dentro le mura, accanto alla strada maggiore ed vicino alla
porta settentrionale della città detta la “Porta Nova” , il convento
fu eretto con il contributo dei cittadini e dell’università di Santa
Severina; quest’ultima, per far fronte ai costi di costruzione ed
alle future spese per i lavori di restauro dell’edificio, impose una
tassa sulla carne, che veniva introdotta e consumata in città. Il
tutto risulta nelle “Costituzioni della città e stato di
Santaseverina”: “Item supplicano V. S. Ill.ma se digne avere in
commendatione lo monasterio de S. Dom.co de Portanova de dicta
Citta, et ordinare a tutti cittadini abitanti et commoranti in dicta
citta, officiali, erarii, domestici et familiari de V. S. Ill.ma che
compereranno, sive intrarano carne in dicta citta habbiano da
pagare, et contribuire ad la gabella, seu datio sopra dicta carne
imposta, sive imponenda ad beneplacito de ipsa Un.ta con gratia de
V. S. I. per la elemosina et subvenimento, sive reparatione de dicto
monasterio”. La supplica fu approvata dal conte e feudatario di
Santa Severina, Andrea Caraffa, il 16 marzo 1525, il quale rese
esenti dalla stessa solo coloro che erano addetti al castello ed al
suo palazzo. La tassa sulla carne imposta dall’università, assieme
agli altri capitoli, sarà confermata anche dai feudatari
successivi4.
La chiesa intitolata all’Annunziata cambiò presto titolo, assumendo
dapprima quello di Santa Maria della Misericordia, ma fu poi
comunemente conosciuta come San Domenico. Come tale è citata in una
relazione del 1586: “San Domenico dove sonno monaci dominichini…
dove resedono da cinque a sei frati”5. Il convento allora poteva
contare su una rendita annua di circa cento e cinquanta ducati, con
la possibilità di mantenere sette o otto frati, ed era sede della
confraternita del Rosario e del Nome di Dio6. In seguito le entrate
avranno un lieve incremento soprattutto per l’apporto dei censi
bollari, frutto dell’attività creditizia, mentre il numero di frati
si manterrà più o meno stabile7.
Il convento alla metà del Seicento
Alla metà del Seicento nel convento risiedevano sette frati,
cioè tre sacerdoti, due fratelli laici, un offerto ed un “famulo”.
L’edificio era formato oltre che dalla chiesa da un piccolo chiostro
e da un dormitorio doppio, composto da sei celle da una parte e
quattro dall’altra, sotto le quali si aprivano le “officine”. Il
complesso risultava piuttosto trascurato : il tetto e la parte alta
della facciata della chiesa minacciavano di rovinare, il tetto del
dormitorio doveva essere riparato e la sacrestia era fornita di
poche e consunte suppellettili sacre8.
I domenicani esigevano su sette “terre libere”, per una estensione
di circa settanta tomolate, l’affitto in grano o in denaro, solo
però quando venivano seminate. Se le terre, o parte di esse,
rimanevano sfitte, quelle che non erano messe a coltura rimanevano
“libere e aperte per il comune”, cioè al pascolo per gli animali
degli abitanti. Esigevano alcuni censi annui, in grano ed in denaro,
ed elemosine in grano al tempo del raccolto. Davano in fitto una
vasta estensione di terre in località Cipulla in territorio di
Crotone ed i gelsi del loro giardino. Altro denaro proveniva dal
“servimento” delle cappelle, dai censi bollari, cioè dagli interessi
su capitali dati in prestito, che gravavano le terre e le case dei
cittadini, e dall’affitto di alcune case. Completavano le entrate le
elemosine e la vendita di prodotti agricoli, di animali e di
proprietà. Secondo i frati essi potevano contare mediamente su circa
cento e cinquanta ducati in moneta romana annui, equivalenti a poco
più di duecento ducati di Napoli, ma in verità le entrate erano
almeno il doppio ed ad esse bisognava aggiungere alcuni censi ed
elemosine per un totale di circa 30 tomola di grano, che serviva per
il vitto del convento. Per loro testimonianza un terzo della rendita
proveniva dall’affitto del fondo Cipulla, un altro terzo dalla
gestione delle cappelle, dai censi bollari e dagli affitti di case
ed il rimanente terzo dagli affitti delle “terre libere” e del
giardino. La gestione risentiva particolarmente delle annate. Dal
1644 al 1650, come riportavano i loro libri contabili, i saldi
furono passivi. In media ad una entrata di circa 155 ducati in
moneta romana corrispose un’uscita per quasi 200 ducati.
Particolarmente infelici furono le annate 1645, 1646 e 1650. A causa
della sterilità e dell’alta mortalità nel 1645 rimase sfitto il
fondo Cipulla e nelle altre due annate molte terre libere non furono
seminate “per mancanza di agricoltori”. Condizionava la vita
economica conventuale principalmente l’affitto delle terre libere
che, a seconda dei tempi e del prezzo del grano potevano oscillare
da una resa annua di circa 30 ducati ad una tre volte superiore,
mentre le rendite provenienti dai censi bollari e dagli affitti
dipendevano quasi sempre dalla discrezionalità dei frati che, a
seconda del loro beneplacito, portavano i morosi davanti ai giudici
oppure concedevano dilazioni e facilitazioni nei pagamenti9. I frati
dichiararono che, nel lasso di tempo considerato, per fronteggiare
la difficile situazione procedettero a delle vendite straordinarie:
due vacche, un vitello, un vitellaccio, una bestia da soma, legname,
frutta, concedettero una cappella, ricavarono denaro dalla vendita
di oggetti appartenenti a due frati defunti ecc.
Le spese riguardavano soprattutto il vestiario (vesti, scarpe,
pioanelle, calzetti ecc.) ed il vitto (grano, olio, lardo, grasso,
formaggio, vino ecc.), che da soli rappresentavano i due terzi delle
uscite. Il rimanente andava per il pagamento di censi, medicine,
candele, liti giudiziarie, collette, contribuzioni, per coltivare la
vigna che forniva il vino per il convento, che però non bastava mai
e perciò bisognava comprarlo da altri, ecc. Poiché, secondo i frati,
da anni le uscite sopravanzavano abbondantemente le entrate, essi si
erano trovati nell’impossibilità di compiere alcuni urgenti lavori
alla chiesa ed al convento e cioè procedere alla riparazione “del
tetto et intempiata della chiesa che minacciano ruina dove per
legname, ferri, tegole e mastrie secondo la stima d’esperti ci
vogliono ducati cento” mentre “per risarcire il tetto del dormitorio
e rifare qualche cosa nella sacristia che quanto tiene tutto è
vecchissimo docati trenta”.
Vicende del convento
Se alla metà del Seicento il convento riuscì a sfuggire alla
soppressione innocenziana dei piccoli conventi, non però rimase
illeso dalla devastazione dei terremoti, specie quelli del 1638 e
del 1659. Soprattutto quello del 1638 che Sanctae Severinae mons in
enormem hiatum abscessit”10, rendendo il luogo e l’edificio
pericolosi, tanto che il provinciale dell’epoca padre Giacinto
Rascali contribuì alle spese di ripristino con trecento ducati11.
La precarietà è tratteggiata succintamente da una relazione
dell’arcivescovo di Santa Severina, il nobile crotonese Mutio
Suriano: “Dentro la città c’è il convento dei Predicatori intitolato
a San Domenico, nel quale per la tenuità delle rendite vi dimorano
appena due sacerdoti e due conversi. Nella chiesa c’è la cappella
dello SS.mo Rosario alla quale è annessa una confraternita
laicale”12.
Ma questo stato doveva essere solo apparente se in un apprezzo di
pochi anni dopo le rendite del convento venivano valute quasi il
doppio di quelle dichiarate: Ha “la chiesa ad una nave coperta a
tetti, con intempiatura, e sei altari e l’altare maggiore. A lato
della chiesa vi è il claustro all’antica, però non corrisponde al
piano della chiesa, con le camere sopra, e detto convento si governa
dal priore e quattro altri frati, e tiene d’entrata circa ducati
trecento”13. Evidentemente vi era una concordante complicità in
quanto l’arcivescovo voleva impossessarsi del convento e perciò lo
descriveva in abbandono ed i frati mentivano, nascondendo buona
parte delle rendite.
In seguito, a tenore della bolla di Innocenzo X, il convento non
avendo un numero di frati sufficiente fu soggetto alla giurisdizione
ed alla visita arcivescovile14. Durante il Settecento ormai il
numero dei religiosi si era ridotto a due o tre15, e tali erano al
momento della soppressione avvenuta dopo il terremoto del 1783, che
lesionò quasi tutti gli edifici della città16.
La soppressione
Abbandonato dai frati e passato in amministrazione alla Cassa
Sacra, andò in breve in decadenza come evidenzia la descrizione
della chiesa e del convento fatta pochi anni dopo: “Nella chiesa si
entra per la porta grande, che si serra con chiave, nella stessa non
vi è suffitto di tavole, mancando le stesse per essere state levate.
Le mura della stessa sono lesionate, e specialmente il muro della
porta, essendone caduta porzione. Vi sono quattro fenestre colle
vetrate, ma senza vetri. Vi è un altare a parte sinistra di pietra
dura, del quale n’è caduta porzione, e così che è rotto da parte
destra ch’è di stucco. Vi è una portella vecchia, che si entra nel
chiostro. Il chiostro di d.o monastero è tutto rovinato, non vi è
astraco, ne suffitto. Vi sono otto stanze, quattro da una parte, e
quattro da un’altra, e sono impratticabili, scoperte e cadenti, non
vi sono fenestre di sorte alcuna, eccetto che quattro portelle”17.
Dopo una breve riapertura18 fu nuovamente soppresso nel 1809,
durante il Decennio francese. Con la Restaurazione nel 1819 fu
ripristinato19.
Per poco perché, quando era ancora arcivescovo Salvatore Pignataro
(1818 – 1823), andò in totale abbandono. Della chiesa e del convento
si salvarono solamente alcune cose: il sarcofago di Angelo del Duca
e la statua della Vergine del Rosario, che furono trasportati nella
chiesa metropolitana , ed il quadro di S. Domenico che fu posto
nella chiesa parrocchiale di Santa Maria la Magna e S. Nicola.
All’inizio del Novecento tra le rovine si scorgevano le tracce di un
affresco raffigurante San Francesco di Paola20. Ancor oggi si
possono osservare, tra i cospicui ruderi quasi a picco sulla rupe
nella parte settentrionale della città, tracce di affreschi, tra cui
uno scudo nobiliare inquartato ben conservato, una colonna ed il
pozzo, che facevano parte del chiostro, alcuni edifici diroccati del
convento e parte della caratteristica ed antica chiesa, che
all’origine si intitolò alla ”Annunziata”. Nonostante l’abbandono
non tutto è ancora andato perduto.
Note
1. Fiore G., Della Calabria cit., II, 394.
2. S. C. Stat. Regul. Relationes , 25, ff. 701 –705, Arch. Segr.
Vat.
3. Russo F., Regesto III, (14441).
4. Documenti di archivi, in Siberene pp.285 sgg.
5. Visitatio Aplica Sanctae Severinae, 1586, S. Congr. Concilii
Visit. Ap. 90, Arch. Segr. Vat.
6. Rel. Lim. S. Severina., 1589.
7. Nel 1613 nel convento c’erano sei religiosi e nel 1624 cinque,
Del nostro convento di S. Domenico, in Siberene p. 242; Rel. Lim. S.
Severina, 1624.
8. Vi erano fra Domenico di Bivonci, professo di 34 anni, maestro e
priore del convento; fra Alessandro di Petra Paula, professo di 29
anni, sacerdote; fra Geronimo di Cuti, sacerdote e predicatore,
professo di 30 anni; fra Nicola di Cosenza, professo di 22 anni; fra
Tommaso di Bisignano, converso professo di 4 anni; Titta di Campana,
offerto e fra Antonello di Bisignano, famulo, S. C. Stat. Regul.
Relationes cit.
9. Entrate del convento: anno 1644 ( ducati 165, tari 1 e grana 3),
1645 (113 – 2 –10), 1646 ( 138 – 0 –0), 1647 (177 – 1- 10), 1648 (
148 – 3 – 10), 1649 ( 180 – 3 – 17), 1650 ( 125 – 1 –10), S. C.
Regul. Relationes cit.
10. Recupito I. C., De Vesuviano incendio et de terraemotu
Calabriae, Roma MDCXLIV, p. 125.
11. Del nostro convento cit. p. 242.
12. Rel. Lim. S. Severina., 1675.
13. Un apprezzo della città di Santa Severina, in Siberene p. 110.
14. Rel. Lim. S. Severina., 1735.
15. Nel 1765 vi erano tre religiosi: due sacerdoti ed un laico, Rel.
Lim. S. Severina , 1765.
16. Nel 1783 vi erano a S. Severina tre monaci domenicani, Vivenzio
G., Istoria e teoria de’ tremuoti, Napoli MDCCLXXXIII, p. (15).
17. Cassa Sacra, Lista di Carico n. 37 (S. Severina), 1790, f. 594,
A.S.CZ.
18. Nel 1800 il convento risulta ancora soppresso, mentre la chiesa
è aperta, Documenti di archivi, in Siberene pp. 199, 419.
19. Caldora U., Calabria cit., p. 221.
20. Del nostro convento cit., p. 242.

