[Il convento di San Domenico di Strongoli]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 41/2000)
Il convento di San Domenico di Strongoli sorse
attorno alla chiesa di Santa Maria dela Greca, chiesa che secondo il
Fiore fu fondata nel 15311.
Con tale titolo essa ci appare in una concessione fatta dal papa
Paolo III il 3 novembre 1534 a favore del suo familiare Bernardino
della Croce2.
La fondazione del convento
In seguito la chiesa senza cura di anime, che era situata presso
ma fuori le mura, fu amministrata dal rettore Gaspare Murgia, il
quale la consegnò senza alcun obbligo al vescovo della città, il
domenicano Timoteo Giustiniani (1568-1571). Quest’ultimo, così come
l’aveva ottenuta, concedeva la chiesa di “Santa Maria de Catholica,
als de la Greca”, ai domenicani. Il papa Gregorio XIII, con breve
dato in Roma il primo ottobre del 1573, dava il suo assenso ed
accoglieva la petizione inviatagli dai cittadini di Strongoli , dal
defunto vescovo Timoteo Giustiniani e da Gaspare Murgia, ponendo
però le condizioni della corresponsione di ducati 150 per la
“struttura delle fabriche et habitatione de frati” e quello di
celebrare la Candelora, cioè la festa della Purificazione di Maria
Vergine, portando le candele in cattedrale e distribuendole a tutto
il popolo della città. Quest’ultimo obbligo derivava dal fatto che
nella chiesa era eretto un beneficio di iuspatronato di Gaspare
Murgia3.
Nell’atto di fondazione non fu prefissato il numero dei religiosi,
che dovevano abitarci, che col tempo si assottigliò sempre più.
Le relazioni dei vescovi
I vescovi di Strongoli nelle loro relazioni spendono poche
parole per descrivere il convento. Claudio Vico (1590 –1600) ci dice
che la città di Strongoli ha due monasteri maschili: uno dei
Predicatori e l’altro dei conventuali di San Francesco. Entrambi
sono fuori ma non lontani dalle mura della città4. All’inizio del
Seicento, come dalla relazione del 1612 di Sebastiano Ghislieri
(1601-1626), in diocesi di Strongoli non ci sono monasteri di
monache ma solamente tre monasteri maschili, che sono presso le mura
della città. Il primo è sotto l’invocazione di Santa Maria delle
Grazie e vi abitano tre sacerdoti dei minori conventuali di San
Francesco; il secondo è dedicato a Santa Maria del Popolo con due
sacerdoti degli eremitani di Sant’Agostino e nel terzo di Santa
Maria de la Greca dimora un sacerdote con un chierico dell’ordine
dei Predicatori5. Lo stesso vescovo alcuni anni dopo, nel 1625, così
si esprime: Fuori ma presso la città ci sono quattro chiese e
conventi di diversi ordini: Santa Maria volgarmente detta La Greca,
dove dimorano due frati dell’ordine dei predicatori di San Domenico,
Santa Maria de Populo, dove vivono cinque frati dell’ordine degli
eremiti di Sant’Agostino e Santa Maria delle Grazie con sei frati
dell’ordine dei minori conventuali di San Francesco. Otto anni fa a
mie spese, per la maggior parte, edificai il convento dell’ordine
dei cappuccini, nel quale al presente dimorano sette frati
cappuccini, ai quali quattro anni fa assegnai, vita mia durante, 24
libre di carne ogni settimana per il loro vitto6. La situazione
rimase immutata al tempo di Carlo Diotallevi ( 1639-1652): Vi sono
quattro monasteri: dei conventuali, dei cappuccini, degli
agostiniani e dei domenicani. Quest’ultimi nella festa della
Purificazione della Beata Vergine sono tenuti ad esibire in
cattedrale al vescovo le candele, affinché dallo stesso si
distribuiscano a tutto il capitolo ed al popolo7 e nella loro chiesa
è eretta la confraternita dello SS.mo Rosario e si recita tre volte
alla settimana8.
A metà Seicento
In conformità della Costituzione di Innocenzo X, pubblicata in
Roma il 22 dicembre 1649, i frati il 24 febbraio 1650 compilarono
una relazione sullo stato del loro convento intitolato a San
Domenico, che era situato fuori le mura della città di Strongoli “in
strada pubblica distante passi trenta dall’habitato”. Il complesso
era formato dalla chiesa dedicata a Santa Maria La Catholica, detta
anche La Greca, che era lunga palmi 45, alta palmi 35 e larga palmi
35, comprese le ali. Arcata, essa aveva oltre all’altare maggiore
anche cinque cappelle. Completava il monastero il dormitorio con
cinque celle e quattro officine. Il tutto era circondato da mura ma
mancava il chiostro, che era in costruzione e per completarlo
occorrevano almeno dieci anni con una spesa annua di 40 scudi. Il
monastero che per tutta la prima metà del Seicento viene dato come
quasi spopolato, nella relazione, evidentemente per sfuggire alla
chiusura, risulta abitato da sette frati: quattro sacerdoti (il
padre lettore Fra Marco d’Urso di Strongoli, vicario del monastero,
il padre bacceliere fra Vincenzo Piluso di Zumpano, il padre lettore
Frat’Antonio Miglionito dell’Amendolara e il padre fra Domenico
Misato da Paterno), un laico professo, (fra Francesco Cardamone di
Catanzaro) e due servienti (Antonio Grano di Strongoli e Bartolo
Librandi di Santa Severina).
I domenicani possedevano alcuni terreni che davano in fitto. Avevano
130 tomolate di terre adatte alla semina, una vigna presso il
convento e due giardini con alberi da frutto. Dall’affitto
percepivano, a seconda del tipo di coltivazione, grano, mosto e
denaro. Potevano inoltre contare su delle entrate in denaro che
provenivano da messe in suffragio, da elemosine in grano e in olio
di benefattori e dalle messe, che si recitavano nelle cappelle
situate in chiesa. In media l’entrata annua, calcolata sugli ultimi
sei anni ed espressa in moneta romana, ammontava a 338 scudi. La
maggior parte, oltre il 70 %, proveniva dalla vendita del grano e
del mosto, che veniva al convento dagli affitti, il rimanente era
dato dalle cappelle, dalle messe, dalle elemosine ecc.
In media le spese annue del monastero, secondo la relazione,
ascendevano a scudi 220. La maggior parte, circa il 70%, se ne
andava per “vitto et vestimento”, seguiva il mantenimento d’un
cavallo da soma (10%), le spese di culto per la sacrestia, le sacre
suppellettili, oli, vini, cere, ostie ecc. (8%), quindi per medici,
medicine, barbieri, viatici ed “altri bisogni della religione” (6%),
infine venivano le contribuzioni, le biancherie e le spese
straordinarie (6%). A queste spese ordinarie del convento erano da
aggiungere scudi 40 annui che i frati stavano allora spendendo per
restaurare il convento e costruire il nuovo chiostro, che essendo un
fatto temporaneo ed eccezionale non rientrava nelle spese normali.
Tra il Seicento ed il Settecento
Dalla relazione risultava quindi che il monastero era vitale e
florido. Le entrate superavano ampiamente le uscite, assommando
quest’ultime a solo due terzi delle prime, il numero dei monaci era
al di sopra del numero minimo fissato dalla “Costituzione”
innocenziana ed il convento era in espansione tanto che i frati
avevano deciso di costruire il chiostro.
Se questa era la situazione prospettata ed inoltrata ai loro
superiori dai domenicani di Strongoli, essa non combaciava per
niente con quella del vescovo della città.
Infatti secondo il vescovo Martino Dentice o Dentato (1652-1655) nel
monastero di San Domenico non vigeva la regolare osservanza e le
altre condizioni richieste dalla Santa Congregazione sopra lo Stato
dei Regolari. Il presule perciò chiese di sopprimerlo e di
utilizzare le sue rendite per erigere la prebenda teologale9. Il
monastero dei domenicani riuscì tuttavia a sfuggire alla
soppressione che colpì a metà del Seicento numerosi piccoli
conventi. Assieme a quelli dei cappuccini, dei conventuali e degli
agostiniani continuò a rimanere aperto ed a sottrarsi alla
giurisdizione vescovile anche se, eccetto quello dei cappuccini, non
vi era osservata per niente la regolare osservanza ed in ogni
convento abitavano al massimo due o tre frati.
I frati continuarono a distribuire le candele sia in cattedrale che
al popolo nel giorno della festa della Purificazione, a volte il
modo e da chi, fu al centro di alcune controversie col vescovo e con
l’università. Anzi per alcuni anni, prima del 1669, questo obbligo
fu tralasciato, in quanto dovettero sostenere delle spese per
riparare il loro convento10.
La soppressione
In seguito il convento fu soggetto alla giurisdizione e alla
visita vescovile. Al tempo del vescovo Ferdinando Mandarani
(1741-1748) continuavano ad esistere i quattro conventi dei
conventuali, degli agostiniani, dei cappuccini e dei predicatori.
Due di questi, e precisamente quelli dei predicatori e degli
agostiniani, erano soggetti alla giurisdizione e alla visita del
vescovo; tutti comunque avevano al massimo quattro o cinque frati,
che quasi sempre si riducevano a due o tre11.
La situazione rimase più o meno immutata fino alla soppressione
avvenuta durante il Decennio francese, il 6 maggio 180812.
Note
1. Fiore G., Op. Cit., II, 394.
2. Il 3 novembre 1534 Paolo III assegna a l suo familiare Bernardino
della Croce la chiesa di S. Maria della Greca e la perpetua
cappellania di S. Lorenzo di Strongoli, vacante per morte del
vescovo Gaspare de Murgiis, che l’aveva ottenuta in commenda, Russo
F., Regesto, (17344).
3. S. C. Stat. Regul. Relationes, 25, ff. 448 – 451v, Arch. Segr.
Vat.
4. Rel. Lim. Strongulen., 1594, 1597.
5. Rel. Lim. Strongulen., 1612.
6. Rel. Lim. Strongulen., 1625.
7. Rel. Lim. Strongulen., 1640, 1643.
8. Rel. Lim. Strongulen., 1646.
9. Rel. Lim. Strongulen., 1653.
10. Rel. Lim. Strongulen., 1669.
11. Rel. Lim. Strongulen., 1747.
12. Caldora U., Calabria napoleonica 1806-1815, Napoli 1960, p.221.

