[Convento dell’ordine dei minimi di San Francesco di Paola di Crotone con chiesa di Gesù Maria]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 40-41/1999)
Nel 1460 su richiesta del castellano di Crotone1,
Francesco di Paola mandò Paolo Randacio da Paterno a fondare il
convento sotto il titolo di “Gesù Maria”, convento che venne
edificato fuori le mura nelle vicinanze dell’Esaro (tra la via per
Cutro e le Piane dell’Acquabona). Risale al periodo della
costruzione della chiesa l’erezione della cappella gentilizia
dedicata alla Madonna del Carmine, costruita e dotata, con altare e
cappella, da Garetto Berlingieri, “il primo di tal nome della sua
famiglia di Berlingieri”2. (I Berlingieri conserveranno la cappella
per tutto il Seicento3 e per buona parte del Settecento e
condizioneranno con la loro presenza anche la vita economica
conventuale).
L’erezione del nuovo convento dette anche il nome alla fiera che si
svolgeva nei suoi pressi che prese il nome di Jesù Maria.
All’inizio del Cinquecento non dovette avere vita facile perché,
come si rileva da un documento, già nel 1521 troviamo la richiesta
di frate Agostino da Crotone rivolta ai superiori affinché vengano
ricondotti nel convento coloro che rinnegando la fede ne erano
fuggiti, facendo ricorso, se sarà necessario all’aiuto del braccio
secolare e minacciando scomuniche contro coloro che li nascondono4.
A pochi anni dopo risale la costruzione nella chiesa della cappella
della famiglia Pignerio, che verrà dotata per lascito testamentario
di Petro Pignerio con l’onere di tre messe settimanali5.
Alla metà del Seicento la comunità è sotto la guida di un correttore
ed è composta da altri 5 frati detti locali. Come per altri conventi
la sua vita economica è legata a prestiti di capitali ad interesse
ed a lasciti testamentari e come gli altri istituti religiosi della
città risentì della crisi seicentesca. Il fallimento dei raccolti e
le pestilenze impoverirono non solo i coloni, che non riuscirono a
far fronte ai loro impegni ed ad alimentare le famiglie, ma
colpirono anche di riflesso i religiosi, i quali videro i terreni
sfitti ed i censi inevasi 6. Molti beni dei coloni, a causa delle
loro proprietà, passarono di proprietà degli ecclesiastici7. In tale
periodo il convento è al centro di una vivace attività finanziaria e
speculativa. Numerosi piccoli capitali, provenienti da donazioni, da
prestiti, da compra - vendita, da lasciti ecc. vengono infatti
concessi ad interesse o investiti, ipotecando case e vigne8. A volte
i frati procedono ad acquisti di immobili9, sovente il denaro non è
impiegato in beneficio della comunità ma, con la complicità di
correttori corrotti, viene dirottato a nobili che lo usano per loro
tornaconto10.
Situato in una località isolata ma non molto lontana dalla città e
godendo dell’immunità, il convento fu
luogo ricercato di rifugio per i banditi e per tutti coloro che
erano ricercati dalla giustizia secolare11.
Nel 1674 i frati sono in lite con le clarisse che rifiutano di
pagare un censo annuo di tomolate sei di grano, più numerose annate
arretrate, su un vignale appartenuto ad una monaca defunta e che ora
dovrebbero corrispondere le clarisse in quanto eredi. La lite
portata in corte vescovile è sanata per l’intervento di comuni amici
dei due monasteri12 . Tre anni dopo i frati concedono un prestito
vantaggioso alle clarisse, segno della avvenuta pacificazione tra i
due monasteri13. Infatti nonostante la grave crisi economica che
colpisce la città e che mette in difficoltà finanziarie il ricco
monastero di Santa Chiara, il monastero dei Paolotti risulta
alquanto vitale tanto da intervenire a finanziare le stesse clarisse
che non hanno il denaro sufficiente per comprare una casa ed alcuni
magazzini vicini al loro monastero dai quali, sovrastando ed essendo
attaccati alle mura, “ricevono le monache grandissimo sospetto",
così che nella visita il vescovo Geronimo Caraffa aveva ordinato
alle monache, a salvaguardia della clausura, di comprarli e farli
demolire14.
La comunità sarà sempre composta durante il Seicento ed il
Settecento da quattro o cinque religiosi (Nel 1755 vi erano
Alessandro Manfreda, correttore, Francesco Ranieri, procuratore,
Battista Miricelli ,frate).
Con la rinascita dei primi decenni del Settecento vennero costruiti
numerosi magazzini fuori le mura della città nelle vicinanze del
convento ed alcuni proprio nel luogo detto volgarmente “S. Francesco
di Paola”. Sfruttando la presenza di una richiesta di affitto di
magazzini, in quegli anni e precisamente nel 1742/ 1743 i frati
apportarono alcune modifiche al convento ed alla chiesa. “Trovandosi
la chiesa edificata da circa tre secoli malamente disposta
nell’architettura” per renderla “più perfetta all’uso moderno”, i
frati decidono , anche grazie agli aiuti finanziari messi a
disposizione dal frate collega Michele Suriano di Cotrone, di
“ridurla e perfezzionarla a loro proprie spese per maggior gloria di
Dio ed aumento della divozione de fedeli secondo il parere e la
disposizione dell’ingegnero e regio tabulario mastro Scipione di
Paula di Rogliano” che appositamente hanno fatto venire a Crotone.
Si dovrà chiudere tutta l’ala in cornu epistole; l’unica ala
esistente sarà poi trasformata in magazzini. La chiesa sarà ridotta
alla sola navata, ripartendo nella medesima sei cappelle, tre per
lato all’uso romano, che saranno abbellite con stucchi. La cappella
gentilizia dei Berlingieri, che si trova nell’ala da chiudere, con
altare e sotto il titolo della Madonna del Carmine, costruita al
tempo che era ancora in vita il santo di Paola, andrà perciò
dismessa. La cappella che fin dalla fondazione è stata mantenuta e
restaurata dalla devozione e liberalità dei discendenti del
fondatore, i quali vi mantennero sempre il patronato laicale, ora
appartiene al discendente ed erede il marchese Francesco Cesare
Berlingieri. Nel dare l’assenso alla distruzione della cappella il
nobile ottiene dai frati di poterne avere un’altra nella stessa
chiesa e precisamente la prima e la più prossima all’altare maggiore
delle tre cappelle che i frati intendono far costruire in cornu
epistole. Una volta terminata di rustico la cappella sarà accomodata
ed abbellita con stucchi a spese del marchese, il quale ne diverrà
patrono e vi porrà il quadro della Madonna del Carmine o la sua
statua, vi farà scolpire le insegne della sua casa e sotto l’ultimo
scalino dell’altare vi costruirà il sepolcro di famiglia, dove
trasferirà tutte le particolari lapidi ed iscrizioni e le ossa dei
suoi antenati, che attualmente giacciono nella cappella soppressa.
Egli inoltre a ricordo della traslazione ha intenzione di mettere
anche una nuova lapide15. La ristrutturazione della chiesa procede e
pochi anni dopo, il 16 maggio 1749, nel refettorio del monastero,
presenti il correttore fra Michele Suriano ed i locali fra Antonio
di Catanzaro, Pietro Lombardo, Benedetto Varano ed Alessandro
Manfredi, il barone di Paparone e di Crepacore, Giuseppe Antonio
Oliverio, dichiarava che essendo stati lui ed i suoi antenati sempre
devoti a San Francesco di Paola, fin dal 1738 aveva ottenuto il
permesso dal padre provinciale di erigere una cappella . Ora aveva
deciso di fondare a sue spese una cappella sotto il titolo di San
Francesco di Paola nella chiesa e precisamente essa sarà la prima a
destra in cornu evangelii. Qui verrà collocata la statua del santo
che ora era senza cappella in una nicchia della chiesa. Ai piedi
della cappella inoltre il nobile ha intenzione di costruire il
sepolcro per sé ed i suoi eredi e successori. La cappella usufruirà
di una rendita annua perpetua di ducati 5 su ducati 100 di capitale
da esigersi sulla quarta parte del territorio di Schiavone.
L’Oliverio consegna subito al correttore duc. 50 che serviranno per
la costruzione e si impegna una volta che essa sarà terminata a
guarnire ed ornare l’altare ed a fornirla di fiori, candelieri,
cristalli per la nicchia del santo, anticona ecc. I frati dovranno
in seguito mantenere e curare la cappella ed a fornirla di ogni cosa
necessaria ed a celebrare, o far celebrare, una messa cantata nel
suo altare per l’anima del fondatore e dei suoi antenati e
successori nel giorno di San Francesco di Paola16. Sei anni dopo
un’altra cappella con altare, dedicata a San Francesco di Sales, S.
Dionisio e S. Giovanni Nepomiceni, che era senza compatrone, veniva
concessa alla nuova confraternita sotto la regola del terzo ordine
di S. Francesco di Paola e sotto la protezione di San Francesco di
Sales. Nell’occasione i confrati si obbligarono a tenerla sempre
adorna e fornita di convenienti suppellettili, potendo utilizzare
per loro il sepolcro vicino alla cappella17.
A quel tempo le proprietà del convento erano costituite da alcuni
territori (La Ferrarella, parte di Li Martorani, vignale dentro Li
Ponticelli), da dei magazzini (sotto il convento e in città) e da
moltissimi annui censi e canoni. Quasi una cinquantina tra censi e
canoni gravavano i territori, i vignali, le vigne, i palazzi e le
case dei cittadini. Essi erano il frutto di una intensa attività
creditizia, basata sul prestito di piccoli capitali ad interesse
diretto soprattutto a l ceto dei massari e dei coloni , che,
favorita da lasciti e legati, apportava al convento ogni anno una
più che discreta quantità di denaro e di grano18.
Il convento fu causa di varie liti tra il potere ecclesiastico e
quello secolare. Di frequente vi si rifugiavano ricercati,
fuorusciti e banditi, che sfruttavano l’immunità del luogo per
commettere reati. Nel 1773 si rifugia Francesco Cavaliere, reo di
molti delitti, condannato dal tribunale e fuggito dal carcere. Una
notte però l’edificio è circondato su ordine del castellano da sei
granatieri, i quali catturano l’evaso nell’atrio della chiesa, su
cui si estende l’immunità, e lo portano nelle carceri del castello.
Appena sparsasi la notizia interviene subito la Curia vescovile che
minaccia la scomunica contro gli autori ed il Cavaliere deve essere
riportato in chiesa e liberato affinché “non s’offenda
l’ecclesiastica immunità”19.
Nella seconda metà del Settecento la chiesa di Gesù Maria conservava
sei altari dei quali quattro erano liberi (SS. Sacramento, S.
Dionisio, S. Rocco e S. Michele Arcangelo), uno di iuspatronato
della famiglia Oliverio (S. Francesco di Paola) e l’ultimo
apparteneva a Benedetto Milioti ( Beata Vergine del Rinfresco)20.
Al tempo della soppressione , avvenuta dopo il terremoto del 1783,
era abitato da soli tre frati. L’edificio era composto da un
chiostro con vaglio e pozzo, una loggia, un coro, due corridoi, un
loggione e dalla chiesa, ben costruita ed ornata, con sacrestia e
con le sei cappelle. Attaccato al convento vi era un giardino con
alcuni alberi da frutto, in parte circondato da muri e da piccole
siepi e nel convento si aprivano 16 magazzini : otto erano nel
chiostro (vicino alla porta dell’orto, presso il pozzo, nella porta
di battere, sotto la cucina, sotto e dirimpetto la vinelluzza, sotto
la dispensa ed accanto alla sacrestia), cinque nel vaglio (dietro la
cappella di S. Francesco, del pulpito, del Carmine, della Torretta e
del Vaglio) e tre detti del Portone sulla strada. Il monastero era
tra i luoghi pii della città quello maggiormente ricco, dopo il
monastero delle clarisse, ma a differenza di quest’ultimo aveva una
comunità di molto inferiore. Le sue rendite provenivano dall’affitto
di alcuni fondi rustici (Gesù e Maria, La Vela e la Ferrarella), da
due taverne vicino alla piazza, da 16 magazzini e soprattutto da
censi perpetui e bollari. All’atto della sua soppressione esso
esigeva ben 57 censi enfiteutici e 6 censi bollari e poteva godere
di una rendita annua dichiarata di circa 300 ducati, ma certamente
essa era di molto superiore. Le entrate provenivano per circa l’80 %
da canoni e da interessi su capitali che gravavano soprattutto case
e terreni, mentre il rimanente veniva dall’affitto dei terreni e dei
magazzini21.
Dopo la soppressione parte dei beni furono assegnati dal marchese di
Fuscaldo al seminario mentre la chiesa era abbandonata, “diruta e
crollante” con “l’altare maggiore tutto disfatto .. un masoleo
marmoreo con suo deposito.. Il pavimento tutto disfatto e vi mancano
le coperture de sepolture. Lamia tutta lesionata...”. Essa fu
trasformata in seguito in magazzini secondo il progetto elaborato
dal perito Pasquale Juzzolino22. Così lo Sculco annotava : “Nel 1900
sprofondò parte del suolo vicino la porta della chiesa ora magazzino
scoprendo un sotterraneo che fu subito ricoperto. Nel 1903 fu
iniziato uno scavo all’interno della chiesa. Alla profondità di m.
1,80 trovai l’antico pavimento e infrantolo scoprii molti avanzi in
muratura dell’antica città. Trovai un emblema con la seguente
iscrizione : Pet. Iov. Ormazza Ind. Crot. Pat.”.
Note
1. Martire D., cit.,I,395 ; Russo F., Storia cit., II, 622.
2. ANC. 911, 1742, 73-77 ; 666, 1743, 61-62.
3. Scipione Berlingieri, marito di Isabella Mangione e padre di
Carlo e Felice, dispone per testamento di essere seppellito nella
cappella di famiglia, eretta nella chiesa di Gesù Maria, ANC. 310,
1664, 44.
4. Russo F., Regesto, III, (16258).
5. Il 16 febbraio 1531 il papa Clemente VII conferma ai frati
l’erezione della cappella, Russo F., Regesto, III, (16951).
6. Nel 1651 i frati imprestano ad interesse 130 ducati ad alcuni
coloni ma non riuscendo a riscuotere gli interessi cedono nel 1660
ogni loro diritto al decano della cattedrale per ducati 150 all’otto
% su una casa di Lorenzo Siciliano. Ma non soddisfacendo gli
interessi né il Siciliano né il figlio ed erede di costui, i frati
ricorrono alla corte vescovile, facendo mettere all’asta la casa che
fu aggiudicata a Giuseppe Gerace, il quale si obbliga a versare
subito gli interessi maturati e l’anno dopo il capitale, che i frati
dovranno per obbligo subito impiegare in altra compra, ANC. 334,
1675, 26 - 30.
7. G. Capicchiano madre di 4 figli e con il marito infermo, a causa
delle disastrose annate e per la malattie, per poter vivere ed
alimentare la sua famiglia si indebita gravemente tanto che il
marito deve stare in un rifugio per non essere carcerato. Essa
perciò è costretta a prendere a prestito duc. 30 all’otto % dai
paolotti impegnando la casa dotale, ANC, 497, 1703, 13 ;Lo stesso fa
R. Greco. Poiché per le annate calamitose e scarse il marito è stato
costretto ad indebitarsi e rischia di essere imprigionato, essa
chiede un prestito ai frati, impegnando la casa dotale, ANC. 915,
1762, 103 -104.
8. L.A. Villirillo cede a J. Messina una vigna gravata da un censo
enfiteutico di annui carlini 31 dovuti al convento, ANC. 253, 1670,
16 ; G. Sillano vende a G. Galluccio una continenza di case gravata
da un annuo censo di carlini 12 dovuti al convento, 334, 1672, 33 ;
F. Aprigliano vende ad A. Corea una vigna su cui grava un censo
annui dovuto al convento per “ratione soli”, ANC. 335, 1685, 17.
9. I frati vendono un magazzino che a causa dello spopolamento
rimane sfitto per impiegare il capitale in maniera più proficua,
ANC. 334, 1672, 41 ; I frati vendono una casa che minaccia rovina,
ANC. 334, 1679, 20.
10. IL correttore del convento invece di riporre il denaro
proveniente dall’affrancazione di un censo nella cassa del convento
detta “quattro chiavi”, affinché esso sia reinvestito per utilità
dei frati, dà la somma ad Ottaviano Cesare Berlingieri, il quale se
lo trattiene per uso proprio. Solamente dopo la morte gli eredi del
Berlingieri lo consegneranno al convento e senza pagare mai alcun
interesse, ANC. 335, 1685, 17 - 20.
11. L’aristocratico Giacinto Suriano, evasore fiscale e
contrabbandiere, è ferito mortalmente in uno scontro con alcuni
soldati spagnoli. Egli riesce a rifugiarsi nel convento dove “in una
camera di fuori la loggetta” fa testamento prima di morire, ANC.
333, 1674, 51 -53.
12. Il monastero era composto da Fra Carlo Coppola (correttore), e
dai frati Marco Antonio della Rocca, fra Bernardino della Rocca, fra
Antonio Galiano, fra Marco di Anoia e fra Domenico di Catanzaro ,
ANC. 334, 1674, 45 -47
13. Il monastero era composto da fra Antonio Galiano (correttore)
fra Micheli Roggeri della Rocca Bernarda, fra Stefano di Mayda, fra
Gio. Batt.a di Borrello e fra Domenico delo Pizzo , ANC. 334, 1677,
34- 37.
14. Le monache si rivolgono ai paolotti ottenendo un prestito di
ducati 150 all'8%, ANC. 334, 1677, 33v- 37r
15. Il monastero era composto dal correttore Domenico Cosentino di
Pizzone, dal collega Michele Suriano di Cotrone e dai sacerdoti
locali e gremiali Luigi Donato di Marcellinara e Antonio Dommijanni
di Catanzaro, ANC. 911, 1742, 73 -77.
16. ANC. 668, 1749, 90 - 92. Il 10 aprile 1758 Giuseppe Antonio
Oliverio fa testamento e dispone di essere seppellito nella chiesa
di S. Francesco di Paola “a piè della cappella di detto glorioso
Santo da lui fondata, con dover fare li suoi Eredi una lapide di
marmo, che servirà per tutti della sua famiglia”, Dall’atto del
notaio Petro Grandelli di Cutro in copia gentilmente fornitami dal
Dott. Nicola Oliverio.
17. ANC. 1125, 1755, 29 -33.
18. Catasto Onciario, Cotrone 1743, f. 241.
19. Lettera di Giuseppe Friozzi al vicario capitolare, Cotrone 16
maggio 1773, Arch. Vesc. Crot.
20. Nel 1777 era superiore P. Giuseppe Creto di Troia, Nota delle
chiese e luoghi pii ecclesiastici, Cotrone 18 febbraro 1777, AVC.
21. D. Aragona Reg. Ammin. Cotrone, Lista di carico, 1790, ff. 16-
22 e sgg.
22. Perizia per la riforma della chiesa del convento di San
Francesco di Paola la quale è diruta e crollante. 1) E necessario
che si demolisse la volta della nave, e quella del coro con una
porzione di muro di corrtina fino all’imposta de’ cornicioni dove
poggia la nuova armatura del tetto, per essere acciaccati e
crollanti dette mura e volte. 2)E necessario ancora dividere il
corale della chiesa per mezzo di un muro di fabrica di calce fino
all’altezza che sporge alla tettoia onde rendere il locale diviso in
due membri vasti per uso di magazzini di conserva. L’ingresso del
primo sarà l’antica porta della chiesa e del secondo di aprirsi un
vano dalla porta della loggia a fianco de due magazzinetti attuali
costruendoci un piccolo muro di prospetto a quello che attualmente
divide i due magazzinetti in parola ed in seguito aprire un vano al
muro della chiesa ; dove è l’antico pulpito e quest’ultimo restare
senza serrande di legno che la comunicazione al secondo magazzino 3)
la tettoia2 intera tanto nella navata che in quella del coro deve
essere costruita a cavalletti a forbaci con manaci ad ogni
cavalletto, saette e staffoni di ferro ognuno palmi 3. Il resto
dell’armatura di legname si farà di castane di abete della grossezza
di once 4 inchiodate con chiovi di conce 6 e sopra di essi
applicarsi tutte quella quantità di genelli che il bisogno richiede
dove poggeranno le tegole 4) Il pavimento della navata verrà alzato
circa palmi due parallelo a quello del coro, essendo il punto più
atto regolarizzandoli a livello e indi costruirci mattonata a
calce... Cotrone 20.6. 1843, Il perito incaricato Pasquale
Juzzolino, Cart. 116, AVC.

