[Il monastero medievale di S.to Stefano del Vergari in territorio di Mesoraca (sec. XIII-XIV)]
di Pino RENDE
(pubblicato su La Provincia KR nr. 13-15/2008)
Agli inizi del secolo XIII, Luca abate della
Sambucina, spiegava che il titolo del monastero di S.to Stefano del
Vergari derivava dal nome del fiume che scorreva nelle sue vicinanze
e, facendo riferimento ad esso ed al monastero di S.to Angelo de
Frigillo, così si esprimeva: “Sancti Stephani de Abrigaria, quod
nomen est fluminis prope ipsas duas ecclesias decurrentis”. (Pratesi
A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio
Aldobrandini pp. 175-179). Nei documenti medievali ritroviamo il
titolo del monastero in due forme principali. La prima è “de
Abrigari” o “de Abrigaria”, la seconda è “de Abirgaria”, “de
Avirgari” o “de Virgaria”. Sporadicamente sono riportati anche “de
Arbergaria” e “de Arbigara”. (Pratesi A., cit. pp. 282-284; 335-339)
Analogamente si riscontra nella documentazione cinquecentesca dove,
ormai venuto meno il monastero, il toponimo nelle stesse due forme
di “de Brigari” e “de Virgari”, continuò ad individuare il fiume o
fiumara. Secondo alcuni questo nome deriverebbe dalla pianta della
“virga” o “vimini” (Salix viminalis) che si ritroverebbe lungo il
corso d’acqua.
Da monastero greco a grangia cistercense
S.to Stefano del Vergari fu un antico monastero greco che
sorgeva in prossimità dell’attraversamento del fiume Vergari, dove
passavano importanti vie che collegavano l’abitato di Mesoraca ed
altri con alcuni passi sul Tacina, lungo il secolare percorso che
facevano le mandrie nel loro andirivieni stagionale tra i pascoli
silani e quelli delle marine del Marchesato. A tale viabilità fanno
riferimento le diverse citazioni contenute nella documentazione del
periodo svevo che riferiscono la presenza della “via publica que
vadit ad Sanctum Maurum” (Pratesi A., cit. pp. 267-269), della “viam
veterem que solebat ire et venire de terra Misurace in casali de
Cutro” (Pratesi A., cit. pp. 317-321), e della “viam que solebat ire
homines Mesorace ad terras Castellorum et ad turris Tacine” che
transitava per “terminum grossum” (Pratesi A., cit. pp. 335-339).
Il monastero compare per la prima volta nel giugno del 1202, nella
copia latina di un documento originale greco, con il quale
Bartolomeus arcivescovo di Santa Severina, con il consenso del
capitolo, concedeva all’abbazia della “immaculate Dei genitricis de
Sabucina”, il monastero pertinente alla propria arcidiocesi detto
“Sanctum Stephanum de Abrigari quod est in territorio Mesurace”, con
il consenso del suo abate “domine Cosme”. Tale concessione tesa ad
assecondare la volontà dell’abate sambucinese Luca di costituire nel
territorio mesorachese il futuro “capitale monasterium nostre regule
de Cistella”, avvenne attraverso la permuta con tre grangie
appartenenti alla Sambucina poste nel territorio di Policastro:
“Sanctum Iohannem de Monticello”, “Sanctam Dei genitricis de
Cardoiano” e “Sanctum Dimitrium cum casale et vinea quam ibidem
tenebat Sanctus Nicolaus de Pinito”. Inoltre, a compensazione
dell’annuo censo di tre libre di cera che la chiesa metropolitana di
Santa Severina aveva percepito fino a quel momento per altre tre
grangie della Sambucina: “Sancte Marie de Archelao”, “Sancti Angeli
de Frigillo” e “Sancti Nicolai de Pinito”, l’abbazia si impegnava ad
indennizzare l’arcivescovo attraverso la cessione di “villanos
quatuor in terra Policastri”, con la condizione che, in futuro,
l’abate del costituendo monastero fosse obbligato ad intervenire al
sinodo diocesano. (Pratesi A., cit. pp. 168-175).
Il passaggio all’ordine Cistercense fu duramente avversato dai
monaci greci di S.to Stefano che, dovendo difendersi anche dalle
mira del signore di Mesoraca, nell’ambito del cui feudo si trovava
il loro monastero, fecero ricorso al Papa.
Il 4 marzo 1205 Innocenzo III su richiesta dell’ “abbatis et
conventus Sancti Stephani de Virgaria” ordinava agli abati di S.to
Giovanni Calabita e di S.to Giuliano di Rocca Falluca di costringere
il “nobilis vir Tholomeu de Pallaria diocesis Sancte Severine”
feudatario di Mesoraca, a restituire ai greci “prefato monasterio”
dal quale egli li aveva espulsi con la violenza, per concederlo ai
monaci latini della Sambucina. (Pratesi A., cit. pp. 194-195; Russo
540).
Il momento molto travagliato di passaggio al nuovo ordine
dell’antico monastero greco è sottolineato dalla corrispondenza
papale di questo periodo. Seppure il 26 maggio 1205 Innocenzo III,
su istanza di “Petro abbati monasteri Sancti Angeli de Frigilo
eiusque fratribus”, prendeva sotto la sua protezione il monastero,
confermandone i possessi tra cui quello di “Sancti Stephani de
Abrigaria” o “Abirgaria” (Pratesi A., cit. pp. 198-204), lo stesso
papa il 31 ottobre 1206 ordinava all’abate di S.to Giuliano di Rocca
Falluca di non tardare a eseguire l’ordine ricevuto e di costringere
l’abate di S.to Angelo de Frigillo e già della Sambucina, a
restituire ai monaci greci il monastero di “Sancti Stephani de
Avirgari”, occupato indebitamente. (Pratesi A., cit. pp. 208-209;
Russo 545).
Le conclusioni della vicenda ci sono riassunte in un documento
posteriore al giugno 1207, dove si evidenzia che Pietro, abate di
S.to Giuliano di Rocca Falluca, adempiendo gli ordini impartiti da
Innocenzo III, era intervenuto per accertare le ragioni del possesso
del monastero conteso e le presunte violenze perpetrate contro i
monaci greci di S. Stefano del Vergari, ad opera del defunto Tolomeo
di Pallaria feudatario di Mesoraca. Nel documento, lo stesso Pietro
riferisce che nel giugno del 1205, dopo aver ricevuto la lettera
dell’abate di S.to Giovanni Calibita che “in facto interesse non
poterat”, portatosi in “Genococastrum” (Belcastro) alla presenza del
vescovo e del conte di quella città, e di alcuni “canonicis et
militibus”, trovò che il “dominum Tholomeum” era defunto e, citato
il “Grecus qui se dicebat abbatem” che accusava di violenza il
defunto, questi con “subterfugiens” evitò di presentarsi. Quindi
Pietro ascoltò le ragioni dei “monachorum Sabucine” e preso atto del
privilegio in loro possesso, decretò che dovessero permanere nel
possesso del monastero. Tre anni dopo aver ricevuto il primo mandato
papale, Pietro ne ricevette un secondo e nel mese di giugno del
1207, convocate le parti in “Musuracam que fuit terra defuncti”, il
“Grecus qui se abbatem dicebat” ancora una volta non si presentò, ma
si presentarono solo i monaci latini. Pietro ascoltò più testi
giurati relativamente alle supposte violenze perpetrate contro i
monaci greci, tra cui Adylasia “dominam terre, uxorem defuncti
domini Tholomei” la quale testimoniò che né suo marito né “aliquis
de domo mea”, aveva commesso alcuna violenza contro i greci e che
“quicumque aliud e contra dicere aut iurare vellerent”. A questo
punto Pietro dietro il consiglio di “domini Roberti Genococastri
cantoris” ed altri “clericorum ac proborum hominum”, ascoltò la voce
dell’abate e dei monaci latini della Sambucina e, preso atto dei
documenti esibiti, decretò nuovamente, come aveva fatto in
precedenza, che il monastero conteso rimanesse nelle mani di questi
ultimi. (Pratesi A., cit. pp. 209-212; Russo I, 105).
Successivamente il monastero sarà confermato sia da parte del Papa
che dal Sovrano. Il 6 marzo 1210 Innocenzo III, su istanza di Pietro
abate e del convento di Sancti Angeli de Frigilo, imitando i suoi
predecessori, prendeva sotto la sua protezione il monastero e ne
confermava i possessi tra cui la “grangia Sancti Stefani de
Abirgaria” (Pratesi A., cit. pp. 241-247). Nel maggio del 1223 da
Maida, Federico II imperatore e re di Sicilia prendeva sotto la sua
protezione il monastero di S.to Angelo de Frigillo, retto da Martino
abate con tutte le sue pertinenze tra cui figura la “domum Sancti
Stephani de Abrigaria”. (Pratesi A., cit. pp. 312-314).
I conti di Catanzaro
Il posizionamento del monastero greco nell’orbita cistercense,
nell’ambito del processo di espansione di quest’ordine monastico
nella vallata del Tacina, area di cerniera tra le contee di Crotone,
di Santa Severina, di Belcastro e di Catanzaro, fu realizzato e
favorito dai signori di quest’ultima, come appare da diversi atti.
Nel settembre del 1222 Anselmus de Iustingen, marescalco imperiale e
conte di Catanzaro, per la salvezza della propria anima e di quella
dei suoi parenti, oltre ad alcune donazioni, confermava all’abbazia
di S.to Angelo de Frigillo diverse terre e vigne e concedeva alla
stessa il potere di costruire un casale nel proprio “tenimento”. Il
documento scritto dal notaro Friderico risulta sottoscritto, oltre
che da Anselmus, da Robertus vescovo di Catanzaro, da Octo fratello
del conte, da Gerardus sua sorella e da “Alexander comitatus prefati
iusticiarius”. (Pratesi A., cit. pp. 309-312).
Nel maggio del 1225 Federico II imperatore e re di Sicilia, su
richiesta di Blasii monaco, priore del monastero di Sancti Angeli de
Frigillo, presentatosi alla curia imperiale a nome dell’abate e del
convento, prendeva il monastero sotto la sua protezione,
confermandone i possessi tra cui la “grangiam Sancti Stephani de
Arbigara (...) in monasterium Grecum comes Goffredus Rotellus cum
comitissa Bertta matre eius, cum molendino et omnibus aliis que
vobis donavit comes Ugo (...)”. (Pratesi A., cit. pp. 335-339). Il
documento molto frammentario e sospetto di falso, facendo menzione
di Goffredo di Loritello e di sua madre la contessa Berta, nonchè
delle donazioni del conte Ugo da identificarsi, evidentemente, con
il normanno Ugo Falloc conte di Catanzaro, offre dei riferimenti
temporali molto anteriori al momento di passaggio del monastero
greco all’ordine Cistercense. Anch’esso comunque, permette di
inquadrare l’ambito di questo passaggio nel solco dell’azione dei
conti di Catanzaro che, con Goffredo di Loritello, conte di
Catanzaro e signore di Luzzi, ritroviamo tra i fondatori del
monastero della Sambucina. Questi ebbe un figlio di nome Guillelmus
e un nipote, Goffredo di Carbonara o Goffredo di Luzzi, che fu
“dominus Lucii et Rocce Bernarde”. Quest’ultimo, signore di Rocca
Bernarda al tempo del re di Sicilia Guglielmo II (1166-1189), è
ricordato per le numerose donazioni in favore del monastero di Santa
Maria della Sambucina, che era stato fondato dai suoi progenitori.
Goffredo di Carbonara era ancora in vita nel 1196”. (Pesavento A.,
Breve Storia di Roccabernarda, in La Provincia KR n. , 2002).
Identificazione del luogo
Seppure nel periodo cinquecentesco e seicentesco la grangia di
S.to Stefano non era più abitata dai monaci che l’avevano
abbandonata da tempo, il luogo dove essa era sorta ed aveva
prosperato durante il medioevo, è segnalato ancora nella
documentazione del periodo. In tali documenti si evidenzia che al
possedimento originario del monastero, costituito dalle terre
feudali della “rangia” poste sulla riva sinistra del fiume Vergari,
dove passava la via pubblica, si erano andate sommando nel tempo
altre acquisizioni.
La costituzione di un patrimonio formato da possedimenti feudali e
non, determinerà il sorgere di questioni e dispute perché, sia i
Cistercensi che i feudatari di Mesoraca, in relazione ai propri
interessi, cercarono di attribuire a detti beni lo stato che più gli
conveniva al momento.
Tra i cespiti feudali di Giovan Battista Spinelli nel territorio di
Mesoraca risultanti dal relevio relativo alla successione del padre
Troiano, presentato alla Camera della Sommaria nel dicembre del
1567, si riporta: “Grani delle terre della Raugia, Battaglia,
Bolgnaci et S. Stefano e censi in grano tomola 41,5 che alla
raggione de carlini 4 a tomolo sono d. 16.3”. (Caridi G., Decime
Ecclesiastiche e diritti signorili sui pascoli nel territorio di
Mesoraca nei secoli XVI e XVII, in Archivio Storico per La Calabria
e la Lucania anno LI 1984, p. 44.)
Tra i possedimenti del Principe della Scalea riportati nell’apprezzo
del 1574 sono annotati: Terre pezzi 4 loco ditto lo piano de larangi
foro del q.m Ger.mo genuise (...) sal. 6 (...); Terre a larangi foro
del q.m Antonio Calio con due molina macinanti salmate 4 chiamate le
molina de larangi (...); Terre a larangi comprate da Sarra de
Molinaro e m.o Giulio de Abrigl(ia)no (...) salmate 2 (...); Terre a
larangi foro di donno Cola fanzanello (...) salmate 6 (...).
(Archivio di S.ta Severina, Apprezzo della Terra di Mesoraca fatto
il 14 Maggio 1574, Volume del Fondo Arcivescovile 7A).
La presenza dei due mulini e di alcune terre circostanti nel luogo
detto “La Grangia”, quali beni di natura burgensatica posseduti dal
feudatario, è evidenziata da una fede della Regia Camera della
Sommaria di Napoli del 1581, dove verteva lite tra l’Università di
Mesoraca ed il feudatario in merito al riconoscimento dello stato di
alcuni beni fondiari siti nel proprio territorio. Nel relativo
elenco si riporta: “Jtem due molina e terre circum circa burg.ce
site dove si dice la rangia dentro detto terr.o di Mesuraca iuxta lo
fiume de burgari, e le terre di franco de Giglio e la via publica”.
(Archivio di S.ta Severina, Apprezzo della Terra di Mesoraca fatto
il 14 Maggio 1574, Volume del Fondo Arcivescovile 7A).
Viceversa, la natura feudale delle terre vicine ai mulini, e poste
tra l’acquaro di quest’ultimi ed il fiume, nel luogo dove questo
creava una “volta”, risalta da un contratto di affitto stipulato tra
Gabriele Longo governatore della terra di Mesoraca e procuratore
dell’Ill.mo Duca di Gallese, utile signore della terra di Mesoraca
da una parte, e Vinzalao Fera e Antonio de Soda del casale di
Cellara pertinenze di Cosenza dall’altra, relativo all’erbaggio del
corso della Rotonda per l’anno 1585. In tale documento oltre ad
essere descritti i confini dei terreni interessati dall’affitto, si
descrivono le aree interdette al pascolo. “(...) lo territorio et
curso detto e nominato la Rotunda posto nelle pertinentie di
Mesoraca confine l’Albano, confine Diporto et lo fiume di Virgari e
lo vallone che discende dall’Agrillo et sine include la gabella che
fu di Paolo di Tacina che la tiene l’herede di Giovanni Venneri
confine le serre serre di S.ta Cuaranta, et altri confini soliti, e
consueti con tutti li vacanti di l’Albano, e diporto che sono
gabelle dela Corte, e la gabella di Martoro che non si faccia maijse
dal mag.co Marcello Caivano preservando la vota del’Arangi ch’è fra
l’acquaro et lo fiume di Virgari che rimane per la Corte, et volsero
che il prato dell’auni non si possa lavorare per la Colla di
Vissota, et alle manche che non si lavori dalla Colla a pendino
franca di bagliva di Decima et ogni altra cosa, et Angaria (...)”
(Archivio di S.ta Severina, Volume del Fondo Arcivescovile 14A).
Il possesso di queste terre da parte della Curia di Mesoraca, si
evidenzia ancora in un atto del 1660, dal quale si rileva che D.
Antonio Nicotera possiede un patrimonio di cui fa parte un pezzo di
terra nel luogo detto “lo Piano dell’Arangia prope Agrum Curie
Ducali”. (Archivio di S.ta Severina, Volume del Fondo Arcivescovile
37A).
Ancora oggi sopra una collina nei pressi del fiume Vergari in
località “Erbebianche”, nelle vicinanze di una sorgente, si
rinvengono diversi frammenti ceramici ed altro materiale fittile
sparsi sul terreno che individuano il sito del monastero.
Le terre della grangia
Con il passaggio sotto il controllo di S.to Angelo de Frigillo i
possedimenti originari della grangia di S.to Stefano presso il
Vergari si arricchirono attraverso le donazioni.
Nel luglio 1213, al tempo del dominio feudale di Andrea de Pallaria,
Guglielmo figlio del canonico Raone, avendo in precedenza ceduto
all’abate Pietro di “Sancto Angelo de Frigilo” la sua parte della
vigna di S.to Marco in cambio di una vigna dove si dice Frassinitum,
a suo tempo concessa all’abbazia da un giustiziere, seguendo
l’esempio di Michele suo fratello che, in punto di morte donò per la
propria anima all’abbazia la sua parte della vigna di S.to Marco,
concede per l’anima propria alla medesima abbazia la vigna ricevuta
nello scambio, riservandosi vita natural durante il possesso e
l’usufrutto. (Pratesi A., cit. pp. 251-253).
Nel dicembre del 1230, nel documento scritto da Bisancii monachus
Sancti Angeli de Frigilo, il presbiter Peregrinus protopapa Mesurace
per concessione di Peregrine sua moglie e dei figli, dona per
l’anima propria al monastero di Sancti Stefani de Abirgaria la terza
parte delle terre che possiede in loco qui dicitur Sanctus Iulianus
e un appezzamento un tempo piantato a vigna in loco Frassinetum
iusta fontem iudicis Michaelis. (Pratesi A., cit. pp. 366-368).
Dalla documentazione cinquecentesca e seicentesca si evidenzia che,
a quel tempo, l’abbazia di S.to Angelo de Frigillo possedeva delle
terre sia sulla sponda destra che su quella sinistra del fiume
Vergari, dove i toponimi: “S.to Stefano”, “Manche di S.to Stefano” e
“Destre di S.to Stefano”, richiamano quelli che erano stati gli
antichi possedimenti della grangia medievale che presidiava
l’attraversamento di questo corso d’acqua.
Da quest’ultima parte tali terre confinavano con il corso di Jinò,
come si rileva da un atto del 1581: “Jtem un’altro territorio
chiamato pino (jino) di moija cinquecento in circa sito dentro detto
territorio di Mesuraca iuxta lo territorio de Policastro, e le terre
de l’Abbatia di S.to Stefano”. (Arch. S.ta Sev., volume del Fondo
Arcivescovile 14A)
In un contratto di affitto stipulato tra Gabriele Longo governatore
della terra di Mesoraca e procuratore dell’Ill.mo Duca di Gallese
utile signore della terra di Mesoraca da una parte, e messer Cola
Francesco di Bona e Gio Maria Giacco di Aprigliano casale di Cosenza
dall’altra, relativo all’erbaggio del corso di Jinò per l’anno 1586,
sono descritti i confini dei terreni interessati dall’affitto che,
in corrispondenza con i limiti del corso della Rotunda, confinano
con “le manche di S.to Stefano”: “lo terr.o d.to e nominato de Jenò
con tutte le gabelle di particolari che si trovano dentro quali
remaneno che se l’accommodi la Corte et la metà di questo modo per
la colla di lavaturo la via pp.ca et mitte alla Conicella et per la
via pp.ca et escie alle timpe grandi et si mette alla via pp.ca et
allo timpone di S.ta Maria di Mezagosto la via via et mitte allo
vignale di franc.co di Rosa e frate lo vallone a pendino che divide
le manche di S.to Stefano, et confine le terre di Paolo di Tacina
che sono deli Venneri perché vanno con la Rotunda confina la terra
dela mendola confine la gabella dela Sig.ra Julia et S.ta Cuaranta
confine Baudino e per lo vallone di baudino confine con la gabella
di D. Ascanio Jnfosino la via pp.ca che escie allo timpone di S.to
Pietro et mitte alla via pp.ca et conclude alla colla di lavaturo
reservando le vigne se ritrovano dentro d.to terr.o” (Arch. S.ta
Sev., volume del Fondo Arcivescovile 14A)
Nella platea dell’abbazia di S.to Angelo dell’anno 1603 si rileva:
Vigne e terre contigue dell'abbazia di S.to Angelo di Frigillo di
circa sette tomolate possedute dal chierico Gio Domenico Cappa in
loco detto S.to Stefano che furono di Luca Russo, confine la Fontana
delli Vergari e le Destre di S.to Stefano; Tenimento di terre
dell'abbazia di S.to Angelo di Frigillo detto le Destre di S.to
Stefano che tengono in fitto Masi Parretta e Francesco Brizzi,
confine lo comune dell'Università mediante la via pubblica e la
fiumara di Vergari; Vignale dell'abbazia di S.to Angelo di Frigillo
posseduto da Gionfrida Provenzano in pede le Manche di S.to Stefano
che fu di Gio Ferrante Lofino; Tenimento di terre dell'abbazia di
S.to Angelo di Frigillo detto le Manche di S.to Stefano che tiene in
fitto Gio Paolo Salerno, confine lo vallone di S.ta Maria di Mense
Augusto, lo bosco (...). (Arch. S.ta Sev., Cartella del Fondo
Arcivescovile 124B).
Anno 1629: “Nelle manche di santo stefano, Troiani, et caldarari
(...)”; “(...) manche di s.to stefano et troiani (...)”;“(...) così
della Ruca et Rivoti, come di s.to stefano et Troiani nel curso
della rotunda (...)”; (Arch. S.ta Sev., volume del Fondo
Arcivescovile 8A).
“L’anno poi 1648 Mattheo Capicchiano con d.i Compagni senza il d.o
Gio Pietro e Filippo di Cosenza tenero le loro pecore nel Territ.o
di S. Stefano dentro il Curso di Misuraca et jo medesimo l’affittai
d.o Terr.o come affittatore di S. Angelo in francillo diedi e d.o
Terr.o e pure pagorno la x.ma et è Camera Chiusa” (Arch. S.ta Sev.,
volume del Fondo Arcivescovile 7A).
Alla fine del Settecento, tra i beni appartenenti alla Badia di S.to
Angelo de Frigillo troviamo: “gabelle di S.to Stefano e Formicusa in
territorio di Mesoraca”. (Spinelli F., Le Origini di Filippa, 1997).
Feudo e feudatari
Come è stato già evidenziato, lo stato feudale delle terre su
cui era sorto originariamente il monastero greco portò, già in
antico, all’aprirsi di vertense tra l’abbazia e gli altri poteri
locali, in relazione al fatto che, sia i Cistercensi di S.to Angelo
che i feudatari di Mesoraca, cercarono di far passare tali beni per
feudali o per burgensatici secondo la loro diversa convenienza del
momento, in maniera da evitare i pagamenti e le prestazioni.
Ne è un esempio il caso che coinvolse il castello di Santa Severina
alle cui spese di manutenzione dovevano concorrere tutti i feudatari
i cui feudi ricadevano nell’ambito soggetto al castello stesso.
Nel marzo del 1240 il “dominum Goffredum de Roccabernardi” ed il
“iudicem Stephanum de Cutrono”, su mandato di “Iohannis Vulcani de
Neapuli provisoris imperialium castrorum” dal fiume Salso fino alla
“portam Roseti”, conducevano per conto della curia imperiale
un’inchiesta tendente ad accertare se l’abbazia di S.to Angelo de
Frigillo, “pro grangiis et tenimentis suis que possidet in tenimento
Sancte Severine, aut pro grangia Sancti Stephani de Abirgaria”,
fosse tenuta a concorrere al riparo ed alla fornitura di servizi
riguardanti l’ “inperialis castri Sancte Severine”. Da tale
documento si apprende che già in precedenza, e precisamente “eo
tempore quod dominus noster serenissimus inperator ad partes ultra
marinas transfretavit” (28 giugno 1228 – 10 giugno 1229), il “frater
Burrellus tenplarius” ed il “frater Rogerius hospitalarius”,
“magistri et provisores inperialium castrorum”, avevano condotto
un’analoga inchiesta, interrogando testi giurati nella stessa Santa
Severina, e negli abitati che erano tenuti a fornire prestazioni
riguardanti il castello, cioè: “in casale Sancti Mauri”, “in casale
Sancti Iohannis de Monacho”, “in casale Cutri”, “in Rocca Bernardi”
ed “in Mesuraca”. In entrambi questi episodi però, sibillinamente,
tutti i testi avevano riferito di non essere a conoscenza
dell’esistenza di un tale obbligo da parte dell’abbazia. (nota.
Pratesi A., cit. pp. 399-403).
Questioni coinvolgenti lo stato dei beni fondiari posseduti dalla
grangia, si rilevano ancora nella seconda metà del Cinquecento,
nell’ambito dei contrasti sorti tra gli arcivescovi di S.ta Severina
ed i feudatari di Mesoraca in relazione alla riscossione delle
decime nei corsi dell’arcidiocesi. Dalla corposa documentazione dei
relativi processi, siamo a conoscenza del fatto che, a quel tempo,
verteva una lite presso la Camera della Sommaria di Napoli tra il
Principe e l’Università di Mesoraca, che quest’ultima aveva mosso
perché chiedeva che fosse riconosciuta la natura burgensatica di
alcuni possedimenti del feudatario. Di conseguenza, l’Università
pretendeva che i beni in questione fossero inseriti nel catasto
universale, in maniera che il feudatario contibuisse ai pagamenti
fiscali. Questi invece, si riteneva esente dal pagamento perché
attribuiva uno stato feudale a detti suoi beni. Tale riconoscimento,
tra l’altro, avrebbe consentito all’arcivescovo di esigere le decime
sui pascoli dei territori interessati. (Arch. S.ta Sev., volume del
Fondo Arcivescovile 7A).
Decadenza ed abbandono
Attorno alla metà del secolo XIII troviamo il castrum di
Mesuratae feudo del conte di Catanzaro Petro Ruffo. La concessione
effettuata dall'imperatore Federico II, sarà rinnovata dal figlio e
successore Corrado IV. Il 7 ottobre 1254 Innocenzo IV, per l'aiuto
dato alla chiesa, prendeva sotto tutela il conte di Catanzaro Petro
Ruffo di Calabria, confermando le concessioni e le donazioni di
Federico e di Corrado, che comprendevano la contea di Catanzaro, il
castrum di Mesoraca ed il feudo di Rende (Russo F., Regesto, 873).
Durante il periodo angioino ed aragonese il feudo di Mesoraca
seguirà le vicende dei Ruffo, conti di Catanzaro.
La presenza del monastero di S.to Stefano si rileva ancora nei primi
anni del Trecento. In una "Platea", compilata da Johannes de Johiero
de Catanzaro e da altri su mandato del conte di Catanzaro, è
richiamata ancora la presenza della “ecclesiam S. Stefani” che si
trovava lungo la via pubblica, nella parte più meridionale del
territorio di Mesoraca, verso il confine con il territorio di
Belcastro. “(...) ad vallonem qui dicitur de Brocuso et per ipsum
vallonem vadunt ad culturam que dicitur E.mi Theusararii fors. Mur.
et ascendunt recte ad terras Bichone et descendunt per ipsam ad
locum qui dicitur Brulleto ad viam publicam et per ipsam viam vadunt
ad ecclesiam S. Stefani et descendunt per ipsum vallonem versus
septentrionem limitando tenimentum Mesorace a parte meridiei ad
finorum que dividitur tenimentum Mesorace a tenimento Genicastri seu
Belcastro (...)” (ANC. 158, 1634, 71).
Nella seconda metà del secolo XIV però, tra il 1376 e il 1398, sulla
scia dell’ormai irreversibile decadenza dell’abbazia di S.to Angelo
de Frigillo e dell’ordine stesso, la grangia risulta affidata ad un
curatore. (Pratesi A., cit. XXXVII). L’otto gennaio 1398 apud terre
Meserate, in un atto si costituisce “Alibertus divina providentia
episcopus Strengulensis (Strongulensis) et administrator bonorum
eclesie monasteri Sancti Angeli de Frigillo et curator grangie
Sancti Stefani”. (Brasacchio G., Storia Economica della Calabria II,
pp. 353-354; Pratesi A., cit. p. 458-460). Successivamente, non si
hanno più notizie di una vita attiva da parte del monastero che
continuò a seguire le vicende dell’abbazia di S.to Angelo. Durante
il regno aragonese quest’ultima fu data dal papa in commenda e, per
tale motivo, ben presto fu abbandonata dai monaci. (Pesavento A., Il
monastero di Sant’Angelo de Frigillo presso Mesoraca (dal ripristino
alla soppressione), in La Provincia Kr nr. 49-50/2001).

