[La Chiesa dell'Annunziata e Convento di San Francesco dell'Osservanza di Santa Severina]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 40-43/2008)
L’esistenza di una chiesa dedicata alla Beata
Maria Annunziata, situata fuori le mura della città, è indicata da
alcuni documenti della prima metà del Cinquecento.
Annunziata vecchia e Annunziata nuova
Nel “Libro de’ Censi di Santa Anastasia delo anno 1548” troviamo
i nomi di alcuni censuari che possiedono terreni in località “lannunciata”:
“Lerede de filippo Terzigna per uno olivito ad lannunciata paga
grana cinque”, “lerede de grispino passa laqua per lo loco ad reto
lannunciata”, “mastro joanmaria russo per uno loco ad lannunciata”.
Con la costruzione di una nuova chiesa da parte di una confraternita
alcuni anni dopo la metà del Cinquecento la località mutò il
toponimo in “nuntiata vecchia” mentre il luogo dove fu costruita la
nuova chiesa si chiamò “Nunziata nova”. Troviamo “Donna Hieronima
Baccaro per uno mezo loco alla nuntiata vecchia”, “Antonio Vaccaro
per lo loco de la Nuntiata vecchia”, mentre “lerede de Girormo
Infosino per uno loco allanociata nova”.Così è indicata la posizione
della località “Annuntiata vecchia”: “Cicco de Orlando per una vigna
sotto la costa della Annuntiata vecchia confine la via publica che
va alla catona dalla parte di sopra e dalla parte di basso confine
la via publica che va a Grottari”.
La costruzione della nuova chiesa
Il vicario generale Giovanni Tomaso Cerasia al tempo
dell’arcivescovo Giovanni Battista Ursini, accompagnato dal
tesoriere D. Bartolo Iannino e dall’arciprete D. Battista Salvato,
si recò il 27 maggio 1559 nella chiesa sotto l’invocazione della
gloriosa vergine Maria volgarmente detta L’Annunziata, che era
situata fuori le mura della città sulla via pubblica “sotto limpisi”.
Entrato trovò la chiesa nuovamente eretta senza porte, mancante del
tetto con una lamia nella cappella maggiore sopra l’altare. La
chiesa apparteneva ad una confraternita e la costruzione
dell’edificio procedeva con le elemosine dei confrati. Il vicario
trovò il cappellano scelto dai confrati della chiesa, il venerabile
D. Iacopo de Cerenzia. Il cappellano disse che la chiesa aveva
qualche bene, una campana ed un’altra campana era nel campanile.
Dalla lettura dei testamenti, stilati dal notaio Marcello Santoro,
constatiamo che in questo periodo la chiesa è oggetto di numerosi
lasciti. Il 13 luglio 1570 Luca Muscedera “lassa per l’elemosina di
sua anima doi carlini al santissimo sacramento doi altri
all’hospitale di S.ta Caterina et doi altri carlini alla ven. chiesa
dela S.ma Annuntiata di questa città” (1570, f. 32v); Il 10 novembre
1571 il R.do D. Vincentio deli Pira lassa alla S.ma Annuntiata uno
tari ( 1571, f. 22v); Il primo agosto 1572 Claritia de Sindico
lascia alla S. ma Annuntiata car. cinque (1572, f. 114); Il primo
luglio 1574 Alexandro Infosino lascia “tutta la sua robba allo
ospitale de S.ta Sev.na , alla Santissima Annunziata et alla
cappella de Santo Lorenzo....et che siano obligati far dire una
messa lo dì” (1574, f. 110); il 6 agosto 1574 Gio. Bartolo Sacco
“lassa alla Santissima annunciata di fora per lanima sua ducati tre”
(1578, f. 138); il 23 luglio 1575 il m.co Scipione Angeriano “lassa
doi tumuli di grano alla S.ma annunziata ad augusto p.o futuro”
(1575, f. 134); il 20 agosto 1585 Francesco Lansalone alias lo
siciliano lascia “alla S. ma Anuntiata tre car(lini) (1585, f. 106);
il 20 settembre Iacopo de Pitropo “lassa doi docati alla S.ma
Anuntiata di S.ta S.na” (1588, f. 8v) ecc.
Il feudatario dota la chiesa
Il 5 giugno 1582 con atto del notaio Marcello Santoro ( vol. IX,
1581/1582, ff. 116r -117r) Vespasiano Carrafa, conte di Santa
Severina, afferma “qualmente la ven.le chiesa de la S.ma Annuntiata
de la città di S.ta Severina sita ex(tr)a moenia in loco detto lo
Canale si trova povera et per la sua dota et intrate non pò pagare
il servimento deli sacerdoti che giornalmente in dicta chiesa
celebrano il S.mo Sacramento dela messa et volendo esso S.r Ill.mo
per l’anima sua et deli suoi antecessori et successori agiutare
della chiesa di l’elemosina per il servimento che si farà in
perpetuum constituisce sopra tutti i suoi beni mobili et stabili
burgensatici et feudali Regio assenso semper impetrando docati
trenta cinque da pagaronsi a natale pasca et augusto di qualsivoglia
anno a tanti sacerdoti di messa per esso S.r Ill.mo nominandi
her(e)di et suc(esso)ri et in difetto per li confrati della detta
chiesa confirmandi per l’Ill.mo et R.mo Arcives(cov)o presente et
futuri in la Città di S.ta Sev(erina) deli quali denari dicti
sacerdoti si divideranno tra essi per loro elemosina et servimento
che faranno per dire sette messe la semana cioè una messa il dì in
perpetuum per l’anima sua et di suoi antecessori et successori et lo
di più che si avansasse di detti d. trenta cinq. lo di più vada in
beneficio dela eccl.a con oglio et altre necessità de la chiesa.....
in dicta chiesa si facesse monasterio et si venesse a servire da
monaci e religiosi che detti D. 35 ut s.a dati per elemosina vadano
in ben.o di quelli padri che servano detta chiesa col’istesso peso
di una messa il dì in perp(etuu)m per l’anima sua et de suoi defunti
q.a sic.” A ricordo dell’intervento e della particolare devozione
dei Carrafa per questa chiesa è ancora oggi visibile il loro stemma
sul portale della chiesa. La chiesa ed il successivo convento
saranno sempre sotto la tutela dei feudatari di Santa Severina, i
quali , come si legge nel “Relevio” dello Stato di Santa Severina
del 1656, presentato dal duca Gio. Andrea Sculco, erede del fratello
Carlo, tra i “Pesi soliti pagarsi dal P(ad)rone Utile Sig.re dello
Stato di Santa Severina” vi erano ducati 15 annui per “Pietanza alli
P(ad)ri Riformati del convento nella Città per antica consuetudine”.(
Rel. 359, f. 436, ASN)
La confraternita
Alla fine del Cinquecento la confraternita è ancora attiva. Essa
ha sede nella chiesa della SS. Annunziata, che è situata fuori le
mura della città. Il 15 luglio 1584 il papa Gregorio XIII concedeva
ai confratelli della confraternita della Beata Maria Annunziata,
esistente nella chiesa omonima, costruita presso e fuori le mura
della città di Santa Severina, l'indulgenza nelle quattro principali
festività della Beata Vergine Maria (Russo F., Regesto, 23674).
Il 21 gennaio 1585 Francesco Iudara in presenza dei confrati Nicolò
Mannara e Iudino Amminò per atto del notaio Marcello Santoro donava
per la remissione dei suoi peccati alla chiesa della SS.ma
Annunziata, situata fuori le mura della città, una casa palaziata
con un casaleno contiguo, situata in parrocchia di Sant’Angelo. I
confrati prendono possesso della donazione e promettono che dopo la
morte il Iudara sarà sepolto nella sepoltura dei confrati esistente
dentro la chiesa. (ff. 71-72).
La presenza della confraternita con chiesa propria, vicino ma fuori
le mura, è confermata anche dalla relazione dell'arcivescovo Alfonso
Pisano del 1589, che così la descrive: “Nell’Annontiata si celebrano
ogni dì di festa due messe, ogni giorno feriale una, e li sabbati, e
festività della Beata Vergine sette, et il tutto si fa con elemosine”.
(Rel. Lim. S. Severina, 1589). Sempre in quell’anno, il primo
settembre 1589, per testamento il tesoriere della chiesa
arcivescovile Francesco Caruso lascia alla “SS.ma Annuntiata dieci
docati per reparattione di quella chiesa”.
Conventi dentro e fuori le mura
C’erano in Santa Severina due conventi; uno di domenicani
dedicato a San Domenico e l’altro di minori conventuali di San
Francesco intitolato a Santo Salvatore; entrambi situati all’interno
delle mura e vicini alle porte: il primo a Porta Nova, il secondo
alla porta della Piazza. Il terzo convento della città, quello
dedicato all’Annunziata dei frati minori osservanti, detti anche “zoccolanti”,
sorgerà fuori mura. L’osservanza della “Regola”, oltre alla povertà,
alla privazione di ogni bene ed a vivere solo di elemosina, imponeva
anche che il monastero, come era nelle origini, fosse costruito
alquanto lontano dalla città, vista come occasione di perdizione e
di peccato. Così lo erano quello di Santa Maria delle Grazie di
Mesoraca, quello di Santa Maria della Spina di Policastro e quello
più recente del Salvatore di Cutro. La lontananza dei conventi
dall’abitato, quasi sempre in luoghi selvatici e solitari,
frequentati da ladri e “forusciti”, era tuttavia occasione di gravi
scandali e di proteste da parte della popolazione. La relazione di
un anonimo, inviata nel 1578 all’arcivescovo di Santa Severina
Francesco Antonio Santoro, per sollecitarne la riforma, che “hebbe
principio in Calabria” in Mesoraca, così tratteggia la situazione:
“Istruttioni dell’eccessi, et inosser(van)ze che si fanno nella
Religione di S. fran(ces)co dell’Osser(van)za della Provin(ci)a di
Calavria per ser(viti)o di Dio, et per che li Prelati possano
provedere alla Riforma dell’abusi, et castigo di tristi, et
delinquenti.
Nella provin(ci)a di Calavria nella Religione di S. fran(ces)co
della Osser(van)za v’è pocha giustitia, massime da pochi anni in quà
, et a tempo ch’ha governato il Ministro presente Fra Marco del
Citraro, il q(ua)le s’ha trattato da persona parteggiana interessata,
et di suo disegno particolare. Nella provin(ci)a succedono molti
scandali causati da fr(at)i, et le Città, e T(er)re ricorreno al
detto Ministro per castigare li scandalosi, et colpevoli, et per
darvi rimedio, il detto Ministro, oltre che non castiga li colpevoli,
li tiene in q(ue)lle t(er)re dove è successo il scandalo, per il che
si perde la devot(io)ne, et da uno nascono maggiori scandali.
Il detto Ministro tenendo amiticia con alcuni Padri predicatori, fa
poco conto dell’altri, anzi q(ua)n(do) si vogliono lamentare l’altri
fr(at)i, le scaglia, et ribotta in modo che li fr(at)i stanno
oppressi dalla tirannide di pochi.
Li P(adri) predicatori fanno gran rumore per li danari della predica
la q(ua)l pattezzano et vendeno à chi più q(ua)le l’offere.
Il Ministro s’intende che vende le guardianie à persone indegne et
scandalose per haverne lucro, partecipando l’altri padri della
provin(ci)a.
Intanto che la Regola è molto rilassata et non si vedeno, et senteno
alt(r)o che usurpam(en)ti et proprietà di fr(at)i.
Nella diocese di S. Sever(i)na vi sono due Monasteri
dell’Osser(van)za, l’uno in la t(er)ra di Mesoraca, l’altro nella
t(er)ra di Polic(astr)o. Amen due vanno mal gover(na)ti et di mal in
peggio.
Nel Monastero di Mesoraca vi sono occorsi molti scandali per conto
di Donne et un fr(at)e fu trovato di notte nella t(er)ra dent(r)o
una casa dala q(ua)le fuggì et si precipitò per certe ripe, et
sop(r)a cio si fé nulla provis(io)ne.
Nel detto Monastero stando fra Dionise di Polic(astr)o, fé molti
scandali, et eccessi delli q(ua)li fu processato, et si fè gran
rumore, questo anno 78 il Ministro lo mandò Guar(dia)no nel
monas(ter)o di Polic(astr)o distante da Mesoraca meno duo miglia,
per li suo disegni, non havendo riguardo alle cose passate. Per il
che di notte fu assalito dent(r)o il monas(ter)o in sua cella, et li
furono date molte ferite, non senza gran scandalo, et per tal causa
è romasto storpiato delli denti, et balbutiente.
Nel detto Monastero di Mesoraca l’anno 77 pratticavano li forasciti,
il Guar(dia)no li teneva, et governava fando di quello speluncha di
ladri nascondevano in quello li furti, et portavano l’Huo(min)i
carcerati et li compostavano per il che s’è persa la divot(io)ne del
detto Monastero, che li fr(at)i non trovano pane da mangiare. La
medes(i)ma pratica li forasciti tenevano nel Monas(ter)o di Cropano.
Il Ministro sciente, et consentiente, con tutto che li offit(ia)li
reggii n’han fatto resent(imen)to.
Nel Monastero di Polic(astr)o per molti anni stette fra Vin(cen)zo
di Polic(astr)o Padrone assoluto di quel Monast(er)o, il q(ua)le era
chiamato l’Abate per le proprietà tenea in detto Monastero dando à
suoi parenti le robbe della chiesa, cont(r)a il q(ua)le fu dato
mem(oria)le à N(ostra) S(antità) di molti suoi eccessi et fu rimesso
al Ministro il q(ua)le andò a rimediare, et à pregare che le cose
non passino inanzi senza niuna gius(titi)a. Il detto Monastero di
Polic(astr)o tiene robbe stabili, et entrata sop(r)a t(er)re, case,
vigne et castaniti, et spetialm(en)te ha in Cutro ducati trecento,
et q(ue)lli che le teneno, ne pagano la raggione di dieci per cento,
et và il Guar(dia)no à riscoterlò, come tesoriero.
Li Guar(dia)ni che vengono nel detto Monastero sono quasi semp(re)
cittadini, et donano le robbe, e danari del Monastero à loro parenti
et amici, et procedono non da Guar(dia)ni, ma da padroni proprii con
li rispetti mondani.
Havendo scritto l’un(iversi)tà di Polic(astr)o al Ministro contra
fra Dionisio p(redit)to di Polic(astr)o, et Guar(dia)no per alcune
cose occorse, il Ministro per rispetto, et Amicicia non providde a
suo tempo, avisò p(reditt)o fra Dionisio, il q(ua)le l’andò à
trovare, et havendo pigliato conserto, mandò un charo amico di fra
Dionise, il q(ua)le tardò tanto, che p(rim)a che andassi in
Polic(astr)o, successe il caso p(reditt)o di fra Dionise, con tanto
scandalo, tutta per colpa de Minis(tr)o.
Per li lochi, et Monasteri della provin(ci)a s’intendono delli altri
scandali et mali governi per li q(ua)li si perde, anzi è persa la
devot(ioo)ne, et li populi manchano dalla solita charità. In tanto
che per essere la Regola rilassata tanto, da tutta quasi la
provin(ci)a si desidera il castigo per le cose passate alli
delinq(uen)ti, et la Riforma per le cose future, la q(ua)l Riforma
si deve per ser(viti)o di N. S. Iddio.”
La presenza di delinquenti e di ricercati dalla giustizia nei
monasteri sarà più volte condannata, come risulta dalle lettere
inviate dal nunzio di Napoli all’arcivescovo di Santa Severina
Alfonso Pisani. Già nel maggio 1602 il nunzio prendendo atto che
molte chiese, conventi e altri luoghi pii erano divenuti “asilo et
ricettacolo di tristi, e fraudolenti”, aveva ordinato
all’arcivescovo di “notificare a tutti li superiori di simili luoghi,
che desistano dal ricettare sorte alcuna di condennati, banditi,
ladri, o altre gente di male affare, sotto pena della privatione
dell’officio se si avrà notitia del ricetto”. Ma evidentemente tutto
era rimasto immutato se dieci anni dopo, nel settembre 1613, il
nunzio doveva nuovamente intervenire e comandare all’arcivescovo di
“intimare alli superiori di monasteri di Regolari di tutti gli
ordini, che non ricevino nelli loro conventi o case sorte alcuna di
condennati, banditi, ladri o altre genti di mal affare, falliti, ò
debitori sotto pena della privatione dell’officio e di voce attiva e
passiva”.
Anche il convento dell’Annunziata di Santa Severina sarà utilizzato
come luogo di rifugio per i ricercati. Di questo ne abbiamo notizia
da un fatto successo sul finire del luglio del 1683. I capitolari di
Santa Severina erano in lite col duca Domenico Sculco per il
territorio di Fisa di Volo, in quanto dicevano che il duca ne aveva
usurpato una parte “per far l’acquaro de suoi molini”. Per questo
motivo l’arcivescovo Carlo Berlingieri aveva scomunicato il duca.
L’erario del duca Michel’Angelo Curcio inviò allora una supplica al
nunzio accusando alcuni canonici in quanto “..non attendono ad altro
che a far negotii illeciti in comperar e rivendere diversi capi di
mercantia con loro grosso guadagno con dare anche denari ad
interesse con pigliarne grossa usura, tener prattica, alimentar e
ricever publici banditi, e scorritori di campagna, con tenere
prattica e commercio carnale con publiche meretrici e vivere in
concubinato con publico scandalo di tutta la città..” . Per
verificare queste accuse la sera del 23 luglio 1689 giunse in città
Giovanni Sosta “commissario ordinario della nunziatura nella diocesi
di Cariati”, con alcuni armati. Il commissario, che appoggiava il
duca, portava con sé “alcune delegazioni” contro i capitolari di
Santa Severina. Appena giunto in città il commissario prese alloggio
nel castello e chiese che si mettessero a sua disposizione “carceri,
ceppi, ferri e manette”. Intimoriti i capitolari , la mattina del 24
luglio, si radunarono nella sacrestia della chiesa cattedrale. Nel
pomeriggio uscirono dalla cattedrale ed in processione con la croce
capitolare davanti, “credendo che a questa dovesse essere portato
rispetto”, si diressero verso la porta della città con l’intenzione
di andare a rifugiarsi nella chiesa dell’Annunziata, situata fuori
le mura della città e poi all’occasione fuggire verso la montagna.
Accortosi di ciò, l’erario del duca Michel’Angelo Curcio chiuse la
porta della città detta della Piazza e “si rivoltò coll’armi in mano
a perseguitare il Capitolo e clero dissarmato pigliando anche per il
petto il Decano che era il primo dei Capitolari”. Inseguiti da
sbirri e da altra gente armata del duca che li perseguitavano “con
ingiurie e villanie”, i capitolari attraversarono la piazza detta il
Campo e cercarono di uscire dalla porta della città detta di San
Domenico ma la trovarono chiusa. Cercarono perciò rifugio nella
vicina chiesa del convento dei Domenicani, dove furono posti per
diversi giorni in stato di assedio dalle guardie del duca e del
commissario, i quali misero anche guardie alle porte della città ed
a quelle della chiesa.
Il convento dell’Annunziata
Secondo il Fiore il convento dei frati minori osservanti
riformati di Santa Severina fu fondato da Pietro da Cassano nel 1611
(Fiore G., Della Calabria cit., II, 419). Secondo altri il convento
intitolato alla SS. Vergine Annunziata fu fondato nel 1613 .
Dopo che l’università di Santa Severina aveva supplicato i frati
osservanti a fondare un monastero, offrendosi di costruirlo a spese
dei cittadini, su richiesta dell’arcivescovo di Santa Severina
Alfonso Pisani giunse il frate Pietro di Cassano, custode dei Minori
Osservanti Riformati di San Francesco d’Assisi della provincia di
Calabria, per scegliere il luogo dove costruirlo. Il frate, giunto
in Santa Severina, optò per la chiesa della SS.ma Annunziata e ne
chiese la concessione all’arcivescovo.
“Ill.mo e R.mo Sig.re.
Fr. Pietro di Cassano Custode de’ Minori Osservanti Riformati di San
Francesco de Assisa di questa Provintia, con supp.ni dice a V.S.
Ill.ma, che essendo romasta servita di fare venire detto Custode, e
frati per pigliar il luogo, e far Monastero in questa Città di S.a
Severina, non li par luogo più a proposito per posservi costruere
detto Monastero, che nella chiesa della SS.ma Annunciata fuora le
mura di essa Città, che però supp.ca V. S. Ill.ma se degni
benignamente conceder à detto Custode e sua Religione detta Chiesa,
con suoi ornamenti, e quatro, dove possa far detta fondatione,
piantar la Croce, et lasciare la famiglia tanto più, che la Città li
n’ha supplicato, e fatta istanza, et s’ha offerto fare la spesa
della fabrica di detto Monastero, che oltre detta Religione haverà
obligo di pregar sempre per lo buono governo, e vita di V. S. Ill.ma,
farà opra grata a sua D.a M.tà quem Deus.”
Il 18 maggio 1613 l’arcivescovo Alfonso Pisano concedeva la chiesa
secolare della SS.ma Annunziata ai frati minori osservanti con la
possibilità di costruirvi accanto il monastero, che sarebbe rimasto
ai frati, finché il convento sarebbe stato abitato da frati dello
stesso ordine.
“Concedimus secularem ecclesiam Sanctissimae Annuntiationis Extra
moenia et prope hanc Ciovitatem Religioni fratrum minorum
strictioris observantiae Sancti Francisci de Assisio cum facultatem
construendi Monasterium in ea (apud eam) pro augmento cultis Divini
ut in ibi regularis vigeat observantia( et disciplina) ad laudem
omnipotentis Dei Patris et filii et Spiritus Sancti, et Deiparae
Virginis Immaculatae, et ad huius populi aedificationem, et
utilitatem citra tamen paedicium Jurium Parochialium Eccl.rum et
Archiepiscopalis Mensae, et ea conditione, ut concessio huiusmodi
irrita sit quandocunque locus ipse desertus (facerit), vel pro
derelicto habitabatur à fratribus praedictae Religionis, vel ibidem
non viguerit religionis observantiae. Datum 18 May 1613”.
Preso possesso della chiesa, i frati tramite il loro procuratore
Giulio Cesare Modio chiesero all’arcivescovo di concedere anche un
vicino giardino di proprietà della mensa arcivescovile, per
utilizzarlo come orto per le necessità del convento.
“Ill.mo e R.mo Sig.re
Giulio Cesare Modio Proc.re del monastero e luogo de Padri Riformati
dell’Osservanza di San Francesco de Assisi di questa Città di Santa
Severina con supp.ni dice a V.S.Ill.ma, che essendo romasta servita
chiamar detti Padri Riformati, e concederli la chiesa della S.ma
Annunciata fuora le mura di essa Città per Monastero di detta
Riforma ornata di tutti ornamenti, e quatro di detta Madre
Santissima nella quale sotto il di 7 del presente mese di Decembre
1613 per il P. Fr. Pietro di Cassano custode di detta Riforma
processionalmente con altri frati, fu piantata la Croce con
intervento della persona di V.S. Ill.ma, Rev.o Capitolo, Clero e
Popolo di detta Città, e vi fu anche lasciata la famiglia et perchè
detto Monastero non ha altro luogo per far ortalitii, et altre cose
ad esso necessarie che un giardino di V.S.Ill.ma e Mensa
Arcevescovale, detto di S. Vito confine detto convento, la supplica
resti servita benignamente concedere, e donare a detto Monastero in
perpetuum detto Giardino per commodo de’ frati che oltre V.S.Ill.ma
farà opra gratissima D.a M.tà, detta Religione pregarà sempre per la
felicità e grandezza di sua casa ut Deus”.
I frati ottennero così il “viridarium ad usum horti”, con la
condizione di ottenere l’assenso apostolico e che esso doveva essere
contenuto all’interno delle mura del convento in costruzione. Poco
dopo essi chiesero di permutare la parte inferiore del giardino
contiguo al monastero con la parte superiore di un altro giardino
appartenente alla cappella dedicata a Santa Maria degli Angeli di
iuspatronato dei fratelli Alfonso e Giulio Cesare Pisani. Si
impossessarono così di una fonte dove le donne erano solite lavare i
panni. La richiesta fu accolta anche perché così “intra eiusdem
clausuram reducatur fons aquae et cipia ne de cetero accedant illuc
mulieres pro lavandis pannis, pro ut in praeteritum consueverant”.
Così è indicato il luogo dove è costruito il convento. La cappella
di jurepatronato di Santa Maria dell’Angeli possiede : “Un giardino
posto in loco detto lo Canale, vicino la via publica, che si va al
giardino di Mons. Arciv.o , et confine lo giardino, che teneno li
RR. Padri Reformati di d.a Città, e detto giardino è arborato di
diversi alberi, con una casa dentro” (1630). Il Capitolo possiede
“Uno Giardino chiamato S. Vito alborato d’olive, cerse, fiche, ed
altri albori fructiferi con una casa, e ristagno d’acqua dentro,
confine lo giardino delli Padri Reformati e la possessione della
Cappella di S. Maria dell’Angeli, dato dall’istesso Ill.mo mons.r
Pisani di fel. mem. come per intrum. stipulato per mano di Notar Gio.
Dom.co Pancari nell’anno 1618. ( Bona , jura, et onera R.di Cap.li
ecc. , f. 5). La chiusa chiamata S. Vito sarà così descritta in una
platea successiva del Capitolo: “ Alberata di olive, e poche quercie,
sita dentro il corso di Casale Nuovo sottano, ma non a quello
soggetta, confine l’ortalizio de P.P. Riformati, la possessione
detta la Costa del Canale del beneficio di S. Maria degli Angeli, e
le terre del beneficio di S. Antonio di Vienna, e la via publica
antica per sotto il timpone dell’Impisi (Platea 1782).
La confraternita
La confraternita della Santissima Annunziata continuò a rimanere
nella chiesa “di fora di questa Città di Santa Severina”. Nei
“Memoriali di scomunica di particolari” troviamo alcuni documenti
che riguardano l’amministrazione e la gestione della chiesa da parte
della confraternita poco dopo l’insediamento dei francescani. Una
testimonianza fa luce sulle poche rendite della chiesa e sulla
oscura amministrazione dei beni e dei denari che provenivano alla
chiesa: “Se rivela per me Caterinella Galazita et Polita Pistoia à
tempo che vivea Gio. Paulo Galazita di questa vita se allegrava lo
detto Gio. Paulo et diceva che a tempo che era il detto procuratore
della venerabile confraternità della Santissima Annunciata non
v’erano de intrate più che carlini otto, et esso acresciò docati
sidici l’anno, ma di dove siano pervenuti detti dinari non sanno
niente”.
Spesso infatti i beni ed i denari dei lasciti non venivano annotati
dai procuratori annuali nella platea della confraternita, o venivano
annotati con un valore inferiore. E’ quanto traspare da un monitorio
di scomunica fatto a istanza del nobile Manilio Infosino.
I nuovi procuratori della SS.ma Annunziata Marcello Mancuso e Gio.
Antonio de Mandaro pretendevano dall’Infosino la restituzione di un
prestito di ducati cento, come risultava dall’atto notarile
stipulato anni prima dal notaio Gio. Geronimo Palmeri tra i
procuratori della confraternita Gio. Paulo Galazita e Baltassarro
Novellise e l’Infosino, il quale aveva ottenuto il denaro a censo al
10 per cento, obbligando il suo oliveto di Santo Vito. Ma l’Infosino,
essendo morto il procuratore Gio. Paulo Galazita, che a suo tempo
aveva materialmente eseguito il prestito, affermava che in effetti i
denari consegnatili erano stati solo ducati sessanta, come risultava
anche dalle platee della confraternita. L’Infosino, per non pagare i
cento ducati, il sedici novembre 1616 rivolse allora una supplica
all’arcivescovo Alfonso Pisano, chiedendo di fare una istanza di
scomunica contro quelle persone che avevano conoscenza dell’atto
stipulato tra lui ed i confrati. Minacciati di scomunica alcuni
confrati (Francisco gatto, Marcello Mancuso, Baldassare Novellise)
si affrettarono a convalidare la versione dell’Infosino o non
ricordavano. Allora l’arcivescovo il 16 novembre 1616 accoglieva la
supplica ed emanò un decreto che ordinava ai procuratori di non
molestare più l’Infosino e di accontentarsi dei sessanta ducati con
il relativo censo di sei ducati. Il 9 gennaio 1617 Lutio Quattromano,
serviente della curia arcivescovile, notificò il decreto emanato
dalla curia arcivescovile ai procuratori della chiesa della
Santissima Annunziata Marcello Mancuso e Giovanni Antonio de Madaro.
Il convento alla metà del Seicento
Il convento, situato fuori la porta della città detta della
Piazza, riuscì a passare indenne dalla soppressione dei piccoli
conventi al tempo di Innocenzo X (Rel. Lim. S. Severina., 1660,
1666).
Esso compare in un “Apprezzo” inedito del 1653. “Da sotto detta
Città verso Ponente per distanza di mezo miglio si trova uno
Convento de Padri Zoccolanti con Chiesa nova sotto titolo della
SS.ma Ann(ontia)ta la quale è a una Nave intesta è l’altare
mag(io)re con Custodia piccola Indorata dove assiste al SS.mo sopra
la Cona di N(ostra) S(igno)ra alla destra S(ant)to Berardo et alla
Senistra Santo Diego et dietro detto altare è il Coro alla destra di
detta nave è una cappella sfondata al muro con lamia tutta pittata
con le gratie di Santo Antonio intesta è l’altare Con Cona di
S(an)to Antonio. Appresso è un’altra Cappella sfondata al muro con
cona di Santo Antonio et Santo Lonardo e N(ostra) S(igno)ra con il
bambino in braccia.
Tiene li apparati necessari per possere Celebrare con due Calici il
campanile sta sopra la porta dove sono due Campane. (Nel) Convento
accosto la porta della Chiesa è la porta dalla quale s’entra nel
Claustro Coverto a quattro q(ua)le alla destra sono più stanze per
frastaria et nell Claustro coverto è la bocca della Cisterna con
quattro quatri dove sono più piedi d’agrume in detto Coverto se
trova una stanza per la Comodità app.o si trova un ante refettorio
alla destra è la Cocina e un altra Cam(ar)a et alla Sinistra è il
refettorio intesta è la Cantina da d(ett)o ante refettorio si trova
la gradiata per la quale s’ascende alli dormitorii dove sono nove
Celle fatte et se ne hanno da fare dudici altre tiene quattro
affacciate tutte Coverte con Inbrici da dette Celle e da ogni parte
si Godeno territorii giardini Colline e montagne da d(ett)o ante
refettorio si trova lo Giardino con tutti Frutti, e una ... pilara
lunga con uno butto d’acqua sorgente.
Il detto Convento Possiede il suo P(at)re guardiano con quattro
sacerdoti e Cinque laici viveno delle elemosine che fanno dall’Città
Santo Mauro e Scandale la Rocca bernarda e L’Abbatia.”
Un convento particolare
Durante il Seicento di solito si seppellivano i morti nelle
chiese all’interno delle mura. Soprattutto nella cattedrale di Santa
Anastasia, nella chiesa di Santa Caterina e nel monastero di S.
Domenico. Raramente avvenivano sepolture nel convento della SS.ma
Annunziata situato troppo lontano dall’abitato. A volte si trattava
di casi eccezionali, di persone che non potevano essere seppellite
nei luoghi sacri all’interno della città, perché colpite
dall’interdizione arcivescovile, ma che per privilegio i frati
dissero di poter accogliere nella loro chiesa in certe occasioni. E’
questo il caso di Catarina Mannarino, che nonostante l’interdetto
dell’arcivescovo Giovanni Antonio Paravicini, i frati riuscirono a
fare seppellire nella loro chiesa, facendo riferimento ad un loro
privilegio (“A 26 gennaro 1657 Catarina Mannarino pigliati li SS.mi
Sacramenti della chiesa eccetto l’estrema unsione per causa
dell’interdetto generale et locale di mons. Sig.re Ill.mo Gio.
Antonio Paravicino passò a miglior vita dopo alcuni giorni li
parenti senza pompa funerale la portarono a sepelire nella chiesa
della S.ma Nunciata de Padri Reformati che la sepelirono per
privileggio che godono in alcune feste loro, come dissero”). Mentre
altri, colpiti dallo stesso interdetto, rimasero insepolti, finché
l’arcivescovo non tolse temporaneamente l’interdizione ( A 19 marzo
1657. Lucretia Sacco moglie del S.r Fabritio Spina di Cotroni
pigliati li SS.mi Sacramenti della Confess.ne et Com.ne eccetto
l’estrema untione per causa dell’interdetto si morì. A 2 aprile
dell’istesso anno, havendo sospeso Mons.r Ill.mo l’interdetto per
quindici giorni si sepellì con pompa funerale nella chiesa
cathedrale”). Quasi sempre nella chiesa dei riformati trovavano
ultimo ricovero i corpi di forestieri: Il 2 novembre 1670 è la volta
di Pietro Foresta di Cutro, il 16 agosto 1671 troviamo Tomaso Marino
di Cotrone, il 7 luglio Filippo Gambino della città di Roma ecc.
Soprattutto la chiesa dei riformati era l’ultima dimora di coloro,
che a causa di una morte violenta ed improvvisa, avvenuta
soprattutto in campagna, non avevano potuto ricevere i sacramenti
della chiesa. (“ A 14 febraro 1683 Giuseppe la Piccola ucciso
innocentemente da latri nel molino senza haver edempito il precetto
della com.ne pascale fu sepolto nella SS. Nunciata de Reform.”; “Adi
23 luglio 1694. Micheli Demma e morto in campagna per un trono senza
sacram.ti solo con haver ademplito in precetto pascale di questo
presente anno e sepellito nella SS. Annunciata delli P.P. Reformati.
L’istesso giorno anco pietro figlio di d.o Micheli per l’istessa
causa se merì e fu sepellito anco nell’istessa chiesa”. “Die quinta
m.s Januarii millesimo septingentesimo vigesimo quinto. Dominicus
Rotella ex Castro Vetere moram faciens in loco campestri ubi
d(icitu)r le Serrate seu Craparizzo delli Sig. Severini morte
improvisa obiit; eiusq. corpus sepultum fuit in conventu Ord.
Reformatorum ad fidem:”). Un’altra particolarità era che nella
chiesa dei frati nel giorno di Natale potevano ricevere i sacramenti
i forestieri, soprattutto i garzoni ed i pecorai dei casali silani,
addetti alla custodia delle mandrie che svernavano.( A di 12 febraro
1670. Nicola di Taverna garzone di Pietro Casoparo (?) e stato
occiso e portato nella chiesa del S.mo Salvatore et ivi sepolto per
ordine di Mons. Ill.mo che contestava di persone in gra. di fede
esser stato confessato e comunicato nella SS.ma Nunciata il giorno
del S.to Natale”).
La chiesa del feudatario
Poco dopo la metà del Seicento il convento fu arricchito e
protetto dagli Sculco, duchi di Santa Severina. Soprattutto il duca
Carlo, morto di peste a Scandale il 3 agosto 1656 ed ivi sepolto
nella chiesa di Santa Maria della Defesa, fece costruire la cappella
dedicata al Santissimo, mentre il fratello Gio. Andrea abbellì la
chiesa e le cappelle con gli affreschi dedicati ad episodi della
vita di Santo Francesco e di Santo Antonio da Padova; quest’ultimo
particolare protettore della famiglia Sculco. Gli Sculco fecero
inoltre alcuni lasciti per la celebrazione di messe in suffragio,
come risulta chiaramente dalla seguente testimonianza:
"Io sottoscritto guardiano del ven. convento de P.P. Riformati della
città di S. Severina fo fede, qualmente in questa nostra chiesa si
scorgono in diversi luoghi l'imprese Gentilizie dell'Illustre
Famiglia Sculco, signanter nel soffitto del nostro coro, e parimente
in fra l'altre cappelle, che risiedono in d(ett)a nostra chiesa, vi
si trova quella della d.a illustre famiglia sotto il titolo del
Santissimo, e furono fondate nell'anno 1655 dall'Eccellentissimo
Signor Don Carlo Sculco fu Duca di questa medesima Città ed a piè di
detta cappella vi stà la lapide sepolcrale con di sopra questa
iscrizione.
"Carolo ex Sculcorum Familia
Primo Sanctae Severinae Domino
Viro ad magna omnia facto
Invidentibus fatis
Anno 1656 (MDCLVI) grassante lue
E vivis erepto".
Et
"D. Hieronymae Rotae sub ipso imminente (juventae flor.)
Flore Prematuro exitu raptae
Quorum quod condi potuit hic iacet
Io. Andreas Sculco (I) Sanctae (S.) Severinae Dux
Frater, et (ac) Vir dolentissimus
Monumentum hoc excitavit
Anno Domini 1666 (MDCLXVI)" (Tra parentesi sono riportate le
varianti presenti nella iscrizione come è riportata in Siberene p.
92).
Ed in questa sepoltura vi stanno riposti tanto li già morti Duchi di
questa città, quanto li discendenti della sudetta illustre famiglia
Sculco, e fra gl'altri l'illustrissimo Signor D. Francesco Antonio
Sculco Fratello utrinque congionto del Sig. D. Tomaso Domenico
Sculco, il quale morendo, lasciò, che si celebrassero cinquanta
messe l'anno in perpetuum da questi nostri padri, come in effetto
ogn'anno li si celebrano, che per essere tutto ciò vero, ne ho fatto
la presente scritta e sottoscritta colle mie proprie mani, e
sugellata col solito sugello di questo ven. convento. Oggi 24 aprile
1723. Io fra Bonaventura di Mesoraca quardiano faccio fede".
Del particolare riguardo per questa chiesa da parte dei duchi Sculco
è anche la testimonianza rilasciata il 10 maggio 1705 dal Padre fra
Dionisio da S. Severina e dagli altri frati del convento i quali
affermarono che quando il duca va nella loro chiesa “ritrova
l’inginocchiatore con strato tappeto ed coscini e che il
genoflessorio vi è sempre, e che se li dà nella messa il bacio del
Vangelo, e lo stesso è stato pratticato con li Duchi Sculco”.
Oltre agli Sculco nella chiesa trovarono sepoltura anche i
componenti di altre famiglie di Santa Severina, quasi tutte
forestiere al servizio del feudatario. Ricordiamo nel Seicento i
Curcio ( Mich’Angelo Curcio era erario del duca), i Cartuccio, i
Pirito, i De Luia, i Passaro ecc.
Tra il Seicento ed il Settecento
Al tempo dell'arcivescovo Mutio Suriano: “Est alius conventus
extra moenia Civitatis sub regula Sancti Francisci Reformatorum
strictioris observantiae sub invocatione SS.mae Annunciationis”;
esso aveva quattro sacerdoti e quattro conversi ( Rel. Lim. S.
Severina., 1675, 1678).
Pochi anni dopo è così descritto in un apprezzo della fine del
Seicento: " Siegue fuori di d(ett)a Città, uscendo dalla porta della
piazza proprio dalla parte di Ponente, v’è un monastero di Frati
zoccolanti detto dell'Osservanza, nel quale vi risiedono 8 frati tra
laici e sacerdoti, v’è una chiesa ad una nave, con due cappelle
sfondate, una colla statua di S. Antonio e l'altra coll'imagine
della Madonna, Altare Maggiore, custodia e coro; vi sono tre braccia
di claustro con 18 celle , ameno giardino, dove si fanno verdimi, e
frutti d’ogni sorte. E poco distante di detto Monistero vi è la
fontana delle acque di buona qualità, della quale si servono i
cittadini vi è la conserva di fabbrica e chiave di bronzo per
comodità di quelli che vanno a caricarla" (Apprezzo della città
cit., ).
Alla fine del Seicento il convento è malridotto ed ha bisogno di
essere riparato. Essendo urgente intervenire e non avendo entrate
sufficienti, i frati devono vendere alcuni beni che hanno avuto da
lasciti. Il 25 agosto con atto nel notaio Vito Antonio Ceraldi
Michelangelo Faraldi, procuratore del convento della SS.ma
Annunziata, vende per 13 ducati e mezzo di moneta d’argento a
Giuseppe Palmiero del casale di Altilia una casa palaziata situata
in parrocchia di S. Maria de Puccio in località Pizzileo. La casa
era stata lasciata al convento dal q.m Diego Coco ed è venduta
perchè il convento “ha necessità di ripari di fabrica et altre
necessità” ( 1692, ff. 34v-35r). Alcuni anni dopo, il 7 giugno 1697,
per atto dello stesso notaio Giacomo Carrara, “sindico apostolico e
procuratore del convento dell’Annunziata de PP. riformati”, vende
per ducati 10 a Giacinto Strada di Santa Severina “un olivitello”
situato in località “Il Pendinello”, pervenuto al convento per
donazione di Gio. Domenico Caterina e Dianora Grasso di Belvedere
Malapezza. La vendita è dovuta per “la necessità e bisogno che tiene
d(ett)o V(enerabi)le convento precisamente per riparo di fabrica che
li minaccia rovina e danno e per evitare la spesa che per d(ett)a
causa potrebbe venire a d(ett)o V.le convento stante la notoria
povertà di esso non havendo modo di poter quello riparare e per
altre giuste cause”. ( 1697, ff. 9-10).
Verso la soppressione
Anche durante il Settecento risulta ben popolato; poco dopo la
metà del Settecento secondo l'arcivescovo Antonio Ganini contava ben
16 religiosi (Rel. Lim. S. Severina., 1765), che al tempo della
soppressione a causa del terremoto del 1783 si erano ridotti però
solo a sei frati ( Vivenzio G., Istoria e teoria de' tremoti, Napoli
1783, 15). Nella lista di carico della Cassa Sacra è così descritto:
Chiesa. La porta della stessa che è una sola, e grande, si chiude da
dentro con un legno a traverso. La stessa è nuova. Nella d(ett)a
chiesa vi sono sei finestre colle vetrate solam(en)te nelle quali vi
sono pochi vetri vi sono sei altari attorno, e l'altare maggiore
dietro al quale vi è il coro adornato di sedili e vi sono cinque
quadri in d(ett)o coro. L'intempiata dello stesso, e della chiesa è
buona. Apparte sinistra è la sagrestia in dove vi è uno stipo, che
serviva per conservare l'utensili sacri del convento, vi è la
portella che si chiude con fermatura. A parte destra vi è il
chiostro in cui s'entra dalla porta che sporge fuori grande e si
serra da dentro con un legno; nel primo piano dello stesso vi sono
sei stanze, le porte de quali sono vecchie, ed aperte, vi sono sei
finestre una porta dauna vecchie e fracide. S'entra per altra porta
vecchia senza veruna serratura e si va al secondo piano nel
dormitorio, vi sono sei celle colle porte, e finestre aperte, e
senza veruna serratura. Nel secondo dormitorio vi sono otto celle,
anche le porte e finestre sono aperte e vecchie e così nel terzo
dormitorio, nel quale ve ne sono cinque stanze anche aperte. In
tutti li dormitori vi sono sette finestre colle apre di legno ma
senza potersino chiudere. Sceso nuovam(en)te nel piano a parte
sinistra vi è il refettorio, in dove vi sono quattro banchi colli
sedili attorno fissi, e vi sono due finestre di legno aperte più
appresso vi è altra stanza, in dove vi è uno stipo grande, ed una
finestra aperta tanto la porta che si entra tanto quella tramessa
tra lo refettorio e d(ett)e stanze sono aperte e vecchie. A destra
vi è un'altra porta caduta per dove si entra nella cucina prima, e
vi è un bancone fabricato più appresso vi è altra cucina nella quale
vi è uno stipo nel muro, ed una finestra aperta, appresso vi è altra
stanza in dove vi sono due finestre colle stesse di legno aperte.
Sotto d(ett)a cocina vi è altra stanza aperta che serviva per uso di
legna e più appresso vi è altra stanza che serviva per il cellaro
colla porta aperta senza veruna chiusura, e vi esistono quattro
piccole botti. Vicino lo stesso cellaro vi sono due stanze che
servivano per stalle senza porte (C. S. Lista di Carico n. 37- S.
Severina, 1790, pp. 598 -600, ASCZ.). Soppresso nel 1811 durante il
Decennio francese, fu poi riaperto con il ritorno dei Borboni (Caldora
U., Calabria napoleonica, Cosenza 1985, p. 227). Subì alcuni danni a
causa del terremoto del 1832. Fu nuovamente soppresso al tempo
dell'Unità d'Italia, quando per un breve periodo fu adibito a civile
abitazione. In seguito ritornò di proprietà ecclesiastica. La chiesa
che nel frattempo era stata dedicata a S. Antonio così nel 1938 è
descritta: “Chiesa di S. Antonio del convento dei Francescani Minori
in contrada e via S. Antonio; portale di pietra tufacea cordonato,
con stemmi (sec. XVII); interno soffitto ligneo dipinto a cassettoni,,
cappelle laterali con tracce di affreschi ( Istorie francescane,
sec. XVII) sacello marmoreo dei duchi Sculco, iscrizione (1666) coro
ligneo intagliato (sec. XVII). Proprietà ecclesiastica” ( Min. Ed.
Naz. 1938, p. 54).

