Crimisa, il porto di Alicia e la chiesa di S. Maria dell’Idria, presso Cirò Marina

Il litorale di Cirò Marina (KR) visto dalla sommità del colle di Santa Maria dell’Idria.

“Mi sono sempre domandato, perché il tempio celebrato di Apollo sorgesse, per una ragione misteriosa che a noi sfugge, nella pianuretta paludosa e pestifera a livello del mare, e non più indietro ed in alto su quelle belle ed ariose terrazze. Ed ho dovuto concludere che su quello spalto sabbioso, forse in tempi ellenistici tardi, o forse anche romani, o più tardi ancora, sorse un villaggetto formato di gruppi di modeste casette, e ciò quando la vita del santuario era già spenta e forse da tempo.”[i]

Antefisse fittili provenienti dal tempio di Apollo Aleo a Cirò Marina (da Orsi P., Templum Apollinis Alaei ad Crimisa-Promontorium, 1933, Tav. IX).

 

Il “promontorio” di Crimisa

In ragione dell’antichità attribuitagli dalla tradizione, la “sacra Crimisa” è menzionata a proposito dell’oracolo in cui sono state tramandate i riferimenti forniti dalla Pizia all’ecista di Crotone Miscello, per ritrovare i luoghi assegnatigli dal volere di Apollo e fondare la città.[ii]

Parlando dei Lucani e descrivendo quelli che occupavano “l’entroterra” ed erano stanziati “nella zona situata all’interno del golfo di Taranto”, Strabone, sulla base di quanto aveva appreso dal Catalogo delle Navi di Apollodoro, attribuisce a Filottete la fondazione di Petelia (Πετηλία), considerata metropoli dei Lucani, e quella de “l’antica Crimisa (Κρίμισσα), che si trova press’a poco in questi stessi luoghi”. Sempre attraverso questa sua fonte, Strabone aggiunge che, giunto nel territorio di Crotone, Filottete “stabilì un insediamento sul promontorio di Crimisa” mentre, più nell’interno rispetto ad esso, fondò “la città di Chone”.[iii]

Anche Licofrone riconduce le gesta di Filottete a questi luoghi, dove menziona “Crimisa, (Κρίμισα) piccola città d’Enotria”, “Macalla” e “il tempio del nume Aleo di Patara (ossia Apollo ndr) dove il Nieto scarica le sue acque in mare”, presso cui riferisce l’esistenza della tomba dell’eroe erattagli da “quei del luogo”.[iv] La consacrazione dell’arco e delle frecce ricevute da Ercole da parte di Filotette, nel tempio d’Apollo presso “Macalla”, è ricordata dallo Pseudo Aristotele,[v] mentre Apollodoro afferma che l’eroe, stabilitosi a “Crimissa”, vi edificò un tempio ad “Apollo Aleo”, dove consacrò il suo arco “per quanto dice Euforione.”[vi]

I miti che rendono conto delle vicende remote, che avevano caratterizzato il territorio durante l’antichità, trovano riscontro in età moderna quando, presso il mare, esisteva la “cremissam regionem dictam lo capo de lalice” (1582),[vii] e la memoria legata ai fatti di quel lontano passato, pur vaga e spesso manipolata, continuava a rimanere patrimonio degli uomini che abitavano il luogo.

Come evidenzia la testimonianza del vescovo di Umbriatico Giovanni Battista Ponzio (1682-1688) che, a suo modo, volendo fornire una poco condivisibile ricostruzione delle origini di Cirò, afferma che, ottocento anni prima, questa era situata “in Promontorio Alicinio” e si chiamava “Paternum”, ma poiché la città era continuamente vessata dalle incursioni dei Turchi, gli stessi cittadini l’avevano abbandonata dandola alle fiamme, da cui le derivò il nome di “Cremissa”, spostandosi nel monte chiamato “Ipsigrò”, mentre il vescovo si era ritirato a Umbriatico. “Ubi prius Oppidum erat”, ora c’erano giardini, ricchi di ogni genere di piante da frutto, che le “aque rivus, qui è Tabor montis calce (sic dicti à Templo Deiparae sub tali titulo in eius culmine positi)”, fertilizzava.[viii]

Indicati dalla freccia i resti del tempio di Apollo Aleo a Cirò Marina (KR).

Resti del tempio di Apollo Aleo a Cirò Marina (KR).

 

La Vergine venuta dal mare

Con l’avvento del Cristianesimo gli antichi culti furono rimpiazzati dalla nuova religione, così, analogamente agli altri luoghi marittimi vicini, come il porto detto in arabo qurṭ mâriyah (“L’orecchino di Maria”) presso Isola[ix] e la “maryna de Sancta panaya” a Crotone,[x] il promontorio di Alice fu sottoposto alla protezione della Vergine sin dall’Alto Medioevo.

Le vicende che determinaro il suo apparire sono riassunte da una tradizione riportata dal Pugliese alla metà dell’Ottocento,[xi] secondo cui, ad “una giovinetta recatasi a raccoglier legna nel soprastante colle” che domina il capo di Alice, sarebbe apparso un vecchio, dicendole di riferire a sua madre “di recarsi dal di lei compare Sacerdote D. Martino” e, con lui, andare “nel lido del mare, e precisamente nel sito detto La fossa del Lupo”, dove avrebbero rinvenuto “una cassa nella quale era chiusa l’immagine della madre del Divin Verbo”, che avrebbero dovuto prendere e portare “su quel colle ove avrebbe dovuto ergesele un Tempio.”

La giovinetta però non curò di riferire alla madre queste parole, così, il giorno dopo, ritornata in quei luoghi, vi ritrovò il vecchio che le rinnovò il “comando, che neppure adempì.” A questo punto, colpita da “apoplesia” e riavutasi a stento, la giovinetta rammentò quanto le era stato detto e, riferitolo a sua madre, riacquistò la sanità. Quest’ultima, assieme al detto D. Martino, andò nel “luogo designato”, trovandovi una cassa che galleggiava sulle onde vicino la sponda, che il sacerdote recuperò con “un lungo bastone ad uncino” procuratosi nel vicino “bosco”. A questo punto, presentatisi “due Eremiti”, la cassa fu aperta e vi fu rinvenuta “una bombola, dentro la quale si trovò l’immaggine sopra tela” che, con il loro aiuto, fu portata “sull’indicato colle.”

Tela ottocentesca che raffigura il ritrovamento dell’immagine della Madonna venerata nella chiesa di Santa Maria dell’Idria a Cirò Marina (KR).

 

I monaci di S. Salvatore de Monte Tabor

La prima testimonianza medievale che menziona Alicia, risale a circa la metà del sec. XI, quando risulta che il monastero di Santa Eufemia di Néokastron, grangia della metropolia di Reggio, possedeva le terre dette “La Maklia de Makarios” di fronte a “Lykosyria”, vicino a “Mandatoritzia”, e a “Lykosyréa” del mare “d’Alike” (Ἁλυϰῆς), presso il mare, compresa la “macchia” di “Spélaion”, dalla parte costiera dove si trovava detta “macchia”, con il monte chiamato “Kastelionas”, cominciando dalle “Proikones” e fino ai piani di acqua salata posti a est.[xii]

Risale invece al 15 giugno 1115 un privilegio conservato tra le antiche carte dell’ordine Gerosolimitano che, oltre a trovare corrispondenze nella tradizione che accompagna il sopraggiungere del Cristianesimo in questi luoghi, ci consente di acquisire importanti informazioni circa il ripopolamento del “castrum Licie” che, al tempo, era stato abbandonato dai suoi abitanti, verosimilmente a seguito degli eventi che avevano condotto alla conquista del territorio da parte dei Normanni. Ripopolamento che si realizzò nel quadro di un potenziamento generale delle aree portuali dell’Italia meridionali rivolte a Levante: basi naturali per le rotte verso l’Oriente fin dall’epoche più remote della navigazione, necessarie per supportare la “politique hospitalière et militaire” da parte dell’occidente cristiano nelle sue campagne militari in Terra santa.[xiii]

Al fine di realizzare “aliquam mansionem vel receptaculum in terra nostra, que ad Ebriaticum pertinet”, il siniscalco Riccardo, “pro rimedio” della sua anima, e di quelle di suo padre Drogone, “nobilissimi comitis”, di Roberto il Guiscardo suo avunculo, “probissimi ducis”, del figlio di questi Roggerio, “non minoris memorie ducis”, di sua madre, di sua moglie Altrude e di sua sorella Rocca, concesse alla “ecclesie S. Salvatoris de Monte Tabor” e al suo abate Raymundo, nonché a tutti i “fratribus monacis ejusdem loci, tam presentibus quam futuris”, presenti i frati Martino e Raynaldo, il “montem totum, in quo situm fuit castrum Licie, sicut ab incolis ipsius loci in domibus et quibuscumque mansionibus intra muros vel extra muros antiquitus extitit possessus, ita ut ex parte nostra licentiam ac potestatem habeatis inibi homines congregandi, qui montem illum inhabitent”.

Per sostenere il ripopolamento del luogo, Riccardo concedeva ai nuovi venuti, sia ai “fratribus monacis” che agli “habitatores”, il diritto di pascolo, tanto nelle foreste (“in silvis”) che in piano per pecore, porci e ogni sorta di animale, esentandoli dal pagamento di “herbatici vel pasnatici” e da ogni altra esazione.

Concedeva inoltre, la sua “dominicam culturam” che si trovava “inter Liciam et castellum, quod dicitur Psichro, nonché un’altra “culturam” appartenuta a sua moglie. Quest’ultima confinava ad oriente con la “terra Joannis Bardarii”, ad occidente con “alia terra” del detto Joanne, “ubi est area ejus”, a sud con la “via puplica, que tendit ad mare”, e a nord con “altera via puplica, que a Licia similiter tendit ad mare”.

Concedeva ancora, la “terram, que est circa ecclesiam S. Andree apostoli” che, da entrambe le parti, era confinata da “due vie puplice”, nonché tutta quella valle dove, per l’amore di Dio, il siniscalco Riccardo aveva fatto seminare le fave al tempo della carestia per nutrire i poveri. Quest’ultimo concedeva tale “elemosinam” senza che nessuno potesse avere nulla a pretendere, fatto salvo il diritto vescovile relativo al “dominio atque custodia matris ecclesie S. Donati, in cujus parrocchia est”.

Riccardo, inoltre, aggiungeva a queste donazioni, la “vineam, que fuit filii Neceforii” e concedeva all’abate la “potestatem piscandi per suos piscatores in toto mari preter fossam”, estendendo la “licentiam piscandi” anche “in fossa”, nel caso fosse stato presente personalmente l’abate, e il pescato fosse servito per nutrire egli e il suo seguito.[xiv]

Particolare dell’Arazzo di Bayeux (sec. XII).

 

Il porto di Alicia

Alla metà del secolo XII il geografo musulmano Edrisi ci fornisce le distanze marittime tra i principali attracchi posti a nord della città di Crotone: la foce del fiume Neto, che chiama il “fiume di Santa Severina” (wâdî ś.bîrînah), il “capo Alice” (râs ’alîǵah) e la chiesa posta alla punta di Fiumenicà (râs ’.brâq.nah).[xv]

Con riferimento alla seconda metà del secolo XII, l’importanza del capo di Alice nell’ambito della navigazione nel golfo di Taranto, è evidenziata nel “Liber de Existencia Riveriarum et Forma Maris Nostri Mediterranei”,[xvi] mentre, dopo la fondazione della terra di “Alichia”, eretta per volere di Federico II “nel tempo della sua minorità”,[xvii] alcune notizie sulla sua attività portuale risalgono agli inizi della dominazione angionina (1269).[xviii]

Risale invece alla fine del secolo successivo l’accurata descrizione del suo attracco, che ci fornisce il portolano noto come “Lo Compasso de navegare” (1296) in cui, oltre a essere riportate le distanze de “lo capo de la Lechia” o della “lena de Lechia” da Crotone, Rossano e Trebisacce, si raccomanda, da “Strongolito”, di mantenersi a due miglia dalla costa a causa delle secche, informando i naviganti che ci si poteva ancorare (“sorgere”) e trovare riparo presso il capo, sia che si fosse sopraggiunti sospinti da una tempesta (“fortuna”) di scirocco che di tramontana: “De Cotrone a la lena de Lechi a xxv mil(lara) p(er) lo greco ver la tramontana. De lo capo de Lechia a Rossano x1 mil(lara) p(er) maest(r)o. De Strongolino, ch’è sopre la Lechia, va fora en mare ij mil(lara), che tucto è secco. En lo capo de la Lechia podete sorgere se venite co(n) fortuna de sirocco e d’ostria. E questa lena de Lechia è l’intrata del golfo de Taranto. Del dito golfo a Trebe[sa]ça x mil(lara) p(er) greco. Del capo de la Lechia a golfo lançato x1 mil(lara), çoè a ssa vere al capo de III Besacçe, entre maestro e tramontana.”[xix]

La “lena de la lice” e “leza” (Alicia) nella Carta Pisana (1290) conservata alla Bibliothèque Nationale de France.

Agli inizi del Trecento, la località (“lena”) compare nella carta di Pietro Vesconte (1313) e nella Carta maghrebina della Biblioteca Ambrosiana (“leza”), continuando ad essere segnalata durante tutto il corso del secolo, nella carta di Angelino Dulcert (1339), nell’Atlante di Abraham e Jehuda Cresques (1375), nella carta di Guillelmus Soleri (1380) e in altre. Gli stessi toponimi (“lena” e “leza”) si rilevano durante tutto il Quattrocento e il Cinquecento, come ci mostrano le numerose carte nautiche prodotte nel corso di questi due secoli, che si conservano presso la Bibliothèque Nationale de France e alla Biblioteca Marciana di Venezia.

La “leza” (Alicia) nell’Atlante di Abraham e Jehuda Cresques (1375). Bibliothèque Nationale de France.

Il toponimo “lena”, ossia spiaggia, si riferisce alle caratteristiche geologiche del capo. A tale proposito il Cortese afferma: “Poche dune, propriamente dette, si hanno sulle coste calabresi. Le più tipiche sono quelle della costa jonica, fra le foci della Lipuda e quella del Fiumenicà, cioè intorno alla Punta dell’Alice, dove si ha una vasta distesa di spiaggia alluvionale, formata da elementi minuti.” “In questa plaga abbiamo anche delle condizioni speciali, nella conformazione del suolo: abbiamo dei cordoni di dune, in tre punti della costa, fra la stazione di Crucoli e quella di Cirò, e abbiamo la Punta Alice degna di speciale rimarco, perché tanto protesa e tutta formata da alluvione di sabbie e ghiaie minute. In altra parte di questo scritto, fu già indicato come si possa spiegare la formazione di questa punta coll’azione delle correnti litoranee e delle mareggiate, e coll’esistenza di un promontorio di roccia dura in corrispondenza della punta.”[xx]

Queste particolarità geologiche del capo di Alice, unite alla sua favorevole posizione, raggiungibile in condizioni di vento favorevole, dopo una  giornata di viaggio da Torre a Mare[xxi] (località a nord di Metaponto), dimostrano di essere alla base delle potenzialità portuali del luogo che, anticamente, dovette consentire l’attracco e il riparo delle imbarcazioni, in un bacino creato dalle acque del mare nelle sua porzione rivolta verso tramontana, che giungeva fino alle vicinanze del tempio di Apollo.

A tale riguardo sappiamo che, presso i Cirotani, era tradizione che la loro città fosse stata anticamente situata presso il mare, “in promontorio Alecio” dove, a causa di una tempesta, avrebbe trovato rifugio l’apostolo Pietro nel suo viaggio dalla Grecia a Napoli che, in questa occasione, li avrebbe convertiti alla fede cristiana. Così il luogo “ubi erat Oppidum Crimissa” fu detto il “Burgo di S. Pietro”.[xxii] La località, più volte citata nelle relazioni dei vescovi di Umbriatico, nel Seicento era una piccola isola che, durante l’estate, la siccità trasformava in penisola,[xxiii] all’interno di un lago alimentato dalle acque dei ruscelli che scendevano dalle colline.

Verso la metà dell’Ottocento così il Pugliese descriveva il luogo: La “Misula di S. Pietro e Paolo (…) è un isoletta in mezzo al bosco detto ora di Ardetto, cinta d’inverno dal lago detto Vurghe, o Vulghe, quasi gorghi, o bolgie, perché in alcuni siti l’acqua è profonda tanto che si dicono puzzilli. Si distende questo lago per 200 moggia antiche circa e tagliando il capo Lice si accosta colle due estremità alle due opposte sponde del mare, cioè a sinistra verso borea, ed a destra verso oriente, talché in tempi di alta marea le onde salse si confondono colle dolci (…). Sito fatto dalla natura per un sicuro e comodo porto, ed al quale concorrono tutte le comodità per costruirvelo, come si disegnava ai tempi del glorioso Carlo III, le cui sollecitudini vennero attraversate da’ segreti maneggi del feudatario, il quale non voleva perdere la delizia delle cacce tanto sul lago, ove in tempo d’inverno si radunano anitre, mellardi, oche, follache, ed altri uccelli acquatici, quanto nei boschi che accolgono e nutrono volpi, caprii, lepri e cinghiali.”[xxiv]

Il Pugliese aggiunge che la dimensione del lago “che si dice Vurghe di Ardetto, e Martà”, dipendeva dalla piovosità invernale, infatti negli inverni piovosi questo si congiungeva con il vicino lago detto la “Vurga Rotonda che è al sud del capo Lice”, così diveniva un “mare piccolo” di 300 moggia.[xxv]

Cirò Marina (KR). La conformazione delle paludi esistenti tra i resti del tempio di Apollo Aleo e il mare agli inizi del Novecento, danno una idea circa le caratteristiche dell’attracco al capo di Alice in età antica e medievale (da Orsi P., Templum Apollinis Alaei ad Crimisa-Promontorium, 1933, p. 16).

 

Spopolamento e abbandono

Pur devastata dagli Aragonesi a seguito delle vicende della guerra del Vespro, quando vi furono “ferite od uccise le persone più importanti” (1283),[xxvi] agli inizi del Trecento, comunque, Alicia conservava ancora una certa vitalità legata all’attività del suo porto, come è documentato nel 1307, quando la sua bagliva marittima fu affittata per once 5 e tari 15,[xxvii] ma a seguito della generale depressione economica che seguì all’epidemia di peste della metà del secolo e, probabilmente, in conseguenza delle mire del suo feudatario, Alicia spopolò e le sue terre andarono a far parte del confinante feudo di Cirò.

Segnali in questa direzione sembrano provenire già durante la prima metà del secolo,[xxviii] quando sia Alicia che Cirò erano detenute in feudo dal conte di Catanzaro Petro Ruffo de Calabria (1334).[xxix] In seguito (1378), comunque, sappiamo che Antonio Ruffo, fu tassato tanto per il feudo di “Alicia”: “Comes Catanzarii. Alicia sub milite uno et quinto uncias duodecim tarenos decem et octo”, quanto per quello di Cirò: “Comes Catanzarii. Castro Ipsiro (sic) milites septem cum dimidio”.[xxx]

Risale invece a tempi successivi alla nomina di Nicola Ruffo a marchese di Crotone (1390), il cui fratello Giovanni fu priore di Santa Eufemia, la prima notizia che attesta lo spopolamento della terra: tra i possessi confermati l’11 luglio 1426 da papa Martino V al “nobilis vir Nicolaus Ruffus Marchio Cotronis”, troviamo infatti “ypsigro cum pertinentiis Aligii”.[xxxi]

Alla morte di Nicola, i suoi beni passarono alla figlia Giovanella e quindi all’altra figlia Errichetta, che sposò Antonio Centelles a cui giunsero così i suoi feudi paterni. Risalgono a tempi successivi alla sconfitta del marchese di Crotone da parte di re Alfonso d’Aragona, quando i suoi feudi furono confiscati e amministrati dalla regia corte, alcune notizie che evidenziano la recente scomparsa dell’abitato di Alicia.

L’otto novembre 1444, all’atto della resa di Cirò, il re concedeva ai Cirotani di poter conservare “uno mercato franco sub titulo Sancte Crucis in Aligia”, che iniziava il 3 di maggio e durava otto giorni,[xxxii] mentre un privilegio del 9 gennaio 1449, identifica la foce del fiume Lipuda come il luogo “ubi dicitur lo stomio de la leche”.[xxxiii]

Cirò Marina (KR), botteghe mercantili a Punta Alice.

A testimonianza delle trasformazioni intervenute, un altro documento di questo periodo riportato dal Pontieri, riferisce che un certo “Notare Nufrio Smirando” deteneva “lo curso de li Alici e lo curso de San Blasi che so a lo Yciro”, e che “Perri Antoni de Taberna” deteneva “la Ballya de la marina de lo Ycigro”,[xxxiv] mentre un privilegio del 7 giugno 1452, menziona la concessione fatta il 13 novembre 1444 a Nicola Cagnagroy di Crotone, abitante in Cirò, di esportare franco annualmente, 200 tratte di frumento o di altre vettovaglie “a portu Cutroni vel alterarum de Castellis vel a plagia maris dicte terre ypsigro”.[xxxv]

Piri Reis. La costa calabrese a nord del fiume Neto (Walters Art Museum, Baltimore, W658).

 

Un’antica cultura

Dopo che gli Ospitalieri di San Giovanni Gerosolimitano s’impossessarono con la forza dell’abbazia di Santa Eufemia verso la fine del sec. XIII, i beni dei Benedettini passarono ai nuovi padroni.[xxxvi] Con riferimento ai luoghi interessati dalle antiche concessioni fatte dal siniscalco Riccardo ai monaci di S. Salvatore de Monte Tabor, alla metà Quattrocento troviamo così le “terras santi Johannis” in un’area destinata a “cultura” posta in tenimento di Cirò, presso lo sbocco a mare del Lipuda, in una zona resa particolarmente fertile dagli apporti del fiume,[xxxvii] che c’è descritta da due documenti.

L’otto novembre 1444, nell’accampamento regio presso Cirò, re Alfonso de Aragona concedeva in feudo al nobile “Julii de sansanno” o “Sosanna” di Crotone, abitante in Cirò, la “culturam vocatam dellayre donniche” sita e posta nelle pertinenze della terra di Cirò, “juxtam culturam que fuit cole de principatu ab oriente maritimam cum cultura Eccl(es)iae a parte septentrionis salicem fluminis lepude iuxtam culturam Guidii de magdalono a parte occidentis juxtam viam viam puplicam et alios confines”.[xxxviii]

Menziona questo e altri possedimenti di quest’area un atto del 9 gennaio 1449, attraverso cui il “judice carulo mag(ist)ri ang(e)li de t(er)ra ypcigro”, figlio primogenito del notaro Iohannes, per la somma di cinquanta ducati, vendette a “d(omi)no bono accursio de florentia cives habitatore [di]cte civitatis cariati”, i feudi già appartenuti a suo padre a cui erano stati concessi dalla marchesa di Crotone Enrichetta Ruffo, tra cui il “pheudum unum nominatum de noele s(it)um et positum in dicta t(er)ra ypcigro et eius teni[mento]”,[xxxix] così confinato: “una cutura de t(er)re ubi dicitur le ayre deli dominichi p(ro)pe coturam curie quam tenet julius susanna p(ro)pe t(er)ras nic(o)lay spolithini et renaldi pape andree p(ro)pe t(er)ras dopni …do p(ro)pe […] vadit in mare et alios fines Item peccia una alia t(er)re ubi dicitur sup(er) aris de dogrucis p(ro)pe t(er)ram h(e)redum quondam notarij Joh(an)nis magistri angeli p(ro)pe t(er)ras santi Joh(an)nis p(ro)pe t(er)ras notarii antonii Bonifacii p(ro)pe terras ovidii matalonis p(ro)pe t(er)ras petri […] item peccia una alia t(er)re ubi dicitur lo stomio de la leche p(ro)pe flomariam p(ro)pe t(er)ras andree cagnigroy et Joh(an)nis cagnigroy et alios confines dicti pheudi”.[xl]

La costa calabrese a nord del fiume Neto nel manoscritto di Piri Reis conservato alla Bibliothèque Nationale de France (da bnf.fr).

 

La difesa di Santa Venere o “saltus”

Sembra che un altro antico insediamento poi detenuto dai Gerosolimitani, sorgesse anche in corrispondenza del confine meridionale con il feudo di Crucoli, in località Santa Venere: nel maggio 1534, Petro Raniero otteneva dal papa una delle tre porzioni della chiesa parrocchiale di S. Maria de Plateis, e le chiese senza cura di S. Venera e S. Bartolomeo, resesi vacanti per rinuncia fatta dal cavaliere gerosolimitano Camillo Moscetula.[xli]

Nella seconda metà del Cinquecento, il luogo detto “s.ta venera” si trovava “in districtu et pertinentiis dictae t(er)rae psycrò”, all’interno della “defensam de s.ta venera”, dove scorreva il “flumen de s.ta venera” e presso il confine che divideva la terra di Cirò da quella di Crucoli,[xlii] dove passavano le vie pubbliche che collegavano Cirò a Crucoli[xliii] e alla città di Umbriatico,[xliv] nonché quella che conduceva “ad S.tum Angelum”.[xlv]

La difesa di Santa Venere posta nella parte del territorio di Cirò destinata alla pastorizia (“saltus seu defensam sanctae venerae”,[xlvi] “saltum seu defensam cappellerii”[xlvii]), apparteneva alla corte marchesale di Cirò che affittiva l’erbaggio ai Cosentini per il pascolo delle loro mandrie.[xlviii] Al suo interno si trovavano le terre della parrocchiale di S. Giovanni Battista di Cirò.[xlix]

Questo possedimento della “Marchesal Corte” di Cirò, così c’è descritto verso la fine del sec. XVII: “Possiede la difesa di S. Venere soprana e sottana: la soprana è territorio boscoso con cerque, cecine, lentischi, ginepri, orni, ed altre sorti di alberi selvaggi: confine dalla parte di levante col corso della pregara, dalla parte di mezzogiorno col corso di S. Andrea, dalla parte di ponente colle terre di Frangiti, terre delle Comuni, da Tramontana colli Comuni detti li pedali dell’amenta, e colla chiusa di Giovanni Battista Cirviello; in detta difesa vi possono pascolare l’animali vaccini, quando non fa neve l’inverno, e nel tempo che vi è la glianda vi pascono l’animali porcini, e li cittadini possono pascolare non solo in questa ma in tutti li territorj con ogni sorta di loro animali, però dal 1. di maggio fino al primo di dicembre: e la difesa sottana è tutto territorio boscoso sosceso con lentischi, ginestre, olivastri, ilici, spineti, ed in certe parti à scosceso: vi sono da 50 tumolate di terra che si potrebbero seminare e farci la spesa a cacciarli, mentre si conosce che da molti anni non si sono seminate: confina dalla parte di levante col territorio detto l’acqua delli lupi, quale territorio è comune colli cittadini di Crucoli, dalla parte di tramontana e ponente colla chiusa del Vituso, che si possiede dal Marchese di Crucoli; da mezzogiorno colla difesa di S. Vennere soprana, e nel mezzo di essa vi passa il vallone di S. Vennera.”[l]

Particolare del F. 231-III “Cirò”, della Carta d’Italia 1:50:000 (U.S. Army 1943, copiata da una mappa italiana del 1896).

 

La chiesa di Santa Maria dell’Idria

Venuto meno l’abitato che, alla metà del Cinquecento, fu utilizzato come cava di pietra portata e caricata “in lo pendino de aulixa”, al tempo della costruzione delle nuove fortificazioni di Crotone,[li] nel luogo dove era esistito il “castrum” medievale di “Lice”, rimase la chiesa della “donnae hydriae sub titulo montis Tabor”,[lii] detta di “s(ac)tae mariae d’Itria”, ossia dell’Odegitria (colei che conduce mostrando la via).

Gli atti dei notari di Cirò conservati all’Archivio di Stato di Catanzaro, ci consentono di rilevare che, durante la seconda metà del Cinquecento, la chiesa della Madonna dell’Idria esigeva alcuni censi enfiteutici perpetui, nei luoghi interessati dalle primitive donazioni fatte ai monaci di “S. Salvatoris de Monte Tabor” dal siniscalco Riccardo agli inizi del sec. XII.

Questi censi risultavano infissi su vigne e vignali o cognali, esistenti nella località detta “valle de Alomia”, ricavati in prossimità delle due vie pubbliche, di cui una “veteram”, provenienti da Cirò, “per le quale se va alla donna hydria”[liii] nonché “ad aliciam reggionem”[liv], e presso il “serronem dela donna hydria”.[lv]

Altri censi perpetuti gravavano vigne in località detta “lo ceramidio”,[lvi] nel luogo detto “la marina sotto lo palazo”,[lvii] ossia “sobto lo palaczo dela lice”, oppure alla “marina sotto lalice”,[lviii] dove passava la via pubblica “qua itur crotonem”, che transitava “subter aliciam regionem”,[lix] per “lo ceramidio”,[lx] per il loco detto “lo marinetto”, presso il torrente “de fraxa”,[lxi] ossia “brisi seu lo marinetto”,[lxii] dove giungeva la “viam qua venitur dela Cropia”,[lxiii] e si diramava quella  che conduceva “ad stomium”.[lxiv] Superato il corso del Lipuda, la via attraversava il luogo detto “le aire donniche” e presso il mare, giungeva al vallone “de armerì”,[lxv] proseguendo per Crotone.

Troviamo altre vigne gravate da censi perpetui dovuti alla Madonna dell’Idria, “sotto lo palazo delalice” e “sotto lalice”, in località “la Cutura”,[lxvi] ossia “la cultura in maritima aliciae”, e “sobto la Cotura”,[lxvii] dove giungeva la “viam pp.cam qua itur ad culturam”,[lxviii] che transitava in loco detto “artino”.[lxix]

Altre traccie relative all’insediamento medievale di Alicia si evidenziano in prossimità del luogo d’imbarco detto “sanctum Januarius” o “planicie s(anc)ti Januarii” (che sta alla porta),  raggiungibile percorrendo la via pubblica “qua itur ad piscarium promontorium alicii”[lxx] che, diramandosi da quella costiera di collegamento tra Cariati e Crotone in località “s.to Blasio”,[lxxi] giungeva alla “defensam planam”.[lxxii] Questa via attraversava prima la località “fatagò”,[lxxiii] e successivamente quella detta “alle colle de le case”,[lxxiv] giungendo presso il mare al “Carricaturo di s(an)to Gennaro”, posto a un miglio dalla “fontana dela lice”.[lxxv]

Il toponimo “colle delle case”, correlabile all’esistenza di una parte dell’abitato medievale di Alicia posto fuori le mura (un borgo), giustifica sia le antiche concessioni in cui si menzionano “quibuscumque mansionibus intra muros vel extra muros antiquitus extitit”, sia la tradizione presso gli abitanti di Cirò relativa al “Burgo di S. Pietro”.[lxxvi]

La chiesa di “S. M. d’Irti” (sic) e la via costiera che da Cariati giungeva a Crotone alla fine del Settecento. Particolare della tavola N.° 27 (1788) della carta di G. A. Rizzi Zannoni.

 

Il baliaggio

Come documenta una platea compilata il primo settembre 1614, il baliaggio di Santa Eufemia, membro della Sacra Religione Gerosolimitana, possedeva ancora alcuni beni fondiari in territorio di Cirò che dava in affitto, appartenenti alla cosiddetta “Grancia di Cotroni”.

Tali beni erano costituiti da “una terra, seu grancia” che risultava affittata per 2 ducati l’anno, che esigeva “uno Cappellano, che serve l’Ecc.a”, con grave frode per la Sacra Religione Gerosolimitana, in quanto gli affittatori della “grancia di Cotroni”, invece, ne ricavavano 40 ducati all’anno. A questa si aggiungeva un annuo censo di carlini 4, infisso sopra le vigne del Magnifico Hortenzo Giuliano.[lxxvii]

Con il tempo, comunque, il baliaggio in parte alienò e in parte perse i suoi possedimenti. Attraverso l’“Apprezzo di Manni” sappiamo che, verso la fine del Seicento, la Marchesal Corte di Cirò possedeva in burgensatico, alcuni beni per “Compra fatta nel baliato dell’odierno Principe. Casa fu di Geronimo Caputo d. 60.0.00. Censo dovuto da Leonardo Caruso d. 20.0.00. Molino nel luogo detto l’Anglisi d. 243.0.00”,[lxxviii] mentre, agli inizi del Settecento, quando i beni del baliaggio furono smembrati e assegnati a più commende, in territorio di Cirò rimaneva solo l’annuo censo di carlini 4 che risultava a carico degli eredi del quondam “Ortengio Giuliano della Città di Cirò”, come era annotato nel “Cabreo” formato nell’anno 1705-1706. Tale attribuzione risultava comunque controversa ancora alla fine del secolo,[lxxix] quando il detto censo era elencato tra i canoni “perduti” ormai da tempo.[lxxx] Abbiamo così che pur continuando ad esistere fuori le mura di Cirò, la chiesa di “S. Mariae de Illirico” (1724), nella quale era stata fondata la “Commenda Religionis Hjerosolimitanae”,[lxxxi] il catasto onciario cittadino compilato nel 1754, non riporta alcun bene accatastato a quest’ultima.[lxxxii]

Ciro Marina (KR), l’attuale santuario della “Madonna d’Itria” (da ilCirotano.it).

 

La chiesa dell’Idria nel Settecento

Alla metà del Settecento, la chiesa “sub titulo S. Mariae vulgo nunc dell’Idria” posta fuori le mura di Cirò, cui è annesso un beneficio ecclesiastico di libera collazione, e con una “domum pro Eremitarum usu” (1735),[lxxxiii] la cui immagine rimane fissata nel quadro della Vergine attualmente conservato nel suo santuario, era situata nel luogo detto “il Promontorio dell’Alici”, alla sommità del colle dove era esistito l’antico “castrum” medievale di Alice, e dove ora la circondavano gli oliveti.[lxxxiv] Così il catasto onciario cittadino del 1754 ne elenca i possessi:

“Chiesa della Madonna d’Idria.

Possiede nel luogo detto il Promontorio dell’Alici, ove stà situata d.a Chiesa, una continenza di Terra olivetata; stimata la rendita per annui Carlini venti.

E nel luogo detto Salvogara un Ortale con quercie ed Altri Alberi fruttiferi; stimata la rendita per ann.i doc. sette.

E nel luogo detto la Torrenova un Comprensorio di Terra libera aratoria; stimata la rendita per ann.i Carl: dodici.

E nel luogo detto Frassà altro Comprensorio di Terra simile; per l’ann.a rendita d. 1:60.

E più esigge da diversi particolari per Censi enfiteutici, c.e dall’aggiustam.to in rivela nell’atto della discussione, ann.i Carl: venti quattro, e g.a 3.

E nel luogo detto la Colla delle Case un Comprensorio di Terra invalida; stimata di niuna rendita.

E nel luogo detto la Colle un Pezzetto di Terra libera arat.a; stimata la rendita ann.a g.a 60.

Pesi da dedursi

Paga sop.a l’ortale in Salvogara alla Parrocchia di S.a M.a de Plateis per annuo rendito g.a 25.

E per mantenime.to di suppellettili Sagri annui Carl: dieci.”[lxxxv]

Attraverso le altre rivele riportate in catasto, sappiamo che i censi enfiteutici menzionati, risultavano infissi su vigne e oliveti in loco detto “Valle di Lumia”,[lxxxvi] su alcune terre arborate nel luogo detto “l’Alici”,[lxxxvii] su una vigna e una pastina “sotto l’Alici”,[lxxxviii] su una vigna e un pezzo di terra aratoria nel luogo detto “l’Epitaffio”,[lxxxix] e su alcune pezze di vigne nelle località dette “la Motta”,[xc] “la Marina”[xci] e “l’Ulmi”.[xcii]

 

Note

[i] Orsi P., Templum Apollinis Alaei ad Crimisa-Promontorium, 1933, p. 41.

[ii] Un certo Miscello, d’origine achea, proveniente da Ripe arrivò a Delfi per interrogare il dio circa la sua discendenza. Questa fu la risposta della Pizia: “Miscello, dal dorso corto, Apollo che opera da lontano t’è amico e ti concederà una stirpe. Ma prima di tutto ti comanda questo: fondare la grande Crotone in mezzo ai bei campi da arare.” Dal momento che egli non sapeva cosa fosse Crotone, di nuovo la Pizia disse:” Chi ti parla è colui che colpisce da lontano con le frecce e tu ascoltalo. Questa è la non arata regione tafia, qui si trova Calcide, qui il sacro suolo dei Cureti. Quelle sono le isole Echinadi: da qui il mare aperto per lungo tratto s’apre ad Occidente. In tal modo, ti dico, che non puoi sbagliare e non trovare il Capo Lacinio, né la sacra Crimisa o il fiume Esaro.” Nonostante l’oracolo gli avesse imposto di fondare Crotone, Miscello, rimasto colpito dalla regione intorno a Sibari, voleva colonizzarla. E così questo responso scaturì per lui: “Miscello dal dorso corto, nel ricercare altre cose, al di là dei comandi divini, tu finisci per aspirare ai dolori. Accontentati del dono che ti porge il dio”. Diodoro Siculo, VIII, 17 (traduzione del testo greco a cura di Pasquale Attianese).

[iii] “Parlerò dunque in generale, senza fare distinzioni, di quel che ho appreso su questi popoli che abitano nell’interno, vale a dire i Lucani e i loro vicini Sanniti. Petelia viene considerata metropoli dei Lucani ed è ancora oggi abbastanza abitata; fu fondata da Filottete, esule da Melibea in seguito ad una ribellione. È in una posizione ben salda, cosicchè anche i Sanniti una volta la fortificarono. È fondazione di Filottete anche l’antica Crimisa, che si trova press’a poco in questi stessi luoghi. Apollodoro, nel suo Catalogo delle Navi, parlando di Filottete, racconta che secondo alcuni egli, giunto nel territorio di Crotone, stabilì un insediamento sul promontorio di Crimisa e, un po’ all’interno rispetto ad esso, fondò la città di Chone, dalla quale, quelli che abitano li, presero il nome di Coni”. Strabone VI, 1, 2-3.

[iv] “E le correnti dell’Esaro e Crimisa, piccola città d’Enotria, accoglierando colui, che è morso dal serpente e che spegne la fiaccola fatale – che già la stessa Pallade Trombettiera colle sue mani dirigerà la punta del dardo scoccando l’arco dei Maioti – colui, che un giorno sulle sponde del Dira, per aver bruciato il fiero leone, si armò le mani del micidiale arco scita che scaglia inevitabili dardi. Egli cadrà in battaglia, e il Crati ne scorgerà la tomba verso il luogo in cui sorge il tempio del nume Aleo di Patara, dove il Nieto scarica le sue acque in mare : giacchè a lui toglieranno la vita gli Achei d’Ausonia quando muoverà in aiuto dei condottieri Lindi, cui lungi dal Termidro e dalle montagne di Carpato sospingerà errabondi la forte bufera di tramontana, destinati a fermarsi, stranieri, nella terra di altra gente. E là, in Macalla, innalzeranno intorno alla sua tomba un grande tempio quei del luogo e con libazioni e sacrifici di bovi lo onoreranno eternamente come dio.” Licofrone, La Alessandra, vv. 911-929.

[v] “Si dice che presso i Sibariti fosse tenuto in onore Filottete. Infatti, costui, al ritorno da Troia, fondò Macalla nella Crotoniatide, distante 120 stadi e qui – raccontano – collocò le frecce e l’arco che Herakles gli aveva dato, nel tempio d’Apollo. Narrano anche che da lì i Crotoniati avessero preso con la forza quelle armi, per collocarle nel tempio d’Apollo presso di loro. Si tramanda inoltre che, una volta morto, fosse seppellito lì nei pressi del fiume Sibari dopo aver aiutato i Rodii che erano con Tlepolemo”. Pseudo Aristotele, De mir. aus., 107 (traduzione del testo greco a cura di Pasquale Attianese).

[vi] “Filottete trovò rifugio in Italia presso i Campani e, dopo aver combattuto contro i Lucani, si stabilì a Crimissa, vicino a Crotone e Thuri. Essendosi fermato qui, edificò un tempio ad Apollo Aleo e gli consacrò anche il suo arco per quanto dice Euforione.” Apollodoro, La biblioteca, Epit.6 –15b, c (traduzione del testo greco a cura di Pasquale Attianese).

[vii] 5 marzo 1582, Cirò. “viam pp.cam, qua itur in cremissam regionem dictam lo capo de lalice et in planum saltum dictum la defesa piana”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 503v.

[viii] ASV, Rel. Lim. Umbriaticen., 1684.

[ix] “Dal Simeri ad ’awsalah (Isola), che è piccola [pen]isola, sei miglia. Da questa a qurt mâriyah (“L’orecchino di Maria”), porto considerevole nel quale cresce la scilla di mare, sei miglia. Da qurt mâriyah ad ’.flûmîah [ossia] le colonne (Capo delle colonne), che sono [avanzi] di antica costruzione, sei miglia.” “Dal questo [fiume] all’isola di ’aws.lah (Isola), che è piccola isola vicina al continente, sei miglia. Dall’isola di ’aws.lah al porto di qurṭ mâriah (“L’orecchino di Maria”, Porto Maria ?) nel quale cresce la scilla di mare, sei miglia. Da questo ad ’.qlûmah [ossia] le colonne (Capo delle Colonne), [che sono avanzi] di antica costruzione, sei miglia.” Amari M. e Schiapparelli C., L’Italia descritta nel “Libro di Re Ruggero”compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei anno CCLXXIV, 1876-77, serie II – volume VIII, Roma 1883, pp. 72-73 e 132-133.

[x] 10 giugno 1485: “Carriyaro pet.a dala maryna de S(anc)ta panaya alla fravica dela Capperrina”. ASN, Fs. 196 fslo 2, inc. 2, f. 30.

[xi] Pugliese G. F., Descrizione ed istorica narrazione dell’origine e vicende politico-economiche di Cirò, vol. I, pp. 166 e sgg.

[xii] Guillou A., Le Brébion de la Métropole Byzantine de Région (vers 1050), Biblioteca Apostolica Vaticana, 1974, p. 81.

[xiii] Bresc-Bautier G., Les Possessions des Eglises de Terre-Sainte en Italie du Sud (Pouille, Calabre, Sicilie), Centro Studi Normanno-Svevi, Roma 1975.

[xiv] Delaville Le Roulx J., Cartulaire Général de l’Ordre des Hospitaliers de S. Jean de Jérusalem (1110-1310), Parigi 1897, tome second (1201-1260), pp. 900-901. Maone P., Contributo alla Storia di Cirò, in Historica n. 2-3/1965, p. 96 sgg. e Allegato n. 1.

[xv] “Da Cotrone al porto che è all’imboccatura del wâdî ś.bîrînah (“fiume di [Santa] Severina”, fiume Neto), porto che è al sicuro dai tre venti, dodici miglia. Da questo al râs ’alîǵah (“capo Alice”, oggi Punta dell’Alice) ventiquattro miglia. Dalla [punta dell’] Alice alla chiesa che è sul râs ’.brâq.nah (punta Fiumenica) dodici miglia.” Amari M. e Schiapparelli C., L’Italia descritta nel “Libro di Re Ruggero”compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei anno CCLXXIV, 1876-77, serie II – volume VIII, Roma 1883, p. 73.

“Dalla città di Cotrone al wâdî s.t.rînah (leg. sabirînah (“fiume di [Santa] Severina”, fiume Neto), fiume piccolo, dodici miglia. Da questo ad ’aln.ǵah (leg. [râs] ’alîǵah (“capo Alice”, oggi Punta dell’Alice) ventiquattro miglia. Dalla [punta dell’] Alice al râs ’.brâq.nah (Punta Fiumenica) dodici miglia. Ivi [sorge] una chiesa di antica costruzione.” Ibidem, p. 133.

[xvi] “Inde ad civitatem quod vocatur Turris ad mare .xxiiii. Inde fertum Constantinum imperatorem cepisse transfretum quando in Greciam transfretavit. / Inde ad Vessanum in fundo sinus ml. … / Inde ad Littuna (sic, ma Lice lena) ml. … / 27. A Littuna vero percurrit riveria in africo ml. .ccxl. usque ad caput Brussani, in quo limite finitur Italia, (…). Caput vero Brussani est in ingre(s)su Fari Mesane Sicilie insule. Infra que hec didicimus. / A Littuna usque ad Crotonim ml. .xxx. ab Ariensibus a Miscello Achefetoniam dictam. / Inde ad Tacina .lv., habens in aquilone insulam, et ab africo volvitur sinus Squillacis habens a capite Tacine ad aliud caput ubi est Squillace Scylaceum ab Athenensibus dictum, ml. .xlv. In fundo vero sinus est villa que dicitur Cathentana.” Gautier Dalchè P., Carte Marine et Portulan au XII ͤ Siècle, Collection de l’École Franҫaise de Rome n. 203, 1995, pp. 157-159.

[xvii] “Ancora costruì e fondò alcune città nel regno, cioè Augusta ed Eraclea in Sicilia, Monteleone ed Alitea in Calabria, Dordona e Lucera nella Puglia, Flagella in Terra di Lavoro rimpetto a Ceprano.” Jamsilla N., in Del Re G., Cronisti e Scrittori Sincroni Napoletani editi ed inediti 1868, vol II, p. 106. 10 marzo 1258, “Scriptum Alich(ie)”. Pratesi A :, Carte latine di abbazie calabresi, Città del Vaticano, 1958, pp. 424-426. Per quanto riguarda le vicende di Alichia, vedi: Pesavento A., L’abitato di Alichia, la foresta regia ed il palazzo Alitio, www.archiviostoricocrotone.it

[xviii] “Santoro et Johanni de Rocca, provisio pro extractione frumenti” (Reg. Ang. IV, 1266-1270 p. 102). “Johanni de Rocca mil. qui habet massarias in Cutrono et Stilo, provisio pro extractione victualium de Alichia, Cutrono et Stilo, deferendorum ad Roccham Nichifori, pro substentatione sua et familie (Ibidem). “Santoro, et Joanni de Rocca provisio pro extractione frumenti” (Minieri Riccio C., Brevi Notizie intorno all’Archivio Angioino di Napoli, 1862, p. 73).  “Joanni de Rocca militi Consiliario provisio pro extractione victualium de Alichia Cutrono et Stilo deferendarum ad Roccham Nichifori pro substentatione sua et familie” (Ibidem).

[xix] Debanne A., Lo Compasso de navegare, 2011 p. 49.

[xx] Cortese E., Descrizione Geologica della Calabria, Firenze 1934, pp. 208 e 249.

[xxi] 23 settembre 1591, Cirò. La barca nominata Santa Maria della Grazia, patronizzata da Angelo de Siena di Gallipoli, che aveva caricato mercanzie a Taranto, partita Venerdì notte dalla “spiaggia” di “torri di mari” “con tramontana prospera”, ossia “con tramontana forsata”, alla volta di Crotone e Catanzaro, sabato “dapò mezo di” si trova “sopra la torre della lice”. ASCZ, Notaio Durande G. D., Busta n. 36, ff. 221-224v.

[xxii] ASV, Rel. Lim. Umbriaticen., 1678.

[xxiii] ASV, Rel. Lim. Umbriaticen. 1684.

[xxiv] Pugliese G. F., Descrizione ed istorica narrazione dell’origine e vicende politico-economiche di Cirò, vol. I, pp.19-21.

[xxv] Pugliese G. F., Descrizione ed istorica narrazione dell’origine e vicende politico-economiche di Cirò, vol. I, p. 39.

[xxvi] Maone P., Contributo alla storia di Cirò, in Historica, n.2/3, 1965, p. 106.

[xxvii] Dito O., La Storia Calabrese e la Dimora degli Ebrei in Calabria, p. 133.

[xxviii] 25 marzo 1337. “A Lecce, «sotto la pressione insopportabile delle imposte», sono diventati tutti più poveri e molti abbandonano la città in cerca di migliore fortuna altrove.” Caggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi Volume I, 1922, pp. 634-635 e nota 1.

[xxix] 20 agosto 1334. “Petri Ruffi de Calabria domini comitis Catanzarii primogeniti et Sibilie de Regio iugalium, baronie Altavillae, terrarum Ypsigro et Alichiae dominorum …” . Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, p. 453.

[xxx] Biblioteca comunale di Bitonto, Fondo Rogadeo, Ms. A 23 p. 93 (secondo ASNA, ex Reg. ang. 373, f. 85).

[xxxi] ASV, Reg. Vat. Vol. 355, ff. 287-288.

[xxxii] “Item concedere loro la dicta Magesta ayano uno mercato franco sub titulo Sancte Crucis in Aligia pro octo di alli tre di mayo. Placet Regie Magestati.” Fonti Aragonesi I, p. 42.

[xxxiii] ASCS, Fondo Pergamene, ASMM, www.archividelmediterraneo.org

[xxxiv] “Perri Antoni de Taberna à de gratia lo tenimento de Borda, lo curso de Purello, (sic) la Ballya de la marina de lo Ycigro, valeno l’anno D. CLXXX. Notare Nufrio Smirando (?) à de gratia li comuni lo curso de li Alici e lo curso de San Blasi che so a lo Yciro, valeno l’anno D. LXXXX.” Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, Napoli 1963, p. 281.

[xxxv] ACA, Cancillería, Reg. 2917, ff. 15v-18r.

[xxxvi] Laurent M. H., L’abbazia di Sant’Eufemia e il Vespro siciliano, in Calabria Nobilissima, n. 39-40, 1960, p. 61; Reg. Ang. XXVI, pp.151,156.

[xxxvii] “È costante in Cirò che il prezzo massimo delle terre migliori, e queste sono Artino, Aridonniche, Torrenova, e Fego, non valgono in proprietà più di duc. 18 a moggiata.” Pugliese G. F., Descrizione ed Historica Narrazione di Cirò, vol. II, p. 21.

[xxxviii] ACA, Cancillería, Reg. 2903, f. 168v. “Julio Sosanna de lo Yciro à de gratia la cultura de l’ayra donniche, che vale l’anno D. XV” (Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, Napoli 1963, p. 281).

[xxxix] A tale proposito il Rosis afferma che Scipione Caponsacco “Fu ammesso dal detto re Ferdinando I d’Aragona nel suo consiglio nel 1473, e gl’impartì regio assenso tanto su la donazione fatta da Covella Ruffo a suo padre Buonacursio, quanto su la compra de’ feudi Stoele, (sic) S. Mauro …” (Rosis L., Cenno Storico della Città di Rossano e delle sue Nobili Famiglie, Napoli 1838, p. 343). “… Phaeudum nominatum de Stoele (sic) situm in territorio terrae Ipsigro ab eo emptum; et phaeudum nominatum de Sancto Mauro situm in pertinentiis Civitatis Strongoli ab eo emptum” (Ibidem, p. 356.)

[xl] ASCS, Fondo Pergamene, ASMM, www.archividelmediterraneo.org

[xli] Russo F., Regesto, 17299.

[xlii] 23 dicembre 1580. “quoddam petium t(er)rarum situm et positum in districtu et pertinentiis dictae t(er)rae psycrò et prop.e in loco dicto s.ta venera intus defensam de s.ta venera p.ta e prop.e in loco dicto cosentino : iuxtam t(er)ras ipsius p.tae curiae : quas ipsa curia emit a jo: maria russo : iuxtam flumen de s.ta venera iuxtam vallonem descendentem ad dictum flumen de s.ta venera : iuxtam limen ispius territorii dictae t(er)rae psycrò et t(er)rae crocolli et alios fines”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 420-421.

[xliii] 10 dicembre 1580. “quoddam petium t(er)rarum situm loco bobolario cum duoabus arboribus sycomorum et quercuum et aliis arboribus iuxtam t(er)ras de tarantinis iuxtam vallonem de s.ta venera iuxtam viam pp.cam qua itur ad t(er)ram crocolli et alios fines”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 412v-414v.

[xliv] 27 agosto 1575. “quasdam t(er)ras aratorias et incultas sitas loco dicto le manche de vito : iuxtam t(er)ras minici vivaque saltus seu defensam sanctae venerae : vallonem quod delabitur ad pandolfus : viam pp.cam, qua itur ad civ.tem um.ci et alios fines”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 129.

8 agosto 1582. Una continenza di terre sita in territorio di Cirò “loco dicto lo varco de vit[torino] Rosa intus defensam s(anc)te vennere, iuxta t(er)ras d(ic)tae baronalis Cur.ae circum circa, et iuxta viam pp.cam qua itur ad Civ.tem [Um.ci] et illinc ad terram p.tam Cirò”.  ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 94-94v.

[xlv] 26 gennaio 1577. Francesco de Rossano di Cirò, vende al magifico UJD Ansideo Curto della terra di Verzino, erario della curia baronale di Cirò, un pezzo di terra di tre moggi, sito in loco detto “bobolario”, confine il pezzo di terra di Petruzo Basami, le terre di D. Thoma de Pace, il “molendinum delo sterrello”, il “vallonem de S.ta venera”, la “viam pp.cam qua itur ad S.tum Angelum” e altri fini. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 208v-209.

[xlvi] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 129.

[xlvii] 26 gennaio 1577. “… viam pp.cam qua itur in saltum seu defensam cappellerii …”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 209.

[xlviii] 15 giugno 1584, XII indizione. L’onorabile Ant.no Ciollarus, Nicolao Pagano e Philippino Vivacq.a di Spezano Magno, anche per parte di Tiberio di Bonifacio anch’egli di Spezano Magno, pagano al magnifico Marco Ant.o Caruso, erario baronale della terra di Cirò, ducati 10 per finale pagamento di ducati 337, relativi all’affitto per tutto il periodo della XII indizione, della “defensae baronalis cur.e t(er)re eiusdem dicte et nominate de s(an)ta vennera”, che avevano pascolato con vacche. ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 212-212v.

20 maggio 1586. Il magnifico Jo. Simeon Albozino, erario della curia marchesale della terra di Cirò, affitta al magnifico Joannes Nicolao Retacha del casale di Celico, pertinenze di Cosenza, l’“herbagium defensae s.tae veneris terr.ii dictae t(er)rae Cirò” per il periodo di due anni (1586-1587), per il prezzo di ducati 300 da pagare in Cirò in tre terze: Natale e Pasqua 1586 e saldo ad agosto 1587. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 172-172v.

[xlix] 1584. L’onorabile Nicolao Pagano di Speziano Magno, pertinenze di Cosenza, assieme ai suoi soci Pomponio Marra, Ant.no de Pedaci e Salustio Campanaro, pagano ducati 10 a D. Marcello Ferrario, parroco della chiesa di S. Giovanni Battista di Cirò, per aver pascolato senza licenza di detto D. Marcello, nelle terre della sua parrocchiale, poste dentro la “difesa de s(an)ta vennera ter.o del Cirò”, appartenente alla “baronalis Curie t(er)re p.te”. ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 210-210v.

[l] Pugliese G. F., Descrizione ed Historica Narrazione di Cirò, vol II, pp. 280-281.

[li] “Adi 24 dicti Januarii 1542. (…) ad Nardo Zagarise de Cotroni dati scuti deche de oro et sonno per tanta petra taglata et portata subto aulixa pendino delo archidiaconato loco dove potera Carricare lo barcone ad ragione de Carlini Cinq.e et meczo la Canna portata in ditto loco per tutto lo mese de aprile p.mo dico d. 11-0-0” (ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 175). “A di V februarii 1542. (…) Ad Joanne and.a trayna et Vic.o Cito de Cotroni haveno receputo scuti quatt.o per taglare et portare in lo pendino de Aulisa Canni otto de petra ad ragione de Carlini Cinq.o et meczo la canna dico d. 4-2-0” (Ibidem, f. 179v). “A di 10 ditti. Ad Cola coxa de Cotroni per una canna de petra taglata et portata in lo pendino de aulixa” (Ibidem, f. 189v).

[lii] 9 ottobre 1583, Cirò. Il mag.co Jo. M.a Casopero cede ad Ant.na Sarcone sua moglie, la “poss.e de Comità” sita nel territorio di Cirò, confine “la donna d’Itria” e la via pubblica. ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, f. 158v.

[liii] 13 novembre 1573, Cirò. Alla dote di Gratiusa de Aversa che va sposa ad Ant.o Pandolfo, appartiene un cognale arborato posto a “valle de Alomia”, confine il cognale di Minico Marino, il cognale di Marcidonio de Venuto, “la via pp.ca per dove se va alla donna hydria” e altri confini, “con annuo rendito alla donna hydria de gr(ana) sette in perp.m”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 33v-34.

21 gennaio 1582, Cirò. Donna Gratiusa de Aversa, vedova del quondam Ant.no Pandolfi di Cirò, vende a Beatrix Marina, moglie di Matteo de Laquila, il “vineale” arborato con “ficubus”, sito in “loco valle de Alomia”, confine il vignale degli eredi di Joannes Battista Politi, il vignale di detta donna Beatrice, la “viam pp.cam veteram qua itur ad templum donnae hydriae” e altri fini, “reddititium dictae ecc.ae donnae hydriae in gr(anis) septem anno quolibet imperp.m”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 500.

2 ottobre 1576, Cirò. Petro Principato di Cirò vende ad Anselmo Marino di Cirò, una “poss.nem seu vineam cum amidoli arbore”, sita in loco detto “valle de alomia”, confine la vigna di Marco Ant.o de Lafontana, il vignale degli eredi di Angelo Buccuto, “viam pp.cam” e altri fini “cum annuo redditu gr(ana) quinque donnae hydriae”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 185v-186.

6 gennaio 1584, Cirò. Alla dote di Cassandra Marino, sorella di Aloisio Marino di Cirò, che va sposa a Jacobo Gratiano di Cirò, appartiene “uno cognale loco valle de alomia”, arborato con “fico, pira et celsi”, confine la vigna di Marcant.o Lafontana, la vigna di Nardo Abbate, “due vie pp.ce de dui lati per le quale se va alla donna hydria” e altri confini, “con lo solito rendito de uno car.no alla ven(erabi)le donna hydria imperp.m”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 78-78v.

12 settembre 1584, Cirò. Nei giorni passati donna Beatrix de Renda, madre di Aloisio Marino di Cirò, aveva venduto a Marcant.o Lafontana di Cirò, una vigna loco “Valle de Alomia”, confine la vigna di esso Marcant.o, “viam pp.cam” e altri fini, “cum Annuo redditu granorum quinque venerabile ecc.ae donnae hydriae imperp.m”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 108v-109.

27 settembre 1598, Cirò. In relazione al matrimonio tra Angela de Florio e Joannes Leonardo de Aloisio di Cirò, Giovanni de Florio di Cirò, padre della sposa, promette agli sposi un “horto de vigna a valle de Alomia”, confine la vigna di Hor.o Thegano, la vigna di Cola Giovanni Siciliano e altri fini “con lo solito rendito annuo de dui grana et mezo alla donna hydria”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, f. 454.

[liv] “loco la valle de alomia” nel tenimento di Cirò, la “viam pp.cam qua itur ad aliciam reggionem” (1581). ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 428v.

[lv] 31 gennaio 1574, Cirò. Marco Puglisio di Cirò vende a Crucio Thegano di Cirò, una vigna con terreno coltivato e incolto contiguo, sita in loco detto “Valle de alomia”, confine la vigna di Joannes de Florio, la vigna di Catherina de Risolo, la “viam pp.cam qua itur ad templum donnae hydrjae”, le terre di Spetio Malvasio, le terre di Joannes de Florio, il “serronem dela donna hydria” e altri fini, “cum annuo redditu ipsi donnae hydriae gr(ana) quinque”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 42v.

21 settembre 1578, Cirò. Donna Catherina de Risolo di Cirò, promette in dote a sua figlia Hortensia Scutifero che va sposa a Nicolao Joannes Siciliano, una possessione con vigna, olivi, fichi e altri alberi, alla “Valle de lomia”, vicino la vigna di Cruce Thegano, la vigna di Antonello Cipparrone, via pubblica mediante, e altri fini, “con rendito de un car.no annuo alla donna hydria”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 291v-292.

[lvi] 6 gennaio 1580, Cirò. Alla dote di Villa de Orofino di Cirò, che va sposa ad Andrea de Rossano di Cirò, appartiene una vigna posta in loco “lo ceramidio” confine la vigna degli eredi di Antonello de Falcone, la vigna di Gio. Dom.co de Consulo, la vigna di donna Nucentia de Gallo, e altri confini “con annuo rendito de gr(ana) cinque alla ven(erabi)le chiesa dela donna hydria”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 370-371.

[lvii] 25 agosto 1578, Cirò. Alla dote di donna Isabella Caputa, figlia di Ottaviano Caputo di Cirò, che va sposa a Joannes Ferrario di Cirò, appartiene una metà di vigna loco “la marina sotto lo palazo”, che doveva essere recuperata dagli eredi di Marco Ant.o Mascambrone, “con gr(ana) dui et mezo alla donna hydria” per la detta metà, confine la vigna di Virg.o de Cotrone, la vigna di Cesare Thegano e altri fini. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 287v-288.

[lviii] 31 agosto 1583, Cirò. Donna Censa e Joanna de Poherio, figlie della quondam donna Gesimina de Iuncta, avevano mosso lite nella curia del capitano di Cirò, contro Stephano de Lipari, detentore della vigna sita “in terr.o t(er)re Cirò loco dicto la marina seu sobto lo palaczo”, confine la vigna di And.a Jacobino che fu del quondam Renzo Mascambrone, la vigna di Jacobo de Felice e altri fini, “reddititiam anno quolibet ecc.e s(anc)te m.a de Itria in granis sex”. ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 145-145v.

21 gennaio 1582, Cirò. Donna Gloria de Basilio, moglie di And.a Jacobini di Cirò, permuta la sua possessione arborata “cum ficubus, olivis et quercubus et cum quedam vineam desertam”, sita in loco “lo barco delulmo”, con la “vineam arborata cum ficubus”, del R.do Fr.co Nicaster di Cirò, sita in loco “sotto lalice”, confine la vigna del mag.co Petro Casopero, la vigna di Stephano de Lipari, la vigna di Nicola de Juncta e altri fini, “cum annuo redditu gr(ana) quinque donna hydriae ut in platia”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 449-449v.

25 agosto 1583, Cirò. Alla dote di donna Vittoria de Libari, figlia di Stephano de Libari di Cirò, che va sposa a Jo. Dominico Alitio di Cirò, apparteneva una vigna loco “sotto lalice”, confine la vigna di Jo. Alfonso Scarnato, la vigna dotale di And.a Jacobino e altri confini, “rendititia Anno quolibet ala donna hydria grana cinque”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 53v-54v.

16 marzo 1586, Cirò. L’onorabile And.a Jacobino di Cirò vende al mag.co Petro Casoppero di Cirò, una vigna sita “in terr.o d(ic)te t(er)re loco dicto sobto lo palaczo dela lice”, confine le vigne di detto mag.co Petro da “tribus lateribus”, la vigna di Stephano de Lipari e altri fini, “reddititiam anno quolibet ecc.e s(anc)tae Maria de Hydria d(ic)te t(er)re in granis quinque vel quinque cum dimidio ut in platea”. ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, f. 270.

3 agosto 1586, Cirò. Donna Margarita de Junta, vedova del quondam Marco Ant.no Basami di Cirò, vende a Jacobo de Felice della terra di Scala, la sua “vinem desertam arboratam cum ficubus” sita “sub palacio aliciae”, confine la vigna del mag.co Petro Casopero, la vigna del mag.co Joannes Alfonso Scarnato, la vigna del clerico Nicolao Tegano e altri fini, “cum annuo redditu granorum sex venerabili ecc.ae donnae hydriae in monte Tabor inperp.m”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 185v-186.

21 luglio 1576, Cirò. Alla dote della onorabile Ber.na Siciliana di Cirò, che va sposa a Thoms de Consulo della terra di Melissa, appartiene una continenza di vigne “posta alloco sotto lalici”, vicino la vigna di Aprile de Venuto, la vigna del mag.co Jo. Petro de Parisi, “con lo solito rendito annuo alla chiesa dela donna hydria”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 173v-174. parte prima, 5490.

12 maggio 1585, Cirò. Alla dote di donna Ber.na Siciliana che va sposa a Carolo Simonetta di Strongoli, appartiene un “horto de vigna alla marina”, confine la vigna di Aprile de Venuto, la vigna di m.o Jo. Petro de Parise e altri fini, “cum rendito solito alla ven(erabi)le donna hydria v(idelicet) gr(ana) tre et mezo et tre cavalli”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 127-128.

30 settembre 1573, Cirò. La vedova donna Julia Nicastra di Cirò e sua figlia Laura de Rovito, vendono a Stephano de Lipari, incola in Cirò, una vigna sita in loco detto “sotto lo palazo”, confine la vigna di Aprile de Venuto, la vigna di Nicolao Matri, la vigna di Possidonio de Cotrone, la vigna di Gesimina de Juncta, la vigna dotale di Jo: Thoma Papaioannes, la vigna di Jacobo de Lafontana e altri fini, “cum annuo redditu gr(ana) quinque cum dimidio ecc.ae donnae hydriae”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 36v.

15 gennaio 1574, Cirò. Jacobo de Lafontana di Cirò vende a Joannes Casopero di Cirò, una “continentiam vinearum” sita “subter palatio Aliceo”, confine la vigna di And.a Polito, la vigna del mag.co Petro Ant.o Spoletino, la vigna dotale di Thoma Papaioannes, la vigna di Joannes de Aloisio, la vigna degli eredi di Nicolao Carusio e altri fini, “cum annuo redditu gr(ana) undecim ecc.ae donnae hydrjae”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 38v-39.

9 settembre 1574, Cirò. Laur.o Mascambrono di Cirò vende al R.do D. Fr.co Nicastro di Cirò, una vigna arborata con fichi, sita in loco detto “sotto lo palazo”, confine la vigna di Joannes Matteo Albozino, la vigna di Nicolao Carusio, la vigna di Stephano de Lipari, la vigna dotale di Joannes Thoma Papaioannes, “reddititiam anno quolibet donnae hydriae in gr(ana) quinque”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 74v-75.

11 maggio 1576, Cirò. Il mag.co Joannes Casopero di Cirò vende al mag.co Petro Casopero di Cirò, la propria parte di una “continentiam vinearum”, che i due detengono in comune e indiviso, posta in loco detto “subter palatio alitii”, confine la vigna del mag.co Petro Ant.no Spoletino, la vigna di And.a Polito, la vigna dotale di Joannes Thoma Papaioannes, la vigna degli eredi di Nicolao Carusio e altri fini, “cum annuo redditu granorum decem ven(erabi)li ecc.ae donnae hydriae sub titulo montis Tabor”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 169v.

6 novembre 1576, Cirò. Joannes de Aloisio di Cirò vende ad Ant.o Abbate di Cirò, una “vineam desertam” sita in loco detto “sotto lalice”, confine la vigna di Aug.a Papandrea ?, la vigna del mag.co Petro Casopero, la vigna degli eredi di Nicolao Carusio, la vigna di Stilla de Carusio, la vigna di Valerio Citera e altri fini, “cum annuo redditu gr(ana) quattuor ecc.ae donnae hydriae”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 195.

11 agosto 1578, Cirò. Il nobile Jo. Thomas Papaioannes e donna Rosa Pilusa, coniugi, vendono al nobile Marco Thegano di Cirò, una vigna sita in loco “sotto lo palazo”, confine la vigna del mag.co Petro Casopero, Petro Ant.o Spoletino e altri fini, “cum annuo redditu gr(ana) quattuor donnae hydriae”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 285-286.

9 marzo 1581, Cirò. L’onorabile Joannes And.a Calvo di Cirò, permuta il proprio oliveto “cum viridario” sito in loco detto “s(an)to vito”, con la vigna del monastero di S. Francesco di Paola di Cirò, sita “in terr.o d(ic)te t(er)re loco dicto sobto lo palaczo de lalice, sobto via”, confine le vigne del mag.co Petro Ant.o Spoletino, verso occidente, le vigne del mag.co Joannes Casopero verso scirocco, le vigne di Antonio Abbatis a oriente e altri fini, “reddititiam anno quolibet d(ic)tam vineam Donne de Itria d(ic)te t(er)re in granis quinque”. ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 22-22v.

11 settenbre 1583, Cirò. Ant.o Abbas di Cirò, in relazione al matrimonio tra donna Sena Abbatis sua nipote e Jacobo d’Urzo di Cirò, promette una vigna loco detto “la marina sotto lalice”, confine la vigna del mag.co Petro Casopero, la vigna degli eredi di Cola Caruso, “con rendito solito de grana sette alla ven(erabi)le chiesa dela donna hydria in perp.m”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 57v-58v.

30 maggio 1585, Cirò. Valerio Citerà di Cirò vende a Battista Serravalis di Melissa, una vigna sita in loco “sotto lalice”, confine la vigna del mag.co Petro Casopero, la vigna di Joannecto de Castellis, la vigna di Thoma de Acri, la vigna di Marco Caputo Consentino e altri fini, “reddititiam anno quolibet granorum sex venerabili ecc.ae donnae hydriae imperp.m”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 131-131v.

[lix] “In loco subter aliciam regionem”, “viam pp.cam qua itur crotonem” (1580). ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 382.

[lx] Loco “lo ceramidio”, “la via pp.ca che si va ad cotrone” (1562). ASCZ, Notaio Cadea C., busta 6, ff. 225-225v.

[lxi] “loco dicto lo marinetto”, “flumen de fraxa : viam pp.cam qua itur crotonem” (1578). ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 283v. “loco lo marinetto”, “viam pp.cam qua itur crotonem iuxtam torrentem de fraxa” (1580). ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 374v.

[lxii] In “loco dicto brisi seu lo marinetto”, “viam pp.cam qua itur in civ.tem crotonis” (1581). ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 422. In “loco dicto brisi”, la “viam pp.cam qua itur in civ.tem crotonis” (1581). ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 428v.

[lxiii] “viam qua venitur dela Cropia et itur ad Civ.tem Crotonis” (1582). ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, f. 69v.

[lxiv] “loco dicto brisi”, “viam pp.cam qua itur ad stomium” (1587). ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, f. 361v.

[lxv] “loco laere doniche”, “vallonem descendentem à Basilisca : viam pp.cam seu areas qua itur crotonem” (1581). ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 471-471v. Presso il “lictus maris”, “loco dicto la falda de … juxtam viam pp.cam qua itur ad Civ.tem Crotonis, juxtam viam qua venitur a loco dicto le aire donniche, et juxtam vallonum p.tum de armerì” (1583). ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, f. 123v.

[lxvi] 14 giugno 1573, Cirò. Il “no: virg.s mur.ne” di Umbriatico, vende a donna Laura Caputa di Cirò, una vigna sita in loco detto “sotto lo palazo delalice”, confine la vigna di Fabritio Spoletino, la vigna di Fran.co Pilusio, la vigna di Marco Ant.o Basami, la vigna di Marco Puglisio e altri fini, “cum annuo redditu solito donnae hydriae in g.s sexdecim”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 24.

Settembre 1586. Esecuzione della vigna di Luca de Balsamo sita “in terr.o d(ic)te t(er)re loco dicto la Cutura”, confine la vigna del mag.co Fabritio Spoletino, la vigna dell’onorabile Paulo Masi e la via pubblica. ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, f. 450.

[lxvii] 24 giugno 1577, Cirò. In relazione al matrimonio tra donna Julia Murumanna, figlia di Joannes Murumanno di Cirò e Vincentio Colonna di Santa Severina, apparteneva alla dote della sposa, “uno horto de vigna alla cultura”, confine la vigna di Renzo Labalestra, vicino la vigna degli eredi di Nicolao Carusio e altri fini, “con reddito annuo alla ecc.a dela donna hydria de uno gr(ano) et mezo”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 229v-230.

19 novembre 1578, Cirò. Alla dote di donna Stilla Carusio, sorella di Joannes Carusio di Cirò, che va sposa a Petro Paulo Matto di Cosenza, appartiene una vigna “sotto lalice”, confine la vigna di Ant.o Abbate, la vigna di Vicenzo Colonna, la vigna di Renzo Labalestra, “le pastine dela corte”, e altri confini, “con rendito alla donna hydria de gr(ana) cinque annui”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 311v-312.

20 settembre 1581, Cirò. La vigna di Petro de Parisio sita “in terr.o d(ic)te t(er)re loco dicto sobto la Cotura”, confine i vignali della Curia, ovvero “pastinas baronales”, le vigne di Joannes Paulo Grassi e altri fini. ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 36v-37v.

24 giugno 1586, Cirò. I coniugi donna Stilla de Carusio e Petro Paulo Matto di Cosenza, vendono al clerico Januario de Orofino di Cirò, una vigna sita in loco detto “la cultura in maritima aliciae”, confine la vigna di Laurentio de Labalestra “cum Arbore ficus m.te in limite”, la vigna di Ant.o Abbatis, la vigna di donna Fr.ca de Morello e altri fini, “cum Annuo redditu solito ven(erabi)li ecc.ae donnae hydriae in gr(ana) quinque”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 177-177v.

[lxviii] 13 gennaio 1566, Cirò. Nel suo testamento, Carolo Casopero dispone che rimanga a suo figlio Marcello, la vigna sita in “loco ditto la marina”, confine le vigne degli eredi del quondam Nic.o Fran.co Susanna, le vigne del nobile Joannes Casopero, le vigne di detto testatore e la “viam publicam, qua itur ad culturam”. ASCZ, Notaio Cadea C., busta 6, ff. 1-2v.

20 gennaio 1578, Cirò. Jo. Ant.o de Jughia abitatore in Cirò, vende a Puccio Mascambrone di Cirò, il “petium terrarum cum una Arbore sycomi”, sito in loco “subter palatium alitii”, confine la vigna di detto Puccio, la vigna di donna Isabella Candiota, la vigna di Minico Scutifero e altri fini, “cum Annuo redditu S.tae Mariae donnae hydriae in gr(ana) tribus et quadrante”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 262v-263.

31 maggio 1582, Cirò. Donna Joannella Bisantia vedova del quondam Fr.co Ferri di Cirò, cede a Puccio Mascambrone di Cirò, una “cont.a vinearum” sita in loco “subter palatium alitii”, confine la vigna di Fr.co Candioti, la vigna di Ant.no Marangoli, la vigna di Vito Cochi, la “viam pp.cam qua itur ad culturam” e altri fini, “reddititiam ecc.ae donnae hydriae in gr.s sex decim anno quolibet”. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 510v-511.

31 marzo 1591, Cirò. L’onorabile Puccio Mascambrone di Cirò, vende a Fran.co Candioto di Cirò, una vigna che “consistit in una petia”, sita “il terr.o t(er)rae Cirò loco dicto sotto lo Palaczo”, confine la vigna di detto Fran.co, la vigna degli eredi di Cesare Gratiani e un’altra vigna del detto Puccio, “reddititiam anno quolibet s(ac)tae mariae d’Itria in granis quinque”. ASCZ, Notaio Durande G. D., Busta n. 36, ff. 137-137v.

[lxix] 26 gennaio 1563, Ciro. Nell’inventario dei beni del quondam Fran.co Principato troviamo: “uno cognale posto alla marina in loco detto artino”, confine le terre di Marcant.o Juliano, “la via pp.ca per la quale si va alla cultura” e altri fini. ASCZ, Notaio Cadea C., busta 6, f. 8-8v.

[lxx] “loco dicto s.to Blasio”, “viam pp.cam qua itur ad piscarium promontorium alicii” (1579). ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 359-360.

[lxxi] “loco s.to Blasio”, “iuxam viam pp.cam qua itur ad sanctum Januarius : iuxam aliam viam pp.cam qua itur in civ.tem cariati” (1585). ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, f. 136.

[lxxii] “loco dicto s(anc)to blasio”, “iuxta viam pp.cam qua itur ad Civ.tem Crotonis ed de contram ad Civi.tem Cariati, et viam qua itur à loco p.to ad defensam planam” (1588). ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, f. 529.

[lxxiii] Loco detto “fatagò”, la “viam qua itur ad planicie s(anc)ti Januarii” e la “viam qua itur ad Civ.tem Cariati” (1581). ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, f. 28v.

[lxxiv] Loco detto “alle colle de le case”, “la via pp.ca che và à santo gennaro” (1584). ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, f. 111v.

[lxxv] “luoco decto lo Carricaturo di s(an)to Gennaro discosto un miglio dalla fontana dela lice” (1587). ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 405-406.

[lxxvi] Pesavento A., L’abitato di Aichia, la foresta regia ed il palazzo Alitio, www.archiviostoricocrotone.it

[lxxvii] “NOTAMENTO et / Plathea delle Robbe, et Entrade, Renditi, e Censi, che la / Prioral Corte della Terra de Sant’Eufemia Membro della / Sacra Religione Hierosolimitana tiene, e possiede nella / Città di Cotrone, e suo Territorio detta la Grancia, e sonno / l’infrascritte, con dechiaratione, ch’ogne salmata di Terra / s’havrà d’intendere per tumolate sei conforme l’uso di detta / Città. (…) LUZZIRO’ / Item in detta t(er)ra de luzzirò tiene detta Balial Corte una / t(er)ra, seu grancia, che se suole affittare dui ducati l’anno, li quali / seli esige uno Cappellano, che serve l’Ecc.a, e l’affittatori dela p.a / grancia di Cotroni in preiudicio di detta Balial Corte sen’hanno / fatto fare buoni d.ti quaranta alla quale fraude p(er) la Religi / one se potrebbe remediare à non lasciarnosi fraudare d. 2.0.0. / Item tiene essa Balial Corte in detta Terra de Luzzirò / un’altro annuo Censo de carlini quattro sopra le vigne / del Mag.co Hortenzo Giuliano, loco detto lacode iux.a / le vigne del Mag.co Fran.co giuliano d. 0.2.0.” National Library of Malta, volume AOM 6196, ff. 51-53.

[lxxviii] Pugliese G. F., Descrizione ed Historica Narrazione di Cirò, vol. II, p. 283.

[lxxix] “Item viene annotato nel vecchio Cabreo formato / nell’anno 1705, e 1706 un Annuo Censo / di Carlini quattro, che si pagano degli / Eredi del q.m Ortengio Giuliano della Città / di Cirò, quale Censo viene descritto nella / divisione dei beni del Baliaggio di S. Eu / femia, ed assegnato a questa Commenda / ma come avendone praticato l’odierno / Ill(ust)re Sig.re Commendatore Frà D.n Ant.o Lom / bardo le possibili diligenze, non ha potuto / rinvenirlo, e per conseguenza esigerlo, sicco / me ha praticato il Sud.o Sig.re D.n Raffaele Zurlo Suo Procuratore, come attesta che però / il med.o ne fà la debita protesta contra / quos decet p(er) il recupero di d.o Censo. / Item vengono annotati nel d.o Vecchio Cabreo / formato come sopra nell’anno 1705, e / 1706 due altri Censi della maniera che siegue. / D.n Dezio Suriano possiede una vigna nel / luogo detto li Cudi, che nell’antepassata / Platea possedea il q.m D.n Annibale, e D.n Dom.co Suriano juxta le destre dette la / Gargana, che possiede Fausto Beltrano / e juxta la Chiusa seu Olivelle di D.n Ciccio / Suriano, e iuxta le Terre dette San Giorgio / della Mensa Vescovile di Cotrone, ed altri fini, / paga di Censo ogn’anno alla Corte Baliale / di S. Eufemia grana quaranta Cinque. (…) Si nota, che li soprascritti due Annui Censi nella / divisione dei beni del Baliaggio non furono / asseganti alla Commenda di questa Città / di Cotrone a beneficio del Commendatore / Frà D.n Antonio Lombardo, come dalla / Platea formata di d.a Comenda dall’Ill(ust)re / Sig.re Cav.re Adamo; ma ciò non ostante / tanto dal med.mo, che dal suo Proc.re se ne / sono praticate esatte diligenze per rin / venirne gli Eredi, e possessori, o altri successori particolari, o Universali di d.ti debi / tori descritti nell’antico Cabreo dell’anno / 1705, e 1706 affinchè la Sagra Religione / non l’avesse perduti, ed avesse putato con / cederli a chi stimava, ma non è stato / possibile rinvenirli; cosiche non si sono / esatti, ne vi è memoria di essersino mai / esatti, conche si notano in questo Inventario / per aversene omni futuro tempore me / moria, colla espressa protesta, che ne fa / il d.o Proc.re S.re D.n Raffaele Zurlo, tanto / a nome dell’Ill(ust)re suo Principale Com / mendatore frà D.n Antonio Lombardo, / quanto per parte dell’Inclita Religione Gerosolomitana che non sia inferito veruno / pregiudizio alle ragioni del med.mo, / ma che in ogni futuro tempo, che appurerà chi siano / li successori delli Principali Debitori potesse esi / gerli una con tutti l’attrassi.” ASCZ, Notaio Labonia Raffaele, busta 1667, an. 1795, ff. 32v-34.

[lxxx] “XXXI. Cotrone. Questa commenda di cui fu investito il comm. F. Antonio Lombardo il primo maggio 1791, (si cita in nota: “Vedi aggiunta in Ruolo del 1789, per l’anno 1791.”) che ne formò cabreo nel 1795 (si cita in nota: “R. Arch. di Stato di Napoli Sez. 1ª Fond. Dipl., Carte di Malta, vol. 70, inc. 74.”) si compose dei territori in Tenimento di Cotrone detti: la Volta della Scafa, li prelati di Neto già Mortelletto Grande, Ciurrio, Castellaneta, Prioratello di Lampusa, li Prelati, Lenza seu Coppola e Lampoamaro; e de’ Vigneti, li Patrimoni, il Vignale delli Prelati e Ferrara. Inoltre il marchese don Giuseppe Lucifero, quale erede e successore di don Fabrizio Lucifero corrispondeva un censo di ducati 18 per i territori : Cacciavia, Gallo e le Macchie di Giardiniello di Apriglianello. Don Annibale Montalcino ducati 6 per una casa e due botteghe in Cotrone. Il Marchese don Francesco d’Ippolito ducati 5 per due pezzi di terra detti li Piscitelli. E Nicola Rizzo carlini cinque per il feudo Coppola. I beni tutti della Commenda erano tenuti in fitto dal Marchese Lucifero per ducati 1170, dai quali si deducevano ducati 66 e grana ventiquattro per imposta di Bonatenenza alla città di Cotrone. Dal folio dodicesimo di detto Cabreo si rileva che altre volte questo gruppo di cespiti formavano una fiducia a parte, e che dal cabreo fatto nel 1705-06 dal balì di S. Eufemia F. Stefano de’ Conti di Sanvitale, (si cita in nota: “Il Dal Pozzo segna questo cavaliere come balì di S. Stefano. Il Litta, nelle Famiglie Celebri Italiane, tav. II, della famiglia Sanvitale, giustamente lo dice balì di S. Eufemia, ed aggiunge che nel 1657 fu ricevitore in Venezia, e nel 1676 luogotenente di quel Priorato.”) resultava che a quell’epoca già erano andati perduti per abusivo possesso di altri, e debolezza de’ titolari nel rivendicarli, i territori detti: la Ritonda e Magopoli, ed i seguenti canoni: carlini quattro dovuti dagli eredi di Antonio Giuliano di Zirò, grana quarantacinque dovuti da don Decio Suriano per la vigna delli Crudi, e grana trenta dovuti da Francesco Rizzo per la vigna detta lo Priorato.” Gattini M., I Priorati, i Baliaggi e le Commende del Sovrano Militare Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme nelle Provincie Meridionali d’Italia prima della caduta di Malta, Napoli 1928, p. 130.

[lxxxi] “… ultra itidem sex alias Ecclesias extra Civitatis Moenia erectas, inter quas Commenda Religionis Hjerosolimitanae in Ecclesia S. Mariae de Illirico fundata est”. ASV, Rel. Lim. Umbriaticen., 1724.

“In un manoscritto relativo alla Diocesi di Umbriatico – custodito in Cirò nella Chiesa Parrocchiale dell’Itria, tenuta dai Frati Passionisti, al tempo di Mons. F. M. Loyero, del 1728-1730, a p. 77 vi è scritto: «Loca Pia, et Ecclesiae respectivae, ultra itidem sex alias Ecclesiae extra Civitatis Moenia erectas inter quas Commenda Religionis Hyerosolimitanae in Ecclesia S. Maria de Illirico fundata est …»”. Valente G., Il Sovrano Militare Ordine di Malta e la Calabria, 1996 p. 241 nota n. 13.

[lxxxii] ASN, Regia Camera della Sommaria, Catasti onciari, Busta 6970.

[lxxxiii] ASV, Rel. Lim. Umbriaticen., 1735.

[lxxxiv] Domenico Balestrieri, mercante di panni, possiede un comprensorio di terre olivetate nel luogo detto “la Madonna dell’Idrea”. ASN, Regia Camera della Sommaria, Catasti onciari, Busta 6970, ff. 60-61v.

[lxxxv] ASN, Regia Camera della Sommaria, Catasti onciari, Busta 6970, f. 269.

[lxxxvi] Antonio Terranova, paga annualmente grana 25 “sopra la vigna in Valle di Lumia” alla “Chiesa dell’Idrea”. ASN, Regia Camera della Sommaria, Catasti onciari, Busta 6970, ff. 1-1v. Francesco Antonio Arcuri, bracciale, possiede una pezza di vigna nel luogo detto “Valle di Lumia”, per cui paga alla “Chiesa dell’Idrea” l’annuo canone di grana 5. Ibidem, f. 105v. Salvadore Marino possiede nel luogo detto “Valle di Lumia” un comprensorio di terre vitate con alberi fruttiferi, con l’annuo canone alla “Chiesa dell’Idrea” di grana 15. Ibidem, ff. 204v-205. Il Rev.do D. Gaetano Iozzolini, sacerdote, possiede un tenimento di terre olivetate nel luogo detto “Valle di Lumia”, e paga alla “Chiesa dell’Idria” grana 20 per annuo reddito. Ibidem, ff. 248-248v. Giovanni Terzo di Paterno, possiede una clausura di terra olivetata in comune con Mattia Ierimonte, nel luogo detto “Valle di Lumia” per cui paga alla “Chiesa dell’Idria” grana 6 per annuo canone. Ibidem, f. 307v.

[lxxxvii] Domenico Balestrieri, mercante di panni, possiede nel luogo detto “l’Alici” una clausura di terre olivetate con giardino d’agrumi e altri alberi fruttiferi, per cui paga alla “Chiesa dell’Idrea” l’annuo canone di grana 10. ASN, Regia Camera della Sommaria, Catasti onciari, Busta 6970, ff. 60-61v.

[lxxxviii] Antonino Oliverio, bracciale, possiede nel luogo detto “sotto l’Alici” una pezza di vigna e una pastina con alberi fruttiferi, per la quale paga alla “Chiesa della Madonna dell’Idrea” annui grana 2 e ½. ASN, Regia Camera della Sommaria, Catasti onciari, Busta 6970, ff. 35v-36.

[lxxxix] Carlo Cosentino, bracciale, possiede nel luogo detto “l’Epitaffio” ½ tomolata di terra aratoria, con una rendita di grana 30 che paga per annuo canone alla “Chiesa della Madonna dell’Idrea”. ASN, Regia Camera della Sommaria, Catasti onciari, Busta 6970, ff. 48v-49. Carlo Malvasi, massaro di campo, possiede una pezza di vigna nel luogo detto “l’Epitaffio”, per cui paga alla “chiesa dell’Idrea” annui grana 5. Ibidem, ff. 49v-50.

[xc] Giuseppe Teani, possiede tre pezze di vigne con alberi fruttiferi in loco detto “la Motta”, pagando l’annuo canone di grana 50 alla “Chiesa dell’Idrea” e alla parrocchia di S. Maria de Plateis. ASN, Regia Camera della Sommaria, Catasti onciari, Busta 6970, ff. 149-149v.

[xci] Prospero Vasamì, massaro di campo, possiede una pezza di vigna in luogo detto “la Marina”, e paga alla “Chiesa dell’Idrea” per annuo reddito grana 5. ASN, Regia Camera della Sommaria, Catasti onciari, Busta 6970, ff. 190v-191.

[xcii] Gio. Maria Papaianni, bracciale, possiede una pezza di vigna nel luogo detto “l’Ulmi”, per cui paga l’annuo canone alla “chiesa dell’Idrea” e al mag.co Antonino Vasamì di grana 55. ASN, Regia Camera della Sommaria, Catasti onciari, Busta 6970, f. 142v.

 

Latest Comments
  1. Enzo milito

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*