Vicende feudali del casale “delli Cotronei” (sec. XIII-XVI)

Cotronei (KR).

Dopo la conquista dei Normanni e la costituzione dei “Feudi” e delle “Terre” nel regno di Sicilia, alcuni monasteri più antichi, che detenevano possedimenti (“Tenimenti”) in luoghi più distanti dal loro centro monastico, in alcuni casi ne furono estromessi, rientrando ormai questi nell’ambito di “Territori” diversi, altre invece li mantennero nell’ambito delle loro “Pertinenze”.

Cotronei (KR).

 

Prime notizie

L’esistenza del tenimento o casale dei “Cutroneorum” comincia ad essere documentata agli inizi del Duecento,[i] durante il dominio svevo, quando sappiamo che si trovava in territorio di Policastro e in diocesi di Santa Severina.

Fanno luce sulla sua esistenza due diversi provvedimenti emanati dalla cancelleria angioina ai tempi di re Carlo I d’Angiò che, ripercorrendo le sue vicende al tempo di Federico II, riferiscono che il “casale Cutrenei” o “Cutrunei” era appartenuto al monastero florense di S. Maria la Nova, titolo che, ormai da tempo, aveva assunto l’antico monastero greco dei Tre Fanciulli, posto invece in territorio di Caccuri e in diocesi di Cerenzìa. Sempre attraverso questa fonte, sappiamo che, successivamente, Corrado IV (1250-1254), figlio e successore di Federico II, aveva privato questo monastero del casale di Cotronei e del “tenimentum quod vocatur Coczuli” o “Cazuli” (Cocciolo), mentre tali beni erano stati poi usurpati dai fratelli “Guido et Iordanus de Amantea”, contro i quali ora re Carlo I provvedeva, rintegrando il monastero nei propri “Feudorum”.[ii]

Sigillo dell’università di Cotronei.

 

In territorio di Policastro

L’appartenenza del casale di Cotronei al territorio di Policastro sin da epoche antiche, risalta in occasione della lite che, attorno alla metà del Duecento oppose per più di un ventennio il monastero florense e i conti di Catanzaro.

Questa lite riguardò un’area di confine detta il tenimento di “Ampulinus”, esistente presso i limiti tra gli odierni territori comunali di S. Giovanni in Fiore e Cotronei che, dalla parte sud-orientale, era confinata dai fiumi Ampollino e Neto, mentre verso nord limitava con le terre del monastero di S. Giovanni in Fiore. I Florensi rivendicavano questo tenimento nelle pertinenze della “Sylae de Cusentia”, opponendosi ai conti di Catanzaro che, invece, lo dichiaravano ricadente nel territorio del loro feudo di Policastro.

In un documento datato in Sora nel luglio 1259, troviamo “Nicolaus de Trano, Riccardus de Brundusio et Jacobus de Avellino magnae regiae curiae iudices”, inquisire circa la lite sorta tra i due contendenti. In precedenza, presso la stessa curia, ma in Foggia, “frater Angelus yconumus, procurator, sindicus sive actor monasterii Sancti Ioannis de Flore”, era comparso in qualità di parte lesa, depositando un “libello” e costituendosi così in nome dell’abbate florense e del convento, contro “Petrum Comitam procuratorem egregi viri domini Nicolosi comitis Catanzarii”.

La lite verteva in merito al “tenimentum quoddam terrarum sylvestrium et culturum nemorum, sitam in dicto loco, qui dicitur Ampulinus in pertinentiis Sylae de Cusentia”, così confinato: “a parte meridiei est fluvius qui dicitur Ampulinus, a parte orientis est fluvius qui dicitur Netum, a parte septentrionis est terra ipsius monasterii, in loco qui dicitur Serraticum et si qui alii sunt confines”, in quanto il conte di Catanzaro “turbat, molestas et inquietat praedictos abbatem et conventus super possessionem praedicti tenimenti”, non permettendo loro di affittare i pascoli e di percepire la fida, nè di pascolarli con i propri animali che erano stati imprigionati dai suoi uomini. Quest’ultimo, inoltre, era intervenuto impedendo ai lavoratori impegnati nella produzione della pece di svolgere la loro attività, “prohibendo magistris furnorum picis existentium in tenimento ipso”.

Secondo la tesi sostenuta dal detto Angelo, le ingiuste pretese del conte poggiavano sul fatto che egli affermava di possedere il “tenimentum in libello designatum, quod dicit esse in pertinentiis Policastri et ignorat ipsum tenimentum esse in pertinentiis Cusentiae”. A questo punto, prestato giuramento e dato termine alle parti, così da poter produrre testi e documenti probanti, la seduta era stata aggiornata.

Successivamente i giudici si erano riuniti in Sora per emettere la sentenza, e poiché “ex parte dicti monasteri plene et legitime de intentione sua vidimus fore probatum, parte altera nihl probante, quod eius intentionem elideret”, avevano riconosciuto le ragioni dei Florensi contro quelle del conte e lo avevano condannato, ingiungendogli in futuro di non molestare e turbare nel merito l’abbate e il convento.[iii]

Evidentemente tale sentenza non fu sufficiente a rasserenare gli animi perché quasi cinque anni dopo, nell’aprile del 1264, ritroviamo “Nicolaus de Trano, Andreas de Capua et Jacobus de Avellino magnae regiae curiae iudices”, riuniti in Foggia per inquisire in merito alla stessa questione.

In precedenza, presso la stessa curia in Melfi, “frater Petrus yconumus, procurator, sindicus sive actor monasterii Sancti Ioannis de Flore” era comparso, costituendosi in nome dell’abbate florense e del convento contro “Raynaldum de Oddone procuratorem egregii viri domini Raulli (sic) comitis Catanzarii”. Anche in questo caso, prestato giuramento e dato termine alle parti per poter produrre testi e documenti, la seduta era stata aggiornata.

Trascorso questo termine, la curia si riunì nuovamente in Foggia. Nell’occasione però, il procuratore del conte non comparve innanzi ai giudici, nè altri lo fecero per lui. Comparve invece Petro, procuratore del monastero, presentando “instrumenta et privilegia” comprovanti i diritti di quest’ultimo.

Solo “vigesimo post ipsum terminum”, giunse innanzi ai giudici “Ioannes de Oddone de Catanzario” a trattare della detta “causae”, anche se privo di un “mandatum” da parte del conte o del suo procuratore. Egli però, sempre per parte del conte di Catanzaro, presentò un attestato nel quale erano inclusi alcuni documenti che furono sottoposti all’attenzione dei testi presenti (“auditoribus testium”). I giudici discussero tra loro se ammettere o meno queste prove documentali e si consigliarono, poi visto comunque che “de intentione praedicti sindaci dicti monasterii plene vidimus fore probatum, parte dicti comitis efficaciter nihil probante”, come in precedenza avevano riconosciuto le ragioni del  monastero contro quelle del conte, condannandolo nuovamente.

Tale sentenza fu emessa nonostante che, in uno “instrumentum” tra quelli prodotti in questa occasione, datato luglio 1253 e riguardante il tenimento oggetto della lite, fosse stata pronunciata una sentenza favorevole al conte di Catanzaro, rappresentato da “domino Riccardum Gactum procuratorem comitatus Catanzarii per dominum Petrum Ruffum”, contro il monastero di S. Giovanni in Fiore. Quest’ultimo lo rivendicava tra i propri possessi mentre, invece, secondo il detto Riccardo “ipsum de tenimento Policastri fore dicebat”. Il conte affermava che il tenimento in discussione “ratione dicti comitato pertinere”, mentre il suo procuratore Riccardo specificava che: “praedictum tenimentum esse de comitatu Catanzarii, quia de districtu et territorio Policastri tamquam de re feudali”.

Tale sentenza era stata emessa nell’ambito di un arbitrato tenuto da un “comitatus” composto dai “nobiles viros dominum Thomam de Marturano, dominum Arnonum de Genetocastro, dominum Gualcherium de Taberna, iudicem Raymundum de Cusentia et Iacobum Longum” che, “super proprietate et possessione et determinatione finium dicti tenimenti”, aveva sentenziato in favore del detto Riccardo “pro parte et nomine dicti domini Petri comitis Catanzarii”.

Relativamente a ciò, invece, i giudici della “magnae regiae curiae”, avevano ritenuto invalida tale sentenza, rigettandola.[iv] Dalle diverse posizioni assunte durante la lite, comunque, appare evidente che il tenimento conteso, risultava caratterizzato da notevoli incertezze circa i suoi diritti e i suoi sommari confini che, da una parte, si rifacevano all’antico uso dei Policastresi mentre, dall’altra, dovevano necessariamente contemplare la presenza più recente del monastero florense che, forte dei propri diritti e dei propri privilegi concessigli dai nuovi sovrani svevi, stava cominciando faticosamente a stabilizzarsi in quest’area di confine della Sila solo in questo periodo.

In evidenza il tenimento di “Ampulinus”. Particolare del F. 237 1:100.000 “S. Giovanni in Fiore”, 1927.

 

Conclusione della vicenda

Con l’avvento degli Angioini sul trono di Napoli, ritroviamo ancora la questione all’attenzione dei giudici della regia curia. Nel maggio del 1273 infatti, “Drivo de Regibayo miles in regno Siciliae magistri iustitiarii vicemgerens, Adimarius de Trano, Guillelmus Scilatus de Salerno, et Bartholomeus Bonellus de Barulo magnae regiae curiae iudices”, riuniti in Trani, furono ancora chiamati a pronunciarsi in merito alle ingerenze del conte di Catanzaro.

In precedenza, presso la stessa curia, ma in “Montem Fortem”, “frater Iohannes yconumus, procurator, et syndacus seu actor monasterii Sancti Ioannis de Flore”, era comparso costituendosi in nome dell’abbate florense e del convento, contro “Alduinum de Ursone de Catanzaro, procuratorem egregii viri domini Petri comitis Catanzarii”, adducendo le ragioni già precedentemente esposte in merito al tenimento conteso di “Ampulinus”.

Anche in questo caso, trascorso il termine dato, entro il quale, da parte del procuratore del conte “super eis probationes in curia prasentavit nec ipse comparuit”, i giudici, preso atto della sola presenza dell’economo del monastero e delle sentenze già emesse prodotte dallo stesso economo, condannarono nuovamente il conte di Catanzaro “ut a praedictis inquietatione turbatione et molestatione cesset, et prohibemus ei, ne praedicta faciat in futurum”.[v]

A questo punto, preso definitivamente atto delle sentenze sfavorevoli, il 2 Marzo 1278 in Crotone, “Petrus Ruffus de Calabria Dei et regia gratia comes Catanzarii in praesentia Gregorii de notario Benchivenna iudicis civitatis Cotroni, Basilii Mesimerii publici regii eiusdem civitatis”, riconosceva i diritti del monastero di S. Giovanni in Fiore riguardo il tenimento detto “Ampulinus”, così confinato: “Ab oriente est flumen Neti, ab occidente est Serraticum et fontana Apri, ab aquilone terra ipsiu monasterii, et a meridie est flumen dictus de Ampulino.”

Nell’atto egli sottoscriveva che il “tenimentum ipsum cum iuribus et pertinentiis suis iure proprietatis et possessionis pertinere ad dictum monasterium pleno iure”, come d’altronde si rinveniva nei privilegi già concessi al monastero dai sovrani Enrico VI e Federico II. Con tale atto, inoltre, il conte dischiarava che “renunciavimus nobis ipsis super qualibet questione tam mota quam movenda per nos vel alios nostro nomine, concedentes super tenimento praedicto omni futuro tempore perpetuum silentium in posterum.”.[vi]

 

Da Petro iuniore a Giovanni Ruffo e sua figlia Giovanna

Dopo essere appartenuto alla famiglia cosentina degli Amantea,[vii] partigiani di Petro Ruffo seniore al tempo delle lotte contro il principe di Taranto,[viii] agli inizi del dominio angioino il casale di “Cotroneo”, che compare tra le terre appartenenti al giustizierato di “Vallis Grati et Terre Iordane”,[ix] come evidenzia la “Cedula subventionis in Iustitiaratu Vallis Grati et Terre Iordane” (1276),[x] risulta tra i possedimenti dei conti di Catanzaro.

Già nel dicembre 1274 “Petrus Ruffus de Calabria” iuniore, nipote del precedente, risultava “dominus” di Cotronei,[xi] come compare anche successivamente nel 1290.[xii] Alla sua morte (Petro iuniore risultava ancora in vita il primo agosto 1310),[xiii] il suo primogenito Giovanni, nato dal matrimonio con Giovanna d’Aquino, figlia di Tommaso, divenne conte di Catanzaro e subentrò nel possesso dei beni paterni,[xiv] tra cui il casale di “Cotronei”.[xv]

Come testimonia qualche notizia della prima metà del Trecento, il periodo legato al suo dominio fu molto burrascoso e caratterizzato dallo stato di rivolta degli abitanti verso il feudatario.[xvi] Secondo quando scrive Ferrante della Marra alla metà del Seicento, riportando notizie contenute nei registri angioini relative agli anni 1333-1334, “Policastro con i Casali” passò a Goffredo Marzano, conte di Squillace, attraverso il matrimonio con Giovanna Ruffo, figlia di Giovanni conte di Catanzaro.[xvii]

Petro Ruffo di Calabria conte di Catanzaro.

 

I Morano di Catanzaro

Sempre secondo il Duca della Guardia, a cui attinge il Mannarino agli inizi del Settecento,[xviii] in seguito i “Cutroneos”[xix] passò ai Morano, che avrebbero iniziato a detenere il casale a cominciare della seconda metà del Trecento, quando “Nicolò” fu “il primo Signor de’ Cotronei” appartenente a questa famiglia.[xx]

Troviamo “nic(o)lo morano de Catanzario”, tra i testi che sottoscrissero un atto stipulato il 2 giugno 1385 in Catanzaro[xxi] mentre, alcune circostanze documentate, riguardanti i possedimenti feudali appartenenti al conte di Catanzaro in questo periodo, sembrano rimanere in linea con il fatto che, ancora a quel tempo, Cotronei era un suffeudo appartenente a Policastro.

Scorrendo un elenco riguardante i pagamenti dell’adoha nell’anno 1378, notiamo infatti che il conte di Catanzaro non risulta tassato per il feudo di Cotronei, pur continuando ad esserlo per Policastro, Mesoraca, e per le altre terre già precedentemente appartenute alla sua famiglia.[xxii] Anche in un atto successivo dell’11 luglio 1426, che elenca il feudo di “policastri” tra i possedimenti confermati da papa Martino V a Nicolò Ruffo, marchese di Crotone e conte di Catanzaro, Cotronei non compare tra questi.[xxiii]

Sembrano quindi poter essere complessivamente accettate le affermazioni di Ferrante Della Marra, secondo cui il feudo di Cotronei, dopo essere appartenuto a Nicolò Morano, pervenne prima a suo figlio “Gregorio” e quindi, a suo nipote “Teseo” che, sempre secondo il racconto del Duca della Guardia, gli sarebbe stato concesso nel 1438 da “Errichetta Ruffa Marchesa di Cotrone” e confermato da re Alfonso d’Aragona l’anno dopo.[xxiv] A questo punto i fatti esposti cominciano a trovare conferma anche negli atti della cancelleria del sovrano aragonese che, già in precedenza, aveva saputo dimostrare la sua benevolenza verso i Morano di Catanzaro.[xxv]

Il 23 dicembre 1444, mentre si trovava all’assedio del castello di Crotone, re Alfonso d’Aragona confermava e concedeva nuovamente al nobile “Janetto morano”, figlio pupillo ed erede del quondam nobile “Thesei morani”, i beni feudali, burgensatici e mobili esistenti nella provincia di Calabria, già appartenuti al detto Teseo “et sui Antecessoris”, concessi dai “n(ost)rorum predecessorum” e confermati dalla “maiestatis nostre eidem Theseo”, che questi “a longevis retrocursis temporibus possiderent”, tra cui troviamo menzionato il “pheudum” “situm et positum in territorio et pertinenciis t(er)re policastri quod dicitur dele Cotronei”.[xxvi]

Arme della famiglia Morano di Catanzaro: “forma uno scudo alquanto traverso, con un campo azzurro tagliato d’una sbarra d’oro, che dalla destra scende a sinistra, nella quale vi sono tre rose rosse” (Vincenzo D’Amato, Memorie Historiche dell’Illustrissima, Famosissima e Fedelissima Città di Catanzaro, 1670, p. 259). “Usa per armi questa famiglia in campo azurro una fascia d’oro, con tre rose rosse dentro” (Ferrante della Marra, Discorsi delle Famiglie Estinte, Forastiere, o non comprese ne’ Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra, 1641, p. 265).

 

Spopolamento del casale

Risale al tempo della ribellione di Antonio Centelles a re Alfonso d’Aragona, quando il feudo di Cotronei era detenuto da Teseo Morano, lo spopolamento del casale ed il trasferimento di tutta la sua “gente” nella vicina terra di Policastro.

Tra i capitoli concessi alla “universitatis et ho(mi)num t(er)re Pulicastri”, dati “in castris nostris felicibus prope Roccam b(erna)rdam” il 17 novembre 1444, VIII indizione, troviamo infatti, che quest’ultima, facendo notare che “ab antiquissimo”, possedeva “uno Casale no(mi)ne li cot.oney lo quale ene disfacto et tucta la gente ene dent.o la d(ic)ta terra”, chiese al sovrano di essere riconosciuta nel proprio diritto di pascolare liberante il tenimento del suo casale, essendone stata precedentemente impedita dal suo feudatario Teseo Morano, che aveva usurpato i diritti universali dei policastresi. In questa occasione il sovrano accolse la richiesta e appose il suo placet a questo capitolo, ripristinando così l’uso antico che risaliva al tempo “antequantus d(ic)tum Casale seu eius tenimentum foret d(ic)ti thesei morani.”[xxvii]

Qualche giorno dopo, mentre si trovava presso Belcastro, il sovrano nominò “Anthonio de morano de Cussentia” capitano di Policastro[xxviii] mentre successivamente, ebbe ancora modo di beneficiare i maggiori esponenti di questa famiglia, donando a “Joannes Antonio de morano”, “legum doctoris” di Catanzaro, alcuni beni demaniali siti nelle pertinenze della città Catanzaro.[xxix]

La chiesa di S. Nicola di Cotronei (KR).

 

Gli Albanesi

Dopo le vicende del conflitto che determinarono lo spopolamento di Cotronei, analoghe a quelle di altri centri del Crotonese in questo periodo, che furono abbandonati nel tentativo da parte del marchese di Crotone, di fare terra bruciata davanti all’esercito di re Alfonso d’Aragona,[xxx] la condizioni di forte depressione che già caratterizzava il territorio[xxxi] si acuì.

Fu così che “propter guerras et turbulentias temporum”, cercando di rivitalizzare la sua economia, la popolazione rimasta fu esentata dalle imposizioni e dalle decime.[xxxii] “Pollicastro” che contava al tempo 406 fuochi, fu affrancata dal pagamento del focatico per 10 anni.[xxxiii] Oltre a questi sgravi fu concesso ai feudatari di ripopolare le loro terre depresse, facendovi affluire da Levante genti albanesi di rito greco.

Rimane incerto stabilire una data precisa per quanto riguarda il ripopolamento di Cotronei in questa fase che, comunque, non dovette molto tardare. Segnali in questo senso arrivano infatti dalla vicina Policastro, dove l’esistenza della chiesa parrocchiale di “Sancti Nicolai de Grecis opidi policastri”, è documentata già da un atto del 16 marzo 1468, quando sappiamo che la sua rendita era stata unita a quella della chiesa arcipretale del casale di Cutro, sotto il titolo di San Giuliano, e provvista all’arcipresbitero Dominico de Albo.[xxxiv]

La presenza di “Albanesi” nel territorio di Policastro, tirata in ballo dal racconto romanzato dei fatti che avrebbero visto protagonista messer “Ioannetto Morano”,[xxxv] in occasione delle nozze tra sua sorella Costanza e Antonio Centelles,[xxxvi] prima che quest’ultimo fosse definitivamente messo da parte da re Ferdinando d’Aragona (1466), risulta comunque documentata solo agli inizi del Cinquecento, quando un “Foculario” del regno del 1521, evidenzia che la popolazione di “Polycastro” era cresciuta significativamente fino a 492 fuochi, a cui andavano sommati anche 44 fuochi di “Schiavoni” nella stessa Policastro ed 1 fuoco in “Cotrone” (sic), ossia di “Schiavoni greci et albanesi”,[xxxvii] mentre sappiamo che il luogo era divenuto rifugio per i “forosciuti” a cui dava la caccia il conte Andrea Carrafa.[xxxviii]

Notizie generiche circa segnali di ripopolamento del luogo invece, ci provengono già verso la fine del sec. XV. Tra i capitoli e le grazie concesse da re Ferdinando I all’università ed agli uomini della città di Cosenza e suoi casali, il 28 febbraio 1487 in Rossano, troviamo la richiesta dei Cosentini di essere riconosciuti “franchi” dal pagamento del diritto di “passagio” che era stato nuovamente posto a carico di ogni mandra di pecore “alli Cotronei” e “alla Roccabernarda”.[xxxix] Tale richiesta ricorre anche successivamente, tra i capitoli e grazie richieste dall’università ed uomini della città di Cosenza e casali al tempo del “Gran Capitano” Consalvo de Cordoba, vicere di Napoli (1503-1507), quando i Cosentini chiesero di essere affrancati dal pagamento del “passagio” o “carnagio” che doveva essere corrisposto al castellano di Cosenza, il quale esigeva “uno Carlino pernoctandoci per testa” relativamente alla “ragione del portello”,[xl] come si faceva anche alla “Rocca Bernarda” e in altri luoghi simili,[xli] tra cui il “Casale deli Cotronei” e le terre del comitato di Cariati.[xlii]

Il percorso della via che, da Cosenza, giungeva nel Crotonese passando per Cotronei e Roccabernarda, evidenziato sulla carta del T.C.I. 1:250.000 (1928).

 

Lo “ius solis”

Altre informazioni importanti circa il ripopolamento di Cotronei, ci giungono in questa fase attraverso una nota scritta minutamente dal Mannarino a margine di uno dei fogli della sua “Cronica”, dove il padre francescano ricopiò un breve brano originariamente riportato al foglio 37 dell’inventario scritto dal notaro Paolo Spoletino nel 1520, attraverso cui il conte Andrea Carrafa, allora feudatario di Policastro, fu reintegrato nei propri possedimenti.

In questo brano leggiamo che, “In primis”, il conte fu reintegrato nel possesso del feudo di Cotronei, con lo “ius solis” dovutogli dai “Graecos, et aliis Vassallorum”, circostanza che ci permette di evidenziare che, lo stanziamento dei coloni albanesi, giunti assieme ad “altri” nuovi vassalli a ripopolare il casale, non avvenne nello stesso luogo in cui quest’ultimo era esistito precedentemente, ma in un luogo diverso soggetto al dominio del feudatario che, in ragione dei propri diritti feudali sul suolo concesso ai nuovi venuti per erigere le proprie case, riceveva il pagamento di un censo annuale.

A quel tempo il “Feudum Crotoneorum” posto nel “Territorium” di Policastro, apparteneva al barone Lucantonio Morano, nipote ed erede di Giannotto, che aveva avuti confermati i feudi di famiglia con privilegi del Re Cattolico (1507) e di Carlo V (1518),[xliii] trovandosi così ad essere suffeudatario del conte di Santa Severina.[xliv]

Attraverso la breve e molto frammentaria descrizione tramandataci dal Mannarino, rileviamo che il territorio del casale di Cotronei, posto nella “Regione Aquilonare” del territorio policastrese, comprendeva un’area incuneata tra i corsi dei fiumi Neto e Tacina, i cui confini iniziavano dall’antico ponte sul fiume Neto, risalendone il corso e proseguendo verso nord seguendo l’alveo del fiume Ampollino, fino ad incontrare la via pubblica che conduceva a Cosenza, quindi discendevano verso sud fino alla Serra de Sproviero e, costeggiando il termine di Rivioti, feudo di Joannes Battista Campitelli,[xlv] attraversavano le località Vallone Turvole e Colle Grotte, per ritornare infine al luogo dove si trovava l’antico ponte sul Neto.[xlvi]

In evidenza il casale di Cotronei rifondato con Albanesi.

 

Albanesi e italiani

Verso la metà del Cinquecento le vicende del piccolo casale di Cotronei, costituito essenzialmente da un gruppo di famiglie albanesi di rito greco, mutarono a seguito dell’arrivo di nuove famiglie italiane di rito latino, che andarono ad aggiungersi ai precedenti coloni.

A quel tempo Cotronei, che risulta fra le università del Marchesato tenute a contribuire ai lavori di rifortificazione della città e del castello di Crotone (1541), mediante le forniture di buoi,[xlvii] pietra e calce,[xlviii] in seguito corrisposte attraverso un pagamento in denaro in tre rate annuali,[xlix] godeva ancora di una propria autonomia nei confronti dell’autorità ecclesiastica del luogo e di alcune esenzioni e privilegi, concessi ai coloni greci dai feudatari con il beneplacito dei sovrani, per rendere più appetibile il loro nuovo insediamento.

Questa situazione risulta ancora ben evidente in occasione della visita arcivescovile compiuta nel giugno 1559, occasione in cui il vicario dell’arcivescovo di Santa Severina Gio. Battista Ursini, visitò tutti i luoghi abitati della diocesi, ma non si recò a Cotronei, né visitò Scandale e S. Mauro che, essendo tutti abitati da Albanesi di rito greco, “erano autonomi ed esenti per privilegio dalla visita e da ogni prestazione dovuta all’ordinario del luogo.”[l]

Tutto ciò mutò drasticamente al tempo di papa Pio IV (1560-1565) che, volendo dare corso alle direttive approvate nel concilio tridentino, “per litteras in forma Brevis”, abrogò ogni privilegio ed esenzione, goduto da chiunque praticasse il rito greco, in maniera tale che tutti costoro divennero “soggetti alla visita, alla correzione, alla giurisdizione degli ordinari del luogo e costretti a vivere cattolicamente con la persuasione o con la punizione.”[li] Una nuova situazione che consentì d’imporre agli Albanesi nuove tasse.

Troviamo così che, oltre a dover pagare annualmente all’arcivescovo di Santa Severina un censo di “pullorum vigintiCinque”, che gli corrispondeva personalmente per “Cotronej” il “papasso” greco di “Trojani”,[lii] gli Albanesi di Cotronei cominciarono a pagare all’arcivescovo anche lo “jus mortuorum”. Nel “Libro de tutte l’intrate de lo arcivescovado de’ s(a)nta Anastasia”, relativamente all’anno 1566, troviamo annotato infatti: “Lo Jus mortuorum deli troyani et de le rayetta et deli cutronej si rescote ad misoraca”.[liii]

La circostanza relativa al pagamento di un censo di una gallina a fuoco a titolo di “casalinaggio” o “ius solis”, sembra trovare riferimenti in questo periodo, anche nei conti dei regi tesorieri che avevano il compito di esigere i pagamenti fiscali ordinari e straordinari spettanti alla Regia Corte. Relativamente all’annata 1564-1565 sappiamo infatti che, secondo la “veteris num.nis”, “Cotronei” risultava tassata per 25 fuochi, mentre era stata liquidata per 31 fuochi nella “nova num.ne” l’11 dicembre 1565. A questa data, comunque, il casale risultava tassabile anche per ulteriori 52 fuochi “albanensibus”, che avrebbero dovuto cominciare a pagare gli “jura fiscalia” spettanti loro, iniziando dal “Tertio Nativitatis” della 9.a indizione.[liv] Sempre relativamente ai pagamenti fiscali, nell’annata 1579-1580 l’università di “Cotronei” risultava invece tassata per 37 fuochi.[lv]

 

Note

[i] Nell’aprile 1219, in Basilea, Federico II concede e conferma in perpetuo al “monasterio de Flore”,  la “grancias, quas habet in tenimentis Cherentiae, Cusentiae et Cutroneorum, videlicet Berdò, Fluca, Canalem cum Bottulo et locum, qui dicitur Albae …” (De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, pp. 80-82). Gli “Homines Sanctae Severinae, et Cotronei” risultano anche in una copia della bolla di Lucio III (1183), estratta da “D. Fran.cus Ant.o Grotteria Not.o Ap.cus, Archivista et Canc.rius Curiae Archiep(iscopal)is p(raedi)ctae”, conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Santa Severina. AASS, 22A ff. 75-77.

[ii] “Provideat ne Guido de Amantea usurpet casale Cutrenei et tenimentum quod vocatur Coczuli, ad monasterium S. Maria Nove spectantia.” Reg. Ang. VII, 1269-1272, p. 161. “Cum Guido et Iordanus de Amantea, fratres, occupent casale Cutrunei et tenimentum quod vocatur Cazuli, de quibus monasterium S. Marie Nove, ord. Florensis, fuit destitutum tempore qd. imperatoris Corradi, nati Frederici, mandat pro reintegratione possessionis pred. feudorum ex parte pred. monasterii.” Reg. Ang. IX, 1272-1273, p. 271.

[iii] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, pp.146-147.

[iv] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, pp. 152-154.

[v] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, pp. 155-157.

[vi] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, pp. 158-160.

[vii] 1257, Cosenza. “Ad honorem igitur beati Iohannis, cuius nomini Florensis monasterium est dicatum”, “Michael de Amantea civis et habitator Cusentie et Mabilia uxor eius”, donano nelle mani di “dompni Orlandi”, abbate del monastero florense, una casa in Cosenza nel loco detto “Revocati”. De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, p. 247.

[viii] Da una inquisizione condotta in “Amantea” nel 1277 ca., risultava questa testimonianza: “Iohannes de judice Michaele … dixit quod nulla restitutio facta fuit in terra ipsa, set dominus Strangius de Amantea, qui aufugit de regno, pro eo quod adherebat comiti Perro de Calabria comiti Catanzarii, rediens in regnum cum domino nostro rege autoritate sua reaccepit bona sua, que tenuerat in Amantea et erant in manu curie, concessa tamen per principem Tarentinum Matheo de Penna.” Sthamer E., Bruchstücke Mittelalterlicher Enqueten Aus Unteritalien, in Abhandlungen der Preussischen Akademie der Wissenschaften, Phil-Hist. Klasse NR. 2, Berlin 1933, p. 59.

[ix] Reg. Ang. XIII, p. 267.

[x] “Cutronei” risulta tassato per unc. 9, tar. 4 e grana 12. Minieri Riccio C., Notizie Storiche tratte da 62 Registri Angioini dell’Archivio di Stato di Napoli, 1877.

[xi] “Petrus Ruffus de Calabria Comes Catanzarii notatur ut dominus Castri Maynardi, Badulati, Rocce Bernarde, Policastri, Cutroni, (sic) Mesurace, Castelli ad mare et aliorum castrorum.” Reg. Ang. XII, p. 143. Maone P., Notizie Storiche su Cotronei, in Historica n. 4/1971, pp. 218-219 e nota 14. “Già nel 1273 (sic) il medesimo Pietro Ruffo era noto come Signore di Castelmonardo (Filadelfia), Badolato, Roccabernarda, Policastro, Cotronei, Mesoraca, castella ed altre terre”. Sisca D., Petilia Policastro, 1964, rist. 1996, p. 93 , che cita: “Registri della Cancelleria Aragonese (sic) Vol. XII 1273 – ib. Pag. a43 – Fonti Ms Soc. Napoli XXV – A. XII f. 136.

[xii] “Crebbe Pietro di stato, perché, oltre Catanzaro, ebbe Cotrone, che fu nelli 1284, Mont’alto e Mesiano e poi, ne’ 1290, Mesuraca, Rocca Bernarda, Castelmonardo, Policastro e tant’altre città e terre per tutta la Calabria che potè darsi titolo di comes Calabriae.” (Fiore G., Della Calabria Illustrata III, ed. Rubettino 2001, p. 95). “E già che siamo nel filo de’ suoi dominanti, l’anno 1290 vi ritrovo signore Pietro Ruffo Conte di Catanzaro;” (Fiore G., Della Calabria Illustrata I, ed. Rubettino 1999, p. 452). “… nel 1290 Pietro Ruffo conte di Catanzaro, oltre la città di Catanzaro e la castellania di Crotone, «si trovava possedere Misuraca, Roccabernarda, Policastro, Castell’a mare, Castelmenardo, Badulato, S. Giorgio, S. Senatore, Gamaiore, Pantona, Buda, Cotronei e la Catona»”. Maone P., Notizie Storiche su Cotronei, in Historica n. 4/1971, p. 219.

[xiii] ACA, Cancillería, Reg. 2907, ff. 24r-25v.

[xiv] Un atto stipulato nel 1308, documenta che Petro Ruffo ottenne la possibilità di disporre e fare legato in favore dei figli cadetti Nicola e Corrado, di alcune terre che non facevano parte integrante della contea di Catanzaro. In quest’atto, assieme a “Policastro”, risultavano menzionate anche “Mesoraca”, “Rocca Bernarda, Rosarno, il luogo detto Li Castelli e Tacina”. Comunque il tutto passò al primogenito Giovanni. Ventura P., Maone P., Isola Capo Rizzuto nella scia della grande Crotone, 1981, pp. 257-258; che cita ASN, C. De Lellis (MS), Notamenta, ecc. cit., Pars I, Vol. II, f. 1308.

[xv] “Costui (Giovanni ndr) fù il quarto Signor di Policastro, e delli suoi Casali Cotronei San Demetrio, e Copati appunto nell’anno mille trecento e nove”. Mannarino F. A., “Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro” (1721-23), f. 29v.

[xvi] “Naturalmente, nessun vassallo, può abbandonare il suo borgo ed il suo signore, ed è diritto del signore invocare dallo Stato tutti gli aiuti possibili per ricuperare i vassalli fuggiaschi. La Curia accorda, normalmente, gli aiuti richiesti, ma se il fuggitivo ha abitato per dieci anni una terra demaniale, non può più essere rivendicato dal feudatario. Sempre così: il Re e il Duca di Calabria seguono in sì fatta materia, un criterio assolutamente rigido. Si risponde così al Conte Pietro Ruffo di Calabria che si lamenta di essere stato abbandonato da numerosi vassalli”. (Caggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi Volume I, 1922, p. 293; che cita Reg. Ang. n. 191 c. 174, 29 maggio 1309).

Nel 1327 Giovanni Ruffo “ebbe a querelarsi contro i vassalli di Policastro i quali gli avevano bruciato il palazzo e cacciati via a viva forza i suoi ufficiali” (Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996 p. 95, che cita il Registro Angioino dell’anno1327 A fol. 44 t.) mentre nel luglio del 1330, tre cavalieri “Rogerius de Rivioto, il figlio Nicola e Giordano del medesimo casato” con 500 uomini, “occuparono Policastro, ne scacciarono i funzionari del Ruffo e di la mossero alla conquista di Roccabernarda e Misuraca”. (Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 96 che cita il Registro Angioino 283 e 53 – 11 luglio 1330). Lo stesso Sisca riferisce che, evidentemente costretto dagli eventi, l’anno dopo (1331) il conte di Catanzaro Giovanni Ruffo donava al cavaliere Ruggiero di Stella i feudi di Policastro. (Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 96 che cita i Registri Angioini dell’anno 1331-1332 A fol. 31).

[xvii] “La moglie del conte Goffredo fu Giovanna Ruffo figliuola del Conte di Catanzaro, e gli portò in dote Policastro con i Casali: (al margine: “1333-1334 B. 194.”) con la quale hebbe due figliuoli, Roberto e Tomaso; (al margine “1345 A. 59.”) oltre due femine”. Ferrante della Marra Duca della Guardia, Discorsi delle Famiglie Estinte, Forastiere, o Non comprese ne’ Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra, Napoli 1641, p. 249. “E la quinta Signora divenne Giovana Ruffa sua figliola, e per lei Goffredo di Marzano Conte di Squillaci, e grand’ammirante del Regno nel mille trecento trenta.” Mannarino F. A., cit.

[xviii] “Tra essi è più certa, e fresca la memoria del Casale deli Cotronei e tutti quatro questi Casali erano situati alla Regione Aquilonare. Di questo ultimo però, ch’è il più distante sei miglia in circa ne appare la prima Reggia Investitura Gia che trecento cinquant’anni indietro la Città medesima ne investì sol per due Generazioni di Padre e figlio la famiglia Morana sua Padrizia Benemerita, sopra dove aveasi pur riserbato oltre l’Omaggio ed’annuo tributo d’un falcone, con altre ragioni di vera sovranità, nonche le prime Cause, e le seconde così Civili come Criminali, e miste in grado d’appellazione in seconda Instanza siccome da molti Processi antichi decretali delli Governatori pro tempore di Policastro, in causa di Giuridica appellazione delle parti gravate or mentre col Privilegio della Possessione ricalcitano gli successori alla Devoluzione del Feudo; Finalmente a tempo del Baron Luc’Antonio Morano, le fù [rein]tegrato alla Città d’ordine Reggio; e così va descritto in nuovo Inventario dell’anno mille cinquecento venti.” Mannarino F. A., “Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro” (1721-23), ff. 98-98v.

[xix] I “Cutroneos” risulta in un atto del 24 dicembre 1333, contenente la ricognizione dei confini del “tenimentum Cosentiae, in quo est Sila”: “… et exinde vadit ad portum et descendit usque ad flumen Neti, et ascendit ad Hominem mortum supra Cutroneos et ab inde descendit ad flumen Tacinae, et ascendit et ferit ad Petram scriptam supra Policastrum”. De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 170-172. Cancro M., Privilegii et Capitoli della Citta de Cosenza et soi Casali, concessi dalli Serenissimi Re de questo Regno de Napoli confirmati et di nuovo concessi per la Maiesta Cesarea et la Serenissima Maieta del Re Philippo Nuostro Signore, Napoli 1557, pp. 113-114.

[xx] “Appare Tancredi per iscrittura del 1350 esser Signor di Morano, da cui nacquero Ampollonio, e Nicolò, il quale fu il primo Signor de’ Cotronei.” Ferrante della Marra, Discorsi delle Famiglie Estinte, Forastiere, o non comprese ne’ Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra, 1641, p. 263.

[xxi] “nic(o)lo morano de Catanzario” risulta tra testi che sottoscrissero il testamento di “Simeonis de Bondelmontibus de flor.a”, stipulato il 2 giugno 1385 “apud Catanzarium intus salam cast.m eiusdem” (ASFI, pergamene Normali; cod. id. 00077072. Segnatura antica (su cartellino) 1385 giugno 2. Rinuccini. Regesto in tomo 85, carta 52 V), mentre “dominum Joannem Moranum de Catanzario legum doctorem”, assieme a “T.” vescovo di Catanzaro, compare in un atto stipulato il 15 marzo 1411 in Cirò, quando rivestì il ruolo di arbitro in merito ad una discordia tra il vescovo di Umbriatico e gli ecclesiastici dei Casali del Manco di Cosenza, riguardante la cessione della metà del diritto di decima relativa ai frutti delle mandrie. AASS, 7A, ff. 1-4.

[xxii] “Comes Catanzarii. Pro Comitatu Catanzarii, consistente in ipsa Civitate Catanzarii, Castris Pollicastris Mersurace, Castro Maris, Castellorum Tagine, Badulati et Turri Bruczani milites octo uncias octuagintaquatuor.” Biblioteca comunale di Bitonto, Fondo Rogadeo, Ms. A 23 p. 93 (ASNA, ex Reg. ang. 373, f. 84v).

[xxiii] 11 luglio 1426. Papa Martino V conferma al “nobilis vir Nicolaus Ruffus Marchio Cotronis” i seguenti possessi: “… Cotroni cum marchionatus ac Catanzarii civitatis, cum comitatus dignitate / titulo et honore huiusmodi quae marchionatus et comitatus dignitatis titulos et honores, necnon Cotroni marchionatum et catanzarii comitatum / intregros ipsiusque et cotroni Civitatem predictarum Casalia districtus jura / jurisditiones et pertinentias universa ac ypsigro cum pertinentiis Aligii melixe / feudi s(an)cti stephani et policastri Rochebernardi mesurace castellorum / maris Tacine et s(an)cti mauri de Caraba Roche s(an)cti Juliani Gimiliani / Tirioli et Rosauni terras (cum Cutri s(an)cti Johannis de monacho papanichifori Cromiti Apriliani mabrocoli misicelli lachani Crepa / coris massanove et turisinsula Casalibus) necnon castri maynardi / Barbari cum Cropano ac sancti niceti Baronias cum pertinentiis / et fortellitiis earumdem. Item quoque Castrivetus cum membro / tenimento placanice Et cultura s(an)cti fili ac favato et pellacano Ad / terram roccelle s(an)cti victoris di provincia calabria citra et ultra nec / non Cabellam sete predicte civitatis Catanzarii et aliorum locorum / eidem marchioni iam dudum per Carolum iij Bonamemorie concessas et / Concessa Ac ladizlaum eiusdem regine germanum sucessive Jherusalem et / sicilie dive memorie reges confirmatas et confirmata, … necnon / eadem marchioni terram que dicitur taberna Catacen(sis) dioec(esis) …”. ASV, Reg. Vat. Vol. 355, ff. 287-288.

[xxiv] “E per dar luce di ciò, ch’è pervenuto alla notitia nostra de’ Morani, s’ha da ritornare ora a Nicolò secondogenito di Tancredi, e primo Barone delli Cotronei; fu padre di Gregorio, da cui nacque Teseo terzo Barone delli Cotronei, et anche di Melissa l’anno 1438 concedutala da Errichetta Ruffa Marchesa di Cotrone, la quale nel privilegio lo chiama suo Compagno, e l’anno seguente 1439 fu investito anche per se, et per un’herede del Criminale di Martorano da Re Alfonso I al cui parlamento si vede tra’ Baroni del Regno intervenire esso Teseo Morano. Da Teseo nacquero Giannotto, che fu il 4 Barone de’ Cotronei, e Costanza, la quale fu seconda moglie del Marchese di Cotrone Centeglies.” Ferrante della Marra, Discorsi delle Famiglie Estinte, Forastiere, o non comprese ne’ Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra, 1641, p. 265.

[xxv] Il 17 marzo 1441, in Gaeta, re Alfonso de Aragona conferma al nobile “Theseus moranus de catanzaro miles”, il possesso del “feudum unum vocatum Sanctus Leo Turrutius et Scandalus”, sito “in territorio et districto” di Santa Severina “seu alibi suis locis”, che gli era stato concesso da Enrichetta Ruffo, marchesa di Crotone e contessa di Catanzaro, moglie di Antonio Ventimiglia, alias Centelles (ACA, Cancillería, Reg. 2905, ff. 74v-75r). Lo stesso giorno e nello stesso luogo, il sovrano confermava al nobile “Andreas moranus de catanzaro”, il “feudum unum vocatum Sanctum Stephanum”, sito nelle pertinenze della terra di Santa Severina della provincia di Calabria, concessogli da Enrichetta Ruffo (ACA, Cancillería, Reg. 2905, ff. 75r-v).

[xxvi] Oltre al feudo di Cotronei sono menzionati: il feudo sito nel territorio di “Castri meniardi” detto “pheudum dela flumara”, il feudo sito nelle pertinenze della città di Catanzaro detto “pheudum dela malaspina”, e “Item pheudum unum aliud situm et positum in territorio et pertinenciis t(er)rarum Ceroci et melise quod dicitur pheudum sancte venere.” ACA, Cancillería, Reg. 2909, ff. 106v-107r.

[xxvii] “Item peteno che ab antiquissimo haveno avuto uno Casale no(mi)ne li cot.oney lo quale ene disfacto et tucta la gente ene dent.o la d(ic)ta terra alo quale tenimento de lo dicto casale so solito pascere francho tanto ad herbagio quanto ad gliande, et per Theseo morano lo q.ale si impet.ao lo d(ic)to tenimento de lo dicto casale si usurpao et de guastao certi Raysoni li quali havia la d(ic)ta terra alo terreno de lo d(ic)to casale piacza ala v(ost)ra ma.ta concedere ala d(ic)ta universita che per nullo t(em)po li sia anullata ne levata la Ragione loro Et in casu che la ma.ta v(ost)ra la concedesse ad alcuna persona che la d(ic)ta universita sempre nce vada francha con loro Bestiame senza nullo pagamento como foro sempre soliti como loro casale. Placet Regie ma.ti quod circa petita t.actent prout Antiquitus v(idelicet) antequantus d(ic)tum Casale seu eius tenimentum foret d(ic)ti thesei morani.” ACA, Cancillería, Reg. 2904, f. 185r.

Nella stessa occasione i cittadini di Policastro chiesero al re di essere riconosciuti franchi nell’esercizio della caccia nel tenimento del loro casale di Cotronei, e di ottenere la concessione di una salma di terreno ciascuno nel detto tenimento. “… et cossi ancora che lle palombare le quali sono ali terreni de la d(ic)ta terra oy ali cotronei nce possano cazare franchi senza nullo pagamento Et similiter non siano tenuti li cazaturi ad pagare lo quarteri ala corte de nulla cazia salvagia che facessero. Placet Regie ma.ti.” “Item peteno de gracia che loro sia concesso che possano aperire una salma alo tenimento de pulicast.o quale ey alo terreno de li cotroney o vero in omni alt.o luocho che fosse de lo d(ict)o terreno. Placet Regie ma.ti iuribus Regiis semper salvis.” ACA, Cancillería, Reg. 2904, ff. 185r-185v.

[xxviii] 23 novembre 1444, nell’accampamento regio presso Belcastro, re Alfonso de Aragona nomina “Anthonio de morano de Cussentia” capitano di Policastro. ACA, Cancillería, Reg. 2904, f. 191v.

[xxix] 17 marzo 1446, da Castelnuovo in Napoli, re Alfonso de Aragona dona in burgensatico a “Joannes Antonio de morano”, “legum doctoris” di Catanzaro, alcuni beni demaniali siti nelle pertinenze della città Catanzaro e cioè: il territorio detto “deli Castachi” e il giardino con il territorio detti “dela Umbrara”, confinante con le terre di “Karoli morani legum doctoris”. ACA, Cancillería, Reg. 2908, ff. 112r-112v. “johanneantonio morano” e “karolo morano”, cittadini di Catanzaro, sono menzionati ancora in un atto del 2 agosto 1447. ACA, Cancillería, Reg. 2912, ff. 156v-159r.

[xxx] Tra i capitoli concessi “pro Universitate Sancte Severine” dati “in n(ost)ris felicibus Castris apud Sanctam Severinam” il 20 novembre 1444 indizione VIII, troviamo: “… la dicta Cittate de Sancta Severina cum soy casali como ey cutro Sancto Iohanni Monacho et Sancto Mauro Turlucio Sancto Leo Scandale Sancto Stephano li quali licet non habitano ca so sfatti et depopulati in tuto …”. ACA, Cancillería, Reg. 2903, f. 179r.

[xxxi] Con una bolla datata 19 luglio 1431, papa Eugenio IV (1431-1447) accoglieva la richiesta del ministro provinciale dei frati osservanti di Calabria che, su richiesta dell’università di Policastro e del marchese di Crotone, chiedeva per gli osservanti il convento di Santa Maria Eremitorio rimasto da tempo vuoto “propter malam temporum conditionem”. Mauro D., Momenti storici e tradizioni rurali della S. Spina di Petilia Policastro, Catanzaro 1984, pp. 172-173.

[xxxii] Scalise G. B. (a cura di), Siberene, p. 238.

[xxxiii] “LE TERRE FRANCHE DE FOCHI CHE FORO DE LO MARCHESE DE CROTONE che cominçaro de mense decembris usque et per totum mensem ianuarii VIII indictionis per annos X” (…) Pollicastro f. CCCCVI”. Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, 1963, pp. 277-278.

[xxxiv] ASV, Reg. Lat. 666, ff. 136-137v. 16 marzo 1468: “Archidiacono Sanctae Severinae. Parochialis ecclesia S. Nicolai de Graecis, oppidi Policastri, Sanctae Severinae dioc., unitur parochiali ecclesiae, archipresbiteratu nuncupato, S. Juliani Casalis Cutri, dictae dioc., ex eo quod redditus sint nimis tenui, ac de ipsa providetur Dominico de Albo, archipresbytero dictae ecclesiae S. Juliani.” Russo F., Regesto II, 11923.

Successivamente, una chiesa sotto il titolo di San Nicola “de grecis” risulta tra le parrocchie di Santa Severina, come documenta la reintegra del feudo fatta ad Andrea Carrafa nel 1521 (AASS, 1A, f. 11) mentre, San Nicola “de grecis” compare per la prima volta, tra le chiese parrocchiali di Crotone in un atto del 12 giugno 1518 (ASCZ, Pergamena n. 24).

[xxxv] 1478. “Magnifico messer Ioanne de Morano per quattro suoi feudi: uno de Contronei, (sic) l’altra dela Funnata, (sic ma dela Flumara) l’altro di Domino Federico, et un altro Nobile chiamato Truco (sic, ma Trivio) et Santa Venera in Catanzaro concesso dal conte di Catanzaro per l’adoha.” ASN, Reg. Camera della Somm., Segreteria, Inventario. “Giovanni de Morano vi possedè quattro feudi cioè: Cotronei, Delaiunnata, (sic ma dela Flumara) Truco, (sic, ma Trivio) e Santavenere per concessione del suo conte. Giustiniani L., Dizionario Geografico-Ragionato del Regno di Napoli, tomo III, Napoli 1797, pp. 396-397, che cita: “Litterar. partium 18. an. 1478 n. 28. cam. V. litt. A. sc. I. fol. 71.”  “M. Ioannetto Morano” è menzionato in un atto del 13 giugno 1487. Volpicella S., Regis Ferdinandi Primi Instructionum Liber (1486-1487), Napoli 1861, pp. 231-232.

[xxxvi] “Arrivò questa Signora a nozze si grandi, perché essendo stato autore Teseo suo padre, ch’Errichetta Ruffa Marchesa di Cotrone, ricusando il matrimonio dell’Avalos, si rimaritasse ad Antonio Centeglies, il quale dopo la morte della Marchesa, venuto in campagna con l’occasione della caccia a differenze con Teseo, come che i gran beneficii si sogliano con grande ingratitudine sodisfare, a cavallo, com’erano, mise il Marchese mano ad una pistola, e con quella Teseo uccise; la qual’offesa volendo vendicar Giannotto suo figliuolo, con una gran Compagnia d’Albanesi a cavallo, perseguitò talmente il Marchese, che per togliersi da tale inimicitia, li parve anche per sicurezza della pace di ricercarli, e senza dote Costanza la sorella per moglie.”  Ferrante della Marra, Discorsi delle Famiglie Estinte, Forastiere, o non comprese ne’ Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra, 1641, p. 265.

[xxxvii] Pedio T., Un Foculario del Regno di Napoli del 1521 e la Tassazione Focatica dal 1447 al 1595, in Studi Storici Meridionali n. 3/1991, pp. 264-265.

[xxxviii] “Inoltre, in quell’epoca, il Conte Carafa rendeva consapevole il vicerè che “multi homini de Sancta Severina, Cutro et Policastro vanno forosciuti et despersi per quesse provincie de Calabria, et signanter sono receptati in le infrascripte terre; in la Rocca de Neto, Berzino, Caccuri, Strongoli, Casobono, Corigliano, Cotronei, Mosoraca et Belcastro et in altri lochi; e reclamava che questi pericolosi fuorusciti fossero acciuffati e consegnati alla giustizia.” De Frede C., Rivolte Antifeudali nel Mezzogiorno d’Italia, 1962, pp. 10-11.

[xxxix] “ITEM supplicano, che siano franchi del passagio novamente indutto alli Cotronei et alla Roccabernarda, fanno pagare ad omne Mandra de pecore quindici carlini alla Roccabernarda, et tre alli Cotronei. CAMERA Summarie super supplicatis provideat.” Cancro M., Privilegii et Capitoli della Citta de Cosenza et soi Casali, concessi dalli Serenissimi Re de questo Regno de Napoli confirmati et di nuovo concessi per la Maiesta Cesarea et la Serenissima Maieta del Re Philippo Nuostro Signore, Napoli 1557, f. 57v.

[xl] “ET hanno capituli ditti Casali che ditto Castellano per ragione del portello non possa domandare se non grana dece revocando la consuetudine de quindici Carlini soleva havere, al presente il Castellano exige ditti quindici Carlini, ad V.S.I. piaza farci observare ditto capitolo ad unguem. PLACET Illustrissimo Domino servari dictum capitulum.” (Ibidem, p. 74).

[xli] “ITEM che siano franchi del passagio del Castello de Cosenza et cossi del carnagio, et che non siano tenuti pagare al portello eccetto che uno Carlino pernoctandoci per testa, et similiter lo passagio dela Rocca Bernarda et de ogni altro passagio solito pagarli in la provintia. IN premissis stetur consuetudini.” (Ibidem, cit., p. 70).

[xlii] “ITEM ditta Città et Casali fanno intendere alla prefata Catholica Maiesta como da certi tempi cqua in lo contato de Cariati et suo territorio sonno stati imposti alcuni passagi contra il solito in grave danno deli populi et etiam in la terra de la Rocca Bernarda et Casale de li Cotronei per tanto supplicano la prefata Catholica Maiesta se degni provedere et ordinare che de cetero in ditta Citta de Cariati et altre terre del contato, et etiam in la dicta terra dela Rocca Bernarda et Casale deli Cotronei li citatini de ditta Città de Cosenza et casali non siano constretti ad pagamento nesciuno per causa de ditti Passagi seu carnagi per essere insoliti et imposti contra ogni dovere, maxime che non ci sono castelli ne forteze.

REGIA Maiestas mandat quod provintialis Gubernator provideat, ne quid iniuste innovetur.” (Ibidem, pp. 81-81v).

[xliii] Pellicano Castagna M., Storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, II, 1996, p. 181. 1516: “Agio liberato per una ptesta et copia delo barone deli Cutrinei gr. dece, duc. 0.0.10.” “Lo s. Luca Antonio Morano deve dare ducati sei per lo afficto de sancto Costantino et so’ de questo anno quarte indis, duc. 6.0.0.” Bresacchio G., L’argentera di Longobucco, l’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo e il porticciolo di Castella in un manoscritto del Cinquecento, 1972, pp. 87 e 92.

[xliv] A Lucantonio Morano succederà poi suo figlio Giovanfrancesco che sposera Porzia de Beccuti di Cosenza. Pellicano Castagna M., Storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, II, 1996, pp. 181-182.

[xlv] 2 marzo 1520 VIII indizione. Celico. Davanti al notaro al giudice e ai testi sottoscritti, si costituiva il sostituto del procuratore di Joannes Battista de Campitello “baronis terre melisse”, contro il “mag.co u.j.d. d(omi)no fran.co de yasio R.io conmisario deputato super rehitegracione jurium e feudorum Ill.i D(omi)ni Comitis S.te Severine”, relativamente ad una “peticione” di quest’ultimo contro il detto barone ritenuta sospetta di falso. ASCS, notaio Napoli di Macchia vol. 16, 1543, ff. 103-105v.

[xlvi] “Inventario del Conte Caraffa fatto con Privileggio Reale, e con lautorità … per mano di NN. Paolo Spoletino al foglio 37 così prosegue Haec sunt Pheuda Curiae in T(er)rae Policastri [re]integrata. In primis Feudum Crotoneorum situm, et positum in Territorium praedictae t(er)rae cum ius solis Graecos, et aliis Vassallorum redditibus, Gabellis, Censibus, aliisque Iuribus ad dictum feudum spectantibus, et pertinentibus, et … Incipiendo a p.e Orientis à loco ditto Ponte veteri, et vadit ad flumen Neheeti et cursus finendo ponit ad [flumen A]mpolini à p.e Boreae et ferit ad Collem lariae ab occidente, et viam publicam, et discendit et ferit ad serram de Sprolverio, et ca[la]ndo dà Rivioti a p.e meridei et vadit ad vallonum turbidum et ferit ad collem Grotti et concludit ad dictum locum de Ponte veteri … factum ? intendat ad essa Curia per mag.m Lucam Antonium Moranum in feudum et sub feudali servizio seu adhoa, et … primarum causarum cum mero mixtoque Imperio, et gladii potestate; …”. Mannarino F. A., “Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro” (1721-23), ff. 98-98v.

[xlvii] 1 settembre 1541. “Et pone havire receputo per mano de Julio Tibaldo de Cotrone docati novanta uno tari dui et gr. deche li quali disse havirle recepute dala Uni.ta de S.ta Severina et casale deli Cotronei per conperande boi per la R.ia fabrica appar cautela fatta per mano de notario Antonino Xillano de Cotrone d. 0091.2.10.” ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 3v.

[xlviii] 27 aprile 1542. “Allo casale deli cotroney, et per esso mar.no bua sindico deputato per dui migliara de Calce deve portare et fare in la regia frabbica ad r.e de d. 26 lo migliaro deli tt.a deli quali have receputo d. 32, per ultimo preccio appare cautela per mano de not.o ber.no de nola de Cotroni, tempo per tutto lo misi de maggio primo d. 32.0.0.” ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 33v.

27 aprile 1542. “Lo Casali de li Cotronei et per esso martino bua sindico deve dare dui miglara de Calce deli quali have receputo per ultimo pagamento ad ducati sidichi lo miglaro portata in la regia frabica per tutto lo mese de magio proximo appare Cautela per mano de not.o ber.no de nola d. 32.0.0.” ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 263v.

[xlix] 20 dicembre 1545. “Dalo casali deli cotroney per mano del detto donato se haveno recep.to ducati novi et sono in conto deli tandi deve dare detto casali dico d. 9.0.0.” ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 29v.

[l] Pesavento A., Dal rito greco al latino nel Castello di Santo Mauro, www.archiviostoricocrotone.it

[li] Pesavento A., Dal rito greco al latino nel Castello di Santo Mauro, www.archiviostoricocrotone.it

[lii] AASS, 18B, f. s. n.

[liii] AASS, 3A, f. 8.

[liv] Il un atto stipulato in Santa Severina il 2 settembre 1565, “Matteus Cumoriati” risultava “sindicus” dell’università di “Cutroneorum” per la 8.a indizione, mentre “Marcus Gangalis” era “Sindicus eiusdem Casalis” per la 9.a indizione. Relativamente all’“Introito deli carlini quindeci et gr.i uno a foco” i pagamenti furono riscossi da: Georg.o Baffi (21.12.1564), Pet.o Simaro (28.12.1564), Cesare Ferraro (05.01.1565), An.t.o Staccarello (27.04.1565) e Ant.o Gangale (15.05.1565). ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4087 (ex 485), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565) I-II, f. 9.

“Introito delle gr.i 48 a f.o imposte per la paga della fanteria spagnola del anno 8.e ind.s 1564 et 1565”. “Cotronei” risulta tassata per 25 fuochi. I pagamenti furono riscossi da: Giorg.o Gangale (15.11.1564), Giorgio Baffi (21.12.1564), e Cesare Ferr.ro (05.01.1565). Si annotava che l’università aveva pagato in più negli anni della 5.a, 6.a e 7.a indizione. ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4087 (ex 485), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565) I-II, f. 84.

“Introito delle gr.i 78 e 11/12 a f.o del Don.o del m.ne ultimamente fatto a sall.ta del p(rese)nte anno 8.e inds 1564 et 1565”. “Cotronei” risulta tassata per 25 fuochi. I pagamenti furono riscossi da: Giorg.o Baffi (21.12.1564), Pet.o Tamarro (28.12.1564), Matteo Cumeriati (12.04.1565), Ant.o Gangale (15.05.1565) e Matteo Comeriati (31.08.1565). ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4087 (ex 485), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565) I-II, f. 154v.

“Introito del don.o deli d. 60.a fatto per il Regno al Ser.mo Prencipe di Spagna e Duca di Cal.a di esigersi in lo 3.o de natale 8.e inds integ.te a r(agi)one de gr. 8 5/12 a f.o dalle un(iversi)ta et da li m.ci Baroni e feudatarii a r(agi)one de gr. 16 p(er) ciascuno d.to d’adoho”. “Cotronei” risulta tassata per 25 fuochi. Il pagamento risulta riscosso da Giorg.o Baffi (21.12.1564). ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4087 (ex 485), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565) I-II, f. 224.

“Introito dele gr. 3 1/12 a f.o per la paga del Barricello di campagna del p(rese)nte anno 8.e jnds 1564 et 1565 giusta la tax dela vechia n.e”. “Cotronei” risulta tassata per 24 fuochi. I pagamenti risultano riscossi da: Giorg.o Baffi (21.12.1564) e Matteo Comeriati (31.08.1565). ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4087 (ex 485), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565) I-II, f. 259.

“Res.i” della Provincia di Calabria Ultra per l’anno della 7.a indizione. “Cotronei”. I pagamenti risultano riscossi da:  Giorg.o Gangale (15.12.1564), Michele Gangale (27.12.1565), And.a Sinatole (27.12.1565), And.a Sanusi (27.12.1565), Lanaro Baffi (01.12.1564) e And.a Sanati (27.11.1564). ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4087 (ex 485), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565) I-II, f. 306.

“Res.i del or.o” in merito “il levam.to” relativo ai conti della 5.a, 6.a e 7.a indizione in base al numero dei fuochi della “nova num.e”. “Cotronei”. I pagamenti risultano riscossi da Jo: Fran.co de Cotijs (31.05.1565). ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4087 (ex 485), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565) I-II, f. 317v.

“Res.i dele grana 78 a fuoco” in merito “il levam.to” relativo ai conti della 6.a e 7.a indizione, in base al numero dei fuochi della “nova num.e”. “Cotronei”. I pagamenti risultano effettuati: Ant.o Mangramasi (12.03.1565) e Matteo Comirati (12.04.1565). ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4087 (ex 485), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565) I-II, f. 329.

Lista delle terre che avevano pagato in più per “lo or.rio” e per i grana 4 a fuoco per gli anni 5.a, 6.a e 7.a indizione. “Cotronei”. ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4087 (ex 485), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565) I-II, f. 357.

“Denari Esatti in lo marchesato di Cotrone in lo mese di marzo 1565 per le strade”. “Dali Cotronei” per mano di Ant.no Magramari (12.03.1565). ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4088 (ex 486), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565), f. 85.

“In lo marchesato di Cotrone”. “Dali Cotronei” per mano di Abiso Morichia (15.07.1565). ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4088 (ex 486), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565), f. 104v.

26 maggio 1592. Università che avevano pagato in più per le strade nell’anno della 8.a indizione 1564 e 1565: “Cotronei”, “Marchedusa”, “Policastro”. ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4088 (ex 486), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565), f. 40.

  1. “Denari Esatti nel Marchesato di Cotrone in lo mese di Gen.ro 1565 p(er) conto de le strade”. Da “Cotronei” per mano di Cesare Ferraro (01.01.1565). ASN, Tesorieri e Percettori vol. 4088 (ex 486), Conto di Turino Ravaschiero (a. 1564-1565), f. 79.

[lv] “Introito delle gr(ana) 7 1/12 a f.co inposte p(er) la paga delli Caporali e li guardiani delle Torre di questa Provj.tia di Cal.a Ult.a del pr(ese)nte Anno 8.e ind 1579 e 1580”. “Cotronei” risulta tassata per 37 fuochi e paga per metà essendo distante più di 12 miglia dalla “marina”. I pagamenti furono riscossi da Gio: Gangale (16.08.1580). ASN, Tesorieri e Percettori Fs. 506/4109 ff. I; II; f. 20.

 

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