Consumo e coltivazione del tabacco nel Crotonese tra il Sei ed il Settecento

Malito (CS). Il padrone di casa fuma la pipa attorniato dalla sua famiglia (foto di Gerhard Rohlfs).

Nel Seicento il consumo del tabacco divenne un bisogno ricercato soprattutto dalla classe agiata, così gli stati, sempre alla ricerca di denaro, imposero la privativa di spaccio sul prodotto. La prima imposizione sul tabacco fu introdotta nel Regno di Napoli al tempo del Vicerè Conte d’Onate (1648 -1653) con la Prammatica del 10 dicembre 1650. A questa ben presto seguirono bandi per combattere il fiorente contrabbando. Fu proibita la vendita e la compra del tabacco in tutto il regno, se non di quello della Regia Corte e si introdusse lo “ius prohibendi”. Fu istituito in Napoli il Fondaco generale per lo smaltimento del tabacco e furono nominati i regi governatori e amministratori dei regi tabacchi in Napoli e nelle province. Fu poi creata una Giunta dei Regi Tabacchi, che aveva il compito di gestire a livello provinciale il consumo. Si ordinò ad ogni città e terra di nominare una persona delegata a ricevere e vendere il tabacco. Dure pene furono previste per i contrabbandieri.[i]

Pipe in terracotta rinvenute nel castello di Crotone conservate nel locale Museo Civico (da www.italiavirtualtour.it)

 

Nel Marchesato

Le città e le terre del Marchesato si rifornivano di tabacco nella città di Monteleone, dove aveva sede il regio governatore e amministratore dei regi tabacchi della provincia di Calabria Ultra. Le foglie del tabacco raccolte in balle erano portate a dorso di cavalcature dai mulattieri da Monteleone ai luoghi di destinazione e consegnate ai richiedenti, che erano persone autorizzate a ricevere e vendere i regi tabacchi.

Dall’atto di consegna a quello di destinazione accadevano numerose frodi. Molto spesso la qualità e la quantità del prodotto non corrispondevano a quelle che erano state concordate al momento del pagamento. Una delle frodi più frequenti da parte dei mulattieri era quella di bagnare il prodotto durante il viaggio in modo da alterarne il peso, così da renderne impossibile comparare quello acquistato con quello consegnato, come evidenzia il seguente episodio.

L’undici Aprile 1752 il mulattiere Ignazio Ciappetta di Fiumefreddo dichiarava che il Sig.r D. Nicola Balzamo, regio governatore dei tabacchi della Provincia di Calabria Ultra, residente nella città di Monteleone, il giorno di domenica 9 aprile 1752 gli consegnò libbre 404 di tabacchi di pippa, cioè metà di foglie di Levante e metà Vergilia, per portarle con le sue “vatiche” a Crotone al Sig.r Giuseppe Gerace, persona destinata a vendere a Crotone i Regi Tabacchi.

Partito da Monteleone per Crotone nel guadare il fiume di Angitola cascò la cavalcatura sopra della quale era caricato il tabacco. Il giorno 11 arrivò a Crotone con il tabacco bagnato e lo consegnò al Gerace, che trovò una balla di libbre 285 e l’altra di libbre 280.[ii]

Altre volte succedeva che fosse consegnato solo parte del prodotto pagato, come evidenzia un episodio accaduto a Cutro: Il 26 gennaio 1752 il sindaco Gio. Leonardo de Mayda e gli eletti D. Raimondo Raymondi, D. Antonio Farao, D. Graziano di Fiore e Francesco Greco, protestano a nome dell’università di Cutro. Quest’ultima aveva deciso di mandare a prendere i regi tabacchi a Monteleone ed inviò Giacomo d’Ambrogio con un ordine rivolto a D. Nicola Balsamo, regio amministratore dei Regi Tabacchi, per duc. 313 e grana 20; cioè Corda libbre 220 duc. 132, Avana libbre 30 duc. 36, Particolare libbre 86 duc. 103 e grana 20, Fiore libbre 10 duc. 10, Brasile libbre 40 duc. 32, per un totale di 313 e grana 20. Arrivato a Cutro il tabacco si trovò, come da licenza data da Nicola Balsamo: tabacco Brasile libbre 40, tabacco in Fronda detto in Corda libbre 220, Avana libbre 28. Tuttavia pesato il tabacco da Giuseppe Guarani e Pascale Marra risultò che i tabacchi particolari, Fiore e Brasile erano un’oncia meno a libbra con tutta la carta, l’Avana meno di 2 libbre franca di “ramera”. Mancavano quindi dalla somma pagata di ducati 313 e grana 20 ben libbre 56 di tabacco per un importo di ducati 16.[iii]

 

La coltivazione del tabacco

Il monopolio del tabacco e la crescente domanda aveva alimentato un fiorente mercato illegale, che si riforniva sia di tabacco coltivato in luogo, sia di quello proveniente dall’esterno. Il primo era gestito soprattutto dagli ecclesiastici. Protetti dall’abito che li proteggeva dalla giustizia secolare, il clero secolare praticava il contrabbando mentre i frati coltivavano negli orti la pianta, macinavano con i loro mulini le foglie e usavano il tabacco per uso proprio o lo scambiavano all’esterno con altri prodotti. Per quanto riguarda il contrabbando di tabacco esso avveniva soprattutto via mare ed era gestito dai patroni delle barche.

Dalla descrizione della visita fatta nel 1784 dal tenente Vincenzo Milelli al tempo della Cassa Sacra ai conventi degli Osservanti ed a quello dei Cappuccini, troviamo che gli Osservanti possedevano vicino al convento un orto circondato di mura “con 46 alberi diversi. Pozzo per sena senza ordegni e poche piante di Tabacco appartenenti a Religiosi” ed i Cappuccini “Sei cassette di legname per sputare” un “Orto attacco al Convento. Fuori del med.mo dentro un piccolo vaglio una stanza terranea per la macina del tabacco. Una Tavola usata. Molinello a mano per detta macina. E Forno. L’orto sud.to circondato di mura con pozzo, col Trabucco, e cato di legno cerchiato di ferro con catena per tirare l’acqua. Il med.mo alberato di piante diverse, e con poche piante di Tabacco attinenti a Religiosi”.[iv]

Anche i frati del convento di Santa Maria La Spina della terra di Policastro si dedicavano alla coltivazione e al consumo del tabacco, come risulta nella descrizione del convento fatta nel gennaio 1782 dal procuratore e sindaco apostolico Michelangelo Ferrari, che nell’appartamento di basso trovò “una porta che si va alla Chiesa, due camere, una col molino del tabacco, e l’altra vi si tenea legname”.[v]

Se il tenente Milelli teneva a ribadire che la coltivazione del tabacco era fatta per uso proprio dei frati, nei fatti questi, oltre a masticarlo ed a piparlo, lo usavano anche per scambiarlo con altri beni, come evidenzia una denuncia fatta in Crotone il 27 dicembre 1743. Quel giorno Carmine Persico della città di Napoli ma abitante a Crotone affermava davanti ad un notaio, che assieme al fratello Michele andò a lavorare come marinaio nella tonnara di Bernardino Suriano nel Capo delle Colonne sotto il comando del Patrone Andrea Jeruca di Raisso di Pragalia. Un giorno di agosto trovandosi nella “cavana” della tonnara, vide Ciccio Pantullo di Tropea, facchino della tonnara, che rubò da una cassa del Jerucadi del denaro che poi consegnò al fratello Tomaso. Lo stesso Pantullo rubò anche del lardo e tre o quattro volte dello sgombrino salato da dentro un barile della tunnina, che aveva il Patrone e li portava ai PP. Cappuccini, scambiandoli con tabacco di pippa, minestra e pane.[vi]

 

Cannelli e Tabacchiere

Nel Seicento vescovi, nobili e benestanti del crotonese, con il diffondersi dell’uso di fiutare il tabacco da naso, come simbolo e prestigio di stato sociale, si munirono di cannelli d’argento e di preziose ed eleganti tabacchiere, che spesso troviamo tra i gioielli negli inventari. Già alla metà del Seicento tra le molte “Robbe romaste in casa di Mons.D. Fran.co Napoli vescovo di Belcastro morto in Pal.mo à 31 giugno 1651”, troviano anche “due cortelli con maniche d’argento, una cochiara, et una brocca d’argento, una tabachera guarnita d’argento”.[vii]

Il 20 novembre 1672 il reverendo D. Antonio de Franco tutore dei figli ed eredi della sorella Elena de Franco si reca assieme al notaio Pelio Tiriolo nella casa abitata da Carlo de Messina, situata in parrocchia di Santa Venere, e a tutela degli eredi compila l’inventario dei beni.

Tra i vari oggetti in uno “baullecto di Belluto rosso” c’erano: “Cortelli con maniche d’osso n.o quattro, uno aucello, uno drago, et uno campanello, dui resti di coralli, una mano di fittuccia inpernata, una fiannachella di perle à dieci fila di conocchiuli setti et con setti partiture d’oro, due anelli d’oro grandi di donna, quattro anelli, uno grande con pietra verde, due torchine et un S.to Domenico d’oro, due medaglie d’argento con uno crocifissetto, uno paro di ciarcelli et uno paro di serpicelli d’oro, uno paro di pendenti, una mezaluna d’argento con due radiche di coralli argentati, due fiannacchelle di granatine, una tabacchera d’argento, ambre et gioijette argentate con una medaglia et una radica di coralli argentate n.o trentasecte, dui para di paternostri, uno di gioijecte et l’altro di granatine, una fiannacca di oro a pezzi…”.[viii]

Tabacchiere e cannoli in argento e oro fanno parte di quasi tutti gli inventari dei nobili di Crotone. Li troviamo nell’inventario del palazzo di Diego Barricellis (“Un cannolo per metterci tabacco in corda d’argento … una tabacchera d’argento indorata e lavorata”),[ix] tra le “Robbe di argento e oro” del vescovo di Crotone Michele Guardia (“una tabbacchera di argento di peso …”),[x] in quello di Cesare Presterà (“due tabachere d’argento una indorata da dentro, l’altra indorata dentro e fuori, un’acquavitiera e cannello per tabacco d’argento”),[xi] in quello di Anna Suriano (1770) (“Due tabacchiere di argento, una indorata entro e fuori e l’altra senza”), in quello di Antonio Massa (“Due tabacchiere di argento una più grande e l’altra più piccola usate”).[xii]

Tabacchiere.

 

Contrabbando

Negli atti dei notai di Crotone troviamo numerosi documenti riguardanti il contrabbando che hanno per protagonisti i patroni delle barche. Spesso le barche sono sequestrate ed il loro carico inventariato. Si tratta soprattutto di contrabbando di grano, seta e sale, ma non manca anche il tabacco.

Il tre gennaio 1732 il notaio Pelio Tirioli di Crotone annotava che la tartana “San Giovanni Battista” del patrone napoletano Antonio Sposino, abitante in Malta, la sera del 2 gennaio “diede fondo a Capo Rizzuto”. Per la gran forza del vento di scirocco e levante che faceva tempesta fu abbandonata dall’equipaggio. La tartana a causa della tempesta, lasciato l’ormeggio, andò ad arenarsi sulle secche nel mare tra Capo Ricciuto e Le Castella.

Il carico era composto da: “tabacco a libretto balli cinquantadue, legname gialla pezzi duecento settanta sette, lignello cantara diece, olive barili tre, passolina barili tre, anguille numero cento settanta, orgio misco con grano moii duecento settanta, miglio sal. Diece di Malta, fascioli sal. Due, due pezzi di legname di ulmo di pal. Sedici lungo in circa, una salma di formento di tt.a sedici di Malta, un carratello d’oglio e due fiaschi, sette pezze di formaggio, una giarra di carne salata, un sacco pieno di lenticchie, ceci e fasuole, una cassa d’anguille salate con altra quantità fuori tavole di fago num. Dieceotto, passoline giarra due …”.[xiii]

Quanto fosse esteso il fenomeno del contrabbando lo testimonia un esposto fatto il 30 luglio 1766 dal Sacerdote Francesco Saverio Guarascio contro il governatore e amministratore del feudo di Caccuri Onofrio Arinella. Nel denunciare i soprusi e le ingiustizie al regio consigliere e commissario del patrimonio del feudo di Caccuri Deodato Targianni, che risiedeva a Cosenza, aggiungeva che il governatore … “s’approfitta pinguamente sopra le rendite de’ respettivi corpi, ed il denaro, che dovesse far pervenire in potere dell’E.V. li dà usuriaramente a proprii naturali col dieci per cento, altro l’ha applicato in controbandi di tabacco, e di seta, che il suo servitore gia sta preso nelle carceri di questo tribunale per detti controbandi, che faceva a suo conto …”.[xiv]

 

Le questue

Scorrendo il “Nuovo Libro de’ conti della Ven.e Cappella di S. ta Maria della Greca n.ra Protettrice di questa città d’Isola” possiamo farci un’idea del culto della Cona Greca nella seconda metà del Settecento.

Il “Libro” riporta, a volte in modo succinto, i conti annuali dei procuratori, distinti in Introito ed Esito, della cappella dell’Icone Greca dal 4 luglio 1750 al primo giugno 1784. Tra le entrate spiccano le questue delle aie, delle mandrie e del mosto. Un posto particolare merita la questua delle aie, dalla quale provenivano il grano e le fave. Essa era quella più importante ed era fatta da cercatori a cavallo, i quali offrivano tabacco ai massari ed ai coloni in cambio del grano e delle fave.[xv]

Lo stesso facevano i minimi del convento di San Francesco di Paola di Roccabernarda, i quali all’inizio di luglio andavano per le aie per la questua. I frati raccoglievano nei sacchi il grano offerto ed in cambio regalavano tabacco. Nel 1734 ne comprarono due libre spendendo tre tari e 10 grana. Sempre nei conti si trova anche l’acquisto di “pippe” (“acquisto di cinque pippe per cinque religiosi grana 15”).[xvi]

 

Le “Ramere” del barone Amalfitani

Il tabacco era conservato in recipienti di rame dette “ramere”. Nell’inventario della Torretta di Crucoli e propriamente nel camerino della torre, dove era solito dormire Bruno Amalfitano, si annotò “una ramiera piena di tabacco libre due inc.a suggellata. Un’altra ramiere anche di Avana principiata di due libre inc.a. Sei altre ramiere piccole vacue”. Inoltre nel camerino della torre vi era tabacco in corda a pezzetti..[xvii]

 

Note

[i] Nuova collezione delle Prammatiche del Regno di Napoli, Stamp. Simoniana, Napoli 1804, pp. 5 e sgg.

Crotone 31 dicembre 1672. Giuseppe Astore di Crotone ha preso in fitto dal mag.co Paolo Gatto per l’intero anno 1672, la vendita del tabacco della Regia Corte. Il tabacco gli fu consegnato per ordine del Gatto da Domenico Suriano ma “per non esser di buona qualità, ma tabacco napolitano, che non era vendibile, ricusò pigliarselo e fè lettera protestante per esso di Gatto, che però per la mala qualità d’esso esser romasto dentro sua bottega del tabacco quanto ad esso consignatoli esso qm D. Domenico, libri novanta napolitano. Il quale non può smantirlo per haver già finito il suo affitto, che però si protesta che detto tabacco resta à peso di detto D.r Paulo per quello trasportarsi nel suo fundaco, et esso non sia tenuto à cos’alcuna, stando d.o tabacco à sua dispositione in una cascia”. ASCZ, Not. Pelio Tiriolo, B. 253, ff. 142v-143r.

[ii] ASCz, Not. Antonio Asturi B. 913, F.lo 1752, ff. 44v-45r.

[iii] ASCz, Not. Brunone Pagano B. 1069, f.lo 1752, ff. 3v-4r.

[iv] ASCz, Cassa Sacra, b. 383.

[v] ASCz. 76/19 – Policastro 1782.

[vi] ASCz, Not. Iosepho Cimino, B. 793, fasc. 1743, f. 15.

[vii] AASS, 017A, Jura Spoliorum 1535 – 1655.

[viii] ASCz, Not. Pelio Tirioli , B. 253, F.lo 1672, ff. 137v-138.

[ix] ASCz, B.336, F.lo 1689, f. 60.

[x] ASCz, Not. Leonardo La Piccola B. 707, f.lo 1718, f. 41v.

[xi] ASCz, B. 667, f.lo 1745, ff. 84 – 85.

[xii] ASCz, Not. Nicola Partale, Atto del 23.5.1799.

[xiii] ASCz, Not. Pelio Tirioli B. 664, f.lo 1732, ff. 68v-70r.

[xiv] ASCs, Regia Udienza Provinciale 1766, Mazzo 29, fasc. 263.

[xv] ASCz, 180/4.Nuovo Libro de’ Conti della Ven.e Cappella di S.ta Maria della Greca.

[xvi] ASCz. Roccabernarda, 80/12, ff. 6v, 38v.

[xvii] ASCs. Regia Ud. Provinciale maz. 8, fasc. 74, ff. 15-18 (19.10.1762).

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