La chiesa di Santa Veneranda di Crotone ed il palazzo dei Berlingieri

Crotone, la chiesa di S. Veneranda e il palazzo Berlingieri.

La chiesa o cappella di Santa Vennera, o Venera, una delle 12 parrocchie in cui era divisa la città nella prima metà del Cinquecento, dopo la riorganizzazione attuata dal vescovo Lopez (1595-1598), rimase una delle cinque nuove parrocchiali e, con il titolo di Santa Veneranda, ebbe allargato l’ambito territoriale, aggregando parte delle soppresse parrocchie di S. Stefano e di Santa Domenica.[i]

Dalla visita effettuata dal vescovo Marco Rama il 5 dicembre 1699, sappiamo che la piccola chiesa, che non godeva di grandi rendite,[ii] aveva pochi e poveri arredi. Essa, infatti, era fornita di un quadro con le figure della Madonna, di S. Leonardo e S. Veneranda, due crocefissi, due candelieri e carta di Gloria in legno, due confessionali, di cui uno vecchio, un calice con piede di ottone, che doveva essere indorato, con coppa e patena, un campanello, una campana grande, alcune pianete e poche tovaglie d’altare.[iii]

Fin dalla metà del Seicento, nelle sue vicinanze sorgeva la casa dei Berlingieri con alcuni magazzini.[iv] Alla fine di quel secolo Annibale Berlingieri, figlio di Cesare Ottaviano[v] e Luccia Suriano,[vi] decide di costruire il palazzo di famiglia. Egli acquista gli edifici vicini alla vecchia casa[vii] e al magazzino o “horreo”, di fronte alla porta grande delle clarisse.[viii] Abbatte alcune case per fare piazza e cortile,[ix] altre demolisce, del tutto o in parte, per alzare la nuova fabbrica[x] e “per dar lume” alle camere. È quest’ultimo il caso della casetta comprata da Francesco Ruberto, che si trova davanti ad una camera ed ha “l’aere soprano” che è superiore alle case vicine, le quali hanno solamente “un solo aere inferiore, oltre del basso”. La casetta, separata da un vicolo dal palazzo del Berlingieri, viene demolita “dall’aere superiore sino alla metà di essa”.[xi]

Crotone, la chiesa di S. Veneranda.

Vengono costruiti magazzini e stalle e vicoli sono murati. Il nuovo palazzo, formato da quarti di basso e superiori, è composto da sale, anticamere, camere, camerini, loggia, cucina, stalla, rimessa, cellaro e bassi ed è attaccato da un lato al palazzo di Nicola Gerace e isolato per l’altri tre lati.

Esso si innalza e sovrasta il monastero di Santa Chiara, l’antica parrocchiale di Santa Veneranda e le vicine case terrane e palaziate. Vicoli lo separano dalla domuncula palatiata dei coniugi Hieronimo de Carcea e Catherina Guerra, dalla domuncula dei coniugi Didacus de Monte ed Isabella Perez, dalla casa che fu di Gaetano Venturi, dalle casette, composte da un alto e basso, di proprietà del seminario, da quelle del napoletano Filippo Farando e quelle nuovamente fabbricate del chierico Giuseppe Rizzuto e da una casa, dallo stesso Berlingieri fatta in parte demolire per far risaltare il palazzo.

Da una parte verso il monastero di S. Chiara, esso confina strada mediante con le case poi palazzo dei Rodrigues. Poiché ormai un piccolo vicolo separa la decadente chiesa parrocchiale dal suo palazzo, Annibale Berlingieri cerca di impossessarsene e, prendendo a pretesto lo stato precario, si offre a sue spese, di farla demolire e ricostruire. Così il 10 agosto 1706, conclude l’accordo con il parroco, D. Antonio Fernandes, e dopo otto giorni ha anche l’approvazione del vescovo Marco de Rama.

Fatto ispezionare l’edificio sacro da alcuni fidati periti, ottiene l’attestato voluto e cioè, che la parrocchiale mostra in “ogni suo lato evidente rovina per la sua antichità”, mentre le mura, essendo di creta ricoperte da un semplice strato di calce, sono incapaci di sostenere un qualsiasi restauro, cosi da “doversi dell’intutto diroccare”, e riedificare dalle fondamenta con nuovi muri e un nuovo tetto. Avendo poi fatto preventivare una spesa superiore a 300 ducati, prendendo a pretesto il fatto che non era possibile riutilizzare alcun materiale del vecchio edificio, ed essendo le entrate della parrocchiale di appena 70 ducati annui, nemmeno sufficienti al mantenimento del parroco e di un coadiutore, necessario perché la diocesi è molto popolosa, il Berlingieri “per sua devozione”, garantisce a sue spese la ricostruzione della chiesa, ampliandola per quanto sarà possibile, e terminata fornirla di quadro con sua cappella. Egli si impegna ad innalzare integralmente tre muri nuovi, e per il quarto dare l’appoggio del suo palazzo che è dirimpetto alla vecchia porta maggiore della chiesa, dove verrà ora, secondo il nuovo progetto, costruito l’altare.

Tutto questo il signorotto farà con le condizioni “che gli sia lecito per commodo del suo palazzo aprire nel muro laterale un finestrino colle sue gelosie per comodità di orare in detta chiesa”, e che al titolo della chiesa venga aggiunto quello di “Santa Anastasia Romana la vecchia vergine e martire a riguardo della messa cotidiana sotto il detto titolo fondata ultimamente nell’altare di Santa Veneranda” da suo fratello, l’arcivescovo di Santa Severina Carlo Berlingieri.

I lavori iniziano subito procedendo alacremente e già l’anno dopo, sopra il nuovo portale della chiesa il Berlingieri fa collocare l’epigrafe sormontata dalla sua arme: SS.VV. VENERANDAE & ANASTASIAE Senium/ Dicatam Eccl.am vetustate pene collapsam/ ANNIBAL BERLINGIERIUS OCTAVIANI CESARIS FILIUS/ Fulgentius a fundamentis Restituit/ A. D. MDCCVII (Arme dei Berlingieri: D’azzurro, a tre bande d’argento, scaccate di rosso, accompagnate in capo dal lambello a tre pendenti dello stesso).

Crotone, ingresso della chiesa di S. Veneranda.

Passato il viceregno agli Imperiali, nell’autunno del 1708 nel nuovo palazzo dei Berlingieri trova ospitalità il tenente colonnello della cavalleria tedesca della compagnia del reggimento di Caraffa.[xii]

I lavori procedono e nell’ottobre 1710, essendo terminata da tempo la ricostruzione della chiesa, ed avendo quindi il Berlingieri adempiuto la sua opera ed inoltre “per sua devozione”, arricchita la chiesa di molti ornamenti e suppellettili sacre, il decano Gio. Battista Sisca, delegato dal Capitolo della cattedrale, accoglie l’istanza presentata dal parroco di Santa Veneranda e scioglie il Berlingieri da ogni vincolo.[xiii]

La chiesa si presentava nuova, bella e ricca di molte suppellettili ed oggetti sacri, tra i quali una cappella di legname intagliata col quadro delle sante Veneranda ed Anastasia ed altri santi, un aspersorio di stagno, due conchette attaccate al muro per l’acqua benedetta, un guardaroba di tavola, sei candelieri, croce e carte di gloria di legno argentate ed inoltre, un nuovo calice tutto d’argento e molti paramenti sacri, quest’ultimi acquistati dal Berlingieri in virtù degli obblighi assunti.[xiv]

Ben presto la parrocchiale perde l’autonomia spaziale e religiosa, divenendo un oratorio privato. Non più separata dal vicolo e mutata di forma, essa è accorpata e funzionale al nuovo palazzo.[xv] Nel muro laterale comune, è stata aperta la “fenestella colle sue gelosie”, in modo da permettere alla famiglia del signorotto ed ai suoi ospiti, di poter assistere alle funzioni sacre dal palazzo, mentre il titolo è stato mutato in onore del fratello consanguineo Carlo,[xvi] arcivescovo di Santa Severina (1678-1719) che, in occasione della riedificazione del palazzo di famiglia, aveva fondato in virtù di Regio Assenso nel 1704, la cappellania laicale di S. Veneranda e Anastasia, dotandola di una rendita annua di cinquanta ducati, dei quali trentasei servono per la messa quotidiana per la comodità del popolo, ed il rimanente per l’acquisto di paramenti, cera, ostie vino e riparo dell’edificio.[xvii]

La chiesa fornita di nuovi arredi, paramenti e calice d’argento con patena,[xviii] è soggetta sempre più ai voleri di Annibale Berlingieri, il patrono della cappellania,[xix] che sfruttando l’incuria, la connivenza e la paura dei parroci, in poco tempo ne diviene di fatto il padrone. Egli, infatti, si impossessa e detiene illegalmente le chiavi del luogo sacro, e trasporta la cassa in cui sono conservati i paramenti sacri della cappella nel suo palazzo.[xx]

Crotone, l’arme partita con le insegne delle famiglie Berlingieri e Suriano sormonta l’ingresso della chiesa di S. Veneranda.

Ai primi di gennaio 1719 Annibale muore. La proprietà del palazzo, assieme ad un fidecommisso di 50.000 ducati, perviene, con i “ius presentandi a tutti li beneficii”, e ai “iuspatronati di casa”,[xxi] al primogenito Orazio Nicolò, sposato con Anna Suriano.[xxii] All’altro figlio Francesco Cesare, studente a Napoli, e alle figlie resta il diritto ad una “commoda abitatione”.

Orazio Nicolò muore; subentra Francesco Cesare[xxiii] che costringe la sorella Caterina, educanda in S. Chiara, a rinunciare all’eredità per soli 2200 ducati e le impedisce di sposarsi.[xxiv] Nel dicembre dello stesso anno egli compra da Nicola Gerace, un palazzo con due casette attaccato, dalla parte rivolta alla chiesa di S. Chiara, al vaglio scoperto del cellaro del suo palazzo. Nel maggio seguente lo rivende a Natale La Piccola, parroco di Santa Margarita e prestanome del cognato Domenico Mirielli,[xxv] trattenendosi le due camere ed i bassi, che si affacciano alle case di Ciriaco Tesoriero, ed il basso sotto la cucina del palazzo, che ha l’uscita davanti a Santa Chiara, con la condizione di poter chiudere due finestre del quarto superiore, dirimpetto alle sue camere, e con la possibilità di poter fabbricare una loggia o solana scoperta.[xxvi] Tutta l’operazione di ampliamento del palazzo viene a costargli solo 110 ducati.

Dalla visita effettuata il 6 luglio 1720 dal vescovo Anselmo de la Pena, veniamo a conoscenza che la chiesa era fornitissima di oggetti e paramenti sacri,[xxvii] molti dei quali erano stati forniti dal defunto Annibale Berlingieri, in conformità dell’obbligo con cui impegnava se ed i suoi eredi a spendere per tale scopo una certa somma ogni anno.[xxviii]

Francesco Cesare Berlingieri proseguì nell’opera di privatizzazione della chiesa parrocchiale, non trovando alcuna opposizione nel nuovo parroco Teofilo Varano, ed oltre a rimanere in possesso delle chiavi e della cassa con gli indumenti sacri della cappella, si portò nel suo palazzo anche i paramenti sacri che erano stati donati dal padre. Il vescovo Gaetano Costa gli si oppose, e intimò al parroco di rientrare in possesso delle chiavi e degli oggetti sacri, ma il Berlingieri ricorse alla giurisdizione regia.[xxix]

Crotone, chiesa di S. Veneranda, sigilli parrocchiali.

Nel febbraio 1735 il palazzo ospitò il re Carlo III di Borbone durante la visita al suo nuovo regno. Francesco Cesare Berlingieri si unì con Violante Suriano, figlia di Decio, che gli portò in dote alcune terre ed un palazzo.[xxx] Con privilegio del 19 gennaio 1740, ebbe da Carlo III di Borbone il titolo di marchese di Valle Perrotta, feudo ereditato dal fratello Nicolò, che l’aveva acquistato nel 1703 da Cristofaro Pallone.[xxxi]

Francesco Cesare morì il primo agosto 1749[xxxii] e gli successe nel titolo e nelle proprietà il figlio Carlo, che sposò Rosa Barricellis, figlia di Francesco e di Flaminia Amalfitano. A Carlo, morto nel 1781, successe Anselmo,[xxxiii] sposato con Gabriella Zurlo, che morirà il 16 gennaio 1785 lasciando erede il figlio Cesare.

Tra i parroci che si susseguirono,[xxxiv] ricordiamo Felice Cavaliere che nella notte del 10 dicembre 1753, fu protagonista di un episodio di manzoniana memoria. Mentre infatti se ne stava in camera, entrarono all’improvviso Antonio Simina ed Isabella di Franco con alcuni testimoni. I due, prima che il parroco potesse riaversi, pronunciarono: “Parroco io voglio per mia moglie la presente Isabella di Franco”, e questa replicò “Io voglio per mio sposo il presente Antonio Simina”. Mentre il parroco “si pose a scridare contro li medesimi”, i due prendendosi per mano se ne andarono.[xxxv]

Note

[i] “Parochia Sancte Venere olim di Sancto Stefano” (ASCZ, Busta 119, anno 1643, f. 47v); “Tunc S.te Dominice nunc vero S.te Venere” (1602).

[ii] Nel settembre 1698 provvede alla chiesa parrocchiale di S. Veneranda, il cui frutto è di 24 ducati, il canonico Antonio Fernandez per promozione di Andrea Lavarella al canonicato dei SS. Vincenzo e Anastasio. Russo F., Regesto, IX, 306.

[iii] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, ff. 13-14, 118.

[iv] “Anno Dni Millesimo sexcentesimo sexagesimo secundo die vero vigesimo quarto m.s maij Crotone. Ego sub scriptus baptizavi infantem natum sub die vigesima eiusdem m.s ex magn.ci D.ni Octaviano Cesar Berlingerio et Luccia Suriano coniugibus cui imposita fuerunt nomina Dominicus Pomphilius.Patrinus fuit Ill.mus et Rev.mus Dominus Annibal Sillanus Crotoniata Episcopus Castren. et ad fide. D. Dionisius Thesorieno Parochus S.te Venere.” AVC, Libro dei Battezzati.

[v] Ottaviano Cesare Berlingieri era figlio di Oratio il quale restaurò la cappella di famiglia della Madonna del Carmine. La cappella costruita e dotata da Garetto Berlingieri, capostipite dei Berlingieri di Crotone, era situata nell’ala in cornu epistole della Chiesa di Gesù Maria del convento di S. Francesco di Paola, ed era stata costruita al tempo della costruzione del convento (1460). ASCZ, Busta 911, anno 1742, ff. 73-77.

[vi] Ottaviano Cesare Berlingieri aveva sposato Faustina Modio da cui nacque Carlo, poi arcivescovo di Santa Severina. Rimasto vedovo si risposò nel 1656 con Luccia o Isabella Suriano, figlia di Gio. Pietro Suriano, dalla quale ebbe i figli Pompilio, Diego, Annibale e Guglielmo. Morì il 1.5.1684 (ASCZ, Busta 335, anno 1685, ff. 49-51; ASV, Processus Dataria, 83). Nel 1704, morto l’abbate Diego, i fratelli Annibale e Pompilio (quest’ultimo residente da molti anni a Roma), divisero i beni ereditati dal fratello (ASCZ, Busta 496, anno 1704, ff. 20-22). La sorella Laura aveva sposato nel 1672 Carlo Blasco di Rossano (ASCZ, Busta 334, anno 1672, ff. 7-8).

[vii] ASCZ, Busta 336, anno 1692, f. 39.

[viii] ASCZ, Busta 470, anno 1697, f. 26; Busta 470, anno 1697, f. 31.

[ix] Il casalino di Lucreatia Mazza, la casa di Gio.Vincenzo Monteleone e quella del Tesorerato. AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, ff. 70v, 136v.

[x] La casa di Prospero Venturi, quella del beneficio della Trinità, posta davanti alla porta del parlatorio di Santa Chiara, e le case di Mendicino. AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, ff. 112, 145, 151.

[xi] ASCZ, Busta 497, anno 1706, f. 67v.

[xii] Antonio Del Castillo fa presente al Cardinale Paolucci che, con altri congiurati, è pronto a impadronirsi della città e far prigioniero il tenente colonnello di cavalleria tedesca “che sta annidato in casa di Anibale Berlingerio”. ASV, Fondo Albani 56, f. 65.

[xiii] AVC, Anselmus de la Pena, Visita, 1720, f. 10.

[xiv] AVC, Anselmus de la Pena, Visita, 1720, f. 31.

[xv] ASCZ, Busta 611, 17.12.1711.

[xvi] La famiglia Berlingieri aveva un beneficio senza altare e cappella intitolato a S. Maria Maddalena, ed una cappella con altare dedicata all’Epifania in cattedrale (AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, ff.5, 32, 149). L’arcivescovo Carlo Berlingieri è ricordato in una epigrafe della cattedrale di Crotone: XPO A MAGIS ADORATO AC S.M / MAGDAL.AE FAM.AE SUAE PATRONAE / CAROL.S BERLINGERI.S ARCHIEP. / S. SEVERINAE D. T A. 1696.

[xvii] AVC, Anselmus de la Pena, Visita, 1720, f. 8v. ASV, Rel. Lim. Crotonen. 1733. La nuova cappellania è dotata dall’arcivescovo con un capitale di 1000 ducati, che nel 1720 erano parte infissi sulla gabella “Racchio” di D. Pipino, e parte sui beni degli eredi Barricellis. La rendita annua parte serviva al pagamento della messa quotidiana, ed il resto all’acquisto di paramenti sacri, cera, ostie, vino e per abbellire e riparare l’edificio. L’esazione degli annui censi era fatta dal cappellano pro tempore della cappellania, e qualora fosse avvenuta l’affrancazione del capitale, in tutto o in parte, questi non poteva “far retrovendita o quietanza senza l’intervento del patrone che pro tempore sarà et il capitale affrancando lo debba nel medesimo atto depositare in potere di una persona commoda e degna”. Nel 1716 era patrono della cappellania di S. Veneranda e Anastasia Annibale Berlingieri e rettore Antonio Gatto (ASCZ, Busta 659, anno 1716, ff. 88-89).

[xviii] Annibale Berlingieri fu seppellito nella sua cappella dell’Epifania in cattedrale con l’abito di S. Francesco di Paola. ASCZ, Busta 660, anno 1719, f. 17; Busta 611, 17.12.1711.

[xix] Nel 1704 l’arcivescovo di Santa Severina impresta ai coniugi Pipino un capitale di duc. 400 al 5 %, con la condizione che l’esazione dell’annuo censo vada a favore del cappellano della cappella di S. Veneranda e Anastasia mentre, in caso di affrancazione il capitale, si debba consegnare al patrono per essere reinvestito a beneficio della cappellania. ASCZ, Busta 659, anno 1716, ff. 88-89.

[xx] ASV, Relaz. Lim. Crotonen. 1733.

[xxi] Annibale morì l’otto gennaio, tre giorni prima era morto il fratello Carlo, arcivescovo di Santa Severina. Egli lasciò eredi il fratello Pompilio, vescovo di Bisignano, ed i figli Nicolò e Cesare. A ciascuna figlia (Faustina, Poluccia e Caterina), lasciò duc. 2000 di dote o una dote monacale, con un vitalizio di duc. 15, più altri duc. 50 e dieci pesi di lino (a Faustina 20 pesi). ASCZ, Busta 660, anno 1719, ff. 14-19. AVC, Libro de’ Morti.

[xxii] ASCZ, Busta 659, anno 1716, ff. 82-85. Figlia di Annibale Suriano (ASCZ, Busta 659, anno 1716, f. 39).

[xxiii] Nicola Oratio Berlingieri, figlio di Annibale, morì il 28.1.1719, lasciando alla moglie Anna la possibilità che “usando letto vedovale e facendo domicilio nella sua casa sia sempre Signora e Padrona tanto delle gioie, vesti et altro”. ASCZ, Busta 660, anno 1719, f. 23; Busta 661, anno 1721, f. 181. AVC, Libro de’ Morti.

[xxiv] Caterina invia un memoriale al viceré accusando il fratello d’impedirle di sposarsi con P. Senatore, ma, successivamente, è costretta a dichiarare che non “va cercando da sè matrimoni senza il consenso della di lei parentela … nè lo farebbe giammai essendo il medesimo, huomo di lunga inferiore alla conditione d’essa costituita”. ASCZ, Busta 660, anno 1719, ff. 52v-56; Busta 613, anno 1722, f. 160.

[xxv] ASCZ, Busta 660, anno 1720, f. 174.

[xxvi] “Possa Francesco Cesare e i suoi heredi fabricare sopra la camera della cocina, che va annessa e connessa con detto palazzo, una loggia o vero solana scoperta a spese proprie di calce e legname tirandola da sopra il vaglio della cantina per tutta detta cucina, ma con l’uscita piana dalle camere di d.o S. onde possa abbassarla o alzarla secondo richiederà il bisogno, e l’uguaglianza di detta loggia a spese proprie di calce e legname, e seguendo la loggia sud.a il camino di detta cucina debba passarsi alla camera scoverta a spese di detto Rev. Natale con l’uso a d.o palazzo del pozzo che trovasi tra il vignano del quarto di basso di d.o palazzo venduto e le due camere riservatesi per esso D. Francesco Cesare”. ASCZ, Busta 660, anno 1720, ff. 69-74.

[xxvii] “Una cappella di legname intagliata col quadro delle Sante Veneranda ed Anastasia ed altri santi, una campana grande ed un’altra piccola, un calice con coppa di argento indorata nel di dentro e piede di ottone indorato e la patena di argento indorata con la borza di quattro colori, due camisi con cingoli ed amitti, una pianetta di color rosso e bianco, un’altra di color violaceo e verde, un’altra di color violaceo, una pietra sacra, un coscino di altare, un aspersorio di stagno, due conchette attaccate al muro per l’acqua benedetta, un guardarobbe di tavola con mascatura, un palliotto bianco e rosso, un altro violaceo e verde, sei candelieri, croce e carta di gloria di legno argentate, un confessionario, un altro apparato di altare di legno lavorato d’intaglio argentato nuovo, sei grazie di legno argentate nuove con loro fiori di tela, corporali quattro con altre tante palle e purificatori sufficienti, tre veli nuovi, uno bianco e rosso, l’altro verde e l’altro violaceo, due messali uno vecchio e uno nuovo, un rituale usato.” AVC, Anselmus de la Pena, Visita, 1720, f. 31.

[xxviii] “In ps. un calice tutto di argento con patena e borza di pelle, una borza con corporale di damasco con gallone di argento bianca e rosa, una pianeta di damasco bianca con lallone di argento, una pianeta di damasco rosso, una pianeta di damasco violaceo, due veli di armosino, uno cremise l’altro bianco con freno di frangia.” AVC, Anselmus de la Pena, Visita, 1720, f. 31.

[xxix] ASV, Rel. Lim. Crotonen. 1733.

[xxx] ASCZ, Busta 612, anno 1719, ff. 50-51.

[xxxi] ASCZ, Busta 497, anno 1703, ff. 31-33.

[xxxii] Il marchese Cesare Berlingieri della par. di S. Veneranda muore il primo agosto 1749 ed è sepolto in cattedrale. AVC, Libro de’ morti 1698-1756.

[xxxiii] Anselmo Berlingieri eredita dal padre Carlo. Il palazzo è così descritto: “Sala del quarto di basso del Palazzo del d.o q.m Ill.re March.se D. Carlo Berlingieri, sito entro q.a sud.a Città, in Parocchia delle Sante Vergini Anastasia, e Veneranda, attaccato da una sola parte a quello del Sig.r D. Saverio Micilotto. Sedie di cuoio all’antica usate n.o dodeci. Una boffetta di noce usata. Altra a scrivania usata. Un stipo di tavole grande a due aperture, con entro tre selle, guarnite di briglie, e capezzoni respettivamente. Quadri num.o otto usati con pitture di frutti. Due cascibanchi usati con entro scritture inutili. Antecamera. Sedie di velluto verde usate all’antica, numero dodeci. Due scrittori grandi all’antica, impellicciati di tartuca con piedi di noce. Una boffetta di noce usata. Un baullo di vacchetta contrellato usato vuoto. Sedie di paglia num.o otto usate indorate. Un quadro grande col ritratto di S. Carlo. Altro mezano con cornice indorata, rappresentante il ritratto del fù D. Carlo Berlingieri, arcivescovo della città di S. Severina. Altri cinque ritratti piccoli di cardinali. Due specchi all’antica indorati. Un portiere di damasco torchino usato. Camera terza a mano dritta. Quadri n.o nove con cornice indorata frà grandi, e piccoli, con effigie di diversi santi. Un specchio mezano con cornice indorata. Sedie indorate di paglia n.o undeci. Un alcantarano impellicciato d’ebbano con tiratoi, con entro piccole biancherie di donna. Un scarabattolo di cristallo con Bambino entro. Due baugli foderati di velluto clemens usati, con entro in uno d’essi due cunduscie uno di drappo in seta foderato, e l’altro di armosino usati. Due para di scarpe di drappo usate, e due scatole con sciarpe di donna di velo di seta in argento. Nell’altro baullo, una cortina di felba verde usata. Due fodere di sedie di velluto verde. Due portieri, uno di damasco clemens, e l’altro di porta nova verde usati. Un apparato di camera usato di rasino rosso, e giallo, ed un lettino piccolo di tela stampata. Un baullo di vacchetta usato, con entro otto camisce di donna. Una veste d’amuer color di rosa pallida. Altra di raso giallo con pizzillo d’argento. Altra di amuer verde. Un busto d’amuer color di rosa. Un avantisino di armosino nero. Una gonnella di amuer nero, ed una rispettina di velo, appartinenti dette robbe di q.o baullo alla vedova D. Antonia Berlingieri figlia del fù Mar.se D. Carlo. Una cristalliera coll’estremi indorati, con entro diverse chiccare. Un portiere di Porta nova usato. Quarta camera. Cinque scanzie di tavole con libri diversi. Quadri con cornice indorati, grandi, mezani, e piccoli n.o sei con diverse effigie. Un specchio all’antica con cornice indorata. Un ginocchiatoio con tre tiratori vuoti, e sopra un crocefisso. Una boffetta di noce usata. Quinta Camera. Quadri usati n.o tre con cornice indorata, con effigie di santi. Un specchio mezano con cornice indorata. Una cassa di pioppo con entro rete di pescare. Un stipo di tavole nuovo vuoto. Una boffetta di noce impellicciata usata piccola. Sedie n.o sei usate. Un letto con banchi, e tavole di legno, con due matarazzi di lana, un paro di lenzuoli, una coperta bianca, ed una imbottita. Un alcantarano vecchio con quattro tiratoi, con faenza di creta dentro. Sesta camera. Tre pezzi di quadri grandi usati, con cornice indorate, ed una scrivania vecchia. Settima camera detta della loggia Quadri vecchi n.o sette. Due casse di pioppo con scritt.e dentro. Una boffetta usata di noce. Due baulli vecchi pieni di scritt.e inutili. Due sofà di noce vecchi. Ottava camera. Due specchi vecchi mezani con cornice indorata. Un quadro grande con S. Fran.co di Paula usato. Altro piccolo con cornice indorata. Tre cassoni di noce usati, in uno quattro para di lenzuoli, una coperta bianca, e due vecchie di damasco, un avante altare di damasco clemens usato, un cappotto di panno usato, due corpetti di tela d’olanda, due coscini di damasco clemens usati, nove camisce, cinque para di calsette, canne quindeci di filato di stoppa, e due tovaglie di faccia. Nel sec.do cassone. Tre cortine di filato bianco usate. Un’altra di porta nova verde usata, ed altra di bombace usata. E nel terzo cassone. Una ovatta imbottita, due portieri di porta nova usati, uno di essi torchino, e l’altro giallo, un messale, due pianete di porta nuova usate, ed un camise di tela bianca ed un matarazzo di lana. Camera della cocina. Caldare di rame, tra grande, mezane, e piccole n.o sette. Cassarole di rame n.o otto con coperchi grandi, e piccoli. Barchiglie di rame n.o dodeci. Tejelle di rame con di loro forni n.o quattro. Tre piccionere di rame. Due cioccolatiere di rame, ed altre due di landa. Un caldara di rame piccola. Gratigole di ferro n.o tre. Treppiedi di ferro trà grandi, e piccoli n.o dieci. Due marmitte di rame. Quattro candalieri d’ottone. Tre capifuochi di ferro, ed altri ordegni di cucina tutti usati. Camerino appresso la cocina a mano sinistra. Un cassone, con entro orzo. Tre giarre di creta usate, e galline. Due camere a man destra della cucina. Dodeci quadri d’Apostoli con cornice semplici. Due specchi grandi con cornice d’ebbano. Un letto con banchi di ferro, due matarazzi di lana, lenzuoli, e coperte per lo stesso. Due boffette di noce usate. Dodeci sedie di paglia indorate. Una braciera di rame col suo piede di noce usata. Due cassoni di noce usati, con entro alcune biancherie di donna. Quartino sotto l’ottava camera, da dove si scende con cataratto in tre camerini Primo camerino. Un letto del servidore, ed un torno con due sportoni pieni di ferram.ti per uso dello stesso. Secondo camerino. Un servizio di porcillame. Dodeci dameggiane vestite. Quattro trimboni di stagno colle di loro case di legno. Due trabacche di ferro, con li scanni di ferro. Altra paro di scanni di ferro più piccoli. Tre balice piccole di vacchetta usate. Boccagli di ferro per uso di carra n.o quindeci. Braciere di rame n.o sette usate. Tre scalda letti di rame. Due sorbettiere piccole di stagno. Un lambicco di rame usato. Un trimbone di rame. Una padella grande di ferro, e pietra di marmo per uso di lavorare cioccolato. Terzo camerino. Otto tavoloni di noce. Una trabbacca, e scanni di ferro. Due squadri di tavola con ferranti e due lettiere. Creta nuova per uso di cocina diversa, e diversi pezzi di legname. Camera a mano sinistra dell’anticam.a di d.o quarto di basso. Un letto con due banchi di ferro, due matarazzi di lana, con lenzuoli, e coperte, e coscini per uso dello stesso. Un specchio grande, ed altro piccolo con cornice indorata. Un alcantarano di noce impellicciato, con quattro tiratoi, con entro alcune candele di cera, e scritture. Due boffette di noce, una grande, e l’altra piccola con entro della piccola cinque cocchiari, e cinque forchette d’argento. Un sicchietto d’argento. Due crocifissi piccoli di argento. Due reliquie d’argento. Alcuni fiori di gioie con pietre false. Un stuccato metamatico. Un paro di fibbie di argento per scarpe, e fibbia di crovatta d’argento. Quadri diversi n.o quindeci con cornice indorata. Sedie indorate di paglia nuove n.o otto. Tondini indorati n.o dodeci. Una placca indorata. Un comodino di noce, e due cantinette per uso di rosolia. Camera appresso alla sudetta. Quadri numero sei, con cornici indorate. Un armiere con dieci scoppette diverse. Altri due armieri piccoli con nove pistole d’avanti cavallo, e due scoppette piccole. Un specchio all’antica con cornice indorata. Due baulli di vacchetta usati, in uno con vestiti d’està del fù Ill.re Mar.se D. Carlo, e nell’altro vestiti d’inverno del med.o. Due boffette piccole di noce. Un borò piccolo di tavole rustico con entro un palotto con manica d’avolio guarnito d’arg.to, con fibia d’argento. Una bottoniera d’argento. Due stucci con rasoli per uso di barba. Sedie num.o otto indorate, usate. Due cantinette guarnite di fiaschi. Quarto superiore di d.o Palazzo. Sala. Una boffetta di tavola per uso di mangiare, quadri diversi n.o dieci. Antecamera. Quadri usati n.o tre, e non altra. Camera terza. Quadri n.o quattro nuovi. Tondini indorati n.o diecissette. Una cristalliera guarnita di diversi pezzi di cristalli. Camera quarta. Quadri vecchi n.o sette. Un stipo di tavole vuoto, e sedie usate n.o dieci. Stalla. Un cavallo padre, e non altro. Rimessa. Un ingegno per stringere uva. Cellaro entro il portone. Botte n.o dodeci tra grande, e piccole vacue. Magazzino entro d.o portone. Grano tumula trenta, e tt.a venti fave. Bassi n.o tre pieni di legna.” ASCZ, Busta 1329, anno 1781, ff. 160-164.

[xxxiv] Nel 1777 era parroco Gabriele Messina a cui segue Tommaso Bruno nell’agosto 1793 (AVC, Nota delle chiese e luoghi pii, Cotrone 1777; Russo F., Regesto XIII, 6). Nel 1807 è parroco Benedetto Avarelli, Stato delle chiese e benefici, 1807.

[xxxv] ASCZ, Busta 1125, anno 1754, f. 49.

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