Vicende degli Sculco e del loro palazzo di Crotone

Crotone, palazzo Sculco.

Il palazzo, passato in seguito alla famiglia del Principe di Cerenzia di casa Giannuzzi Savelli, è situato sulla via Francesco Antonio Lucifero presso l’incrocio con via Ducarne.

Gli Sculco di Papanice

Secondo la tradizione, sette famiglie nobili: Raymondi, Coco, Grisafo, Peta, Guarany, Franco e Sculco, con vassalli e servi, “per sfuggire al giogo turco, o per indole intraprendente”, lasciarono l’isola di Negroponte, l’attuale Eubea, e si stabilirono in territorio di Crotone, su un colle all’interno del comprensorio di Cortina.[i] Nei primi decenni del Cinquecento troviamo Joanne e Vassili Scurco, “greci” di Papanicefore, tra coloro che partecipano alla costruzione delle fortificazioni di Crotone al tempo del viceré Don Petro de Toledo.[ii] Nella numerazione dei fuochi di Papanicefore del 1545, Demetrius Scurcus risulta assente in Lucera, e in quelli del 1561 Laurentius Scurcus, figlio di Demetrius, è assente in Cirò.[iii]

Tra i piccoli proprietari e terraggeristi di Papanice che, all’inizio del Seicento, con massari e garzoni, hanno in fitto terreni di enti ecclesiastici e di feudatari, e che coltivano a grano, orzo, fave e favette, troviamo Jo. Petro Sculco, procuratore del principe di Strongoli ed amministratore del feudo di Apriglianello,[iv] ed il fratello Jo. Francesco Sculco.

Arme della famiglia Sculco.

Feudatari di Santa Severina e di Monte Spinello

Jo. Petro Sculco di Papanicefore, figlio di Jo. Andrea,[v] fu padre di Carlo e di Gio. Andrea. Carlo nel 1654 comprò il feudo di Santa Severina e morì di peste il 3 agosto 1656. Gli successe il fratello Gio. Andrea che nel 1660, ebbe il titolo di Duca di Santa Severina. Oltre a quella città egli ebbe in feudo la terra di San Mauro ed il casale di Scandale. Possedette anche un comprensorio di terre dette Cortina, l’ufficio di guardiano di porto di Crotone,[vi] ecc.

Il primo giugno 1674 Gio. Andrea donò al primogenito Domenico lo stato di Santa Severina, consistente nella città di Santa Severina, decorata con il titolo di Duca, la terra di Santo Mauro e il casale di Scandale, un comprensorio di terre in più gabelle dette Cortina, i pagliaratici e i censi di case e di vigne, poste nella terra e territorio di Papanice, l’officio regio di guardiano di porto che ha il regio fondaco della città di Cotrone, con l’esazione di quattro cavalli per ogni tomolo che s’imbarca e si spedisce in detto regio fondaco, e il territorio “delli vitusi” consistente in più gabelle in territorio di Crotone.[vii]

Domenico morì senza lasciare figli maschi. Jo. Francesco Sculco di Papanici, fratello di Jo. Petro, sposò Dianora Raymondi ed ebbe come figli Bernardo che, per 9000 ducati, nel 1667 comprò da Diego Barricellis il feudo di Monte Spinello,[viii] Stefano,[ix] vescovo di Gerace e Giuseppe. Il barone Bernardo Sculco sposò Cornelia Rota[x] e, morto nel 1700, la baronia passò a Francesco, sposato con Cecilia Sculco, e poi ad Antonia Sculco, moglie di Antonio Ferraro che, nel 1714, la vendette a Tommaso Rota, principe di Cerenzia.[xi] Giuseppe sposò nel 1657 Antonia Maria de Paz de Palomeque, vedova di Francesco Rocca, abitò nella casa paterna, situata nella piazza pubblica di Papanice, ed ebbe tre figli: Francesco Antonio, Dianora e Tommaso Domenico.

Crotone, localizzazione del palazzo Sculco.

Tommaso Domenico Sculco a Crotone

Quest’ultimo nacque a Papanice il 5 marzo 1664,[xii] pochi mesi prima della morte del padre,[xiii] avvenuta nell’agosto 1664. Per le proprietà e come curatore degli interessi dei feudatari di Apriglianello, la sua figura dominerà Papanice, tanto da identificare gli abitanti come suoi vassalli.

Cresciuto sotto la tutela dello zio Bernardo, ereditò alcuni beni dal nonno Jo. Francesco. Alla fine del Seicento Tommaso Domenico è proprietario di Cortina di Papanici, dello ius pagliaratico, e delle terre di Mutrò.

Il 7 novembre 1693, “nelle case del sign. Fabritio Lucifero, convengono i novelli sposi Tommaso Domenico Sculco e Vittoria Lucifero, la vedova Livia Suriano e Fabritio, quest’ultimi madre e fratello della sposa, per rendere esecutivi i capitoli matrimoniali stipulati l’undici luglio. La dote di Vittoria, promessa dalla madre e dal fratello, ascende a ducati 2000 e cioè “Ducati mille quattrocento, e cinquanta in denari contanti, ducati trecento cinquanta di mobili, che dovessero piacere al detto Sig. D. Tomaso, ed un anno di casa, e tavola franca da scomputarsi ducati duecento e detti ducati mille quattrocento cinquanta di denari contanti, e li nominati ducati trecento cinquanta di mobili, si dovessero consegnare nel dì dell’affidare”.[xiv]

Alla fine del Seicento egli è già accasato a Crotone. In società con il cognato, futuro marchese di Apriglianello, aveva fatto fortuna ed ampliato gli averi. Pochi anni dopo, strappato l’assenso degli abitanti di Papanice, “non ostante la repugnanza d’alcuni in condescendere in ciò”, tenta di comprare quella terra, ma alcuni abitanti oppongono il barone di Montespinello, Francesco Sculco, riuscendo così a non infeudarsi.[xv]

Crotone, palazzo Sculco.

Dalle case al palazzo

Lo Sculco allora era già divenuto proprietario delle case, che erano state di Giuseppe Squillace in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo, che confinavano via mediante, con le case di Domenico de Labrutis,[xvi] e con le case dotali di Antonio Suriano.[xvii]

Sopra di esse egli costruì il palazzo di famiglia che, all’inizio del Settecento, si innalzava di fronte al palazzo degli eredi di Domenico de Labrutis.[xviii] Esso era costituito da “più camere ed appartamenti”[xix] e confinava con il palazzo di Antonio Suriano,[xx] e la casa di Giuseppe Riccio, che era nel luogo detto “il Fosso”, e si affacciava alle “mura delle Fontanelle”.[xxi]

Tomaso Domenico Sculco, discendente dagli antichi duchi della città di Santa Severina e dai baroni della terra di Monte Spinello, assieme alla moglie Vittoria Lucifero, discendente dagli antichi baroni delle terre di Belvedere Malapezza e Zingha, nel 1729 ottiene dal Papa Benedetto XIII la concessione di poter costruire un oratorio privato nella loro abitazione.[xxii]

Proprietario di terre ed armenti, fitta ai pecorai cosentini il territorio di Cortina con le sue pecore, e fa pascolare sui corsi i numerosi buoi. Concede ai coloni terreni e buoi per ararli, anticipa grano e denaro per seminarli e mieterli, e si fa portare nei suoi magazzini il raccolto, che poi colloca presso i mercanti di Napoli.

Da lui dipende la vita degli abitanti di Papanice. Senza il suo consenso non si può affittare e coltivare i suoi vasti terreni, né quelli vicini dei terrieri crotonesi. Nei suoi magazzini si ammassano al raccolto la gran parte del grano prodotto dai coloni e dai massari, per gli obblighi assunti prima ancora di seminare.[xxiii] Nella sua attività privilegia il legame con Fabrizio Lucifero, al quale era legato da molteplici vincoli familiari, in quanto egli ne aveva sposato la sorella, ed il Lucifero aveva sposato Teresa Barricellis, figlia di Diego e della zia paterna Petrucza Sculco. Pertanto, spesso è difficile distinguere le decisioni economiche condotte da ognuno dei due possidenti, se non analizzandole come frutto di un’unica e concordata volontà. Tomaso Domenico manterrà col cognato “più e varii conti di portolania et interessi fra di loro et altro per detti negotii” per tutta la vita, tanto che essi scambievolmente “se ne quietano ed assolvono, citra preiudicium delle scritture a favore dell’uno e dell’altro”.

Il figlio Carlo, per divenire cavaliere gerosolimitano, cerca di nascondere le origini di famiglia, dichiarando che, delle quattro famiglie dalle quali discende, tre erano originarie di Crotone ed una del regno di Spagna, ma vivente da cento anni nel regno di Napoli. L’erede Francesco Antonio con l’arrivo dei Borboni riuscirà nel 1735 a far parte del sedile di San Dionigi.

Tomaso Domenico Sculco, oltre a molte proprietà, lasciò numerosi figli, ad ognuno dei quali prima di morire[xxiv] aveva prefissato il destino. Bonaventura fu avviato alla carriera ecclesiastica e, dopo sedici anni di studi e di permanenza a Roma, ottenne nel 1745 il vescovato di Bisignano. Carlo, dopo avere prestato servizio a Roma, Napoli e Malta, divenne cavaliere della religione di Malta. Brigida e Maria Nicola entrarono nel monastero di Santa Caterina da Siena di Catanzaro, Antonia in quello di Santa Chiara di Crotone, Chiara si unì in matrimonio con Gio. Battista Grimaldi di Catanzaro, Cecilia dapprima sposò Francesco Sculco poi, rimasta vedova, si risposò con Saverio Grimaldi,[xxv] mentre Francesco Antonio prima amministrò e poi ereditò i beni paterni.

Crotone, androne d’ingresso del palazzo Sculco.

La formazione del palazzo

Francesco Antonio si sposò con Chiara Suriano,[xxvi] e perpetuò la schiatta degli Sculco incrementandone le proprietà. Disbosca parte di Jannello e vi fa una chiusura con giardini e piante di olivi e da frutto, sulla collina costruisce, o completa, un casino con più camere, vaglio, magazzini e “copelliera”.[xxvii] Edifica due nuovi magazzini a Crotone al Fosso, e compra due magazzini e sei botteghe a Catanzaro. Incrementa di molto il bestiame. Tra la fine del 1763 e l’inizio del 1764, ottiene dall’arcidiacono Torromino in concessione enfiteutica, per l’annuo canone di carlini 10, mezzo tomolo di terra infruttuosa a Capo Colonna.

Su quella striscia di terra di palmi 132 x 80, egli potrà edificare un casino e piantare alberi “affine di godere l’amenità di quell’aere.”[xxviii] Comprò anche due casette vicino al suo palazzo di Crotone, che aveva molto ampliato ed ingrandito con nuove fabbriche, ed adornato con numerosi mobili moderni e ricchi.[xxix] Il palazzo era composto da più e diversi membri. Esso era servito di abitazione al padre ed ora era abitato dall’erede e dai suoi fratelli. L’edificio confinava via mediante, col palazzo degli eredi di Francesco Antonio Suriano, con quello che da Giuseppe Riccio nel 1733, era passato a Leonardo di Cola, patrigno di Geronimo Cariati,[xxx] e con quello degli eredi di Marco Antonio Benincasa, cioè dei figli del fu Giuseppe Schipano.[xxxi]

A Papanice Francesco Antonio restaurò il palazzo, che era quasi inabitabile, e fece edificare trenta nuove casette, da dare in locazione agli abitanti, ricostruendo alcune case e tre botteghe, che erano andate in rovina, a filo nella pubblica piazza, vicino alla locale chiesa matrice dei SS. Pietro e Paolo.[xxxii] Francescantonio Sculco dispose nel suo testamento, la fondazione di un Monte di Pegni o di Prestanza per i poveri, dotandolo di mille ducati, da amministrarsi dai priori pro tempore della congregazione dei nobili dei Sette Dolori, e da un appartenente alla famiglia Sculco.

Proprietario di Cortina, territorio entro il quale era edificata Papanice, Francesco Antonio riscuoteva dagli abitanti lo ius pagliaratico, e gli affitti di vignali, di case, di chiuse, orti, i censi di vigne e di capitali in grano ed in denaro. Il suo attaccamento per la terra paterna, dalla quale gli provenivano gran parte delle entrate, è dimostrato nel testamento dove ordina agli eredi di continuare ad impegnare ogni anno duc. 300 al 4 %, per sottrarre quella povera terra agli strozzini ed allo spopolamento, ed aiutare quell’università a far fronte ai pagamenti dovuti alla Regia Corte, al fisco o per l’annona, e questo aiuto lo dà anche “per ragione de’ propri interessi che sono l’annuali rendite”, che gli pagano gli abitanti.[xxxiii]Il monte detto della Pietà, o sia dei Poveri, nel 1777 era amministrato dal cavaliere gerosolimitano Tomaso Sculco.[xxxiv]

Crotone, palazzo Sculco.

Ampliamento del palazzo

Francesco Antonio,[xxxv] ebbe due maschi: Giuseppe, primogenito, si sposò con Antonia Berlingieri, figlia del marchese Carlo, ed il secondogenito, Tomaso, fu avviato alla religione di Malta. Morto il 5 dicembre 1760 il primogenito,[xxxvi] lasciando due soli figli, Nicola e Vittoria, Francesco Antonio Sculco mutò il testamento a favore del secondogenito.[xxxvii]

Il cavaliere gerosolimitano Tomaso, coerede del padre Francesco Antonio, nel 1767 compera dai coniugi Antonio Ruffo e Petrolina Juzzolino, una terza parte di casa dotale vicina al suo palazzo, sempre in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo, e confinante con quella degli eredi di Antonino Asturelli e via intermedia, con le case che erano state del fu Ignazio Rodriguez.[xxxviii] Sempre in quell’anno gli Sculco acquistano delle casette dai Falbo e dai coniugi La Piccola.

Nel maggio 1767 si accordano con il canonico Gio. Battista Schipano, proprietario di un palazzo che, via pubblica intermedia, è di fronte al loro palazzo. Avendo gli Sculco acquistato vicino al loro palazzo alcune piccole case dai coniugi Carlo La Piccola ed Angela Schipano, ed essendoci anche un vaglio o luogo vuoto, e volendo alzare le case e costruire nello spiazzo, unendo le nuove fabbriche al loro palazzo, poiché così facendo si impedirà la veduta del mare e dei monti al palazzo dello Schipani, ottengono dal canonico la concessione di questa servitù, per il prezzo di ducati cento.[xxxix]

Nel mese successivo il cavaliere Carlo Sculco, anche come tutore e curatore del pronipote Nicola e del coerede Tommaso, acquista uno spiazzo di proprietà del convento di San Francesco d’Assisi. I francescani possedendo in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo “un antico luogo di casaleno”, situato sotto il palazzo degli Sculco e confinante con la casa che fu di Teresa Falbo, ora di proprietà degli Sculco, e quelle degli eredi del fu Leonardo Villaroya, lo cedono per un censo annuo. I nuovi proprietari hanno intenzione di migliorarlo, fabbricandolo ed unendolo al loro palazzo,[xl] che proprio in questi anni si sta ampliando, costruendo anche alcune camere al muro, confinante con il vicino palazzo di Filippo Marzano,[xli] chiudendo la vista del mare e dei monti a quello del canonico G. B. Schipano, ed ostacolando e sovrastando quello dei Marzano.[xlii]

Crotone, palazzo Sculco.

Dagli Sculco ai Savelli

Il cavaliere Tomaso Sculco si unì con Maria Saveria Cavallo e continuò ad abitare nel palazzo dei suoi avi, che si trovava vicino al palazzo di Gerolamo Cariati, che era presso le mura della città, a quello di Alfonso d’Aragona e a quello di Pietro Suriano.[xliii]

Tra i figli di Tomaso ricordiamo Bonaventura, che fu cavaliere gerosolimitano, ed il canonico Giuseppe Maria che, ancora nel 1816, era domiciliato in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo in contrada “Aragona”. In seguito, il palazzo passò alla famiglia del principe di Cerenzia di casa Giannuzzi Savelli.[xliv]44.

Note

[i] Sculco N., Ricordi sugli avanzi di Cotrone, Cotrone 1905, p. 49.

[ii] ASN, Dip. Som. 196 n. 4 a 6.

[iii] Malevitana, seu Crotonen., Mainardi 1729, f. 21.

[iv] ASCZ, Busta 118, anno 1632, ff. 115-116.

[v] Jo. Andrea Sculco del casale di Papanicefore dona al figlio Jo. Petro le terre di Pisciotta. ASCZ, Busta 49, anno 1612, f. 8.

[vi] L’ufficio di guardiano del porto di Crotone e sua paranza fu venduto nel 1634 a Francesco Sculco, passò poi a Carlo Sculco e alla sua morte al fratello Andrea, duca di Santa Severina, e quindi al figlio Domenico. Morto Domenico, l’ufficio ritornò alla regia corte che, nel maggio 1687, lo mise all’asta. Dopo alcune finte vendite, fu acquistato da Pietro Sculco di Monte Spinello che, il 25 agosto dello stesso anno, è immesso nel reale possesso dell’ufficio da Fabritio Lucifero, delegato a ciò come luogotenente del regio secreto e mastro portolano di Calabria Ultra. All’inizio del Settecento l’uffficio è esercitato da Tomaso Domenico Sculco. Il guardiano del porto esigeva 4 cavalli per ogni tomolo di grano imbarcato e 5 per ogni tomolo di altre vettovaglie. ASCZ, Busta 335, anno 1687, ff. 55-60; Busta 497, anno 1708, f. 38. ASN, Ref. Quint. 198, ff. 120-122.

[vii] ASN, Ref. Quint. Vol. 201, ff. 318-321, 400-406.

[viii] Malevitana, seu Crotonen., Mainardi 1729, ff. 47-48.

[ix] Stefano Sculco, vescovo di Gerace nel 1670, originario di Papanice, ebbe un governo difficile e fu accusato di vari misfatti. Russo F., Regesto, VIII, p. 289.

[x] Costantia Sculco, figlia di Bernardo barone di Monte Spinello e di Cornelia Rota, viene ammessa nel luglio 1696 all’educandato in Santa Chiara di Crotone. AVC, Cart. 117.

[xi] Francesco Sculco barone di Montespinello, sposato con Cecilia Sculco, figlia di Tomaso Domenico, aveva istituito erede universale quest’ultimo ma, poiché l’erede in feudalibus per legge d’investitura, doveva essere la sorella Antonia, si accese una fierissima lite nel Sacro Regio Consilio, finché le parti non si accorsero che i debiti, che il barone aveva lasciato, assorbivano quasi tutta l’eredità. A Tomaso Rota, barone di Cerenzia, al quale Antonia Sculco aveva venduto Monte Spinello, rimase il feudo, mentre a Tomaso Domenico rimase il titolo baronale che dopo poco cedette al Rota. ASCZ, Busta 664, anno 1733, ff. 84-85.

[xii] “Ego Don Ioannes Dominicus Aprigliano aeconomus Sancti Nicolai Graecorum de venia Rev. D. Thomae de Hante Archipresbyteri baptizzavi infantem natum sub die 5. Currentis mensis ex Iosepho Sculco, et D. Antonia Maria de Paz Palomeque coniugibus, cui impositum fuit nomen, Thomas Dominicus, patrinus fuit D. Ioannes Franciscus Raymondus dictae terrae”.

[xiii] Giuseppe Sculco, “avendo conosciuto per la mia dimora in questa terra una gran miseria e povertà della medesima”, lascia per testamento ducati mille per fondare un monte di maritaggi nella chiesa parrocchiale di S. Nicola, per dotare due povere appartenenti a famiglie onorate, con la clausola che, in caso “venisse a depopulare questa terra di Papanice detto Monte di Maritaggi si possa trasferire nella città di Cotrone o in altro luogo”. Malevitana, seu Crotonen., Mainardi 1729, ff. 24-25.

[xiv] ASCZ, Busta 337, anno 1693, ff. 34-36.

[xv] ASCZ, Busta 497, anno 1707, ff. 85-86.

[xvi] “Casa heredi qm. Gio. Paulo Labruto seniore hoggi de Dom. de Labrutis herede conf. le case del qm. Squillace hoggi di D. Tomaso Sculco via mediante in par. SS. Pietro e Paolo.” AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama Ordinis Eremit.rum S.ti Augustini, A. D. 1699 confectae, f. 135v.

[xvii] “Case dotali di D. Antonio Suriano olim fam. De Barracca qm. Felicis iuxta domos fam. De Aragonia nunc Hyacinoli via mediante et Thomae Sculco olim qm. Joseph Squillace via pariter mediante in par. SS. Pietro e Paolo.” AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama Ordinis Eremit.rum S.ti Augustini, A. D. 1699 confectae, f. 49v.

[xviii] Il palazzo di Domenico Magliari consisteva in nove stanze con i loro bassi e confinava con le case del S.r Magliari, Marturani ed altri. A muro di esso vi era una casetta che confinava via pubblica mediante con il palazzo di Tomaso Sculco. Il Magliari possedeva inoltre una casa a muro del palazzo di Tomaso Sculco, posta di fronte al suo palazzo. ASCZ, Busta 496, anno 1702, ff. 56-59.

[xix] ASCZ, Busta 613, anno 1722, f. 101.

[xx] Il palazzo di Antonio Suriano, posto in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo, confinava con il palazzo del qm. Giacinto Aragona, con quello di Tomaso Sculco, e quello dell’eredi del qm. Pietro Suriano. ASCZ, Busta 611, anno 1712, f. 72.

[xxi] La casa palaziata dei Riccio era isolata e composta da più e diversi membri inferiori e superiori, ed era situata in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo, confinante via pubblica mediante, con i palazzi di Giacinto Aragona, Tomaso Sculco, degli eredi di Pietro Suriano, e si affacciava alle mura delle Fontanelle. ASCZ, Busta 612, anno 1715, f. 191.

[xxii] ASV, Sec. Brev. Vol. 2730, ff. 350-351.

[xxiii] Tommaso Domenico Sculco possedeva le terre di Cortina, Jannello, Mutrò, Misistrello Grande, Columbra, la Volta di S. Nicola ed una vigna con torre e casella. ASCZ, Busta 613, anno 1722, ff. 101-102.

[xxiv] Tomaso D. Sculco morì a Crotone, mantenendo la sua fede originaria. Fu sepolto nella cappella di famiglia, da lui stesso fondata sotto il titolo di San Nicola vescovo di Mira, nella chiesa di San Giuseppe: “Thomas Sculco ex par. SS. Apostolorum Petri et Pauli sine sacramentis extremum reddidit spiritum sub die prima m. novembris et sepultus fuit sub die 2 (1734) in ecclesia S. Joseph”. AVC, Libro dei morti. A ricordo rimane l’epigrafe: D.O.M./ THOMAE DOMINICO SCULCO CROTONIATA/ E DYNASTARUM GENTE/ SACELLI HUIUS FUNDATORI/ IRO EXIMIAE PIETATIS AC ANTIQUIS QUIBUSQUE MORIBUS EX CULTO/ IN PUBLICIS PRIVATISQUE REBUS/ USU PRUDENTIA ATQUE AUCTORITATE CLARISSIMO/ FRANCISCUS FR. CAROLUS EQUES HIEROSOL. AC BONAVENTURA FILI/ ET VICTORIA LUCIFERO UXOR/ EHU PATRI OPTIMO ET PIENTISSIMO CONIUGI P.P./ VIXIT ALIIS POTIUS QUAM SIBI ANNOS LXX MENSES VII DIES XXV/ OBIIT CUM LUCTU PENE PUBLICO KALENDIS NOVEMBRIS AERAE VULGARI/ MDCCXXXIV.

[xxv] ASCZ, Busta 612, anno 1717, ff. 107-108.

[xxvi] ASCZ, Busta 857, anno 1754, ff. 443-452; Busta 612, anno 1717, ff. 107-108. Tra i figli di Francesco Antonio Sculco ricordiamo Giuseppe, che sposò Antonia Berlingieri, figlia del marchese Carlo, e morì nel 1760 (ASCZ, Busta 861, anno 1761, f. 195v) e Gerolama che sposò il marchese di Apriglianello Giuseppe Maria Lucifero (ASCZ, Busta 1129, anno 1767, f. 14).

[xxvii] Nel casino degli Sculco in località Jannello si leggeva: “Questi deliziosissimi luoghi venghiamo spesso a visitarli per la bellezza dell’arie, delle acque e della posizione topografica. Casino splendidamente da Sculco edificato per sè ed i suoi amici nel 1711”. Sculco N., Ricordi sugli avanzi di Cotrone, Cotrone 1905, p. 42.

[xxviii] Il casino a Capo Colonna sarà costruito nel 1767 da Carlo Sculco. Sculco N., Ricordi sugli avanzi di Cotrone, Cotrone 1905, p. 45.

[xxix] ASCZ, Busta 857, anno 1754, f. 445v.

[xxx] Il palazzo di Geronimo Cariati confinava vie medianti, con quelli di Gregorio Aragona, Francesco Antonio Sculco e di Francesco Antonio Suriano. ASCZ, Busta 664, anno 1734, ff. 12-13; Busta 668, anno 1749, ff. 173-175.

[xxxi] ASCZ, Busta 857, anno 1754, f. 443.

[xxxii] Francesco Antonio Sculco ebbe due maschi: Giuseppe, primogenito, che sposò Antonia Berlingieri, ed il secondogenito Tomaso che fu avviato alla religione di Malta. Morto il primogenito lasciando due soli figli: Nicola e Vittoria, Francesco Antonio Sculco mutò il testamento a favore del secondogenito che lasciò la religione di Malta. ASCZ, Busta 1129, anno 1767, ff. 9-32.

[xxxiii] ASCZ, Busta 1129, anno 1767, ff. 9-32.

[xxxiv] AVC, Nota delle chiese e luoghi pii ecclesiastici e secolari esistenti nel distretto della giurisdizione del regio governatore della città di Cotrone, 1777. ASCZ, Busta 668, anno 1750, ff. 32-33. AVC, Stato presente delle rendite e dei pesi della Congregazione de Nobili de’ Sette Dolori, 1789.

[xxxv] Francesco Antonio Sculco ereditò dal padre tra l’altro, un “territorio di terre rase ed aratorie denominato Cortina sito in d.o distretto di questa città confine le terre dette li Caracalli, Gulli e la Conicella, e come che dentro d.o territorio di Cortina vi si attrova edificata la terra di Papanice per essere il medes.o di vasta estensione pertanto si esigge e spetta a d.a eredità il jus Pagliaratico sopra le case de’ Particolari di d.o territorio ed altresì spettarono e spettano a d.a eredità altre annue rendite che si esiggono per causa di alcuni vignali seu pezzi di terre del nom.o territorio che si attrovano a d.i Particolari cittadini di papanice concessi ad meliorandum coll’esazione tanto in denaro che in grano respettivamente quale esazione frutta di circa docati cento lanno.” ASCZ, Busta 853, anno 1754, f. 442v. Epigrafe alla parete della cappella di San Nicola della famiglia Sculco nella chiesa di San Giuseppe: CINERIBUS. ET. MEMORIAE./ FRANCISCI. ANTONII. SCHULCHI./ PATRICII. CROTONENSIS./ FIDE. PIETATE. RELIGIONE. CLARISSIMI./ ET. PRISCA. PROBITATE. EXIMII./ QUI . ANNOS. NATUS. LXVII./ FATIS. CESSIT./ BONAVENTURA. BESIDIENSIUM. EPISCOPUS./ CAROLUS. EQUES. HIEROSOLYMITANUS./ FRATRES. MAERENTISSIMI./ THOMAS. EIDEM. SACRO. ORDINI. ADSCRIPTUS./ DULCISSIMI. PARENTIS. INTERITU. INCONSOLABILIS./ IN. HOC. GENTILITIO. SACELLO./ M.C.L. PP.

[xxxvi] ASCZ, Busta 861, anno 1761, f. 195v.

[xxxvii] ASCZ, Busta 1129, anno 1767, ff. 9-32.

[xxxviii] ASCZ, Busta 1129, anno 1767, f. 74.

[xxxix] Il canonico Gio. Battista Schipano, come erede del padre Giuseppe e del fratello Francesco Antonio, possedeva un palazzo situato in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo, e confinante da una parte, con quello che era stato dei Magliari ed ora apparteneva a Prospero Giaquinta e, dall’altra parte, con alcune casette degli Sculco e di Alfonso Aragona. ASCZ, Busta 1129, anno 1767, ff. 116 -118.

[xl] ASCZ, Busta 1129, anno 1767, f. 138.

[xli] ASCZ, Busta 1129, anno 1768, f. 309.

[xlii] ASCZ, Busta 1129, anno 1767, ff. 116-118; ff. 137v-138.

[xliii] ASCZ, Busta 1345, anno 1781, f. 19.

[xliv] Tra il 1834 ed il 1838, tra gli oratori domestici e privati troviamo quello della famiglia del principe di Cerenzia di casa Giannuzzi Savelli. AVC, Cart. 74.

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