Una mostra fotografica a Cutro

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Nelle campagne di Cutro durante i primi anni del 900 (foto di G. Tallarico).

n.b. i testi qui riportati accompagnavano le fotografie della mostra.

Chiesa di Santa Caterina e monastero di Santa Chiara o della SS. Concezione.
Secondo una passio leggendaria risalente ai secoli Sesto e Settimo e ad altri testi più tardi, Santa Caterina fu una vergine martirizzata ad Alessandria dove sarebbe stata torturata e decapitata per volere dell’imperatore Massimino Daia o Massenzio. Il suo corpo sarebbe poi stato seppellito dagli angeli nel monte Sinai dove nel monastero ortodosso sono conservate le sue pretese reliquie.
Proclamata patrona dell’università di Parigi, è protettrice degli studenti e delle ragazze da marito.
E’ detta Santa Caterina della ruota, dal particolare più noto della sua leggenda, che cioè la ruota uncinata del supplizio si spezzasse al contatto del suo corpo.
Nell’arte è raffigurata con la ruota chiodata del suo martirio oppure mentre discute con i filosofi pagani.

(…) “Questa pianura circondata da colline, sulla quale non soffiava alito di vento, si estendeva per circa undici miglia; giunsi infine ai piedi di un crinale che sorgeva quasi perpendicolare, in cima al quale si trova il piccolo paese di Cutro.
Fui costretto a cercare asilo nella miserabile locanda ed ero così sfinito che decisi di rinunziare all’idea di spingermi avanti. Un po’ di vino, tuttavia, mi rimise in forze e dopo essermi riposato un paio di ore mi posi di nuovo in cammino.” (…) (Ramage C. T., 1828).

(…) “ettari coltivati a grano, piante grasse e incolte. Molta terra che dà poco da mangiare.. Il territorio era pieno di animali selvatici specie volpi” (…) (F. L. Conte di Stolberg, 1792).

(…) “ho attraversato pure il fiume Tacina, l’antico Targines, nel quale scorreva una considerevole quantità di acqua. Giungemmo al guado e fui sorpreso di trovare un gruppo abbastanza numeroso di donne, e, non vedendo nessun paese nelle vicinanze, chiesi da dove venivano. Mi indicarono un paese su nelle colline distante circa otto miglia. Stavano candeggiando del lino e sembravano allegrissime” (…) ( Ramage C. T., 1828).

(…) “Precedeva la confraternita del SS. Rosario col suo gonfalone, portando la statua del glorioso protettore S. Giuliano. Seguivano i Rev. Padri Riformati e Cappuccini colla statua della SS. Vergine Immacolata. Da poi il clero vestito di cotta, ed il capitolo decorato delle sue insegne canonicali: tutti portando fra le mani torce accese, e facendo ala e corona al venerabile simulacro del SS. Crocifisso. Il SS. Crocifisso veniva sorretto da braccia devote e pie, mutate ad ogni pie sospinto, perciocchè ognuno gareggiava di sottentrare al fortunato incarico. Il corteggio era chiuso da una banda, vestita in grande uniforme, diretta da un peritissimo capo. Precedevano, accompagnavano, seguivano drappelletti di milizia cittadina, intenti a tutelare l’ordine di una folla immensa, che ingrossata sempre di più da persone accorrenti da’ dintorni, formava il magnifico codazzo di questa brillantissima processione” (…). (Piterà A., 1861).

(…) “Della fertilità delle sue campagne, così ne scrisse Barrio “Cum linis non vulgaribus, et agro pascuo tritici, ac aliarum frugum feraci”, fu poco in riguardo al molto, che elleno producono; cioè grani di più forti, orgi, legumi di tutte maniere, chiappari, fonghi, asparagi, latticini d’ogni animale, fin la mastice; ond’è che la terra ne vive abbondante, e colla vendita del soverchio ne sforgia” (…). (Fiore G., 1691).

(…) “Il palazzo comunale di Cutro è stato quasi completamente distrutto da un incendio appiccato dalla folla” (…) (Gazzetta del Sud, 1967).

(…) “Le forze dell’ordine hanno proceduto all’arresto di otto persone quali autori dell’incendio del municipio” (…) (Il Tempo,1967).

(…) “A Cutro, dove sono stati arrestati decine di lavoratori, coesistono gli elementi contradditori che da un lato costringono braccianti e contadini nella loro antica condizione, in cui il lavoro è occasionale e la terra avara rende solo a prezzo di enormi sacrifici; mentre dall’altro i proprietari terrieri, al contrario possiedono aziende moderne e redditizie” (…) (L’Unità, 1967).

(…) “i commentatori politici tentano di invertire i termini del problema drammatico che angustia le popolazioni del sottosviluppo, imputando cioè alle vittime la colpa della loro legittima insofferenza, piuttosto che ricercarne le cause che la producono” (…) (IL Gazzettino del Jonio, 1967).

(…) “Nel traversare il Marchesato da Cotrone a Tacina il suolo è collinoso. Non si trova altro paese in questo camino che Cutro. Sotto di esso il terreno è molto scosceso, e, come è di creta, quando piove si rende assolutamente impraticabile. Il Tacina è ricco di acque. Il Tacina dà anguille ed anche trote. Ha un letto piuttosto ristretto. Potrebbe servire di caricatoio molto opportuno.” (…) (Galanti G. M., 1792).

(…) “La strada verso Cutro costeggia per un lungo tratto il corso dell’Esaro. La campagna, simile a quella intorno a Crotone, con basse colline, è divisa in appezzamenti coltivati a grano o adibiti a pascolo; questi ultimi, ora completamente aridi, avevano nutrito il bestiame durante l’inverno e all’inizio della primavera.
Cutro sorge, a dodici miglia dal mare, su un altipiano, da dove si gode un’estesa ma desolata vista del golfo di Squillace a Capo Stilo. Conta duemila abitanti, le strade sono discretamente larghe, ma non presenta belle case e la chiesa principale non è molto grande. Ogni cosa denota uno stato di abbandono e povertà, nonostante si svolga un buon commercio di bestiame, grano, legumi e un po’ di vino. (…) (Keppel Craven R., 1818).

(…) “Lasciata Cutro, una scomoda discesa mi condusse sul litorale, presso poche case e una torre di guardia, chiamata Lo Steccato, a sud di Capo Castelle. Ai piedi della collina incontrammo una grande mandria di bovini, della stessa razza di quelli che avevo visto in Puglia, che, accompagnata da enormi cani, si stava dirigendo lentamente verso la Sila. La campagna si mostrava migliore; la zona pianeggiante, solcata dalla strada parallela al litorale, era ora riccamente coltivata e animata da parecchi casini e fattorie, dove i contadini mietevano e trasportavano il raccolto…. Attraversai il Tacina, l’antico Targinea, che segnava i confini tra Crotone e Squillace. Secondo Plinio questo torrente, insieme all’Aronca, che ha assunto il nome di Crocchio, era navigabile.” (Keppel Craven R., 1818).

(…) “La ferrovia risaliva una lunga valle, la valle dell’Esaro, dove, in un alveo profondo, scorreva un filo d’acqua appena percettibile. Da entrambi i lati erano colline dai contorni leggiadri, arate in basso e spesso piantate ad ulivi. Ogni tanto si vedeva un pendio erboso dove pastori o caprai oziavano in mezzo al gregge. Al termine della salita c’è una lunga galleria, dopo la quale la linea ridiscende verso il mare. Il paesaggio assume una bellezza più solenne; le montagne ci sorgono di fronte, coi teneri colori conferiti loro dal sole d’autunno. Traversammo due o tre fiumi – fiumi ricchi d’acqua, con le rive coperte da una fitta giungla verde. Il mare era azzurro e pareva calmissimo, ma onde bianche si frangevano rumorosamente sulla riva, ultima voce della burrasca che aveva infuriato, rinnovandosi, per due settimane,” (…). (Gissing G., 1897).

(…) “Giunti su di un bel terrazzamento aperto, tutto verde di grano mareggiante alle folate leggere del vento di ponente, la muraglia azzurro- violacea della Sila … sembrò alzarsi e venirci incontro, come in un improvviso incanto e in un richiamo. Dopo qualche poco, il verde più scuro d’una vegetazione di gelsi, di fichi, di agrumi segnò la vicinanza di un paese, che io sapevo essere Cutro, grosso centro di schiettissima, caratteristica vita rurale, famoso in tutta la Calabria per il suo Crocifisso della Riforma, il “Cristo di Cutro”, attribuito per consenso ormai di tutti a Frate Umile da Petralia, il peregrino scultore di Crocifissi in Calabria e in Sicilia, nella prima metà del seicento. Ci fermammo nella piazza grande e alberata, che la strada statale lambisce un po’ dall’alto, a settentrione.” (…) (Isnardi G., 1938).

(…) “Eravamo entrati, dopo un po’ di case più alte con qualche traccia di vita signorile, (i bei portali di pietra lavorata così frequenti in Calabria e i balconi alla spagnola con le ringhiere panciute di ferro battuto) in una via larga e mal selciata, recante i segni profondi delle ruote dei carri campestri. Dall’uno e dall’altro lato correva una serie di casette basse e bianche, tutte attaccate fra di loro e quasi tutte pari di altezza: due muri bucati di porte, su pochi rozzi gradini, e di piccole finestre, o con un piccolo balcone fiorito di “graste” traboccanti di gerani scarlatti, di violaciocche bianche e dorate, di convolvoli azzurri e rosei, di erbe grasse verdastre serpeggianti verso il basso.” (…) (Isnardi G., 1938).

(…) “Su quasi ogni soglia giovani donne con un lattante, strettamente fasciato, al petto; bimbi vicini alle mamme, bimbi un po’ più in là, intenti a giocare o a razzolare, come le galline becchettanti, innumerevoli, anche in mezzo alla strada; ogni tratto, tra bimbi e galline, un maialetto roseo o nero, irto di setole sulla schiena come un piccolo cinghiale, e qualche capra mugolante. Vecchi e vecchierelle, vestiti di nero, seduti anch’essi, tra i bimbi, accanto alle soglie, alzavano le mani al viso a fare solecchio, per guardarci. Così, per tre o quattrocento metri, un mondo tutto uguale e raccolto nelle stesse elementari operazioni di vita, o incurante di noi, o per un attimo sospeso a considerarci, con un po’ di stupore, ma non troppo, e quasi con confidenza.” (…) (Isnardi G., 1938).

(…) “Sotto Cutro, molto vicino al mare, vi è un antico sepolcreto di mattoni, affatto simile a quello di Cecilia Metella in Roma. La parte di sotto è quadrata, quella di sopra rotonda. E’ assai ben conservato ma non presenta alcuna iscrizione.” (…) (Riedesel von H., 1767).

(…) “ci incamminammo verso la grande piazza, chiusa in fondo dal fianco di una chiesa dalla cupola emisferica bizantineggiante che già ci era apparsa, prima di entrare nel paese, al di sopra dei giardini e degli orti, poi svoltammo a sinistra verso la via che conduce, fuori del paese, alla Riforma (…) La Riforma biancheggiava in fondo, ancora un po’ lontana con la chiesa dal campaniletto a cuspide e un bel pino ad ombrello a sinistra… Ad un tratto , cessate insieme le due file di case, fu la campagna: verde, disseminata di ulivi su grandi campi di fave, placida e assorta sotto il gran sole.” (…) (Isnardi G., 1938).

(…) “Cristo in croce. Scolpito a tutto tondo, figura intera (alt. m. 1,75; tra le due mani largh. m. 1,46) con modellazione realistica e molto efficace nella testa, assai espressiva. La dipintura al naturale accentua l’effetto dell’opera, la quale è attribuita al celebre monaco- scultore Fra Umile da Petralia (1589- 1639).
Il collegamento sull’altare maggiore della chiesa è originario. Lo stato di conservazione è buono. Questo Crocifisso può dirsi uno dei più famosi simulacri dei conventi di Calabria.” (…) (Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, 1933).

(…) “Nessuna abitazione in vista; le stazioni delle ferrovie sono in pieno deserto, e ad una grande distanza dai paesi ch’esse servono. Di tratto in tratto, là dove i pendii sono meno scoscesi, dove il suolo forma dei piccoli altipiani coltivabili, torme di contadini, posti in fila, scavano la terra con la zappa per prepararla alla semina, sotto la direzione di un sorvegliante a cavallo.
Essi hanno tutti il cappello acuminato calabrese e i pantaloni neri con grandi uose dello stesso colore; in generale hanno tolto la loro giacca per lavorare, ma la più parte portano lo schioppo con bandoliera, che noi vediamo ugualmente portato dai rari viandanti, i quali, di quando in quando, appaiono cavalcando per la via.
Altri contadini, sparuti e bruciati dal sole, guidano dei bovi magri con delle grida acute, e camminano dietro un rozzo aratro…. Talvolta un branco di capre nere e macilente si riposa all’ombra delle macchie di lentischi che coprono il fondo dei burroni, o bruca sulla cresta delle colline un’erbetta rasa e mezzo bruciata. Il mandriano che le custodisce ha l’aria selvaggia come la loro: con la pelle di montone o di capra gittata sulle spalle, e la lunga verga simile a quella del pastorale dei nostri vescovi.” (…) (Lenormant F., 1882).

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