[La soppressione del vescovato di San Leone]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 31-33/2006)
Morto l’ultimo vescovo di San Leone, il lusitano
Alvaro Magalene (1565-1566), e rimasto vacante il vescovato, il papa
Pio V nel maggio 1566 concede l’amministrazione dei beni della
chiesa di San Leone al nuovo arcivescovo di Santa Severina Giulio
Antonio Santoro (1566 – 1572), promettendogli che in seguito
sopprimerà il vescovato e lo unirà a quello di Santa Severina. Il
nuovo arcivescovo ne prese subito possesso tramite il notaio
Domenico Guarino. (Instrumentum captae possessionis Ep.tus Sancti
Leonis per egregium Not.m Domenicum Guarinum sub die maii 1566). La
soppressione del vescovato e la sua unione a quello di Santa
Severina tardano. Finalmente, il 27 settembre 1570, Pio V invia un
Breve al vescovo di Umbriatico, Pietro Bordone, incaricandolo di
visitare e di istruire il processo sulle qualità della chiesa di San
Leone, che deve essere soppressa a causa della desolazione e dello
spopolamento.
Il vescovo dovrà certificare le rovine e l’abbandono del casale e
della chiesa e compilare il processo, prendendo atto dello stato “de
praedicta ecclesia eiusque Civitate, Diocesi, clero, populo, statu,
situ, conterminis, nec non beneficiis, proprietatibus, censibus,
iuribus et actionibus”. Ottenuto il Breve, che gli spiana la strada
per ottenere la soppressione del vescovato di San Leone e
l’incorporazione dei suoi beni alla mensa arcivescovile di Santa
Severina, Giulio Antonio Santoro, detto il Cardinale di Santa
Severina, invia subito da Roma, in data 29 settembre 1570, le
istruzioni per il suo vicario generale in Santa Severina, Giovanni
Antonio Grignetta, in modo che si prepari in modo adeguato per
l’imminente visita del vescovo di Umbriatico Pietro Bordone ( 1567
-1578).
“Al Ven.le m. Gioanni Enfosino decano di S.ta Severina et amico n.ro
car.mo.
A S.ta Severina.
Instruttioni per il processo c’ha da fare mons. d’Umbriatico sopra
il Vescovado di San Leo che si manda al R.do Gio. Ant.o Grignetta
Vicario n.ro generale in Santa Severina.
Dal tempo che piacque a N. S. farmi Arcives.vo di Santa Severina
trovandosi vacare la chiesa di San Leo , S. S.ta la volse unire, ma
scordatasi in quel consis.ro disse volerlo fare un’altra volta
massime dopo ch’io fussi costi et c’havessi potuto farne il processo
nel conc.o Provinciale secondo il conc.o Tridentino sess. 24 de
refor. g.rali cap. 13 Vocatis quor. interest non di meno all’hora
medesima S. S.ta mi fece quel breve c’havete costi de colligere et
conservare i frutti di San Leo, et queste per un interim all’Unione.
Hara vedendosi la cosa andare in lunga S. B.ne ha deliberato di
procedere et cosi scrive un Breve al Vesc.vo d’Umbriatico che
s’informi della Chiesa, Città, Diocese, Redditi, Frutti della chiesa
di S. Leo accioche si possa risolver d’unirla a qualchuno per esser
detto Vesc.o confidente di S. B.ne come sua Creatura.
La copia del qual Breve ve si manda qui inchiusa. Pertanto bisogna
andare o mandare a detto Vesc.vo per presentarlo, et per condurlo a
vedere il luogho di San Leo onde io credo sarà necessario condurlo
in Santa Severina per far questo overo in Cutro o altro luogho della
Diocese dove a voi parrà più opportuno perch’io non so li luoghi con
sumministrarli le spese et farlo spedir quanto prima et così potrete
fare o come meglio vi parrà.
Et se con questa occ.ne vi paresse far che desse nella n.ra diocese
il sacram.to della confirmatione mene rimetto a voi avertendo pero
che s’osservino le debite circunstanze conforme la rubrica del
Pontificale et Conc.o Tridentino et il tuttoripongo in suo arbitrio.
Il Vesc.o predetto si pigli un Notaro sufficiente et che facci
buona... ancor capace S. S. dell’animo anco ch’o di fare una chiesa
nel luogho di San Leo se si potrà et una cappella nella chiesa n.ra
dove si celebrasse quotidianamente ma perch’io non sò il luogho dove
sia ne appresso che habitato non posso dir altro.
Quello che si ha da provare per l’Unione o suppressione sarà che la
detta chiesa è rovinata à fundamentis,
Che non ha città alcuna
che non ha popolo
che non ha beneficii
che non ha diocese anzi ch’è dentro la dioc.se di Santa Severina.
( ch’io sappia, ma se è altrimenti, che si deducha in processo)
Che il più vicino Vesc.do o chiesa è la metrop.na di S.ta Sev.na
dalla cui città dista tre o quattro over sei miglia che siano, et
ch’è nel territorio di detta città d’altra terra della terra della
sua diocese.
Che li frutti son tenui, esigui, et pochi quali quasi non bastano ad
un Prete non ch’ad un Vesc.vo et qua potrete far essaminare
testimonii sopra li redditi, et beni si potran produrre li
instrum.ti degli affitti.Et anco computare da fertile ad infertile
che può valer ciascuno anno secondo i communi et generali prezzi.
S’ha da produrre nel processo copie autentiche, ascoltate con le le
originali appresso del Comm.rio de beni et censi o altre cose di
detta chiesa con avertir quelle de quali la chiesa n’è hoggi in
poss.ne et di quelli che non, et cosi d’una Platea che
l’archidiacono havra ricovrata da un Not.ro di Policastro de quei
beni detta chiesa non è in poss.ne
Et così anco si puo dedurre il med.mo per testimonii per d’altre
ragioni, et attioni d’essa chiesa et del resto far diligenza che
questo processo venghi ben formato et finire la verità.
Sara bene che si esaminassero qualche testimoni di fuora di S.ta
Severina, cioe che non siano della città per rimuovere ogni scrupolo
di suspitione sopra questo breve non ho fatto pigliare l’essequat.
per non havere di servire in contradictorio Judicio.
Per questo ne voi ne il detto vesc.vo non ne prenderete ombra ma
attenderete all’essecutione.
Il processo me si mandi poi per via sicura per poterlo presentare a
S. S.
Havrei charo tra l’altre una cosa che vedessino di ricovrar bolle et
scritture appartenenti tanto alla detta n.ra Città quanto à quella
di San Leo, et altri della Diocese per conservarli nell’Archivio
n.ro ma il tutto destram.te tamq. aliud agens.
In reliquis supleat cum prudentia. Roma XXIX sept.ris LXX.
Iul. Ant. Card. et administrator S. S.nae.”
Fine del vescovato
Il sette novembre 1571 su proposta del cardinale Marco Antonio
Maffei era emanato un decreto della concistoriale, che stabiliva che
la chiesa cattedrale di San Leone,”quae est solo aequata et nunc
Pastore caret... una cum dignitate Episcopali, et aliis
Episcopalibus insignibus perpetuo suppressit, et extinxit”. Sempre
nel decreto si ordinò che fosse aggregata alla vicina chiesa
metropolitana di Santa Severina, assieme alle giurisdizioni, ai beni
ed alle rendite della sua mensa vescovile, che dovevano essere
incorporate nella mensa arcivescovile. Una bolla del papa Pio V
emanata lo stesso giorno 7 novembre 1571, pur recependo la
soppressione e l’unione del vescovato di San Leone alla chiesa
metropolitana di Santa Severina, imponeva alcune condizioni e cioè
che a ricordo del vescovato venisse eretta una grande croce sul
luogo dove sorgeva la cattedrale e che fosse elevata una maestosa
cappella intitolata a San Leone nella cattedrale di Santa Anastasia
Romana di Santa Severina. (Bulla S.D.N. P.ii Pape V in anno 1571 per
quam Episcopus S. Leonis supprimitur et eius redditus applicantur
Archiep.ui S.tae S.nae). La cappella sarà ben presto costruita, come
si rileva dal privilegio concesso pochi anni dopo da Gregorio XIII
(1572 -1585). Il papa concedeva a chiunque celebrasse una messa “ ad
altare in cappella sub invocatione S.ti Leonis in ecclesia
Metropolitana Sanctae Severinae constructa in locum Cathedralis
ecclesiae S.ti Leonis, iam suppressae iuxta decretum suppressionis”,
l’indulgenza per un’anima del purgatorio.
I confini del vescovato
Certo dell’imminente soppressione del vescovato, il Cardinale di
Santa Severina già nei mesi precedenti aveva cominciato a creare le
condizioni favorevoli, per condurre a buon fine una lite con i
feudatari della zona, in modo da allargare i possessi ed i diritti
della chiesa di San Leone. Aveva perciò incaricato il suo vicario di
cercare, di reperire e di “fabbricare” scritture ed atti, che
dimostrassero presunte usurpazioni ai danni della chiesa. Avutole,
aveva poi ottenuto il permesso di riassumere alcune “scripture
antique”, che a suo dire dimostravano i diritti usurpati della
chiesa. Esse, infatti, per l’antichità si presentavano molto
deteriorate e quasi indecifrabili. Tali documenti, che prima erano
presso il notaio Santoro de Santoro, erano ora in possesso di un suo
fedele notaio, il quale ne avrebbe fatto copia.
In una richiesta in data 17 luglio 1571, indirizzata al Luogotenente
generale commissario del Sacro Consilio, si legge:
“Ill.ma et R.ma
S.r Procuratore del Cardinale di S.ta Severina supplicando V. s:
Lll.ma et R.ma ve fa intendere come la chiesa del Vescovato de S.to
Leo della Provintia di Calabria et diocesi di S.ta Severina tiene
molte scripture antique quali per cauthela di detta chiesa et per
conservatione di soie ragioni bisognaria reasumersi et ridure in
publica forma non potendosi fare senza licenza di V. S. Ill.ma et
R.ma. Perche sono morti li notari et testimonii la suplica sia
servita commettere al S.re Antonio Orefece com.rio spetiualmente
deputato per V. S. Ill.ma et R.ma in le cause del detto Cardinale
che servatis de jure servandis proceda ad fare reasumere et redure
in forma publica le predette scripture et il tutto havera gratia
singularissima ut Deus”.
Convalida delle antiche scritture
Il 9 novembre 1571 in Mesoraca, il notaio Gio. Tommaso Bonofilio
della terra di Cutro e abitante in Mesoraca, attuario deputato dal
capitano di Cutro Domenico Gio. Vincenzo Lancelotto, commissario
deputato dal Sacro Consilio ad esaminare i testi per riassumere le
scritture del vescovato di San Leone, ritrovate in possesso del
predetto notaio, ad istanza del cardinale di Santa Severina,
iniziava a raccogliere le deposizioni dei testi. I testi tutti i
Mesoraca furono i preti Giovanni Rizzuto, Giovanni Curcio e
Francesco Tropiano ed nobili Giacomo e Gio Francesco Caivano. Tutti
deposero dopo aver giurato ed i religiosi dopo avere avuto il
permesso dal vicario generale di Santa Severina. Essi affermarono
che i documenti costituiti da “due exequtorii regii, uno atto di
pigliata de possesso delle robbe, et vescovato di S.to Leo, et in
suo beneficio, et altre scripture”, parte erano state scritte per
mano del notaio Santoro de Sanctoro della terra di Mesoraca e parte
da altra mano “ e che in questi atti “ ce sono alcune limeture et
postille come e quelle se puo vedere et appare et anco parte
lacerate per esserno scripture antique”. Affermarono inoltre che il
pubblico e regio notaio Santoro era un uomo onesto e degno di fede e
che il notaio, il giudice ed i testimoni, che comparivano descritti
e notati nelle scritture, erano morti e quindi non potevano
testimoniare.
I documenti
Tra i documenti, alcuni dei quali di dubbia autenticità, vi era
la richiesta da parte del vescovo Joannes Bonifatio (1490 - ?) di
reintegrazione del feudo e di alcuni territori appartenenti al
vescovato di San Leone. Il 4 giugno 1495 in Santa Severina Jacobo de
Comite, capitano delle regie armi e generale commissario in
Provincia di Calabria accoglieva la petizione fattagli dal vescovo
di San Leone Joannes Bonifatio, il quale faceva presente la
spogliazione avvenuta nel passato durante i vescovi predecessori
della tenuta e possesso del feudo di San Leone e di alcune culture,
cioè della “Valle dell’Episcopo, della “Valle della Mortilla” e
della cultura chiamata “dello Salvatore” , che erano situate sia nel
feudo, che nel tenimento delle città di Santa Severina e Crotone. La
richiesta del vescovo era accompagnata da documenti autentici. Fu
perciò incaricato l’esimio dottore in legge Don Francesco de
Graniani, il quale in qualità di commissario deputato doveva recarsi
personalmente nel feudo e nelle culture per procedere alla
reintegra. Il Graniani a sua volta notificò a Nardo Fagliadaro
l’ordine pervenutagli dal De Comite e gli ordinò di citare gli
usurpatori dei beni del vescovato di San Leone che erano Giovanna
Ruffo e Francesco di San felice.
Il reale possesso
Il 26 agosto 1572 tramite il suo procuratore e vicario generale
Don Antonio Grignetto, il Cardinale di Santa Severina, l’arcivescovo
Giulio Antonio Santoro, ne prendeva reale possesso. In quel giorno
il sacerdote Alfonso de Rasis di Santa Severina, arciprete del
casale di San Mauro e notaio per autorità apostolica, convocati
alcuni testimoni, su richiesta del procuratore del cardinale si recò
assieme al procuratore ed ad una decina di testimoni nel vescovato
di San Leone, che era posto a circa sei miglia in tenimento di Santa
Severina presso la gabella detta di San Leo. Il reverendo Antonio
Grignetto, dopo aver mostrato l’atto di procura e la bolla di
soppressione, a nome del suo principale prese reale, personale e
pacifico possesso del vescovato, dove c’era l’episcopio in abbandono
ed ormai ridotto ad un cumulo di macerie, “lapides movendo per ipsum
deambulando”, con i suoi diritti, frutti, rendite, proventi, e poi
della proprietà fondiaria del vescovato, costituita da un’unica
gabella detta “La manca dello Episcopo de S. Leo”. Qui egli strappò
l’erba, spezzò alcuni rami e fece tutti quegli atti che dimostrano
il pieno, reale e pacifico possesso. Dopo aver fatto valere i suoi
diritti sul vescovato, che era privo di popolo, di clero e con
rendite che non arrivavano a 25 ducati annui, e sulla gabella, il
procuratore dell’arcivescovo chiese al notaio che della presa di
possesso ne facesse uno o più atti
La lite continua
All’arcivescovo Giulio Antonio Santoro seguì nel gennaio 1573 il
fratello Francesco Antonio Santoro, il quale proseguì nel tentativo
di allargare i suoi possedimenti ed i suoi diritti sul feudo di San
Leone.
Le scritture riassunte dal notaio Gio. Tommaso Bonofilio furono in
seguito consegnate a Gio. Antonio Grignetta. Il Grignetta, già
vicario generale e procuratore dell’arcivescovo Giulio Antonio
santoro, aveva continuato ad esercitare le sue funzioni al servizio
del nuovo arcivescovo di Santa Severina Francesco Antonio Santoro.
“Io Gio. Antonio Grignetta procuratore dell’Ill.mo et R.mo Monsignor
Francescantonio Santorio Arcivescovo di S.ta S.na et suo vicario
generale declaro per la presente havere receputo dal mag.co Gio.
Tomaso bonofilio le infrascritte scritture videlicet.
Una commisione spedita sub die 4 Iunii 1495 in Santa Severina per lo
quondam Mag.co Iacovo Conte ad morum regens Reg.te Re Ferrante con
sigillo magno in cera russa expedita ad istantia de lo Illmo
Monsig.r di Santo Leo nomine Ioanne Bonifatio con la presentata
dosso sub die 6 Iunii 1495 in fide.
Una provisione expedita per lo mag.co quondam fra.co di granianis
generale auditore et commissario in questa causa expedita in S.ta
S.na sub die sexto Iunii XIII Ind.e con sigillo piccolo con
relatione et atti indosso in folio uno decreto delo possesso et atti
subsequenti in folio lacerato con testimoni et giudici notati
indosso.
Una copia de platea delo vescovato di Santo Leo et suo territorio et
gabella con uno atto subsequente de presentata di privilegi per lo
quondam Govello di Santo felice Barone della mendolara et di S.to
Leo sub die 1419 regnante d.na N.ra Donna Ioanna in mezzo foglio.
Item altri atti sub anno 1493 in casali S.ti Leonis ad preces R.mi
Episcopi Santi Leonis de civitate squillaci in folio manu N.ii q.m
Santoro di Santoro de t.ra Mesoraca mastrodatti in la p.nte causa in
folio et sono tutte scritte e non scritte carte nove dico VIIII.
Quale sop.te scritture il detto mag.co Gio. Thomasio me l’ha
consignate in virtu d’uno ordine del sacro Regio Consiglio di Napoli
et del Sig.r Ant.o Larifice commissario della ca. et in fine del
vero et a cautela del preditto mag. Gio. ne l’ho hatta la p.nte
sotto scritta di mia propria mano et sigillata del solito sigillo di
detto Ill.mo Mansig.r Arcivescovo data in la città di S.ta S.na di
XVIII nel mese di frebaro 1575.
Io Gio. Ant.o Grignetta affirmo ut sup.a.”.
Il feudo di San Leone
Il feudo di San Leone fin dal periodo angioino era un possesso
dei San Felice, i quali lo deterranno per tutto il quattrocento.
Solamente all’inizio del Viceregno Giulio e Diomede di San Felice ne
rimarranno spogliati per aver militato per i Francesi contro re
Ferdinando il Cattolico. San Leone con i due feudi disabitati di
Torrotio e Scandale passò nel 1513 in potere del conte di Santa
Severina Andrea Caraffa e vi rimase anche se Giulio di San Felice
cercò con una lunga vertenza giudiziaria di contestarne il possesso.
Alla morte di Andrea Carrafa il “corso di S. Leo” che faceva parte
della contea di Santa Severina passò al nipote Galeotto Carrafa.
Alla sua morte, avvenuta nel 1556 la contea passò al figlio Andrea e
quindi nel 1569 pervenne al figlio di quest’ultimo, Vespasiano.
Ancora pochi anni ed il titolo vescovile sarà soppresso.
Descrizione dei confini del feudo
Tra le antiche scritture fatte ricopiare per ordine del
Cardinale di Santa Severina vi era una “Platea Santi Leonis”, datata
2(?) agosto 1419 regnante Giovanna II. Molto probabilmente la Platea
fu ricavata dall’”Inventarium bonorum feudorum S.ti Leonis Ferracii
et Scandalis in anno 1419”, annotato nell’”Inventarium
Priveligiorum” della chiesa di Santa Severina.“ In primis incipit a
valle Condarcudi et vadit ad vallem Ioannis Cafoni et confinat in
sibi cum tenimento casalis Apriliani deinde vadit per medium cristae
serrae quae dicitur meza ricotta et vadit ad vineam Guglermelli de
Palma de Santo Leone et ferit ad timpam rubeam et deinde ascendit et
vadit ad viam publicam et ad petram perforatam quae via venit de
foresta Rugeri deleutio et vadit per viam predictam et ascendit per
vallonem superius et vadit ad ecclesiam Santi Armileonis et deinde
vadit et ferit ad vallem Aliciem et confinit in ibi in tenimento
casalis Crepacordis et vadit recte ad terras quae dicuntur delo rige
et in ibi confinit cum tenimento eiusdem casalis Crepacordis et
deinde vadit et ferit ad serras quae dicuntur de sieri Raone et
vadit ad parvam gulteri et deinde vadit et ferit ad ecclesia Santi
Antermi deinde descendit et ferit ad serras Vulturi et ferit ad
vallonem Maumici et deinde ascendit in serrae propriae et deinde
descendit et ferit ad vallonem sichera et deinde descendit et vadit
ad vallonem qui descendit de visagera et deinde descendit et ferit
ad collam Sanctae Margaritae et ferit ad predictam vallem Condargudi
primum confinem praedictae vallis Condarcudi”.
I confini al tempo di Andrea Caraffa
In un inventario di reintegra di beni, compilato al tempo del
conte di Santa Severina Andrea Caraffa il feudo risulta così
confinato: Feudum S.ti Leonis
Feudum S.ti Leonis situm et positum in territorio Civi.tis p.tae
S.tae S.nae limitatur sic. Incipiendo ab oriente à valle
condarcuri.. inter dictum tenimentum et tenimentum de lo vituso et
asc(endendo) ferit ad cristas mediae ricoctae et vadit cristas
(cristas) usque ad vallem quae est de directo in frontispitio versus
occidentem ad timpam russam quae est ultra vallonem S.ti Leonis et à
dicta valle descendit et ferit ad terminum magnum dividentem dictum
territorium et terras ber.ni protospatarii de cotrono et ferit per
directum ad dictam timpam russam et à dicta timpa ascendit ad serras
ad viam publicam quae venit da la garruba et per dictam viam
volvendo versus occidentem vadit per serras serras et ferit ad viam
publicam quae venit à tenimento Fotae versus dictum tenimentum S.ti
Leonis et à dicta via ( valle) volvendo versus boream descendit per
quemdam cavonum siccaneum per directum ad vineale S.ti Leonis
existens prope vallonem Licinae qui venit à dicto tenimento fotae,
et ab inde ferit terminum dividentem terras de licina quae sunt D.ni
Guidonis Sirsalis de cosentia existentes in dicto tenimento S.ti
Leonis territorio S.tae Severinae et terras Jo: Antonii pipini de
cotrono et continuando per dictum terminum ascendit ad serras
dictarum terrarum licinae et per dictas terras de licina et dictum
tenimentum fotae ubi dicitur la valle delo riyo et remanentibus
dictis terris de ..... in dicto tenimento S.ti Leonis transit dictum
vallonem descendentem et à fota et ferit ad terminum dividentem
dictum tenimentum et terras ber.ni protospatari et per dictum
ter.rium descendendo ferit ad serras de gallupa et per dictas serras
de gallupa ferit ad collem dictam de la valle de lo episcopo quae
est in tenimento fotae et ferit ad viam publicam per quam itur ad
passum de mauritio et ferit ad dictum passum de mauritio et à dicto
passo transit vallonem de mauritio et ascendendo ferit ad collem
nuncupatam la valle de la fico gullarica et per viam perseverando
descendit et ferit ad locum dictum lo basso de lo cutugno et per
dictum vallonem et passum descendendo ferit ad locum dictum lo passo
de gullo ubi et iungitur vallonus siccaneus siccaneus qui descendit
da trincono nigro et per dictum vallonem siccaneum ascendendo versus
occidentem vadit et ferit ad terminum dividentem terras curiae
dictas de troncone nigro et de gullo et per dictum terminum
ascendendo versus meridiem ferit ad serram dictam de lo vulturo et à
dicta serra descendendo versus meridiem per cavonum siccaneum vadit
et ferit ad locum ubi dicitur drago als le furche ubi confinant
terrae heredum pauli infosini tenimentum feudi s.ti mauri et
tenimentum casalis s.ti joannis minagò et ab inde descendit per
limitem terrarum dictorum heredum et gabellae dictae curiae quae
dicitur gullo ferit ad serra versus meridiem et per serras serras
vadit et ferit ad ecclesiam s.ti joannis de gullo et à dicta
ecclesia continuando per limitem p.tum dividentem terras dictorum
heredum et terras dictae gabellae de gullo vadit et ferit ad.... de
casale s.ti joannis et transit dictam viam... et vadit et ferit ad
viam qua itur ad casale .. et per dictam viam vadit et ferit ad
collem... à .. ubi confinat tenimentum vitusi et ab inde descendit
per serras manchae nominatae de lo episcopo vadit et ferit ad
ecclesiam s.tae margaritae et ab inde per cristas cristas ferit ad
collem dictam de lo sovarello et descendit per cavonum siccaneum et
ferit ad terminum magnum dividentem tenimentum p.tum s.ti leonis et
tenimentum de lo vituso et per dictum terminum vadit et ferit ad
viam pub.cam quae est in colle de condarcudio unde fuit initium et
concludit.
Le Gabelle del feudo
Le gabelle che secondo il tentativo di reintegra appartenevano
al feudo erano: La Gabella de Condarcuri, La Gabella de S.to Leo, la
Gabella de Falconerio, la Gabella de Mauritio, la Gabella de Gullo,
la Gabella de S.ta Domenica, la Gabella Mancha delo Episcopo e due
vineali.
“ In p.s gabella una nominata de Condarcuri posita intus tenimentum
feudum p.ti limitatur sic. Incipiendo ab oriente à vallone S.ti
Leonis ubi d.r la serra russa seu timpa russa et seguendo vallonem
vallonem dividentem dictam gabellam et gabellam nominatam de S.to
Leo ex parte boreae ferit ad passum dictum de ponte in quo passo
confinat cum mancha dicta de lo episcopo et continuando per cristam
cristam ubi est ecclesia Sanctae Margaritae vadit ad serram altam
ubi dicitur foresta de s.to Leo à parte occidentis et se(guendo) per
dictam serram ferit ad locum dictum de lo sovarello ubi confinat cum
tenimento vitusi et ab inde (de)scendendo ferit ad frassum magnum
ubi est via qua itur ad casale de papanicefore et à dicto frasso
ascendendo per cristam cristam ferit ad serram de mezzaricotta in
quo loco confinat cum terris de famareda et per dictam serram de
mezzaricotta descendendo per terminum terminum dividentem terras
dictae gabellae et terras quae fuerunt fulci de trono de cotrono et
ferit ad vallonem s.ti leonis vel timpa russa unde habuit principium
et concludit quae gabella est salmatarum sexaginta vel circa et
solet locari ad usum gabellae per salmis quatraginta una anno
quolibet q.n plus q.n minus.
Item gabella alia nominata de s.to leo salmatarum septuaginta vel
circa confinatur modo sub.to: Incipiendo ab oriente à colle de s.ta
D.nica et ascendendo per vallonem vallonem de Pantanizi dividentem
terras gabellae p.tae et terras gabellae S.tae Domenicae ferit ad
aquam de gallupa à parte boreae et à dicta aqua de gallupa vadit per
terminum serram serram de gallupa versus occidentem ubi confinat cum
gabella de mauritio et descendendo ferit ad vallonem de mauritio ubi
confinat cum gabella nominata de falconerio à parte occidentis et
discurrendo per dictum vallonem de mauritio ferit ad passum de
mauritio ubi est via p.ca qua itur cotronum et descendendo per
dictum vallonum vadit et ferit ad locum ubi iunguntur (vallonus) de
mauritio et vallonus de falconerio à parte me(ridie) confinat cum
mancha dicta de lo episcopo et à dicto... scurrendo deorsum per
dictum vallonem vadit et ferit ad collem de S.ta D.nica primum
confinem et concludit et solet vendi dicta gabella annuatim ad usum
massariae pro salmis quatraginta quinque q.n plus q.n minus.
Item gabella nominata de falconerio salmatarum octuaginta vel circa
culturarum et inculturarum quae sic confinat. Incipiendo ab oriente
à passo dicto de mauricio et per vallonem ascendendo ferit ad viam
quae venit de la colle de lo episcopo de s.to Leo et per dictam viam
vertendo versus occidentem vadit ad collem dictam de la fico
gullarica et ab inde continuando per viam pub.cam vadit et ferit ad
locum dictum lo passo de lo cutugno ad vallonem dictum de lo cutugno
vertendo versus meridiem vadit et ferit ad locum dictum lo passo de
gullo et per eumdem vallonem vadit et ferit ad passum dictum de la
carcara et continuando per dictum vallonem vadit et ferit ad passum
de falconeri et per dictum vallonem de falconeri vadit et ferit ad
dictum passum de maurice ubi iunguntur vallonus p.tus de maurice et
vallonus de falconeri ubi fuit initium et concludit quae solet
locari annuatim (per) usum massariae pro salmis quatraginta sex
grani q.n plus q.n minus.
Item gabella alia nominata de mauritio salmatarum viginti vel circa
culturarum et inculturarum quae sic confinatur ab oriente incipit à
valle dicta de lo episcopo et ferit ad gabellam dictam de s.to leo
mediante termino et exit ad serram dictam de gallupa et per dictam
serram vadit et descendit ad vallem dictam de lo episcopo versus
boream ad viam publicam et per dictam viam vadit et ferit ad
vallonem dictum de maurice versus occidentem descendendo per dictum
vallonem versus meridiem ferit ad terras gabellae p.tae de s.to leo
mediante termino et ab inde ascendit ad dictam serram de gallupa per
directum ad terminum et per dictum terminum vadit et concludit quae
locari solet annuatim grani salmis tres decim q.n plus q.n minus.
Item gabella alia dicta de Gullo salmatarum nonaginta vel circa quae
sic confinat.
Incipiendo ab oriente à colle dicta de lo vituso et descendit per
terminum dividentem mancham dicta de lo episcopo et terras dictae
gabellae et ferit ad vallonem de falconeri à parte boreae et
seguendo dictum vallonem deorsum à parte boreae ad passum de gullo
ubi iungitur vallonus de troncone nigro ferit ad locum ubi dicitur
la mancha de cola riso ubi dividuntur terrae curiae dictae de
troncone nigro et terrae dictae gabellae de gullo mediante termino
et ascendendo per dictum terminum à parte occidentis ferit ad
serras... vulturo et ab inde descendendo versus meridiem.. siccaneum
ubi dividuntur terrae curiae et terrae eccelsiae S.tae Anastasiae et
ferit ad furcas ubi confinat cum terris heredum Pauli Infosini cum
tenimento S.ti Mauri et cum tenimento S.ti joannis Minagò in loco
ubi dicitur drago et à a dictis furcis continuando per serram serram
à parte meridiei per limitem ubi confinat terrae dictorum heredum
pauli infosini cum terris dictae gabellae de gullo et à dicta
ecclesiam s.ti jo. de gullo et à dicta ecclesia continuando terminum
p.tum terrarum ipsius gabellae et terrarum dictorum heredum ferit ad
viam venientem à casale s.ti joannis minagò et transit per directum
dictam viam de s.to joanne et sequitur viam euntem ad casale de
papanicefore ubi dividitur et sequendo dictam viam ferit ad collem
dictam de puzillo iux.a tenimentum vitusi et à dicto loco de puzillo
descendit per vallonem vallonem siccaneum et ferit ad collem delo
vituso primum confinem et concludit quae gabella solet locari
annuatim prograni salmis triginta duabus q.n plus q.n minus.
Item Gabella una nominata de S.ta Domenica concessa in feudum per
ill. D. Comitem civitatis p.tae S.ae Sever.ae quondam joanni de
mezzaroma de civita ruparella quae limitatur sic. Incipiendo ab
oriente da le timpe russe sup.a vallonem s.ti Leonis et ferit.. viam
publicam quae vadit per serras sup.a dictam timpam et per dittas
terras continuando vadit et ferit ad terras ber.ni prothospatari
aqua fundenti versus tenimentum s.ti leonis et ferit ad serras de
gallupà et à dictis serris de gallupà descendit ad cavonum et per
dictum cavonum discurrendo ferit ad collem de s.ta domenica et à
dicta colle vadit per serras et ferit ad vallonem descendentem à
s.to leone et per dictum vallonem descendendo ferit ad dittam timpam
russam primum confinem et concludit quae gabella est capacitatis
salmatarum sexaginta par. plus vel minus et solet vendi salmis
quatrag.ta grani annuatim.
Item intus dictum tenimentum feudi p.ti S.ti Leonis est vineale unum
capacitatis thumulatarum duarum vel circa ab oriente iux.a terras
quas tenet jo: antonius pipinus à borea iux.a vallonem discendentem
da fota ab occidente iux.a terras jo: raymondo de s.to felice à
meridie iux.a viam publicam quod vineale est ecc.ae s.ti leonis
p.ti.
Item aliud vineale eiusdem ecc.ae positum intus tenimentum p.tum
thumulatarum quattuor vel circa et prope intus terras m.ci D.
guidonis sirsalis nominata de licina q.d est limitatum prope serras
d.tarum terras de licina.
La chiesa di San Leone e la gabella “Manca del Vescovo”
Tra le gabelle del feudo di San Leone descritte nell’atto di
reintegra al tempo di Andrea Caraffa vi è anche la gabella “Manca
del Vescovo”. La descrizione dei confini ci dà l’esatta indicazione
di dove era situata la chiesa vescovile di San Leone, che all’inizio
del Cinquecento risulta già “diruta”..
“Item est quaedam continentia terrarum salmatarum viginti vel circa
cum multis pedibus quercuum ipsius ecclesiae quae sic confinat
oriente iux.a quamdam ecc.am dirutam nominatam S.to leo... et à
dicta ecc.a à borea descendit versus occidentem vallonem currentem
dictum de sicla et per dictum vallonem versus meridiem ferit ad
collem delo vituso et volvendo per dictum collem versus orientem per
serras serras s.tae margaritae descendit ad dictam ecc(lesi)am
dirutam et concludit quae gabella nuncupata la mancha de lo
episcopo”.
La gabella “Manca del Vescovo”
Nonostante i tentativi del feudatario la gabella Manca del
Vescovo rimase in possesso dell’arcivescovo, il quale tramite il suo
procuratore la affittava a semina: “La gabella detta Manca del
vescovo, posta nel territorio di Santa Severina, confinata con la
gabella di S. Leone, con la gabella di Condarcuri, con la gabella
dello Vituso e con la gabella di Gullo al presente sta affittata a
Paolo Lupo del casale di Papanicefora per tumula ottanta quatro di
grano alla misura grossa condotto in Cutro nell’anno 1577 dico tt.a
84”. (Platea Mensa arcivescovile 1576/1577, f. 73v)
“La gabella detta Manca del vescovo posta nel territorio di Santa
Severina confinata con la gabella di S.to Leo con la gabella di
Condarcuri con la gabella dello Vituso e con la gabella Gullo si
suole affittare tt.a novanta l’anno”, ( Platea Mensa arcivescovile
di S. Severina, 1661, f. 89). Quando era affittata a pascolo, essa
era unita alle gabelle vicine appartenenti al feudatario, il quale
si incaricava anche di affittarle ai mandriani. Per tale motivo sarà
oggetto di ricorrenti liti tra il feudatario e l’arcivescovo. Le
liti riguardavano il diritto di decima, che l’arcivescovo voleva
esigere non solo sulle pecore ma su tutti gli animali al pascolo.
Tale diritto era avversato dal feudatario, quando le gabelle erano
affittate a pascolo di buoi e vacche, come risulta dalla
testimonianza di alcuni mandriani. Il 10 gennaio 1602 Fabio de
Romano ed altri dichiararono che “alcune gabelle dentro il curso di
Santa Severina quando si vendino ad erbaggio di boi ò di vacche
sonno obligati pagar la decima alla mensa arcivescovile” e, a prova
di quanto affermava, aggiunse “ che li anni passati havendo comprato
ad erbaggio di boi et vacche per dui anni le gabelle di Santo Leo,
Cundarcurio et Manca del Vescovo insieme con Marco Antonio Pedaggio,
Salvatore Santo di Nicastro et Geronimo Grisafo, dal S.r Conte di
Santa Severina li furno vendute le supraditte gabelle franche di
decima et essendoli stata cercata dopo la decima dal Gio. Antonio
Telese, procuratore della mensa arcivescovile, loro ricusarono di
pagarla et essendo andati dal S.r Conte per referirli detto negotio
di decima fu ordinato dal detto S.r Conte che andassero ad
accomodarsi con detto procuratore di detta decima che lui la faceva
bona allo affitto et così loro andarono dal detto procuratore et
pagarono la decima et lo detto S.r Conte li fe bona allo affitto
quel che pagorno per detta decima allo detto procuratore”.
Un’ulteriore lite vide di fronte l’università di Scandale e
l’arcivescovo sul diritto di sbarro. La mensa arcivescovile
affittava la gabella come camera chiusa ai pecorai fino all’otto di
maggio, mentre “secondo l’antico costume” il sindaco e gli eletti di
Scandale erano soliti il primo aprile sbarrare le gabelle, site nel
loro distretto. Nell’aprile 1711 i pecorai che avevano avuto in
fitto la gabella Manca del Vescovo dall’arcivescovo Carlo
Berlingieri protestarono perché il sindaco, gli eletti ed i
cittadini di Scandale sbarrarono la gabella, in quanto soggetta al
corso. Dopo aver opposto resistenza, i pecorai dovettero cedere agli
sbirri dei Scandalesi, i quali introdussero i loro “bovi, vacche,
capre e porci”. I pecorai si rivolsero allora all’arcivescovo,
facendo presente che essi avevano affittato la gabella come camera
chiusa e prato per gli agnelli fino all’otto di maggio.
L’arcivescovo allora incaricò l’arciprete di Scandale di indagare e
scomunicò coloro che avevano introdotto gli animali.

