[Breve storia di Roccabernarda]
Abitato di origine medievale, per alcuni
storici cambiò più volte nome. Dapprima fu Targe, o Targine, poi
Rocca dei Pagani, quindi Rocca di Tacina. Secondo una leggendaria
tradizione seicentesca il toponimo Rocca di Tacina cambiò in Rocca
di Bernardo, in onore di Bernardo del Carpio, che lo ricostruì e lo
popolò, dopo avere cacciato i Saraceni, che occupavano la rupe. Per
altri si chiamò “Vernauda” perché esposto all’aria primaverile
oppure, forse con qualche ragione in più, dal nome del ladrone
Bernaudo, che vi aveva fatto il suo covo e luogo obbligato di sosta
e di passo, dove depredava i malcapitati viandanti1.
Altri ancora legano la sua origine alla ribellione di Abelardo,
figlio di Onfroi, uno dei fratelli di Roberto il Guiscardo. Il
ribelle tra il 1070 ed il 1076 si rinchiuse nella Rocca di Santa
Severina, dove fu assediato dapprima dalle truppe di Ruggero, alle
quali poi si unirono anche quelle del fratello Roberto il Guiscardo.
Nell’occasione fu posto il blocco al ribelle, costruendo nelle sue
vicinanze tre "castelli". Roberto il Guiscardo affidò il primo a
Hugo Falloc, il secondo a Rainaldus (Renaud) de Simula ed il terzo a
Herbertus Falloc, fratello di Hugo, e ad Custinobardo (Tustinus le
Barde), fratello di Rainaldus de Simula2. Secondo alcuni storici i
tre castelli sarebbero Rocca Bernarda, Rocca di Neto e Belvedere
Spinello3.
La rocca
Questa ipotesi non è condivisa da altri per i quali almeno uno dei
castelli sarebbe stato Catanzaro4, a convalida di ciò portano il
fatto che il normanno Hugo Falloc, al quale sarebbe stato assegnato
la custodia di uno dei tre castelli, fu conte di Catanzaro5.
Qualunque sia la verità, le versioni situano l’origine della
fortezza sulla rupe, in un periodo compreso tra la fine
dell’occupazione bizantina e l’inizio di quella normanna. Periodo
storico in cui compaiono nei documenti le tre rocche di Rocca
Bernarda, Rocca Santa Severina e Rocca San Petro de Cremastro. La
prima a controllo del passo sul fiume Tacina, la seconda sulla via
che collega le vallate del Tacina e del Neto, la terza dominante il
passo sul Neto. Risulta evidente da queste considerazioni che
l’origine e lo sviluppo di Rocca Bernarda fu legato alla sua
particolare posizione sulla via che collegava i pascoli della marina
con quelli della Sila e gli abitati della contea di Crotone con
quelli della contea di Catanzaro. La rocca venne sempre più
assumendo importanza dopo che la decadenza e la distruzione degli
antichi centri costieri, situati sul golfo di Squillace, a causa
delle devastazioni dei saraceni e dei pirati, portò anche
all’abbandono della antica via romana che li univa.
I conti di Catanzaro
A Hugo Falloc (o Fallucca) succedette il figlio Mihera, che ereditò
i beni paterni, che comprendevano Catanzaro e Rocca (Fallucca). Nel
1087 Mihera si impadronì di Maida e si alleò con Beomondo contro il
fratello di costui Ruggero, duca di Puglia. Avvenuta la
riconciliazione tra il duca e Boemondo, Mihera restituì Maida al
duca. Questo gesto non fu sufficiente a ricevere la grazia: Ruggero
I e Raoul o Roberto de Loretello, (figlio di Goffredo d'Hauteville,
fratello quest'ultimo di Roberto il Guiscardo), che il duca Ruggero
aveva chiamati ad aiutarlo contro Boemondo volevano le sue
proprietà. Mihera si rifiutò di combattere e, fattosi monaco, lasciò
i suoi beni al figlio Adam. Adam, stretto d'assedio da Rodolfo di
Loretello, nel 1088 prima di abbandonare la lotta dà fuoco e
distrugge i suoi beni. Ruggero I e Roberto de Loretello si
spartirono le sue terre6.
Rodolfo o Rhao de Loritello, fratello minore di Roberto di
Loritello, fu conte di Catanzaro (1088-1098)7. Sposato con la
contessa Berta, ebbe due figli Goffredo che divenne alla morte del
padre (avvenuta comunque prima del 1111), conte di Catanzaro e
signore di Luzzi8 e Raimondo9.
Goffredo, conte di Catanzaro e di Luzzi, è ricordato come uno dei
fondatori del monastero della Sambucina10. Il monastero cistercense
sorto intorno alla metà del Dodicesimo secolo in Sila presso Luzzi
da colonia dell'abbazia di Casamari, finì col separarsene e divenire
uno dei centri cistercensi più importanti della Calabria11. Goffredo
Loritello, conte di Catanzaro e signore di Luzzi, ebbe un figlio di
nome Guillelmus e un nipote, Goffredo di Carbonara o Goffredo di
Luzzi, che fu "dominus Lucii et Rocce Bernarde"12.
Quest’ultimo, signore di Rocca Bernarda al tempo del re di Sicilia
Guglielmo II (1166-1189), è ricordato per le numerose donazioni in
favore del monastero di Santa Maria della Sambucina, che era stato
fondato dai suoi progenitori. Goffredo di Carbonara era ancora in
vita nel 119613.
Primi documenti
A volte l’abitato di Rocca Bernarda fu confuso con l’antico abitato
di Tachina. Quest’ultimo, citato nell’ “Itinerarium Antonini”, era
situato nei pressi di una collina sulla riva sinistra alla foce del
fiume, dove c’erano la “statio” ed il passo dell’antica via romana.
L’abitato di Tachina, poi detto in età sveva “Turris Tacine”14,
situato in diocesi di Isola, andrà col tempo in abbandono ed i suoi
resti sopravviveranno fino al secolo sedicesimo. La confusione tra
gli abitati di Tachina e di Rocca Bernarda, quest’ultima situata in
diocesi di Santa Severina, fu possibile perché in vecchi documenti
alcuni monasteri e terre, che erano situate in territorio di Rocca
Bernarda, sono indicati genericamente a “Tachina”. Un “Iudicatum”
del novembre 1118 , riferendo la fondazione dell’abbazia di S.
Nicola de Iaciano afferma che il signore feudale di Santa Severina
Nicola de Grimaldo donò delle terre “in loco fluminis tachine” in
diocesi e territorio di Santa Severina (Pratesi, 27). Un altro
documento datato otto marzo 1173, (secondo il tabulario del Sinopoli
l'anno è il 1164), riguarda l’abbazia benedettina di Santa Maria la
Latina in Gerusalemme, abbazia che aveva ricevuto nel 1126 il
monastero greco di San Filippo d'Argirò. Con tale atto il papa
Alessandro III confermava all'abbate Richardo i diritti ed i
privilegi che godeva in Terra Santa, Siria, Sicilia ed in Calabria,
dove l'abbazia possedeva la chiesa di "Sanctus Petrus de Tachina",
detto anche di Nimfi, e la chiesa di Sant'Elia con i loro
possedimenti, decime e diritti15.
La prima notizia certa, riferita all’esistenza della rocca, la si
trova nei privilegi concessi da re Ruggero in Messina nell'ottobre
1144 (6653) al monastero di Santa Maria di Altilia. Nel documento,
tradotto dal greco in latino alla metà del Duecento, il sovrano
concede tra l’altro liberi pascoli nel "tenimento de S. Severinae et
Rocchaebernardae" per gli animali del monastero16. I primi documenti
evidenziano l’antico legame con la contea di Catanzaro. Nel giugno
1202, il papa Innocenzo III, confermava al monastero di S. Giuliano
di Rocca Fallucca, sotto l'abate Pietro, le proprietà ed i
privilegi. Tra questi la chiesa “Sancti Clerici cum hominibus,
possessionibus et pertinentiis suis, quae consistit in territorio
Roccae Bernardi”17. “Rocca Bernardi” all’inizio del Duecento è
signoria dei conti di Catanzaro. Nel gennaio 1201, Riccardo
Fallucca, conte di Catanzaro, su richiesta di Luca abate, di Radulfo
priore e di altri monaci di Santa Maria della Sambucina, imitando i
conti di Catanzaro, suoi predecessori, i quali fondarono il
monastero, concede ai monaci per la propria anima e quelle dei suoi
antenati, per il pascolo delle loro pecore il tenimento di una
mandria “in pertinentiis Tacine” detto di Umbre Pagani. Dai confini
si rileva che la tenuta è situata tra Cutro ed il tenimento "Rocce
Bernardi" in quanto “…tendit per ipsum vallonem ad viam de Cutro et
vadit per ipsam viam ad vineas Iohannis Franci et ferit inde ad
divisas tenimenti Rocce Bernardi..”18.
Il monastero di Santa Maria della Sambucina nel 1222 verrà
abbandonato ed i monaci si trasferiranno in quello di Santa Maria
della Mattina, ma già negli anni precedenti avevano preso vigore i
monasteri di Sant'Angelo de Frigillo e quello florense19.
Il monastero cistercense di Sant'Angelo de Frigillo, filiazione
della Sambucina e situato presso Mesoraca, amministrò molti beni,
che le due abbazie della Mattina e della Sambucina possedevano nella
vallata del Tacina.
Tra le terre acquisite dall'abbazia di Sant'Angelo in territorio di
Rocca Bernarda ricordiamo le gabelle di Camerlengo, Terrate, Iohane
Rozo e Santa Maria de Armirò20. Le grangie di S. Maria de Armiro21 e
di Terratis sono segnalate come parte delle proprietà del monastero
di Sant'angelo già dall'inizio del Duecento22. Rocca Bernarda rimase
ai conti di Catanzaro. Nell'aprile 1220 Teodora, vedova del conte di
Crotone Rainiero Marchisorti e contessa di Catanzaro, concede al
monastero di San Giovanni in Fiore "pascua unius mandre proprie
eiusdem ecclesie in tenimento Rocce Bernardi terre nostre", affinché
gli animali del monastero possano pascolare liberi e senza alcun
pagamento23. L'anno dopo Anselmo de Iustigen, conte di Catanzaro,
conferma la donazione fatta da Teodora, "comitissa Catanzarii", del
tenimento di Feruliti nella terra di Rocca Bernarda24. La
concessione verrà confermata al monastero florense nel 1222 da
Federico II25.
Dai documenti esaminati il toponimo "Roccha Bernardi" compare per la
prima volta verso la metà del Dodicesimo secolo, al tempo che ne
erano signori o i Loritello o Goffredo di Carbonara. In precedenza
troviamo che località, che faranno parte del suo territorio, vengono
indicate genericamente "in loco fluminis Tachine" o “in pertinentiis
Tacine" (come nel caso della fondazione del monastero ad Armirò alla
fine del secolo Undicesimo) ed del vecchio monastero o chiesa di
Sanctus Petrus de Tachina26.
I Ruffo
Durante il periodo svevo si sa dell'esistenza di un abitato murato e
di un castello. Di quest’ultimo nel 1241 era castellano il "Dominus
Riccardus Gatus". Resisteva ancora il rito greco27. Nel marzo del
1240 “Dominus Goffredus de Roccabernardi” ed il giudice Stefano di
Crotone, su mandato del provveditore dei castelli imperiali dal
fiume Salso a Porta di Roseto Giovanni Vulcano di Napoli,
conducevano un’inchiesta per accertare se il monastero di
Sant’Angelo de Frigillo doveva concorrere alle spese per la
riparazione del castello di Santa Severina. In “Rocca Bernardi” essi
interrogarono i giurati: dominus Iordanus miles, dominus Riccardus
de Caccurio, iudex Letus e papa Leo Plutinu28.
La terra posta in diocesi di Santa Severina è durante l’età angioina
sede arcipretale29. Nel 1276 è tassata per unc. 24, tar.14, gr. 830
con una popolazione presunta di circa 1200 abitanti. Quattro anni
dopo, nel febbraio 1280, Rocca Bernarda assieme ad altre terre,
Catanzaro, Crotone, Santa Severina ecc., veniva staccata dal
Giustizierato di Val del Crati e Terra Giordana e aggregata a quello
di Calabria31.
Durante la guerra del Vespro subì danni e spopolamento32, tanto che
all'inizio del Trecento, finita la guerra, Carlo II d'Angiò il 19
agosto 1302 concesse a Pietro Ruffo di poter ripopolare con gente
proveniente da altre province le sue terre di Roccabernarda,
Policastro, Catanzaro e Castellamare33.
Durante il Duecento ed il Trecento tranne brevi periodi continuò ad
essere soggetta ai conti di Catanzaro. Nel dicembre 1274 Pietro
Ruffo de Calabria , conte di Catanzaro,è signore di “Castri
Maynardi, Badulati, Rocce Bernarde, Policastri, Cutroni, Mesurace,
Castellaad mare et aliorum castrorum”, terre che già erano
appartenute ai suoi avi34. I possessi furono confermati nel 1290 al
tempo di Carlo II d'Angiò35.
Da Pietro Ruffo Rocca Bernarda pervenne in potere di Giovanni Ruffo,
subentrato nei beni paterni nel 1309. I due Ruffo, padre e figlio,
sono ricordati per la concessione del territorio detto di Neto o di
Alimati, sito nel tenimento di Rocca Bernarda, all’abbazia di Santa
Maria di Altilia. Convalida la signoria di Giovanni sulla città un
atto con cui Pietro Ruffo otteneva la possibilità di disporre di
alcune terre, che non facevano parte integrante della contea di
Catanzaro, a favore dei figli cadetti Nicola e Corrado; tra queste
terre oltre a Rocca Bernarda vi sono anche Mesoraca, Policastro,
Rosarno, il luogo detto Li Castelli e Tacina. Tuttavia il tutto
passò al primogenito Giovanni Ruffo36. A Giovanni Ruffo subentrò
nella contea di Catanzaro nel 1335 Pietro III Ruffo poi Antonello
nel 1340 e quindi nel 1383 Nicolò, conte di Catanzaro, prima signore
e poi dal 1390 marchese di Crotone.
Verso la fine di giugno 1404 Ladislao mosse da Napoli verso la
Calabria ed in breve, all'inizio di agosto era già di ritorno, privò
il marchese di quasi tutti i suoi possedimenti comprendenti più di
15 terre e di 40 castelli. Nicolò Ruffo se ne andava in esilio in
Francia. I feudi del marchese di Crotone furono parte posti in
demanio e parte il re li assegnò ai condottieri che lo avevano
aiutato nella guerra. Così Pietro Paolo da Viterbo ebbe in feudo
molte delle terre del marchese di Crotone.
Il 6 agosto 1414 moriva Ladislao e saliva al trono la sorella
Giovanna II d'Angiò Durazzo.
Una nuova rivolta vedeva come contendenti il francese Giacomo conte
di La Marche, marito di Giovanna II, e Ser Gianni Caracciolo. Pietro
Paolo da Viterbo si schierò per il di La Marche. Nell'estate 1417 le
truppe di Antonuccio dei Camponeschi di Aquila devastavano le
proprietà del conte di Belcastro, Pietro Paolo da Viterbo. Sempre in
quell'anno moriva Luigi II d'Angiò e succedeva, ereditandone i
diritti, il figlio Luigi III che con l'appoggio del nuovo papa
Martino V (1417-1431), che nel dicembre 1420 lo dichiarerà erede del
regno di Napoli, del condottiero Muzio Attendolo Sforza e di parte
del baronato tentò la riconquista. Luigi III, designato nel 1419 dal
partito filoangioino erede di Giovanna II, e invitato a lasciare la
Provenza e venire nell'Italia meridionale per far valere i diritti
ereditari, quando tentò di raggiungere il regno, fu ostacolato dalla
regina che adottò Alfonso V, re di Sicilia (di Aragona e Sardegna),
e lo nominò erede e duca di Calabria (1421) e, chiamatolo, lo oppose
all'angioino. Nell'agosto 1420 Luigi sbarcava a Castellammare e
metteva il campo ad Aversa; dopo poco all'inizio di settembre
sbarcava a Napoli l'esercito aragonese, seguito nel giugno dell'anno
dopo dallo stesso re Alfonso che, accolto dalla regina, prese dimora
a Castel Nuovo. Si accendeva così la guerra tra i filoangioini ed i
filoaragonesi che vide impegnato in Calabria anche Nicolò Ruffo che,
rientrato in possesso dei suoi feudi, cercò di contrastare
l'avanzata delle truppe aragonesi che, al comando di Giovanni de
Ixar, affluivano dalla Sicilia. Mutio Attendolo Sforza, sostenitore
di Luigi III, mandò in Calabria il figlio Francesco, col titolo di
vicerè. Allo Sforza si unirono molti feudatari, tra i quali il
Ruffo, e numerose città tra le quali Santa Severina. La guerra
investì anche le terre del marchese di Crotone, situate alla
frontiera, tra la Calabria meridionale, occupata dagli Aragonesi, e
quella settentrionale, controllata dagli Angioini. Da un atto del
1426 sappiamo che Rochabernardi è una delle terre in possesso del
marchese di Crotone, Nicolo Ruffo37.
L’occupazione Aragonese
Rocca Bernarda seguì le vicende delle terre del conte di Catanzaro e
marchese di Crotone Nicolo Ruffo. Alla sua morte passò alla figlia
Giovannella e nel 1436 ad Enrichetta Ruffo, figlia di Nicolò e della
seconda moglie Margherita di Poitiers. La marchesa di Crotone
Herrichetta Ruffo “de Calabria”, signora di Rocca Bernarda,
confermerà Alimati al monastero di S. Maria di Altilia. L’atto di
concessione verrà redatto "in castro nostrae civitatis Catanzarii",
il 25 giugno 1439. Con esso la marchesa concedeva all'abate del
monastero florense di Santa Maria de Calabro Maria, Benedetto de
Teriolo, un territorio appartenente alla sua curia in territorio di
Rocca Bernarda con l'onere da parte dell'abbazia di pagare ogni anno
15 tareni alla curia della terra di Rocca Bernarda nella festa della
Beata Maria Vergine nel mese di agosto. Tale territorio, concesso in
precedenza dai conti di Catanzaro, era stato mantenuto dal monastero
fino al tempo della madre di Errichetta "D.na Margarita de Poytiers"
e poi il monastero ne era stato privato38. Errichetta Ruffo portò in
dote Rocca Bernarda ad Antonio Centelles, che assunse anche il
titolo di marchese di Crotone39. A causa della sua ribellione, il re
Alfonso d'Aragona scese con l'esercito in Calabria. Guadato il Neto
nel novembre 1444 le truppe del re posero l'assedio a Crotone e agli
abitati vicini. " Entrato nelle terre del Marchesato, per la prima
terra assaltò lo Zirò, il quale non fece resistenza, trovò bene un
poco di reipugnanza alla Rocca Bernarda; ma al fine tra pochi di si
rese, e poi andò a Cotrone"40. Così caddero dopo aver resistito
Rocca Bernarda, Santa Severina, Belcastro e le Castelle e da ultimo,
alla fine di gennaio 1445, il castello di Crotone. Prima di lasciare
la Calabria nell_aprile 1445, Alfonso emanò alcune disposizioni per
la custodia dei castelli conquistati ; tra questi compare, oltre a
quelli di Crotone, Crepacore e altri, anche quello di Rocca
Bernarda, segno della importanza del luogo41.
L'esercito di Alfonso lasciava il Crotonese spopolato ed in rovina a
causa dei saccheggi e delle uccisioni tanto che, per facilitarne il
ripopolamento, il re concedeva l'esenzione dal pagamento dei fuochi
per dieci anni e altri piccoli e temporanei sgravi, per permetterne
la rinascita economica42. Rocca Bernarda come le altre terre fu
confiscata ed incamerata al demanio regio. La terra era importante
per la sua posizione strategica e di controllo, a guardia della
vallata e del passo sul fiume Tacina, faceva 185 fuochi, circa
settecento abitanti, vi si teneva una delle fiere più importanti
della Calabria, la fiera di Mulerà43, vi erano gli imponenti mulini
della Canosa ed il balivo esigeva una sostanziosa tassa sulle
mandrie che passavano il Tacina e pascolavano sul territorio
compreso tra il Tacina ed il Neto. Dall'affitto dei mulini, delle
vigne e della baliva la regia corte incamerava ogni anno ben 90
ducati44. La terra fu dapprima amministrata da un regio governatore,
che svolgeva anche le funzioni di castellano45. In seguito fu
concessa in feudo da re Alfonso a Valentino Claver46.
La mala signoria
Alla morte di Alfonso (1458) riprendeva la ribellione in Calabria.
Nell'autunno del 1459 re Ferrante ebbe a patti Santa Severina, Cirò
ed altre terre, pose il blocco a Crotone e Le Castelle, che bombardò
con le artiglierie venute da Napoli47. Saccheggiò gli abitati della
vallata del Tacina, accanendosi particolarmente contro Rocca
Bernarda48 e Belcastro, che a lungo gli resistettero49.
L'opera nefasta fu completata da Maso Barrese, che infierì
ferocemente e distrusse numerosi abitati che spariranno per sempre
(Crepacore, Nimfi, San Leone, Santo Stefano, San Mauro de Caraba
ecc.)50.
Nel 1462 re Ferrante promise la reintegrazione di alcune terre al
Centelles tra le quali Rocca Bernarda che era in demanio regio51. Il
potere del Centelles durò poco, divenuto nel 1464 principe di Santa
Severina, nel 1466 veniva preso a tradimento a Santa Severina e
condotto a Napoli a morire52.
Durante questi pochi anni in cui ritornò in potere del Centelles,
questi concesse il feudo di Umbro di Manno ed i mulini della Canosa,
situati in territorio di Roccabernarda, a Giovanni de Colle53.
Rocca Bernarda ritornò a Valentino Claver il quale commise molti
abusi e si impossessò di alcune terre universali. Egli facendo
valere ed imponendo antichi privilegi si impossessò dello “herbaggio
dicto de molera”54, che però in precedenza era stato concesso
all’università di Rocca Bernarda dal re. Per tali motivi i cittadini
si ribellarono e cacciarono il feudatario ma furono repressi
crudelmente dalle truppe regie. Di tale ribellione, finita in modo
tragico, rimane testimonianza in una lettera regia: "Nell'anno 1487
essendo sorta discordia tra Valentino, e le genti della
Roccabernarda, il re Ferdinando scrive con grande istantia a D.
Pietro d'Aragona suo nepote e General Luocotenente in quella
Provincia, che debba veder daccordar quegli interrogamenti al
miglior modo fosse possibile, scrivendo ancora a Valentino, com'egli
l'haveva restituita la possessione di quella terra, e che dall'hora
avanti vedesse di trattar meglio quella gente"55. Valentino Claver
riuscì con l’aiuto delle armi del re a ritornare in potere della
terra, che passò poi al figlio Giacomo. Il dominio di quest’ultimo
durò ancora pochi anni56. Nel 1491 troviamo Rocca Bernarda già in
demanio regio. Nell'ottobre di quell'anno il sindaco e l'università
chiedevano al re Ferdinando alcune concessioni tra le quali quella
di poter scontare sui pagamenti fiscali i cinquanta ducati che Rocca
Bernarda doveva pagare, come da ordine del tesoriere di Calabria,
all'arrendatore delle saline del Neto, ma che per la povertà della
terra non le era stato possibile assolvere a suo tempo e perciò era
stata gravata a pagare anche gli interessi. Poi domandarono di
essere lasciati nel pacifico possesso del pascolo di Molerà; diritto
che l'università godeva già in passato ma ne era stata privata
dapprima con la forza dal feudatario Valentino Claver, che vantava
un antico privilegio, poi, ritornata la terra in potere regio e
ripreso il libero pascolo, era intervenuto il regio secreto che
aveva intimato ai cittadini di lasciarlo. Chiedeva inoltre la
conferma dell'antico privilegio che gli abitanti potessero pascolare
nel corso o tenimento di Neto, appartenente all'abbazia di Calabro
Maria di Altilia, cosa che al presente era impedita, con grave danno
per i cittadini che vedevano il loro bestiame portato via in carcere
a Santa Severina dai procuratori del nuovo commendatario
dell'abbazia, il chierico napoletano, Carlo d'Aragona. Da ultimo la
richiesta che fosse rispettato il privilegio concesso dal re Alfonso
che proibiva le difese di ghiande nel suo territorio, in modo da non
ostacolare il pascolo del bestiame dei cittadini57.
I feudatari
Rocca Bernarda rimase alcuni anni in demanio ma il 14 ottobre 1496
re Federico, alla ricerca di denaro per difendere il regno, la
vendeva ad Andrea Carafa assieme alla città di Santa Severina e alle
terre di Castellorum, Policastro e Ipsigrò con trecento ducati annui
sui diritti fiscali nelle sopraddette terre per il prezzo di ducati
900058. Il conte di Santa Severina ne prese subito possesso, come
risulta dal cedulario della provincia di Calabria Ultra dell'anno
1500 che tassò Andrea Carrafa, per la Terra di Rocca Bernarda ed il
feudo disabitato di Crepacore. Morto nell’ottobre 1526 Andrea
Carrafa, l’11 dicembre 1527 il vicerè Don Ugo de Moncada investì il
nipote Galeotto Carrafa della città di Santa Severina con i casali e
terre delle Castelle, Policastro, Roccabernarda et Ipsigro e del
feudo disabitato di Crepacore. Il 19 aprile 1543 fu accordato il
regio assenso alla vendita che Galeotto Carrafa, conte di Santa
Severina, faceva a Cesare Galluccio della terra di Roccabernarda, la
quale era detenuta con il patto di retrovendendo da Salvatore
Spinello, il quale l’aveva comprata per ducati 4000 dallo stesso
Galeotto Carrafa. Fatta la ricompra dallo Spinello, il conte promise
di venderla per ducati 8000 a Cesare Galluccio, sempre con patto di
retrovendendo. Non passò molto tempo, che Roccabernarda sarà
nuovamente venduta, come risulta da un atto successivo.
Il 24 giugno 1560 fu prestato il regio assenso alla vendita e
cessione fatta da Gio. Vincenzo de Loffredo, per volontà di Gio.
Cesare de Loffredo, della terra di Roccabernarda in beneficio di
Gio. Battista Monte Nero con l'annua percezione di ducati 320 dai
primi frutti e entrate della terra per prezzo di ducati 3200.
Il 14 novembre 1577 Francesco la Grotte, pubblico incantatore e
commissario deputato dal Sacro Regio Consiglio, dichiarò che essendo
stata messa all’asta la terra della Roccabernarda ad istanza dei
creditori di Gio. Cesare Loffredo, olim utile padrone di quella
terra, era stata venduta a Gio. Battista Piscicello per ducati
20.000, sempre con il patto di retrovendendo. Successivamente
tacitati i creditori la terra fu nuovamente messa all’asta e fu
assegnata per ducati 39.560 ad Ettore Caracciolo, per persona
nominanda. Ettore Caracciolo dichiarò di aver fatto la compra in
nome e per parte di Don Alfonso Carrafa duca di Nocera. Il duca di
Nocera ed i suoi eredi e successori ebbero la terra di
Roccabernarda, libera e in perpetuum e senza patto di retrovendita,
con il suo castello, Banco della giustizia, prime et seconde cause
civili, criminali et miste ecc.. e con tutte le altre sue entrate.
Con l’acquisto fatto dal duca di Nocera Roccabernarda andava a far
parte del così detto Stato di Cutro, seguendone le sorti. Infatti il
Duca di Nocera un po’ alla volta aveva acquistato le terre di Cutro,
San Giovanni Minagò, Castelle e Rocca Bernarda, i feudi di Crepacore
Foti Barrili ed i nove molini della Canosa sul fiume Tacina in
territorio di Roccabernarda. Morto Alfonso Carrafa, seguì il figlio
Ferrante, il quale ne era già in possesso nel febbraio 1583, come
risulta da una significatoria, speditagli il 26 febbraio 1583, per
il relevio dovuto alla Regia Corte per l'entrate feudali delle terre
di Cutro, San Giovanni Minagò, Rocca Bernarda e le Castella.
Morto Ferrante Carrafa nel settembre 1593, i feudi passarono al
figlio Maria Francesco. Nel 1620 il Dottor Sebastiano Vitale
dichiarò che intendeva comprare da Francesco Maria Carrafa, duca di
Nocera, le terre di Cutro, le Castella, Rocca Bernarda e San
Giovanni Minagò con il ius dell'ancoragio di Cotrone e la gabella e
feudo di Foti ecc. in provincia di Calabria Ultra per il prezzo di
ducati 238.791. Il Vitale intendeva fare l’acquisto con denaro e per
conto Giovanna Ruffo, marchesa di Nicodia.
Il 9 marzo di quell’anno 1620 il vicerè, il duca d'Ossuni, concesse
il Regio Assenso alla vendita per il prezzo di ducati 238.791 parte
pagati e parte con promessa di pagare . Il 4 novembre 1621 il
cardinal Zapata, luogotenente generale del Regno, diede il Regio
Assenso sull’acquisto fatto della terra di Cutro, Castella,
Roccabernarda e della terra o casale di San Giovanni Minagò in
provincia di Calabria Ultra, del jus ancoragio della città di
Cotrone e del feudo di Foti, sito in territorio della città di Santa
Severina. L’acquisto era stato fatto dal Dottor Sebastiano Vitale in
beneficio della marchesa di Licodia Giovanna Ruffo.
Alla morte di Giovanna Ruffo, Marchesa di Licodia, avvenuta il 14
dicembre 1650, subentrò il figlio, il principe di Scilla Francesco
Maria Ruffo, il quale nel marzo 1658 risulta in possesso delle terre
di Cutro, Roccabernarda, Castella e San Giovanni Minagò e del feudo
di Crepacore e altri.
Il 29 maggio 1659 fu dato il Regio Assenso alla vendita fatta da
Francesco Girardo, publico incantatore, in nome e parte del Sacro
Regio Consilio come anche in nome e parte dei creditori tanto di
Francesco Maria Ruffo, principe di Scilla, e della defunta Giovanna
Ruffo, principessa di Scilla e madre di Francesco Maria, quanto del
defunto Francesco Maria Carrafa, duca di Nocera, e dei loro
predecessori, delle terre di Cutro, Castelle, Roccabernarda, terra o
casale di San Giovanni Minagò e del jus dell'ancoraggio della città
di Cotrone. Tale vendita era stata fatta in beneficio di Francesco
Filomarino Principe della Rocca dell'Aspro con tutte loro ville et
casali abitati e disabitati, Bagliva, Portulania, Pesi e misure
officio mastro d'atti .... per il prezzo di ducati 150.000.
Morto il 14 novembre 1678 il Principe Francesco Filomarino, su
istanza dei creditori lo stato di Cutro fu messo all’asta dal Sacro
Regio Consiglio e venduto con regio assenso del 6 giugno 1686 ad
Ippolita Maria Muscettola. In precedenza il feudo era stato
apprezzato il 4 settembre 1680 dal tabulario Carlo Papa. Tra i corpi
descritti nell’apprezzo della terra di Roccabernarda vi era: “La
Mastrodattia alla quale vanno incluse le cause criminali tantum del
casale di Altilia, la bagliva, la portolania, la catapania, la zecca
di pesi e misure, il jus della fiera di Molerà con tutte le stanze
coverte, territorio della medesima spettante, il subfeudo di Licari,
il subfeudo di Marici, il subfeudo della Viola, cenzi minuti, corso
di Molerà vecchio nel quale vi sono compresi diversi territorii,
cioè la Foresta, Moio, S.to Brancati, et Linzi, Scoglione et costa
d’Amendola corso del numero di Mando seu lenza nel quale va compresa
la gabella seu territorio della Lenza”59 In seguito ritornò ai
Filomarino e precisamente al fratello di Francesco, il Principe D.
Giovanni Battista Filomarino. Alla morte di Giovan Battista
Filomarino, avvenuta il 4.aprile1685, seguì il figlio Tomaso
Filomarino, che ebbe le terre di Rocca d'Aspro, Perdifumo, lo stato
di Cutri e l’ancoraggio di Cotrone.
Tomaso Filomarino morì il 4 gennaio1688, ereditò il fratello
Francesco.
Francesco risulta feudatario solo di Rocca d’Aspro e di Perdifumo,
essendo lo stato di Cutro messo all’asta e venduto nel 1686 a
Ippolita Maria Muscettola. Tuttavia trattandosi di una falsa
vendita, non essendo stato perfezionato, l’atto fu annullato e nel
1697 lo stato di Cutro ritornò pienamente ai Filomarino nella figura
di Giovanbattista, figlio ed erede di Francesco, che rimase
feudatario di Roccabernarda fino alla sua morte avvenuta nel 1770.
I Filomarino manterranno la terra di Rocca Bernarda assieme alle
terre di Cotronei e Policastro, il feudo di Rivioti, il feudo di
Fungardo, Le Castelle, Cutro, San Giovanni Minagò, con jus di
ancoraggio della Calabria Citra ed Ultra, fino all’eversione della
feudalità con Giambattista Filomarino, nipote di Giovanbattista, “IX
Principe di Rocca d_Aspide, IX Duca di Perdifumo, Conte del Castello
dell_Abbate ed utile Signore degli Stati delle città di Cutro e
Policastro, terre di Rocca Bernarda, Cotronei e Castella, del
Criminale di Altilia e del Corso Ferlusello: Grande di Spagna di
Prima Classe e Gentiluomo di Camera con esercizio di Sua Maestà il
Re n.ro Sig.re".
Antichi privilegi
Secondo il Fiore tra gli antichi privilegi concessi, e più volte
confermati, dai re all’università e uomini di Roccabernarda vi era
quello che permetteva ai baglivi di Roccabernarda di esigere il
diritto di pagliaratico per carlini 25 sopra ogni mandria, che
pascolava sul territorio compreso tra i fiumi Neto e Tacina. Un
altro concedeva di esigere una tassa da coloro che transitavano sul
passo detto di Tacina ed infine, ciò che “è di più considerazione”,
di esigere il “falangaggio” dalle navi che approdavano al porto di
Crotone60.
Note
1. Bernardo del Carpio, eroe leggendario spagnolo. Figlio
illegittimo del conte di Saldana e di Jimena, sorella di Alfonso II
il Casto; Valente G., Dizionario cit., p. 808; Barrio G., Antichità
cit., p. 449; Marafioti G., Croniche cit., p. 212.
2. Malaterra G., De Rebus Gesti Rogerii Comitis, Zanichelli
1928,p.59.
3. Gallo Cristiani A., Piccola cronistoria di Rocca di Neto, Roma
1929, p. 36.
4. Lenormant F., cit.,II,271.
5. Pontieri E., Tra i Normanni nell'Italia meridionale, Napoli 1964,
p.169.
6. Malaterra pp.90-92; Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Roma
1975,p.273.
7. Jamison E., Note e documenti per la storia dei conti normanni di
Catanzaro, in ASCL a.I,4, Roma 1931.
8. "Goffridi quondam comitis Catacensis fundatoria monasteri vestri
et Guill(elm)i de Lutio filii eius et Goffridi de Carbonara nepotis
illius", Pratesi A., cit.p134. Iosfredus de Loritello, conte, figlio
del conte Rhao conferma nell'ottobre 1131 presso il castello di
Asylorum le donazioni che egli e sua madre la contessa Berta avevano
fatto al monastero di S. Stefano de Nemore, Trinchera F., cit.,
pp.146-148.
9. Raimondo sposò Segelgarda ed ebbe una figlia Clementia.
Clementia, contessa di Catanzaro, promessa sposa di Matteo Bonello,
partecipò attivamente alla congiura contro re Guglielmo I e alla
rivolta dei baroni calabresi che portarono alla uccisione
dell'ammiraglio Maione nel 1060 e all'assedio da parte delle truppe
di Guglielmo di Taverna (1162) dove Clementia si era rifugiata.
Fatta prigioniera insieme alla madre fu condotta in Sicilia ma poi
fu liberata. Essa era ancora in vita nel 1179, Jamison E., cit.
10. Pratesi A., cit., p.197.
11. Pontieri E., cit.p. 193.
12. Anselmo de Iustigen, maresciallo imperiale e conte di Catanzaro,
concede nel 1222 al monastero cistercense di S. Angelo de Frigillo,
filiazione della Sambucina, il tenimento di Rose o Roseti esente da
ogni imposta come lo ebbe, al tempo di re Guglielmo, Goffredo di
Carbonara, signore di Rocca Bernarda, nipote di Goffredo Loritello e
pronipote di Rao e Berta Loritello, conti di Catanzaro, Pratesi A.,
cit. 309-312; Goffredus de Carbonara è ricordato anche in un atto
del 1222 con il quale Federico II conferma al monastero florense il
“cursus mandrarum in tenimento Feruliti sibi certis finibus
assignatum sive in tenimento S. Severine sit, seu in tenimento Rocce
Bernardi sicut Goffredus de Carbonara pro mandris umquam melius uti
consueverat ispo cursu", De Leo P., p.409.
13. Pratesi A., cit.,p.112.
14. Un documento del 1225 dell’abbazia di S. Angelo de Frigillo
ricorda la via “que solent ire homines Mes(ora)ce ad terras
Castellorum et ad turris Tacine”, .Tale via passava il Tacina nei
pressi della località “terminum grossum”, Pratesi A., cit.,
p.337-338
15. Russo F., Regesto cit., (362).
16. Ughelli F., Italia Sacra, Tom. IX,p.478.
17. Pometti F., Carte cit. p.284.
18. Russo F., Storia cit.,pp.400-404.
19. Cod. Vat. Lat. 13490,III, 105 (1516).
20. Pratesi A., cit.,pp.160-164;,
21. Verso la fine del sec.XI, il visconte Nicola Grimaldo, signore
di S. Severina, aveva fondato e dotato "in loco Castelli et fluminis
Tachine" una chiesa e un piccolo monastero dedicati a Maria e a S.
Nicola. Morto il Grimaldo, il duca Ruggero lo diede in
amministrazione ad alcuni magnati: Brienio, Alioctus, Gottofridus
figlio di Yvum, Cheles e da ultimo a Fulcone di Monte Curbino che lo
diede con tutte le proprietà all'abbazia della Mattina. Il monastero
sorgeva in località S. Maria di Armirò in territorio di Rocca
Bernarda. Pratesi A., cit., pp.27-30.
22. Nel 1209 Federico II e nel 1210 il papa Innocenzo III confermano
i beni e i privilegi del monastero, Pratesi A., cit., pp.240-247.
23. De Leo P., Reliquiae florensi, p.398.
24. Siberene p.249.
25. De Leo P., cit. p.409.
26. Pratesi A., cit.pp161,399; De Leo P,cit.p.398; Pometti F.,
cit.p.286;Siberene p.249; Ughelli F.cit,IX,478.
27. Pratesi A., cit., p. 407-408.
28. Pratesi A., cit., p. 402.
29. Nel versamento del denaro di reintegrazione delle decime per la
S. Sede del 1310-1311 compaiono l’"Archipresbyter Rocce Bernardi"
che versa quattro tari ed i presbiteri Stephanus della stessa
chiesa, che versa grana X, e Benagio de Rocca Berardi, che versa
tari III, Siberene, p. 280 sgg.; Nelle decime del 1325 compaiono i
chierici Guillelmus mansus, Stephanus, Guillelmus, Alexander e
Cevandachi Russo F. ,Regesto ,I, (4934) sgg..
30. Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 Registri
Angioini dell'archivio di Stato di Napoli, Napoli 1877, p.215.
31. Re Carlo D'Angiò scrive a Goffredo de Summesot, giustiziere di
Val di Crati e Terra Giordana, che per una migliore amministrazione
ha deciso di staccare da quel giustizierato ed aggregare a quello di
Calabria alcune terre, Reg. Ang., Vol. XXII(1279-80), p.89.
32. Nell'agosto 1284 re Carlo da ordini affinchè si custodissero i
passi di Cotrone, Santa Severina, Tacina e Rocca Bernarda e
vicinanze a causa dei disertori, Reg. Ang. XXVII, 479.
33. Vaccaro A., Kroton, Mit 1965, I,309.
34. Reg. Ang. XII, 143.
35. Fiore G., cit., III, 93.
36. Maone P- Ventura P., Isola Capo Rizzuto cit, pp.257-258.
37. Reg. Vat. 355, f.287, ASV.
38. Privilegio di Errichetta Ruffo per il tenimento denominato
Alimati in Regia Sila, scritto in carta comune, che porta la data de
25 giugno 1439, Atti relativi alla rimessa de' libri ed altre carte
originali appartenenti al monastero de cisterciensi di Santa Maria
di Altilia, C.S. - S.E. Cart. 60, fasc. 1333 Arch. Stato Catanzaro.
Errichetta Ruffo, contessa di Catanzaro, aveva concesso al monastero
le tenute di Neto, Caria, Menta e Bosco "libere et immuni, eccetto
solo con il peso di pagare 15 tari l'anno, che sono tre D.ti
ogn'anno all'università.. della Rocca Bernarda per riconoscimento",
Platea del monastero di S.ta Maria di Altilia, 1661, ff.21-22 in
Miscellanea. Monastero di S. Maria di Altilia (1579-1782), 529, 659,
B8, Arch. Stat. Cz.
39. Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di
Antonio Centelles, Napoli 1963, pp.183 sgg.
40. Costanzo A., Istoria del Regno di Napoli, Milano 1805,
III,p.132.
41. Pontieri E., cit., p.205.
42. A causa degli eventi bellici che avevano gravemente colpito gli
abitanti e le loro proprietà cessò l'esazione delle decime del
formaggio e sugli agnelli per tutto il tempo che pascolavano nelle
terre della diocesi di S. Severina. L'arcivescovo poté riscuotere
dopo la riconferma fatta da re Alfonso il 9 febbraio 1446, Siberene
p. 238.
43. Fonti Aragonesi, Vol. II, pp. 104-105
44. Pontieri E., cit., pp.278-279.
45. Dal 1451 al 1453 è Martino Iohanni Escarrer, Fonti Arag.,
II,49,216.
46. Campanile F., Insegne dei nobili, Napoli 1680,p 273.
47. Pontieri E., cit.,p.231.
48. In seguito Ferrante accordò alla città la riduzione di alcune
tasse per essere stata particolarmente provata dalle vicende
belliche, Maone P., San Mauro Marchesato cit.,pp.102-103.
49. Il 14 ottobre 1459 re Ferdinando presso gli accampamenti di
Belcastro conferma i privilegi di Castellorum, Processo grosso
f.415v.
50. Nel marzo 1479 il priorato o grangia di San Pietro de Niffi
risulta spopolata ed il convento senza monaci, Russo F.,
cit.,II,455.Nel 1482 il casale di Santo Stefano e quello di San
Mauro de Caraba risultano spopolati, Maone P., San Mauro cit,p.102.
51. Pontieri E., Cit., pp. 284-285.
52. Giampietro D., Un registro aragonese della Biblioteca Nazionale
di Parigi, ASPN Napoli 1884,p 267.
53. Fiore G., cit., III, 326 _327.
54. Trinchera F., Codice aragonese o sia Lettere regie, Napoli
1866-1870, p. 133.
55. Campanile F., cit., pp. 173-174.
56. Nel 1490 Rocca Bernarda era tassata annualmente per diritti di
fuochi e tassa sul sale per duc. 257 che corrispondevano al numero
dei fuochi, circa 1000 abitanti, Fonti Arag, XIII, 230.
57. Trinchera F., cit., pp.132-134.
58. Processo grosso f.480 sgg.
59. Ref. Quint. 207, ff. 78-122, ASN.
60. Fiore G. cit., I, 220.

