[CINGA-ZINGA]
Secondo una “Memoria” lasciata da un arciprete
curato di Zinga, che amministrò quella chiesa dal 1908- 1913, “è
fama che Federico 2° di Svevia scendendo in Calabria si impossessò
anche di Casabona, formando della Frazione Zinga (allora Cinga) un
bel unito castello” ed aggiunge che “Il protettore del borgo è San
Giovanni Battista, a cui è dedicata la Parrocchia, il cui Sacro
Tempio è stato aperto al pubblico nel 1343, come risultava al sommo
della porta centrale, al tempo della mia dimora colà, in qualità di
Arciprete Curato”. La presenza di una munita fortificazione a
controllo della via, che dalla bassa valle del Neto si snodava sulla
sinistra del Vitravo verso Umbriatico e la Sila, contraddistinguerà
l’abitato che verrà denominato quasi sempre nelle scritture come
Motta o Castrum di Cinga.
Primi documenti
Non ci sono documenti che confermino la fondazione di Cinga al tempo
della dominazione sveva; anzi nella “Cedula subventionis in
Iustitiariatu Vallis Grati et Terre Iordane” del 1276 mentre sono
presenti le terre vicine di Gerentia, Caccurium, Lucrum,
Bellumvedere, Casabona, Bertinum ecc., Cinga non compare1. Sembra
quindi che la fondazione del castrum di Zinga sia da collegarsi alle
vicende della guerra del Vespro, quando gli Almugaveri devastarono
Umbriatico ed i vicini casali di Santa Marina, S.Nicolò dell’Alto e
Maratea. Il primo documento, in cui appare Cinga, si riferisce al
versamento delle decime per la Santa Sede del 1325 in diocesi di
Umbriatico. Tra i nomi dei chierici della terra di Ypsgrò compare
“dopnus Ioh.es de cinga che versa tar. unum et gr. decem”2.
Da un secondo documento, sempre dell’inizio del Trecento, riportato
nei manoscritti del De Lellis e riguardante una lite per i confini
di Cerenzia, si ricava anche il nome del signore della Motta di
Cinga, che era Giovanni Rocca3.
Bisognerà arrivare alla metà del Quattrocento per trovare un altro
atto riguardante Cinga e precisamente al tempo della discesa in
Calabria di Alfonso D’Aragona per domare la ribellione del marchese
di Crotone Antonio Centelles. L’undici dicembre 1444, mentre è
all’assedio della città di Crotone, il re concede l’immunità dai
diritti di fuoco per 25 anni a causa della povertà della terra al
barone Uriello, o Oriolo, Malatacca per il castrum di Cinga4.
Ad Oriolo Malatacca de Casabuono, o di Crotone, seguì Elisabetta
Malatacca, che risulta feudataria di Cinga, Xiloppici e Carnevale. A
questa seguì il figlio Giovanni Pipino che ebbe la conferma della
terra di Cinga, con le cause civili e criminali, e dei feudi di
Xilopico e Malatacca5.
I baroni
All’inizio del Viceregno l’aristocratico crotonese Giovanni Antonio
Pipino è barone di Zinga. Con tale titolo egli assieme a Nardo
Lucifero e Bartolomeo Tibaldo ottiene nel 1506 la conferma dei
privilegi della città di Crotone dal re Ferdinando il Cattolico6.
Avendo parteggiato per i Francesi durante l’invasione del viceregno
del 1528, Giovanni Pipino fu accusato del delitto di fellonia e
privato del feudo che fu devoluto al fisco regio. Il 2 novembre 1528
il vicerè Don Pietro de Calon investiva della baronia del casale di
Zinga Mariano Abenante7. Il casale ritornò tuttavia dopo poco ai
Pipino, che nel 1536 ne risultano in possesso con Giovan Oratio
Pipino8. Prospero Lucifero, ultrogenito dell’aristocratico crotonese
Marcantonio Lucifero, sposò Faustina Pipino, baronessa di Zinga,
passando così il feudo ai Lucifero9. Nel 1558 Prospero Lucifero,
barone di Zinga, ottiene la riconferma dei privilegi concessi da
Carlo V in quanto era stato al seguito del duca d’Alba10. Nella
seconda metà del Cinquecento il feudo nonostante un aumento della
popolazione, risulta quasi spopolato. Nella numerazione dei fuochi
del 1545 è tassato per solo 5 fuochi, in quella del 1561 per 17 ed
infine nel 1595 per 16. Nel suo territorio il Marafioti segnala la
presenza di alcuni fonti di acqua salsa11.
La decadenza
Nel 1582 era signora di Zinga Zenobia Scaglione, vedova di Gio.
Battista Caracciolo12; quindi ritornò ai Lucifero con Fabrizio al
quale seguì Horatio Lucifero. Horatio Lucifero, barone di Zinga,
abitò a Crotone in parrocchia del SS. Salvatore e sposò dapprima
Beatrice Piterà, che morì di parto nel settembre 1616, dando alla
luce Jo.es Fabritius. Durante il periodo in cui fu sotto il dominio
del Lucifero Zinga, anche se conserva il nome di castrum, è in
verità un piccolo villaggio abitato da gente povera , perlopiù
braccianti che si spostano di continuo a seconda dei lavori
stagionali.
All’inizio del Seicento il “castrum” di Zinga, che fin dalla sua
fondazione fa parte della diocesi di Umbriatico, ha una cappella
sotto l’invocazione di San Giovanni Battista e conta circa 100
abitanti. La cura delle anime è affidata ad alcuni sacerdoti che
abitano nella vicina Casabona, in quanto la chiesa locale non ha
rendite, se non decime personali tenuissime13. Il luogo è
“solitario” e da tutti abbandonato. La stessa cura delle anime non è
continua, in quanto nessun ecclesiastico vuole andarci ad abitare14.
Nel 1618 Oratio Lucifero, barone di Zinga, la vendeva per 20600
ducati a Giacomo d’Aquino15. Nello stesso anno 1618 Iacobo
Malfitano, risulta il nuovo barone di Zinga16.
Giacomo Malfitano conserverà Zinga fino al 1647, quando la venderà
ad Epaminonda Ferrari17.
Durante il periodo in cui fu sotto la baronia dei Malfitano
l’abitato continuò a decadere. La chiesa parrocchiale ha la cura “ad
libitum”, in quanto non si trova alcun religioso che voglia
sopportare per sempre questo onere, perché il luogo è abitato da
gente povera ed è “solitario”18.
Tassato per 15 fuochi, la terra “fu scossa ma non distrutta” dal
terremoto del 163819. Il vescovo di Umbriatico Antonio Ricciulli
(1632-1638) così la descrive: “spetta a Francesco Malfitano, ma non
ha più di 70 abitanti, tutti poverissimi, per la qualcosa la cura è
affidata ad un prete non stabile. Cercai di erigerla in parrocchiale
ma non ci riuscii, perché gli uomini sono migratori ed il barone
rifiuta di assegnare una dote”20.
Il nuovo abitato
Nel 1647 Zinga passava dai Malfitano ad Epaminonda Ferrari21. Al
tempo del vescovo di Umbriatico Tommaso Tomasoni ( 1652- 1654) era
quasi spopolata ed un solo sacerdote vi risiedeva ed aveva cura
delle anime22. Il terremoto del 1659 distrusse l’abitato ed il nuovo
feudatario lo spostò, riedificandolo “in proximo amaeniore colle” e
facilitò il suo ripopolamento23. La rinascita dell’”oppidolum” di
Zinga è documentata dal vescovo Vitaliano Marescano (1661- 1667), il
quale nella sua relazione del maggio 1662 afferma che l’abitato
distrutto dai terremoti era stato ricostruito su un vicino colle. Il
nuovo villaggio contava meno di 200 abitanti e vi era una sola
chiesa non ancora eretta in parrocchiale. Essa era in commenda al
vescovo, al quale spettava scegliere i sacerdoti. Il vescovo stava
per nominare il rettore, ma questo diritto di elezione era
ostacolato dal barone e dagli abitanti del luogo. Così si era aperta
una lunga controversia24. Tra il 1666 ed il 1669 la chiesa di Zinga
diventò finalmente parrocchiale con il nuovo titolo di Santa Maria
di Monte Carmelo. Sempre nello stesso periodo era costruita dalle
fondamenta, a spese del barone del luogo Francesco Maria Ferrari da
Cosenza, una nuova chiesa sotto il titolo di San Marco. E’ vescovo
di Umbriatico Agostino de Angelis (1667-1681), il quale nella
relazione del 1669 così si esprime: “ l’ “oppidum seu castrum” di
Zinga è sotto il potere temporale del barone Francesco Maria dei
Ferrari nativo di Cosenza. Ha due chiese; una parrocchiale è sotto
il titolo di Santa Maria di Monte Carmelo, l’altra eretta più di
recente è sotto il titolo di San Marco. Quest’ultima è stata fondata
a spese del predetto barone di Zinga, che è un uomo pio e facoltoso.
Per il servizio di queste chiese ci sono tre sacerdoti, tra i quali
un curato il quale più che un arciprete è un economo25. La
situazione religiosa rimarrà così per una decina di anni, durante la
quale l’antica parrocchiale di San Giovanni Battista, distrutta ed
abbandonata assieme al vecchio abitato, non è mai richiamata. In una
successiva relazione del 1675 il vescovo De Angelis nell’elencare le
chiese del nuovo abitato afferma che ci sono due chiese: una
parrocchiale, che non ha però titolo, mentre l’altra eretta di
recente dal barone conserva ancora il titolo originario di San
Marco. Nel casale per servizio delle chiese ci sono ancora tre
sacerdoti, tra i quali un curato, non arciprete ma economo, ed
alcuni chierici26. Tre anni dopo lo stesso vescovo attesta che la
chiesa, a suo tempo fondata a spese del barone Francesco Maria
Ferrari e che originariamente era intitolata a San Marco, ora era
dedicata a Santa Maria de Monte Carmelo, cioè aveva assunto il
titolo che era stato della ricostruita parrocchiale. Dalla
successiva relazione si viene a conoscenza che tra il 1675 ed il
1678 la parrocchiale di Zinga aveva ripreso il suo antico titolo.
Così si esprime il vescovo De Angelis nella relazione del 1678:
“Zinga ha due chiese; la parrocchiale è sotto l’invocazione di San
Giovanni Battista, l’altra quella edificata dal barone Francesco
Maria Ferrari è sotto il titolo di S. Maria di Monte Carmelo27.
Dai Ferrari ai Rota
Nel 1688 Giovan Battista Rota, figlio di Carlo Rota e di Lucrezia
Ferrari, figlia di Epaminonda, morto lo zio materno Francesco
Ferrari, gli successe nella baronia. Da una relazione di quell’anno
del vescovo Gio. Battista Ponzio (1682-1689) il castrum di Zinga
appare situato in un luogo malsano e di cattiva aria, abitato da
circa 300 abitanti con tre sacerdoti e tre chierici ed un’unica
chiesa parrocchiale28. Il 15 marzo 1689 Giovan Battista Rota moriva.
Essendo morto senza lasciare figli il regio fisco incamerò i suoi
feudi. A tale sequestro si oppose la zia materna del defunto,
Ippolita Ferrari, coniugata con Vincenzo Rota, barone di Cerenzia29.
Il feudo ritornò ai Rota. Dopo una fase di spopolamento causata
dalle gravi epidemie della seconda metà del Seicento, il villaggio
veniva tassato per soli 18 fuochi30. Sul finire del secolo si
assiste ad una rinascita contando 25 fuochi. Nel 1700 Giuseppe Rota
è feudatario di Zinga. Il villaggio ha circa 300 abitanti. Vi sono
tre sacerdoti con l’arciprete curato. Oltre alla chiesa parrocchiale
dedicata a San Giovanni Battista nella quale si conserva il SS.
Sacramento e ci sono la fonte battesimale ed il sacrario, appaiono
tre altre chiese, che sono decentemente ornate31: quella costruita a
suo tempo dal barone Francesco Maria Ferrari è sotto l’invocazione
di S. Maria di Monte Carmelo e le recenti di S. Maria della Pietà e
dell’Immacolata Concezione. Quest’ultima, situata poco fuori
dell’abitato tra Zinga e Casabona, era stata edificata secondo la
“Memoria” nel 1684.
Il Settecento
Il feudo rimarrà ai Rota, principi di Cerenzia, per buona parte del
Settecento:, dapprima con Vincenzo, poi col figlio Tommaso
(20/10/1714), quindi Vincenzo (10/6/1727) ed Ippolita. In seguito
passò al figlio di costei Ercole Giannuzzi Savelli (8/3/1786) e a
suo figlio Tommaso Giannuzzi Savelli (15/11/1797). Quest’ultimo la
vendeva per ducati 72000 a Nicola Barberio con Regio Assenso del
25/5/180232.
Durante il Settecento il villaggio mantiene una certa importanza,
indicata da un incremento di popolazione e dal consolidarsi delle
vecchie strutture ecclesiastiche e dalla nascita di nuove.
Nel 1724 il castrum di Zinga è abitato da 332 abitanti. Ha la chiesa
parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista, nella quale si
amministrano i sacramenti. Vi è un arciprete, un diacono e tre
chierici. Vi sono anche due altre piccole chiese33 rurali che sono
state costruite presso l’abitato: una sotto il titolo della
Concezione e l’altra della Pietà. A quest’ultima è annessa una casa
per l’eremita34.
Nella numerazione dei fuochi del 1732 è tassato per 45 fuochi; quasi
il doppio di pochi decenni prima35. La povertà degli abitanti, quasi
tutti “fatigatori di campagna”, è segnalata dalle varie relazioni
dei vescovi di Umbriatico. La stessa parrocchiale, nonostante sia
sede di un arciprete, non è appetibile. Al concorso indetto nel 1760
dal vescovo Domenico Peronacci per ricoprire la carica di arciprete,
rimasta vacante per il trasferimento di Giovanni Ferraro alla
parrocchiale di S. Pietro di Crucoli, concorre solamente il prete
del luogo Stefano Vitale36. Le rendite della chiesa sono minime e
per i pochi ducati, che si contano su una mano, l’arciprete deve
anche versare ogni anno al vescovo per la quarta parrocchiale cinque
tomoli di grano e cinque di orzo37. Nel 1783 il vescovo Zaccaria
Coccopalmeri (1779-1784) così la descrive: “Dalla terra di Casabona
verso occidente sorge la città di Zinga, i cui 350 abitanti sono
sotto il dominio temporale del principe di Cerenzia. Popolo
infelice, abitante alle radici dei monti dove si trovano solamente
le miniere di sale. Vi è una chiesa parrocchiale sotto il titolo di
San Giovanni Battista il cui rettore, chiamato arciprete, ha la cura
delle anime ed è aiutato da due sacerdoti. Questa chiesa ha bisogno
di riparazioni nel pavimento e nel soffitto. Vi è un’altra chiesa
rurale non molto distante dall’abitato sotto il titolo della
Concezione di Beata Maria Vergine, che per devozione dei cittadini e
per le pie devozioni di coloro che vi si recano con numerose
offerte, appare sufficientemente ornata e si mantiene con le proprie
rendite38. In una successiva relazione del vescovo Vincenzo Maria
Castro si legge: Nella piccola cittadina di Zinga, nella quale
abitano circa 300 anime, è costruita una piccola chiesa, il cui
parroco gode di una piccolissima congrua. In questo paese gli uomini
sono quasi tutti poveri. La chiesa in verità è sufficientemente
ornata39. Sempre sul finire del Settecento è data una popolazione di
430 abitanti, attestata anche dall’Alfano per il quale Zinga è terra
in diocesi di Umbriatico, feudo della casa Jannuzzi Savelli, d’aria
mediocre che fa di popolazione 400 abitanti40.
Zinga e Casabona
Zinga per buona parte del Medioevo e dell’età moderna, pur subendo
la condizione feudale, era stata una Terra autonoma ed aveva fatto
parte della Calabria Citra.
Durante il Decennio francese dapprima nel 1807 divenne Luogo nel
governo di Strongoli e successivamente nel 1811 frazione del comune
di Casabona, che nel 1816 andava a far parte della provincia di
Catanzaro. Nel 1816 aveva 290 abitanti, cresciuti nel 1852 a 588 .
Allora vi era una chiesa arcipretale curata sotto il titolo di S.
Giovanni Battista41 e la chiesa semplice intitolata all’Immacolata
Concenzione42.
Note
1. Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri
angionini, Napoli 1877, pp. 212-214.
2. Russo F., Regesto, I, (5110).
3. Un milite Giovanni de Rocca con masserie in Crotone è Stilo è
ricordato in alcuni atti di Carlo I d’Angiò. Il re gli concedeva di
poter estrarre grano da Alichia, Crotone e Stilo e comandava che non
venisse molestato per alcuni stalloni che il Rocca aveva avuto dalla
masseria Regia, Reg. Ang., IV, 47, IX, 277; Maone P., Caccuri
monastica e feudale cit., p. 16.
4. Font Arag., I, 61.
5. Falanga M., Il manoscritto Da Como, in Rivista Storica Calabrese,
n. ½, 1993, p. 260.
6. Nola Molise G. B., Cronica cit., p. 197.
7. Falanga M., Gli Abenante di Corigliano, feudatari di Calopezzati
e Cirò, in Calabria sconosciuta, n. 63, 1994, p. 26.
8. Mazzoleni J., Fonti cit., p. 197.
9. Pellicano Castagna M., La storia dei feudi cit., p. 208.
10. Valente G., Calabria cit., pp. 114-115.
11. Marafioti G., Croniche et antichità di Calabria, Padova 1601, p.
204.
12. Fiore G., cit., I, p. 232.
13. Rel. Lim. Umbriaticen., 1600, 1606.
14. Rel. Lim. Umbriaticen., 1610.
15. Maone P., Dominatori e dominati nella storia di Crucoli, in
Historica n. 4/1970, p. 198.
16. Russo F., Regesto, VI, (28009A).
17. Maone P., Dominatori cit., Historica n. 4/1970, p. 198.
18. Rel. Lim. Umbriaticen., 1630.
19. Utius De Urso in Boca G., Luoghi sismici cit., p. 221.
20. Rel. Lim. Umbriaticen., 1634.
21. Maone P., Dominatori cit.
22. Rel. Lim. Umbriaticen., 1653.
23. Dai 16 fuochi del 1595, passava ai 24 del 1648 ed ai 25 del
1669, Valente G., Dizionario dei luoghi cit.
24. Rel Lim. Umbriaticen., 1662, 1666.
25. Rel. Lim. Umbriaticen., 1669.
26. Rel. Lim. Umbriaticen., 1675.
27. Rel. Lim. Umbriaticen., 1678.
28. Rel. Lim. Umbriaticen., 1688.
29. Pellicano Castagna M., La storia dei feudi cit. pp. 210-211.
30. Barbagallo De Divitiis M. R., Una fonte per lo studio cit., p.
54.
31. Rel. Lim. Umbriaticen., 1700.
32. Pellicano Castagna M., cit., pp. 210-212.
33. Rel. Lim. Umbriaticen., 1724.
34. Rel. Lim. Umbriaticen., 1735.
35. Barbagallo De Divitiis M. R., cit., p. 54.
36. Russo F., Regesto, (64705).
37. Catasto Onciario Melissa, 1742, f. 331, ASN.
38. Rel. Lim. Umbriaticen., 1783. Secondo la memoria dell’arciprete
la chiesa dedicata all’Immacolata fu fondata nel 1684. Tra i parroci
sono ricordati Antonio Angotti ( ?- 1748), Simone Ingorozza (1748 –
1755), Giovanni Ferraro (1756- 1759), Stefano Vitale (1760- ? ),
Russo F., Regesto, (61880), (63667), (64493), (64705)
39. Rel. Lim. Umbriaticen., 1796.
40. Alfano G. M., Istorica descrizione cit., p. 91.
41. Nella chiesa di parrocchiale di S. Giovanni Battista si
conservavano nel 1933 due dipinti su tela: “L’Immacolata, quadro
d’altare con la Madonna in gloria circondata da angeli, m. 1,24 X
2,08. Maniera settecentesca, su modello di un quadretto di Corrado
Giaquinto (1703-1765)” e “Madonna Addolorata con Cristo deposto e
varie figure. Dipinto ad olio, rettangolare, m.2,23 per 1,75.
Sull’altare a sinistra, si vuole proveniente dalla chiesa della
Pietà”, Ministero della Educazione Nazionale, Inventario degli
oggetti d’arte d’Italia. II Calabria, Roma 1933.
42. Della Sede suffraganea, in Siberene ,p. 336.

