La città e castello di Cirò, il palazzo di Alice e le torri di Capo Alice e di Fiumenicà in alcuni documenti della seconda metà del Cinquecento

Graffito nave castello di scilla

Galea graffita su un muro del castello di Scilla (RC).

Nella seconda metà del Cinquecento continuano le incursioni turchesche. La città di Cariati nel 1557 fu nuovamente data alle fiamme e molti abitanti furono rapiti. Tra i rapiti è ricordato Marco Antonio de Birardo di Cirò, il quale catturato dagli infedeli nella città di Cariati, fu portato prigioniero nelle regioni turche, dove morì (ASCz, Not. C. Cadea, f. 23).

Anche le spese dell’università di Melissa dal settembre 1561 alla fine di agosto 1562 documentano la presenza di fuste turchesche nella marina di Cirò. L’otto, il 20 ed il 25 aprile ed il 9 maggio 1562, si è “paghato ad un correro del Ciro che porto nova dele fuste grana cinque”. Il 10 maggio si è “paghato per dui corrieri del Cirò l’uno la matina et l’altro la sira q(ua)n(do) pigliaro li navili allo capo dela lige grana dece”. Il 3 luglio 1562 “ad uno corriero del Cirò portò nova che erano sette galeotte à fiumenicà. Sempre in luglio aveva percorso la marina il commissario e capitano a guerra Gio. Girolamo de Rao, mandato dal Vicerè “per far fare la mustra et lasar ordinato come si faranno le guardie” (ASN, Conti comunali fs.199/5 , ff. 7 sgg.).

Da un atto di protesta fatto dal nobile Jo. Alfonso Susanna contro Nicola Lalice sappiamo che il Lalice, che era guardiano di porci, nel giugno 1561 fu preso dai turchi “et detti porci restaro senza guardia et andavano soli per la campagna” (ASCz, Not. Cadea B. 6, 1563, f. 239) ed il 16 agosto 1563 in Cirò fa testamento il capitano Jancola Organtino “vulneratus cum una sagitta sibi illata a turcis in eius ventre” (ASCz, Not. Cadea B. 6, 1563, f. 199).

Particolarmente esposto alle razzie turche era il promontorio di Alice, come dimostra il caso di Gio. Pietro Cosentino, catturato dai Turchi presso il promontorio. (La madre Aurelia Caputa di Cirò, offrirà ducati 50 per riscattarlo, ASCz, 35, 1586, f. 267) e quello di Gio. Nicola de Cutro di Cirò “interfectus a Turcis” (ASCz, 35, 1587, f. 370).

 

Fortificazione di Cirò

Il pericolo turco allarma i governanti e la popolazione. Il 10 gennaio 1563 nella piazza pubblica di Cirò, in presenza del capitano della terra Jo. Petro Pirrillo della città di Cosenza, il sindaco della terra il nobile Jom.a Spolentino, gli eletti ed i particolari decidono di fortificare le mura della città ed il castello e di finire la costruzione della chiesa di Santa Maria.

“… mag.ci gentil’homini loro faccio intedere che sarea bene per lo beneficio di questa povera terra per ritrovarni in questo modo poveri di genti et fiachi di muraglie per dubio di non patire alcuno danno questa estate da li turchi li quali ogne anno ni tormentano come sanno che facessimo alcuna dimostratione de reparare la terra et le muraglie dove e de bisogno de fabricarse che si fabrichi al p.nte che non havemo troppo fastidio et dopo per possire star piu salvi per possirne salvare ad un impeto de turchi sarea bene che ne facesseno forte allo castello perche lo sig.re pero nci aiutera che facessimo alcuno principio de far forte detto castello perche con poco fabrica come sapemo lo tenemo tanto forte ch’ogne volta nce haveremo de bisogno vi potemo andare et non andare fugendo per questi boschi con le moglere et figlioli nostri non senza nostro pericolo di….cossi anco loro faccio intendere che per ritrovarse questo principio de chiesa de santa maria fatto et per esser fatta lormai tutta la spesa sarea pure bene che appresso dela fabrica dela terra et castello sequissimo detta chiesa perche che ad noi….ne avranno benefitio le anime n.re”.

“Fu concluso pari voto et nemine discrepante che per fortificarse la terra et castello per esser molto necessario a detta un.ta la fortificatione tanto del detto castello come de detta terra per li continui cursari et infedeli soleno venir ogne anno et per finirse la fabrica dela chiesa cosi come e principiata che si sequa la lite dele robbe de li absenti homini di detta terra et quella et quelli puniti et condannati che saranno ad pagare quello devono a detta un.ta si vendano la robba tienano sequestrate dessi loro absenti plus offerenti et del pre.to prevenendi delle robbe sene facciano dette fabriche de terra castello et chiesa per esserno tutti necessari et utile” (ASCz, Not. C. Cadea B. 6, a. 1563, f. 262).

cirò foto aerea

In evidenza il castello di Cirò.

Le compagnie dei soldati spagnoli

Con l’arrivo della bella stagione aumenta il pericolo turco e per fronteggiare possibili sbarchi arriva e alloggia in Cirò una compagnia di soldati spagnoli. Nell’estate del 1563 è segnalata la presenza in Cirò della compagnia di cavalleria spagnola di Dieco Carnasciale (il 19 agosto 1563 in Cirò fa testamento il mag.co Dieco Romero, spagnolo della terra di Lucena, “milite hispano seu equitis levis armaturae”, ASCz, Not. C. Cardea, f. 138).

La presenza dei soldati gravava sull’università e sui cittadini. Da un atto del 10 aprile 1581 sappiamo che per l’alloggiamento dei soldati della compagnia spagnola l’università di Cirò doveva versare ducati 9 e tari 2 al giorno e precisamente 1 carlino al giorno a soldato, 5 carlini al giorno al capitano, 3 carlini al giorno all’alfiere, 2 carlini al giorno al sergente. In quell’anno vi erano alloggiati 84 soldati (ASCz, 35, 1581, ff. 26v-27).

Oltre all’alloggiamento dei soldati l’università doveva anche fornire i viveri e l’assistenza alle fanterie spagnole che percorrevano la marina. Sappiamo che all’inizio di marzo 1586 passò per Cirò la fanteria spagnola del capitano Don Arias de Sylva ed i governanti di Cirò furono costretti a fornire tutto l’aiuto necessario. L’alloggiamento dei soldati era spesso occasione di proteste e tumulti. Il 6 agosto 1593 Casardo Casciaro “ferriero della compagnia di cavalli dell’Ill.mo Conte di Melissa” incaricato di alloggiare i soldati in Cirò ed a Melissa protesta contro il sindaco di Cirò Gio. Pietro Spolitino. Il Casciaro è riuscito a far alloggiare presso le famiglie solo una quarantina di soldati, in quanto il sindaco li ha collocato solo “nelle persone et case delle più impotenti et inhabili trattando franchi et immuni le case et persone delli P(rincipa)li”. Il sindaco si rifiuta di dare ai soldati “stanza, strame et lecto habile et far loro magazeno d’orgio, pane, vino et altre cose necessarie”. Rimproverato dall’alfiere, il sindaco “ha trattato inreverentemente con cappello in testa senza reverenza all’Off.le di S.a M.tà et precise al S.r Alfiero di d.a compagnia dicendoli che esso farà et dirà con parole volence aggiotandose con esso da pecto à pecto perlochè per quanto se vede ha causato et causa segno de rebellione et inobedienza evidentissima”. Per tale motivo il sindaco è stato sequestrato dall’alfiere, che con uno squadrone di soldati lo ha rinchiuso nel castello, dando vita ad un “tumulto fra li terrazzani, ragazzi et soldati” (ASCz, 36, 1595, f. 399).

Oltre ad alloggiare i soldati spagnoli, l’università attuava un servizio di sorveglianza della marina sia di notte che di giorno con quattro cavallari. Il 23 novembre 1586 il sindaco Parisio Bisantio paga, a ragione di ducati 4 al mese per ciascuno, Bartolo Joaccino, Joanne Maria Longobucco, Joanne Leonardo de Nicastro e Francesco Matalongo i quali, da aprile a ottobre, hanno vigilato con i loro cavalli la marina (ASCz, 35, 1586, f. 339). Il 31 ottobre 1588 il sindaco di Cirò Julio Cesare Malfitano paga Paolo Masso, Horatio Thegano, Sciarrocta Moniczano e Octavio de Fraca, che hanno vigilato per otto mesi la marina della terra di Cirò (ASCz, 35, 1588, f. 523v).

L’alloggiamento dei soldati e le spese per vigilare la marina oltre ai pesi fiscali indebita sempre più l’università, come evidenzia un memoriale inviato alla Regia Camera, dove l’università di Cirò chiede di essere sgravata dal fornire i carri per i lavori di fortificazione di Crotone.

“Ill.mo et Ecc.mo S.or. Per parte de Ferrante Spinello Marchese del Cirò se fa intendere come la detta t.ra sua sta oppressata da molti debiti che sono da decem.a docati, delli quali ne paga le terze à nove per cento, e tutto per li tanti allogiamenti che ha havuto continuamente tanto ordinarii q.nto ex.arii et paga li pagamenti fiscali et altre collette alla regia corte e detta t.ra sta posta vicino la marina sopra lo Capo dela Lice et continuamente oppressata da corsari e sta senza fortellecza e muraglia et per sua guardia tene nella sua marina quattro cavallari e quattro à piedi, per il che ne paga gran summa de dinari, et la regia corte non le ne fa buono eccetto uno, et anco contribuisce alla fabrica de Cotrone quale sta posta nel’altra prov.a de calabria ultra et essa alla citra per doi carra con li bovi ogni anno, et ne paga docati dece ogni mese per detta fabrica, et ha contribuito dal’hora se incominciò. Per tanto se supp.ca V. E. resti servita farli gratia disgravarla de tal peso de contributione de carra de cotrone per potersi murare et fortificare, acciò non sia sacchegiata et abrusciata da infideli, si non per la tanta diligenza de guardie saria stata abrusciata per ritrovarse cossi male armata et è distante del’altra provin.a acciò quel tanto contribuisce à detta fabrica de cotrone ponerlo in beneficio di detta t.ra, in potersi murare la quale l’estate è necessario sfrattare tutta per non essere presa e sacchegiata, per il che ne verte grandissimo danno ad esso supp.te e poveri cittadini che oltre e opera pia lo riputerà à gra. Ut Deus. Regia Cam.ra Sum.ae super supp.tis de justitia provideat. Die p.o Februarii 1588” (ASN, Dip. Som. Fs.197, Torri e Castelli Vol. 35, f. 137).

 

Sbarchi turcheschi

La presenza della torre regia e delle compagnie di soldati spagnoli non era sufficiente ad impedire le razzie turchesche come si evince da un atto notarile rogato in Cirò il 24 agosto 1587.

“Detio Perrone di Napoli, Francesco Susanna e li m.ci Ferrante Ferraro et Camillo Benedicto di la Terra del Cirò li quali in n.ra p.ntia e de l’Ill.mo et Ecc.mo S.r Gio. Battista Spinello Principe di la Scalea p.nte et audiente asseriscono com’il Marte che forno li 18 del p.nte mese d’agosto 1587 essendono comparse della marina del Cirò due galere turchesche, una delle q.le spense inansi del’altra la volta del capo di la lice marina del Cirò, et da q.lla smontorno alcuni pochi Turchi che forno da trenta incirca, ch’andorno alle vigne di d.ta t.ra, et essendo partito l’ecc.mo Principe della scalea con essi sup.ti à cavallo come forno nella serra di la guardia, da una collina viddero li turchi ch’erano tornati nella galera et haveano tirato arcabugiate alli cavallari et in q.sto sopragionse l’altra galera che per q.nto se dicea, haveano corso nelle vigne della Torre di Melissa, et essendo gionti insieme nel luoco decto lo carricataro di S.to Gennaro discosto un miglio da la fontana di la lice, dove d.to Ill.mo et ecc.mo s.r Principe andò con essi sup.ti et con li cavallari del Cirò che forno quattro, con un altro cavallaro di Melissa mandato da l’Ill.mo S.r Prospero Carrafa avisando le marine, et s’imboscorno sotto li citrangoli et altri arbori di la lice che non posseano essere scoverti da mare, con tenere le guardie per vedere che motivo facevano d.ti turchi, dove poco dapò sopragionsero molti genti del Cirò à piedi armati di scopette et essendo stati abboscati da un’hora, sopragionse il m.co Fabricio Spolintino mandato da d.to s.r Prospero, che lui veneva appresso con il s. Barone di Melissa, et lo s.r Gio. Laur.o Campitello fr.te di d.to s.r Barone, et altri che forno li m.ci Octavio Lauria, Balthasarro di Gio.e U.J.D. Fabio d’Arcuri, Gasparro Murgia, Vespasiano Simonetto, Lutio Genoese et la trombetta con quindici altri soldati a piedi in circa, et tra l’altri à cavallo vi forno il s.r Pietro Vinc.o Arnona di Cosenza, li m.ci S.ri Lutio di Franza, et lo d.to Fabritio Spolintino del Cirò, li quali erano stati a Melissa per alcuni loro negotii, li q.li dicono come venendono al Cirò, come forno alla Ponta ter.o di Melissa, incontrorno uno cavallaro no.e Gioanne Moniczano, ch’andava à d.ta t.ra di Melissa ad avisare al d.to S.r Barone di d.te galere, et venuto più abascio verso il Cirò, incontrorno un altro di d.ta t.ra, dandoli nova ch’era uscito l’ecc.mo s.r Principe dela scalea con altri a cavallo et à piedi nella marina di la lice per scaramuzzare con li turchi, perciò determinorno andarlo à trovare in d.to loco, et in q.sto s’intesero chiamare dicendo loro firmativi et voltatosi videro d.to s.r Prospero con li sup.ti li q.li gionti insieme caminavano la volta dela lice, et arrivati in un loco dicto puzzello incontrorno dui ch’andavano correndo verso loro, et arrivati loro disse, che l’ecc.a del s.r Principe di la scalea era a s.to Gennaro che scaramuzzava con li turchi perche haveano inteso certi colpi d’arcabugiati et perciò spinsero a buon passo et il d.to s.r Prospero inteso q.sto mandò il d.to fabritio inansi da carrera per far intendere a d.to Ill.mo Principe che loro veneano appresso, et arrivati poi alla fontana di la lice, ritrovorno l’ecc.a di d.to s.r Principe a cavallo armato di coscialetto con altri a cavallo et a piedi abboscati in d.to loco che stavano con le guardie dove arrivato il d.to s.r Prospero con l’altri, se salutorno et vedendo che nel v’era motivo de le galere, se resolsero di smontare tutti tenendo li cavalli à mano dove s’assettarono et ferno dimmora da circa due hore et frattanto se risolsero di mandare Bartholo et Balthasarro Jaccini cavallari del Cirò à reconoscere et vedere che motivo facevano detti turchi et gionti vicino le galere li forno da turchi tirati una mano d’arcabusciati dicendo loro de piu anco che mo saremo à voi, et da là un poco calorno dale d.te galere da cento cinquanta Turchi incirca con tre stendardi dui grandi, et un piccolo venendono in ordinanza la volta dele vigne et q.sto l’avisorno q.lli che stevano a fare le guardie et così cavalcati tutti, e fatto ordine et unire li genti a piedi il d.to Ill.mo s.r Principe disse al d.to S.r Prospero che desse capo alli d.ti che guidasse ch’altrimente non haveriano facto cosa di bono et poiche d.to S.r Principe vedea ch’andavano di mal’animo disse al s.r Prospero che saria bene per farli andare con maggior animo che tutta la preda che se facesse se mettesse insieme et se spartesse fra tutti, il quale s.r Prospero se contentò, et donorno per capo deli d.ti soldati a piedi il m.co Ferrante Ferraro mastrogiurato del Cirò quale era andato incontro di d.to Ill.mo S.r Principe con ordine che loro appicciassero et andassero ad incontrare d.ti turchi et facessero loro una boscata dentro le vigne i q.li tutti uniti fra quelli del Cirò ch’erano Horatio Policastro, Petro Leto vicegiurato del Cirò, Giac.o Cardì, Cola Greco, Antonello texitore, Michelangelo de Milito, Gio. Dom.co de Consulo, Michele Corderi, Virgilio Riolo, Andrea Filì, fran.co Curto, Fran.co Candioto, Cola Giac.o di Gratia, Sip.e la Balestra, Mercurio Morice, Gio. Ber.no Famuleo, Marcello Abbate, Marcello la Castella, Gio The di Renda, Stefano Coluto, Regio Barbuscia, Nardo Candioto et Horatio Loyse et altri ch’arrivorno al n.° di trenta, oltra di quelli di Melissa et altri del Cirò concorrevano et così andorno , et appicciorno la scaramuzza di dentro le vigne del Cirò loro detto S.to Ant.o dove se risolsero d.ti S.ri Ill.mi Principe e S. Prospero et S. Barone de lassarli andare dentro t.ra et che s’appicciasse bene la scaramuzza con la gente a piedi, et considerando il tempo che posseano essere abboscati le genti a piedi dentro le vigne andarno parte di buon passo, et parte di galoppo per levar loro il mare per la credenza de galere, et intese l’arcabusciate, et attaccata la scaramuzza se tocco la trombetta et se spinse de carrera, dove l’Ill.mo S.r Principe se divise da d.to S.r Prospero a man dritta verso la marina et da un capo si mosse d.to Ill.mo S.r Principe, dicendo a quelli che lo seguano, damo dentro allo stendardo, damo dentro allo stendardo, q.li forno d.ti Sri Detio Perrone, Fran.co Susanna et Camillo Benedecto p.nti et con jur.to affirmati d.te cose essere vere et verissime et da l’altra d.to S.r Prospero dove se scaramuzzò per spatio di meza hora. Che già li Turchi andavano la via dele galere havendo inteso la trombetta.. li cavalli, et arrivati incominciorno a ferire et ammazzare d.ti Turchi de li q.li ne morsero quattro Turchi, oltra li feriti, et dui se ne presero vivi, et finita d.ta scaramuzza il d.to Ill.mo S.r Principe dommandando a d.ti Turchi vivi arme et vestiti de detti et da chi ch’erano stati spogliati li corpi morti li fu resposto ch’erano stati mandati a Melissa et inteso questo d.to Ill.mo S.r Principe se partì de carrera et corse da un miglio e mezo et arrivò certi arcabuscietti che portavano uno deli dui Turchi vivi quale lo fè ritornare, et domandato del altro Turcho alli d.ti archibuscietti dissero che era andato inansi a Melissa portato in groppa da Gasparro Murgia de Strongolo et altri. Et ritornati il d.to S.r Prospero, S. Barone et l’altri ch’erano stati alla scaramuzza nel palaczo dela lice domandò del d.to Ill.mo S.r Principe perché non era in loro compagnia li fu risposto ch’era andato ad arrivare li Turchi ch’andavano a Melissa per farli ritornare et così il d.to S.r Prospero mandò il m.co Lutio di Franza ad arrivare et ritrovare il d.to Ill.mo S.r Principe et farlo ritornare che lui haveria facto ritornare li Turchi et arme et ogn’altro coso che s’haveria dato ogne sodisfactione et andato d.to m.co Lutio trovò per strada d.to Ill.mo S.r Principe che ritornava con uno turco ferito al braccio sinistro et gionto al palaczo il d.to Ill.mo S.r Principe se dissarmò et mutò et tutti insieme vennero nella t.ra del Cirò con d.to turco dove al presente se ritrova. De le q.li robbe.. ne tocca la parte ad essi s.ri supradecti …” (ASCz. 35, 1587, f. 405).

Graffito nave castello di Scilla

Nave graffita su un muro del castello di Scilla (RC).

Il Palazzo Alizio

Per il pericolo di essere saccheggiato anche il palazzo Alizio, o di Alice, è fortificato. Nei primi giorni di maggio 1588 il mastro Joes Petrus de Parisio della terra di Cirò afferma che nei mesi passati aveva contratto nella città di Napoli con Virginia Caracciola, vedova di Gio. Vincenzo Spinelli e madre e balia del marchese di Cirò Ferdinando Spinelli, “di fabricare a partito li spontoni del palaczo de la lice di d.a Corte à ragione di quattro carlini la canna”. Egli ora come appare per lettera della Caracciola si accorda con l’erario della Curia Marchesale Philippo Bisantio e “per effectuire d.to partito hogi p.to di e venuto alli infr.tti patti che esso m.ro Gio. Pietro promette et s’obliga subbito minata sarà la calce fabricare li spontoni di d.to palazzo à ragione di quattro carlini la canna a spese di manjipoli et mastria di esso mastro Gio. Pietro et la d.ta Corte sia tenuta donarli la calce di prima mina, arena, petra et acqua et tutti tavolani et ligname necessa.ri à d.ta fabrica et sporte, baiardi, scifelle et altre cose appartenente à tenere, pigliare et fabricare d.te … di d.ta fabrica et lo più di quaranta palmi et ogne dom.ca sia tenuto pagare d.a fabrica fatta di ogne settimana et d.to m.co er.o li debbia di dare ogne sorte di ferram.ti necessari a d.ta fabrica far fare manganelli et altri (ASCz, Not. Gio. Domenico Durando B. 35, a.1588, f. 478).

Nel palazzo il feudatario di Cirò conservava numerose botti di vino che all’occasione faceva imbarcare di solito per Napoli. Un inventario del 24 ottobre 1593 fatto dal notaio Gio. Domenico Durando, assieme all’erario del marchese di Cirò Antonio Matalone e testimoni, documenta quante botti di vino erano conservate nel palazzo. Quel giorno il notaio e l’erario si recarono al palazzo della Lice, dove in presenza del capitano di Cirò Jacopo de Nicastro fecero un inventario per esaminare la quantità di vino vecchio perso in quanto parte è dolce e parte è diventato aceto.

“La p.a botte signata con lo A di salme diece è piena d’acito manca un palmo. La s.da botte posta al n. 5 signata con lo E di salme diecesette piena d’acito , et manca un palmo. Unaltra botte signata con lo F piena di salme sette et delle due è acito, manca un palmo et una pianta. Unaltra botte a mezo la corsia senza l.ra, ne signo alc.o di salme quattro è piena d’acito et manca un palmo sempio. Unaltra botte di salme sei con la l.ra Q è piena di vino dolce manca una pianta et è di conservarse et non buttarse. Allo cellarotto di d.to palazzo have visto et experimentato sei botte marinarische di capacità à salme cinque luna q.le tutte sonno piene d’acito, et mancano un palmo luna q.le prenominate botte sonno del vino del’anno 91 item have provato ut s.a l’infra.tto vino che mo’ fini l’anno cioè del anno 92 et p.o una botte dentro detto cellarotto di salme sette piena di vino dulce rosso, et manca un spango. Dentro cellaro have una botte con lo B. di salme XI et lancelle 10 piena di vino bianco a boccato di dolce di conservarse, manca un palmo sempia unaltra botte posta al n.° 6 signata con lo F di salme 14 l. 10 piena di vino bianco dolce di conservarse manca un spango unalt.a botte al n° 7 signata con lo G. piena di vino bianco dolce di conservarse di sle 14 l.8 manca un spango L’ottava botte signata con lo H di sle 13 l. 12 piena di vino bianco dolce di conservarse manca cinque dita. La nona botte signata con lo J di sle 16 l.12 piena di vino bianco dolce di conservarse manca sei dita. La dec.a botte di sle 10 con lo K piena di vino bianco dolce di conservarse manca sei dita. L’undecima botte signata con lo L. di sle 9 l. 12 di vino bianco dolce di conservarse manca sei dita. Unalt.a botte di vino rosso di sle 10 l. 4 sig.ta con lo M. di vino abboccato di dolce bono et di conservarse senza malsapore manca 5 dita. Unaltra botte piena di vino rosso senza signo di salme 9 vino dolce senza mal sapore manca sei dita unaltra botte di vino rosso senza l.ra di salme sette incirca dolce et sape delo ligno manca sei dita, unaltra botte piena di vino rosso di sle 6 l. 4 dolce et mollo di conservarse al presente manca un palmo sempio unaltra botte piena di vino rosso di sle 7 l. 2 senza littera di vino dolce del sicco di buttarse manca sei dita unaltra botte piena di vino rosso con lo n di sle 7 vino dolce che pare vino cotto seu mele di buttarse manca un spango, dice esso che lo detto vino facto acito e di buttarse via perche non se può in modo alcuno conservare et cosi la botte di dolce et sicco con laltra botte cioe vino cotto et laltre botte piene di vino dolce ut s.a è di vederse ad ogne pezzo che se trova accio per l’advenire non venga a guastarse et lo vino dolce s’è fatto per esser stata l’uva piena di passoli per la poca acquata posta in esso che l’uva era guasta per dubio di non farse acito et lo si e fatto per lo caldo del sole et per sventare la botte de due anni indietro et lo vino dolce non se puo toccare ne movere dal luoco dove se trova perche non se può migliorare ansi guastare (ASCz, 36, 1593, f. 407).

cirò marina torre nuova e palazzo671

Cirò, il palazzo Alitio oggi detto Castello Sabatini.

La Torre regia del Capo de la Lice

Una relazione presentata nella regia camera il 31 ottobre 1586 riferiva che era finito il denaro stanziato per la costruzione delle torri marittime ed anzi i partitari avanzavano molto denaro per le opere fatte e non potevano essere pagati. Per finire le torri cominciate e sanare i debiti secondo il parere dei regi ingegneri e dei mastri esperti, occorrevano almeno quindicimila ducati. Si trattava di 27 torri, cioè: “la torre dela ruffa in la marina di tropea, le due torri de briatico, la torre d’angitola nella marina del piczo, la torre di santa letterata in bello vedere, le due torri del cetraro, la torre la torre della scalea, la torre del’acquafreda in maratea, la torre di fiumicelli in san gio. apiro, la torre della specchiella nella marina di lecce, la torre de veneri, la torre de sauli, la torre del orta in otranto, la torre de diso nella marina di capro, la torre di aurezano, la torre di san gioanne delle perdata, la torre di presicce, la torre del scorzone nella marina di nardo, le quattro torri nella marina di taranto, la torre nel monte palinudo, la torre di monte pertuso nel territorio de ziro e la torre di sperlonga” (ASN, Collat. Negot. Cam., vol. 9, ff. 19v-20r).

A quel tempo la torre di Capo Alice era già da tempo in funzione, anche se evidentemente era ancora da pagare parte del denaro anticipato dal partitario. Nei “Capitoli del’exigentia sopra li pagamenti fiscali” tra l’università di Cirò ed il partitario addetto a riscuotere i pagamenti fiscali si legge “Item lo detto Partitario sia tenuto pagare mesata per mesata il Castellano et compagno che assisterà alla torre del Capo della Lice et di quelli fando fare le cartelle lo m.co Sind.co sia tenuto à ditto partitario fare tutte le polisse della reg.a banca per l’essere fatti boni et expontarne sopra detti regii pagam.ti delo m.co thesorero” (ASCz, 36, 1591, ff. 212 -213). Lo stipendio del torriere era di quattro ducati al mese, mentre quello dell’aiutante o socio di carlini venticinque e spettava all’università anticipare il denaro. Nel 1569 era torriero il caporale Giovanni Dias (Valente G, Le torri, p. 76). Da marzo 1575 è torriere Jo. Peres de Turvel e socio Apostolo Turano (ASCz, 8, 1575, ff. 104, 145). Da marzo 1576 a febbraio 1577, è torriere lo spagnolo Jo. Peres de Turvel e socio Anselmo Marino (ASCz, 8, 1576, ff. 169, 171v, 183v, 211, 217). Il primo febbraio 1577 Jo. Peres de Tuval non potendo più assistere alla custodia della torre “causa suae infirmitatis”, cede la custodia della torre allo spagnolo Petrus Amadoris (ASCz, 8, 1577, f. 208). Da aprile 1577 a giugno 1577, è caporale Petrus Amador e socio Nicolao Pinelli (ASCz, 8, 1577, f. 332). Il 28 dicembre 1577 in presenza del luogotenente Francesco Famosa il caporale della torre Petro Amador “stante sua infirmitate morbi gallici”, temendo di morire, cede la custodia della torre allo spagnolo Consalvo de Riego. Nel 1578 Consalvo de Riego è caporale della torre e Gio. Leonardo Nicaster socio (ASCz, 8, 1577, f. 255). Dal primo settembre 1583 al 31 dicembre 1583 è caporale lo spagnolo Alonsius Castagnera e socio Detio Casopero di Cirò e dal primo di febbraio 1584 alla fine di aprile 1584, è caporale Alonsius Castagnera e socio Scipione de Amico di Crucoli (ASCz, 9, 1584, ff. 93, 99). Dal primo gennaio 1585 è Caporale Alonsius Castagnera e socio Melchiore Cayza di Cirò (ASCz, 9, 1585, ff. 129v, 144). Lo spagnolo Alonsus Castagneda era il torriere e i due soci, il nobile Jo.es Cadea e Jo.es Yvelis, nel 1586 erano addetti alla custodia della regia torre detta “de lo capo de la lice”, situata “in marittima” della terra Cirò. Il torriere percepiva uno stipendio di ducati 4 al mese mentre i soci carlini 25. Il 14 luglio 1586 sbarcarono alla marina vicino al “capo dela lice” cinque galere turchesche. Il torriere ed i due soci scorsero un moro che si aggirava intorno alla torre e decisero di catturarlo. Dopo una aspra colluttazione, durante la quale lo stesso torriere rimase ferito, il moro fu catturato. Il 16 luglio il torriere dona il prigioniero al marchese di Cirò Ferdinando Spinelli, consegnandolo a Jo.es Simon Albocino erario della corte marchesale. (ASCz, 35, 1586, f. 296). Dal settembre 1588 a dicembre 1588 è regio torriere lo spagnolo Jo.es de Rivera mentre il nobile Matteo Petrolillo è socio. (ASCz, 35, 1588, f. 536). Da gennaio ad aprile 1589 è torriere Joannes de Rivero e socio Thomas Candiotus (ASCz, 36, 1589, f. 15). Dal maggio a luglio 1589 risulta torriere Jo.es de Rivera mentre il socio è Marcellus Carusius di Cirò (ASCz, 36, 1589, f. 48). In seguito il torriere fu fatto schiavo dai Turchi come risulta da un tentativo di riscatto fatto dalla moglie nell’agosto 1590. Il 5 agosto 1590 in Cirò, tra coloro che una fantomatica “madamma Palma lasignora de la Mendolara habitante in Riolo” si impegnava a riscattare dai Turchi vi era anche il torriere De Rivera: “Item donna Feliciana de Trane della città di Cotrone habitante in d.ta terra del Cirò s’obliga subbito che d.ta mad.a Palma farà conducere Gioan de Rivero spagnolo suo marito in terra de Cristiani, et loco securo pagare à d.ta mad.a Palma, ò huomo di sua parte docati cinquanta de moneta per riscatto di d.to suo marito”. Gli schiavi cirotani da riscattare dai Turchi oltre al Rivero erano: Gio. Antonio Jacobino, figlio di Gio. Francesco e Caterina Joacobino e Giulio Aniti (ASCz, 36, 1590, f. 94).

Dal primo gennaio 1591 ad aprile 1591 è torriere lo spagnolo Jo.nes de Flores (o de Florio) mentre è socio il figlio Antonio de Flores (ASCz, 36, 1591, f. 154). Seguono i pagamenti da maggio ad agosto e da settembre a dicembre 1591 in favore del torriere Joannes de Florio e del socio il no. Antonio Garzes (ASCz, 36, 1591, ff. 202, 242). Da gennaio 1592 ad aprile 1592 è torriere Joannes de Flores e socio Petrus Garzes (ASCz, 36, 1592, f. 259v). Il torriere de Florio ed il socio Antonio Garzes sono ancora in servizio alla torre alla fine di dicembre 1592 (ASCz, 36, 1592, ff. 302, 325). Dal gennaio 1593 a settembre 1593 è torriere Joanes de Flores e socio Antonius Garzes (ASCz, 36, 1593, ff. 358, 404v). Il torriere De Flores ed il socio Antonio Garzes custodiscono la torre fino al 20 aprile 1594 (ASCZ, 36, 1594, f. 424). Joannes de Flores, sposato con Gesimira Siciliana della città di Cariati, regio torriere della torre del capo dela Lice muore il 20 aprile 1594. Il socio Joannes deli Pira custodisce la torre dal 20 aprile per tutto maggio 1594 (ASCz, 36, 1594, ff. 446, 450). Dal 6 giugno 1594 al 9 settembre 1594 è torriere Federico de Amato e socio Annibale de Amato (ASCz, 36, 1594, f. 471). Da gennaio 1595 ad agosto 1595 è torriere Federico de Amato e socio Annibale de Amato (ASCz, 36, 1595, ff. 564, 602).

La torre oltre a segnalare i movimenti di navi sospette con scoppi e fumi, sorvegliava il luogo di imbarco della merce che da Cirò era esportata di solito verso Napoli. Il 15 maggio 1591 in Cirò, Fabio Cacciuttula di Procida, patrone del barcone Santa Caterina, dichiarava di aver ricevuto dall’erario del marchese di Cirò Parisio Bisantio “Quindici botte nap.e piene di, octo piene di vino bianco et sette altre piene di vino rosso bello, bono et di buon colore, odore et sapore, quale botte sono bullate con la bulla dell’Ill.mo S.r Marchese di d.ta t.ra ch’è una l.ra F imbarcato caricato et tradocto sopra detta barca sotto la torre della Lice, sigillate dette botte con lo sigillo di d.ta terra allo cacumine seu mafaro et attacciate con stringhe et nove taccie per ogne mafaro. Item di caso pecorino pezze duecento posto dentro sei sacchi quale con li sacchi et con capo di corda grossa da circa un passo pisò cantara due allo grosso à rag.e di libre 4 per ogni rotolo et de più rotola 12 per una libra, ch’in tutto sonno libre 849. Lardo pisato à ragione di libre 4 per rotolo con tre sacchi per rotola cento quaranta cinque Item raschi bacchini n. 50 casi cavalli vacchini à travo para trenta recxotte salate de le tonde et larghe n. 150 item semola quarti tre et mezo t.lo de folema de farina Inalt Caso pezze vinti, recotte 30 et raschi 30 due prosutti consistenti in r.la 7 à lib. 4 per r.lo Item un cavallo di casicavallo con un huomo et due collure simile di casicavallo fatte à buccellato. Queste robbe detto padron fabio promette et s’obliga condurli all’Ill.mo S. Gioseppo Spinello Marchese de d.ta Terra in la Città di napoli” (ASCz, Not. Gio. Domenico Durante B. 36, f. 157).

Torre di Capo Alice

Cirò Marina (KR), torre di Capo Alice.

Assalti turcheschi

Il 13 maggio 1591 la barca del patrone Fabio Cacciottola di Procida, carica di vino, olio e formaggio, imbarcati a Crucoli e Cirò per Napoli, e la barca di Masullo Saraca di Reggio, carica di vino, imbarcato nella marina di Cirò, riparano per il maltempo sotto la torre di Manna, in territorio di Isola, ma sono assalite e predate da due galeotte turche, che le portano via. Le galeotte hanno continuato a predare e razziare per mare e per terra (ASCz, 49, 1591, ff. 72-76).

Il 20 settembre 1591 la barca Santa Maria della Grazia del patrone Angelo de Siena di Gallipoli, dopo aver caricato nella città di Taranto “tumula cento sessanta di mendole, due salme di pignate, ottanta bombule di acqua” e partita da Torre di Mare con tramontana prospera alla volta di Cotrone et Catanzaro “come forno a deritto la torre della lice, videro sparare et far fumo à d.ta torre volendono andar à terra. Perche lo vento era forte et fortuna crudele, non possettero andar à terra, talche forno forzati dal mare et vento montare lo capo dela lice dove trovorno una galeotta torchischa”. Abbandonata la barca e messisi sopra una barchetta i marinai si salvarono nella torre, mentre i turcheschi si portarono via la nave con il carico (ASCz, 36, 1591, ff. 222-223).

Il 5 Aprile 1595 Vincenzo Fasanello di Bellovedere, provincia di Calabria Citra, patrone della feluca Santa Caterina, carica di “scope, nocille, riso, sarde, tonnina, gritta, mole, garrubba et cimase”, partì con sei compagni da Le Castella verso Taranto. Arrivata a Capo de la Lice la feluca fu sorpresa all’improvviso da una galeotta turchesca. “D.ta galeocta sempre sequendoli à colpi di arcabusciati, detti turchi ferirono lu patrono fasanello et compagno che condocto ferito in questa terra se morse et lo istesso giorno saccheggiorno detta feluca rubbandono detta mercantia vele tende, ferro, argano, vestiti et altri sarciame, solo se salvò detta feluca con alcuna parte de robbe”. Il patrone fu ferito ed un compagno ucciso e la feluca fu saccheggiata mentre i superstiti si salvarono a Cirò (ASCz, 36, 1595, f. 558).

Il 26 aprile 1595 Vincenzo de Leo di Trebisacce, patrone della barca Santa Maria del Rosario, con il sopracarico Joanne Sancto de Licciardo di Corigliano, salpa da Corigliano e precisamente da Gadella. La barca trasporta 280 tomoli di grano che per conto di Torquato Scaglione e Lelio Ferrao devono essere sbarcati a Stilo. La barca giunta al Capo della Lice e proprio sotto la torre “per scirocco contrario et fortuna de mare” non può avanzare. Perciò la barca fu tirata a terra. Il giorno dopo al capo arrivarono due galeotte turchesche, “le quali con le prode sopra detta barca et con Turchi in terra se forzarono de tarare detta barca carica da lo virdi à mare et non possendola varare, la ammurraro de faccie in terra, sacchegiando et buttando in mare et all’arena da t.la cento venti di grano”. I Turchi si portarono via nove sacchi di grano, che erano sopra coperta e tutto l’armeggio della barca. Restarono solo le vele e la gomena che erano sopra la torre (ASCz, 36, 1595, ff. 565-567).

 

Un inventario del castello di Cirò

Il 12 marzo 1562 su richiesta di Eleonora de Gennaro di Napoli, vedova di Mario Abenante di Napoli, il notaio Cesare Cadeo compila l’inventario degli oggetti presenti nelle camere del castello dove abitava, iniziando dalla camera situata dentro il castello verso settentrione “contigua cum turri maiori dicti castri” e proseguendo per “la camera nova appresso la sala nova di detto castello verso scirocco”.

“In primis in ditta camera vi son trovate le infr.e robbe et cascie: uno scrigno coverto de corio negro ferrato dentro lo quale vi son trovate le infr.e robbe: una cultra di tela de olanda bianca, una cultra de sbroccato guarnito de raso russo intorno foderata di taffita turchina, uno paro de lenciole de tela de olanda lavorati de oro, una trabacca de damasco bianca con le frange intorno con una fascia de velluto negro dintorno con tutta la ligniame, uno guarnimento de …. De velluto carmosino con gualdrappa del medesimo con frangetti con fila d’oro, uno marsupano con una bursa de velluto zaunaccio con fiocchi di seta paunaccia et oro, uno lenciolo di tela alli dece et unaltro che e in tela non fornito uno misale de tela fiordenese usato uno avantiletto lavorato di seta verde et carmosina uno scrignetto ferrato dentro lo quale vi son trovati queste robbe una resta di pune di petra settantatre con partituri de coralli unaltra di para vinticinque con partituri deli simili coralli cinque anelle de oro uno con una petra turchina et l’altro con una petra granata una fede et l’altri dui sencza petre, uno paro de recate seu ciarcelle de oro con trentadui perle piccole uno paro de navetti de oro pieni de pastetti de profumo comprati per il S.r mario uno paro de ciarcelli de oro fatti a giarrette unaltro paro de ciarcelli de oro piccoli con otto perle piccole comprate per il S.r Mario. In unaltra cascia coverta de corio negro dentro la quale vi son trovate queste robbe: una cultra de tela d’orlanda bianca, unaltra cultra di tela di casa uno spulveri di tela de cava lavorato di seta turchina et carmosina con frange del medesmo con cappelletto, uno avantiletto dela medesma tela lavorato del medesmo, uno spuylveri lavorato d’oro et seta paunaccia con cappelletto, uno paro de lenzoli di tela alli dudici con zagarelle de filo bianco, una cammisa de donne lavorata de seta negra tre barrette de velluto carmosino sguarniti uno paro de pianelle di pelle una sercarne .. de tilette de seta turchina et arangina fatta con casa del S.r mario uno casciotto de tabule vacuo una … salera de rame de spagna in una altra cascia coverta de corio bianco dentro la quale son trovate le sec. robbe: uno guarnimento di cavallo usato de velluto morato nappettato de rame con fiochi de seta del medesmo con la gualdrappa coscino et scalette del medesmo, una gonnella de panno russo incarnato guarnita de velluto carmosino incarnato, una robba de dubletto de seta pardiglia infoderata de pelliccia bianca con le maniche del medesmo, un dubletto tropiano, un cappotto de velluto morato infoderato de taffita morato, una gonnella de velluto morato de cavalcore reputata de seta morata, una guttunera de raso carmosino guarnita de velluto carmosino, una gonnella de raso turchino guarnita di velluto turchino et passamano d’argento con cinque rosette d’oro con penne piccole, una robba de tali verde guarnita de4 velluto verde con passamano verde una robba de raso turchino guarnito de velluto turchino con passamano d’argento con cinquantacinque rosette d’oro et perne minute infoderate de taffita turchina una robba de velluto carmosino incarnato fasciata con trinetti di seta bianca infoderata de taffita carmosino bianca una gonnella di velluto bianco fasciata del medesmo con fascie di cinque dita larghe intagliate infoderate di tela bianca uno cappello di velluto carmosino con perne guarnito de oro et argento li quali vestiti sono stati fatti alla detta Ill. S.ra donna elionora per il q.o Ill. S.mario p.to sincome ditta S.ra elionora inanti de noi declarata disse, in unaltra cascia coverta de coiro bianco dentro la quale vi son trovate l’infratte robbe: una cultra di tela di casa con confede de filo giallo con cappelletto usato, uno imboglio di stuyabuchi di canne dudici sincome la detta Ill. S.ra dice essere de tante canne, uno paro de avanti portyde spulveri lavorati di seta carmosina et filo bianco uno guarnimento di spulveri di filo di paula ad riticelli ,una tovaglia lavorata di filo bianco et seta turchina quattro tovaglie de pane de casa usate una vestaglia uno ventaglio di penna negra quattro para de … una tovaglia usata lavorata di seta carmosina uno coscino di velluto verde usato unaltro di velluto arangino con piuma de seta turchina verde et gialla uno coscino de damasco bianco guarnito di velluto negro, in unaltra cascia coverta de coiro bianco dentro la quale vi sono trovate le infr.tte robbe vd una trabacca de scarlata con frange de seta negra guarnita con una fascia de velluto negro intagliato de pecii dieci uno sichietto de argento con chiusa d’argento uno ventaglio di penna bianca con la manica d’oro smaltiti di colore russi negri orecchini bianchi et verdi fatto per il detto q.o S.r Mario una cultra di tela di casa, uno filo de umbre grosse lavorate con uno fiocco con seta carmosina et frange de oro uno paro de pianelli de velluto arangino, una scaletta de velluto carmosino con uno scrignetto ondorato ricirchiato de turo trovato dentro detta cascia dentro la quale vi son trovate queste robbe vd otto tovaglie lavorate de seta carmosina et negra vd tre de seta negra quattro de carmosina et una de cambra lavorata de oro le quale tovaglie dice la detta S.ra haverli portati da casa de q.o S.r Conte suo p.ne tre para de maniche de tiletta de oro et argento infoderate de raso carmosino tre ricaglie d’oro con sue scialette tre grocri de tela de olanda una lavorata de seta negra due de carmosina uno panno de damasco carmosino guarnito con una fascia intorno de tre dita de oro et argento con li sui sciolti una tovaglia lavorata de seta carmosina et orangina uno muccaturo de seta carmosina lavorato, in unaltra cascia coverta de coiro bianco dentro la quale vi son trovate l’infra.tte robbe vd uno pecio de filato orduto de lino de braccia trenta de tela all’otto, unaltro imbroglio de tilaro de lana una coppa de argento indorata con sua cascia, due faccie de matarattia de fustiano bianche de tela uno letto con tre matarattia pieni di lana bianchi, una cultra di tela bianca repuzzata de filo bianco, una cultra de taffita verde et orangia usati in detta cammera … uno cantaro de lana pecurina et una trabacca de ligname fatta de … nella cammera nova appresso la sala nova di detto castello v erso scirocco si sono trovati dui spulveri luno de tela de olanda lavorato de seta carmosina et turchina et laltro de tela di casa alli quindici lavorato de filo bianco dui para de lentioli l’uno de tela de olanda lavorati di seta carmosina et turchina et laltro de tela di casa alli quindici lavorati de filo bianco tre matarattia pieni di lana bianchi dui coscini uno grande et uno piccolo lavorati di seta turchina et carmosina. Presenti e testimoni Lancilao Candia regio judice ad cont.us. Ex.te D.no Carolo Siscara Comite Marturani. Ex.te Ottavio d’Aben.te. Ex.te R,do fratre Martio d’Aben.te. Ex.te Fabritio Macedonia de nap. Mag.co Carolo Casoppero UJD. Mag.co Fer.do de Scaglione. Mag.co Petro Trugillo. Mag.co Joan Maleno de Calop.ti. Tho Consalvo Fusaro. Tho Julio de Angeli de marturano”.

Il giorno seguente 13 marzo 1562, Ottavio d’Abenante di Napoli nel castello di Cirò fa un atto di protesta contro Elionora di Gennaro. Egli afferma che nei mesi passati, prima di morire, Mario d’Abenante gli donò, essendo suo zio paterno, molti oggetti, che ora sono in potere di Elionora. Alcuni giorni dopo, il 19 marzo 1562, nella terra di Cirò in presenza del capitano della Terra Joanantonio Maleno, Consalvo Ferraro e Loise Spolentino Erario e Mastro Giurato, a nome e per parte di Petro Antonio de Abenante, avendo saputo che Elionora di Gennaro intendeva lasciare Cirò e portare con sé molte cose di valore che appartenevano a Petro Antonio d’Abenante, cose che non si trovavano nemmeno descritte nell’inventario, chiedono alla Di Gennaro di consegnarle a loro, lasciandole nel castello. Si trattava di: “Due trabacche de ligname dui mataraccia pieni di lana pecurina uno spulveri de sidicico sei canne e mecio de tiletta de seta turchina et arangina uno guarnimento di cavallo di velluto morato inciappettato de rame con la gualdrappa fornita con scaletta et coscino una gonnella di panno russo incarnato guarnita di velluto carmosino incarnato uno dubbetto di seta pardiglia infoderato di pelliccia bianca con le maniche del midesmo uno dubbetto tropiano uno cappotto di velluto morato infoderato di taffita morato una gonnella di velluto morato di cavalcare repuntata de seta morata una guttunera de raso carmosino guarnita di velluto carmosino una gunnella di raso turchino guarnita di velluto turchino con passamano de argento con cinque rosette de oro e perne una robba di tabi verde guarnita de velluto verde con passamano verde una robba de raso turchino guarnita di velluto con passamano de argento con cinquanta cinque rosette de oro et perne minute infoderate de taffita turchina una robba de velluto incarnato carmosino fasciata con trinetti di seta bianca infoderata di taffita incarnato una gunnella di velluto bianco fasciata de midesmo infoderata di tela bianca uno cappello di velluto carmosino con penne guarnito de oro et argento uno ventaglio di penne con manico de oro smaltiti de molti colori una tassa di argento indorata tre para di maniche de tiletta de oro et argento infoderate de raso carmosino tre ricciglie de oro con le soi scialette uno coscino de velluto arangino uno cantaro de lana pecurina” (ASCz, Not. Cesare Cadea B.6, a.1562, ff. 33, 38, 41, 57).

Ben diversa si presentava la situazione del castello alla fine del Cinquecento, dopo che l’abitato era stato devastato dai Turchi. Il castello che fino a pochi anni prima aveva ospitato nella camera di scirocco ed il quella sopra il carcere il procuratore generale del marchese di Cirò, ora ospitava solo i suoi magazzini.

Martedì 13 settembre 1594 l’abitato di Cirò è devastato dai Turchi. La notte precedente, essendo comparsa l’armata turca nella spiaggia di Cirò, il vescovo di Umbriatico Alessandro Filareti, essendoci pericolo di invasione, fece istanza al capitano di liberare i carcerati che teneva nel carcere del castello, tanto civili che criminali. Quindi si mise in salvo (ASCz, Not. G .D. Durando 36, a. 1594, f. 502).

In un inventario del castello compilato dopo pochi giorni che la città era stata “depopulata, devastata et usta à classe turcica” così sono descritti i locali:

“In p.s dentro lo p.o magazeno in entrar la porta del castello à man destra son ritrovate. Uno mezo t.lo dela Corte, ch’era ferrato tucto strusciato. Quattordeci pallotti di colore bianco. Uno orbituro di donne fatto di ligno. Uno torcieri di ligno, dui cardi tavole serratizze 32. Una fallacca vecchia, lana de un matarazzo tenea jo. d. piamontese.

Dentro la s.da lamia di abascio. Una mayilla. Due sellari. Una tavoletta fu del m.co Ansideo scigata. Tavole serratizze n. 136.

alla 3.a lamia che serve per magazeno di oglio et lana trovami diece giarre d’oglio rotte, con gran quantità di pezzi rotti. Che non se possettero contare, et l’oglio fuso et parte colto dentro certe colacchie di giarre. Ottanta una pisa di lana asciutta, et altra lana sciusa et aburgata d’oglio quale non si può contare per esser unta d’oglio, tilaretti serratizzi 36.

Allo cellaro de vino ritrovammo, la prima botte grande di testa di salme 18 et l. 2. a man sinistra dove era … ritrovammi inbuccettata dela quale il m.co erario n’era dentro vino salme 14. Il restante s’è fuso. La 3 botte di s. 18 et l. 7 dela quale era uscito cinque salme dice di vino bianco et il resto s’è fuso. La quarta botte de vino bianco da dove era uscito salme otto et lancelle 4 venduto a renzo il resto à complim.to di salme 18 et l. 7 s’è fuso et acettato la quinta botte di s. 17 et l. 3 piena di vino bianco fu sbucettata et lo vino si fuse, così come evidentem.te appare.

Alla sala de scirocco ritrovammo li dui Archivii del’atti dela Corte scassati et gran parte dele scritture buttate à terra quali colti si ritornorno à detti Archivii.

Alla camera sopra li carceri dove stava il qm S.r Ansideo ritrovammo uno banco di forgia scassato et sbalisato. Otto picche alli quali mancano li ferri tagliati in ponta, uno cascione d’abete scassato dove dice il m.co erario che ci stevano l’infratte robbe VS una cultra di taffità gialla torniata di taffità russa usata, uno spolveri con lenze di seta negra et frangie di seta negra et bianca consist.te in otto tele per menzina usate quale cultra et spolverio dice ch’erano del S.r pietro vinc.o.

Item dice v’erano dui cocchiarelli et una quinquidente d’argento.

Item dui fila de coralle minute, uno anello d’oro con uno camello bianco et un altro anello d’oro vacuo senza petra, una resta de coralli con inganna p.le turchine con migliuzzi d’argento una cruce d’osso di spagna vecchia uno scoffione d’oro vecchio quali robbe dice esser stati del qm gio. pietro soriano, quattordici cammise usate un’altra senza collaro quattro camise di tela cruda de notte nove senza collaro.

Item quattro vite de ferro de trabacca uno libro di notam.to del bestiame dela Corte longo con carte scritte n. 62 et scritto dela mano del qm S.r Ansideo un altro notam.to sopra detto n. la bandiera quale sopra dette robbe annotate non se ritrovano in detto cascione, altro che tre puma indorate et dui semplici di trabacca. Ne meno si hanno ritrovate in detto cascione le robbe in inventario consignate del qm S.r Ansideo Curto sincome il detto m.co erario dice che stevano in detto cascione conforme al detto inventario et si son ritrovati solam.te dui libri l’uno intitolato Calendario gregoriano et l’altro Il ben morire.

Item una cascia d’abete di palmi 7 incirca se ritrovò scassata con molte scritture buttate a terra et reposti dentro la medesma cascia una cascia scasciata de nuce. Un paro di redistalli 3 tavole di lettera di trabacca.

Al magazeno de sotto la sala del archivio s’è ritrovato grano tt.a 43 ½ fave tt.a 41 quale magazeno s’è ritrovato scassato et senza catinazzo cossì anco l’altri magazeni dele quale fave dice esserne tt.la 4 d’ant.llo risitano et detti grano et fave forno misurati per jac.o perito uff. can.o.

Al magazeno del caso s’è ritrovato vacuo la porta scassata et senza catinazzo solo che ci sono tabule serratizze d’abete 16 et un barile vecchio, 2 giarre d’oglio vacue tra le q.le sono due rotte, vino pertufato”. (ASCz, 36, 1594, ff. 472-473r).

Alcuni mesi dopo il saccheggio, il 6 dicembre 1594, è stipulato un contratto per la riparazione del castello tra l’università rappresentata dal sindaco Joannes Frugillus ed il mastro fabbricatore di Corigliano Marius Risafi.

“… esso m.o Mario promette d’hoggi inansi ad ogne simplice requisitione di d.to m.co sin.co ò altra p.na deputanda per d.ta un.tà fabricare alla reparatione del castello di d.ta t.ra del Ciro ogne sorte de muro che bisognerà à rag.e di carlini quattro et mezo la canna alla nap.na che esso mastro Mario habbia di fabricare esso con altri mastri fabricatori et manipoli à suoi dispese et esso m.co sin.co l’habbia di dare vicino di d.to muro, calce, acqua, arena , pietra et ogn’altre sorte di ammanimento et ligname cinq.ta palmi d’arrasso di d.to muro et per caparra per parte di pag.to d.to m.co sin.co promette far consignare in Crogliano à d.to mastro Mario docati quindeci et promette detto m. mario obligarse con unaltro suo f.re per d.to dan.ro et far ratificar il p.nte contratto da d.to suo f.re et promette d.to m.co sin.co durante detto partito dare gratis al d.to mastro Mario suoi compagni et manipoli casa et uno letto complito tantum. Item se convenero esse parte che venendo d.to mastro et manipoli al Cirò à requesta di d.ta un.tà et mancando per essa un.tà sia ten.ta à tutti danni.” (ASCz, 36, 1594, f. 502).

cirò torre del castello

Cirò (KR), torre del castello.

Torre di Fiumenicà

Dal 1569 al 1578 era torriere Michele de Mendoza (Valente G., p. 77). Dal primo settembre 1593 è caporale della regia torre di Fiumenecà Josephus Piccinnus della città di Cariati ed è socio Stephanus Piccinnus. Il primo maggio 1594 si pagano il caporale Josephus Piccinus ed il socio Stephano Piccinus per aver custodito per quattro mesi a partire dal gennaio 1594 la torre di Fiumenica (9, 1594, ff. 301, 318v). Nel 1600 è torriere Domenico Garzia (Valente G., p. 77). Il primo maggio 1604 l’università di Cariati paga ducati 26 al caporale Antonio de Riccardo ed al socio Dominico de Thomase per i quattro mesi di custodia della torre dal primo gennaio 1604 (Duc. 4 al mese al caporale e Duc. 2 e mezzo al socio; (9, 1604, f. 199). 31.8.1607. Francesco Refriscato è caporale della regia torre de Fiumenica in marittima della città di Cariati e Martino Mazzeo socio. Pagamento per tre mesi e 4 giorni, dal 27 maggio 1607 alla fine di agosto (ASCz, B. 8, f. 115).

 

Una vendita di schiavi

Il 26 novembre 1594 nel castello di Cirò il padrone di fregata , il raguseo Vincenzo Mili, vende per ducati 500 degli schiavi al marchese di Cirò Vespasiano Spinelli.

Il Mili possiede, in quanto catturati con la sua fregata, otto schiavi e due schiave, tra le quali una con una figlia: “Maumeth moro di Ruscet, Alì dela Natalia “stroppiato di tre dita di la mano sinistra e bullato in faccia vicino l’orecchia sinistra, Assan di la Caramannia, Alamisciat de la Caramannia vecchio barbi bianco con una sima adietro l’orecchia sinistra, Amosà dela Natalia, Issuf dela Natalia con lo nervo di sotto la canna brusciato et così in fronte, Maumeth dela Natalia con una sima sopra lo ciglio sinistra, Airadi dela Natalia con quattro bulle sopra lo pulso sinistra, Iscia femina vecchia di Stravalà dela Natalia, Sirfù femina con una figlia nome Fatuma dela Natalia” (ASCz, 36, 1594, f. 492).

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