Commercianti di panni “nobiles et ignobiles” nel Crotonese (sec. XVI-XVII)

Perugia, 1329, Statuto della Società dei Mercanti (da Wikipedia).

Alcuni documenti conservati presso gli Archivi di Stato di Catanzaro e Cosenza, ci consentono, anche se in maniera parziale, di gettare qualche luce sul commercio dei panni nel Crotonese agli inizi dell’età moderna,[i] consentendoci anche di ricostruire alcuni rapporti che i locali coinvolti in questa attività, ebbero con altre aree del regno e dell’Italia.

La necessità di disporre d’ingenti crediti e di adeguate garanzie fiduciarie, per poter accedere alla rete dei finanziatori e dei fornitori che alimentavano il commercio, determinava, infatti, la costituzione di rigidi rapporti d’affari, basati sulla comune appartenenza sociale e sui legami e la solidarietà familiare che, nel caso degli ebrei, era anche di tipo religioso.

Questa attività commerciale trovava coinvolta quindi, in primo luogo, la classe nobile delle città che, assieme alla propria famiglia e avvalendosi di procuratori e intermediari, attraverso il proprio dominio, conduceva i propri affari e concludeva i propri accordi. Quest’ultimi si realizzavano prevalentemente nell’ambito delle fiere, dove la domanda e l’offerta s’incontravano ciclicamente da secoli, secondo scadenze rapportate all’economia dei luoghi.

Le principali fiere di riferimento per i commercianti di panni del Crotonese durante il Cinquecento: Salerno, Cosenza, San Giovanni in Fiore e Molerà (Roccabernarda).

 

Nella fiera della Maddalena

Agli inizi del Cinquecento, il “forum magdalenae” che iniziava il 22 luglio,[ii] giorno della Maddalena,[iii] e si svolgeva per 15 giorni[iv] presso il “flumen basenti”, “in Capo” al “burgo” della città di Cosenza detto “li revocati”,[v] risulta uno dei riferimenti principali per quanti commerciavano panni nel Crotonese, essendo Cosenza il nodo viario principale della regione, dove affluivano merci provenienti anche da luoghi lontani, e convenivano, sin dal Medioevo,[vi] numerosi mercanti e finanzieri da fuori del regno, attivi personalmente o attraverso i loro procuratori,[vii] tanto in questo quanto in diversi altri commerci, come evidenzia, ad esempio, un privilegio del 22 luglio 1442, con il quale re Alfonso d’Aragona concesse ai nobili Blanchardino e Urbano “de becutis mercatores de perusio”, alle loro società e ai loro procuratori, il permesso di poter liberamente commerciare “pannos laneas quam sericos” oro, argento, vettovaglie e altri beni, nella città di Cosenza e in altre città, terre, porti e luoghi del regno, con la garanzia per essi e per le loro navi dai ribelli.[viii]

Per quanto riguarda invece, la presenza a Cosenza di Crotonesi impegnati nel commercio dei panni durante il Cinquecento, documenta gli affari tra il barone di Melissa e alcuni mercanti e finanzieri fiorentini, un atto del 25 luglio 1522, XII indizione, stipulato nella fiera della Maddalena. Quel giorno davanti al notaro, al giudice e ai testi sottoscritti, si costituiva il venerabile donno Joannes Gamuti della terra di Caccuri, procuratore generale del magnifico Joannes Battista de Campitello “utilis d(omi)ni terre melixe”, dall’altra si costituiva il nobile Pirro Ricchardi “mercator florentino” commorante nella città di Napoli, procuratore del nobile Bernardo Stroczi “mercatoris florentini” commorante in Napoli, generale amministratore dei mag.ci eredi di Bart.mei Genori e soci “et eorum negociorum gestoris”.

Il detto Campitello, assieme al magnifico Ferdinando Matredona e ad Alex.o de Oliverio, risultava debitore nei confronti del detto Bernardo, come appariva da uno strumento stipulato in Napoli l’11 aprile 1520, (in cui il barone di Melissa si era costituito assieme a Joannes Thomaso de Pirro), e da un altro strumento stipulato sempre in Napoli il 6 maggio 1521, in ragione della vendita di “Certe quantitatis velluti bruccati siti et taffita”.

Come si evinceva da due diverse apodixe, il suo debito totale assommava a ducati 710 tareni 1 e grana 12. Considerato che il detto Pirro Ricchardi risultava essere stato integralmente soddisfatto relativamente a questo debito in più partite, per mano di “Bart.mey de Bechutis”, si stipulava il presente atto che poneva fine alla transazione.[ix]

Alcuni atti stipulati “in foro magdalenae Civi.tis Cosentiae” tra il 29 e il 30 luglio 1534, ci permettono invece, di far luce sull’attività mercantile del nobile Petro de Cristaldo di Cariati che, in occasione di questa fiera, concluse alcuni accordi, mediante cui si assicurò la fornitura di diverse sorte di panni, sia da parte di fornitori locali che da parte di mercanti genovesi.

Con il nobile Geremia de Antinoro e suo figlio Joannes Vincenzo, agenti per parte anche del mag.co Scipione de Antinoro,[x] s’indebitò per ducati 51 “excausa vendicionis Certe quantitatis pannorum lanae nobilis et Capiciorum diversorum et sortarum”, che s’impegnò a pagare nella città di Cariati entro il mese di aprile 1535,[xi] mentre, con il nobile Stefano de Grimaldis Ceva “mercator januense”, si espose per ducati 78, alla ragione di carlini 10 d’argento per ogni ducato, “excausa venticionis tante quantitatis pannorum lanae nobilis diversorum Colorum nominatorum stamecte”,[xii] e con il nobile Andrea Pinellus Celesia “mercator januense” per ducati 71 e grana 15, “excausa venticionis tante quantitatis pannorum lanae nobilis diversorum Colorum videlicet ascolanorum sanginisorum et fustainorum”.[xiii] In entrambi questi due ultimi casi, s’impegnava ad onorare il suo debito in occasione della prossima fiera della Maddalena di Cosenza dell’anno 1535 VIII indizione.

Ubicazione delle fiere di Cosenza menzionate nei documenti consultati, site in corrispondenza dei principali attraversamenti dei fiumi Crati e Busento: città di Cosenza (A), Revocati (B), S. Agostino (C).

 

I Giordano di Policastro

In altri casi di atti stipulati in Cosenza, che coinvolgono commercianti del Crotonese, troviamo a volte che, accanto alla scadenza dei contratti alla fiera della Maddalena, ricorre anche quella alla fiera di Molerà, che iniziava l’otto di settembre, il giorno della festa dedicata alla Natività della Vergine, e si teneva presso Roccabernarda. È il caso di una sottoscrizione del 26 luglio 1540 (?), attraverso cui si attestava che Fran.co de Yurdano “de pulicast.o Comitatus s.te sever.ne”, era debitore nei confronti del nobile Salvatore Campanino per ducati 117.1.10, di cui ducati 27 da pagarsi “in foro molera” e il restante “in foro magdalenae”.[xiv]

Ritroviamo Francesco o Franceschino “de Yurdano”, una famiglia di ebrei di Policastro, come evidenzia il sigillo dell’U.J.D. Mutio Giordano, in un atto del 28 agosto 1543 stipulato sempre nella città di Cosenza ma “in foro s.ti augustini”.

Quel giorno davanti al notaro al giudice e ai testi sottoscritti, tra cui figura Prosper de Yurdano, si costituiva il nobile Joannes Andrea de Yurdano di S. Severino, “mercator” commorante in Cosenza, anche per parte del nobile Adante dela Monica della città di Cava, dall’altra parte compariva il nobile Francischino de Yurdano della terra di Policastro, provincia di Calabria. Quest’ultimo rimaneva debitore nei confronti dei detti Joannes Andrea e Adante, per ducati 61 “ex Causa vendicionis pannorum lanis nobilis no(mina)ti videlicet stamecte russe et nigre”, alla ragione di carlini 28 la canna, che s’impegnava a pagare nella fiera di S. Agostino prossima futura 1544.[xv]

Sigillo di Mutio Giordano di Policastro, raffigurante una palma e le acque del fiume Giordano.

 

A metà

In altri casi, coloro che investiavano il loro capitale e quanti, invece, si occupavano di condurre il commercio dei panni, si univano in una società alla pari, come evidenzia un atto del 20 marzo 1573 stipulato in Cirò, mediante il quale, il nobile Virgilio de Cotrone e Fran.co Pilusio, entrambi di Cirò, costituirono una “societatem”, attraverso cui il detto Virgilio consegnava al detto Fran.co, ducati 430 in moneta, da “implicare et investire in mercatura pannorum”, mentre quest’ultimo s’impegnava a porre la “operam suam in exercitatione mercaturae”.

Si stabiliva quindi che, estratto prima il detto capitale, l’eventuale guadagno (“lucrum”) e le spese “faciendae”, sarebbero state divise tra di loro in eguale porzione, “et si aliquid mali (quod ab sit) acciderit dannum ipsum sit communis”.[xvi]

In queste occasioni, la garanzia di solvibità da parte del commerciante, era assicurata attraverso le fideiussioni di terzi, come documenta un atto del 14 settembre 1574 stipulato in Cirò. Quel giorno, davanti al notaro Baldo Consulo si costituiva il magister Minico Puglisio di Cirò, essendo liquido debitore di ducati 139 nei confronti di Bellisario Long.co della città di Umbriatico, in ragione di una fideiussione da lui fatta in favore di Fran.co Pilusio di Cirò, relativamente a “quadam societate pannorum”, per la quale si era già provveduto a cassare il relativo strumento stipulato dallo stesso notaro.

All’attualità il detto Minico s’impegnava a pagare al detto Bellisario i detti ducati 139 nella terra di Cirò, “in nundinis madalenae” nell’anno seguente 1575, nominando suoi “fiedei iuxores et expromissores” il nobile Nicolao Maria de Sergio e Jo: Maria Catanzarisi di Cirò.[xvii]

Tacuinum sanitatis, Bottega di panni (da Wikipedia).

 

La bottega di Vincenzo Urzo

Il 2 settembre 1574 in Cirò, messer Jacobo Malfitano della terra di Cirò e Antonello Pirito con Vincenzo De Urzo della stessa terra, stipularono l’atto costitutivo della loro “societatem”, attraverso cui il detto Jacobo consegnava ai detti Antonello e Vincenzo la somma di ducati 400, che i due avrebbero dovuto applicare “in emendis pannis et serico in nundinis salerni vel in quibuscumque nundinis”, fino alla fine del mese di agosto 1575.

A tale data avrebbero dovuto riconsegnare al detto Jacobo i detti ducati 400 di capitale, “et lucrum pro ven.dum à dicta Mercatura”, da dividere così: metà a detto messer Jacobo e metà in eguale porzione a detti Antonello e Vincenzo che, s’impegnavano ad “assitere in apoteca”, dando settimanalmente al detto messer Jacobo un “lucidum computum” nel giorno di sabato.

A cautela del detto Jacobo, i detti Antonello e Vincenzo insolidum, nominavano loro “fidei juxores”, il nobile Marco Antonio Mascambrone, Jo: Laurenzo Mascambrone, Jo: Maria Longobucco e Jacobo Caserta, tutti della detta terra.[xviii]

Gli affari, evidentemente, non soddisfecero però le attese del detto Vincenzo. A causa dei debiti e della povertà, il 22 giugno 1578, la onorabile donna Bella Formagia, moglie del magister Vincentio d’Urzo “corbosiero”, vendeva al nobile Jo: Ant.o Richia, l’“Apoteca” di suo marito appartenente alla sua dote, sita in Cirò loco detto “la valle”, ovvero “la piazza de s(an)to menna”, confine l’“Apotecam” o “catoggio” di Ant.o Marangoli o Marango, la via pubblica, l’“Aerem superiorem Nardi Murgiottae”, ovvero sotto la casa di Nardo Murgiotta, e altri fini.[xix]

Nelle immediate vicinanze della chiesa di Santa Maria de Plateis, nella parte alta dell’abitato di Cirò, si trovava invece la bottega del magnifico Jacobo Malfitano. Il 30 novembre 1576, quest’ultimo vendeva al Rev. D. Ant.no Galeoto per parte del “venerabilis hospitalis dictae t(er)rae”, una “Apotecam” sita “apud Templum s.tae maria de plateis”, confine i casalini del detto ospedale e altri fini.[xx] Ancora alla fine del secolo Francesco Malfitano possedeva una “apotecam” in questo luogo.[xxi]

Bottega di panni (Fototeca Gilardi).

 

Un affare concluso bene

Il 25 settembre 1578, in Cirò, davanti al notaro Baldo Consulo, si costituivano in solidum, il nobile Juliano Genovensis della terra di Castiglione “principatus Salerni”, assieme a Santo de Nicastro di Petrafitta abitante nella terra di Cutro, agenti in loro nome e per parte dei magnifici Lucido Genovensis di Castiglione e Paulo Paparogerio di Cutro “eorum sociorum” assenti. Dall’altra parte compariva il magnifico Francesco Bisantio di Cirò.

Quest’ultimo si costituiva liquido debitore, avendo ricevuto la vendita di 185 “ulnas seu cannas yfoni panni variorum colorum”, alla ragione di carlini 15 per ogni “ulna seu canna”, oltre a “cannas vig.ti et palmos tres rasciae matelicae et tres alis particulas vulgariter dicendo scapize pannorum variorum miscuorum”, per il prezzo complessivo di ducati 380, considerata detta “rascia” alla ragione di ducati 5 per ogni canna.

In relazione a tale fornitura, egli s’impegnava a pagare il suo debito in Cirò il 9 maggio prossimo futuro, mentre altri ducati 180 residui, li avrebbe pagati sempre nella terra di Cirò ma in “feria seu nundinis molerae”.[xxii]

Acquisita la merce, il detto Francesco la consegnò a Nicola Caserta di Cirò, esponente dei “Viola alias Caserta”, una famiglia con diramazioni in Campania,[xxiii] a cui apparteneva anche il già menzionato Jacobo Caserta che, in questo periodo, acquisì l’“Apotecam” sita in “loco s.to menne” appartenuta a Virg.o de Cotrone,[xxiv] un altro cirotano coinvolto nella rete dei rapporti d’affari che stiamo descrivendo.

In relazione a questo passaggio, per atto del notaro Baldo Consulo del 9 dicembre 1578 stipulato in Cirò, il detto Nicola Caserta dichiarava di essere debitore del magnifico Fran.co Bisantio per ducati 453, relativamente a “tot pannis nobilibus et ignobilibus variorum coloreum, de quorum bonitate coloribus, quantitate et mensuris ipse de caserta tenuit”, promettendo di soddisfare il suo creditore in qualsiasi momento a sua semplice richiesta.[xxv]

Al fine di onorare i propri debiti, come previsto dal loro contratto stipulato l’anno prima, il 6 maggio 1579, in Cirò, comparivano davanti al notaro il nobile Paulo Paparogerio e Sancto de Necastro della terra di Cutro, agenti in solidum, in nome e per parte dei “no: Juliani et Lucidi genoensis et socii”, dall’altra parte si costituiva il magnifico Fran.co Bisantio di Cirò.

Essendosi quest’ultimo obbligato nei confronti dell’altra parte, per la somma di ducati 380 “per ven.ne pannorum”, mediante istrumento rogato dallo stesso notaro, i creditori dichiaravano di aver ricevuto tutto il denaro pattuito definendosi integralmente soddisfatti.[xxvi]

 

Merce non pagata

In maniera meno lineare si svolsero invece, gli affari del magnifico Marc’Antonio Caruso di Cirò. Il 30 agosto 1591, in Cirò, davanti al notaro Gio. Domenico Durande di Crotone, si costituiva il magnifico Gio. Cola Ritacca di Celico, protestando in presenza del detto Marc’Antonio, suo debitore per la somma di ducati 347 “per venditione, et consignatione di tanti panni nobili”, così come risultava dall’obbligazione stipulata appresso gli atti della Regia Udienza di Calabria Citra. Somma che avrebbe dovuto ricevere per “metà al dì di san gioanne di fiore” (24 giugno), e l’altra metà al 15 di agosto prossimo passato nella terra di Cirò.

Essendo il detto Gio. Cola venuto in detta terra “con Comitiva”, e avendoci soggiornato per quattro giorni senza riuscire ad essere soddisfatto del credito, chiedeva di essere pagato dal detto debitore nella città di Cosenza, sia per quanto riguardava la somma dovuta, sia per quanto atteneva al suo risarcimento relativo a tutte le spese sostenute nell’occasione.[xxvii]

Cirò Marina (KR), botteghe mercantili a Punta Alice.

 

La società dei Casopero

I rapporti tra i venditori locali e la rete facente capo ai mercanti che gli fornivano i panni per alimentare il commercio delle loro botteghe, coivolgendo gli uomini d’affari che finanziavano tale attività, sono messi in evidenza in maniera più dettagliata, da alcuni documenti riguardanti una società costituita dai nobili Marco Antonio e Jo: Maria Casopero di Cirò che, altre volte, invece, gli atti identificano in qualità di cittadini di Crotone, secondo la tendenza generalizzata, comune a tutti quelli che praticavano il commercio, di dichiararsi appartenenti al luogo in cui godevano un migliore trattamento fiscale. Il detto Jo: Maria aveva sposato la magnifica Antonina Sarcona di Crotone, che aveva posseduto alcune case nel luogo dove era esistita la “giudeca” di Crotone.[xxviii]

Il 31 agosto 1575, in Crotone, per atto del notaro Marco Antonio Pantisano di Crotone, si stipulava un “pp.cum instr(umen)tum societatis mercaturae pannorum”, tra i magnifici Marco Antonio e Jo: Maria Casopero, agenti in solidum, e Julio Bonifatio della città di Catanzaro, che compariva tanto in suo nome, quanto per il magnifico Cesare Citarella di Napoli, procuratore del magnifico Jo: Battista Turboli di Napoli.[xxix]

Qualche giorno dopo fu coinvolto nell’affare messer Fabio Barbuscia di Ciro, altre volte detto “de rure corni” oppure di Scala, dove possedeva una casa sita “in loco dicto la Judeca”,[xxx] mentre possedeva la sua “apoteca” a Cirò in “platea s.ti mennae”.[xxxi]

Il 3 settembre 1575, in Cirò, il detto Jo: Maria, in una con detto Fabio Barbuscia, si costituiva davanti al notaro Baldo Consulo, asserendo che, nei giorni passati, nella città di Crotone, aveva ricevuto da Cesare Citarella e da Julio Benefatio, “mercatores”, ducati 700 “ad medietatem lucri videlicet in co(mmun)e commodum et incommodum”, consistenti “in tot pannis nobilibus e ignobilibus”, per il valore complessivo di ducati 513, tareni 1 e grana 10 ½, con l’accordo che il restante, a completamento della somma di ducati 700, gli sarebbe stato consegnato nel corso del presente mese di settembre.

In questa occasione, inoltre, il detto Jo: Maria si era impegnato a pagare ai detti Cesare e Julio, ulteriori ducati 300 “in festo na.tis d(omi)ni p.o futuro”, i quali a loro volta, si erano impegnati a fornigli altri panni entro la fine del presente mese di settembre, in maniera che la somma complessiva relativa al valore dei panni interessati dal loro accordo ascendeva a un totale di ducati 1000. In questa occasione, inoltre, si era pattuito che, entro la fine del prossimo mese di agosto 1576, il detto Jo: Maria avrebbe dovuto ritornare ai detti “mercatoribus”, il loro capitale di ducati 1000, mentre a questa stessa data il guadagno derivante da questo capitale, sarebbe stato diviso in due porzioni uguali tra le parti.

Alla data odierna si univa “ad infram societatem” il detto Fabio Barbuscia, che recepiva “in commune commodum et incommodum” i detti ducati 513, tareni 1 e grana 10 ½, consistenti negli infrascritti panni, inventariati per tipologia e misure espresse in canne (C.) e palmi (p.), con il patto espresso che, se i detti panni “in aliqua p.tarum mensurarum deficerent”, egli sarebbe stato autorizzato a rinunciare all’accordo.

“yfuni stritti insalfato netto C. 8 et p. 6. yfune cordiglieri mezetto netti C. 8. p. 4. yfune turchino C. 8. p. 7. yfune turchino C. 8. p. 4. yfune verde C. 9. p. 3. yfune turchino pezasana C. 17. p. 5. yfune turchino C. 8. yfune cordigliero C. 8. p. 6. yfune fiordelino C. 8. p. 4. yfune cordigliero C. 8. p. 7. yfune azolo C. 9. p. 2. yfune cirasolo C. 8. p. 5. ifune turchino C. 9. yfune leonato C. 8. yfune turchino C. 8 p. 2.  yfune fratisco C. 9. à ragione di car.ni quattordici la canna: sono canni 141. p. 7. à sup.ta ragione sonno duc.ti duicento, sette, gr(ana) dui et mezo. yfuni larghi turchini C. 8 p. 4. verdecato C. 8. p. 4. Papagallo C. 9. Turchinello C. 8. p. 2. fior de burragina C. 8. p. 6. Turchinello C. 7. p. 2. Turchinello C. 8. p. 3. à carlini decesette la canna sonno C. 58. p. 5 ½ sommano duc.ti 99.3.16 ½ grignani verdecato C. 9. p. 5 ½. Turchinello C. 3. p. 4. à carlini trenta la canna, canni undici p. 1 ½ sommano duc.ti 33.2.16. Cordellato pedemonte grosso C. 9. p. 2. à carlini dudici sonno d(ucati) 11.0.10. Carisei turchini C. 4. p. 4. et torchina C. 7. à car.ni 23 la canna sono C. 11. p. 4. sonno d(ucati) 26.2.5. stametta turchina et negra C. 6. a car.ni 44 la canna sono d(ucati) 26.2.0. saya de rascia verde C. 9. p. 1. a car.ni 26, sonno d(ucati) 23.3.12. saya rasa Turchina et negra C. 24. a car.ni novi duc.ti 21.3.0. rassia de fiorenza negra C. 8. à Cinque duc.ti sonno duc.ti 40. rassia de yfune negra C. 2. p. 2. a car.ni dudici duc.ti 2.3.10. tarantola C. 11. a car.ni dece duc.ti 11.0.0. pedemonte russo C. 11. p. 6. à car.ni octo et mezo d(ucati) 9.”

In questa occasione si pattuiva inoltre che, entro la fine del presente mese di settembre, il detto Jo: Maria avrebbe consegnato al detto Fabio ducati 487, carlini tre e grana ½, consistenti “in tot pannis” a elezione del detto Fabio, mentre il restante, fino a raggiungere il valore totale di ducati 1000, glieli avrebbe consegnati “in aliis generibus mercaturarum”.

Per tutti i panni e per tutta la merce ricevuta, che in “aliquo modo” fosse stata persa “in apoteca”, oppure durante il trasferimento, il detto Fabio ribadiva che la si sarebbe considerata “in c(ommun)e commodum et incommodum”, e che il detto Jo: Maria sarebbe stato adeguatamente cautelato attraverso una “apocam privatam” o pubblica.

Il detto Fabio prometteva di fornire settimanalmente, a elezione del detto Jo: Maria, un “lucidum computum”, tanto del denaro ricevuto, quanto “de debitoribus constituendis”, impegnadosi a consegnargli, sempre settimanalmente, il denaro ricevuto dalla vendita dei panni e dell’altra mercanzia ricevuta, fino alla fine del mese di agosto prossimo futuro. A questa scadenza s’impegnava a restituirgli in moneta il capitale di ducati 1000 ricevuto, quando fatte due parti “de lucro vero”, una sarebbe andata ai detti “mercatoribus” e l’altra sarebbe stata divisa equamente tra il detto Jo: Maria e il detto Fabio.

A tal fine, si stabiliva che da questo “lucro”, sarebbe stata scomputata “omes expensae faciendae praedictis negotiis videlicet de locatione apotecarum, de vectura, et non ultra”, con il patto espresso che detta “mercatura pannorum”, non dovesse essere estratta “de urbe in urbem”, senza licenza e volontà del detto Jo: Maria, e con la dichiarazione che, per quanto riguardava i panni restanti, il detto Jo: Maria li avrebbe dovuti consegnare al detto Fabio, o nella città di Crotone, oppure nella fiera di Molerà.

A cautela del detto Jo: Maria, il detto Fabio nominava propri “fidei iuxores”, Joannes Parrota della terra di Campana e Paulo Manso della città di Strongoli, ma incola in Cirò.[xxxii]

Il 18 dicembre 1575, in Cirò, sempre davanti al notaro Consulo, il detto Joannes Maria asseriva di aver consegnato al detto Fabio, gl’infrascritti beni “de mercatura societatis”, per la somma di ducati 224.3.3: “dubretto de seta nigra listiato de turchino C. 8 ½ sono d(ducati) 10.1. piombo rotola 131 sonno d(ucati) 10.2.8. Tila dela cava … p. 7. sonno d(ucati) 15.2.9. uno ba… che serve alla poteca car.ni 7. quali sup.te partite sommano duc.ti 36.4.7. ut apparent per quandam apodixam scriptam sub die quarto 7b. prox.i preteriti. in alia sub die xi mensis 8b. dictus m.cus fabius a dicto m.co jo: maria in virtute cuiusdam aliae apodixae in civ.te crotonis sub die p.to infarscriptis pannorum videlicet: londraso C. 3. ultra fino verde C. 2 p. 6.  ultra fino verde C. 4. p. 4. doppio leone C. 3. p. 3. stametta verde cupa C. 6. Terantola C. 17. p. 1. tila de fiore C. 5. p. 5. 4/1 rascia miscua de metelica C. 2. p. 1. rascia fior de lino C. 2. p. 4. rascia fior de perzico C. 4. p. 4. quali sommano in tutto 181.3.16. che le ambe due partite in tutto fanno la summa de duc.ti p.ti 224.3.3.”

Strappate le apodixe, il detto Fabio si dichiarava soddisfatto della bontà della merce ricevuta, impegnandosi a dare settimanalmente al detto Jo: Maria un “lucidum computum” relativo alla vendita delle dette “partite”, come era stato convenuto tra di loro “in contracta societatis”.[xxxiii]

Come rileviamo attraverso un atto senza data, ricopiato al margine del protocollo del notaro Consulo, che raccoglie quelli stipulati attorno alla metà del mese di gennaio 1576, a quel tempo, i detti Marco Antonio e Jo: Maria Casopero, in relazione agli impegni contratti con Julio Bonifatio e Cesare Citarella circa la detta “mercaturam pannorum”, attraverso cui si erano obbligati a pagare loro ducati 300 “in festo Nativ.tis domini”, provvedevano a saldare con questa cifra i due creditori.[xxxiv]

Nel frattempo, inoltre, essi completarono la fornitura della restante parte dei panni, previsti nell’accordo relativo alla loro “societatem mercaturae pannorum” con Fabio Barbuscia.

Il 16 marzo 1576, in Cirò, ancora davanti al notaro Consulo, era stipulato l’atto attraverso cui il detto Fabio, a completamento della fornitura pattuita, dichiarava di aver ricevuto dai detti Casopero, i seguenti panni: “Terantola C. 16. p. 2 a car.ni undici et mezo la canna sommano d(ucati) 18.3.9. uno scapizo cordellata russa C. 4. a car.ni dudici la canna sono du.ti 4.4.” che affermava di aver ricevuto da detti de Casopero il 14 dicembre 1575, “Tirantola C. 12. p. 2. a carlini dece et mezo d(ucati) 12.4.5. cordellato C. 9. p. 5. a carlini 12 sono d(ucati) 11.2.15. pedemonte C. 20. p. 4. a car.ni 9 la canna sono d(ucati) 18.2.5. Tila de cava C. 23 ½. a car.ni sette d(ucati) 16.2.5. saya cremosina C. 4. a duc.ti sei la canna sommano d(ucati) 24.0.0. londraso C. 3. p. 2. a car.ni 55 la canna sono d(ucati) 17.4.10. sidicino nigro C. 4 ½ a car.ni 12 sono d(ucati) 9.1.17 ½. fioretto com(un)e dozane due a tre duc.ti sono d(ucati) 6.0.0. fioretto fino dozane due a car.ni 37 sono d(ucati) 7.2.0. barrette fine duzane due a car.ni 72 sono d(ucati) 14.2.0. barrette coppute dozane due a car.ni 28 sono duc.ti 5.3.0. cappelli dozana una sono duc.ti 6.0.0. stametta nigra C. 2 p. ½ a car.ni 44 sono d(ucati) 9.3.2 ½. in alia ultrafino nigro C. 4. a car.ni 28 sono duc.ti 19.1.0. una dozana de barrette turchine sono d(ucati) 0.4.0.” Tutte le “partite” assommavano a ducati 940.4.2 ½ “de moneta”.[xxxv]

La vendita però, evidentemente, non riuscì a soddisfare tutte le attese, considerato che, alla data del 19 aprile 1577, Julio Bonifatio risultava ancora creditore per ducati 327.1.5 ½, così i detti Casopero unitamente a Fabio Barbuscia, s’impegnarono a ripianare il loro debito alla metà di agosto prossimo futuro, e a fornire entro 8 giorni i conti relativi alla detta società.[xxxvi]

San Matteo patrono di Salerno (da antonioamato.it)

 

Nella fiera di Salerno

La presenza di commerciati di panni provenienti da aree del Crotonese nella fiera di Salerno, che si svolgeva sotto il titolo di S. Matteo nel mese di settembre, come avveniva già dal tempo di Manfredi,[xxxvii] risulta documentata durante la seconda metà del Quattrocento, quando sappiamo che Mario Marincola e Giovan Andrea de Blasco di Taverna, vi ottennero una fornitura di “panni di lana di fabbricazione inglese”, scambiandoli con della seta in matasse.[xxxviii]

Per quanto riguarda invece il Cinquecento, un atto del 12 settembre 1583 stipulato in Cirò, documenta gli affari che vi conduceva il nobile Senso De Turzo della terra di Scala, assieme ai suoi “sotios”: il magnifico Fabio Barbuscia, Regio Barbuscia, Hermolao de Melita e Fran.co Bisantio, tutti di Cirò.

Quel giorno, presente il magnifico Julio Cesare Malfitano di Cirò, il detto Senso si costituiva in solidum con i suoi soci davanti al notaro Baldo Consulo, affermando che “in nundinis molerae” prossima passata, il detto Julio Cesare assieme al detto Senso, si erano obbligati nei confronti del magnifico Petro Joannes de Madara della terra di Campana, per la somma di ducati 440, comprensiva di ducati 400 di capitale e di ducati 40 d’interesse, relativamente a “tot serico in pretiis decurendis in nundinis s.to Jo(ann)is de Flore primis futuris” che, acquistata “in die Nundinarum Madalenae primo futuro” anno 1584, i detti Senso e soci, promettevano di consegnare al detto Petro Joannes creditore nella terra di Campana.

Il detto Senso e i suoi soci s’impegnavano ad applicare la detta somma, nell’acquisto di “pannorum nobilium de regno variorum colorum uti eis melius visum fuerit”, “ad usum mercaturae”, da portare e vendere a Cirò, in vigore di una lettera di cambio ricevuta, pagabile “in fera Salerni” prossima futura “in stantis mensis 7bre”, obbligandosi nei confronti del detto Julio Cesare per la somma di ducati 500, da applicare in suo nome, sempre “in emendis tot pannis nobilibus variis in dictae ferae Salerni”, secondo un mandato di procura stipulato dal detto Julio Cesare in favore del detto Senso.

Quest’ultimo assieme ai suoi soci, relativamente “ad dicta mercatura pannorum in Apoteca”, che assommava complessivamente a 940 ducati, fatta salva la “capitania” che rimaneva a loro carico, s’impegnava settimanalmente, ogni sabato, nonché alla fine dell’anno trascorso dal giorno di inizio della vendita, a fornire al detto Julio Cesare, un “clarum et lucidum conputum de ven.ne ipsorum pannorum”, con il patto espresso che, dal giorno dell’inizio della vendita, avrebbe provveduto ad “assignare et notificare” al detto Julio Cesare, le “mensuras et Bullas dictorum omnium pannorum”, registrate dagli catapani di Cirò che assolvevano il compito di controllare pesi e misure, redigendo allo scopo un apposito “librum”.

Si pattuiva inoltre che, giunti al prossimo mese di settembre 1584, risarcito il capitale, “et lucrum proveniendum”, tolte le “expensis vecturae passuum fundacorum”, il rimanente si sarebbe dovuto dividere in due parti uguali, tra il detto Giulio Cesare e detto Senso e “sotios”. Stabilendo che i detti panni dovessero essere venduti a “veris exigibilis dictis seu personis”, e che se ne fossero rimasti invenduti in “forte” quantità, si sarebbero dovuti dividere equamente tra le due parti, computandoli però come lucro. Ogni danno, spesa e interesse, rimaneva a carico del detto Senso e dei suoi soci.

Lo stesso giorno il detto Julio Cesare stipulava presso lo stesso notaro un atto di procura “ad usum mercatorum”, in quanto essendo impossibilitato “se conferendi ad feram Salerni”, per recuperare e recepire i detti ducati 400, come risultava dalla lettera di cambio fatta dal m.co Petro Ioannes de Madaro della terra di Campana, l’otto settembre 1583 “in fera molerae”, nominava suo procuratore il nobile Senso de Turzo, affinché comparisse in Salerno “in cospectum mag.corum d(omi)norum Laurentii et Aurelii fiorette”, presentando la detta lettera di cambio che così recitava: “a tergo alli molto m.ci s.ri Laur.o er Aur.o fioretti in fera Salerni intus vero Jesus, adi 8 de 7br 1583 in fera de molerà du.ti quattro cento correnti piacerà alle s. v. pagare per questa p.a de cambio alli m.ci Julio Cesare malfitano et senzo de turzo insolidum nella fera de Salerno d. 400 cento correnti et ponire à mio conto à dio S.re del le S.V. petro joanne de madara.”

Con lo stesso mandato il detto Julio Cesare conferiva al suo procuratore di “emere ad creditum” dai detti Laurenzo e Aurelio, un “tot pannis nobilibus videlicet de bergamo, fiorenzoli, stamette, saye, intrappate et Rascie”, per la somma di ducati 500, scegliendoli a proprio arbitrio.[xxxix]

Petilia Policastro (KR), tessitrici all’opera nelle strade del paese (da pagina fb I Ricordi dei “Petilini Emigranti”).

 

Catanzaresi e policastresi

I legami mercantili riguardanti il commercio di panni tra il Crotonese e la città di Catanzaro, centro principale della Calabria in cui, attraverso l’opera “tam xpiani quam iudei”, si realizzava la manifattura e il commercio di tessuti pregiati fin dal Medioevo,[xl] sono evidenziati durante la prima metà del Seicento, attraverso alcuni atti che mettono in luce la presenza a Policastro di alcuni mercanti di panni catanzaresi che, in alcuni casi, pur mantenendo la loro cittadinanza, vi avevano messo su famiglia conducendovi i propri affari, come nel caso del “mercante” Vitaliano Larosa dei Larosa o De Rosa di Catanzaro.[xli] In questo periodo commerciavano panni a Policastro, anche il catanzarese Francesco Tuscano,[xlii] e Consalvo Steriti “Civitatis Catanzarii mercatantis”.[xliii]

Policastro, infatti, nel passato medievale, era stato un centro in cui gli ebrei praticavano la tintura di panni e stoffe,[xliv] e una certa attività nel commercio dei panni continuava ad essere praticata ancora nel Seicento, come documentano alcuni atti.

Il 20 gennaio 1635, in Policastro. Davanti al notaro Gio. Battista Guidacciaro, comparivano Martino Vecchio e il magister Renzo Caruso, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detto Renzo e Joannella Vecchio, figlia del detto Martino.

Quest’ultimo concedeva in dote alla sposa, la casa palaziata con “una potica” nello stesso loco, posta dentro la terra di Policastro, confine la casa di Alfonso Mazzuca e Gio: Thomaso Cepale vinella mediante. Il detto Martino prometteva anche al futuro sposo ducati 30 alla fiera di Molerà dell’anno seguente 1636, con i quali detto Renzo avrebbe dovuto comprare “tanti panni di lana per uno anno tantum, et negotii utili”, che avrebbe però detenuto detto Martino, che s’impegnava a corrispondere al futuro sposo il guadagno che fosse avanzato dal detto capitale.[xlv]

Probabilmente più importante doveva essere l’attività condotta in questo settore da Francesco Curto “publico mercante” di Policastro. Il primo ottobre 1649, “per andare in Napoli” e così sodisfare i propri creditori, quest’ultimo vendeva per il prezzo di ducati 3046 a Michele Curto, suo fratello,[xlvi] i “panni mobili di mercantia cum le sottoscritte merci”, esistenti dentro la sua “Pottega sita nelle Case di Pietro Curto”, dentro la terra di Policastro in parrocchia di San Nicola “della Piazza”, presso il confine con quella di San Nicola dei Greci,[xlvii] consegnandogli le chiavi della “poctega”, dove restavano tutte le “merci, mercantie, e mercimonie”, che risultavano:

“Le p(redi)tte octo pezze, e tre scapizzi de saia imperiala a carli Venti / la Canna per d.ti duecento 200 / Le p(redi)tte [sette] pezze de Peluzzo fini a carlini cinquanta la / canna sommano d.ti quattrocento cinquanta [450.] / Le tre pezze di scotti a car[lini] / diecenove la Canna d.ti sessant… / Le p(redi)tte Rascie de quindici pezze, e scapizzi octo a carlini trent’octo la canna d.ti seicento [600.] / Le p(redi)tte pezze quattordici di stametta sedici scapi[zzi a] / car.ni trent’octo la Canna d.ti Cento cinquanta [150.] / Le p(redi)tte pezze due de frisi a car.ni sedici la Canna d.ti … / Le sop(radi)tte Carice di sei pezze, e due scapizzi a ca[rlini] / venti la canna d.ti Cento venti [120.] / Le p(redi)tte nove pezze de subiachi, e quattro scapizzi [a carlini] / ventiquattro la canna d.ti cento sessanta cin[que 165.] / Le p(redi)tte sei pezze de Cusani, e tre scapizzi a car.ni sette [et]/ mezzo la canna d.ti Cento, e cinque [105.] / Li p(redi)tti due scapizzi de fioretti a car.ni dudici la canna / ducati Venti [020.] / Le p(redi)tte Cento Pale di ferro a grana quindici l’una d.ti / quindici [015.] / Le p(redi)tte Cinque pezze de fristiani a car.ni sette la canna / d.ti Venti cinque [025.] / La p(redi)tta Una pezza de scotto bianco a car.ni dieceocto la / canna d.ti Venti [020.] / [Li p(redi)tti Due] Cantara de lignelli, e Virzii a d.ti dudici, e mezzo / [al ca]ntaro d.ti venticinque 025. / Li p(redi)tti Cinque scapizzi di Veli a car.ni cinque la Canna / d.ti quindici 015. /L’Uno p(redi)tto scapizzo di Velo napolitano a carlini diece / la canna d.ti Venti 020. / Le p(redi)tte quattro pezze d’Uruletta a car.ni Venticinque / la Canna d.ti quaranta 040. / [Le p(redi)tte] quattro pezze d’olanda a car.ni quindici / [la c]anna d.ti ottanta 080. / [La p(redi)tta] pezza di Cambraia a carlini diece la canna / [d.ti diec]e 010. / [La p(redi)tta] …la piena di pizzi d.ti trenta 030. / [Le p(redi)tte no]ve dozzane de barrette fine ducati / [quaranta]quattro 044. / [Le p(redi)tte nove] dozzane de barrette grosse d.ti Venti 020. / [Le p(redi)tte Die]cesette dozzane de bariettini lupini, e / … d.ti trentaquattro 034. / [Li p(redi)tti Ve]ntiquattro de scapizzi de Velluti, cio è / [Vel]luti lavorati a car.ni trentasei la canna / … di seta a car.ni Venti la canna, li tabbì / [a car.ni] diceotto la canna, li rasi a car.ni trent’uno / [la c]ana sommano d.ti Cento Cinquanta 150. / [Le p(redi)tte] trenta grisine de Carta d.ti trenta 030. / [Le p(redi)tte diverse] merci, e sciortim.ti de Potega tutti per d.ti / [Cinquec]ento 500. / [Le p(redi)tte tre] dozzane de Cappelli d.ti diece octo 018.”[xlviii]

Le ragioni di questa vendita, evidentemente legate alla situazione di difficoltà del detto Francesco, traspaiono attraverso due atti successivi. Il 27 agosto 1652 Gio: Dom.co Maccarrone di Policastro, di fronte al notaro Francesco Cerantonio e alla presenza di Michele Curto asseriva che, tre anni prima, assieme al detto Michele, aveva comprato dal “mercante” Fran.co Curto, una “potega di panni nobili cum mercie” per la somma di ducati 3000, come appariva per atto del notaro Gio: Matteo Guidacciaro del 17 marzo 1650. Il detto Gio: Dom.co dichiarava però che in quell’atto, egli era stato solo un prestanome e che il denaro pagato apparteneva tutto al detto Michele, che risultava quindi il vero padrone del bene. All’attualità, il detto Gio: Dom.co cedeva al detto Michele tutte le dette robbe “e nomi de debituri”, in maniera tale da dargli la possibilità di esigere i detti debiti.[xlix]

Alcuni giorni dopo, il 15 settembre, Fran.co e Michele Curto comparivano ancora davanti al notaro Cerantonio, asserendo di aver avuto tra di loro “più, e diversi negotii, tanto di danari, quanto di panni”, nonchè di altra natura, relativamente ai quali, i due dichiaravano comunque di essere vicendevolmente “saldi”. A cautela del detto Michele, il detto Fran.co lo assolveva da tutto il pregresso, con la dichiarazione che “le partite che s’hanno d’esigere delli panni acredensati” da detto Michele, restavano in beneficio di quest’ultimo.[l]

 

Note

[i] Un riferimento relativo al commercio dei panni nel porto di Crotone durante il Medioevo, è documentato attraverso un atto del 18 marzo 1366, quando il papa Urbano V, da Avignone, pregava la regina Giovanna I di riconsegnare ai mercanti di Narbona i panni sequestrati e custoditi nella città di Crotone, dopo che una tempesta aveva fatto naufragare le loro galee. Russo F., Regesto I, 7787.

[ii] Lo svolgimento della fiera della Maddalena di Cosenza nel mese di luglio, risale già ai tempi della regina Giovanna II, come evidenzia il suo privilegio del primo novembre 1416: “… forum seu mercatum francum sive nundine, quod seu que annis singulis celebrari consueverunt et celebrantur de mense Iulii, quod seu que dicuntur forum seu nundine sancte Marie Magdalene …”. Cancro M., Privilegii et Capitoli della Citta de Cosenza et soi Casali, concessi dalli Serenissimi Re de questo Regno de Napoli confirmati et di nuovo concessi per la Maiesta Cesarea et la Serenissima Maiesta del Re Philippo Nuostro Signore, Napoli 1557, f. 11v.

[iii] Pesavento A., Il giorno della Maddalena a Crotone, www.archiviostoricocrotone.it

[iv] Fiore G., Della Calabria Illustrata, II, p. 457. Terzi F., Cosenza Medioevo e Rinascimento, 2014, p. 273 n. 4.

[v] 7 marzo 1537 X indizione, Cosenza. Il mag.co Alfonso Barracca, figlio nonché procuratore del mag.co domino Joannes Barracca di Cosenza, vende al R.do domino Joannes Ber.no de Tarsia della città di Cosenza, un viridario con due botteghe contigue e con certo terreno “seu maccla arborata arboribus siccomorum”, beni siti e posti nel “burgo” della città di Cosenza, loco detto “in Capo li revocati ubi fit forum magdalenae”, confinante con il “flumen basenti” e altri fini. ASCS, notaio Napoli di Macchia vol. 7-8, 1533-34, ff. 77-81v.

[vi] L’importanza della fiera di Cosenza nell’ambito di quelle del regno, durante il Medioevo, risulta già evidente nel gennaio 1234: “Sexte erunt Cusentie, et durabunt a festo beati Matthei usque ad festum beati Dyonisii.” Pertz G. H., Ryccardi de Sancto Germano Notarii Chronica, Hannoverae 1864, p. 123.

[vii] Miceli di Serradileo A., Mercanti e arrendatori forestieri nel Cinquecento a Cosenza attraverso le fonti notarili dell’Archivio di Stato, in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania anno LXVII (2000).

[viii] ACA, Cancillería, Reg. 2902, ff. 43r-v.

[ix] ASCS, notaio Napoli di Macchia vol. 16, 1543, ff. 192-193v.

[x] “Da Barnaba con Polissena Tarsia, figlia di Galeazzo reggente di vicaria nacque Mariano, che fu gran Croce della relione di Malta, e nel 1525 fu per ordine del vicerè D. Pietro Gonsaga investito della baronia di Casabona e casali di Maurelli devoluti al fisco per la fellonia di Scipione e Diomede Antinorio.” Rosis L., Cenno Storico della Città di Rossano e delle sue Nobili Famiglie, Napoli 1838, p. 307.

[xi] ASCS, notaio Napoli di Macchia vol. 7-8, 1533-34, ff. 130-130v.

[xii] ASCS, notaio Napoli di Macchia vol. 7-8, 1533-34, ff. 141-141v.

[xiii] ASCS, notaio Napoli di Macchia vol. 7-8, 1533-34, ff. 142-142v.

[xiv] ASCS, notaio Napoli di Macchia vol. 13, 1540, ff. 75-75v.

[xv] ASCS, notaio Napoli di Macchia vol. 16, 1543, ff. 194-194v.

[xvi] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 16.

[xvii] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 75v.

[xviii] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 71v.

[xix] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 275v-276v. Questi stabili sono menzionati anche in seguito. Per divenire famulo e oblato francescano, il 21 marzo 1582, Ant.o Marangolo cedeva alla cappella della “s:mae conceptionis Baeate mariae virg.nis”, posta nella chiesa di S.to Francesco de Assisi, la sua “Apotecam” loco “la valle”, confine l’“apotecam” del nobile Jo: Ant.o Richia, l’“Apotecam” di Hermolai de Melita, la via pubblica “seu vallonem”, la domus superiore di Vincentio d’Urzo e altri fini (ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 505). Il 15 febbraio 1587, l’onorabile Joannes Ber.no Polito acquistava dal mastro Antonio Marango, il “catogium cum puteo intus” posto sotto la domus del magister Vinc.o de Urso in “loco dicto la valle”, che confinava con la domus del nobile Hermolai de Melita, la domus del detto Joannes Ber.no, l’“apothecam” del nobile Joannes Ant.o Ricchia, il “vallonum que descendit de ingravilla” e altri fini (ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, f. 355). Il 23 giugno 1592, il messer Carlo Tacca habitator in Cirò, vendeva all’onorabile Cola Matteo Coluccia, una “apotheca” sita nella terra di Cirò loco detto “la piazza de s(an)to menna”, sotto la domus di Vinc.o de Urso, confine la domus del nobile Hermolai de Melita e altri fini (ASCZ, Notaio Durande G. D., Busta n. 36, f. 278).

[xx] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 199v-200.

[xxi] 6 novembre 1586. Nei mesi precedenti, il R.do D. Antonino Galeoto, generale economo del “vener.lis hosp(ita)lis nominati, s(an)tae Mariae de populo t(er)rae p.tae”, aveva investito nella vendita che messer Marco Ant.o Carusio, aveva fatta a donna Beatrice Mascanbrona, dell’“apotheca” posta “in t(er)ra p.ta loco dicto la piacza de s(an)ta m.a de plateis”, confine l’ “apotheca Cap(pel)lae Sanctissimi Corpori Xpi”, e i casaleni dotali del magnifico Fran.co Malfitano appartenuti al quondam magnifico Joannes And.a de Ber.do (ASCZ, Notaio Durande G. D., Busta n. 35, f. 337). Il 7 maggio 1599, Dianora de Castellis vedova del quondam not.o Philippo de Gratia, assieme ai suoi figli Joanne Hier.mo e Philippo de Gratia, vendevano a Quintio Piccolo, la domus terranea con camera contigua sita “prope templum s.tae mariae de plateis”, confine la “domum xenodochii”, l’“apotecam” di Fr.co Malfitano, la via convicinale e altri fini (ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 459v-460v).

[xxii] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 292v-293.

[xxiii] 24 settembre 1574, Cirò. Nardo Viola alias Caserta, della provincia Campania, asseriva che, nei giorni passati, Jacobo Caserta suo nipote, aveva acquistato dal R.do D. Sylvester Consentino, la domus palaziata sita in “loco dicto la placa”, confine la domus del R.do D. Thoma Fiscaldi, vinella mediante, la via pubblica da due lati ed altri fini. Al presente, la domus veniva retrocessa al detto reverendo. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 78-78v.

[xxiv] 4 agosto 1578. Virg.o de Cotrone vende a Jacobo Caserta, l’“Apotecam” sita in “loco s.to menne”, confine altra bottega di detto Virgilio, la via pubblica da due lati e altri fini, redditizia alla curia baronale. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 284.

[xxv] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 316v-317.

[xxvi] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 340.

[xxvii] ASCZ, Notaio Durande G. D., Busta n. 36, ff. 201-201v.

[xxviii] 14 settembre e 9 ottobre 1583, Cirò. Nei mesi passati, la mag.ca Antonina Sarcona di Crotone, moglie di Jo. M.a Casoppero, in occasione del matrimonio tra sua figlia Julia Casoppera e il mag.co Francesco de Paris, aveva promesso in dote ducati 17 da conseguire e da esigere nella città di Crotone dal mag.co ed egregio notaio Luca Montefusco della stessa città, relativamente al residuo della vendita di alcune case della predetta Antonina, site “intus d(ic)tam Civ.tem in loco la giudeca in parocchia s(anc)ti nic.i de Cropis iuxta domum m(agist)ri Cesaris de gallipoli iuxta domos her.m q.o m.ci Jo(ann)is And.ae berricellis et alios fines”. ASCZ, notaio G. D. Durante, busta 35, ff. 152v-153 e 154-159v.

[xxix] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 221-221v.

[xxx] Il 14 marzo 1574, il magnifico Fabio Barbuscia della terra “scalarum”, cedeva a Gaudiano de Avella della stessa terra, una domus palaziata sita “intus dictam t(er)ram in loco dicto la Judeca iuxta domum ipsius gaudiani vias pp.cas ex utroque latere et alios fines”. ASCZ, notaio Baldo Consulo, busta 8, ff. 46v-47.

[xxxi] 20 settembre 1581. Il nobile Francisco de Paris, “crotoniata”, vendeva al magnifico Fabio Barbuscia “de rure corni”, l’“apoteca” sita in “platea s.ti mennae”, confine l’“apoteca” di Carluccio Petrapaula, la via pubblica da due lati e altri fini (ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 466v-467).

10 settembre 1589. Gli onorabili Petro, Joannes Battista e Joannes Barbuscia, fratelli, vendevano all’onorabile Joannes Paulo e clerico Marco Antonio Lerose, una “apoteca” posta dentro la terra di Cirò, loco detto “la piacza de s.to menna”, confine la domus del nobile Ant.nio Mascambrono, l’“apoteca” di Joannes Nicolao Caiacza appartenuta a Carluccio Petrapaula, e altri fini, redditizia alla curia marchionale (ASCZ, Notaio Durande G. D., Busta n. 36, ff. 47-47v).

[xxxii] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 132-134.

[xxxiii] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 153-153v.

[xxxiv] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, f. 156v.

[xxxv] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 164v-165.

[xxxvi] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 221-221v.

[xxxvii] “infra mensem Septembris sub titulo beati Matthei Apostoli patrocinio, octo diebus ante per totum diem festum ipsius Apostoli” Galdi A., In orbem diffusior, famosior …, Salerno in età angioina (secc. XIII-XV), 2018, p. 94.

[xxxviii] 20 settembre 1478. “Nella Fiera di Salerno, davanti al notaro Mario Marincola e Giovan Andrea de Blasco di Taverna, dichiarano di essere in debito con due mercanti napoletani di cui uno è Angelo Cuomo, facoltoso uomo d’affari partenopeo. La somma dovuta corrispondeva al costo di una serie di panni di lana di fabbricazione inglese, ed i due tavernesi s’impegnavano a saldare il debito attraverso la consegna di un’adeguata quantità di seta calabrese in matasse. A testimoni si trovano 5 uomini d’affari, tra i quali almeno quattro (Strozzi, Pandolfini, Bardi, Billi) sono esponenti di punta di un gruppo di mercanti e finanzieri fiorentini tradizionalmente operanti nel Regno di Napoli.” Tognetti S., Facciamo un baratto, in Medioevo n. 9, settembre 2004.

[xxxix] ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 59v-61v.

[xl] Capitoli concessi alla “Universitatis et hominum Civitatis Catançarii” dati “in Castris n(ost)ris felicibus prope Civitatem n(ost)ram Catanzarii” il 24 febbraio 1445: “Item considerato magisterio vellutorum unde dicta Civitas nobilitatem consequitur et augetur supplicat dicta universitas quod dignetur ipsa Ma.tas afrancare d(ic)tam artem ognibuscumque iuribus Civie et sp(eci)aliter la tinturia torcitura et exitura Placet Regie Ma.ti.” “Item petit dicta universitatis ac supplicat quod dignetur dicta Ma.tas concedere dicte universitati gr(aci)ose quod possint facere forum seu mercatum bis in septimana intus dictam Civitatem scilicet die Dominico et die Lunis Et quod in illo sint franchi Cives et exteri a solucione Dohane et alterius cuiscumque Cabelle veteris seu nove Placet Regie Ma.ti.” ACA, Cancillería, Reg. 2911, f. 7r.

Capitoli concessi all’universita e agli uomini della città di Catanzaro dati “in Castro novo Civitate n(ost)re Neapolis” il 15 luglio 1445: “In primis supplicant atque petunt dicti Sindici sindicario nomine ut supra quod actento quod dicta Civitas quandam nobilitatem consequitur inter alia loca Calabrie propter artem Vellutorum ubi sollicite et bene exercitur et tam xpiani quam iudei ex illa industria ut plurimum vivunt fuitque pro temporibus retrohactis prohibitum omnibus Civibus et exteris ipsam artem exercentibus et aliis ne aliquod instrumentum sicuti telaria ferra petinis toratoria et alia opera manifesta spectancia et pertinencia ad ipsam artem Vellutorum extraherent sub certa et formidabili pena de Civitate praedicta quod usque ad presentem diem extitit observatum et sicuti denovo sentiunt non nulli exteri dictam observacionem nituntur infrangere petitur pro ipsius universitatis et homini parte quod dignetur V. M. pro honore et bono statu Civitate ipsius cum ut praedictum est hominum Civitatis ipsius exindustria vellutorum quodamodo vivunt et non alio rustico modo mandare omnibus et singulis officialibus ducatus Calabrie Maioribus et minoribus quacumque iurisdictione et officio fungentibus sub certa formidabili pena atque stabilita peccimiaria ut d(ic)tam Civitatem et homines illius conservent quod tum ad observanciam artis supradicte pro ut hactum extitit consuetum Nec innovent aut innovari aliquid incontrarium quoq.o modo promittent quinprymo sinant ipsam universitatem et homines ipsius circa artem praedictam eorum libertatem arbitrium exercere ad ipsam augmentandam et medis omnibus nobilitandam placet Regie Maiestati.” ACA, Cancillería, Reg. 2908, f. 67r.

[xli] 30 gennaio 1615, Policastro. Tra i crediti soddisfatti appartenuti al quondam Joannes Dom.co Zagaria, morto nel mese di settembre 1613, figuravano ducati 40 pagatigli da Gio: Dom.co Rizza “per tanti panni pigliati” dal “mercante” Vitaliano Larosa (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 290, ff. 5v-9) di Catanzaro, abitante in Policastro (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 288, ff. 110-110v).

[xlii] 20 settembre 1630, Policastro. Una parte del prezzo di acquisto di una casa terranea posta nella terra di Policastro che, nei mesi passati, Horatio Rocciolillo aveva comprato dal Cl.o Honofrio Salerno, agente con il consenso di suo padre Sansone, lo paga Fran.co Tuscano della città di Catanzaro, “per tanti panni” presi a credito dal detto Horatio. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 297, ff. 164-165.

[xliii] 21 ottobre 1630, Policastro. In occasione della vendita di una vigna, fatta per il prezzo di ducati 12 da Marco Ant.o Poerio al Cl.o Luca Ant.o Fanele, ducati 7 erano pagati da Consalvo Steriti “Civitatis Catanzarii mercatantis” in tot “panno nobile”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 297, ff. 180v-182.

[xliv] “Et passato lo d(ic)to t(em)po no siano tenuti de pagare si no tari sey per mortofa como era per lo tempo Antiquo Et cossi Ancora che nullo conmissario che venesse da parte de la v(ost)ra maiesta no li possa constringere ad nullo Alt.o pagamento. Placet Regie ma.ti t.actare d(ic)tos judeos ut aliorum terrarum demanialium.” ACA, Cancillería, Reg. 2904, ff. 185v.

[xlv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 302, ff. 9-10v.

[xlvi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 301, ff. 25-27.

[xlvii] 15 febbraio 1646. Marco Antonio Mannarino vende al Rev. presbitero Jo: Paulo Mannarino i seguenti beni: la “Continentiam Domorum” posta dentro la terra di Policastro, nel convicino della chiesa parrocchiale di S. Nicola “Grecorum”, confine la domus di Stephano Capotia “muro coniuncto à parte superiore”, la via pubblica da due lati ed altri fini; due “Casalena” posti dentro la terra di Policastro, nel convicino della stessa chiesa parrocchiale, uno confinante con la “Potecam” di Francisco Curto “à parte inferiori”, e “à parte superiori” con detta “continentiam Domorum”, l’altro confinante con la domus di Mattheo Cancelli  “muro coniuncto”, la via pubblica convicinale e altri fini. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 805, ff. 20-22.

[xlviii] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, ff. 71-73v.

[xlix] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 877, ff. 52v-53.

[l] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 877, ff. 57-57v.

 

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