Il culto dell’Icone Greca ad Isola nel Settecento

Madonna Greca

Un momento della processione della Madonna Greca ad Isola Capo Rizzuto (Archivio ARSAC).

Scorrendo il “Nuovo Libro de’ conti della Ven.e Cappella di S. ta Maria della Greca n.ra Protettrice di questa città d’Isola” possiamo farci un’idea del culto dell’Icone Greca nella seconda metà del Settecento.
Il “Libro” riporta, a volte in modo succinto, i conti annuali dei procuratori, distinti in Introito ed Esito, della cappella dell’Icone Greca dal 4 luglio 1750 al primo giugno 1784. I procuratori, eletti dal vescovo di Isola, o dal suo vicario generale, amministravano unitamente la cappella per un anno, di solito dal primo di marzo per tutto il febbraio dell’anno successivo, alla fine essi dovevano presentare il rendiconto che era esaminato da due razionali scelti dal vescovo. Lo stesso vescovo, preso atto della dichiarazione dei razionali, poteva riconfermare nella carica il procuratore per l’anno successivo.

I procuratori
In tale periodo si susseguirono nella amministrazione i reverendi Francesco di Bona, Orazio Talarico, Filippo Poerio, Niccolò Giannini, Domenico Bisciglia, Giuseppe Corabi e Francesco Castelliti, tutti appartenenti al clero isolitano. Per lo svolgimento dell’incarico ogni procuratore aveva diritto ad una provvigione annua di ducati due, che a volte rilasciava in favore della cappella, anche perché poteva rifarsi abbondantemente sull’utile che veniva dalla questua del grano, del mosto e delle mandrie e dagli oggetti votivi, che venivano rendicontati solo in parte, come evidenziano i frequenti richiami vescovili.
Si può dividere lo spazio temporale preso in esame in due parti nettamente distinte. La prima è compresa tra il 1750 ed il 1771, cioè tra l’amministrazione di Francesco di Bona e quella di Domenico Bisceglie. Durante tale periodo le entrate, e quindi anche le spese, risultano stabili e stagnanti intorno ai 90 ducati annui. Nella seconda, che dal 1772 si prolunga al 1784, e comprende le amministrazioni dei canonici Giuseppe Corabi e Francesco Castelliti, si nota che le entrate, e le spese, subiscono un vorticoso aumento, balzando dapprima sopra i duecento ducati e poi incrementando fino a quasi raggiungere i trecento.
Segno evidente da una parte di una più attenta cura e vigilanza da parte del vescovo sull’operato dei procuratori, dall’altra dell’incrementarsi, ma anche secolarizzarsi, del “culto”, che divenne elemento di identità per i cittadini di Isola.
Le entrate della cappella provenivano dall’affitto di alcune case, dalle offerte raccolte nel giorno della festa, il 5 agosto di ogni anno, dalle offerte raccolte ogni sabato in città, dall’elemosina dell’università, dalla questua del grano, delle mandrie e del mosto, dalla vendita di oggetti votivi e dalle offerte di singoli devoti. A queste si aggiungevano a volte le elemosine dei patroni e dei marinai delle navi, che approdavano o naufragavano a Capo Rizzuto, quelle dei lavoratori addetti ai lavori per il restauro della chiesa della marina, che a volte offrivano giornate di lavoro, materiali ecc.
Le uscite andavano per le riparazioni alle case date in fitto, per le spese della festa ( polvere, torce, zolfo, salnitro, carte, tavole, incenso, mangiare e pagamento dei musici, “mastaccioli” e regali ai chierici e ai sacerdoti ecc.), per cera, per olio per alimentare le lampade, per il pagamento delle numerose messe, che si celebravano nella chiesa della marina, per i lavori di restauro alla chiesa della marina, per i censi dovuti alla mensa vescovile e alla camera principale ecc.

Il sacerdote Orazio Talarico
Il 3 luglio 1751 il vescovo di Isola Giuseppe Lancellotti nominava procuratore il sacerdote Orazio Talarico. Il Talarico subentrava a Francesco di Bona ed amministrerà la cappella fino alla fine di marzo del 1762.
Le rendite erano costituite da quattro case date in locazione, che nel 1753 aumenteranno per il lascito di un magazzino, dalle offerte, tra le quali una dell’università di Isola, dalla questua e da poche offerte votive (oggetti d’oro e bestiame). I proventi maggiori provenivano dalla vendita del grano raccolto per l’aie dai cercatori che concorreva per più della metà della rendita. Durante l’amministrazione del Talarico la festa aumentò di importanza, ma divenne anche costosa. Poiché sottraeva molto denaro a scapito del culto, nel marzo 1754 il vescovo intimava al procuratore di spendere nel giorno della festa solo l’importo di libre 10 di cera e di rotola 10 di polvere per lo sparo. Nonostante queste limitazioni la festa non diminuì di importanza; nel 1756 per non farla decadere, l’università di Isola aumentò il suo contributo per la festa dell’Icone Greca, protettrice della città, da ducati 4 a 10, ai quali si aggiunse il denaro sborsato “di tasca propria” dal procuratore, il quale, nonostante il richiamo vescovile, continuò ad impiegare anche gran parte del denaro della cappella. Per tale motivo il 25 agosto 1758 il Talarico veniva nuovamente richiamato per le eccessive spese e gli era imposto di non spendere più di ducati 10,cioè l’offerta concessa dall’università a tale scopo, altrimenti il di più non sarebbe stato riconosciuto ed avrebbe dovuto risponderne personalmente; “sendo tale la mente di Monsignor Ill.mo, volendo soltanto l’avanzo della cappella, e l’onore di essa, non già la pompa mondana e momentanea”. A tale ordine il Talarico si atterrà nei quattro anni successivi, fino alla fine della sua procura. Sempre in quello stesso anno, 1758, cominciarono grandi lavori alla chiesa della marina e si costruì l’altare in marmo della Madonna Greca. Si comprarono i marmi, che furono trasportati con barca da Crotone, dove erano giunti da Napoli, sulla spiaggia di Capo Rizzuto e da qui furono trasportati alla chiesa con carri trascinati da cavalli. Un “marmoraro” napoletano lavorerà a lungo a costruire il nuovo altare, coadiuvato dal mastro Luca Cortese; quest’ultimo si dedicherà anche al restauro della chiesa della marina. Sempre alla chiesa della marina per alcuni giorni lavoreranno anche i mastri Giuseppe Ventura, Giovanni Imperiale, Leonardo Monteleone e Arcangelo con sette manipoli. Essi riparano il tetto della chiesa e delle celle, mettendo ceramidi, tavole, tijlli ecc.
Per l’altare della Madonna Greca contribuirono per quattro anni, dal 1759 al 1762, sia l’università di Isola, e per essa i sindaci (Antonio Bilotta, Leone Telesi, Sempiterno, Agazio Catrambone), sia la camera principale, e per essa gli agenti (Leone, Poerio, Telese). L’una concorse con ducati 80 annui, l’altra con ducati 8. A questi si unirono le offerte dei i cittadini, per il valore di ducati 15, del vescovo, che versò ducati 8, e dei procuratori delle altre chiese, che diedero ducati 30.
Poiché la somma da dare al mastro marmoraro era ingente e non sempre i sindaci versarono puntualmente il denaro, i pagamenti continuarono anche negli anni seguenti.

Madonna Greca due

La processione della Madonna Greca per le vie di Isola Capo Rizzuto (Archivio ARSAC).

 

Il decano Filippo Poerio
Nonostante tutte queste spese l’aspetto della chiesa della marina non era dei migliori. Il vescovo Giuseppe Lancellotti, quasi sempre assente da Isola e residente a Napoli, all’inizio del 1762 visitò sia la cappella in cattedrale che la chiesa della marina. Esse erano soggette completamente alla sua cura ed a lui spettava di scegliere a suo piacimento il procuratore, il quale doveva annualmente rendergli conto della amministrazione. Visitò dapprima la cappella di S. Maria La Greca situata in cattedrale. Essa era edificata a cupola e decretò di provvedere l’altare di sufficienti suppellettili e di un nuovo drappo. Trovò inoltre che in essa era eretto un beneficio di iuspatronato della famiglia de Onofrio sotto l’invocazione di Santa Maria ad Nives, di cui era rettore il reverendo Antonio Spedalieri, che aveva l’obbligo di soddisfare due messe alla settimana. Visitò quindi la chiesa della marina intitolata a Santa Maria ad Nives, volgarmente detta La Greca, che risultava trascurata. Il vescovo ordinò di coprire con una tela cerata la pietra sacra dell’altare e di fermarla con delle viti e di provvedere per un nuovo cuscino più decente. Comandò poi di riparare la volta della cappella dell’altare maggiore, di far scrostare le pareti ed imbiancare tutta la chiesa, rifacendo parte del soffitto, sostituendo parte delle tavole. Egli interdisse gli altari di S. Nicola e delle Anime del Purgatorio sino a quando non fossero ritornati decenti e vietò in essi la celebrazione di messe, se non fossero stati debitamente ornati. Visitò anche le sacre suppellettili di cui era corredata e diede ordine di far fare un velo rosso, di fornirla un nuovo messale dei santi con messe più recenti e di rifare un manipolo di seta di color rosso.
Pochi giorni dopo la visita, il 27 marzo 1762, nominava per nuovo procuratore della chiesa il decano Filippo Poerio che ricoprì la carica fino al 6 febbraio 1763. Durante questo breve periodo l’altare della chiesa della marina fu accomodato. Due carri portarono i cantoni alla marina per sistemare i gradini. Dall’altra il mastro Domenico Cortese imbiancò tutta la chiesa, per la quale il procuratore comprò un velo del calice d’ogni colore. Da ultimo il decano per tacitare le continue lagnanze del marmoraro inviò al vescovo, che si trovava a Napoli, quasi 50 ducati come acconto per il pagamento che quest’ultimo doveva ancora avere per aver fatto l’altare della Vergine Greca.

Il sacerdote Niccolò Giannini
Il 10 febbraio 1763 iniziava l’amministrazione di Niccolò Giannini. Egli fornì la chiesa di un nuovo libro per la messa, come era stato ordinato dal vescovo, e rese più sicura la chiesa, facendo rifare la porta. Questo accorgimento non fu tuttavia sufficiente a proteggerla dai ladri, i quali vi penetrarono, commettendo dei danni. Si dovette perciò spendere altro denaro per un mastro muratore ed un mastro d’ascia, i quali ripararono la porta, che era stata scassata, e rifecero la copertura alla cella, che i ladri avevano scoperchiato, rompendo numerosi ceramidi. Sempre durante la sua amministrazione sono segnalati il lascito di una casa, l’invio di denaro al vescovo, che si trovava a Napoli, per pagare i marmi della cappella ed una processione alla marina. Quest’ultima sul far del giorno partiva dalla cattedrale per la chiesa della marina a Capo Rizzuto e ritornava nelle ore vespertine.

Il canonico Domenico Bisciglia
Il 27 febbraio 1766, sede vacante per la morte avvenuta il 18 gennaio del vescovo Giuseppe Lancellotti, era nominato dal vicario generale un nuovo procuratore, il canonico Domenico Bisciglia. Il 17 luglio 1766 veniva consacrato vescovo di Isola il patrizio di Rossano Michelangelo Monticelli. L’arrivo del nuovo presule ben presto dette i suoi frutti. Le rendite della chiesa, che il Bisceglia aveva conteggiato nel 1766 per poco più di 60 ducati, passarono l’anno dopo a quasi 160. Su sollecitazione del vescovo si raccolsero i crediti, fu acconciato il ponticello e si fece pitturare l’immagine di S. Nicolò. Il procuratore fu ben presto richiamato a limitare le spese per la festa, che nel frattempo si erano dilatate, comprendendo anche regalie e mondanità. Egli fu invitato ad astenersi “nel giorno della festa portare spese per neve, carne ed altro, che fa’ mal sono a chi lo sente”.
Lo stesso vescovo nel riconfermarlo per un altro anno, il 7 aprile 1767 gli ordinava di non vendere il grano dato in elemosina senza licenza della sua curia, di non far regali agli ecclesiastici, che partecipavano alla festa, in quanto era un loro obbligo, di tralasciare “il sono del tamburro”, perché dispendioso, di consumare solo 12 militra di olio per le lampade ed infine di non effettuare spese straordinarie per importi maggiori di carlini 10 senza il suo permesso.
Di rimando il 5 luglio 1769 il procuratore allestì una festa solenne in onore e gloria della Vergine Greca. Per l’occasione fece comprare a Crotone dal canonico Murgante 30 libre di cera ed altre 9 le chiese in prestito al primicerio Lioi. Acquistò un artificio, numerose folgori ed i giochi di foco e con 32 rotola di polvere, comprata parte in Mesoraca e parte dai reali sciabecchi, fece confezionare i maschi, i mortaretti e la “rotella di fogo” alla Vergine Greca. Fu allestita la piramide di carta per propiziare l’abbondanza e la fertilità, utilizzando tavole, chiodi, carte con cornucopie, sagola, tijlli ecc. Sostenne personalmente le spese per le cibarie (neve, carne, vino ecc.), che offrì gratuitamente ai musici, agli ecclesiastici ed ad altri, e quelle per l’incenso e lo storace. Pagò il trasporto alla marina di panni, scale, cibarie, tavole, maschi ecc. Due tamburri ed il pifaro, allietarono la festa. Fece infine il regalo ai seminaristi. Con le numerose offerte il procuratore comperò un campanello per la cappella della cattedrale ed inviò a Napoli altri 40 ducati per pagare il marmoraro, che da dieci anni aspettava il saldo.
Il primo maggio 1770, nel confermare per un altro anno il procuratore, il vescovo Monticelli prendeva atto del grande successo e concorso popolare della festa e, ritornando sulle sue decisioni, abbonava al procuratore le spese eccedenti “ a riflesso che il Popolo desidera vederla celebrata con splendidezza”. Lo esortava però a concorrere alle spese “per sua devozione” e gli ordinava che nelle feste successive si accordasse col suo provicario generale e prendesse da questi il permesso per la vendita del grano e dei voti dati per elemosina alla Vergine. La preoccupazione riguardava soprattutto la speculazione, che i procuratori facevano sul grano, che proveniva dalla questua dell’aie e dalle offerte dei massari. I procuratori di solito davano a credito il cereale ai coloni alla voce di maggio, quando cioè esso raggiungeva il prezzo più elevato. A loro volta i debitori erano costretti a pagare l’importo al raccolto, quando cioè vendevano il loro grano al prezzo più basso. Ciò comportava che, per saldare, spesso dovevano vendere, o consegnare, grano in quantità di molto più elevata rispetto a quella avuta.
Negli anni seguenti la festa della Madonna Greca continuò ad essere celebrata con particolare solennità e splendore con accompagnamento di fuochi e di musica, assorbendo gran parte del denaro, che proveniva dalle offerte, anche se una piccola parte di esso fu utilizzato per fare alcuni lavori urgenti al tetto ed alla porticella della chiesa della marina.

Il canonico Giuseppe Corabi
Il 3 maggio 1772 il vescovo Monticelli eleggeva per nuovo procuratore il canonico Giuseppe Corabi, ordinandogli di riscuotere il denaro del grano, che risultava dato a credito, e di curare la pulizia dell’altare della Vergine. Durante l’amministrazione del Corabi le spese per la festa lievitarono sempre più e così anche le offerte. Con l’aumento delle spese si fecero più frequenti i richiami alla moderazione. Il 23 marzo 1773 i due razionali, incaricati dal vescovo a vagliare i conti, il tesoriere Francesco Gulli ed il primicerio Tommaso Lioi invitarono il procuratore ad essere più cauto nello spendere per la festa ventura “ e non sia tanto prodigo a spendere, e buttare il denaro al vento a danno di detta cappella”. Anche il vescovo intervenne il 4 maggio successivo e nel confermare per un altro anno il Corabi gli ordinava di “resecare le spese inutili, e supperflue”. Parole che caddero nel vuoto, in quanto l’anno seguente si svolse la processione alla marina con gran consumo di cera e di torce e la festa fu tra le più spettacolari. Il culto era fortemente sentito dalla popolazione ed aumentavano le offerte votive. Lo stesso vescovo regalò alla cappella un doppiero di legno dorato, fatto venire appositamente da Napoli. Cominciarono anche i grandi lavori alla chiesa della marina. Giacinto Apa, il figlio del Vecchio, Domenico Caterina, Antonio Catanzaro e Domenico Gulli lavorarono complessivamente 23 giorni per spianare dietro la chiesa ed a costruire. L’anno dopo i lavori alla marina proseguivano con la costruzione di una camerella, di una camera e del pozzo. Prestarono la loro opera i mastri Onofrio e Domenico Venturo e Domenico Cortese, aiutati da 18 manipoli, mentre altri devoti lavorarono gratis giorno e notte nella calcara. L’altare viene ornato con due cuscini di raso e con otto lampade d’argento; quest’ultime fatte fare dal vescovo e pagate dal procuratore, al quale il vescovo imprestò parte del denaro. Sul finire della sua procura il Corabi, con sei pise di lino avuti dalla questua, fa filare e tessere 18 canne e mezza di tela, che poi fa stampare per ornamento della festa e fa dare la vernice dietro il quadro della Madonna.

Madonna Greca tre

Un momento della processione della Madonna Greca ad Isola Capo Rizzuto (Archivio ARSAC).

 

Il canonico Francesco Castelliti
Il 21 maggio 1776, essendo morto il Corabi, il vescovo Monticelli nominava il nuovo procuratore, il canonico Francesco Castelliti. Il nuovo amministratore proseguì nella costruzione della sacrestia alla marina e fu subito richiamato dal vescovo a vendere il vino raccolto dalla questua ed a non spendere più di ducati 40 per la festa. Parole inutili perché l’anno successivo, il 26 aprile 1778, il presule ritornava ordinandogli di diminuire il denaro impiegato per la festa e di impiegare la somma di cui risultava debitore in utile della cappella, cioè di portare a terminare la costruzione della sacrestia nella marina e di comprare oggetti di culto in argento: “Non impiegandola che subbito ne facci deposito nella cassa di tre chiavi, che il prodotto della questua del musto e del grano non si venda senza la nostra intelligenza e del nostro provicario generale e che moderi in avvenire la spesa de fuochi artificiali sino a ducati 10 meno dell’anno passato”. Negli anni seguenti proseguì la costruzione della sacrestia. Nel 1778 i mastri e 16 manipoli lavorano per 10 giornate per portare a termine l’edificio e si comperano 100 tavole d’abete per fare il soffitto, la porta interna, uno stipo ed altri lavori alla chiesa. Altri oggetti vengono comprati alla fiera di Sant’Anna per usarli per far porte, finestre e gli sportellini delle finestre. L’anno dopo, 1779, la festa si svolge a maggio. Procedono i lavori: si intonaca e si costruisce il soffitto della camera sottostante. Nel 1781 si fa dipingere un ritratto della Madonna Greca e si cambia la vecchia lampada d’argento con una nuova e più grande. Nonostante i continui richiami del vescovo a moderare le spese per i fuochi artificiali, da poco più di 10 ducati della metà del secolo essi sono saliti ad oltre 100 ducati. Per avere un’idea della festa durante la procura del Castelliti basta considerare che per la festa nel 1782 furono spesi solo per l’acquisto dei fuochi artificiali più di 100 ducati e precisamente si comprò 120 rotola di polvere, che unita alla polvere utilizzata per la caccia, che serviva per fare le ruote ed altri giochi, si spesero ducati 48 ed inoltre per l’artificio e altri giochi di fuoco altri ducati 53. A questo denaro c’era da aggiungere i vari regali agli ecclesiastici, ai seminaristi, per le cibarie ecc. ed il regalo di dolci ed acquavite a coloro che costruirono le botteghe per i mercanti. Ormai la festa dell’Icone greca è divenuta importante e le offerte dei devoti sono diventate numerose sia in preziosi che in bestiame, tanto che il vescovo ordina di fare una nota a parte degli animali votati. L’anno seguente, dopo il grande terremoto, nel maggio 1783 è segnalata la discesa della Madonna alla marina ed alcune spese per riparare il tetto della chiesa della marina, che era quasi scoperchiato. La festa che si svolgeva il 5 agosto era stata ormai definitivamente spostata a maggio, anche nel 1784 la festa viene celebrata a maggio, mese in cui termina l’amministrazione del Castelliti. Per riparare gli ingenti danni causati dal terremoto, la cappella dell’Icone Greca come anche gli altri luoghi pii di Isola, in quell’anno venne soppressa e l’amministrazione dei suoi beni passò alla Cassa Sacra. All’atto della soppressione la cappella possedeva un magazzino in località Crete Rosse, otto case terranee, situate a Crete Rosse e Chianche ed esigeva un piccolo censo enfiteutico su una casetta. Il tutto dava un’entrata di circa 20 ducati. Doveva però pagare due piccoli censi, uno alla mensa vescovile e l’altro alla Camera principale.

Vita economica
Dall’introito e dall’esito che formano i conti si può seguire le vicende economiche della cappella dell’Icone Greca nella seconda metà del Settecento. Durante il periodo considerato (1750 –1783) la cappella raddoppiò i suoi beni stabili e le loro entrate; i primi da 4 a 9, le seconde da circa 12 ducati a più di 22 . Alle quattro case che dava in fitto nel 1750 si aggiunse nel 1753 un magazzino. Tra il 1765 ed il 1766, durante l’ultimo anno di procura di Niccolò Giannini, fu donata una casetta per lascito di un benefattore e furono iniziati dei lavori alle case. Una fu divisa a metà e di due se ne fecero quattro. Completò l’intervento edilizio il procuratore Domenico Bisciglia, lasciando al suo successore Giuseppe Corabi otto case ed un magazzino, metà di quest’ultimo dal 1777 verrà utilizzato dallo stesso procuratore per riporvi legnami, ceramidi, travi ed altro per utilità della cappella. Le case ed il magazzino costituivano le uniche proprietà della cappella e per circa un ventennio (1751- 1771) concorsero per un quinto alle sue entrate, anche se gran parte della loro rendita veniva spesa per i continui restauri e riparazioni. Nell’ultimo decennio (1772-1783) le rendite dei beni stabili della cappella rappresentavano ormai meno di un decimo delle entrate.

Le questue
Tra le entrate spiccano le questue delle aie, delle mandrie e del mosto.
Un posto particolare merita la questua delle aie, dalla quale provenivano il grano e le fave. Essa era fatta da cercatori a cavallo, che offrivano tabacco ai massari ed ai coloni. Il grano di solito era venduto a Crotone o dato a credito a cittadini di Isola al prezzo corrente o a quello della voce di maggio. Esso rappresentò circa un terzo delle entrate della cappella e durante gli ultimi anni più della metà. La questione del grano fu oggetto di numerosi richiami dei vescovi, in quanto la gestione del cereale si prestava alla speculazione. Le fave di solito erano in modesta quantità e venivano vendute in luogo. Solamente nel 1776 ne furono trasportate e smerciate a Squillace 10 tomola . La questua delle mandrie e dei vaccarizzi, secondo i procuratori, dava forme di cascio, casicavalli e raschi per il valore di pochi ducati. Essa compare solo in sei conti annuali, segno evidente che di solito i latticini erano consumati dagli stessi procuratori e dai cercatori. Lo stesso vale per la questua del mosto, che compare solo nei conti di Francesco Castelliti. Da essi ricava che il procuratore imbottigliava il mosto e che, divenuto vino, vendeva, ricavando in media ogni anno circa 13 ducati, che rappresentavano il 5% delle entrate. Un’altra questua, anche se raramente è riportata, fu quella del lino, che era offerto dai mangani. Il tessuto fu utilizzato dai procuratori per fare tele colorate, per abbellire la chiesa durante la festa.

Le elemosine
Le elemosine provenivano dalla festa, dai sabati, dall’università, dall’agente principale, dai marinai e da altri.
Le elemosine in denaro che si raccoglievano nel giorno della festa, il 5 agosto di ogni anno, raddoppiarono col trascorrere degli anni da circa ducati 2 a 4. Esse però concorrevano in modo minimo a formare le rendite della cappella, rappresentando poco più del 2 per cento. Ogni sabato si raccoglievano le elemosine per la città. Nelle annate particolarmente aride, specie tra il 1758 ed 1765, l’offerte furono nulle o di pochi ducati. Nelle altre annate comprese tra il 1751 ed 1771 esse diedero circa 6 ducati all’anno, mentre nell’ultimo decennio (1772 –1783) il gettito salì sopra i 20 ducati annui; segno di maggior culto verso la Patrona e di procuratori più onesti. Comunque esse concorsero a formare la rendita per 7 per cento nei primi anni e per il 9 per cento negli ultimi. L’università di Isola, tramite i suoi sindaci, diede un annuale caritativo per la festa dapprima di ducati 4 e dal 1756 in poi di ducati 10, che se all’inizio rappresentarono circa il 5% delle entrate, alla fine si erano ridotte al 3%. Anche gli agenti della camera principale di Isola a volte concorsero. L’agente Giuseppe Maria Villani più volte fece offerte in denaro, in grano ed in olio. Donò per voto una corona d’argento, un prezioso anello, cera ed in alcune annate non riscosse il censo di carlini 3, che la cappella gli doveva. Spesso si trovano annotate le elemosine date dai marinai e dai patroni dei bastimenti. Sono piccole somme date dagli equipaggi di barche che a causa delle tempeste trovavano rifugio nelle baie presso la chiesa o avevano fatto naufragio sugli scogli di Capo Rizzuto. Così nel conto del 1769 il procuratore Bisciglia annota di aver ricevuto ducati 4 e carlini 4 dai marinai; somma che ha utilizzato per confezionare “uno camiscio nuovo, cingolo e corporale ed ha terminato il pizzillo. Il Corabi mette in conto le elemosine date dai marinai maltesi e dai patroni, uno di Sorrento e l’altro di Procida, che hanno fatto naufragio. Altre offerte in denaro furono versate dai mastri che nel 1757 lavoravano alla torre di Capo Rizzuto, dal vescovo Monticelli, che nel 1774 diede 15 ducati in elemosina, da cittadini ed ecclesiastici.

Le offerte votive
Le offerte votive erano costituite principalmente da grano, bestiame, cera, olio e preziosi, ma non mancarono altri beni, come una scopetta, un abitino, una caldara, una tovaglia di faccia, sei palmi di cordellone, una tovaglia di orletta per l’altare ecc.. Esse risultano quasi assenti nel primo ventennio, per poi aumentare sempre più nell’ultimo decennio. Al grano della questua dell’aia si aggiungeva quello dato per voto dai massari durante l’anno. Esso costituiva la principale entrata della cappella.
Per quanto riguarda il bestiame donato per voto, il devoto quasi sempre si obbligava a dare, anche in più rate, il prezzo dell’animale stimato dagli esperti (“Da Giuseppe Gradia in conto delli docati dieci e novi prezzo del bove votato , così stimato dalli esperti”, ecc.); altre volte consegnava l’animale, che il procuratore faceva stimare e vendere ai massari del luogo o nella fiera di S. Ianni. Nel ventennio compreso tra il 1751 e il 1771 i “Conti” riportano solo la donazione di un “gencarone” e di un giovenco. Durante la procura di Giuseppe Corabi (1772-1775) il denaro proveniente dalla vendita del bestiame diventò una delle principali voci. In soli quattro anni furono dati in voto un porcelluzzo, una troia, un verre, due giovencarelle, un bue, una vacca ed un giovenco, che rappresentarono l’otto per cento delle entrate. Nella procura successiva di Francesco Castelliti (1776 –1783) i proventi del bestiame superarono quelli del grano, divenendo una delle principali entrate. Furono donati sei giovenchi, cinque giovencaroni, una scrofa, due porcelli, un bue, un cavallo, un somaro, una troia, una capra, un vitellaccio,, un muletto ed un crastone, che rappresentarono il 15 per cento dell’introito. Tra i preziosi, quasi sempre dati in voto dalle spose, spiccano gli anelli d’oro, che ne rappresentano più della metà, seguono ornamenti femminili, quali ciarcelli, virgette, pendenti, bocoletti, tondi, lazzetti ecc. Gli oggetti votivi erano apprezzatti da un orefice e venduti. Poiché si trattava di ornamenti, che avevano un significato particolare per le donanti, spesso erano acquistati dalle stesse. Fino alla procura di Francesco Castelliti i preziosi votati sono rari, qualche “anelluccio”, la cui vendita non incideva minimamente sulle entrate. Durante la procura del Castelliti, e soprattutto negli ultimi anni, quando la festa fu portata a maggio, il loro apporto cominciò a divenire consistente. Dai conti del 1782 risulta che furono offerti ben 22 oggetti preziosi tra anelli, ciarcelli, bocoletti, pendenti, lazzetti ecc, offerti non solo da abitanti di Isola ma anche da forestieri. Con lo spostamento della festa a maggio essa si era incrementata, dilatandosi anche fuori dall’ambito strettamente cittadino. La festa fu accostata a quella della Madonna del Capo, come dimostrano le offerte alla Vergine Greca di Madonnine del Capo. Altre offerte votive importanti erano quelle dell’olio e della cera.

La festa
La festa della Madonna Greca, che si svolgeva il 5 agosto, giorno dedicato a Santa Maria ad Nives, fu spostata nel 1779 a maggio. Essendo l’Icone Greca patrona e protettrice della città, crebbe in tanta importanza da assurgere a festa principale di Isola. Da piccola festa religiosa paesana, allestita in modo artigianale, essa con il passare del tempo divenne evento principale della vita religiosa e civile e fu preparata con cura, assorbendo quasi tutte le entrate, che provenivano alla cappella. Oltre all’aspetto religioso, costituito dalla processione alla chiesa della marina, dove venivano, nell’occasione e durante l’anno, celebrate numerose messe votive, al panegirico ed alla fiaccolata, la festa col tempo assorbì l’aspetto mondano, che cresciuto e dilatato dalla secolarizzazione, la contaminò trasformandola. Le manifestazioni, che niente avevano a che fare con la religiosità, furono dapprima combattute e contenute poi tollerate dal vescovo Michelangelo Monticelli, il quale posto di fronte alla pressione popolare aveva dovuto cedere. Simbolo e centro originario, dove il sacro si mescolava col pagano, era l’allestimento e l’incendio della “piramide di carta”, alla cui costruzione era addetto un mastro con l’aiuto del sacrestano e di altri. La piramide, “armata” utilizzando tavole, chiodi, tacce, sagole, spago, zolfo, salnitro ecc., veniva ricoperta da numerose carte, dove era raffigurata la cornucopia. Essa racchiudeva in sè gli antichi simboli pagani del fuoco e della fortuna, quest’ultima foriera della prosperità e della fertilità, che la natura spontaneamente dispensa all’uomo. Alla piramide si unirono col tempo gli scoppi con la polvere da sparo.
La quantità di polvere acquistata per la festa aumentò sempre più: dai rotola 23 annui al tempo di Orazio Talarico ai 26 di Niccolò Giannini ai 28 di Domenico Bisciglia ai 39 di Giuseppe Corabi agli 81 di Francesco Castelliti. La quantità di polvere usata nelle ultime feste superò ampiamente i 100 rotola. Quadruplicandosi la polvere quadruplicò anche la spesa dai 10 ducati annui agli oltre 40 degli ultimi anni. Oltre alla polvere da sparo dal tempo della procura di Niccolò Giannini la festa fu resa più splendente da una “rotella di foco la sera della vigilia della festa” e dalle “folgori”. Poi, durante la procura di Domenico Bisciglia, si arricchì di un piccolo artificio, di folgori e di venti maschi comprati in Messina. Si aggiunse poi l’artificio ed altri giochi di fuoco e rotella e quindi l’artificio, giochi di fuoco, palli ed altro al tempo di Giuseppe Castelliti. La spesa solo per questo aspetto lievitò da ducati due annui a circa ducati 50. Così le spese per il solo aspetto spettacolare dal 10% sull’esito annuo passarono in pochi anni al 30%. A queste spese erano da aggiungere quelle per i musici che, dai due o tre “tamburri” della metà del Settecento, divennero dapprima “tamburro, o tamburino, e “Bifaro” e poi tamburino, corno da caccia, o trombone, bifaro ed altro. Facevano lievitare le spese anche il costo della cera per la processione, delle torce, del panegirico, della celebrazione di messe, le spese per le cibarie per i musici, gli ecclesiastici ed altri, il regalo ai seminaristi, l’allestimento della piramide, l’addobbo della chiesa con la tela filata e stampata, ecc. Altro segno della continua secolarizzazione della festa è segnalato dalle spese per la celebrazione delle messe nella chiesa della marina.
Se le spese per la festa aumentarono, sia in quantità che in percentuale, non così quelle per la celebrazione delle messe ogni domenica e nelle feste nella chiesa alla marina. Esse erano celebrate per i benefattori dal procuratore, o da altri sacerdoti. Il numero ed il loro costo rimasero pressoché costanti per tutto il tempo considerato, ma il loro peso sull’uscite diminuì dal 27 per cento della metà del Settecento al 7 per cento sul finire. Ingente era anche la spesa per la cera e l’olio. Essa rappresentava circa un quinto dell’esito. La cera era acquistata a Crotone e consumata per le litanie, la novena la notte di Natale ed a maggio, per le messe nella chiesa della Marina e per le processioni, soprattutto quando la Madonna scendeva alla marina. A volta parte di essa era offerta dai devoti: nel 1765, dopo la terribile carestia del 1764, i massari per devozione donarono alla Madonna Greca tutta la cera. Il costo ed il consumo di cera aumentarono col passare del tempo, dai circa 8 ducati annui alla metà del Settecento ai 36 al tempo del Castelliti. Indice dell’incrementarsi della festa e di una sempre più massiccia partecipazione dei fedeli alla processione. La sua incidenza rimase tuttavia quasi invariata, intorno al 14%, sull’esito. L’olio veniva consumato per alimentare la lampada e per la novena di Natale. La spesa per il suo acquisto col passare del tempo raddoppiò dai circa 5 ducati annui ai 10; diminuì però la sua incidenza sulle spese dal 7% al 4%.

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