Il duca di Caccuri ed il regio governatore

Arme Cavalcanti

Arme della famiglia Cavalcanti, (cappella del SS. Rosario nel convento dei Domenicani di Caccuri).

Marzio Cavalcanti, 3° duca di Caccuri, sposò Serafina Cavalcanti e morì il 5 agosto 1752. Il suo primogenito Antonio rinunciò alla successione e vestì l’abito gerosolimitano. Subentrò quindi il fratello Rosalbo, che ebbe l’intestazione il 27 settembre 1781. Egli era già morto il 21 febbraio di quell’anno.

Tra liti e debiti
Le continue liti tra i vescovi di Cerenzia ed i feudatari di Caccuri avevano radici lontane. La mensa vescovile di Cerenzia fin dai tempi antichi esigeva lo “ius arandi” sulle difese dette Fontana e Basilicò, situate in territorio di Caccuri. Nel 1664 il vescovo Geronimo Barzellino aveva ceduto questo diritto ai feudatari di Caccuri dietro il pagamento annuo di moggi 110 di frumento. Questa prestazione fu rispettata dai Cavalcanti fino al 1695, poi il barone Antonio Cavalcanti, duca di Caccuri, non rispettò più l’accordo ed il vescovo Sebastiano de Francis fu costretto a chiedere giustizia e recarsi a Napoli e dopo molti decreti fu raggiunto un accordo col quale il duca si impegnava a versare annui ducati 63. Questi conflitti di interessi si prolungavano nel tempo e non potevano non interessare anche gli arcipreti del luogo, i quali, presi tra l’incudine ed il martello, spesso erano costretti ad essere acconsenzienti verso il duca, come dimostra il duro intervento di censura del vescovo di Cerenzia Carlo Ronchi nei confronti dell’arciprete di Caccuri Francesco Franco. Poiché alcuni parroci delle sue due diocesi amministravano il sacramento della SS. Eucarestia anche a pubblici e scandalosi peccatori, il vescovo nel 1761 emise un rigorosissimo editto in cui minacciava la pena di sospensione a coloro che non rispettavano le sue disposizioni. Tra i molti concubinari vi era anche il cavaliere gerosolimitano Antonio Cavalcante, fratello dell’attuale duca della terra di Caccuri, il quale da molto tempo permaneva nello “scandaloso, adultero, incestuoso e sacrilego” concubinato con la sposata Serafina Piluso della stessa terra, prima concubina dello stesso duca, suo fratello. Poiché il signorotto si mostrò sordo ai richiami del vescovo, quest’ultimo gli inviò numerosi paterni rimproveri, legati e lettere, con i quali lo invitava a lasciare la concubina. Dimostratosi inutile ogni tentativo di riportare sulla retta via il peccatore, il vescovo intimò all’arciprete Francesco Franco di rispettare rigorosamente l’editto e di non permettere ai due concubini di osare ad accostarsi alla mensa dell’agnello pasquale. L’arciprete non ubbidì al suo superiore con grave scandalo pubblico. Allora il vescovo dette ordini rigorosissimi a tutti i sacerdoti di Caccuri: nessuno poteva ricevere il pane eucaristico senza il suo preventivo permesso. Chi avrebbe disubbidito, sarebbe incorso in gravissime pene. Dopo di ciò il cavaliere gerosolimitano si pentì e, dati sicuri segni di pentimento e di penitenza, gli fu permesso dopo sei mesi di accostarsi alla mensa angelica. L’arciprete, invero, giudicato dalla curia vescovile, fu costretto agli esercizi spirituali per la durata di un mese nella solitaria chiesa della congregazione del SS.mo Salvatore presso Mesoraca.
Un’altra lunga ed aspra lite oppose il duca Rosalbo Cavalcante al Capitolo della chiesa metropolitana di Santa Severina. Il capitolo di Santa Severina ed alcune cappelle e chiese di Rocca di Neto esigevano dal duca un annuo censo di ducati 165 e grana 21 per un capitale di ducati 2753 e grana 50. Tale capitale era stato concesso fin dal 1720, alla ragione del 6%, al duca di Caccuri Marzio Cavalcante, alla moglie Serafina Cavalcante e alla madre Laudonia de Gaeta. Morto Marzio, il figlio Rosalbo per molti anni non volle più pagare il censo. Per tale ragione su istanza dei creditori furono sequestrati alcuni beni, che il duca possedeva in territorio di Caccuri. Non ottenendo ancora il pagamento, fu decretata la vendita. Per procedere all’esecuzione nell’autunno 1763 fu inviato dalla Gran Corte della Vicaria lo scrivano ordinario Filippo Vara. Mentre il Vara a Caccuri stava per mettere all’asta i beni sequestrati, per non creare ed alimentare ulteriormente gli odi tra le parti, alcuni amici comuni dei contendenti si interposero e fu raggiunto un accordo. Con tale atto il duca si impegnava a pagare annualmente una determinata somma annua sopra l’affitto della sua difesa di Tenimento (Atto del notaio Vincentio Pancari, Santa Severina, 9 novembre 1763).

Una congiura del duca di Caccuri
Non era passato molto tempo che, indebitati e perseguiti nei tribunali regi dai numerosi creditori, i Cavalcanti ebbero il feudo di Caccuri posto sotto sequestro.
Per amministrare le rendite del feudo di Caccuri, fu nominato regio governatore ed amministratore del feudo Onofrio Arinella.
Il duca di Caccuri Rosalbo Cavalcanti, vedendosi privato della giurisdizione e delle rendite, pensò bene dapprima di circuire e di rendere suo complice il governatore. Risultato vano il tentativo allora tentò di intimorirlo e di minacciarlo. Per far ciò si servì della complicità e della delazione di alcuni abitanti, suoi seguaci e servitori, i quali con false accuse tentarono di gettare il discredito sulla condotta del funzionario presso il re ed i superiori.
L’attacco partì il 30 luglio 1766 quando una supplica a firma del sacerdote secolare di Caccuri Francesco Saverio Guarascio, ma fatta scrivere e firmare da un complice, fu inviata al regio consigliere e commissario del patrimonio del feudo di Caccuri, Deodato Targianni, che risiedeva in Cosenza.
In essa erano denunciati, anche se in maniera sommaria, i molti abusi commessi dal governatore, sia a danno del patrimonio regio che verso i vassalli. Principalmente si accusava il governatore di aver usato e distratto il denaro proveniente dalle rendite del feudo, utilizzandolo per scopi personali e dandolo in prestito a tassi usurai. Inoltre il governatore aveva commesso dei soprusi a danno di alcuni abitanti, bastonandoli e facendoli bastonare, ed aveva praticato il contrabbando di tabacco e di seta.

L’esposto del sacerdote Guarascio
“Guarascio da Caccuri. Informi sul ricorso Guarascio contro il Governatore per sosprusi ed ingiustizie”.
“Ecc.mo Sig.re P.ne Coll.mo
S’avvisa l’E.V., come questo Gov(ernato)re oltre l’essere usuraio, e publico negoziante d’ogni genere lecito, ed illecito, pure l’è tiranno, e di costume barbaro, che talm(en)te trapazza i vassalli del n.ro P.pe (Dio guardi) che non solo l’ingiuria con asprissime contumelie, ma è arrivato con proprie mani batterli che incutendoli timore, fa della giustizia a sua disposiz(io)ne con gravarli tirannicam(en)te per approfittarsene, ed investirsi delle di loro tenue sostanze, che pare fusse mandato dagl’antichi Romani a tiranneggiare i fedeli . Si sup.ca l’E.V. acciò dia riparo a tanti inconvenienti, oltre che anche s’approfitta pinguam(en)te sopra le rendite de resp(etti)vi corpi, ed il denaro, che dovesse far pervenire in potere dell’E.V. li dà usuriaram(en)te a proprii naturali col dieci per cento, altro l’ha applicato in contrabandi di Tabbacco, e di seta, che il suo servitore gia sta preso nelle carceri di questo Trib(una)le per d(ett)i controbandi, che faceva a suo conto, altro l’ha dato anche a più persone in grano a prezzi rotti segno manifesto che s’approfitta delle rendite con frode,a corrispondenza del suo dovere, e se altre mancanze occurrerebbero d(ett)o Governatore non li lascerebbe, in somma è uomo non solo di pessimo costume, ma infido con chi deve approfittandosi del tempo; Vorrei più manifestarli, ma per non rendermi tedioso ne sto sotto silenzio, e tutto ciò che avviso all’E.V. è neppure la quinta parte di sue procedure pessime, ed io essendone stato incaricato dall’interessati alla visita, perciò ne avviso l’E.V. che col savio suo giudizio si possa regolare, e facendosine resto facendoli mille riverenze. D. V. E. Caccuri li 30 luglio 1766. Um.o oblig.mo servo fed.o fran.co Saverio Guarasci”.

Il re ordina l’inchiesta
Poiché una supplica con le stesse accuse era stata mandata per conoscenza anche al re, il 15 settembre un real dispaccio era inviato dalla Segreteria di Stato, Giustizia e Grazia di Napoli al Tribunale di Cosenza con l’ordine di verificare i fatti denunciati.Di conseguenza era delegato dalla Regia Udienza Provinciale di Cosenza a fare l’inchiesta l’uditore e regio consigliere Giuseppe Macrone, dottore dell’una e dell’altra legge.
Nel frattempo avvisato da Napoli che l’inchiesta aveva preso l’avvio, il denunciante, il sacerdote Francesco Saverio Guarascio, il 14 settembre 1766, in Caccuri con atto del notaio Marcello Jaquinta di San Giovanni in Fiore, pensò bene di disconoscere come sua la supplica inviata contro il governatore.

Dichiarazione del Guarascio
“In publico testimonio di verità personalmente costituito il R.do Sacerdote secolare Sig. D. Fran.co Saverio Guarascio d’anni trenta sei di questa prefata terra, il quale spontaneamente, non per forza, o dolo alcuno (cum juramento quod praestitit tacto pectore more sacerdotum et animo repetendi toties quoties coram) asserisce, dichiara, ed attesta in questa publica forma, come il ricorso, o sia supplica fatta in nome d’esso R.do costituto al Sig. Reg.o Consigiero D. Deodato Targianni commissario del feudo di d.a terra, nel quale s’è articulato il D.r Sig.r D. Onofrio Arinella Reg. Gov.re ed Am.re qui in Caccuri con averli addossato d’aver donato a censo danajo pervenutoli dalle rendite di d.o feudo, d’aver fatto e commesso usura, d’aver tiraneggiato li naturali di d.a terra di averli battuti, e d’aver fatto contrabanni, non aver detta supplica fatta esso costituto R.do D. Guarascio ma latre Persone che s’ave voluto servire del suo nome, ne tampoco aver riccorso in appresso la maestà del sovrano, che iddio sempre feliciti, ne alla Regia Udienza Provinciale, ne appo altro Tribunale contro detto Sig.r Arinelli, per non averli dato motivo di lagnarsi, anzi esso R.do costituto per onore della verità, ed affinchè si potesse invenire la detta persona che in lui nome al d.o Sig.r Consigliere ave fatto d.a supplica, per non restar impunita n’ave avanzato memoriale alla maestà di d.o Sovrano per accaparsine informo per far a tenore delle Sante Leggi punito, e castigato, e così il tutto come sopra ave attestato, ed asserito”.

L’inchiesta
Il regio consigliere Giuseppe Macrone si insediò a S. Giovanni in Fiore ed il 16 settembre emise un ordine di convocazione per alcuni abitanti di Caccuri, con l’intento di accertare i fatti.
“Ferdinandus Dei Gra. Rex
D. Gius.e Macrone miles /D.r dell’una, e l’altra legge, Reg. Cons.re ed ud.re della Reg.a Ud.a, ed alle cose infra.tte Delegato.
Per la retta amministraz.ne della Giust.a tenemo preciso bisogno delle qui notate persone della T.ra di caccuri ed p.nte loro dicemo, ed ord.mo, acciò subito dopo la notificaz.ne del p.nte, si conferischino alla nostra p.nza in q.sta T.ra di S. Gio. Infiore, che per esse della verità informati, saranno subito licenziate. Tanto eseguono per quanto bramano la real grazia, e sotto pena d’oncie d’oro 25 per ciascuna controv.te il p.nte. S. Gio. Infiore li 16 7bre 1766.
Giu.e Macroni

Da citarsi cioè (Tutti della terra di Caccuri)
Mag.co Saverio Palmieri
Mag.co Dionisio de Luca
Mag.co Pasquale Riccio
Mag.co Stefano de Luca
Mag.co Costantino Principato
Mag.co Michele Formoza
Mag.co Giacomo de Miglio
Mag.co Gius.e Lucente”

Nello stesso giorno si presentò l’estensore delle denunce, il sacerdote di Caccuri Francesco Saverio Guarascio, il quale rigettò la paternità dell’esposto.
“Adì sedici settembre mille settecento sessantasei in questa Terra di S. Gio. Infiore, ed in presenza del Regio Cons(ilie)re ed Ud(ito)re della Regia Prov(incia)le ud(ienz)a sig. D. Gius.e Macrone delegato.
R.do Sacerdote D. Fran.co Saverio Guarasci della T(er)ra di Caccuri, al p(rese)nte in questa di S. Gio. Infiore, di età sua di anni trentasei inc(irc)a come disse.
Domandato esso P(ri)npale Dep(onen)te se avesse in suo nome formato qualche ricorso e quello rimesso al Reg(io) Cons(ilie)re Sig.r D.n Diodato Targianni Comm(issa)rio del Patrim(oni)o del Feudo di Caccuri, quando, dove in che modo, cosa in esso contenevasi, contro di chi, e per qual causa. Depone, che avendo preinteso, che da taluni suoi malevoli, e paesani per farlo comparire capizzante, eranzi fatta sup(li)ca sotto di lui nome, e cognome presso il Reg. Cons.re Sig.r D.n Diodato Targianni Comm.rio del Patrim.o del Feudo di Caccuri sua Padria, verso la fine del prossimo passato mese di agosto, contro quel Gov(ernato)re D.n Onofrio Arinelli, capizandolo, ed intaccandolo di vari delitti, de quali esso Gov.re n’è innocente, molto si formalizzò dell’ardire presagi di quei, che eransi serviti del suo nome, e per far conoscere a d.o Sig.r Cons.re l’impostura, c.r., che si era fatta a d.o Gov.re, e l’innocenza sua, di un subito con sua supp.ca ne ricorse al med.mo, supplicandola, che avendo saputo tutto ciò, si fusse degnato confrontare il carattere di questa, coll’altra prima fatta da d.i suoi malevoli, ed insiemente, che avesse dato providenza pel castigo di chi si appurava reo, che si aveva servito del suo nome. Non contento di ciò esso Dep.te, essendo capitato in d.a sua Padria verso li cinque del cor.te mese il mag.co N(ota)r Marcello Jaquinta di questa terra di S. Gio. Infiore, fece in presenza dello stesso con atto publico, col quale dichiarava, che mai aveva ricorso a d.o Sig.r Cons.re contro il mentovato Gov.re, perche non solam.te esso Gov.re non aveva comm(es)so reato alcuno, e specialm.te di quanto se l’imputava, ma di vantagio lo sapeva e sa essere un uomo molto timorato di Dio, umile, che badava all’interessi del Patrimonio, e non aveva dato molestia, o maltrattata persona veruna di quella Padria; e magiorm.te far chiarire la verità, copia di d.o atto unitam.te con suo ricorso l’umiliò nella passata settimana alla maestà del P.ne, supplicandola disponere l’informaz.ne contro di chi si aveva servito del suo nome, ed indi il castigo a tenore delle Leggi del Regno, che per anco non sa di essersi data providenza a tai sue suppliche, e capitando assistere per far comparire la sua innocenza e del pred.o Gov.re ancora.
Io D. Fran. Saverio Guarasci ho deposto come sopra”.

I testimoni
Il 17 settembre Salvatore Tripuoci servitore della curia di S. Giovanni in Fiore si recò a Caccuri per notificare ai testi l’ordine di comparizione.
Alcuni testimoni repentinamente si ammalarono ed il D.r fisico Stefano de Luca , medico ordinario del luogo, certificò subito che i mag.ci Pascale Riccio e Giuseppe Lucente erano a letto a causa delle febbre terzana.
Altri addussero di non potersi recare a S. Giovanni in Fiore in quanto dovevano assistere i figli ed per altri gravi motivi.
Tuttavia il numero e la qualità, di coloro che deposero al cospetto del Macrone, erano più che sufficienti per stabilire la verità. Deposero tra gli altri infatti:
Antonio de Luca, tesoriere della chiesa collegiata di Caccuri;
Domenico Pantusa, canonico della chiesa collegiata di Caccuri;
Stefano de Luca e Dionisio de Luca, proprietari terrieri;
Vincenzo Maria Gargani, priore del convento domenicano;
e Giacinto Greco, lettore del convento.

La deposizione del priore del convento domenicano
“A di diecisette Settembre mille settecento sessantasei in questa Terra di S. Gio. Infiore, ed in presenza del Reg. Cons.re ed ud.re della Prov.le ud.a Sig.r D.r Gius.e Macrone e Delegato
R.do P.re Vincenzo m.a Gargani della città di Napoli Priore nel ven.le convento de Domenicani della T.ra di Caccuri, di età sua di anni cinquantatre in c.a come disse test.o
P.re Giacinto Greco della città di Amantea lettore nel v.bile convento de domenicani della terra di Caccuri, di età sua di anni sessant’otto inc.a come disse. Test.o
Domandati essi testi separatam.te l’un dopo l’altro sopra il tenore del r.etto ricorso fatto in nome del R.do Sacerdote D.n Fran. co Saverio Guarasci della Terra di Caccuri, al Reg. Cons.re Sig.re D. Diodato Targianni Comm.rio del Patrimonio del Feudo di Caccuri contestam.te depongono di conoscere benis.mo il Gov.re della Terra di Caccuri D.n Onofrio Arinelli, in occasione di essere Priore,e Lettore rispettivam.te del v.bile Conv.to de Domenicani di essa T.ra, il quale per quanto sanno, non solam.te è uomo molto timorato di Dio, ma giammai hanno inteso, avere lo stesso Gov.re fatto usura a nessuno, o alcuna negoziaz.ne illecita, ma sanno essere di buon costume, e che ama, e stima tutta la gente di essa T.ra, non avendo finora dato disgusto a chi chisia, anzi ave amministrato, e tuttavia amministra la giustizia equalmente senza parzialità, o interesse, o che taluno si fusse lamentato di sua condotta, ed appena ave esatto qualche somma delle rendite di quel feudo di Caccuri, che subito l’ha rimessa nel S. C. che ad essi Testi non costa in veruna maniera, che il sud.o Gov.re avesse commesso alcun controbanno di seta, di tabbacco, o di altro genere; e finalmente sanno ex causa licentiae, di non aver esso Gov.re fatto mai compra di grano, ma solamente loro costa di averne comprato da cittadini di essa T.ra da circa venti tomola per uso, e commodo proprio e della sua famiglia alla voce cor.te di q.lla med.ma Terra.”.
L’uditore Giuseppe Macrone potè così trarre la conclusione che le accuse contro il governatore di Caccuri Onofrio Arinelli erano infondate e false.

Nuovo tentativo
Il duca di Caccuri tuttavia non si dette per vinto e non tardò molto ad allestire un secondo esposto. Passarono alcuni mesi e un nuovo esposto a nome questa volta di Domenico Tornicchia, il quale se ne assumeva in pieno la paternità, ribadiva le stesse accuse contro il governatore, anzi le accresceva e le specificava, insinuando tra l’altro che il governatore aveva favorito l’introduzione in Caccuri delle eresie di Lutero e Calvino.
“S.R.M. Sig.re
Domenico Tornicchia della Terra di Caccuri in Prov.a di Cal.a Citra fedeliss.mo vassallo della M.V. prostrato al Real Trono umilmen.te l’espone che sin dal mese di Decembre del caduto anno viene la povera Padria di essa T.ra di Caccuri, e suoi poveri cittadini fedeliss.mi vassalli di V. R. M. scorticati, maltrattati, si per le notorie ingiustizie, che per l’estorzioni fa contro le Leggi (rispetto a deritti di banca), che per le positive ingiurie verbali, con pregiudizio della stima, e battiture inferiscono a detti poveri naturali dal D.r D. Onofrio Arinelli Governadore di sospenza giurdizione mandato dalla M. V. in d.a Terra per Segreteria di Giustizia, a tal segno che non si fidano più vivere ed abitare in d.o luogo sotto il Governo di un tiranno, e barbaro, incapace di sostenere governi, ed amministrare giustizia, per esser troppo ignorante, e superbo di modo che fa risultare innocente chi è reo, e chi è innocente reo, e mille altre enormità, che chiaram.te si faranno costare, tacendasi in carta per modestia, e tra l’altri si benignerà la M. S. dar grato orecchio alli seguenti capi, accio possa liberarsi questa povera Padia della barbaria di un tiranno (affinche si degnasse darci le dovute providenze per non succedere qualche tumulto, e disturbo in d.a Padria, e precipitarsino dall’intutto li cittadini di essa).
Primo il d.to D. Onofrio Arinelli Gov.re per aver preso due contrabandieri di tabacco invece di rimettere li medes.mi una col contrabando nella Reg.a Udienza Prov.le li spogliò di d.o genere ed insieme di tutto lo danaro tenevano, e poi li fece fuggire dalle carceri, ed avendone avuta notizia l’Amm.re ne fece accapare inform.ne dal subalterno (della Reg.a Ud.a), il quale appurò non solo il pred.o fatto, ma per anche la vendita teneva di d.o tabacco rappresagliato in pregiudizio dell’Arrendim.to, il di cui Amm.re dopo averlo transatto in qual occasione avuto maneggio con un m.rodatti della Regia Ud. per nome Anello Vaccaro li fece leggere il processo informativo accapato, e l’esame de testimoni, quandoche d.i processi ma si è pratticato farsino osservare dalli rei, ma soltanto in caso di (potersi difendere) difese si dona la copia al di lui avocato, e mellappena venuto da Cosenza ave comminciato a barsagliare con manifeste vendette di tutti li testimonii che si esaminarono per detto contrabanno ingiuriandoli positivam.te con aventarsegli sopra da medesimi per batterli e quarentiti non si sono fatti offendere, e l’have minacciati farli scopo del suo sdegno, (e vendetta).
Secondo per aver inteso da taluni, che Antonio Guzzo l’avea ingiuriato, e detto male in presenza d’alcune persone, quando ciò non era vero, si lo chiamò in sua camera serrò la porta, e doppo averlo ingiuriato lo cominciò a battere.
Terzo una sera mandò il suo Servidore, e soldato per comprare ova, ed entrato in casa di un poveretto chiamato Nicola Perito, il quale perche stava ammalato, e ne teneva due per restorare le di lui forze, doppo averli presi a forza lo fece carcerare barbaramente dentro il carcere criminale, ed ad ora che la gente era ritirata scese il d.o Gov.re assieme con il d.o Serv.re, ed il serviente fece aprire il carcere, ed ordinò al serviente che l’avesse fatto una bastonata, ed il cennato servidore lo teneva ben legato, sino a tanto che si rese vendicato.
Quarto per vendicarsi di Fran.co Maria Lionetti, che sospettava averlo denunciato presso l’Arren.to del Tabacco si chiamò ad una persona di questa Terra, e l’offerse docati trenta affinche l’avesse ucciso il d.o Lionetti, e quella persona lo confidò ad un’altra se voleva aver società in far d.o omicidio; e questo rispose in conto alcuno ord. voler perdere l’anima, e la libertà per capriccio, e vendetta di d.o Gov.re, quale persona sarà per esponere la verità nell’accapo dell’informaz.ne.
Quinto ave esatto il danaro del Feudo di Caccuri dedotto in S. R. C., ed invece di rimetterlo nel medemo si è fatto lecito darlo ad imprestito con prendersi il diece per cento, e di quello ancora ne ave comprato grano prima della raccolta a prezzo rotto in grave danno, ed interesse de poveri vassalli di V. R. M. avendoli scorticati, per questo capo, e del suo barbaro costume da molti mal contenti dal medemo si ne avanzò supplica al Sig. Consigliere Targianni commissario della causa di d.o feudo, e dal medemo si ne diede la carica al sig.re Preside Prov.le, il quale incaricò all’uditor D. Giuseppe Macrone che dimorava in S. Gio. Infiore vicino in Caccuri sei miglia, e perche l’istesso D. Onofrio Gov.re ebbe in notizia che il Sig.r Uditore aveva questa incombenza exra giudiziale, unì alcune persone a suo favore con averli fatta prima la lezione e le fece esaminare in presenza di d.o Sig.r R. Uditore; onde essendo d.o Sig.re diggiuno di tal fatto oprato da d.o Gov.re fece la relazione a suo favore, con che si supplica darsi di nuovo la carica giudizialmente e con giuramento acciò si costassero le sue frodi.
Sesto il cennato Gov.re sin dacche ave esercitata la carica pred.a ave fatto infra annum con destinare un m.ro Giurato, e poi per vendetta con tutta la patente spedita senza commettere delitto a tenore delle leggi, l’ave fatto desistere, in seguito ne ave destinato un altro, e fattolo esercitare quattro mesi, e poi per mero capriccio, e per vendicarsi sotto pretesto che esaminato si avea per l’informaz.ne del tabacco contro il med.mo, senza commettere anche delitto, lo ave fatto desistere, ed ora in d.a terra di Caccuri sine legge vivitur, ed in tempo di notte si camina a briglia sciolta, senza timore di Dio , e della giustizia. (si commettono dell’insolenze, e lui ave dato la libertà di oprare la gente a modo suo, senza timore di giustizia, facendoli perdere il rimorso della coscienza)
Settimo in d.o tempo ave fatto tre m.ro datti per servizio di essa Corte, con aver fatto servire uno presso l’altro per poco tempo, e giorni, e poi subito ave fatto desistere uno, e fatto l’altro, ed essendosi posta all’incanto la m.rodattia, ed offerta con magior oblazione da persone probbe, prattiche, e letterate, ed egli si è fatto lecito in pregiudizio del Patrimonio, e del S. R. C. posponere la magior oblaz.ne, e l’ave data per docati nove, e grana diece contanti ad un ragazzo di anni quindeci inesperto a tal mestiere.
Ottavo tiene per soldato della sua Corte un tale chiamato Vincenzo Falbo di Gregorio, il quale reso baldanzoso con l’aura del d.o Gov.re, batte, fa lividune , e con efusione di sangue a d.a povera gente e nella notte si unisce con altri insolenti (birbi) e vanno inquietando la Padria, la quale vuole stare al riposo, con andar sonando, e cantando dalla sera sino alla mattina, dicendo canzone sporche, e rampagnose, ed essendosine fatto risentim.to presso il med.mo Gov.re, questo ne meno una correzzione verbale, ne castigo esemplare ci ave pratticato, e si è fatto animoso, che non si spaventa di chi che sia, e tutto a riflesso che fatto spione della Padria riferisce quanto mai intende dire di male.(contro detto gov.re)
Finalmente per non rendere infadata , e molestata la M. V. il supplicante suspende di farle presente l’inurbana condotta, pessimo aggire e barbaro governo di tal ignorante suggetto reso odiabile, ed esoso non solo alla Padria, ma per anche a paesi convicini, volendosi approfittare, e vivere con li sudori altrui, senza merito di giustizia, riservandosi far dilucidare, e mettere alla chiara luce del sole li di lui inconsiderabili eccessi, molto diformi, e sconvenevoli a chi esercita officio di Giudice, il quale invece di proibire la carnalità, (e l’adulterii) ave impedito l’uffiziali di notte non disturbassero coloro che tengono prattiche dissoneste dicendo publicam.te che tutti li sfogassero non essendo peccato magior dell’altri, qual progetto ave apportato orrore a tutti introducendosi l’eresia di Lutero, e Calvino e ciò assieme con altri si faranno costare nell’accapo dell’informaz.ne che si degnerà V. M. commetterla a suggetto incorruttibile, ed in seguito poi benignarsi dare quella providenza che stimerà necessaria, ed il tutto ut deus.

Io Domenico Tornicchia supplico come sopra
Io Giuseppe Foglia son test.eo e conosco il sud.o supplicante
Io Gio. Oliverio sono testimonio e conosco il supplicante”

L’indagine di Giovanni Fajella
Veniva incaricato ad investigare Giovanni Fajella, il quale non solo si recò a Caccuri e certificò nuovamente la falsità delle accuse contro il governatore ma anche mise in risalto che il tutto faceva parte di una congiura perpetrata dal duca di Caccuri, il quale privato delle giurisdizioni e delle rendite del feudo, tentava invano di intimorire il governatore in modo da renderlo suo complice o di discreditarlo per ottenere l’allontanamento.
“Ill.mo Sig.re
Con ricorso di Domenico Tornicchia di questa Terra di Caccuri si rappresentarono a Sua M.a Iddio Guardi, varii carichi di controbanno di Tabacco, ingiurie verbali, maltrattamenti, ed altro contro il Gov.re di Sospenza della med.a D.r D. Onofrio Arinelli, e se le umiliò pure, che di tali carichi essendosene avansata supplica al Sig. r Consigliere Targianni Commissario della Causa della deduzzione in S. C. di questo feudo, e rimessasi a v.s Ill.ma per la verificazione, se n’era data la carica a cotesto sig.re ud.re D. Giuseppe M.a Macrone, ciocchè venuto a notizia del Gov.re, questi avendo unite alcune persone a sua divozione, l’avea fatte esaminare dal d.o Sig.re ud.re, il quale come diggiuno di tale oprato dal Gov.re, avea fatta la relazione a suo favore.
E con real Dispaccio de 15 )mbre scaduto anno 1766 spedito per Seg.ria di Stato, giustizia, e grazia avendo la M.a Sua ordinato, che si verifichi con diligenza l’esposto, e che trovandosi mancanze, e delitti nel d.o Gov.re se le fussero riferite, da V. S. Ill.ma, e cotesto Reg.o Tribunale se ne ordinarono,ed a me commisero le diligenze; quindi per esecuzione de miei doveri essendomi di persona qui trasferito, ove prima di ogn’altro avendo chiamato il ricorrente, il med.mo come dipendente da altri di sua aderenza, che dovevano pagarmi le diete, così come mi disse, me ne ave temporeggiato la rattifica or con un pretesto, ed or con altro, e cio nonostante tutto che l’informo sud.o si fosse preso dal d.o Sig.r ud.re, con avere inteso sacerdoti secolari,, e regolari,, e ben’anche il sindaco e naturali altri, cosi come mi è stato riferito, nel tempo stesso, che sotto altro pretesto avevo principiato ad informarmi del costume e condotta del rid.o Gov.re, tenuta nel Governo, ed amministrazione delle rendite di questo feudo, essendomi capitato veneratissimo ordine di V. S. Ill.ma de 28 febraio prossimo caduto, col quale complicandomi copuia del pred.o altro ricorso già disimpegnato, mi ordina, che li capi essendo li stessi, avessi subito restituita la commissione senza metter mano a tal affare, onde io avendo considerato li capi del primo ricorso a nome del sacerdote D. Francesco Saverio Guarasci, e gli altri dati dal pred.o Domenico Tornichhia, eveduto che son li li stessi differendo soltanto, che dal Guarasci furono rappresentati con termini generali, e dal Tornicchia si è fatto menzione di qualche fatto particolare, su del quale il d.o Sig.r Ad.re pratticò similm.te le diligenze, come pure mi si dice, ho stimato di non mettere mano all’affare, e di passare nelle sue riveritissime mani la cennata commissione, che consiste nel d.o Real Dispaccio, e ricorso per farne quell’uso stimerà convenire.
Con questa occasione non tralascio di farle, con riserba, riverentemente presente, che il d.o Gov.re D.r D. Onofrio Arinelli sia un uomo dabbene, ritirato, e di moriggerati costumi così come lo trovo, e ciò non ostante, come odioso a pochi di questi Naturali, che sono dell’aderenza dell’Ill.re Duca di questa terra, il quale vedendosi privo della giurisdizione e delle rendite del Feudo, vorrebbe che il d.o Gov.re da lui dipendesse, ciocchè non avendo potuto ottenere, viene per tal causa allo spesso processato, col fine di farlo discreditare, come, credo, averà similmente trovato il prefato Sig.r ud.re, ele fo umilissima riv.a
Caccuri li 6 marzo 1767
Di V. S. Ill.ma
Umilissimo servo
Giovanni Fajella”

Il duca non si dà per vinto
Nonostante i ripetuti insuccessi il duca non si dà per vinto, anzi con una nuova denuncia fatta a nome del soldato delle Regie Guardie Italiane cercò di insinuare il dubbio che il Fajella era stato corrotto dal governatore ed incolpò quest’ultimo di molteplici altri delitti.

L’esposto del soldato Gio. Pietro Valentini
“Il Mag.co Gio. Pietro Valentini della Città di Cerenzia Soldato delle R. Guardie Italiane Supplicando l’espone, che ritrovandosi nella T.ra di Caccuri da tre mesi in circa, con R. permesso della M. del Suprano che (D.G.) e particolare incarico di andare in traccia de soldati disertori del Reg. to Sud.to; ed in vece di esserli prestato aggiuto e favore dal attual Gov.re di detta Terra di Caccuri nel disimpegno predetto poco stima facendo dei R. i ordini e fatto lecito bersagliarlo, e tutta via lo bersaglia, facendolo opprimere dalli di lui esecutori e di giorno e di notte correndo nel impegno d’arrestare il sup.te e spogiarlo della R. Montura per vero capriccio, senza aver commesso insolenza alcuna ed a riguardo che con tutta onesta il sup.te qualche volta va a spassarsi in casa de suoi amici e congionti del di lui cognato naturale di detta terra di Caccuri anzi l’ave fatto risultare reo in capile di falsità presso il Subbalterno Mag.co Gio. Fajella sotto il pretesto di una supplica umiliata al R. Trono in nome di i Reg.ri di d.a Terra contro Fran.co Leonetti q.le perche fatta fare dal d.o Gov.re per li manifesti livori notriti e notrisce contro d.o Leonetti ben no li a codesto Tribunale il cennato Fajella per fare cosa grata al d.o Govern.re si per li donativi ricevuti come per l’ancesta e continuo banchettamento, mangiando e solazzando assieme, ave fatto risultare innocente il reo, ed il sup.te reo in capite; quando che il medesimo presentò d.a sup.ca in Secreteria mediante incarico datoli dal F.llo di d.o Gov.re e ricevuta per .. del fratello del medesimo in Napoli dove da me si assisteva non sapendo la falsita di d.a sup.a fatta fare da d.o Gover.e; e di ordine di d.o Fajella li di lui sbirri con impugnaz.e di armi voleano arrestare il Sup.te a causa che non volea comparire innanzi a d.o sub.no per non esser di lui Giud. competente siccome V. S. Ill.ma come Gover.e dell’armi gli è ben notoPe la gravandosi il sop.te delli agravi, ingiustizie ed insolenze ricevute dal sudeto subalterno a contemplazione del predetto Governatore nonche della rappresaglia e rubberia vuole fare al sup.te di D. venticinque indebitamente fattosi assentire volere storquere per mezo di alcuni particolari di d.a terra minacciandolo in caso contrario farle relazione contraria e di reo presso d.o Tribunalesenza esso reo di minima colta, la supplica degnarsi ordinare al d.o Fajella che non metta mano in menova causa del sup.te per compiacere d.o Gov.re per particolare ordine ed incarico della R. Giunta di Guerra principale del sup.te altresi il Gov.re di d.a terra non impedisse il sup.te al dissimpegno de Reali ordini in caso contrario ricorre in Napoli e ni esponera le giuste querele e risentimenti. Piedi della M. S. (D. G.) che il tutto lo ricevera a grazia speciale delle mani pietose di V. S. Ill.ma ut Deus.
Io Gio. Pietro Valentini supplico come sopra.
Io Dom.co Marcuso son testimonio e conosco il supplicante
Io Dom.co Perito sono testimonio e conosco il suplicante”
(Arch. Stat. di Cosenza. Regia Udienza Provinciale 1766, Mazzo 29, fasc. 263. Guarascio da Caccuri informi sul ricorso Guarascio contro il Governatore per soprusi ed ingiustizie).

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