Il pittore Vitaliano Alfì e gli Alfì di Crotone

Alfì 2

Crotone, chiesa di Santa Chiara, tela di Vitaliano Alfì raffigurante S. Antonio e S. Francesco (1752).

Originari del Catanzarese (tra il 1738 ed il 1757 morirono a Catanzaro Domenico, Gennaro, Gregorio e Stefano Alfì e tutti furono seppelliti nella chiesa di San Domenico) (1) gli Alfì compaiono a Crotone all’inizio del Settecento. Tra i primi segnaliamo Alfì Vitaliano “di Catanzaro”, che è presente nel marzo 1720  tra i testimoni in un atto del notaio Stefano Lipari di Crotone, riguardante il commercio granario (2), ed in un atto del notaio Pelio Tirioli di Crotone del giugno 1725 (3). Alcuni anni dopo lo ritroviamo parte in una lite giudiziaria presso la Regia Udienza di Catanzaro, che lo vede di fronte al crotonese Alfo Magliari. La causa riguarda l’Alfì che deve 254 ducati al Magliari. Entrambi i contendenti sono commercianti (4). Per quanto riguarda  Iosepho Alfì, lo troviamo che nel 1740 presenzia un atto del notaio Antonio Asturi di Crotone (5).

I due Alfì si accasarono a Crotone, imparentandosi con i Labruto, un’antica famiglia aristocratica in decadenza ed in via d’estinzione. Alfì Vitaliano sposò Rosa Labruti e Giuseppe Alfì si unì con Francesca Labruti. Gli Alfì svolgeranno a Crotone particolarmente attività di scritturali e merciai. Essi sono presenti nelle attività connesse al commercio, all’attività portuale ed alla bottega. Alcuni di loro si distingueranno come eruditi, artisti ed abili artigiani.

 

Il Catasto Onciario del 1743

Nel catasto Onciario di Crotone del 1743 troviamo gli Alfì distinti  nelle due  famiglie. Una è intestata allo scolaro tredicenne Alfì Dionisio, che vive assieme alla madre quarantacinquenne Rosa Labruto, vedova di Vitaliano Alfì, che abita in casa locanda in parrocchia di Santa Veneranda (6); l’altra è intestata allo “scribente” trentunenne  Alfì Giuseppe, sposato con Francesca Labruto di anni 36 e con i figli: Gregorio scolaro di 12 anni, Filippo scolaro di 10 anni, Elisabetta di sei, e con le sorelle Barbera di 28 anni e Catarina di 26. Anche Alfì Giuseppe con la sua numerosa famiglia abita in casa locanda, situata in parrocchia di Santa Margarita (7).

 

I discendenti di Vitaliano Alfì

Nel 1743 Vitaliano Alfì era già morto, lasciando la vedova Rosa Labruti ed il figlio Dionisio.

Ritroviamo Dionisio Alfì in un atto del notaio di Crotone Felice Antico del gennaio 1752 (8)  ed in  documento del 1754, quando lavorava come “Capopeone” in Capocolonna nei lavori del costruendo porto di Crotone (9), e la madre Rosa Labruti Alfì, vedova del fu Vitaliano Alfì, in un atto notarile dell’ottobre 1772 (10).

 

La famiglia di Giuseppe Alfì

Il mag.co Giuseppe Alfì è presente in un atto del 1746, rogato dal notaio Pelio Tirioli di Crotone (11). Nel 1750 è interessato all’attività portuale (12). Tra i suoi figli sono da ricordare Gregorio e Filippo. Gregorio, che si unì con Catharina Garasto, compare in numerosi atti. Nel 1750 lavora al porto (13). Nel giugno 1770 ottiene un pezzo di suolo pubblico addossato alle mura e vicino alla porta della città, dove apre bottega (14)  e svolge l’attività di orefice. Lo troviamo nel catasto di Crotone del 1793 assieme al figlio Gaetano di 36 anni che svolge l’attività paterna, a Vitaliano che è speziale manuale ed ad Antonio di anni 26 che è “merciere”. Gregorio ed i suoi figli danno a prestito denaro e possiedono un molino macinante e la casa dove abitano (15). Anche Filippo condusse una vita decorosa dal punto di vista sia economico che sociale. Cancelliere nel 1752 (16), operò nel commercio granario e nelle attività marinare. Nel 1773 è ancora vivente come risulta da un atto del notaio Nicola Partale riguardante la tonnara di Capo Colonna (17).

 

Vitaliano Alfì

Dall’analisi dei documenti in nostro possesso risulta che tra gli Alfì, che durante il Settecento vissero a Crotone, tre di essi portarono lo stesso nome di Vitaliano. Il primo, coniugato con Rosa Labruto  morì prima del 1743. Il secondo, figlio dell’orefice Gregorio, nel 1778 era ancora adolescente, quando il padre lo mandò ad apprendere l’arte di speziale manuale nella bottega  del napoletano Onofrio Sersale; bottega che era situata in piazza sotto il palazzo del vescovo di Crotone (18). Vitaliano  figlio di Gregorio eserciterà la professione di speziale manuale anche da adulto, come risulta dal catasto di Crotone del 1793.

Il terzo Vitaliano Alfì, detto di Catanzaro, appare per la prima volta a Crotone nel 1752. E’ l’autore di alcuni dipinti donati dalla badessa Antonia Sculco, che ancora oggi decorano le pareti della chiesa del monastero di Santa Chiara.

 

Gli Sculco e la devozione per Sant’Antonio di Padova

Innocenza Sculco figlia di Tomaso Domenico Sculco dei Duchi di Santa Severina e di  Vittoria Lucifero, sorella di Fabritio Lucifero marchese di Apriglianello, il 10 febbraio 1731 iniziò il noviziato nel monastero di Santa Chiara di Crotone. In quel giorno per atto del notaio Stefano Lipari  il padre si impegnò a consegnare al monastero una dote spirituale  di ducati 300 e per essi annui ducati 12, a pagare ducati 20 in contanti ed anticipatamente per il vitto necessario per l’anno di noviziato ed a dare alla futura clarissa un vitalizio di ducati 8 annui (19).

Finito l’anno di noviziato Innocenza Sculco darà la professione  ed assumerà il nome di Antonia. Dopo aver ricoperto nel 1747 la carica di vicaria, nel 1752 è eletta badessa per un triennio. Oltre ad essere la prima della famiglia Sculco a divenire clarissa nel monastero di Santa Chiara di Crotone, Antonia diviene anche la prima badessa. Essa ricoprirà la carica di badessa anche nel 1759, pochi anni prima della morte avvenuta in Santa Chiara il 21 luglio 1764. La Sculco al momento della professione aveva assunto il nome di Antonia in onore del protettore della casata , il francescano Sant’Antonio di Padova. I duchi di Santa Severina erano particolarmente devoti al santo e all’ordine francescano. La festività di Sant’Antonio di Padova era particolarmente celebrata a Crotone dagli Osservanti, i quali ogni anno portavano in processione per la città la statua del santo con grande concorso popolare. Infatti nella chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie del loro convento di Santa Maria del Soccorso vi era la cappella e la statua del santo e nella divisa, che i frati portavano nelle processioni, vi era la croce propria di S. Antonio di Padova. Nel 1664, Andrea Sculco, duca di Santa Severina, aveva fatto dipingere il chiostro del convento con tutti i miracoli del santo, “in figure grandi dipinte in fresco per quanto è capace tutto il chiostro”. Anche il fratello e successore, il duca  Carlo, aveva favorito e protetto la chiesa dell’Annunziata  del convento di San Francesco dell’Osservanza di Santa Severina. Carlo Sculco nella chiesa nel 1655 fece costruire una cappella gentilizia, dotandola con alcuni lasciti per la celebrazione di messe in suffragi.

Nella cappella troveranno sepoltura i duchi della città ed i discendenti della famiglia Sculco e fra gli altri anche Francesco Antonio Sculco,  fratello di Tomaso Domenico Sculco, padre della clarissa Antonia.

 

I dipinti del pittore Vitaliano Alfì di Catanzaro nella chiesa di Santa Chiara

Tra i quadri e gli oggetti sacri, che ornano la chiesa del monastero delle clarisse di Crotone, troviamo tre dipinti commissionati con “propriis sumptibus” e donati dalla badessa Antonia Sculco. Tutti e tre recano ben visibile in basso lo stemma gentilizio degli Sculco, dipinto in modo eguale; sono databili all’anno 1752, anno in cui la Sculco fu eletta per la prima volta badessa, e sono attribuiti al pittore Vitaliano Alfì.

Un dipinto è appeso alla parete della chiesa  e mostra alcuni angeli svolazzanti, un angelo che tiene uno specchio, l’Immacolata attorniata da angeli e Sant’Antonio da Padova nel gesto di offrire un giglio, simbolo dell’amore puro e verginale e della fede priva di dubbi. In basso a sinistra vi è lo stemma degli Sculco; vicino c’è la scritta “Vital.o Alfì F.” e più a lato “S. Ant. Sculco Abbatessa / propriis sumptibus fieri fecit”.

Un altro quadro riunisce San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio di Padova, uno di fronte all’altro e sullo sfondo s’intravede un pittoresco paesaggio. A destra in basso vi è lo stemma degli Sculco ed a sinistra l’iscrizione “Antonia Sculco Abbatissa propriis/ sumptibus fieri fecit A. D. 1752”.

Il terzo si trova in alto sopra l’altare maggiore. E’ una tela che raffigura l’Annunciazione  e mostra la Vergine di fronte all’annuncio dell’angelo. Non vi sono iscrizioni ma solamente lo stemma degli Sculco.

 

I dipinti nella chiesa dell’Immacolata

Nel gennaio 1763 i mastri barbieri richiesero una cappella  che era collocata nella chiesa da poco ampliata di proprietà della congregazione dell’Immacolata Concezione. La richiesta fu accolta e

l’otto agosto dello stesso anno, nella sacrestia della chiesa dell’Immacolata, gli ufficiali ed amministratori della congregazione dell’Immacolata Concezione e l’Anime del Purgatorio, cioè il superiore Gerolamo Cariati, il primo assistente Nicola Marzano e l’erario e cassiere Giovanni Rizzuto,  si accordarono  con Giovanni Spataro e Vito Curcio, mastri barbieri e procuratori della cappella dei santi Cosimo e Damiano, e con i mastri barbieri Antonino Squillace, Gio. Battista Lucifero, Pasquale Gerace, Dionisio d’Amico, Vincenzo Cavalieri, Vincenzo Sempiterno e Vincenzo Zurlo. Con tale atto i mastri barbieri, non avendo il denaro per potersi costruire una chiesa propria e trovandosi nella chiesa della congregazione da poco restaurata ed ampliata due nuove cappelle  di stucco vuote, ottenettero la cessione di una cappella da dedicare ai due santi tutelari e propriamente “quella esistente all’ala sinistra ab ingressu Eccl.e che va situata al lato del corno Evangeli dell’altare maggiore di marmo di d.a chiesa”.

I mastri si impegnarono a versare ducati 60 per le spese che erano occorse per la costruzione della cappella, ducati 30 per il suo mantenimento ed ad assegnare un capitale di duc. 200 per farvi celebrare una messa bassa settimanale.

I mastri barbieri ottennero dai confrati di poter ogni anno celebrare la festività dei santi protettori,”anche coll’antecipazione della Novena ma il tutto a loro spese”, di utilizzare l’organo e le campane, “ma se mai con d.e solennizazione sortisse , o si cagionasse qualche danno a detto organo, o campane, o anco alla stessa capella, si dovessero da detti barbieri risercire e rifare tutti li danni”. Fu concesso ai mastri anche di potersi riunire nella sacrestia della chiesa, ma solamente per eleggere gli annuali procuratori della cappella (20).

Ottenuta la cappella, nello stesso anno a loro spese i mastri barbieri  commissionarono al pittore Vitaliano Alfì un quadro raffigurante i loro santi e lo misero nella loro cappella. Ancor oggi sul dipinto si legge: Alfì P. 1763/ Giovanni Spataro e Vito Curcio PP.vi F.C.PE.

 

Vitaliano Alfì a Crotone

Nonostante la presenza di questi dipinti, possiamo certificare la presenza fisica e continua di Vitaliano Alfì a Crotone solo dal maggio 1771. In un atto notarile lo si descrive “della città di Catanzaro, accasato e dimorante a Crotone”, sposato con Bricida Alfì (21).

Il 29 maggio 1771 nella città di Crotone per atto rogato dal notaio Giovanni Domenico Siciliano, Vitaliano Alfì assieme al figlio minorenne Gaetano Alfì, padre e figlio della città di Catanzaro”, prende l’appalto della vendita delle regie carte gioco della città di Crotone dal signor Francesco Vitale della città di Catanzaro, “procuratore delle carte di gioco del Regio Arrendamento di q.a Provincia di Catanzaro, messo ed internuncio del Sig. D. Emanuele Taccone di Monteleone, amministratore generale delle carte sud.e”. La durata dell’appalto è di quattro anni continui, dal giugno  1771 a fine maggio 1775. Il Vitale si obbliga a fornire  ed a mandare a sue spese “tante carte quanto li faranno di bisogno per tutti detti 4 anni, ma non meno però di para mille e duecento l’anno.. con pagarli la raggione di grana dodeci il paio, che ascendono alla somma di docati centoquarantaquattro l’anno”. Gli Alfì dall’altra si obbligano a versargli alla fine d’ogni bimestre la somma di ducati 24, equivalente al costo di duecento paia di carte (22).

Sappiamo che nel 1773 Vitaliano dipinse un quadro con l’effigie di Sant’Anna per la ricostruita chiesa omonima in diocesi di Isola. Sempre nel marzo di quell’anno lo ritroviamo come testimone in un atto del notaio Nicola Rotella di Crotone, riguardante la concessione della seconda “cappella con altare fornita di stucco senza quadro” situata nella chiesa dell’Immacolata, che è ceduta a Benedetto Milioti.

Il Milioti si impegna “per sua devozione farci scolpire un quadro con l’effigie del SS.mo Crocifisso, e ne i lati la Beatissima Vergine Addolorata e S. Giovanni Evangelista, e sopra d.o altare l’Effigie del P. Eterno. Inoltre per sua mera devozione far scolpire altri Santi nelli due Medaglioni vacui dell’orchesto, ove sta situato l’organo”. Sono presenti il magnifico Vitaliano Alfì, il sacerdote Giacinto Messina, Andrea Giardino, Giuseppe Torchia e Antonino Torromino (23). Da questo documento si evince che i dipinti della cappella del Milioti nella chiesa dell’Immacolata sono molto probabilmente opera dell’Alfì.

Nel 1776 risulta vedovo. Oltre al figlio Gaetano sono ricordati la figlia Rosa, nata a Crotone (24)  ed il figlio Antonio. Quest’ultimo è descritto come “sartore e miserabile” nel catasto onciario di Crotone del 1793. Allora Vitaliano Alfì era già morto.

 

Alcuni discendenti.

Tra i discendenti ricordiamo il sacerdote ed educatore Pasquale Alfì, vissuto nella seconda metà dell’Ottocento ed autore degli opuscoli “Versi” ed  “Orazioni Sacre”.

Per l’impegno politico a favore dei braccianti e dei diseredati è da menzionare l’orefice Antonio Alfì, che fu candidato nella lista dei consiglieri provinciali del partito socialista nelle elezioni amministrative del 1914. Per la sua fede politica Antonio Alfì fu più volte perseguitato e minacciato dagli agrari e dai fascisti.

 

 

Note

 

  1. Moio G. B. – Susanna G., Diario di quanto successe in Catanzaro dal 1710 al 1769, Effe Emme Chiaravalle C. , 1977.
  2. 613, 1720, 46.
  3. “Vitaliano Arfì di Catanzaro” è tra i presenti in una protesta fatta l’otto giugno 1725 dal marchese d’Apriglianello Fabrizio Lucifero contro l’università di Crotone presso il notaio Pelio Tirioli, ANC. 662, 1725, 105.
  4. U. Cart. M – 257 – 3, fasc. II, anno 1731, Arch. Stat. CZ..
  5. 911, 1740, 42.
  6. Catasto Ociario Cotrone, 1743, f. 51.
  7. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 116.
  8. 855, 1752, 9.
  9. Som. Fs. 521, fs. 1, f. 1, ASN.
  10. 1344, 1772, 136v.
  11. 667, 1746, 153v.
  12. 913, 1750, 103.
  13. 913, 1750, 103.
  14. 1327, 1775, 156.
  15. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 83.
  16. 855, 1752, 147 -148.
  17. 1344, 1773, 106.
  18. 1774, 1779, 6-9.
  19. 611, 1731, 4-10.
  20. 862, 1763, 182-185.
  21. 1665, 1776, 5v.
  22. 1528, 1771, 11-12.
  23. 1130, 1773, 2-4.
  24. 1665, 1776, 5v.

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