Le Gesta di Re Marco

Marco Berardi

Immagine tratta dalla copertina del libro “Banditi e Briganti” di Enzo Ciconte, Rubbettino Editore.

I tentativi di contrastare il potere dei re aragonesi si erano manifestati nel Crotonese dapprima con le fallite rivolte autonomistiche del marchese di Crotone, Antonio Centelles, e poi con la “Congiura dei Baroni” che nel Marchesato aveva potuto contare su vaste adesioni per la presenza dei possessi e dei vassalli del barone Giovanni Pou (Isola e Le Castella) e del principe di Bisignano, Geronimo Sanseverino (Strongoli).

All’inizio del Viceregno gli Spagnoli procedono alla vendita di numerose terre con antiche tradizioni municipali i cui cittadini, all’occasione, tentano inutilmente di ribellarsi ai feudatari, cercando di ripristinare l’antica condizione demaniale e gli statuti. Da ricordare la rivolta di S. Severina e dei suoi casali (Cutro e S. Giovanni Minago) del 1512, e quella di Mesoraca dove gli abitanti avevano dapprima ucciso alcuni rappresentanti cittadini, che si erano fatti corrompere, e poi avevano fatto strage della famiglia del signorotto Gio. Andrea Caracciolo (1527).

La perdita di potere dei ceti urbani diviene definitiva con la sconfitta del Lautrec per il quale quasi tutte le città calabresi avevano parteggiato, cacciando gli Spagnoli e l’aristocrazia. Con la riconquista spagnola è restaurato ed ampliato il potere feudale che si estende sui beni e diritti civici. Le nuove e gravi tasse di natura sia feudale che regia, le calamità naturali (epidemie e carestie), le continue incursioni turche e la crisi economica sono le principali cause della decadenza delle città. I coloni ed i braccianti, impoveriti ed affamati, non riescono a far fronte ai pagamenti e sono perciò costretti ai ceppi della prigione o alla fuga nella campagna. A volte essi si ribellano con assalti agli esattori ed alla soldataglia ottenendo la dilazione delle tasse ma ben presto, scemata la rivolta, arriva la feroce repressione ed il saldo.

Si spopolano i centri costieri soggetti ai continui saccheggi dei Turchi che nel 1517 assaltano Isola, nel 1536 bruciano per la seconda volta la rifortificata Le Castella, dove vi ritornano nel novembre 1545 per razziarla; due anni dopo tocca agli abitati della vallata del Tacina. La popolazione si rifugia nelle città fortificate o dove è presente un presidio militare. Così, infatti, ancora nel 1580 descrive Cutro l’arcivescovo di Santa Severina: “Cutro e la maggiore di tutte le terre della diocesi, come quella che rinchiude in se da sette in otto milia anime. Vi sono molte chiese e confraternite con l’indolgenze della SS.ma Trinita, S.mo Sacramento, e Concettione curati ve ne sono due: vi e un arciprete con venticinque preti, vi e un hospedale et un convento di frati predicatori, e gia si sta pigliando il luogo per li Padri Riformati dell’Osservanza. Questa e terra del S. Duca di Nocera”.

Ma il fenomeno della decadenza è inarrestabile e alla fine del Cinquecento anche la piazzaforte di Crotone risulta spopolata e in grave decadenza a causa della ingiuria dei tempi e dalle devastazioni causate dalle continue incursioni dei Turchi.

All’abbandono delle città del piano segue quello degli abitati interni. Nel 1589 il vescovo di Cariati e Cerenzia descrive le due città. Cerenzia, spopolata e distrutta dalla peste del 1528 e dal terremoto, è “habitata da gente povera … La chiesa catedrale e fuora della habitatione in loco eminente et mal seguro per i banditi et latri … da sessanta anni cascò il campanile senza esser mai refabricato … Carriati, citta destrutta dui volte da Turchi, puoca gente indevota e povera …”.

All’inizio del Seicento gli fanno eco il vescovo di Belcastro e l’arcivescovo di Santa Severina. Belcastro quaranta anni fa era fiorente per nobiltà, popolazione e abbandonza di messi, poi le lotte intestine, l’insalubrità dell’aria, l’ingiuria dei tempi la resero povera e spopolata. La stessa cattedrale che prima era al centro della città ora per il venir meno degli abitanti è quasi distrutta e del tutto fuori dall’abitato.

“Il sito di essa citta (S. Severina) e capace di piu di cinquemilia anime ma per li debiti universali et per il mal governo di conti padroni d’essa citta, et delli officiali temporali da cinquanta anni in qua e andata decrescendo in modo che a pena vi si numerano quattro o cinquecento anime”.

Il Fiore cosi narrerà il declino di Cropani: Saccheggiata nel 1527 dai Francesi in ritirata, l’anno dopo è spopolata dalla peste che uccide 1400 abitanti, non passa molto che nell’agosto 1562 è assalita dai Turchi che fanno schiavi e bruciano molte case. L’anno dopo è messa a sacco dai briganti che rapiscono i benestanti per averne il riscatto. Nel 1586 ritornano i Turchi.

Mentre la crisi economica acutizza lo scontro sociale, numerosi braccianti e coloni scappano dalle città per la campagna e la Sila, ingrossando le fila dei “forusciti”, gente in gran parte fuggita dalla rapacità dei creditori, dalla vendetta del feudatario o dalla persecuzione ecclesiastica, ma con la presenza anche di spietati assassini e di feroci banditi. Quest’ultimi, datisi alla macchia per sfuggire alla forca, in piccole bande, spesso occasionali ed in lotta fra di loro, sono dediti alla rapina, al taglieggiamento ed al contrabbando, e vengono utilizzati dai potenti del luogo per commettere delitti su commissione.

L’epilogo della vicenda di Re Marco si svolge  tra i boschi del Gariglione e la vallata del Tacina ed ha come premessa il fallimento per siccità del raccolto del 1559, la seguente mortifera carestia (1560), le persecuzioni religiose (1561), le incursioni turchesche e la peste del 1562. Nel 1563 Re Marco con 150 “forasciti”, evidentemente con la complicita di alcuni del luogo, riusciva a penetrare in Cropani, abitato razziato l’anno prima dai Turchi, e metteva a sacco le dimore dei possidenti, alcuni dei quali erano trascinati via per ottenerne il riscatto.

Sempre in quell’anno il ribelle aveva sconfitto, e in parte ucciso, cinquanta soldati spagnoli della compagnia, acquartierata a Crotone, del capitano Diego de Veza che partiti di notte da Roccabernarda, si erano avventurati nei fitti boschi della Sila ma, sorpresi, avevano dovuto soccombere ai ribelli, che uccidevano anche l’alfiere di casa Medina che li comandava.

Il fatto è così raccontato da un superstite: “… a tempo che nella citta risiedea la compagnia del Capitan Diego di Veza di nazion Spagnuola, essendo partito l’Alfiero di essa con cinquanta soldati per ordine dell’Eccellenza del Vicere del Regno a persecuzione de’ forasciti, che tutto il nostro Paese intanto quasi disfatto aveano, fra i quali fu Giovanni di Moreno. Essendone di notte partito dalla Terra della Rocca Bernarda con proposito l’istessa notte, si trovarono dentro la Sila, luogo di Montagna orribilissimo; ove giunti, loro sopravenne una borrasca di grandissime acque, che durò poi sino al nuovo giorno. Di modo che, chi sotto un albore, e chi sotto altre frondi si pose a giacere; e detto Giovanni stanco dal camino s’addormentò, e desto dal sonno presso l’alba, si ritrovò solo, perche i suoi compagni aveano passato innanzi. Indi trovò il suo archibugio ripieno d’acqua, la polvere bagnata ed il miccio smorzato; Per il che levatosi, si tenne perduto, trovandosi solo in paesi lontani ed incogniti: Onde fatto il giorno, disperatamente si pose dietro l’orme de’ suoi compagni per vie molto strane; E non molto innanzi caminando, si vidde quattro uomini armati di scopette a fucile, quali andavano per la volta sua …”.

Il 16 agosto 1563, inviato dal vicerè il duca d’Alcala, partiva da Napoli il preside di Calabria Ultra, il marchese di Cerchiara Fabrizio Pignatelli, con “mille fanti spagnoli, e ducento uomini d’armi et altrettanti cavalli leggieri”; lo aspettava, come si diceva, una banda ben organizzata di “seicento cavalli” di fuorusciti,  tipendiati a 9 scudi al mese, sotto il comando di Re Marco che ha un suo “consiglio, secretario Ferrerio, commissarii et altri ufficiali”.

Tra le imprese che si attribuivano al ribelle c’era il tentativo di impadronirsi della città di Crotone, che gli Spagnoli ritenevano la chiave di volta della loro difesa in Calabria, l’avere stracciato un privilegio ad un possidente di quella città, rilasciandone uno simile ma con la sua firma e l’aver esteso la sua autorità su un vasto territorio silano e presilano sul quale esigeva i pagamenti fiscali e amministrava la giustizia “come quello fusse il suo regno”, incitando i manutengoli dei casali a non pagare le tasse ed ad assaltare o ostacolare gli Spagnoli e gli esattori che si recavano per perseguire i ricercati.

Attendeva il marchese un’impresa sanguinosa anche perchè, per controbattere le taglie che gli Spagnoli avevano messo sul capo dei ribelli, si vociferava che questi ultimi avessero ribattuto ponendo “taglioni, di due mila scudi sopra il Marchese, e dieci per ogni testa di Spagnuolo, e seicento per il dottore Uzeda; il quale sta in servizio con soldati”. Alla fine, utilizzando i soliti sistemi del terrore, della tortura e del tradimento, il Pignatelli “distrusse e pose in fuga tutta quella gente, la quale non fu mai piu veduta in quei paesi”.

Soprannominato “re dei monti” o “re dei boschi” la figura di Re Marco entrerà nella leggenda, arricchendosi nel tempo di gesta e circostanze mutuate dalla fantasia e dalle aspirazioni ad un riscatto sociale improbabile ma sempre sperato. Ciò fu possibile perchè il ribelle rappresentò agli occhi degli oppressi un tentativo concreto, una via possibile per ribaltare l’esistente. Egli, infatti, non era un signorotto feudale in lotta con il sovrano per ritagliarsi un piccolo regno su cui esercitare il dominio, né un aristocratico che lottava per ritornare in possesso dei suoi privilegi e tanto meno uno dei tanti banditi mercenari al servizio del prepotente di turno. Re Marco impersonava il diseredato, che con le sue capacità e le sue idee era riuscito a creare attorno a sé un consenso tale da riuscire a coordinare le bande disperse, facendone un esercito di insorti, così da poter far fronte militarmente gli Spagnoli, che gli davano la caccia, affrontarli e sconfiggerli.

Questa sfida tra due realtà inconciliabili, originate dallo scontro sociale, trova nel ribelle e nel vicerè le figure di antitesi: “Tira, nimicu miu, tira la pinna / fuorsi ca esci a morti la cunnanna, / tu tieni carta, calamaru e pinna, / ed iu purveri e palli a miu cumannu. / Tu si lu vicere de chistu regnu, / ed io sugnu lu rre de la campagna, tannu, nimicu miu, tannu mi riennu, / quannu la capa mia gira a la ‘ntinna.”

Altri aspetti erano causa di paura per i dominanti e di speranza per i braccianti. Principalmente il fatto che la vastità, la durata e l’organizzazione della ribellione avevano posto in dubbio la natura del potere, considerandola non più originata e vincolata ad un altro potere superiore, attraverso il vincolo della concessione (regia, ecclesiastica, baronale o cittadina), ma irrompente dal basso cioè dal consenso di coloro che si uniscono a lottare per scelta e necessità. Da questo il miraggio di uno stato che, pur strutturato e funzionante ad immagine dell’esistente, perseguiva ideali diversi, non classisti ma egualitari, propri dei soggetti sociali che lo costituivano e che gli davano la forza: la realizzazione cioè del mitico paradiso dei braccianti e dei coloni.

La figura del bandito col tempo divenne il simbolo della ribellione dei ceti urbani colti che vi proiettarono frustrazioni e attese. Essi velarono i pochi dati storici e le gesta divennero fantastiche ed il personaggio irreale.

Così un fatto verosimile: “In Calabria ci fu una ribellione ispirata dai fuorusciti, che sono moltissimi in quei luoghi. Tra questi uno, fuggito da Cosenza, arrivò a tale arroganza da darsi il nome di Re Marcone e da esercitare tra i suoi anche i poteri e l’autorità regali. Formato un temibile esercito, bene armato e sostenuto con abbondanti provviste, provenienti da saccheggi e furti, tentò di impossessarsi anche di Crotone, ma mancò il successo. Poichè vani si dimostrarono i tentativi di sgominare una così grande moltitudine con i normali mezzi, fu dato incarico al marchese di Cerchiara che con 200 cavalieri procedesse al loro annientamento. Il ribelle, impaurito per l’improvviso arrivo delle truppe regie, disperse qua e là in piccole bande i suoi con l’intento di dare vita ad una lunga resistenza, ma il marchese col terrore a poco a poco li distrusse.”

Verrà successivamente completamente stravolto. Infatti, la maggior parte di coloro che si interesseranno della vicenda, identifica Re Marco con Marco Berardi e lo fa nascere a Mangone, casale cosentino al limitare dell’altopiano silano. Il Valente descrive la giovinezza del ribelle: “Marco Berardi aveva trascorso l’adolescenza in S. Sisto, ove la famiglia possedeva un piccolo podere. Praticando in quel mondo severo e diverso, a contatto con gente discreta che parlava un linguaggio per tanti versi seducente per un giovane, si era, forse, aperto alla religione valdese. Certo è che quando, nel 1560-61, il mondo valdese fu sommosso, dovette pensare che quello era il momento favorevole per dare inizio ad una sollevazione antispagnuola, così come la può concepire uno che vuole scuotere un peso, perchè comunque qualcosa accada”.

Imprigionato nelle carceri di Cosenza per eresia, il Berardi, fuggito al rogo, si diede alla macchia. Per il Papandrea il ribelle, dopo aver sconfitto più volte il marchese di Cerchiara in scaramucce, lo affrontò in campo aperto e fu sconfitto. Catturato, fu torturato a morte e quindi appeso, rinchiuso in una gabbia di ferro, al campanile della chiesa di S. Francesco d’Assisi in Cosenza dove i suoi resti rimasero fino al 1860, quando per ordine di Garibaldi furono tolti e seppelliti. Sempre il Valente afferma che mentre il ribelle “cingeva di assedio la città (di Crotone), gli sopravvenne Fabrizio Pignatelli Marchese di Cerchiara che con tremila e ottanta fanti e seicento cavalli circondò gli insorti e dopo un violento scontro li ruppe e fugò. Ma restarono in libertà di continuare ad agire. Si continuò però a combatterli con la promessa dell’indulto e del perdono, se si arrendevano. Marco era rimasto con un numero di seguaci che continuamente si assottigliava, fino a quando non restò solo con la sua Giuditta, con la quale si ritirò in una grotta silvana”.

L’Accattatis aggiunge che il ribelle fu trovato morto assieme alla moglie Giuditta in una grotta ed il suo corpo fu portato trionfalmente a Cosenza e deposto nel cimitero di S. Caterina, “ove se ne vede lo scheletro con un cerchio di ferro sul teschio, e uno scritto sul petto col motto: Marco re dei Monti”. La versione del Borretti è che il cadavere del ribelle, “rivestito di grotteschi paludamenti e con una corona di cartone in testa, fu condotto su di un asino in lugubre inefficace spettacolo per le strade di Cosenza, e deposto quindi, con un cartiglio sul petto ed un cerchio di ferro in testa, nel sepolcreto dell’arciconfraternita di S. Caterina dentro la chiesa di S. Francesco d’Assisi”. Il Misasi afferma che nella chiesa del convento di S. Francesco d’Assisi, nel soccorpo della cappella della Immacolata, sotto il coro dei frati, si conserva lo scheletro di Marco Berardi il cui cadavere trovato dagli Spagnoli in una grotta fu ornato a scherno di una corona e di uno scettro.

La vicenda di re Marco col tempo ricalcherà e si confonderà con quella che avrà per protagonista, alcuni anni dopo, il feroce bandito Benedetto Mangone, che a capo di una banda di briganti terrorizzò a lungo le campagne di Eboli. Catturato e portato a Napoli, il bandito fu posto in catene sopra un carro e condotto per le vie della città per esporlo al ludibrio mentre il carnefice con le tenaglie gli strappava le carni. Infine, il 17 aprile 1587 al Mercato fu messo sulla ruota e ucciso a colpi di martello.

 

Bibliografia

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