Medici e speziali in Santa Severina tra il Cinquecento ed il Seicento

chirurgia-medioevale

Lezione di anatomia del dottor Tulp (Rembrandt, 1632).

Nel Medioevo il candidato su richiesta del re era esaminato diligentemente dal suo fisico (“medicinalis scientie professorem”). Riconosciuto “sufficiens et ydoneus” “peritus in scientia medicinae et ad curandum et praticandum in illa” o “peritus in arte cirurgie et ad curandum et praticandum in ea”, dopo aver prestato il giuramento di fedeltà, il re concedeva al “licentiatus in phisica” o “in cirurgia” la facoltà di esercitare nel regno. (Reg. Ang. XXXI, pp. 22-23). Quasi sempre praticarono queste “arti” gli Ebrei.

Una professione controversa
Durante il periodo aragonese si assiste all’ascesa sociale dei “dottori”, i quali ottennero di poter intervenire nei consigli cittadini ed assumere cariche pubbliche.
Nei primi decenni del Viceregno la formazione e l’espansione di un complesso apparato statale burocratico e militare centralizzato determinarono la creazione di molteplici uffici interdipendenti, sia centrali che periferici, ai quali si poteva accedere con il possesso del titolo dottorale. A questi erano da aggiungere quelli della amministrazione feudale, ecclesiastica e cittadina. Famiglie nobili e del popolo si contendevano aspramente gli “offici”. Precari accordi, spesso stipulati in quanto le parti non avevano più risorse per continuare, facevano cessare temporaneamente le liti, che dopo poco riprendevano vigore e si trascinavano insolute, come si rileva dai capitoli stipulati il 27 novembre 1575 tra il conte Vespasiano Carrafa e l’università per porre fine ad una contesa che verteva nel Sacro Regio Consilio, riguardante alcune difese ( Instrumenta inter Ill.mum Comitem S.tae Sev.nae ex una et universitatem eiusdem Civitatis ex altera super defensis et clausuris). Allora la città di Santa Severina “quasi distrutta et dispopulata” era tassata per 414 fuochi (1578). Tra i capitoli vi era: “Item che sua Sig.ria Ill.ma permetta che dicta univ(ersi)ta possa fare la electione delli officiali per lo governo de essa univ(ersi)ta dello infratto modo: che li nobili possano eligere li electi delli nobili et quelli del populo eligere liloro del popolo et che fatto per essi la electione delli sindici conforme quelli che haverando più voce et allegandose per alcuna parte che quelli tali che haverando più voce non potessero esercitare off(ici)o alcuno legis impedimento non possa de fatto privarlo et confirmare altri nominati ma ammetterli a giustitia et interim permetta che l’electione vechia exerciti et declarandosi inhabili habiano potesta quelli che l’haverando dato la voce darla ad altri a chi loro piacera talche si confirmano quelli che haverando piu voce. Item permetta sua Sig.ria Ill.ma delli dudici electi che haverando da restare per lo governo della Univ(ersi)ta deli ventiquattro nominati sei de quelli ne eliga sua Sig(ori)a Ill.ma cioe tre delli nobili et tre del Popolo et sei altri lo sin(di)co cioe tre delli nobili et tre del popolo. Item supp(lica).no sua Sig.ria Ill.ma se degni creare per m(ast)ro giurato uno delli nobili de ditta Citta overo confirmare uno delli nominandi pur che sia idoneo et atto come sarra servitio a sua Sig.ria Ill.ma. Item supp(lica)no sua Sig.ria Ill.ma si degni concedere come e solito confirmare uno de doi delli nobili che haverando le piu voce per lo off(ici)o dello catapano et a quello permettere che habbia la aggiustatura de pesi et mesure sincome e stato l’antiquo solito de detta Citta. Item delli quattro iudici annuali eligendi che haveranno più voce sua Sig.ria Ill.ma ne habbia da confirmare li dui quali a sua Sig.ria piacerà”. La domanda di titoli fece crescere le scuole e lo Studio di Napoli, dove fu facile, specie con la corruzione, acquisire il titolo dottorale. Numerosi figli della nuova borghesia mercantile e creditizia riempirono la città di Napoli e divennero dottori fisici, dottori nel diritto, notai ecc..
Anche nel Crotonese lo sviluppo e l’espansione del commercio granario, che si dirigeva e alimentava i mercati di Napoli e Roma, favorivano l’ascesa di un ceto che, pur non appartenendo alla vecchia aristocrazia feudale, era cresciuto al suo servizio ed ora la sopravanzava economicamente e finanziariamente. I figli di questo nuovo ceto locale completarono l’ascesa sociale iniziata dai loro antenati; essi in Napoli ed in Roma ottennero i titoli accademici di notai e dottori ed imparentandosi con le famiglie nobiliari ne andarono a far parte, acquisendone i privilegi. All’inizio del Cinquecento i “gentihomini et litteraitae personae” di Santa Severina esercitavano uffici ed incarichi pubblici ed erano ormai parte della nobiltà cittadina, tanto che tra i capitoli chiesti e concessi dal conte Andrea Carrafa alla università e uomini della città di Santa Severina nel marzo 1525, tra i primi troviamo: “5 – Item dicta Un.ta, et homini de quella supplicano V.S.I. se digna avere in commendat.e generali tutta la Un.ta et speciali tutti li buoni Cittadini, et maxime Gentilomini, et litteraite persone, che ad quella piaccia provederli de’ officj intra la Citta de S.ta Sev.na, et suoi casali et in altre t.re del Stato de ipsa V.S.I. et anche se digne prestare favore ad quelli de farli avere officj etiam extra lo stato de quella” (Sib. 285).
Nel Cinquecento la chirurgia in Santa Severina era ancora praticata dai barbieri ma la medicina era considerata una “honoratissima professione” e arte che genera ed aumenta lo splendore della famiglia. Gli appartenenti alla vecchia aristocrazia continuavano però a considerarla “una professione sordida e poco o nulla honesta, e per tanto professione ignobile e nemica della vera Nobiltà … perché arte servile, meccanica, non liberale….perché tutta rivolta a cose stomachevoli, sordide e tali che le rifiuta qualunque degl’humani sensi …”.
I sintomi delle malattie erano vaghi come si ricava dalla descrizione che ne fa il parroco Francesco Calaianni nel libro dei morti della chiesa parrocchiale di Santa Maria la Magna. Il 10 novembre 1592 muore il clerico Carlo Jaquinta “malato a letto di pontura … perche la notte li fu bisogno pigliare la medicina non si possette comunicare perche era pericolo rebottare il S.mo Sacramento, io li feci adorar la croce ne anco domenica mattino perche li era soccessa grandissima tosse e correva il medesimo pericolo..”; il 18 aprile 1593 muore Antonio Baccaro “di un dolore di orecchia che molti giorni l’haveva travagliato, haveva perso la parola di subbito”; Il 6 settembre 1593 è la volta di Giulia Palermo che “molti di era stata malata di febre”; il giorno 19 agosto 1598 morì Lelio Monte Leone “di febre pestifera” ed il 23 agosto seguente lo seguì Gesuina Rosso “di infirmita di cherantia”; il 4 settembre 1600 morì Gloria Jaquinta “non possette pigliar la S.ma communione per haverlisi chiusa la canna di subbito si tene l’adoro e li fu data l’estrema untione, e raccomandata l’anima …”. Le cause di morte che ricorrono di frequente in questi anni sono “morte di puntura” ed “subbito si e passato de questa vita de squinanzia”. La “morte subitanea”, arriva all’improvviso e getta il panico, decima i “figlioli piccoli”, nessuna medicina può arrestarla e spesso risultano vani i tentativi del parroco di comunicare il malato e di prepararlo a rendere l’anima “con bonissima disposizione innanti dello omnipotente Idio”. Così è descritta il male della “scarenzia” o della “canna” dal canonico Basoino che ne fu affetto: “Alli 4. di Novembre l’anno del Signore 1622 essendomi gravemente infermato, e talmente aggravato d’una infermità, che non poteva esser sanato, se non dal Celeste Medico Iddio benedetto; poiché mi si serrarono affatto le fauci, gonfiò la gola, e per tre dì continui fui senza parola, e già disperato da’ Medici, stando per rendere lo spirito all’Onnipotente…” (Juzzolini, pp. 37-38).
I rimedi, di dubbia efficacia per guarire il malato, erano costituiti da infusi d’erbe, decotti, sciroppi, impiastri, salassi, lavande, bagni, risciacqui, clisteri, purghe e somministrazione di miscugli di varia natura.
Per la maggior parte dei casi la guarigione era affidata all’intervento divino come nel caso riportato dal canonico Basoino di una guarigione dovuta alla Vergine del Capo: “Ed essendosi l’anno 1558 ammalato nella Città di Santa Severina dal mese d’Ottobre di detto anno Bartolo di Stirati della medesima Città di una mortale infermità e continuo accidente e febre; ultimamente le venne una furia agli occhi di sorte che li si fecero rossi come un fuoco, e peggiorando ogni dì, a poco a poco venne al tutto a perdere la vista, che le si chiusero gli occhi di modo che stava come non ne avesse avuto mai, che stiede cieco senza vedere il Mondo infino li quattordici Agosto del seguente anno 1559, avendosi da prima fatto molti rimedj, quali furono tutti vani …” (Juzzolini, p. 23).
Paragonando il medico al giurista si disse che era come parlare del ladro e del manigoldo, essendo la professione del medico la più lucrosa. Dopo le grandi pestilenze che dalla fine del Cinquecento per tutto il Seicento avevano decimato la popolazione, i medici erano ritenuti da molti dei ciarlatani e “tutte quelle famiglie quali hanno picco di nobiltà se ne tengono lontane, forse perché corrotti i secoli, e co’ secoli travolta la saviezza del giuditio, questa professione habbia voltato faccia”(Fiore, III, 267, 282) Durante il Viceregno vigilava sull’operato dei fisici e degli speziali il Regio Protomedicato, il quale aveva la giurisdizione sugli affari sanitari.

La medicina a Santa Severina nel Cinquecento
Se le numerose liti che si trascinavano per anni nei tribunali cittadini, provinciali e di Napoli favorirono i dottori in legge, l’epidemia di sifilide che dilagò nel Viceregno all’inizio del Cinquecento, la peste del 1528, che spopolò città e villaggi, e le epidemie del 1581 e dell’ultimo decennio del Cinquecento contribuirono all’ascesa economica di fisici e speziali. La loro assenza è indice della decadenza di un luogo, come osserva il vescovo di Cerenzia e Cariati Propertio Resta nella sua relazione del novembre 1589. Riferendosi alla città di Cerenzia “ “Non c’e M(aestr)o di scola non medico non spetiaria ne comodita alc(un)a et si patisce molto di acqua” e lo stesso vale per Cariati “Non c’e m.o di scola, non medico, non spetiaria ne cosa alc(un)a di commodo et del continuo sacchegiata da Turchi” e tanto in Cariati che in Cerenzia “non c’e dottore ne notario alc(un)o”. Lo stesso affermerà alcuni anni dopo il vescovo di Isola Antonio Celli: “Urbs Insula… in pessima aeris temperie sita, ubi nec medicus, nec chirurgus, nec aliquod medicinae remedium invenitur. Habitatores pallido incedunt vultu, et pauci senectutem attingunt …” ( Rel. 1644).
Per il loro “servitio” essi non disdegnarono il grano ed il denaro, mentre erano renitenti a pagare le tasse. Già all’inizio del Cinquecento troviamo che Alfonsius de Rasis possedeva “apotheca una sue specierie” nella terra di “Castellorum”. (Reintegra 1520 in Processo, f. 523)
Da un documento della metà del Cinquecento (Galasso, 271) sappiamo che nella terra di Cutro, casale della città di Santa Severina, operavano il magnifico “artis medicinae doctor” Scipione Carziero, medico fisico della terra di Cutro, ed il nobile Aurelio Galaczo della terra di Santo Pietro (dell’Isola), quest’ultimo era “speciale et medico de mal francese”. I due protestavano perché l’università di Santo Pietro tassava il grano ed il denaro che essi ricevevano da coloro che curavano. (Sempre in questi anni a Crotone c’erano lo speziale Pompeo Galatio (1570) ed il notaio Johannes Galatio (1602).
Allora esercitavano il loro “servitio” in Santa Severina i due medici Camillo Longo e Gio. Vincenzo Scorò e lo speziale Theodisio de Oliverio. Tutti appartenenti alla nobiltà cittadina. Essi sono ricordati più per le vicende economiche e politiche della città, che li videro protagonisti, che per la loro professione. Soprattutto Camillo Longo, arrivato in Santa Severina tra la fine del 1569 e l’inizio del 1570, ed il fratello Antonino furono particolarmente fedeli alla famiglia dei conti Carrafa, di cui furono devoti servitori. Essi erano uniti da vincoli familiari con i Le Pira e con i potenti Bonaiuto, altra famiglia della cerchia comitale, ed esercitarono le cariche pubbliche di sindaco dei nobili, di mastro giurato e di eletti. Più defilato dalle vicende politiche e sociali della città è Gio. Vincenzo Scorò, appartenente alla confraternita del SS. mo Sacramento della quale il padre Sylvio U.J.D ne era stato procuratore già nel 1558. Lo Scoro ci appare legato alla chiesa locale ed in rapporto di interessi e vincoli familiari con l’aristocrazia di Crotone e dei paesi vicini. Piccolo proprietario di terre e di vigne in Santa Severina (in località S. Giorgio e alle Serre) ed in Policastro ha fatto fortuna con la sua professione ed investe il denaro ed il grano, che riceve per i suoi servizi, nel prestito ad interesse. Lo speziale Theodisio Oliverio appartiene ad una potente ed unita casata presente in Crotone, in Cutro e San Mauro, proprietario della bottega e di un consistente patrimonio, sia terriero che immobiliare, è particolarmente attivo nel campo finanziario e speculativo, mantenendo solidi legami sia con la chiesa locale che con la famiglia comitale dei Carrafa.
Dall’esame dei documenti risalta il fatto che la medicina al pari della giurisprudenza era una delle arti che generava e favoriva, più che l’onore, l’aumento dei beni. La maggior parte dei medici sono infatti protagonisti della vita economica della città. Essi utilizzano il titolo acquisito, o comprato, per raggiungere cariche pubbliche ed accumulare potere e ricchezza. Per la loro posizione e reputazione sociale a volte li troviamo come arbitri razionali, concordemente scelti dalle parti, per risolvere liti economiche. Altre volte intervengono come testimoni in atti notarili socialmente rilevanti.

Il dottore in medicina Camillo Longo
Il magnifico Camillo Longo, “artium et medicinae doctor”, era originario della città di Taverna, sposato con Isabella Bonaiuto, all’età di circa cinquantatre anni si trasferì nella città di Santa Severina. Il suo arrivo in città è legato alla presenza del conte Vespasiano Carrafa, di cui egli fu “servitore fidelissimo et affetionatissimo”.
Nel marzo 1570 Camillo Longo, Ar(tium) et M(edicinae) D(octor) è già presente in città, anzi afferma di essere della città di Santa Severina. In tale maniera egli ci appare in un atto del notaio Marcello Santoro del 15 marzo 1570, nel quale afferma di avere un debito con la mag.ca Dianora de Modio della città di Cosenza ( I, 43). Nonostante questo debito, egli il 29 giugno di quell’anno acquista da Petro Antonio deli Pira e dalla moglie Polissena un “viridario” per ducati 50 ( I, 62v – 63). Per insolvenza dell’università nei pagamenti fiscali su istanza di Giovanni de Martino, fideiussore dell’università per il debito di 3300 ducati nei confronti di Antonio Bonavides, su ordine del Regio Consiglio fu inviato in città il commissario Claudio Bonetti, il quale subito cominciò ad incarcerare ed a sequestrare i beni dei cittadini che non pagavano i tributi imposti. Tra questi ci fu anche il “fisico” Camillo Longo, il quale il 20 settembre 1571 protesta contro il commissario del Regio Consilio Claudio Bonetti incaricato dalla Regia Camera della Sommaria ad esigere le collette dai cittadini in quanto l’università di Santa Severina era in debito con il fisco. Il fisico si rifiutava di versare i ducati 25 al commissario e quest’ultimo “l’have pigliato la mula et giumenta”. In tale occasione il Longo asserì che “esso Camillo è foculare novo de dicta Città et lo debito che si ricerca in dicte collecte, è debito vecchio”, cioè risalente a prima del suo arrivo a Santa Severina. (III, 9) Frattanto Antonino Longo, fratello di Camillo, ed Marcello Prothospataro della terra di Caccuri si accordano e trattano il matrimonio da contrarsi tra Isabella Longo, figlia di Camillo, ed Gio. Paulo Prothospataro, fratello di Marcello. La dote promessa e concordata, come è uso tra i nobili di Santa Severina, è di 800 ducati, 220 dei quali da consegnarsi al momento in cui si contrarrà il matrimonio “per verba de presenti”. Poiché i capitoli matrimoniali recano solo le firme delle due parti ed essendo doveroso ristipularli nuovamente presso un notaio, il 20 gennaio 1572 dal notaio Marcello Santoro si presentano il m.co Camillo Longo Ar. et M. D., padre della futura sposa, e Marcello Prothospataro, fratello del futuro sposo. Nell’occasione il Longo anticipa ducati 100 dei ducati 220 promessi, poi ridotti a 150, da consegnarsi prima del matrimonio (III, 60). Il 16 febbraio 1572 il m.co Camillo Longo “doctore in medicina” interviene per nome e parte della figlia Isabella nei capitoli matrimoniali. La dote concordata di ottocento ducati in carlini d’argento, è così ripartita: ducati quattrocento in denaro contante, ducati trecento in “beni mobili lino lana oro argento piltro rame et altre robbe mobili” e ducati cento in bestiame “da extimarsi con lo terzo piu per comuni amici eligendi per ambe parti secondo la costumanza deli nobili dela Città di S. Severina”. All’atto interviene anche l’abbate del monastero di Santa Maria la Nova di Caccuri Octavio Protospataro, fratello carnale di Gio. Paulo, il quale promette ai futuri sposi ducati 50 annui ad iniziare dal gennaio 1573. Tra i testimoni c’è anche l’Ill. D. Prospero Carrafa ( Santoro III, f. 67). Sempre nello stesso giorno Camillo Longo consegna a Gio. Paulo Protospataro i ducati 50 a compimento dei ducati 150 promessi; cento infatti erano già stati consegnati al fratello dello sposo il 20 gennaio ( III, 69). Sempre il 28 maggio 1572 il fratello Antonino Longo “de Taberna”, abitante in Santa Severina acquista per ducati 200 da Mario e Tiberio Barracca quattro mulini per macinare “esistenti in una casa” con prato, giardino ed acquedotto alla riva del Neto in località Ardavuri.
In lite con la famiglia Le Pira, alla quale è legato da vincoli parentali, il 3 dicembre 1573 per porre fine alle controversie, vertenti tanto nella città di Santa Severina quanto nella Regia Udienza provinciale per il possesso di case, giardini, denaro ed altri beni, si accorda per la nomina di due arbitri. Sono eletti comunemente i nobili Antonino Longo e Gio. Pietro Bonaiuto. Il primo fratello di Camillo Longo , l’altro fratello del suocero, mercante di grano e procuratore del genovese Petro Hieronimo Rocchetta (IV, 38 – 39).
Morta la figlia Isabella, è in lite con Gio. Paulo Prothospataro per la restituzione della dote. Il primo luglio 1574 è stipulato un compromesso tra le due parti con l’elezione ad unico arbitro della lite l’arcivescovo di Santa Severina Francesco Antonio Santoro (IV, 104- 105). Nel maggio 1575 in Hypsigrò come padre ed amministratore dei figli e marito di Elisabetta Bonaiuto figlia ed erede di Carlo, stipula un accordo con Prudentia di Vienna, vedova di Gio. Antonino Bonaiuto, e con i suoi figli per l’eredità di alcuni terreni situati a Hypsigrò, che appartenevano al suocero Carlo Bonaiuto (V, 111). L’ultimo giorno di febbraio del 1577 il “m.co Camillo Longo A. et M. D. de S.ta S.na” è testimone in un atto notarile stipulato e riguardante una promissione e obbligazione fatte da Pietro Carrafa (VI, 191).
A causa della lite scoppiata tra l’arcivescovo ed il feudatario nel maggio 1578 per i diritti delle fiere di Santa Anastasia e di S. Giovanni dell’Agli, il 24 ottobre 1578 all’età di circa sessantadue anni fu convocato nel tribunale della curia arcivescovile, presieduto dal vicario generale dell’arcivescovo Jo. Francesco Modio con l’assistenza del Magistro Petrus Corina da Coriliano, professore di sacra teologia dell’ordine dei conventuali e del frate Jo. Baptista Ferrarius dell’ordine dei predicatori, economo e magistro del seminario. Qui fu inquisito dal diacono Gaspare Caivano, il quale lo sottopose a stringente interrogatorio per conoscere il rapporto esistente tra lui ed il mastrodatti della corte Gio. Domenico Marrella, scomunicato ed imprigionato nelle carceri arcivescovile per la questione delle fiere e come sospetto di eresia in quanto, durante la fiera di San Giovanni Minagò fu sentito dire :” quando io so morto buttinomi dalle timpe, che puoco mi si dà”. In tale occasione egli cercò di sminuire i sospetti sul Marrella, che si trovava da circa trentaquattro giorni rinchiuso nel carcere arcivescovile della “pellegrina”, dove aveva subito anche la tortura. Dalla deposizione si viene anche a sapere che per ordine dell’arcivescovo Francesco Antonio Santoro egli come medico andò a visitare il carcerato per costatare “se era infermo, e lo truovai sano”. Inoltre affermò che non conosceva “nisciuno heretico, ne ho inteso nominare nesciuno per heretico” e non era a conoscenza di ciò che era successo al tempo che si svolgeva la fiera fuori città di San Giovanni dell’Agli, in quanto “io non ho inteso cosa nisciuna, che concernesse alla religione“ e ancora “quando fu lo mercato io era in letto con le podagre, e con me di tal cosa ne parlò nisciuno” (12A, f.25v-26r).
Poco dopo essere stato eletto sindaco dei nobili, il 5 ottobre 1584 interviene per nome e conto dell’università di Santa Severina in favore del conte Vespasiano Carrafa, il quale indebitato con lo zio Francesco Carrafa aveva subito il sequestro delle entrate del feudo. Egli come sindaco a nome dell’università stipula una “promissione” con Grandonio Martino di Petrafitta. Con tale atto il Martino su richiesta del sindaco e dell’università si impegna a dare e consegnare ducati 500 a Francesco Carrafa o al figlio di costui Pyrro o ad un loro procuratore, una volta liberata la giurisdizione della città di Santa Severina, che su istanza dello stesso Francesco Carrafa è stata sequestrata dal Sacro Regio Consiglio. Il sequestro fu eseguito in quanto il conte della città, fideiussore della stessa, si era indebitato con lo zio Francesco per 4000 ducati per i pagamenti dovuti dall’università ad Antonio Bonevides. (X, 28v- 29).
Il 9 febbraio 1589 assieme al figlio Celio si presenta nella curia comitale della città e chiede al governatore che sia reso pubblico il testamento di Gio. Pietro Bonaiuto, rogato dal notaio Marcello Santoro il 17 gennaio 1581. Gio. Pietro Bonaiuto, zio materno di Celio, ha lasciato eredi Fabio Bonaiuto ed i figli maschi di Camillo Longo. Quale sia stato il rappporto tra il dottore di medicina ed il potere a Santa Severina, soprattutto con la famiglia del conte, basta riportare quanto afferma nel testamento Gio. Pietro Bonaiuto: “… essendo io tanto servitore fidelissimo et affetionatissimo del S.r Vespasiano Carrafa conte di Santa Severina et Ill.mo S.r Francesco Carrafa et S.r Prospero, percio con questo mio ultimo testamento li supplico per amor di dio siano et habino in recomandatione li heredi miei et cose mie …” (XI, ff. 63 – 70). Camillo Longo, confrate della confraternita del SS.mo Sacramento, morì all’età di circa ottanta anni dopo lunga malattia il 4 dicembre 1595, come annota nel libro dei morti di Santa Maria la Grande il parroco Don Francesco Coloianni: “Adi 4 di Xbre 1595 passo dala presente vita lo mag.co Camillo Longo e fu sepellito nella chiesa Arcivescovale, e proprio nella cappella di S. Lorenzo con haverlo molti giorni inanti perche l’infirmita ando a lungo, confessatolo e comunicatolo et assai volte invitatolo ad havere patienza si esponesse a rendere lanima nelle mani de Dio con core contrito, e non ponesse piu pensiero nelle cose terrene caduche e transitorie ma totalmente aspirasse nel cielo molte altre parole utili all’anima sua secondo che Iddio m’ispirava finalmente fateli le protestationi et datoli lestrema untione raccomandandoli l’anima mentre agonizzava legendoli salmi, et orationi notate nello sacerdotale rese l’anima a Dio”.

Il dottore in medicina Gio. Vincenzo Scorò
Sono presenti fin dall’inizio del Cinquecento con Antonio (1521), Gio. Matteo e Donno Anselmo Scorò abitante in parrocchia di San Giovanni Battista (1564).
Il primo giugno 1564 dentro la chiesa arcivescovile “et proprie in cappella nova constructa pro Santissimo Sacram(en)to per confrates et benefactores: fuerunt descripti in p(rese)nti libro infra.ti novi confratres in confraternitate Sanctissimi Corporis xpi”. Tra i nuovi confratelli troviamo “Joannes Vincentius Scorò Artium et Medicinae doctor” (D.1 fasc. 3, f. 9).
Il 21 febbraio 1570 il mag.co Jo.ne Vinc.o Scorò ar. et m. d. concede un prestito di ducati 100 ai fratelli Luca, Andrea. Michele, Giorgio e Pietro Livani con la condizione che siano restituiti entro il 15 maggio prossimo venturo del presente anno (I, 33).
L’undici marzo 1571 il reverendo Anselmo Scorò fa testamento ed essendo prete e non avendo eredi maschi legittimi nomina erede il suo “fratello consobrino” il m.co Jo. Vinc.o Scorò “sopra tutti i suoi beni mobili et stabili et semoventi jocali denari suppellettili di casa …”. Quattro giorni dopo il “fisico” Gio. Vincenzo Scorò fa l’inventario dei beni ereditati tra i quali vi sono una casa palaziata in parrocchia di San Giovanni Battista, due chiuse in località Torrotio, un vignale a Yannoccari, tre materassi pieni di lana, una “cilona pinta grande” ecc.. Prima di prendere possesso dell’eredità egli verifica se essa è più dannosa che lucrosa. A tale scopo il 19 aprile presenta una petizione in curia al governatore della città per convocare dei testimoni. Il 21 aprile seguente Gio. Vinc.o Scorò “ar. et m.e d.” assieme al notaio Marcello Santoro ed a testimoni si reca nel “palazo con doi intrate” in parrocchia di San Giovanni Battista e fa nuovamente l’inventario (II, 65 – 67, 74 – 76).
Il 5 agosto 1574 il facoltoso Alessandro de Martino fa testamento e nomina tutori e curatori dei suoi figli e dei suoi beni Gio. Vincenzo Scorò, Gio. Bartolo Sacco e la sorella Tarsia de Martino ( IV, 136 sgg.)
In data 24 gennaio 1575, come erede del reverendo Anselmo Scorò, raggiunge un accordo per la consegna di parte delle doti e dei beni alle due figlie naturali del defunto prelato, le sorelle Lucretia, sposata con Luca Cerra, e Salomea ( V, ff. 81v – 82r).
Il 26 febbraio 1577 muore Silvio Scorò, dottore dei due diritti, lasciando eredi il fratello Gio. Vincenzo Scorò ed il padre Gio. Battista Scorò.
Segue la richiesta della restituzione delle doti della vedova e nobile crotonese Innocentia Lucifero fatta a Jo. Batt.a Scorò e a Jo. Vinc.o Scorò ar. et m. doctor, padre e figlio, eredi “ ab intestatu cum ben.o legis et inventarii” del m.co Silvio Scorò U.J.D.. La dote consegnata anni prima dalla Lucifera ascendeva a ducati 900. L’accordo per la restituzione della dote, stipulato in data 2 maggio 1577, prevede la consegna di “doi cento trenta doi pezi di libri legali fra grandi et piccoli, et canonisti” per il valore di ducati 228, ducati 111 in beni mobili, le case grandi situate a Crotone per il valore di ducati 400 più altri ducati 60 per le migliorie apportatevi ed a complemento dei ducati 900 altri ducati 100 da consegnarsi metà in foro molera prossimo venturo e metà in foro molera dell’anno seguente. Tuttavia la Lucifera l’undici maggio seguente ottiene dagli Scorò a completamento della restituzione delle doti altri ducati 100. Sempre nello stesso giorno gli Scorò cedono per ducati 100 al nobile crotonese Jo. Francesco Lucifero una loro possessione di viti ed olivi in località “Ogliastretto” ( VI, 226, 230 – 231).
Il 15 giugno 1577 Jo. Vinc.o Scorò vende al nobile Scipione Santoro una casa terranea situata in parrocchia di Santa Maria Magna per ducati 15 di carlin i d’argento ( VI, 253v).
Ritroviamo D. Jo. Vinc.o Scorò “ar. medicine dottor” in alcuni atti notarili successivi. Il 13 settembre 1578 Tarsia de Martino madre di Gio. Bartolo Sacco accetta e ratifica, obbligando i suoi beni, il prestito di ducati 150 per quindici anni dati a censo da Gio. Vinc.o Scorò al figlio Gio. Bartolo Sacco con atto notarile rogato per mano del notaio Jo. Th. Bombino de Cotrone ( VIII, 9r- 10v). Il 2 gennaio 1582 lo Scorò erede di Anselmo Scorò completa le doti dovute ai coniugi Luca Cerra e Lucretia de Scorò, figlia del fu Anselmo, e di Salomea Scorò, altra figlia di Anselmo, vedova di Francesco Dormiglioso ( IX, ff. 70 – 71). Il 22 febbraio sono stipulati i capitoli matrimoniali tra la figlia Julia Scoro e Gio Ferrante Nigro, capitoli ratificati successivamente il 14 agosto 1582. La dote promessa e concordata, come è uso tra i nobili di Santa Severina, è di 800 ducati, così ripartiti: ducati 200 in moneta corrente, ducati 300 in una continenza di terre “arborate di cerquie” situate in territorio di Policastro in località “la Furesta”, ducati 60 in la metà della possessione “arborata di celsi et olive” in località “Cimichicchio” in territorio di Policastro, ducati 200 in mobili e paramenti secondo l’uso e consuetudine della città di Santa Severina “appretiandi et stimandicon lo terzo di più” ed infine ducati 40 “in tanti vestiti di seta et ornamenti per essa futura sposa di consignarceli al tempo dell’effettuatione di detto matrimonio”. Sempre in quel giorno la moglie Artibana Poheria fa testamento lasciando eredi i due figli Jo. Battista e Jo. Paulo ( IX, 141 – 142, 149).

Lo speziale Tesidio Liveri
L’abitazione di Thesidio Liveri ( Oliverio), situata nella piazza pubblica davanti alla chiesa parrocchiale di Santo Nicola dei Greci, era composta da numerose camere superiori e inferiori, dal catoio, dalla stalla, dalla casa del forno, dal cellaro; aveva inoltre un cortile, una cisterna ed un magazzino. Apparteneva sempre al Liveri la spezieria che era “dentro seu a canto di detta casa”. La spezieria era appartenuta in precedenza a Marco Antonio de Dato (L’herede di Marco Antonio de Dato per lo loco fu de lo speciale) e poi era divenuta proprietà del Liveri che aveva sposato Antonella de Dato.
Dal libro delle entrate di Santa Anastasia (3A) nel “Conto de censi exacti nel predicto anno 1546” troviamo per la prima volta Ms Disidio de Oliveri il quale deve versare tre tari e 10 grana. Lo ritroviamo nell’annata successiva che abita nella parrocchia di Santo Nicola deli Greci, L’analisi dei censi che deve pagare, ci induce a considerare che l’accumulazione dei beni, favorita dalla sua attività, è già avanti. Egli deve pagare “per la casa fo de fran.co trombatore”, “per la vigna fo de edoardo miniscalco”, “per lo olivito fo de mastro condopoli” e “per una vigna ad pagano”.
Il 15 dicembre 1569 il magnifico Theosidio Oliverio di Santa Severina concede in enfiteusi al reverendo Baptista Salvato un oliveto con vigne , terre alberate in località la Fontana per il pagamento annuo di ducati 4 e tari uno da pagarsi il 15 agosto con alcuni patti e condizioni (I, 10).
Il 26 dicembre 1569 vende all’Ill. D. Prospero Carrafa di Napoli per ducati 100 alcune case palaziate situate in parrocchia di Santa Maria la Magna in località Monte Fumeri confinanti con la casa di Petro Li Pira e quella di Jo. Bartolo Oliverio (I, 14).
Assieme ad altri nobili della città il 28 agosto 1570 prende in prestito denaro da Franceschello Leto obbligandosi a consegnargli frumento ( I, 90).
Essendo giunto in città Claudio Bonetti, commissario del Sacro Regio Consiglio per esigere le collette dovute dall’università su istanza di Gio de Martino, fideiussore della stessa, per il debito dovuto ad Antonio Bonavides, essendo renitente al pagamento, Tesidio de Oliverio con molti altri cittadini facoltosi è incarcerato nel castello. E’ del 22 settembre 1570 un atto rogato dal notaio Marcello Santoro con il quale Gio. Bartolo Oliverio protesta e chiede di “cavare de prigionia ad dicto m.co thesidio altramente se protesta che dicto sindico et universita de Santa Severina tanto di quello ponna guadagnare in dicta sua poteca di speciaria quanto di ogni altro danno spese et interesse et di giornate sue che ha patuto pate et paterà per l’occasione preditta..”. Il rilascio immediato è anche richiesto per il fatto che in città ci sono molti malati che hanno bisogno delle medicine ma non possono averle perché la spezieria è chiusa in quanto Tesidio Oliverio è in prigione (II, 11).
Costretto a pagare ed uscito di prigione, già il 25 ottobre 1570 il Liveri protestava contro Gio. Antonio Tilesio, in quanto voleva saldato un debito di ducati 75. Con tali denari il Liveri voleva comprare “tutte le medicine et specierie” per la sua “potica”, dalla vendita delle quali avrebbe ricavato ducati 100 (II, f. 23).
In questi anni egli è al centro di alcune liti. Una lite ha per oggetto alcune case situate in località Monte Fumero e confinanti cone le case che erano appartenute ai De Dato. L’Oliverio le aveva avute anni prima in cambio di un terreno da Johannes Nicolaus Cyminus di Taverna, abitante in Caccuri. Sulle case però era aperta una lite con i precedenti proprietari. ( II, 98v-99).
Una lunga lite, per questioni riguardanti l’eredità e soprattutto il possesso della gabella di Santa Domenica, lo vede opposto ai coniugi Jo. Bartolo Liveri e Lucretia de Dato e ad Jo. Antonio Liveri e Laura de Dato. Poiché la lite si prolunga il 9 marzo 1574 le sorelle Lucretia e Laura de Dato stipulano tra di loro un patto per far fronte alle spese della lite, impegnandosi a dividersi equamente le spese passate e future. (IV, 67r – 68v). La lite si prolungherà nel tempo anche perché l’università di Santa Severina rivendicherà la natura burgensatica e non feudale del territorio, esigendo dai possessori le tasse (ASN, R. C. S. Segreteria, 1600-1601).
Morta la moglie Antonella di Dato, dalla unione con la quale erano nate le due figlie Julia e Portia, si risposò con Diana, detta anche Ana o Anna, Callea di Policastro.
Il 14 dicembre 1574 Tesidio Liveri afferma davanti al notaio che al tempo in cui contrasse matrimonio con Diana o Anna Callea di Policastro ebbe in parte delle doti promesse ducati 110. Volendo ora cautelare la moglie ha deciso di obbligare “eius aromatoriam seu speciariam.. cum omnibus garactolis, mortariis et stiglis in ea” ( V, 34).
Il 14 marzo 1575 Thesidio Liveri concede a censo perpetuo a Petro Indara un mulino con acquedotto e terre contigue dell’estensione di circa 13 tomolate, situato in località La Cersa presso il vallone di La Ghane. L’Indara si obbliga a consegnare ogni anno 25 tomoli di frumento “ad mesuram magnam et franchi de molitura” con alcuni patti e condizioni ( V, 94v – 95).
Il primo dicembre 1576 il Liveri chiamò il notaio Marcello Santoro e fece testamento. Poco dopo morì e come da sue disposizioni fu seppellito nella cappella del SS.mo Sacramento di cui era confrate “ senza pompa funerale eccecto che mi sepelliscano ad una hora di notte con doi intorcie tantum et lo cappellano solo senza preite et che poi a di si dica in dicta cappella la missa cantata con due preite”. Il 3 dicembre su richiesta delle figlie ed eredi Julia e Portia il testamento fu aperto. Seguì l’inventario dei beni ereditati dalle due figlie, delle quali furono curatori Jo. Bartolo e Domitiano Liveri.
Durante il corso della sua vita Theodisio, o Disiodo, aveva accumulato numerosi beni. Egli aveva allargato la proprietà immobiliare in parrocchia Santo Nicola dei Greci acquisendo una casa confinante con la sua abitazione che era stata di Jo. Francesco Trombatore; aveva esteso i possedimenti in località La Fontana con una vigna che era stata di Addoardo Miniscalco, con due oliveti appartenuti a Ferrante Condopoli ed ad Antonio Pancalli. Era divenuto proprietario di alcuni vignali che erano stati di Jacopo Casoppero e di una vigna di Joannello Novellisi ecc.
Lasciò quindi beni consistenti, sia feudali che burgensatici, che comprendevano, oltre alla casa grande di abitazione , un magazzino, una spezieria, un casalino in località la torretta, delle terre in località Le Costeri dele Donne, una continenza di vigne a La Ghane, una continenza di ulivi e vigne in località la Fontana, un vignale a la Roccella, un mulino a Cafiri con “la pigliata dell’acqua e terre contigue”, tre paia di buoi, numerosi tomoli di grano nel magazzino davanti la chiesa di Santo Apostolo ed altro seminato nelle sue gabelle. Nella spezieria furono trovati i seguenti oggetti: “In p.s uno mortaro grande de metallo con lo suo pistone di ferro. Item doi mortara piccoli di metallo con li loro pistoni. Una sciruppera di piltro. Uno culaturo di piltro. Uno gotto di piltro. Uno fraschetto di rame. Una tiella grande di rame sottile per la dispenza. Item nella parte destra di detta cam.ra de specieria vi sono: Cento et tre vormie parte piene di syruppi et snpliy et altre cose composte et parte vacante declarandi le sup.te syrupi et sinpliy per li deput.i. Item nella parte senistra vi sono vinti doi garraboni di crita pinti con le vernie pieni di diversi ogli et parte vacanti.
Item venti doi altre vernie bianche et verde pieni et vacanti con diversi unguenti. Item quaranta octo lancelle grandi et piccole verde et gialle parte piene et parte vacanti con acque restillate et ogli.
Item sopra la portella dela specieria vi sono: Vinti octo albari bianchi et pinti pieni di conserve di diverse sorte et uno quatro dela madonna S.ma et una lampa. Undici carrafe di peltro parte vacanti et parte piene de suchi. Una statila mezana. Due miscole de ferro et unaltra miscola de ferro.
Uno paro de belanse grandotte et unaltro paro di bilansille. Uno paro di sayele et uno marchio di una libra. Item uno cascione grande dentro lo quale sono le infr.e robbe: In p.s uno marzapano pieno di diverse polvere cordiali, uno marzapano con uno poco di pipe.Unaltro marzapano con collerelle,unaltro marzapano con zuccaro cundito et violato et rasato. Uno marzapanetto con spica. Unaltro marzapano con ascamanca.Unaltro marzapano vacante. Unaltro con agarico. Unaltro con garofali cannella et altre coselle. Item sei libre di cascio in canna. Unaltro marzapano con pinnoli et unaltro con manna. Uno garattolo di argento vivo. Uno marzapano con censo et unaltro con le sayole. Item nello istesso cascione sono l’infr.e robbe: In p.s uno pezo grande di zuccaro grosso.
Uno marzapano pieno di bianchetto et uno pazo di gritta .Uno marzapano di sena. Una crita con verderame. Quattro cannoli de impiastro di decolore. Una carta con pipe et zafarana. Item in detta specieria sono tre casciotti et sette marzapani parte vacanti et pieni di radiche simenti et sinpliy. Una saletta di ligno. Uno crivo di seta. Uno albaretto di piombo piccolo con musco dentro. Una segia di ligno”. Tra le condizioni presenti nel testamento vi era : “Item le dicte heredi non possano admover et cacciare alla p.ta Anna mia moglie da la camara di dentro finchè non sarà satisfatta deli p.ti docati cento ut s. datimi che cosi voglio et ordino quale camera e sotto la spezieria”, si “deve dare a Laurentio Liveri di Cutro docati sessanta quali son stati paghati per la procura delo m.co Petro Fran.co Rotella, et si hanno di pagare sopra l’entrate di S.ta Dom.ca” e, volendosi farsi monache le sue sorelle, esse devono avere li alimenti.
Il 25 maggio 1577 Domitiano de Oliverio e Jo Bartolo de Oliverio in qualità di curatori di Julia de Oliverio, figlia del fu Theodisio e di Antonella de Dato, trattano il matrimonio per verba de futuro tra Julia e Lutius Zurlus. La dote promessa è “ la meta integra dele heredita paterna del detto qm Tesidio de Oliverio padre e della qm dama Antonella de Dato matre et la meta di tutte loro robbe hereditarie mobili stabili actioni ragioni crediti et nomi di debitori animali argenti oro denari gioye grani …” Sono presenti e testimoni le personalità più importanti della città tra i quali il conte di Santa Severina Andrea Carrafa, il signore della città Vespasiano Carrafa, il magnifico Camillo Longo ar. et m. d. , il magnifico Jo. Vinc.o Scorò ar et m. d.i, il nobile Petro Antonio de Sindico, il nobile Johannes Galluccio, il nobile Jo. Francesco Marsica, il nobile Jo. Vincenzo Infosino, il Reverendo decano Fabio Infosino, il tesoriere Caruso, l’arciprete Mercurio Gructeria, il magnifico Grandisio Cimino U.J.D. ed altri. (VI, 247 sgg). L’undici settembre 1578, ormai sposate le due figlie ed eredi di Theosidio de Oliverio, Julia de Oliverio con Lucio Zurlo e Portia de Oliverio con Joanne Loysio Infosino, il curatore Jo Bartolo de Oliverio cessò l’incarico (VIII, 8) . Il 29 dicembre 1582 Jo. Bartolo Oliveri anche a nome del fratello Jo Antonio Oliveri, marito di Laura de Dato, si accorda con le sorelle Julia e Portia, figlie ed eredi di Antonella de Dato. Essendo Jo. Bartolo in debito con le due sorelle in ducati 100 per l’integra soddisfazione dei beni materni ed essendo le due sorelle in debito di ducati 100 con Anna Callea, seconda moglie del padre Tesiodo, per la restituzione delle doti, convengono che Jo. Bartolo Oliverio consegni ad Anna Callea i ducati 100 ( IX, 68 – 69).

Le malattie dell’arcivescovo Alfonso Pisano e del vescovo Filippo Gesualdo
Alfonso Pisano, originario della terra di Morrone in diocesi di Caserta, figlio di Berardino e di Prospera Santoro, sorella del cardinale di Santa Severina, nel 1586 all’età di circa 34 anni divenne arcivescovo di Santa Severina, arcidiocesi che resse fino alla morte avvenuta nel 1623.
Non volendo recarsi a Roma, l’arcivescovo motivò la sua assenza con un certificato compilato da Fabritio Garzia e Gio. Alfonso Roggiero, entrambi con la qualifica di “Artium et Medicinae Doctor”. Il certificato attesta lo stato di salute del prelato che gli impedisce il viaggio a Roma in occasione della presentazione della visita ad limina. Stesso discorso vale per il vescovo di Cerenzia e Cariati Filippo Gesualdo. La presenza nel caso del Pisano dei due medici non Santaseverinesi Fabritio Garzia e Gio. Alfonso Roggiero ed in quello del Gesualdo del medico Flaminio Paramato di Rossano dimostrano la presenza nella regione di medici di fama, particolarmente richiesti dai nobili e dagli eccelsiastici. I due documenti evidenziano le malattie che colpivano la classe agiata causate da una alimentazione ricca di carne suina e selvatica e le epidemie del periodo invernale. Allora il titolo “Artium et Medicinae Doctor” non era stato ancora sostituito con quello di “Doctor physicus”.

“Monsig.r Ill.mo Arcivescovo di S.ta S.na se ritrova molto oppresso d’alcune intemperie nelle parti del suo corpo, et particolarmente nel cerebro, quale essendo di temperamento più del naturale freddo et humido continuamente destilla humori freddi et humidi nelle parti inferiori et nella gola et parti simili, nelle quali per il detto continuo flusso et intemperie cudotta di giorno in giorno in si gran copia di flato. Perilche per evitare che non s’incorra in alcun male pericoloso come dolor cholico et altri simili per noi sub scritti medici non si manca al spesso applicarvisi novi et convenevoli rimedi con consigliarci il bon reggimento di vita et che non si faccia moto eccessivo ne anco viaggio lungo per non incorrere in augmento di dette intemperantie et per consequentia in pericolo di sua vita, quod Deus avertat. Il che essendo vero in segno di maggior certezza se n’è fatta la p.nte scritta et firmata di n.ra p.pria mano. In S.ta S.na il di 30 di 9bre 1606.
Fabritio Garzia Ar. et m. D.r.
Gio. Alfonso Roggiero Ar. et m. D.r.”

“Fateor ego Flaminius Paramatus Philosophiae ac Ar. et Med. Doctor Civ.tis Rossani, et degens in Civ.te Cariathi Rev.um Ep.um Cariatensem fr.em Philippum Gesualdum continue affligi, et vexari à capitis distillatione, ac nimia jecoris inflammatione, nec non chyragrios et podagrios pati dolores ac mensibus proxime praeteritis maximam gutturis inflammationem cum magno eius vitae periculo passum fuisse nec ad perfectam sanitatem adhuc reduce posse, cum simper de novo fluxio superveniat, et oportunis adhibitis remedies propter patientium partium imbecillitatem ex longo tempore introductam non posse usq. Adhuc ad sanitatem pervenire, et ob id assiduis medicinalibus indigere remedies idcirco ad praesens ex his affectibus et passionibus longe equitare absq. evidente eius vitae discrimine non posse et in fidem hanc mea prop.a manu subscripsi. Datum in Civ.te Cariathi Die secundo mensis junii 1616. Ego Flaminius Paramatus ar. et med. Doctor me subscripsi manu pp.a.

Il Dottor Fisico Francesco Antonio de Sindico
Francesco Antonio de Sindico apparteneva ad una nobile famiglia di Santa Severina. Tra i suoi antenati troviamo Antonio de Sindico che nel 1447 da rettore della chiesa parrocchiale di San Nicola di Mesoraca è nominato parroco di Santa Maria Magna di Santa Severina. Poco dopo nel 1452 è decano, la carica maggiore della chiesa metropolitana dopo quella di arcivescovo.
Nel febbraio 1466 Francesco De Sindico è giudice. La famiglia De Sindico aveva il giuspatronato della cappella intitolata a Santo Francesco d’Assisi dentro la cattedrale. Petrutius de Sindico è arcidiacono (1545 – 1559); anche Giuseppe de Sindico sarà arcidiacono (1649 – 1666).
Alla metà del Cinquecento “messer Girolamo de Sindico” possiede una casa ed abita alli Casilini vecchi sotto la Scalilla in parrocchia di Sant’Angelo (1548 – 1550). In seguito la casa passò a Pietro Antonio de Sindico, proprietario di un oliveto in località “La Cona”, di alcune vigne alle Serre e di un mulino alli Cati ( 1576 – 1582). Petro Antonio del Sindico, fu più volte sindaco dei nobili, nel 1564 si iscrive alla confraternita del SS.mo Sacramento, alla quale poi fece parte anche Girolamo del Sindico (1587).
Durante l’annata 1571/1572 Joannes Vincentius delo Sindico è sindaco dei nobili e nel 1572 sposò Beatrice Longobucco di Umbriatico. ( III, 32,82, 125).
In una pergamena conservata nell’archivio arcivescovile di Santa Severina ( P. 108), che riguarda un contratto stipulato il 5 agosto 1615 presso il notaio Joannes Dominicus Pancalli avente per oggetto il pagamento di decime degli “agnelli, capretti, caso et ricotte” alla mensa dell’arcivescovo Alfonso Pisani da parte dell’erario di Mesoraca, tra coloro che intervengono troviamo: “Ego Franciscus Antonius de Sindico D.r phys.us interfui”. Ritroviamo il dottore fisico anche in molte pergamene ed atti successivi.
Il 19 settembre 1615 il “Doctor fisicus Antonius de Sindico Sindicorum nobilium Civitatis et Johannes Maria de Bona sindicus popularis seu honoratorum” affermano che essendo stato debitore verso l’università Cola Zurlo, compratore del “quinterno delli fiscali dell’anno 1614”, è stato necessario confiscargli la gabella Fisa di Volo e venderla all’incanto.
Il 17 luglio 1619 Petro Agusto che ha in affitto il mulino del dottor fisico Francesco Antonio del Sindico protesta perché gli sono stati rubati due sacchi di grano, un’ascia ed un bue ( 3D, fasc. 1).
Il 24 ottobre 1621 il dottor fisico Francesco Antonio del Sindico interviene nella lite tra il conservatore dei grani Lupo Antonio d’Ambrosio della terra di Cutro e il napoletano Giulio Cesare Pisani. Egli è eletto dalle due parti come razionale per verificare i conti e trovare un accordo tra le due parti, stabilendo la quantità di grano che deve consegnare il D’Ambrosio al Pisani. (3D, fasc.2)
Il 3 giugno 1623 il dottor fisico Francesco Antonio del Sindico chiede al vicario generale che sia emanata “monitione” di scomunica contro chi gli ha ammazzato due “vacche figliate” del valore di circa trenta ducati che pascolavano nella gabella della Roccella ( 3D fasc. 1).
Il 25 luglio 1612 su richiesta dei fratelli Bartolomeo e Gio. Bernardino Martini e dei fratelli il dottor fisico Francesco Antonio e il clerico Tommaso de Sindico, essendo morta il 25 maggio 1612 Margarita de Sindico, vedova di Gio. Francesco Rales, zia materna dei De Martino e sorella per padre dei De Sindico, è aperto il testamento. Tra i vari capitoli vi era che “Item dechiara dovere di dare al R.do Capitolo docati cento di capitale a raggione di otto percento che li pigliò per pagar lo debito di detto fran.co ant.o et vole che li habbiano di pagare dal detto fran.co antonio”.
Per circa venti anni il dottore fisico versò ogni anno i ducati otto.
Il 25 giugno 1638 il dottore fisico si recò nella curia arcivescovile ed affermò che gli era giunta notizia che su istanza del capitolo era stato emanato un editto di censura di scomunica contro coloro che entro il termine di sei giorni non avessero assolto i loro debiti col capitolo e tra questi vi era anche il suo nome.
Dai documenti esibiti nel processo si viene a sapere che il 30 maggio 1635 Francesco Antonio de Sindico aveva concesso un prestito a Bunella de Sindico, al figlio di costei Bartolomeo Martini marito di Paula. I cento ducati servirono a Bunella e Paula per liberare Bartolomeo, il quale era carcerato nella terra di Cropani per debiti. Per “la stagione caldissima” il Bartolomeo “stava con manifesto pericolo d’infirmare et ivi perder la vita” e perciò “pregarono e fecero pregare il detto D.r Francesco Antonio fratello di padre di detta Bunella che pagò ducati cento”. In cambio dei cento ducati i debitori si obbligarono a pagare annualmente il censo al Capitolo. Di Del Sindico riportiamo due certificati medici rilasciati all’arcivescovo Alfonso Pisano:
“Plenam fidem facio ego Franciscus Antonius de Sindico Doctor phys.s inicuiq. Praesentes spectaverint, vel quovismodo praesentatae fuerint, qualiter admodum Ill.mus, ac R.mus Dominus Alfonsus Pisanus, huius Civitatis Sanctae Severinae Archiepiscopus, adeo adversa valetudine detinetur, itaq. Ventriculi, ac partium naturalium inflatione affligitur, et pituitae copia à capite ad subiectas partes delabente obsidetur, ut nè dum illar. Partium sit orta intemperies, sed multa etiam sint subsequuta symptomata, ut propterea nequaquam, absq. Evidenti vitae discrimine, in hac praesentim hyemali constitutione, se itineri accingere, ac ad Urbem conferre valeat, idq. Totum in animam affirmo et in fidem p.ntes scripti, et subscripsi manu propria. Datum Sanctae Severinae die XX mensis Novembris 1615. Ego Franciscus Antonius de Sindico, D.r phys.s manu prop.a”

“Ill.us admodum, ac R.mus Dominus D. Alfonsus, huius Civitatis Sanctae Severinae Archiepiscopus, ita ventriculi debilitate cum dolore crebro laborare consuevit, prout etiam in presentiarum affligitur, ut minime possit absq. evidenti vitae discrimine, ne dum ad Urbem se conferre, sed / his accedente senili, aetate, in qua reperitur/ né equum quidem con scendere, magnisq. motionibus defatigari; idq. verissimum esse in animam affirmo et in fidem p.nti scripti, et subscripsi manu propria. Datum Sactae Severinae Die 24 Novembris 1618. Ego Franciscus Antonius de Sindico Ar. et M.D. fidem facio ut sup.a manu prop.a.”

La spezieria di Prospero Pistoia nel Campo
La spezieria, che era situata nella piazza in parrocchia di Santo Nicola dei Greci, successivamente si spostò nel Campo. La proprietà della bottega divenne l’oratorio di Santo Lorenzo, situato dentro la chiesa di Santa Maria della Grazia, della famiglia d’Infosino d’Alto.
La spezieria infatti ricompare nell’inventario presentato nel 1630 all’arcivescovo Fausto Caffarello dal presbitero Gio. Battista Oliverio, rettore fin dal gennaio 1615 dell’oratorio di Santo Lorenzo e della chiesa Santa Maria della Grazia nel luogo detto La Piazza. L’Oliverio era seguito a Scipione Burlarias, morto nell’ottobre 1614. Tra i possessi dell’oratorio troviamo: “Una potega nel canpo quale si affitta a Prospero Pistoia docati tre che ci tiene la spezeria. Un camerino di sopra dalla quale quando s’affitta se ne puo havere carlini diece. Unaltra potega acanto di detta spetieria quale adesso tiene Monsig.r Ill.mo” (4D, fasc. 4).
Nei “Memoriali di scomunica” in data 2 settembre 1624 vi è una supplica rivolta da Prospero Pistoia al Vicario generale dell’arcivescovo. Con tale atto il Pistoia chiedeva che fossero emanate “monitioni di scomunica” contro coloro che gli avevano “fraudato grano nella massaria tanto nel seminare quanto nella raccolta”, contro chi gli aveva ucciso una “scrofa pregna”, danneggiato l’oliveto e “rubbatoli qualsivoglia sorta di spetiarie” ( 3D, fasc.1)
Da altri documenti sappiamo che il Pystoia, arrivato in città da Rocca Bernarda, aveva affittato la bottega dell’oratorio al tempo in cui era rettore il Burlarias e la aveva lasciata al tempo dell’Oliverio, col quale ebbe una aspra lite, come risulta da un esposto presentato nella curia arcivescovile il 14 febbraio 1633. Allora il Pystoia chiese che l’Oliverio fosse scomunicato in quanto si era impossessato con la forza della speziaria. Tra coloro che furono citati a comparire nella curia per dirimere la questione ci fu anche il D. Fisicus Fran.cus Ant.s del Sindico. (11D fasc. 6).
“Nella R.ma Arciv. Corte di questa Città di S. Sev.na reverentem.te expone Prospero Pystoia spetiale di d(ett)a Città e dice qualm(en)te molti anni sono essendo venuto dalla terra della Rocca Bernarda con la sua spetiaria ad habitar in questa Città portò seco certi stigli a lui bisognanti con le scantie et il cascione et havendosi locata dal q.m D. Scipione Burdarias la bottega di S. Lorenzo sita nella piazza del Campo per annuo piggione di carlini venti, vi pose d(ett)i stigli e per maggior sua commodità vi fece a sue spese un’intempiatura un riposto et una gelosia nella porta, non computando cos’alcuna di queste à detta piggione conforme per revelatione appare, havendo annuatim sodisfatto il d(ett)o q.m D. Scipione, così come d(ett)to sodisfatt(o)re ha seguito à D. Gio. Batt.a Oliverio successore in d(ett)to loco del che p(rese)nto polissa suo tempore e perche più mesi sono essendosi voluto partire da d(ett)ta habitatione conforme si partì volendo seco portar d(ett)ti stigli da D. Gio. Batt.a …. violentemente s’ha pigliato la chiave di… da mani di Vespesiano Barbaro suo genero … dire ch’ogni cosa era sua et il d(et)to esponente non poter provar le sue rag(gio)ni espose mem(oria)le à d(ett)a R.ma Corte, che li spedisse sent(en)za fulminatoria di scom(uni)ca, e sopra ciò son state presentate più revelationi à d(ett)ta R.ma Corte …”.
L’oratorio continuerà a mantenere la proprietà della bottega anche successivamente. Nella platea compilata nel luglio 1663 troviamo che l’oratorio possiede “nel Campo una casa colla bottega di sotto et a canto uno magazeno scoverto. In q.o magazeno s’è fatto l’oratorio della congregatione per ordine di mons. Falabello Arciv.o si pagano al beneficio cinque carlini” (5D, fasc. 7).
Lo stesso è nella platea del 1689: “Nel Campo una casa con la bottega di sotto, dalla quale camera di sopra quando s’affittava se ne poteva havere carlini dieci e dalla bottegha di sotto à tempo che s’affittava à Prospero Pistoia se ne havevano carlini trenta” (45A).
Alla metà del Seicento come si legge nell’Apprezzo della Città e stato di S. Severina compilato nell’anno 1653 dal tavolario Onofrio Tango con l’intervento del consigliere Gennaro Pinto con lo spopolamento e la decadenza economica della città una ristretta aristocrazia sbarrava il sedile ai dottori, ai mastri ed ai piccoli proprietari e quindi impediva a loro di poter accedere agli uffici pubblici più importanti. Pertanto gli appartenenti a questo ceto, per non pregiudicarsi in futuro una possibile ascesa sociale nobiliare, disdegnavano le cariche riservate al popolo. Infatti “oltre delli nobili sono altri quali non ricevono officii nobili ne del popolo che questi saranno da 30 persone che sono dui dottori di legge uno fisico uno chirurgico uno tentore e uno mastro di scola”.

Il Medico chirurgo Francesco Antonio Ferrari
Francesco Antonio Ferrari discendeva da una antica famiglia nobile di Santa Severina. Già nel 1507 troviamo il sindaco Diamante Ferraro. Nel 1559 Donno Jo. Petro Ferrari è cappellano dell’altare della Presentazione della Beata Vergine Maria e dell’oratorio di Santo Silvestro, entrambi nella chiesa cattedrale, e dell’oratorio di Santa Croce nella chiesa parrocchiale di Santa Maria la Magna.
Nel marzo 1620 i fratelli dottor Francesco, Antonio, Alessandro e Placido Ferrari possiedono un oliveto in località le Puzelle. Nel 1624 D. Francesco Antonio Ferraro UJD è economo della mensa arcivescovile. Nell’agosto 1625 D. Francesco Ferraro possiede la gabella di Pacciarello. In quell’anno il canonico Dottor Francesco Antonio Ferraro assieme a suoi fratelli, il clerico Dottor Alessandro e Placido Ferraro, chiede all’arcivescovo di poter fondare l’oratorio di Tutti i Santi annesso a Santo Mattia nella chiesa arcivescovile esuadendo la volontà del padre Thomaso Ferraro.
Francesco Antonio Ferrari di nobile famiglia sposò Laura Pancalli. Il 24 giugno 1663 una loro figlia Marcella Ferrari fu unita in matrimonio dal parroco di Santa Maria Magna D. Gennaro Arena con il chierico Francesco Miglio di Caccuri. Tra i presenti al matrimonio figurano il dottor fisico Gio. Battista Capucci, operante a Crotone, e Gio Francesco e Bernardo Sculco.
Il 22 maggio 1660 in Santa Severina chiamato a testimoniare nella curia arcivescovile dal mastro di fiera di Santa Anastasia, il primicerio della cattedrale D. Francesco Carpentierio, il “medicus chirurgus” di circa 57 anni Francesco Antonio Ferrari di Santa Severina così descrive le ferite riscontrate in Margarita Pingituri: “S.re questa mattina li 22 del corrente mese di maggio sabato venne a chiamar detto testimone come medico chirurgo per medicar a Margarita Pinto nella Grecia, ch’era stata ferita dentro sua casa da Francesco Ant.o Gaudio als Ingioè di d.a città et essendo andato esso test.o per chiamata d’Antonino Meliote in d.a casa di Margarita Pinto, quella vidde piena di sangue, et havendola riconosciuta nelle ferite, ch’erano state fatte, ritrovò che nella testa di quella dalla parte destra vi è una ferita grande coperta di veni alterii et offentione d’osso, che e penetrante e pericolosa e pare sia fatta con taglio a botta di gaccia et anco una contusione fattali con scopetta seu canna d’essa nella spalla seu musculo della parte destra con pericolo di morte però medicando appresso si farà megliora Rat.ne”.

Attestato di malattia per il Sig. Michele Faraldi
Il dottor fisico Gioseppe di Rosa, originario di Catanzaro ma abitante a Santa Severina, nel novembre 1691 sposò Elisabetta de Peris di Santa Severina. Il 12 novembre 1691, prima di stipulare i capitoli matrimoniali, fa una donazione in favore della zia materna Beatrice Curcio, vedova del dottore fisico di Catanzaro Fortunato Caraffa (1691, 79 – 81).
Il 18 luglio 1694 in Santa Severina per atto del notaio Vito Antonio Ceraldi il mag.co D.r fisico Gioseppe di Rosa originario della città di Catanzaro, ma abitante in Santa Severina “cum domo et familia”, attesta con giuramento davanti al notaio ed a testimoni che “haggiò ritrovato il Mag.co MichelAngilo Faraldi di questa predetta Città attualmente in letto giacente, et infermo di una terzana, et altre indispositioni corporali per le quali non può mettersi in viaggio senza evidente pericolo della di lui vita e sopra tutto in questi giorni caniculari” (ff. 15v- 16r).

Il dottore fisico Domenico Venturo
Il D.r fisico Domenico Venturo il 2 giugno 1685 sottoscrive l’atto di consegna della bandiera di Santa Anastasia, effettuata dal il primicerio D. Pietro Tigani al canonico Bernardo Severino, mastro di cerimonie e mastro di fiera di Santa Anastasia. Alla fine del Seicento il dottore fisico si trasferì a Crotone dove abitò in parrocchia di Santa Margherita (“Casa di Dom.co Venturi sita in parocchia di S. Mar.ta fu della q.m D. Isabella Pastore per legato poi concessa per rescritto Ap.co sotto il dì 12 9mbre dell’anno 1695 dalla Sac. Cong.ne sopra il Conc. Trid. a Tomaso Capicchiano… poi per morte di d.o Tomaso concessa… al sud.o Dom.co Venturi sotto il di 20 gennaro dell’anno 1696”, 1699, 82v). Il 31 dicembre 1701 il Dr fisico Domenico Venturi, abitante a Crotone, è inserito nella vita economica. Egli compare in un atto del notaio crotonese Annibale Varano dove afferma di essere stato il mese prima incaricato dal clerico e mercante di formaggio Nicolò Burghese di Cutro per verificare i conti e stabilire i debiti che questi aveva con il clerico Vittorio Terranova. Il Venturi convocò i due litiganti nella sua casa ed in loro presenza verificò ad una ad una tutte le partite del conto.

Un Chirurgo ed un Barbiere
Il 30 maggio 1724 in Santa Severina in presenza del mastro di fiera di Santa Anastasia , il canonico Tomaso Manfredi, il chirurgo Gio. Matteo Maltese di Santa Severina di circa 50 anni d’età, ed il mastro Agostino Cappa, “ barbiero e prattico in Chirorgia” di circa 26 anni, interrogati sulla natura delle ferite che mostrava Leonardo Lazzaro di Policastro, così entrambi deposero: “ Sig.re Dom.ca passata 28 corrente maggio per ordine di V. S. havendo osservato al d.o Leonardo Lazzaro, viddi che il medemo tenea una ferita nelle occhio destro fra il ciglio, e la palpebra con effusione di sangue, e rottura di carne ed altre lividure nelli spalle, e braccio destro, e per quanto, e parso à mio giuditio e stata fatta d.a ferita da istrumento contundente come sia bastone pietra ò altro simile, senza pericolo di vita reserbandomi però li giorni tritici, e questo e quanto io posso deponere”.

La spezieria dei Capozza
Nel catasto onciario del 1743 troviamo che lo speziale di medicina Domenico Antonio Capozza, privilegiato di anni 30 e sposato con Anastasia Maltese di anni 35 abitava in casa propria con i figli Elisabetta e Gennaro nel luogo detto Pizzoleo.Il Capozza esercitava la sua arte nella sua bottega con lavoratorio ad uso di speziaria nel luogo detto il Campo ed in un’altra bottega contigua alla speziaria (1743, f. 25). Sempre nello stesso catasto troviamo Michele Capozza professore in chirurgia di anni 44, che è coniugato con Prudenza Terranova di anni 35 ed abita in casa propria sita in parrocchia di Santo Nicola (1743, f. 74v). Nel Catasto del 1785 troviamo il “mag.co Giacinto Capozza chirurgo” ( f. 15) ed il “D.r D. Greg.o Torchia nobile vivente”.

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