Partitari e mastri fabbricatori di Crotone del Seicento e del Settecento

Mastri-e-discepoli

Maestranze calabresi in una foto degli inizi del secolo scorso.

Già all’inizio del Cinquecento i conti di Santa Severina Andrea Caraffa ed il nipote Galeotto, si erano serviti per la costruzione delle fortificazioni di Santa Severina e di Le Castella, di mastri fabbricatori provenienti dall’area campana, soprattutto della città di Cava. Nella numerazione dei fuochi di Castellorum del 1532 sono annotati il Mag.r Jannottus de Consilio di 55 anni e Raynaldus de Cunto di 20 anni, “Fabricatores sunt de casali veteris de civ.te cavae”.[i] Anni dopo ritroviamo altri mastri fabbricatori provenienti dalla stessa area geografica, che sono addetti a lavori di fortificazione per conto della regia corte. Il 18 agosto 1582 in Napoli, nel “bando da parte della sacra R.a M.ta et della sua R.a Cam.a della Summaria sopra del partito della frabica se have da fare nella città di cotrone”, sono presenti i mastri Gio Loise e Silvestro de Amore “de civitate nocerie paganorum”.

I capitoli e convenzioni stipulati dai mastri con la regia corte documentano i rapporti tra i due contraenti: “Noi p.ti mastri promettemo di fare detta frabica de Cotrone a car.ni tridici et mezo la canna con questo che le t.re siano tenuti de contribuire à tutto quello che hanno contribuito per lo passato justa la forma deli capitoli de m.o Gio. Petro Colonna m.o pompeo con conditione che detta R.ia Corte ne habbia da dare docati doi milia anticipati da excompotarnosi a ragione di trenta per cento.

Item noi p.ti mastri volemo che nci siano misurati tutti vacanti per pieno et che la detta R.ia Corte nce sia tenuta pagare alla ragione de uno carl.no lo palmo di tutti quelli cantoni che entriranno alla detta frabica et che se habbia a mesurare in t.ra et per la assettatura nce li habbia a mesurare per frabica verum detta R.ia Corte sia tenuta de punirci tutta quella quantita di calce bisognera per detta frabica a sue spese et quella consignarcela dove ci sera pio comodo.

Item che detta R.a Corte sia tenuta darce a sue spese tutta quella quantita di ligname che bisognera per detta frabica tanto per ponti quanto per forme, et per fare due barrache et tutte quelle quantita di chiodi che bisogneranno sup.a cio et che le forme si habbiano di misurare una volta et meza,

Item che noi p.ti mastri debbiamo essere franchi di cabelle dohane passi et scafe.

Item che noi p.ti mastri possamo andare armati per tutto il Regno de nap. Et precise per la provintia de Calabria Citra et Ultra et per le t.re de essa de tutte et qual sivoglia sorte di arme tanto offensive quanto defensive de di et de notte con lume reservati pero scupettoli et daghe et altre reservate alle… et che debbiamo essere suttoposti al commissario della frabica.

Item che sia licito a noi predetti mastri pigliare casi dove pio comodo nci sera salvo mediante.

Item voleno de pio che possiamo pigliare tutte et qualsivoglia herbagio per pasculare dove pio comodo serra a noi p.ti mastri salvo mediante.

Item volemo che li bovi de noi p.ti mastri dannagiando qualsivoglia loco non siamo tenuti a pagare pena alcuna solo il danno dato.

Item volemo noi p.ti mastri che tutta la gente di Cotrone che lavorando in detta hopera siano et debbiano essere franchi de allogiam.ti et commandamento attuale ma che siano tenuti de contribuire in pecunia et ancora possano andare armati como andamo noi p.ti mastri.

Item che detta R.a Corte debbia ponere li misuratori a sue spese ogni giorni quindici se habbia de fare scandaglio et pagamento et ogni mese misura et pagamento finale.

Item che noi p.ti mastri non possiamo demandare recompensa.

Item che finiti che haveremo de excomputare noi p.ti partitari li sop.ti d.ti dui milia solvendi anticipati ut sup.a che detta R.ia Corte sia tenuta pagarci altri docati cinque cento li quali promettemo excomputarli a detta ragione et allumandosi la candela sup.a de detta offerta che noi p.ti mastri debbiamo quadagnare ducati dui cento.”[ii]

Gli stessi capitoli e condizioni saranno validi anche per i mastri fabbricatori che, l’anno seguente, prenderanno a partito la “fabrica” della cortina della città di Crotone detta “Capperrina”. Nei capitoli stipulati per la fabbrica di Crotone tra la regia corte ed il mastro Gio. Pietro Colonna de Corigliano, si legge: “Voleno li sopra detti m.ri havendo de bisogno de gente, carra, bovi che li possa pigliare a commandamento in città o donne meglio comodo sara et che la R.ia Corte sia tenuta a condurre et pagarne a giusto prezo et havendo bisogno di barche …”. Lo stesso è scritto in quelli tra il mastro Col’Antonio de Vito di Napoli: “Che detto m.ro col’ant.o si possa pigliare quanto va et vene calvaccatura, stantia, strame et letto mediante salario per la prov.a de calabria citra et ultra, et vole detto m.ro col’ant.o licentia de possere andare armato de tutte sorte d’arme non prohibite levate pero daghe et scoppettuolo per tutto lo regno tanto dentro napole q.nto fuora de di et de notte senza lume per esso m.ro col’ant.o et dui altri operarii per che questo lo cerco per havere da me per lochi suspetti et per boschi.”[iii]

Crotone, la timpa anticamente detta “Capperrina” (foto di Francesca Giorgi).

I mastri fabbricatori della città di Cava e la costruzione delle torri regie

Alla fine del Cinquecento e nei primi anni del Seicento, numerosi mastri fabbricatori provenienti dalla città di Cava sono addetti alla costruzione delle torri regie costiere. Sul finire del Cinquecento i mastri fabbricatori della città di Cava Adante Cafaro, Decio de Mauro e Ippolito Jordano, costruiscono la torre di San Leonardo dei gesuiti. Nei primi anni del Seicento Adante o Dante Cafaro, costruirà la torre regia di Crocchia nella marina di Cropani, e Marino de Syo la torre regia di Jacopio in territorio di Le Castella.

San Leonardo di Cutro (KR), ruderi della torre dei gesuiti (da daddo.it/archiviosanleonardo).

Partitari, mastri fabbricatori e fabbriche regie

Durante il Viceregno le fortificazioni della città e del castello di Crotone fanno parte delle fabbriche regie. Durante il Cinquecento la costruzione delle fortificazioni di Crotone avevano favorito l’arrivo nella città di mastri fabbricatori napoletani, che avevano preso a partito in Napoli i lavori dalla regia camera.

Di solito la regia camera “per ordine di Sua Ecc.a”, affidava i lavori con patti e condizioni ad un partitario principale napoletano, il quale a sua volta ripartiva il partito, aggregando altri partitari locali, stipulando con essi “atti et instrumenti”. Ciò avveniva in quanto la regia camera anticipava una parte della somma occorrente per compiere l’opera, mentre il rimanente doveva anticiparlo il partitario. All’atto della stipula del contratto il partitario, o mastro fabbricatore, doveva dare la “plegeria” della somma totale relativa al costo dell’opera. Di solito egli non aveva la possibilità di garantire tutta la somma, doveva perciò accordarsi con altri mastri fabbricatori, e con nobili facoltosi del luogo dove era situata la costruzione, ai quali ne dava una parte, con patto e condizione che essi “dovessero in suo nome dare detta plegeria”.

In tal modo egli si obbligava verso altri e ad essi poi, doveva chiedere di volta in volta il denaro per proseguire l’opera, con grave danno per il procedere dei lavori: “… et perche per continuare et reducere afine detto cavamento et fabrica bisogniano quantita di ferri comperare bovi petri et pagare mastri et manipoli quali fatigano in detto cavamento atteso se moreno de fame per non possorno essere pagati dal thesorero de calab.a ne et suo loc.te il qual dice volere novi ord.ni per pagare et non bastarli quelli espediti ha recercato esso partit.o più e più volti detto S.r barone che li desse d.ti quattro cento per possere comperare li sup.ti cosi altrim.te seria de bisognio levar mano di detta opera ed andarsene in nap. adimandar iustitia …”.[iv]

Ogni partitario e mastro fabbricatore, per compiere la parte avuta in appalto, aveva alle sue dipendenze “la sua gente”, composta da salariati: “fatigatori”, mastri, manipoli e garzoni. I lavori si svolgevano sotto la sorveglianza di un commissario generale, mentre gli ingegneri regi si interessavano di ispezionarle e di misurare il lavoro compiuto. In seguito, finiti i grandi lavori e completata la fortificazione, su ordine e mandato della regia camera, un commissario generale emanava i bandi per prendere a partito i lavori di ammodernamento e di conservazione. “Allumata la candela” nella piazza pubblica di Crotone e proprio nel sedile, è emanato il bando con la descrizione dei lavori e con i capitoli e le condizioni, che si devono osservare. Seguono le offerte dei mastri del luogo ed il partito rimane a carico di colui che ha offerto la condizione migliore per la regia corte, cioè all’ultimo offerente prima dell’estinzione della candela.

Nella seconda metà del Cinquecento operarono a Crotone i mastri fabbricatori Gio. Pietro Colonna, Colant’Antonio de Vito, Pompeo Stinganello, Alfonso Urso, Silvestro e Gio Loise de Amore, Tommaso de Napoli, Cesare de Minico de Messina.

Crotone, la data “1578” graffita sull’intonaco del baluardo Santa Maria.

I Messina

I Messina si accaseranno e continueranno a prestare la loro opera di mastri fabbricatori in Crotone. Finiti alla fine del Cinquecento i grandi lavori delle mura della città e del castello, durante il Seicento ed il Settecento, le fortificazioni avranno bisogno di adeguamenti, di ripari, di rinforzi e di conservazione. I Messina, da soli o in società, conserveranno quasi il monopolio dei lavori alle fabbriche regie (mura e castello di Crotone e torri regie costiere).

Essi sono già presenti in città alla fine del Cinquecento. Nel 1583, il mastro Cesaro de Minico de Messina di Napoli, assieme al socio mastro Cola Antonio de Vito di Napoli, hanno il partito della “fabrica del belguardo del castello et dela cortina della città di Cotrone”, secondo le istruzioni date dall’ingegnere Ambrosio Attendolo. Essi inoltre sono anche impegnati nella costruzione della torre di Belvedere come risulta da un atto notarile dell’epoca.

“Io m.ro cola ant.o de vito per la p.nte confesso essere il vero et legitimo debitore di m.ro cesaro de minico de messina di nap. In docati novanta otto di argento q.li docati quanto sono che che io li devo dare q.li me li ave prestato gratis et detto m.ro cesaro sop.to promette cassarme tutti q.nti instrumenti et cautele o obliganze che apparressero tanto di bestie quanto de ogni qual si voglia scrittura per insino al di de oggi annuando li instrumenti de la opera di cotrone et di bello vedere et de la ditta opera di bello vedere che ne aggiamo da stare in comone cossi in la perdita come nel guadangnio et che non aggiamo de cacciare in danno et inlese li pleggi che anno plegiato a noy in nap. Per la ditta torre et per essere la verita avimo fatto fare la p.nte per mano di thomase de nap. Quale tenemo per li n.ri conti et sia in fede del vero io thomase sop. Ho fatta la p.nte per volunta di una parte et laltra oggi che sono li 16 di giuglio 1583. Io thomase de nap. Ho scritto q.nto sopra. Io cola ant.o de vito accetto q.nto di sopra.”[v]

Cesaro de Minico di Messina di Napoli, il 20 aprile 1583 aveva testimoniato a favore del commissario della fortificazione del castello e della città di Crotone Raphael Millas, il quale era stato incolpato di avere fatto utilizzare per la costruzione le pietre di una vecchia torre del castello. Allora il De Messina aveva dichiarato di avere circa 30 anni, “che e frabicatore et ha fabricato in napoli et in altri lochi de q(ua)n(do) era figliolo che possea portare la gacrita in collo ed attualmente “have pigliato il partito del cavamento et fabrica che se fa al presente in detta città de cotrone nel loco dove si dice la capperrina”. Rilasciata la sua testimonianza si firmava con una croce in quanto non sapeva “scribere”.[vi]

Il mastro fabbricatore napoletano Minico di Messina, sceso a Crotone per partecipare ai lavori di fortificazione della città, del castello e per la costruzioni delle torri regie, si accaserà a Crotone. Da solo, o assieme ad altri mastri, riuscirà ad avere il monopolio dei lavori, che nel tempo metterà all’asta nella piazza di Crotone la regia corte. Aggiudicatosi i lavori per la costruzione della torre regia del Marrello in località Nao, il 10 ottobre 1602 Minico de Missina rinuncia poi in favore di Alonso Corrales e del mastro Renzo Pecoro, in quanto “se ritrova impedito di infermità, et altre cose che l’obstano per le quali non può con quella diligentia che si richiede eseguire et portare in perfectione detta opera”.[vii]

Il 13 aprile 1613 inizia la costruzione del nuovo ponte di ingresso alla città. Il lavoro è affidato al partitario Nicola Antonio de Vito, che ha come fideiussori i soci Minico de Messina e Petrutio de Franco. I lavori procedono tra molte difficoltà sotto la vigilanza del soprastante alle fortificazioni di Crotone, lo spagnolo Alonso Corrales.

Dopo aver comperato calce, pietra, arena ed altri materiali, nell’agosto di quell’anno si scava “un cavamento in quadro dieci palmi da palmi quaranta in circa”, dove dovranno essere gettate le fondamenta del pilastro che “se haverà da ponere sopra la lamia”, che dovrà venire sopra la porta della città. I mastri addetti allo scavo, eseguito dentro le mura e propriamente dove deve essere costruito il corpo di guardia, fra “l’uno muro et l’altro della città et proprio dove è il terrapieno solito mettersi per fortificatione delle muraglie”, tuttavia trovano ostacoli sia per l’acqua che per alcune pietre e per paura di crolli, sospendono il lavoro perché “non si trova persona che scenda a basso in si tanto profondo cavamento”. Le loro proteste tuttavia non trovano ascolto nel soprastante che ordina di proseguire mettendo “puntilli”, in modo da approfondire lo scavo, finché non troveranno terreno fermo, “tanto più che detto pilastro haverà di sostentar il peso, et più che sostenera il pilastro si havera da fare sopra il muro vecchio della città a paragon del quale havera de venire”. Il capitano Don Didaco de Ayala, generale commissario delle fabbriche, anticipa nell’agosto 1613 più volte denaro ai mastri “per servizio della fabrica e ponte”.[viii]

Ritroviamo il mastro fabbricatore il 13 novembre 1630 quando, essendo castellano il capitano Juan de Sereseda y Oberon, si aggiudica il bando “per le fabriche da farsi nel regio castello”. Tra coloro che parteciparono, oltre al De Messina, ci sono Petruzo di Franco, Paulo Spina, Oratio Vetero, Marco Massaro, Luca Mazeo ed il figlio di Minico, Luca di Messina. Nell’occasione sono descritte tutte le condizioni ed istruzioni per portare a compimento l’opera:

“m.ro Minico di Messina m.ro fabricatore havere inteso publicar banno a chi vorra pigliare a partito le fabriche e repari del R.o Castello di Cotrone compara avanti il S. Don Juan de Sereseda a dar l’offerta che se allumera la candela a chi fara meglio conditione in benefitio della R.a Corte esso Minico offre di pigliare a partito tutta d.a opra di fabrica che s’havera da fare in d.o R.o castello portando tutti li materiali a sue proprie spese alla rag.e di carlini quaranta la canna con l’infra.tti patti, capitoli e conditioni vd In primis esso mastro minico offere far tutta la fabrica che havera da fare in d(ett)o R.o castello rustica alla rag.e di car.ni 40 la canna piccola secondo si costuma et usa nelle fabriche si fanno nella Città di Napoli et volendosi fenestra o porta che sia pagato vuoto per pieno ponendoci tutti li materiali che sonno necessari cossi pietra, calce, arena, acqua, mastria a tutte sue proprie spese dandoseli però il disegno seu traza dal R.o ingegnero accio possa far l’opera perfetta et bona come conviene per servitio della Reg.a Corte.

Item bisognandoci cantoni in d.a opra se offre farla a rag.e di grana 15 il palmo lavorato e assettato e per l’assettatura li sia pagata per fabrica.

Item bisognandoci lamie che le siano pagate per doppie come si costuma in Napoli e bisognandoci frame di legname li sia pagata per tanta fabrica e volendoci terra pieno che sia pagato a rag.ne di car.ni 33 la canna cuba, bagnato e ben battuto il terreno accio venghi perfetto detto terra pieno.

Item bisognandoci cavamenti li sia pagato allo stesso prezzo.

Item che havendosi bisogno de ingegnero o altro prattico di fare scandaglio della opra che s’havera fatto sia tenuta la Regia Corte pagarlo e non esso mastro.

Item che havendoci da asistere soprastante in d.a opra l’habbi da pagare la Regia Corte e non esso partitario.

Item che ogni fine mese si habbi da fare mesura ò scandaglio dell’opra che se li farà a spese della R.a Corte.

Item che per quella quantità che ascendera il partito se li habbi da dare a esso mastro per anticipatione la terza parte de denaro che importera d.o partito e che se li paghi in questa Citta di Cotrone tutto il denaro che importera d.o partito offerendo esso mastro minico di dar plageria sufficiente e idonea in questa città di Cotrone per sicurta della R.a Corte.

Item che havendo portato li materiali per dar principio alla fabrica p.tta la reg.a Corte sia tenuta darli l’altro terzo dell’anticipatione del denaro accio possa continuare per l’altra terza parte e ultimo pagamento con la sud.a plegeria e bisognando incutare in alcun servitio di d.o regio castello l’habbi da pagare a gr.quindici la canna a tutte sue spese proprie e bisognandosi astrachi li siano pagati alla solita raggione.”[ix]

I Messina si uniranno a Crotone con altre famiglie appartenenti al ceto della “mastranza”, tra le quali i Marturano, gli Urso, gli Squillace e gli Asturi, ed oltre a prestare la loro opera nei lavori alle fortificazioni della città, saranno pubblici apprezzatori e costruttori di case, casini, torri, ecc.

La torre del Marrello detta di Nao a Capocolonna presso Crotone.

Luca de Messina

Luca de Messina, figlio di Minico, si imparentò con i Morano, abitò in parrocchia di Santa Vennera, vicino allo spontone de Miranda, e seguì le orme paterne. Il 17 dicembre 1629 i fratelli Marco, Didaco e Io. Paulo Morano, dotano la sorella Dianora, che sposa Petro Gauteri. All’atto intervengono anche Minico ed il figlio Luca Messina. Tra i beni dotali promessi dai fratelli Morano alla sorella, ci sono ducati 50 “gli stessi che devono dare Minico e Luca de Messina per la vendita della meza casa d’essi di Morano in comune et indiviso posseduta con detto Luca loro cognato sita dentro la città nella par. di S. Vennera iusta laltra meza casa di d.o Luca via pp.ca et rivellino della città venduta alli p.tti di Messina”.[x]

Il 27 dicembre 1636 Luca di Messina compare in un atto del notaio Felice Protentino[xi] assieme al figlio Carolo. In quel giorno sono stesi i capitoli matrimoniali tra Popa, o Hippolita, Mazzulla, figlia di Gio. Tomaso e di Vittoria Petrolillo, e Carolo Messina, figlio di Luca. Tra i figli di Luca di Messina sono ricordati Carolo, Jo. Andrea, Josepho, Antonino e Jacintho. Il 20 luglio 1657 presso il notaio Hieronimo Felice Protentino, tutti costoro stabiliscono la dote della sorella Angila de Messina, che va sposa a Marcello Marturano, figlio di Gio. Dionisio. La dote sarà poi consegnata il 25 agosto successivo. Entrambe le famiglie Messina e Marturano sono costituite da mastri.[xii]

Carolo ed il figlio Gio. Tommaso Messina

Carolo Messina, figlio di Luca, il 10 aprile 1641 acquista dal reverendo Petro Pelusio un casaleno “seu locum olim fuit domus in par.a S.tae Venerae jux. domum dico alium casalenum quod fuit de jurepatronato illis de Foresta”.[xiii] Il 26 novembre 1663 Laurentio de Vennera ed il figlio Gio. Tomaso sono indebitati con Carolo Messina. Per pagare il debito il De Vennera vende la casa dotale della moglie Laura d’Oppido. La casa è apprezzata dai mastri fabbricatori Gio. Andrea de Messina e Giulio Lucifero.[xiv] Nel 1671 Carolo era già morto. Il figlio, il mastro Gio. Tomaso Messina, compare in un atto notarile assieme alla moglie Lucretia Urso.[xv] Elisabetta Messina, figlia di Carolo, sposò il milite del castello Bernardo Ximenes.

Giuseppe de Messina

Il 20 aprile 1664 Gio Andrea di Messina e Gioseppe de Messina, mastri fabbricatori “esperti” della città di Crotone, apprezzano e stimano per conto dei frati conventuali, una torretta nel luogo detto “li Rivellini”, in parrocchia di S. Maria Prothospatariis. La torretta apprezzata per duc. 60 è venduta dai frati a Domenico Suriano.[xvi]

Il mastro fabbricatore Gioseppe Messina, il mastro carpentiere Mario Marturano ed il mastro “ferraro” Domenico Squillace, il 24 ottobre 1670 vincono l’appalto dei lavori alle fortificazioni della città. Essi devono fare “nel cavaliero un astraco di calce et arena presato et sotto detto astraco la rizza butante di palmi 70 lungo et 25 largo con il suo muretto al terreno grosso dui palmi et fundo tre palmi, il quale ha da venire al pare di detto astraco, al quale si haverà da punere li cannoni con fare quattro torneri nel muro dove verra detto astraco per detti cannoni. Di più nel baluarte di sopra l’Armi fare uno muro a pare dove sta uno cannoni con votare una lamia di palmi cinque larga et sopra lastraco dell’istessa maniera al pare dell’istesso muro et tagliar un muro tre palmi per la riterata di un cannoni et anche di fare dui rastelli di farna nel soccorso di questa città nell’istesso modo che al presente sono et di accomodare uno di quello alla porta del d.o soccorso toccante mare et di ferrar dui rastelli cio è all’ultimo rastello li chiodi bisogneranno, et a quello di mezzo accomodar il ferro vecchio et fare tutto quello bisognerà, et di fare una porta di farna nella munitione di guerra afferrata dentro et ponerci tutti li ferri che vi bisognano”.[xvii]

Il 3 agosto 1681 il mastro fabbricatore Gioseppe Messina vince il bando per importanti lavori al castello; lavori che nell’aprile 1682, sono interrotti da un ordine della Vicaria, che proibisce al mastro di continuare se prima non giungerà il regio ingegnere. I lavori tra l’altro, prevedevano: “… Dieci canni di pietra per fare una impetrata sotto la fabrica facienda sotto la Marchisana, mastria per far detta impetrata; per cavar tutti li pedamenti che doverà venire d.a fabrica cioè per la scarpa che si deve fare nella marchisana, pedamento per li cinque pileri di palmi dieci di fondo et più altri 300 di pedamento di dieci palmi di fondo …”.[xviii]

Pianta della torre Marchesana (1855) del castello di Crotone.

Gio. Andrea de Messina

Il mastro Gio. Andrea Messina operò intensamente nella seconda metà del Seicento, epoca segnata da una grave crisi economica e da pestilenze. Lo troviamo spesso assieme ai mastri Giulio Lucifero e Giuseppe Messina. Egli apprezza le case messe in vendita da coloni falliti, o ripara e restaura case di nobili.

Il 26 novembre 1663 i mastri fabbricatori Gio. Andrea de Messina e Giulio Lucifero, apprezzano la casa di Laura d’Oppido.[xix] Il 20 aprile 1664 Gio Andrea di Messina e Gioseppe de Messina mastri fabbricatori “esperti” della città di Crotone, apprezzano e stimano per conto dei frati conventuali una torretta nel luogo detto “li Rivellini”, in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis.[xx] Il 5 maggio 1670 Gio. Andrea Messina e Giulio Lucifero valutano una casa appartenente al convento di San Francesco di Paola. Il 15 novembre 1670 Gio. Andrea Messina e il mastro carpentiere Paulo di Sanda, per ordine di Felice Barracco, fanno dei “ripari necessari” alla casa che il Barracco “tiene in godere del S.r Fabritio Spina”.[xxi] Il 6 febbraio 1671 Gioseppe e Gio. Andrea Messina apprezzano la casa dei coniugi Cristofaro Pallone e Vittoria Berlingeri. Il 30 aprile 1673 Gio. Andrea Messina e Giulio Cesare Lucifero stimano una casa; entrambi si firmano con una croce essendo “Idioti”.

Sposato con Isabella Squillace possiede come bene dotale “una continenza di case palaziate in più et diversi membri, con scala di pietra, puzzo et pila sita dentro questa città nella parrocchia di Santa Veneranda, confinante con la casa di Gio. Geronimo Lanocita, via pubblica e altri confini.” Mastro fabbricatore ma anche mercante di grano, essendo indebitato, il 14 dicembre 1680 prende in prestito 40 ducati, impegnandosi a pagare annui duc.4 al procuratore della confraternita della SS.ma Pietà. Tuttavia, a causa dei debiti contratti per la scarsità delle annate, Gio. Andrea è perseguitato dai creditori e per non finire in prigione, si rifugia in una chiesa. La moglie Isabella Squillace fa presente che, poiché il marito essendo rifugiato non può lavorare, “vengono tutti a morirsi di fame”. Perciò per sfamare sé ed i figli, chiede di contrarre un ulteriore prestito di duc. 60 ad annuo censo sulla sua casa dotale.[xxii]

Antonino Messina

Antonino Messina operò nei primi decenni del Settecento. Nel gennaio 1714 i mastri fabbricatori Andrea Miscianza, Antonino Messina e Francesco Rodrigues, vincono il bando per i lavori da farsi nel castello. Tra i lavori da eseguire ci sono numerosi “ripezzi”: “22 canne e mezzo di fabrica tra nova e ripezzi, et altri ripezzi necessarii ne med.mi quartieri, astraco nella cantina, astraco nel primo magazzino, ripezzi da mastri e toniche nelli magazzini, e di scoprire e coprire di quartieri, corpo di guardia di notte, magazzini, monitione di guerra case delli S.ri castellano e tenente, impennata nella chiesa e ponervi diece mila ceramidi di fare due scalette di fabrica, di fare tre ammattonate e ponerci diecemila mattoni di taglio et ogni altra cosa necessaria”, “legname di porte e finestre, suoli e tetti di tavole di rosso, ponte e rastelli di farna, ponte a levatore, suo coscinetto di farna della porta del soccorso, antenna per il stendardo reale, corde per d.a antenna e stendardo con tutto il materiale necessario per d.a opera.”[xxiii]

Crotone, la data “1657” compare sulle pietre utilizzate come ripari del baluardo Santa Maria.

Isidoro Messina

Il mastro muratore Isidoro Messina fu apprezzatore di case e mercante di grano. Egli prestò più volte la sua opera nel monastero di Santa Chiara. Nel 1702 assieme ad Antonio Sicilia, stima il valore di una casa, sempre in quell’anno ripara le vetrate delle clarisse: “A 22 di Novembre 1702 habbiamo ric.to due vitriate per il nro refittorio quali costorno d.ti sette e grana ottanta delli quali habbiamo dato al n.ro procuratore carlini trenta che restitui m.o Isidoro Messina che li dovea 4 – 4 – 0”.[xxiv]

Anni dopo interviene nel dormitorio delle clarisse ed in alcune case appartenenti al monastero: “7 febraro 1707 per maestria fatta nel dormitorio (del monastero di Santa Chiara) che casca da M.o Isidoro 03 – 3 – 0”, “Adi 15 7bre pagato m.o Isidoro Messina per fabriche fatte nelle case di Nola come per fede 30 – 0 – 0”.[xxv]

Il 27 aprile.1711 i mastri Isidoro Messina e Giuseppe Gerace, su richiesta dei coniugi Bruno Calvello e Prudentia Petrolillo, procedono alla divisione di un palazzo in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis, che è posseduto in comune con i coniugi Pietro Greco e Lucrezia Petrolillo.[xxvi] Isidoro Messina assieme ai suoi fratelli, abitò nella casa che fu dei suoi genitori in parrocchia di Santa Veneranda. La casa era gravata da un censo annuo di ducati sei dovuti alla confraternita della SS. Annunciazione, ed i suoi magazzini, dove ammassava il grano, situati dietro il convento dei cappuccini, da un annuo censo di duc.4 per capitale di duc. 50.[xxvii]

Omobono (Bonomo) Messina

Durante il Settecento anche se diminuiscono i lavori alle fabbriche regie, aumentano la costruzione di magazzini fuori mura e dei palazzi all’interno della città. In questa attività opera soprattutto Omobono Messina, assieme ad altri mastri muratori originari del casale di Rogliano. Il 4 agosto 1714 i mastri muratori Nicola Nicoletta, Tomaso Altomare e Antonio Sicilia, tutti e tre del casale di Rogliano, assieme a Omobono Messina e Francesco Partale di Crotone, si recano nella loggetta del palazzo di Gio. Luise de Soda, per osservare l’impedimento che darà al prospetto del mare le case erigende del chirurgo Diego de Bona.[xxviii]

Il 16 luglio1717 Tomaso Altomare di Rogliano e Omobono Messina di Crotone, su richiesta del reverendo Giuseppe Rizzuto, si recano ad apprezzare il palazzo del fu Gio. Geronimo La Nocita.[xxix] Nel novembre 1721 i capomastri fabbricatori Omobono Messina e Gerolamo Camposano, accomodano un magazzino, che minacciava rovina, situato vicino alla cattedrale. Il magazzino servirà poi come di quartiere per le truppe alemanne.[xxx] Bonomo Messina sposò Antonina Terranova. Tra i figli sono ricordati Bruno, Giuseppe, Gennaro, Dionisio e Teresa. Abitava in parrocchia di Santa Veneranda e nel 1743 aveva 56 anni.[xxxi]

La “Pianta della Città e Castello di Cotrone” di Michele Cristiani (1778) conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli S. M. 21a/12.

Michele Messina

Michele Messina sposato con Antonia Petrolillo, nel 1743 aveva 31 anni.[xxxii] Nel giugno del 1740, in società con i mastri Asturi e Ricciolillo, prende in appalto “le fabriche, acconci e ripari” del castello. I lavori prevedevano la costruzione dei quartieri dei soldati, delle abitazioni degli ufficiali e del castellano, ed il riparo della muraglia del corpo di guardia.[xxxiii]

Il 20 ottobre 1754 è emanato il bando in piazza a Crotone, ma solo il 27 aprile 1755 i lavori saranno aggiudicati ad una società composta dal mastro fabbricatore Michele Messina, e dai mastri “ferrari” Dionisio D’Oppido e Nicola Lucente d’Aprigliano. I mastri si impegnarono a riparare le torri di Scifo, di Capo Rizzuto e di Le Castella, ed a costruire la nuova torre di Capo Rizzuto, secondo il disegno dell’ingegnere Adamo Romeo e seguendo le istruzioni dell’ingegnere Pietro Sbarbi.[xxxiv]

Nel 1759 chiede di poter costruire un magazzino sul vignale S. Francesco di Paola, vicino all’orto del Biviere, terreni della mensa vescovile sui quali già sorgono 18 magazzini, e che si trovano da una parte e dall’altra alla via pubblica, che va al convento dei paolotti.[xxxv]

Torre Nuova, o Fortino, di Capo Rizzuto.

Gli Iuzzolino

La costruzione di casini di campagna, di torri coloniche e di palazzi nobiliari durante il Settecento, avevano favorito l’ascesa di nuovi mastri fabbricatori, tra i quali gli Iuzzolino e gli Scaramuzza. Nel catasto onciario del 1743 c’è Giuseppe Iuzzolino, cittadino di professione “mastro muratore” di 38 anni, che abita in affitto e “non possiede cosa alcuna”.[xxxvi] Sarà soprattutto Pasquale Iuzzolino, sposato con Eleonora Leotta, uno dei protagonisti dell’edilizia crotonese della seconda metà del Settecento.

Il 13 luglio 1765 su richiesta del mastro fabbricatore Pasquale Iuzzolino, si riunisce il governo cittadino. Annibale Montalcini sindaco dei nobili, Gennaro Messina sindaco del secondo ceto, Felice del Castillo, Gio. Bartolo Galasso e Vincenzo Milelli, eletti dei nobili, Giovanne Maestre eletto del secondo ordine, e Carlo Messina, esattore della città, devono dare l’assenso alla cessione di tre quarti di tomolata di suolo pubblico al mastro, il quale vuole fabbricare “una loggia, ò sia baraccone per uso e commodo di ciaramidi ed indi coll’andare del tempo fabricarvi a forma di magazzino per l’uso sudetto”:

“Alli Ill.mi Sind.ci ed Eletti di q.a Città di Cotrone. Pasquale Iuzzolino di questa sud.a Città supplicando espone alle Sig.rie loro Ill.me, come prevedendo la precisa urgenza, che corre per questo publico d’opere di ceramidi, mattoni, ed altro appartenente a fabriche, pensando di maggior commodo universale intende formare il lavoro de’ med.mi nel luogo nom.to il Ceramidio, dove sempre è stato solito esercitarsi simili opere senza permissione alcuna ma perché le loggi, o siano baracche di legname, delle quali sono serviti per lo passato per ricovero de mattoni, e ceramidi, in tempo umido, e piovoso non resistono più di tre, ò quattro mesi d’està, ed indi sopravenendo l’inverno si disfanno per la giunta delle pioggie. Perciò ricorre alle Sig.rie loro Ill.me, e le fa presente tutto ciò affinchè restino serviti concedere al sup.te in d.o luogo un ottavo di tomolo di quella terra sterile ed infruttuosa, acciocchè ivi possa costruire un casellone, ò più caselle matte di fabrica per quanto sarà di bisogno che sia, ò siano durabili anche in tempo d’inverno, offrendosi il sup.te prontissimo l’annuo cenzo che sarà tassato dal prudente giudizio degli esperti … Cotrone 8 aprile 1765.”[xxxvii]

Sappiamo inoltre che il mastro possedeva alcune case palaziate in undici membri tra alti e bassi, in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo, confinanti da un lato, con le case dei fratelli Perla. Egli aveva acquistato parte delle case da Onofrio Messina e parte le aveva fabbricate.[xxxviii] L’attività edile di Pasquale Iuzzolino, morto prima del 1781, sarà proseguita alla fine del Settecento dai mastri fabbricatori Giovanni e Gio. Giacomo Iuzzolino. Giovanni Iuzzolino possedeva “un pezzo di terra per uso di Ceramidio, censuato da questa Uni.tà”, alla quale pagava un censo annuo per jus soli; mentre Gio. Giacomo Iuzzolino aveva in affitto una casetta nel luogo detto “il Ceramidio”, appartenente alla arciconfraternita del SS. Sacramento.[xxxix]

Gli Scaramuzza

Nel catasto onciario di Crotone del 1743 vi è la descrizione della famiglia di Tomaso Scaramuzza. Lo Scaramuzza di anni 40, fa di professione il vaticale, abita in casa propria in parrocchia di Santa Maria Protospatari, è sposato con Caterina La Nocita di anni 30 e ha numerosi figli: Domenico, Dionisio, Vincenzo, Michele, e Nicola.[xl]

I figli di Tommaso saranno abili mastri fabbricatori di edifici in città e nel territorio. Tra l’agosto e il dicembre 1769, le clarisse spendono più di 1400 ducati per costruire la camera delle nuove educande ed una mattonata nella chiesa. I lavori sono affidati ai mastri fabbricatori Domenico e Nicolò Scaramuzza ed al mastro falegname Giuseppe Cirelli.[xli] In un atto notarile i mastri Domenico e Nicolò Scaramuzza sono descritti come i costruttori dei casini di campagna degli Zurlo.[xlii]

Il 2 dicembre 1781 i governanti della città di Crotone accolgono l’istanza del mastro Cesare Scaramuzza. Lo Scaramuzza chiede di censuarsi “un pezzo di terreno, per uso di ceramidi appartenente all’università, vicino il monte, ove dicesi di Cipriano che attacca al terreno universale, che si censuò il fu mastro Pasquale Iuzzolino, e propriamente in quel pezzo di terreno, ove mastro Antonio Lepera ci ave costruito una casetta per commodo, e metterci dentro i ceramidi”. Per tale motivo lo Scaramuzza chiede ai governanti di nominare due massari esperti, per stabilire la quantità di terreno (nel luogo del Ceramidio) ed offre per lo “ius soli”, di pagare in perpetuo due carlini annui. Inoltre lo Scaramuzza afferma che giorni prima, aveva comprato dal mastro Antonio Lepera una casetta di creta colla fornace, per uso di Ceramidio, sito fuori le porte della città, vicino il monte, ove dicesi di Cipriano, appartenente detto terreno, dove si è edificato il suddetto ceramidio all’università, che attacca al terreno universale, che si censuò il fu mastro Pasquale Iuzzolino, e come che detto Lepera, non curò censuarsi il suolo di detto ceramidio, e dubitando esso compratore, che in avvenire gli venisse contrastato, offre di versare all’università altri annui carlini due in perpetuo.[xliii]

In un atto notarile del maggio 1785 i fratelli Cesare, Nicola e Domenico Scaramuzza sono descritti come “maestri muratori, seu m.ri fabbricatori e prattici apprezzatori non solo di fabriche, di case e palazzi urbani, o siano di città, e dentro il recinto dell’abitato ma ancora di torri, casette, pile e pozzi di campagna, vigne e giardini”.[xliv]

In questi anni i fratelli Scaramuzza fanno una certa fortuna anche approfittando dei terreni messi sul mercato dalla Cassa Sacra e dalla dismissione di suoli pubblici vicino alle mura. Con “istrumento del dì 12 maggio 1785 per notar Pittò”, Cesare Scaramuzza ottiene in affitto per il corso di 29 anni, il vignale che apparteneva agli osservanti denominato Poggio Reale, “dell’estensione di tt.e cinque di terre rase ed atte ad ogni uso di semina”, confinante a tramontana con le fabbriche del convento, da occidente e mezzogiorno col Poggio Reale, e da oriente “col lido di mare”.[xlv]

Nel 1786 il mastro Cesare Scaramuzza, con atto del notaio Vitaliano Pittò, compra dagli eredi di Dionisio Sacco un “vignale, seu giardino alborato, sito sotto le reali mura di questa città, e proprio sotto il baloardo detto di sette cannoni, affacciante al porto, sito tra il romitorio, e terre del beneficio di S. Leonardo Abbate, e detto baloardo, che principia dalla punta medesimo per la parte di Bellamena, e termina in altro regio muro al giardinetto reale detto propriamente Miranda”, col peso di carlini 15 annui a favore del Real Fondo. Il 5 luglio 1787, con atto del notaio Raffaele Labonia, ottiene di chiudere la strada che l’attraversa, pagando altri 10 grana al Real Fondo.

Alla fine del Settecento troviamo Cesare Scaramuzza, mastro fabbricatore di anni 40. Egli “possiede quattro vignali del soppresso convento dei PP. Osservanti di questa città confine il Ceramidio … Deve pagare ogni anno il mese di maggio à questa Università grana venti, e sono per un pezzo di terra censuatoli di questa suddetta Università nel luogo detto il Ceramidio per uso di fare solo ceramidi”. Nello stesso catasto ci sono anche Domenico Scaramuzza mastro fabricatore di anni 62, Fedele Scaramuzza fabricatore di anni 43, Nicola Scaramuzza fabricatore di anni 49 e Tomaso Scaramuzza fabricatore di anni 31.[xlvi] Nicola, Domenico, e Cesare Scaramuzza, continuarono ad abitare in parrocchia di Santa Maria Protospatari: il convento di San Francesco di Paola esigeva un canone di carlini 12 annui sopra la casa di Nicola Scaramuzza, in parrocchia di Santa Maria Protospatari, confine alle case di Domenico e Cesare Scaramuzza.[xlvii]

Note

[i] ASN, Regia Camera della Sommaria, Numerazione dei fuochi n. 133 – Num.ne della T.ra delle castella (1532), f. 95.

[ii] ASN, Dip. Som. Torri e castelli, Vol. 35, f. 27.

[iii] ASN, Dip. Som. Torri e Castelli, Vol. 35, ff. 27 sgg.

[iv] ASCZ, Busta 15, Not. Marco Antonio Pantisano, anno 1583, f. 246.

[v] ASCZ, Busta 15 Not. Marco Antonio Pantisano, anno 1583, f. 109.

[vi] ASN, Dip. Som. Torri e castelli, Vol. 35, ff. 166v-167.

[vii] ASCZ, Not. Jo. Fran.co Rigitano, anno 1602, ff. 350-351.

[viii] ASCZ, Busta 108, Not. Dionisio Speziale, anno 1613, ff. 100, 120-121, 148.

[ix] ASCZ, Busta 118, Not. Felice Protentino, anno 1630, ff. 141-142.

[x] ASCZ, Busta 118, Not. Felice Protentino, anno 1629, f. 113.

[xi] ASCZ, Busta 119, Not. Felice Protentino, anno 1636, ff. 138v-140.

[xii] ASCZ, Busta 229, Not. H. F. Protentino, anno 1657, ff. 103v-104.

[xiii] ASCZ, Busta 119, Not. Protentino, anno 1641, ff. 20v-21.

[xiv] ASCZ, Not. Peleo Tiriolo, 26 novembre 1663.

[xv] ASCZ, Not. Peleo Tiriolo, 23 luglio 1671.

[xvi] ASCZ, Busta 311, Not. Giuseppe Lauretta, anno 1664, ff. 67v-67.

[xvii] ASCZ, Busta 334, Not. Antonio Varano, anno 1677, ff. 93-94.

[xviii] ASCZ, Busta 335, Not. Antonio Varano, anno1681, ff. 42-44.

[xix] ASCZ, Not. Peleo Tiriolo, 26 novembre 1663.

[xx] ASCZ, Busta 311, Not. Giuseppe Lauretta, anno 1664, ff. 67v-67.

[xxi] ASCZ, Busta 253, Not. Peleo Tiriolo, anno 1670, f. 156.

[xxii] ASCZ, Busta 335, Not. Antonio Varano, anno 1680, ff. 86-88, 92.

[xxiii] ASCZ, Busta, 611, anno 1714, ff. 77-87; 99-106.

[xxiv] AVC, Platea del Monastero di S. Chiara, 1702 /1703.

[xxv] AVC, “Esito di spesa per robbe à benef.o del ven. Mon.o di S. Chiara dalli 9 8bre 1706.”

[xxvi] ASCZ, Busta 611, anno 1711, ff. 42-43.

[xxvii] AVC, Anselmus de la Pena, Visita, 1720, ff. 49, 50v.

[xxviii] ASCZ, Busta 659, anno 1714, f. 64.

[xxix] ASCZ, Busta 659, anno 1717, f. 129.

[xxx] ASCZ, Busta 661, Not. Peleo Tiriolo, anno 1722, ff. 192v-193.

[xxxi] ASN, Cam. Som., Catasto Onciario Cotrone, 1743, vol. 6955, f. 28.

[xxxii] ASN, Cam. Som., Catasto Onciario Cotrone, 1743, vol. 6955, f. 153.

[xxxiii] ASCZ, Busta 666, Not. Peleo Tiriolo, anno 1740, ff. 102-104.

[xxxiv] ASCZ, Busta 1125, Not. Nicola Rotella, anno 1755, ff. 60-81.

[xxxv] ASCZ, Busta 860, anno 1759, ff. 480-487.

[xxxvi] ASN, Cam. Som., Catasto Onciario Cotrone, 1743, vol. 6955, f. 126v.

[xxxvii] ASCZ, Busta 916, Not. Antonio Asturi, anno 1765, ff. 50-53.

[xxxviii] ASCZ, Busta 1119, anno 1769, ff. 231-232.

[xxxix] AVC, Catasto onciario 1793, ff. 88v, 172v.

[xl] ASN, Cam. Som., Catasto Onciario Cotrone, 1743, vol. 6955, f. 189.

[xli] AVC, Platea monastero di Santa Chiara, 1769/1770.

[xlii] ASCZ, Busta 1528, Not. Gio. Domenico Siciliano, anno 1776, f. 2.

[xliii] ASCZ, Busta 1330, Not. Gerardo Demeo, anno 1782, ff. 55-56.

[xliv] ASCZ, Busta 1774, Not. Giuseppe Smerz, anno 1785, f. 57.

[xlv] AVC, Cassa Sacra Lista di carico, 1790, f. 23v.

[xlvi] AVC, Catasto Onciario Cotrone 1793, ff. 22r-23, sgg.

[xlvii] AVC, Cassa Sacra Lista di carico, 1790, f. 18v.


Creato il 21 Agosto 2016. Ultima modifica: 7 Dicembre 2022.

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