Storie di bordonari

bordonari due

Foto Archivio ARSAC.

I bordonari, detti anche vaticali o condottieri, erano quasi sempre poveri ed indebitati con i possidenti della città (1). Spesso proprietari di un mulo o di un asino, in comitiva erano dediti al trasporto specie di grani, orzi e fave dalle aie, dalle fosse e dai magazzini, situati nei paesi e nelle masserie, ai magazzini di Crotone. Qui il grano veniva temporaneamente conservato nei magazzini, prima di essere imbarcato. Sovente erano denunciati per i furti e le frodi, che commettevano da soli o con altri durante il trasporto. Di fatto la merce, posta in sacchi e trasportata con le cavalcature, che arrivava ai magazzini di Crotone, quasi mai era uguale a quella di partenza (2). A causa degli ammanchi e del deterioramento numerose sono le dichiarazioni e le testimonianze di bordonari, che cercano di allontanare il sospetto. Con tali atti essi cercavano di spiegare l’ammanco e la sostituzione della merce con altra più scadente e di minor prezzo, che non corrispondeva a quella pattuita tra il venditore ed il compratore. La colpa veniva imputata a volte al vento ed al sole, che asciugando i cereali umidi durante il tragitto li faceva diminuire, ma più spesso al venditore ed ai suoi magazzinieri (3). Questi ultimi, secondo le loro testimonianze, già alla consegna fornivano una merce scadente e bagnata e frodavano nella misura. Il fatto che per il trasporto, specie dei cereali, dai luoghi di produzione ai luoghi di imbarco, occorrevano numerosi bordonari con le loro cavalcature, favoriva la mutualità e la complicità. Essi dopo aver caricato i sacchi di grano sulle loro cavalcature si incamminavano in fila, percorrendo le mulattiere, che nel Seicento e nel Settecento univano i paesi a Crotone. Il riattivarsi del commercio granario sul finire del Seicento e la presenza del porto avevano favorito la formazione a Crotone di un agguerrito gruppo mercantile, formato da speculatori e possidenti, dediti all’incetta ed al commercio del grano e proprietari di magazzini e di terre. Al servizio di questo ceto dominante, in quanto funzionali al mercato del grano, si erano formati numerosi gruppi professionali (cernitori, palliatori, misuratori, magazzinieri ecc.). Tra essi i bordonari, o vaticali, che, oltre ad avere il compito di trasportare il grano prodotto nelle terre del “Marchesato” ai magazzini dei mercanti e da questi alle imbarcazioni, a volte svolgevano anche la mansione di esperti nella stima e nell’apprezzo dei terreni a pascolo (4) e nel valutare gli equini (5).
A Crotone alla metà del Settecento questa categoria era divenuta così numerosa da venire subito dopo i “fatigatori di campagna” ed i “massari”. L’analisi dei capifamiglia, come risulta nel Catasto Onciario di Crotone del 1743, evidenzia che, su 867 capifamiglia censiti, i “fatigatori di campagna” erano 209 (24%), i massari 84 (10%) ed i vaticali 81 (9%). Di quest’ultimi 31 erano proprietari di somari (40%), 18 di cavalli (20%) e 32 non avevano nulla (40%). In totale essi possedevano 142 animali da trasporto, di cui 120 somari (90%) e 22 cavalli (10%). Se i cavalli erano quasi equamente ripartiti, non così i somari. Sei proprietari di somari , cioè il 20% dei proprietari di questi animali, da soli ne possedevano la metà (6).

L’altare dei bordonari
Questa categoria, anche se povera, sul finire del Seicento era già cresciuta da avere un proprio altare nella chiesa di Santa Caterina. Il luogo di culto era situato fuori le mura della città di Crotone sulla via che dai magazzini e dalla porta principale conduceva al porto. Abbiamo notizia di questo altare dalla visita effettuata il primo febbraio 1700 dal primicerio della cattedrale di Crotone Geronimo Facente. Il Facente, su incarico del vescovo Marco Rama, dopo essere stato nella chiesa fuori mura dedicata a Santa Maria del Mare e San Leonardo, si recò nella vicina chiesa di Santa Caterina Vergine e Martire. Qui egli visitò l’edificio, l’altare maggiore e i due altari: uno era dedicato a San Biagio e l’altro ai santi Silvestro, Eligio e alla Vergine Domenica. Il primo era stato eretto da molti anni dalla pietà dei fedeli, il secondo da poco dalla devozione dei conducenti di muli, detti volgarmente “burdunari”. Quest’ultimo altare era senza dote e mancava dei dovuti ornamenti, anche perché il procuratore Giuseppe Francesco Lettera, che doveva averne cura, lo trascurava. Il primicerio ordinò al Lettera che con le elemosine , che ammontavano a circa 30 ducati, entro tre mesi curasse di provvedere l’altare di ogni cosa necessaria, cioè di baldacchino, candelabri, tabella, croce, tovaglie, pallio, ecc. (7).

Il trasporto del grano
Di frequente i bordonari si accordavano con i guardiani, che per incarico del padrone della merce dovevano vigilare sul trasporto. Durante il viaggio parte della merce, invece di giungere a destinazione, prendeva così altre vie.

Crotone, 2 dicembre 1700. I capi bordonari e conduttori di grani Tommaso La Nocita, Antonio La Nocita e Francesco Giglio dichiarano che nel 1699 si accordarono con Domenico Rizzuto, agente in Crotone del duca di Carfizzi Scipione Moccia, per condurre nei magazzini di Crotone, con le loro cavalcature e quelle di altri loro compagni, tutto il grano che si mieteva nelle terre del duca. Giunto il tempo della raccolta, essi andarono nelle aie, dove i vassalli del duca ammassavano il grano e, messo in sacchi e caricato nelle loro cavalcature, lo portavano a Crotone nei magazzini di Domenico Rizzuto. Nelle aie vi erano i soldati del barricello del duca i quali vigilavano, che fosse portato via solo il grano destinato ai magazzini del duca. Tuttavia parte del grano risultò mancante e la colpa fu data dai bordonari ai vassalli, i quali, essendo privi di pane e spinti dalla fame, durante la notte furtivamente si erano impossessati di alcuni tomoli di grano. Niente invece era da imputare ai soldati e nemmeno a loro, in quanto tutta la merce, che veniva a loro consegnata, sotto lo sguardo attento dei guardiani, la portavano nei magazzini di Crotone e la consegnavano ai magazzinieri dell’agente del duca Domenico Rizzuto (8).

Crotone, 16 febbraio 1769. Paolo Ambrosino da Procida, patrone della marticana chiamata “San Luigi e Santa Teresa”, dichiara che, essendo stato noleggiato dal mercante napoletano Giacomo Scherino, si recò allo “scaro di Fasana” in territorio di Strongoli, per ricevere dall’agente generale del Principe di Strongoli 2000 tomoli di grano, 350 tomoli di orzo e 140 tomoli di fave.
Arrivato con il suo bastimento alla meta e avvisato l’agente generale Antonio Ianni, subito arrivarono molti vaticali, i quali cominciarono a trasportare la merce dai magazzioni situati nella torre di Fasana al bastimento. A vigilare che durante il trasporto non avvenissero furti, lo stesso agente, come previsto dal contratto, mandò alcuni suoi sgherri. Tuttavia i guardiani si accordarono con i vaticali ed, avuto da questi del denaro, permisero il furto di parte della merce. Accortosi della mancanza , il patrone ed i marinai perlustrarono il bosco e la strada, che conduceva dalla torre di Fasana al mare, e riuscirono a recuperare parte dei sacchi trafugati. Approdato poi a Crotone, il patrone denunciò il furto alla Regia Corte, la quale accertò che erano stati rubati 20 tomoli di grano e punì i vaticali, che furono costretti a consegnare 40 ducati al patrone della nave. Poiché correva voce, che molto altro grano era stato rubato e si trovava nascosto nel bosco vicino alla torre di Fasana, il patrone per cautelarsi, prima di salpare da Crotone per Napoli, dove dovrà consegnare la merce, si cautelò, protestando contro l’agente generale del Principe di Strongoli. A causa del suo comportamento e per la sua complicità, in quanto aveva scelto ed inviato tali soldati a controllare il trasporto, egli era responsabile del danno, che si sarebbe riscontrato alla consegna della merce (9).

Altre frodi praticate dai bordonari riguardavano la sostituzione della merce durante il trasporto con altra più scadente. Spesso per nascondere l’ammanco essi bagnavano il grano e, per togliere da loro il sospetto, imputavano la frode a colui che aveva fornito il grano, o ai magazzinieri.

Crotone, 10 maggio 1719. I bordonari Francesco La Nocita, Antonio Zetera, Gio. Paulo Prossimo e Lorenzo Bruno dichiarano, che nel 1716 e nel 1717 per ordine del mercante crotonese Domenico de Laurentiis si recarono a Cutro per caricare del grano, che doveva consegnare il nobile Domenico Oliverio. Giunti a Cutro, l’Oliverio fece aprire una fossa ed incominciò a far levare fuori il cereale, il quale apparve subito di pessima qualità. Per tale motivo i bordonari non volevano riceverlo, ma poiché l’Oliverio affermò che il De Laurentiis era a conoscenza della qualità della merce, in quanto la aveva avuta per tale motivo a poco prezzo, i bordonari si persuasero a trasportarla. Il grano di pessima qualità, pieno di terra e di veccia nera e bagnato arrivò così nei magazzini di Crotone del De Laurentiis. Il magazziniere Gio. Francesco Gerace appena lo vide, rifiutò di riceverlo. Tuttavia cedette, una volta che i bordonari gli ripeterono quello che aveva affermato l’Oliverio, che cioè il De Laurentiis era a conoscenza della qualità della merce. Oltre ad essere di pessima qualità il grano era così bagnato, per essere rimasto nelle fosse da più anni, che si era asciugato e diminuito talmente di peso nel percorso da Cutro a Crotone che, giunto e misurato al magazzino, fu trovato che era “quattro squelle meno a tumolo di mancanza per essersi asciuttato per strada col sole e vento dell’acqua che haveva”. Giunta al porto di Crotone la tartana, che doveva caricare il grano per conto del mercante napoletano Ludovico Moschetta, il De Laurentiis andò nel magazzino, per far preparare la merce da consegnare. Accortosi della pessima qualità del grano, cominciò ad imprecare contro i bordonari, minacciandoli di farli carcerare. In quanto al magazziniere “dopo d’haverlo trapazzato molto bene, lo cacciò dal magazzeno”. Per cercare di riparare al danno il De Laurentiis fece venire grano ottimo da Cropani e da Belcastro; altro ne recuperò a Crotone. Quindi fece sgrossare col crivello il grano consegnato dall’Oliverio e lo mescolò con quello ottimo. Nonostante tutti questi accorgimenti la pessima qualità del grano non fu del tutto coperta ed il De Laurentiis fu condannato a risarcire il Moschetta, patendo grande interesse (10).

Crotone, 3 aprile 1720. Presso il notaio Stefano Lipari si presentano i bordonari crotonesi Francesco La Nocita, Felice Miscianza, Michele Pastinici e Domenico Ciambrone, i quali dichiarano che per ordine del mercante Domenico De Laurentiis si erano recati nei giorni precedenti assieme ad altri bordonari con le loro cavalcature a Cirò, per caricare e trasportare del grano. Giunti a Cirò il 28 marzo e consegnata la lettera con l’ordine di consegna a Francesco Maria Filippelli, che doveva fornire il cereale, costui subito si mostrò pronto alla consegna. Di parere diverso erano però il governatore ed il sindaco del luogo, i quali temevano che portando via il grano, essendoci scarsità, i cittadini ne sarebbero stati sprovvisti. Dopo lunga discussione, il giorno dopo i bordonari andarono nei magazzini, dove era riposto il cereale, e cominciarono a caricarlo. Si accorsero subito che il grano era tutto bagnato e di qualità pessima ed inoltre veniva misurato con un mezzo tomolo non regolare. Le loro rimostranze tuttavia caddero nel vuoto, in quanto i magazzinieri risposero, che così era l’ordine del loro padrone e se questo non piaceva, potevano andarsene vuoti. I bordonari caricarono 84 tomoli di grano, ma ritornati a Crotone e rifatto lo scandaglio con il mezzo tomolo, con il quale si consegna il grano alle imbarcazioni, esso risultò solo 80 tomoli. Il primo aprile il De Laurentiis rimandò i bordonari a Cirò. Questa volta portavano con sé un mezzo tomolo regolare e li accompagnava una persona di fiducia del compratore, che doveva vigilare sul trasporto. Arrivati nei magazzini di Cirò e confrontati i due mezzi tomoli, quello usato dai magazzinieri del Filippelli risultò inferiore di tre giunte a tomolo. Incominciata la consegna del grano, anche questa volta nonostante le proteste il grano fu di pessima qualità e misurato col mezzo tomolo non regolare. I bordonari caricarono nelle loro cavalcature 137 tomoli di grano. Portati a Crotone nei magazzini del De Laurentiis, essi risultarono tre giunte in meno a tomolo. I bordonari affermarono inoltre che prima di partire da Cirò il Filippelli, in presenza del governatore, del sindaco e di molte altre persone, li aveva avvisati di non ritornare più, in quanto non c’era più grano da prendere (11).

Un sequestro
Il mercante Domenico de Laurentiis, corrispondente del barone Ignazio Barretta, deve fornire cereali per le truppe regie. Nell’agosto 1719 egli manda il mulattiere crotonese Lorenzo Bruno, a caricare del grano in località “Bonconeria” in territorio di Strongoli. Il mulattiere deve caricare e condurre la merce nei magazzini di Crotone, da dove poi deve essere imbarcata per Napoli. Caricato il grano su undici “cavalcature somarine” ed arrivato nei pressi del fiume Netto in località “Vitramo”, il Bruno è catturato dal nipote e da un soldato dell’arciprete di S. Nicola dell’Alto Giovan Berardino Bisciglia. Condotto dapprima nell’aia dell’arciprete e consegnato al massaro, costui ordinò al soldato di condurlo, legato ed a piedi come un malfattore, assieme agli animali in S. Nicola dell’Alto. Qui è consegnato all’arciprete. L’arciprete lo fece sciogliere e, affermando che vantava nei suoi confronti un credito, gli disse che le cavalcature con il grano se le teneva. Dopo avergli sequestrato gli animali ed il carico, l’arciprete disse al mulattiere “che lui quando si ne voleva ritornare senza di quelle era il padrone”, così il mulattiere se ne andò senza le sue cavalcature e senza il grano del De Laurentiis (12).

Un testamento ed una dote
Nell’aprile 1730 il crotonese Antonio Colizzi fa testamento e nelle sue ultime volontà, espresse al notaio Pelio Tirioli, dichiara che intende dare la mula a suo fratello Marco Colizzi. Essendo però l’animale l’unico avere e la sola risorsa per il mantenimento futuro di sua moglie, il testatore fa porre la condizione che il fratello potrà avere la mula, solamente se costui “faticasse … e campassero assieme con detta sua moglie e non volendo faticare esso Marco la mula resti a detta sua moglie e detto suo fratello vada felice” (13).

Crotone, 7 febbraio 1657. Nel contratto matrimoniale tra Caterina Ferrazzano ed Ambrosio Miscianza il padre della futura sposa Cesare Ferrazzano promette di dare in dote tra l’altro “un pollitro sumerino con conditione che a molerà se l’habbi di vendere d.o sposo et del prezzo di quello et carlini trenta che promette detto Cesare darli di più, si ne habbi da comprare una femina” (14).

Il trasporto della neve
Tra le varie merci trasportate dai mulattieri vi era la neve, che quotidianamente portavano dalla Sila a Crotone.

Crotone, 26 giugno 1768. Gio. Maestri, “archiviario” della città di Crotone, va dal notaio Nicola Rotella e dichiara che in un giorno, che lui non ricorda, del dicembre 1767 non arrivò la neve da Policastro. Per tale motivo la popolazione e la truppa ne restarono sprovviste. Gli amministratori della città dapprima non protestarono, in quanto pensarono ad un caso accidentale. Poiché anche nei giorni seguenti la mancanza si ripeté e da notizie, che giungevano da Policastro, non c’era speranza di avere neve, montò la protesta contro gli amministratori. Costoro, sentiti anche il governatore ed il castellano, decisero di inviare a Policastro l’archivista con sei soldati . Arrivato a Policastro, l’archivista consegnò al governatore del luogo una lettera del castellano e comandante della piazza di Crotone, con l’ordine di costringere Antonio Guzzo, il conduttore che non aveva rispettato l’incarico. Il governatore fece chiamare dai suoi servi coloro che avevano l’appalto del trasporto della neve. Questi si nascosero. Allora per punirli, egli mandò i soldati ad alloggiare in casa di uno di loro di nome Gennaro Carvello. Il Carvello si fece subito vivo e si impegnò a trasportare la neve a Crotone. Rimanevano però da pagare le diete per i soldati e l’archivista; diete che ammontavano a tredici ducati e che dovevano essere pagati dal Guzzo. Costui era introvabile. Si pensò di carcerare la mula di Gennaro Carvello, ma così si interruppe il trasporto. Allora si decise di trattenere cinque carlini sul trasporto della neve fino a che non sarebbero stati pagati tutti i tredici ducati dagli appaltatori. Invece di pagare il Guzzo, cioè il colpevole, pagarono gli altri mulattieri, che trasportarono la neve da Policastro a Crotone (15).

Note

1. Nel “Conto dell’amministraz(ion)e della tutela della Sig.ra D. Anna Suriano figlia del q.m D. Annibale” tra le voci dell’Introito del 1715 troviamo annotato il denaro dell’eredità, che era stato dato ai bordonari “per caparro e soccorso” . Il denaro concesso era di 256 ducati e 88 grana e suddiviso tra 11 bordonari (Gaetano Zito, Pietro P. Prossimo, Buon’homo Varano, Alessio Tascione, Gregorio Lo Presto, Domenico Petrolillo. Diego Miscianza, Domenico Ranieri, Carlo Lombardo, Tommaso Zito e Mattia Policastro), ANC. 659, 1716, 39.
2. Il 20 ottobre 1765 in Crotone i pubblici paliatori e misuratori di grano, i fratelli Salvatore e Francesco Paglia, dichiaravano che il grano inviato nell’ottobre 1764 dall’erario di Strongoli da Fasana a Crotone invece di misurare 1660 tomoli, a causa di alcune “condutte mancanti”, risultava di soli 1624 tomoli e mezzo, ANC. 916, 1765, 109v-110r.
3. Crotone 28 gennaio 1754. Il nobile Raffaele Suriano protesta per la pessima qualità del grano fornito da Domenico Cosimo di Pallagorio. Egli ha inviato i condottieri crotonesi Antonio Stuppello, Giuseppe Patrune, Giuseppe Conzole e Filippo Bertuccia con le loro condotte. Giunti nel magazzino del Cosimo e visto che il grano era “molto riscaldato, patito e punto, di mala qualità e marcito”, non volevano riceverlo ma, per non ritornare vuoti, furono costretti a caricarlo, ANC. 1266, 1754, 7v -9.
4. I mulattieri crotonesi Gio. Dionisio Morello e Domenico Barbieri per ordine del commissario Cristofalo de Luca, che ha il compito di procurare il foraggio per la cavalleria dei dragoni, vanno a Capocolonne nelle due gabelle dette Elisa e Berlingieri “per apprezzare l’erba di taglio, volgarmente detta sulla”, esistente. Essi la stimano sufficiente per due cento cavalli per quaranta giorni continui, ANC. 612, 1717, 86 -88v.
5. Crotone 21 aprile 1720. Domenico D’Amico, Ignazio Scavello e Gennaro Pistinici dichiarano che i “cavallini” elencati appartengono alle seguenti persone e così sono stimati: Giulia Fontana moglie di Domenico Barbiero “uno mulo pelo morello col ferro del S.r Duca di Montesardo et uno mulo morello senza ferro” ducati 90; Giuseppe Pagano “due cavalli uno di pelo morello e l’altro pelo bajo” ducati 55; Gio. Dionisio Morello “un cavallo morello del ferro del Duca di Montesardo et una mula baja oscura”, ducati 75; Ignazio Leto “un mulo bajo oscuro senza ferrpo” ducati 37; Andrea e Nicola Jannice “un cavallo bajo del ferro del S.r Dom.co de Laurentiis et un altro morello con ferro forastiero” ducati 50; Domenico Jozzo “un cavallo pelo bajo oscuro ferrato alla coscia” ducati 22 e Antonio Gargano “un cavallo bajo oscuro con ferro forastiero” ducati 24, ANC. 660, 1720, 63 -64r.
6. I maggiori proprietari di somari erano Morelli Aurelio e Petrone Giuseppe (11), Zito Antonio (10), Di Falco Vitaliano, Madonna Leonardo e Strigagnolo Anello (9), Policastro Salvatore e Zito Tommaso (7), Rocca Giuseppe e Zetera Pietro (6), La Nocita Dionisio (5), …, Catasto Onciario Cotrone, 1743.
7. Acta cit. ff. 157v, 160- 161r.
8. ANC. 338, 1700, 14-15.
9. ANC. 1129, 1769, 40 -42.
10. ANC. 612, 1719, 38 -39.
11. ANC. 613, 1720, 57 -58
12. ANC. 612, 1719, 83-84.
13. ANC. 663, 1730, 43.
14. ANC. 229, 1657, 37v.
15. ANC. 1129, 1768, 241- 242.

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