Storie di donne più o meno libere

S. Giovanni donne

Foto Archivio ARSAC.

Chiamate femmine di mala fama, disoneste, meretrici, donne libere, ecc., sono state rinchiuse o cacciate dai monasteri, perseguitate, inquisite, carcerate, sfrattate dai quartieri e dalle città o costrette a vivere semiclandestine nei sobborghi più squallidi e degradati. Se da vive quasi sempre hanno subito la violenza, la povertà, la solitudine e la precarietà, anche da morte spesso sono state esposte al ludibrio ed al vituperio. Ancora nel tardo Settecento alle pubbliche peccatrici impenitenti veniva proibita una degna sepoltura. La “meretrix”, perché fosse di esempio e di monito alle sue simili, di solito era seppellita in maniera quasi clandestina di notte senza sacramenti fuori le mura in terra sconsacrata. A volte, se prima di morire aveva dato segni tangibili di ravvedimento e di contrizione, il cadavere coperto da un ruvido sacco, con il capo coronato di spine ed una fune legata al collo veniva portato per le vie della città sul far delle tenebre. Lo seguiva una turba ululante e piangente, dedita al graffiarsi ed al percuotersi, avvolta dal fumo nero e puzzolente delle torce di pece. Per convenienza coloro che hanno detenuto e detengono il potere, le hanno accusate di essere propagatrici di contagi, di malattie, di decadenza sociale o di essere occasione di delitti e di crimini. A seconda dei tempi e dei luoghi i ceti dominanti, alla ricerca di un facile consenso, hanno trovato, attuando nei loro confronti l’intolleranza e la repressione, il modo più facile e semplice per esorcizzare la paura per il diverso e l’antagonista. Questo è avvenuto, e tuttora accade, in special modo quando i benestanti vedono in pericolo i fragili privilegi della loro posizione sociale, insidiati dalla crisi economica o dal sopraggiungere ed emergere di nuovi ceti sociali.

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Lettera del vescovo di Crotone Sebastiano Minturno al cardinale Guglielmo Sirleto. Il vescovo, che ha da poco ottenuto il governo del monastero delle clarisse, su istanza degli aristocratici della città, patroni del monastero, cerca di mandar via una “femina di mala fama”, originaria di Santa Severina. La donna, la “magnifica” Salomea Basoino, vedova di Prospero Susanna, con la figlia Isabella, più che fonte di scandalo appartiene ad una fazione avversaria. Essa era stata rinchiusa nel monastero per decreto della Vicaria contro la volontà delle monache. L’operazione però trova l’opposizione del potente cardinale Alessandrini.

“Ill.mo R.mo S.r padron mio osservandis.mo
Più volte i gentil’huomini di questa città pregarono i ministri superiori del Monistero di santa Chiara che mandassero fuora del monistero una femina chiamata Salomea Basoina di santa Sev(eri)na la quale contra voluntà loro et senza licentia di superiori in scriptis fu per Decreto penale della Vicaria posta in q(uest)o monistero ed era gia concubina di clerico, come ella medesima il confessa et femina di mala fama et disonesta, et il padre visitator generale mandato da N. S. à visitare i monisteri del’uno, et altro sesso ordinò, che uscisse fuore insieme con la figlia, la quale pochi mesi avanti era stata dal Capitanio della Città per decreto penale della Vicaria posta nella medesima casa delle monache Vergini, contro la voluntà di gentil’huomini della città et de procuratori, et senza licentia de superiori in scriptis, et poich’io pigliai il governo del luoco per lo comandam(en)to di N. S. mi fecero instantia, che la mandassi fuori, et già io havendo visitato il luco era per eseguire confermo alla giusta dimanda di questa antiquiss(i)ma città percio che questa venerabil casa de Vergini, et non di femine peccatrici, et monistero, et non rifugio di donne disoneste. per le peccatrici che si pentiscono già si trovano monisteri in Catanzaro al presente n’è uno: Era dico per mandar fuori questa donna, quando mi sopragionse una lettera del Car(dina)le Ill.mo Aldobrandrino la qual mi turbò tutto, et me scorò come quella che comanda ch’io lassi rimanere nel Monistero Salomea, come se fusse donna honestiss(i)ma perciò che l’Ill.ma Congregatione del Sacro Concilio con l’autorità di N. S. ha decretato honestas mulieres custodiae causa in Monasteria recipi posse, modo illa monasteria consueverint eadem causa huiusmodi Mulieres recipere, et in scriptis habeant a superiore Monasterii licentiam et Abbatissae eius loci et monalium praestabantur consensus accesserit et ipsae solae ingrediantur sine ancillis et servent clausuram, et reliquam vivendi rationem, quae ad ipsis monialibus observantur, et si inde sponte semel exierint, numquam postea eis in idem monasterium redire liceat. Non è parola al Decreto, che non sia contraria a questa donna. Quando ella entrò nel monastero non havea fama di donna honesta, non fu ricevuta con licentia de superiore del monistero in scriptis. Non ha servata la clausura, è uscita ed entrata di sua buona voglia, et quando l’è piaciuto ha tenuto et tiene ancilla che la serve. Lo monistero non fu mai solito ricevere donne per esser guardate, convenisse adunque che l’Ill.mo Alessandrino se informasse bene di queste cose prima che mi commandasse lasciar remanere Costei nel Monistero, oltre a ciò le monache congregate in mia presenza et del Cappellano et Confessore loro, tutte con egual voce conchiusero che vada fuori et Supp(lican)do adunq(ue) V. S. Ill.ma, et R.ma faccia si che l’Ill.mo Alessandrino mi lasci esseguire il decoro del Monistero, et il debito mio, et la giusta dimanda di questi gentil’huomini, et la volontà de le monache. cioè che Salomea vada fuori del monistero onde confidandomi alla sua molta cortesia, et promittendomene gratie maggiori come deditiss.mo et verid.mo servitore di Lei, però senza più distendermi a V. S. Ill.ma et R.ma riverentemente bacio la mano, da N. S. Iddio pregandole ogni felicità per ogni essaltatione. Di Cotrone alli 27 di Febraro 1569.
Di V. Ill.ma e R.ma S.ria
Deditiss. Servitore
che con somma riverenza le bacia la mano
S. Minturno vescovo di Cotrone” (Vat. Lat. 6190, Part. I, 31r- 32r, Arch. Segr. Vat.).

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Un militare del castello di Crotone uccide la moglie e le figlie. Il padre della sventurata, pure militare del castello, sottoposto a pressioni, ritira la denuncia e perdona l’uccisore, in quanto aveva agito per salvare l’onore. L’uccisa si accompagnava spesso con una “mala donna” e senza dubbio aveva perciò commesso anche adulterio, ragioni più che sufficienti per scatenare il “giusto sdegno” del marito.

Il 2 luglio 1664 in Crotone, davanti al regio castellano Didaco del Castiglio ed in presenza di testimoni, Scipione Lantaro, milite del castello, spontaneamente e sotto giuramento rilascia la presente dichiarazione : “qualmente l’anno pross(im)o pass(at)o per esser stata uccisa Beatrice Lantara sua figlia leg(iti)ma et nat(ura)le con due figliole infra l’età d’anni sette da Gio. Dom(emi)co Pasquale Cavera, marito di quella e P(at)re di d(ett)e figliole, conforme più latam(en)te disse apparere dall’informat(io)ni di tali homicidii prese nella reg(i)a Corte di d(ett)a città di Crotone e dalla reg(i)a Aud(ienti)a Prov(incia)le contro detto occis(o)re, et perche tali homicidii furono comessi da d(ett)o Gio. Dom(eni)co legitimo marito e Padre per giuste et leg(iti)me cause sopposte …… d’una mala donna chiamata Diana Albanese havesse hav(u)to molto tempo commercio carnale con d(ett)a Beatrice moglie d’esso Gio. Dom(eni)co e figlia d’esso Scipione, commettendo grave adulterio e considerando esso Scip(io)ne il giusto sdegno origin(a)to di tal grave causa et di l’honor apoi della p(ro)p(i)a vita volendo di più viv(e)re christianam(en)te imitando N. S. Dio che perdonò et pregò per li suoi crucifiss(o)ri asserendo anco c(um) j(urame)nto per esso Scip(io)ne prese in mano di d(ett)o M(agnifi)co Ill.re reg(i)o castellano, che quantumq. esso Scip(io)ne come p(ad)re avo di d(ett)a figlia et figliole uccise non havesse per tali homicidii esporto querela alcuna contro d.o Gio. Dom.co per d.o homicidio …” (ANC. 312, 1664, 23).

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Non mancano i casi di confessioni estorte con la violenza. Beatrice di Gregorio, arrestata e processata dalla Regia Corte, straccia la deposizione in quanto fatta sotto tortura ed è perciò carcerata.

Il 12 giugno 1667 in Crotone, presso il notaio Gio. Thomaso Salviati si presentano Francesco Antonio Portiglio ed Antonio Varano, ordinari attuari della Regia Curia di Crotone. I due dichiarano sotto giuramento ” come essendosi per d(ett)a R(egi)a Corte li mesi à dietro carc(era)ta Beatrice di Gregorio per haver rotto il ritratto fattoli per essa R(egi)a Corte et essendosi quella interrog(a)ta et es(amina)ta dopo che fu presa dalli SS.ri off(icia)li di d(ett)a R(egi)a Corte s’esaminò spont(aneamen)te senza darseli tormento né molestia ver’una per farse d(ett)o esame ma q(uan)to depose fu di sua volontà ad interrog(atio)ne di d(et)ti SS.ri off(icia)li …” (ANC. 313, 1667, 91v).

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Una meretrice, ferita quasi mortalmente da un soldato, è costretta a ritirare la denuncia ed a perdonare il feritore.

Il 27 agosto 1679 in Crotone, presso il notaio Antonio Varano ed in presenza del regio governatore della città Don Francesco de Zarazeda y a Cugna, Vittoria Schiacchitano, originaria di Catanzaro ma attualmente a Crotone, dichiara che nell’ottobre 1678 “essendo essa constituta publica meritrice et tenendo amicitia con Gaitano Gigliarano della med.ma città di Catanzaro, soldato della sacchetta, un giorno essendo venuto d.o Gaitano in casa di essa constituta dove soleva habitare et seco portava il chierubrino quale fu per porlo sopra il letto il p.tto chierubrino disparò et una balla diede ad essa constituta nel fianco destro et passò nel sinistro, per il qual colpo e stata in fine di morte, et havendo essa constituta visto ocularmente che detto Gaitano non culpò essendo disparato solo, non ne fece istanza ne donò querela contro il preditto. Et perchè hoggi d(ett)o Gaitano viene molestato della corte supponendo haverli tirato aposta, essa constituta come cristiana dichiara non haver colpato d.o Gaitano” e comunque lo perdona  (ANC. 334, 1679, 185).

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Al centro di faide e di scontri di interessi spesso a causa della loro precarietà economica sono strumentalizzate e costrette ad accusare, o a ritrattare, come nel caso di Maria Curto di Mesoraca. La Curto rimasta vedova, perché il marito Marco Antonio Vinci era stato ucciso da Francesco de Simone, va dal governatore di Mesoraca a denunciare l’omicida, dicendo che il De Simone voleva violentarla e per impossessarsi della sua dote aveva cercato di avvelenare sua madre, alla quale poi aveva tirato una archibugiata. In seguito però la Curto ritratta e cambia completamente versione. Gio Tommaso Stronguli, sposato con sua madre Laura Marrella, scoprì che il De Simone era amante della moglie. Per tale motivo tirò dapprima una archibugiata al De Simone, ferendolo. Gli amanti riuscirono a fuggire, ma furono inseguiti dal marito tradito, il quale sparò nuovamente e “li palli tagliorno uno cioffo di capelli alla predetta Laura”.

Il 20 febbraio 1680 si presenta dal notaio Antonio Varano di Crotone Maria Curto, originaria di Mesoraca e vedova di Marco Antonio Vinci, la quale in presenza del capitano a guerra rilascia fa la seguente dichiarazione: “… Come nel prossimo passato mese d’agosto del cor(ren)te anno essendosi partita essa cons(titu)ta dalla T(er)ra di Belvedere dove in quel tempo dimorava et essendo andata nella T(er)ra di Misuraca per alcuni suoi affari fu instigata da molti persone inimiche et odiosi di Fran(ces)co di Simone et mandata et mandatala medesimam(en)te a chiamare il Gov(ernato)re di d(ett)a T(er)ra acciò havesse fatto una instanza contro il sud(ett)o Franc(es)co di Simone disse che voleva annichilarlo per causa che haveva processato et che a sua richiesta non havea voluto fare la remiss(io)ne a Thomaso Stronguli protetto dal d.o Gov(ernato)re, et la d(ett)a Maria disse che non sapea che insta(nz)a fare et che non potea met(te)re la sua coscienza per nessuno con tutto ch’era suo inimico per haver ucciso suo marito et quello replicando disse che havesse ella fatto l’inst(anz)a et che dopo era peso suo constare ogni cosa et che haveva li testimoni lesti q(uan)to ne voleva et che in altro caso l’havaria ritenuta carcerata et havendosi voluto riscatt(a)re alcuni pegni che teneva Gio. Paulo Alessio della pr(ede)tta T(er)ra et medesim(amen)te inimico del d(ett)o Simone, diede ord(in)e il pre(det)to Gov(ernato)re che non li dess(e)ro se p(ri)ma non facea l’inst(anz)a per ultimo non potendo far di meno datoli dal med(esi)mo Gov(ernato)re un foglio q(ua)le … Francesco di Simone il q(ua)le voleva conoscerla carnalm(en)te et per non haver volsuto vendersi la dote la madre della d(ett)a Maria per liberarlo di una inquisit(io)ne che teneva il d(ett)o Simone havesse dato cartelle di velino per avvilinare alla d(ett)a sua m(ad)re et che dopo havesse tirato una archibug(ia)ta anni sono alla med(esi)ma sua madre Laura Marrella, la q(ua)le inst(an)tia forzosa e segni come anche si intende haversi constato il tutto che perciò essa Maria volendo vivere da cristiana et imitare li vestiggi di n(ost)ro Gesù Christo il q(ua)le con la sua p(ro)p(ri)a bocca dimittere et dimittetis vobis, et pure hoggi essendo andata a più di un confessore havendo fatto refless(io)ne a tutti danni passi et patiendi dal d(ett)o di Simone innocente et innocentis(si)mo si è risoluta fare la p(resen)te dichiarat(io)ne protestandosi non haverci essa colpa veruna et per autenticare mag(giormen)te l’innocenza del pre(de)tto di Simone dichiara come tre anni et mesi sono havendo conceputa inimicitia con Gio, Thomaso Stronguli il d(ett)o di Simone et con Laura Marrella moglie del d(ett)o Stronguli et madre di essa Maria ridussero con lusinghe et con trami al d(ett)o di Simone nella loro casa et essendo calata abasso il d(ett)o di Stronguli di la tirò una archibug(ia)ta al pre(det)to di Simone al q(ua)le ferì gravem(en)te et essendosine posto in fuga il d(ett)o di Simone et la d(ett)a Laura Marrella et q(uell)i sequitando tirò il d(ett)o Stronguli al d(ett)o Simone un altro colpo et li palle tagliorno uno cioffo di capelli alla p(redi)tta Laura et venendone inquisiti nella med(esi)ma Corte si partirno et perche hoggi s’intende che il processo fabricato fosse stato dalli med(esim)i inimici inviato in Aud(ienz)a dichiarno cong(iuntamen)te non haver fatto inst(anz)a né elet(tio)ne o variat(io)ne di foro o altro ma e stato vero livore dalli p(redet)ti inimici …” (ANC. 335, 1680, 28-29).

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Isabella Arena è incarcerata perché ritenuta complice di un delitto commesso dal marito. Il figlio dell’ucciso cerca in tutti i modi di spostare il processo nella Regia Udienza di Catanzaro in quanto non si fida della giustizia del Duca di Mesoraca, che evidentemente ritiene colluso con gli uccisori.

“Mesoraca, 1698.
Come li mesi passati da Giacinto Faraco naturale vassallo di detto Ill. Duca fu occiso Gio. Ant(onio)o Brizzi della medesima terra et nel territorio di essa con colpi di bastone et di pietre, del quale delitto dalla sua Corte fu presa informatione et si carcerò Isabella Arena, moglie dell’occisore, per alcuni inditii di complicità in d(ett)o delitto et mentre la sud(ett)a Corte stava procedendo in d(ett)a causa a lei spettante come foro del delitto et dell’origine et domicilio de rei, Gio. Batt(ist)a figlio del sud.o occiso persona potentissima per pregiudicare la giurisditione di d(ett)o Ill.mo Duca fece comparire nella R(egi)a Audienza della Prov(inci)a Domenico et Giacinto Brizzi suoi figli, asserendoli pupilli di detto occiso et fece eligere d(ett)a R(egi)a Audienza per loro foro et ne ottenne la destinatione di un scrivano a prendere l’informatione di tal delitto; quale conferitosi in d(ett)a terra si fece consignare da d(ett)a Corte il processo et trasportollo insieme con d(ett)a Isabella Arena in d(ett)a R(egi)a Audienza nella quale essendo comparso il Procuratore di d(ett)a causa per non competere a d(ett)i Domenico et Giacinto privileggio alcuno di eligere il foro non essendo pupilli ma tenendo d(ett)o loro padre al quale appartiene la querela di tal delitto, il medesimo Gio. Batt.a continuando ad imbarazzare la Giurisditione di d.o Ill.mo Duca fe comparire nella medesima R.a Audienza in nome di Dianora Brizzi pure sua figlia impubere et come vergine fece di nuovo eliggere il foro di d.a Regia Audienza et perche pure si riconosceva non colpevole tale elettione di foro ma solo perche la opinione più soda de Dottori roborata da varie giudicature non concede il Privilegio della d.a …. Che per strade tanto indiretta si sta pregiudicando alla giurisditione di d.o Ill.e Duca dal mentionato Gio. Batt.a sotto li nomi di d.i suoi figli si degni ordinare alla d.a Regia Audienza di Calabria Ultra che proceda alla remissione di tal causa alli officiali di d.o Ill. Duca di d.o stato non ostante qualunque ordine in contrario” (Provv. Caut. Vol. 294, f. 174 (1698), Arch. Stat. Nap.).

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Uno dei provvedimenti che di solito veniva utilizzato per colpire le donne libere, che quasi sempre erano povere e forestiere, era quello di rimandarle ai paesi di origine.

Il 18 gennaio 1712 in Crotone presso il notaio Stefano Lipari e presenti come testimoni il canonico Fabio Lantaro ed il chierico Nicola Rinaldo, i mastri Antonio Grasso ed Onofrio d’ Oppido ed altri dichiaravano che Laura Clarà, Anna Golia e Vittoria Ierardi, tutte e tre forestiere ma da tempo abitanti a Crotone, “da che vennero, e sono dimorati in q(uest)a sud(ett)a città hanno vissuto carnalmente con chi l’è capitato et hanno vissuto, e vivono da meretrici e donne libere esposte ad ogni richiesta di chi ha voluto con esse havere commercio carnale”. Aggiungevano inoltre che “questo cio saperlo ex causa scientiae per haverlo pratticar visto, et inteso” (ANC. 611, 1712, 10v).

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Il 15 settembre 1716 in Crotone presso il notaio Stefano Lipari si presentano i mastri della città Emanuele Terranova, Diego Massa, Isidoro Messina, Antonio Grasso, Francesco Cagnonero, Clemente Cavaliero, Domenico Asturi e Fabrizio di Perri i quali dichiarano di saper “beniss(i)mo ex causa scientiae come cosa p(ubli)ca, notoria e manifesta fra le genti di questa sud.a città di Cotrone, che Aurelia Peronace, figlia di Fran.co Peronace, alias il Brandano della t.ra di Guardavalle, a più e più anni è stata et è donna libera nelli quartieri di q(ue)sta med(esi)ma città facendo comp.a di se med.ma con qualunque persona che la richiede, anzi publicamente ha procreato figli nati ex patre incerto e di continuo pratticato e conversato con ogni sorte di persona senza alcun ritegno e senza minimo riguardo, con essere ancora la sud.a Aurelia di viliss(i)mi Natali per esser la di lei madre vivente anche una donna libera, e bastarda, la quale se bene fosse maritata, quasi mai col med(esi)mo suo marito have pratticato” (ANC. 612, 1716, 131v).

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Quasi sempre si diveniva “donna libera” dopo aver subito un atto di violenza. A causa del disonore e per la paura dei parenti la giovane era costretta ad abbandonare la famiglia ed il paese natio. Spesso era costretta a ritrattare la denuncia contro lo stupratore. Le figlie, frutto della violenza, se non venivano soppresse alla nascita, seguivano il destino della madre.

Il 2 settembre 1693 in Crotone Agata Crepalla di Policastro in presenza di testimoni fa una dichiarazione. Alcuni mesi prima, quando si trovava in Policastro, fu carcerato il governatore del luogo Gio. Battista Marria con l’accusa di aver stuprato la giovane Elisabetta Guglielmini. Per tale crimine fu accusata anche la Crepalla e si cercò di carcerarla per interrogarla, in quanto si supponeva che avesse portate più volte “imbasciate amorose a detta Elisabetta da parte di detto governatore”. Poiché la dichiarante riteneva che l’accusa era falsa, non si presentò a testimoniare e se ne fuggì da Policastro e se ne venne a Crotone. Ove ora dichiara che non ha mai portato ambasciate amorose a detta Elisabetta ” né mai ha parlato con detto governatore di simili imbasciate” (ANC. 337, 1693, 13 -14).

Il 16 maggio 1696 la giovane Berardina Rizzuto, originaria di Belvedere Malapezza ma attualmente abitante in Crotone, dichiarava che nella corte vescovile di Cariati era depositata una querela criminale, da lei presentata contro il diacono Andrea Magliaro. Tale istanza riguardava il fatto che il diacono “l’havesse stuprata et levatoli l’honore”. Per tale motivo, per non finire carcerato, il diacono era costretto ad andar “fuggitivo et ramingo dalla sua patria”. La giovane, poiché vuole vivere cristianamente, giura che lei non ha mai conosciuto ed avuto corrispondenza con il diacono, ma la querela la fece su istigazione della madre e per la “paura che teneva de suoi parenti et acciò non si sapessi la persona che li tolse l’honore”. Perciò dichiara innocente il diacono ed annulla la querela (ANC. 337, 1696, 59.)

Il 20 maggio 1697 la quindicenne Caterina Marullo, nativa di Spinello ma abitante a Crotone, violentata da Diego Occhi Lupo, rilasciava una dichiarazione con la quale scagionava il violentatore in quanto “tutto quello è successo è accaduto con sua volontà et volontà di sua madre” e che l’Occhi Lupo, che per tale motivo patisce il carcere, “non ha colpa veruna havendola sodisfatta di tutto quello che essa medesima ha voluto”. Aggiungeva inoltre, a riprova dell’innocenza del violentatore, che “li giorni passati con la prattica che haveva con Diego Occhi Lupo di Gallipoli si diede con il detto, dal quale fu sbirginata, seu stuprata, havendo stato con suo gusto et sodisfat(io)ne consensiente ancura sua madre Vittoria Marullo qui presente et consentiente” (ANC. 470, 1697, 36).

Il 7 aprile 1724 si presenta dal notaio Pelio Tirioli di Crotone Teresa Todarello, originaria di Rossano. La giovane, che attualmente si trova a Crotone, dichiara di fronte a testimoni di aver saputo che la madre Anna Todarello aveva querelato Pietro d’Angelis di Rossano presso la corte principale del luogo. Secondo quanto ella ha appreso, la madre ritiene il D’Angelis colpevole della sua fuga da Rossano, in quanto fu da costui “deflorata”. Tutto questo secondo la dichiarante era da ritenersi falso, perché lei aveva lasciato Rossano ed era venuta a Crotone “di suo capriccio, et per suo genio”. Era vero che era stata deflorata, ma il D’Angelis non c’entrava, in quanto “ciò seguì col suo consenso con una persona forastiera, che più essa costituta non vide”. Poiché è venuta a sapere che per tale motivo il D’Angelis è perseguitato dalla corte principale di Rossano, la dichiarante per scrupolo di coscienza afferma di dire la verità, che cioè il D’Angelis è innocente anzi innocentissimo di tal fatto (ANC. 662, 1724, 60v-61r).

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Anche nel catasto Onciario di Crotone del 1743 troviamo traccia dell’esistenza delle “donne libere”. Troviamo infatti Simbari Vittoria di Cutro, donna libera di 35 anni che abita con la figlia Elisabetta Simbari di 5 anni in casa in fitto, situata in parrocchia di Santa Veneranda (f. 193) e di Contestabile Anna “forastiera”, donna libera di 40 anni che abita in casa in affitto in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis (f. 21). Entrambe non possiedono niente.

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In una vera e propria caccia alla strega si trovò impegnato il sotto intendente di Crotone. Pressato dall’Intendente, per mostrarsi zelante verso il suo superiore, egli si lanciò in una crociata e cercò l’appoggio della gerarchia ecclesiastica nel tentativo di combattere e debellare “la dissolutezza, ed il libertinaggio” e ripristinare il buon costume nella città e nel circondario. Il fenomeno sociale al centro dell’attenzione del funzionario però diventò, con il procedere dell’indagine ed il passare del tempo, sempre più ampio ed indefinito. Dilatato dalle calunnie, dalle lettere anonime e da liste di proscrizione divenne tale da non poter essere in alcun modo contrastato e perseguito, in quanto coinvolgeva quasi tutta la popolazione. Così alla fine nella rete, quali vittime sacrificali da offrire all’intendente, rimasero solo le solite povere donne forestiere senza protezione.

Lettera del Sotto Intendente di Cotrone al Vicario Generale della Diocesi di Cotrone. Cotrone li 18 maggio 1831. (Riservatissima). “Signore. Si è voluto far credere al Signor Intendente che la dissolutezza, ed il Libertinaggio regnano in questo Capo Luogo, e sono in tutte le classi portati al di là di ogni limite. Gli sono stati inoltre denunciati per adulterio e concubinari publici, e scandalosi tutti gli individui descritti nello Stato, che ho l’onore di accluderle. Or per poter io adempiere colla dovuta esattezza i precisi ordini, che sull’oggetto sono stati emessi dal sullodato Intendente, impegnando tutto il di Lei distinto zelo pel trionfo della nostra Santa Religione, e del publico buon costume, La prego essere compiacente di chiamare in sua presenza, ma colla massima riservatezza tutti i Reverendi Parrochi di questa Città, i quali dovranno dichiarare sulla Loro coscienza, e sul di Loro onore.
1°. Quali degli Individui tanto maschi , che femine appartenenti alle rispettive Parrocchie, e notati in detto stato, vivono effettivamente in publico concubinato, o adulterio scandaloso, e pregiudizievole al buon costume, ed alla morale publica formandone uno stato apparte, nel quale deve indicarsi con precisione la Patria delle femine, e per le forestiere aggiungere da quanto tempo dimorano in questa città.
2°. Devono inoltre i Reverendi Parrochi formare un altro Stato delle publiche scandalose, ed ostinate prostitute delle rispettive Parrocchie, tanto Cotronesi, che Forestiere, indicando per queste ultime, oltre le Patrie, l’epoca della lorodimora quì, e per ognuna se viene reputata o nò infetta di mali venerei, per quanto notoriamente si vuole.
Entrambi tali stati, che verranno formati sotto la di Lei sorveglianza, colla massima imparzialità, deve degnarsi favorirmeli al più presto possibile muniti delle firme de’ Parrochi, ad ognuno de’ quali comunicherò in seguito le particolari disposizioni a norma …”.

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Lettera dei parroci della città di Crotone al vicario generale della diocesi di Crotone. Cotrone (senza data). R.mo S.re. Avendo con matura riflessione esaminato lo Stato, ove sono annotati gl’individui che vivono in concubinato appartenenti alle nostre rispettive Parrocchie, che V. S. R.ma per incarico di q(ue)sto S.r Sotto Intend(en)te si è compiaciuto farci pervenire, e che qui annesso si restituisce, siamo a farle conoscere non avenlo ritrovato veridico in tutta la sua estensione; di altronde posssiamo assicurarla non essersi da Noi mancato col zelo di Pastori di richiamare al retto sentiere quei, che così traviati ne vivono, con le persuasive, mettendo loro sotto gli occhi li principi della Religione, siccome in effetto con alcuni ci è riuscito ridurli al dovere; per quelli poi, che con pertinacia si hanno voluto contra distinguere nella sfrontatezza, non si è mancato pur anche da Noi darne conoscenza a chi poteva dar loro freno, ma senza osservarne verun buon esito: che perciò altro non ci è rimasto da fare, che piangere a’ piedi di Gesù Crocifisso, acciò Iddio per effetto di Sua Misericordia si benigni a dar lume, ed ammollire i loro cuori; piuttosto che far un allarmo con annotare buona parte della Populaz(io)ne, quale certam(en)te non riuscirà facile, nè sarà possibile, ed espediente punirli a massa.
E fuor di ogni ragione poi il pretendersi, che li Parrochi siano nel dovere di conoscere quelli che attrovansi infetti di mali venerei; ciò dimostra bene il rispetto, la stima, ed il concetto che si nutre de med(esi)mi, senza dire altro.
Li Parrochi della città di Cotrone.

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Lettera del Sotto Intendente del distretto di Cotrone Parisi al Cantore di Isola Arteca.
“Cotrone 11 agosto 1840. Signore. Con questa data ho scritto a codesto Sig.r Sindaco officio del tenor seguente. “In ordine alle Prostitute forestiere in margine descritte (1. Marianna Barberio di Squillace, concubina di D. Vito Rodio, 2. Rosa Pitirà di Squillace, 3. Maria Arcì di Papanice, 4. Teresa Mauro forestiera, 5. Rosa Brizzi di Mesoraca, 6. Domenica Salviati e sorella di Roccabernarda, 7. Mar5ia Masceri di S. Nicola, 8. Rosa Satiro di Squillace) furono nel decorso anno emesse premurose disposizioni per esser sfrattate da codesto Comune. Or siccome vengo assicurato che le medesime son tuttavia costà e dovendo l’allontanamento aver luogo senza ulteriore indugio, eccomi a darle il seguente preciso incarico. In ricevere la presente le farà intimare a partire fra soli tre giorni per le rispettive patrie con l’obbligo di mai far ritorno in Isola sotto pena d’immediato arresto per misura di polizia, e quante volte taluna non obbedirà la farà subito sfrattare con la forza senza dar luogo a pretesti ad osservaz.e alcuna. Per tutto il giorno 17 andante mese attendo suo accerto sulla fedele esecuzione del predetto ordine. In quanto a Carmela Mancuso avviata in illecito commercio con Rosario Salito li farà entrambi obbligare a non più trattarsi e vivere onestamente sotto pena di arresto; indi li sorveglierà e trovandoli trasgressori li farà subito arrestare per misura di polizia e li spedirà qui”. Interessandomi di avere una positiva assicurazione sullo esatto adempimento degli ordini emessi ne affido a lei la segreta sorveglianza ed appena elasso il giorno 17 stabilito al sindaco avrà la compiacenza di farmi conoscere ciò che realmente si è fatto per opportuno regolamento. Sicuro che vorrà corrispondere con la sua solita cundidezza alla preghiera datagli le ne anticipo li più distinti ringraziamenti. Il Sotto Intendente A. Parisi.”.

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Lettera del Vicario foraneo dell’Isola al Vescovo di Crotone Mons. Todisco Grande. (Riservata)
“Isola 3 Settembre 1840. Ill.mo e R.mo Signore. Di sollecito riscontro al Veneratissimo aff.o riservato di V. S. Ill.ma e R.ma della data d’ieri, servo ad umiliarle, che per quanto e nella mia conoscenza le Donne Scandalose, e forastieri, che abbitano in questa Padria non sono state notificate a sfrattare, e ciò è un affare di fatto.
Dall’aff.o originale dell’11 Agosto a me diretto da cod.o S.r Sotto Intendente, che mi dò l’onore di acchiuderle, chiaramente si osserva, che non solo doveano esser notificate, ma col fatto frattate. In tanto vivono colla massima tranquillità, e continuano publicam.te ad offendere Iddio, e del Dicostoro allontanamento non si ne parla affatto.
Non è fuor di dubio che il Cancelliere Comunale ci avesse la maggior parte in proteger queste Donne cattive, perchè siccome il Sindaco è ottimo per vender merci, così nell’affari Comunali di pende in tutto il Cancelliere; ed è perciò, che Egli è la molle di far grazia, o giustizia, ed il Sindaco soltanto firma.
Le Donne di cui è parola, doveano esser sfrattate per tutto il giorno 17 Agosto. L’omicidio accaduto in persona di maestro Ferraro Francesco Mazzea è avenuto la notte del giorno 22 nell’atto che si ritirava da qualche prostituta come di fatti questa mattina hanno arrestato le sorelle Domenica e Teresa Salviati di Rocca Bernarda, come sospette. Ora se tali donne erano partite per la diloro Padria, forse al Mazzea non li sortiva tal disgrazia.
Se l’off.o del S.r Sotto Intendente non le bisogna potrà restituirmelo.
Questo è quanto posso assicurare a V. S. Ill.ma e R.ma sul riservato incarico datomi. Il V(icario) Foraneo Cant(o)re Onofrio Arteca.

Publici Scandalosi d’Isola (1840)

Ippolita Ryllo con Ant.o Poerio. Sotto pretesto di matrimonio.
+ Rosaria Piterà con Giuseppe Meco ed altri.
Teresa Mauro. Forastiera publica locandiera.
Rosa Brizzi di Mesoraca, con Gaetano Calabretta.
Carmela Nicoscia con Leonardo Poerio.
Giulia Migale con Vincenzo Camposano.. casato.
Angela Nastasi con Gio. Rizzuto.
Maria Calabretta con Ant.o Succurra.
+ Dom.ca Salviati e Teresa sorella di Rocca Bernarda.
Giuseppa Arci con Dom.co Scino ..Ammogliato.
Maria Vetrucci con Vincenzo Gullà.
Teresa Mantegna marrazzo …
Serafina Mancuso con Pietro Guarasci.
+ Carmela Mancuso con … Rosario Selito ammogliato.
+ Maria Arci alias La madonnara.
Angela Pirò con Ant.o Grano ammogliato.
Dom.ca Pellegrino con Michele Le Pera
Maria Ventura.
Raffaela Montaleone.
Maria Masciari La Greca con Simone Lionetti Forastieri.
Rosa Satiro con Giuseppe Faldella ammogliato Forastieri.
Emmanuela Aceto con Dom. co Borrelli sotto pretesto di matrimonio.
Maria Miriali con Giuseppe Castelliti.
Marianna Barbiero con D. Vito Rodio.

Uomini Casati che hanno abandonato le moglie.

Domenico Scino … Giuseppa Greco
Antonio Tricoci … Anna Corabi.
Pasquale Giannino … Angela Golino.
Giuseppe Simbari … Vittoria Ferraro.

Donne maritate che hanno abandonato li mariti.

Anna Salerno … Pietro Frojo.
Maria Parise … Domenico Ciraudo.
Rosa Lionetti … Pietro Russo.

Onofrio Cant(o)re Arteca Vic(ario) Curato.

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Lettera del Sotto Intendente del distretto di Cotrone al vescovo della diocesi di Cotrone.
“Cotrone 6 7bre 1840. Monsignore. In conseguenza dei di Lei Venerati offici del 2 andante, uno tendente a reprimere gli eccessi della dissolutezza della nomata Benedetta Papia e l’altro per lo sfratto di talune scandalose a V. S. Ill.mo Rev.mo indicate dal Reverendo Parroco di S. Veneranda, mi onoro manifestarle che in ordine alla Papia l’ho tenuta qualche giorno in carcere per correggersi e ve l’avrei fatta dimorare per altro tempo se la circostanza di trovarsi incinta non avesse destati sentimenti di compassione a pro dell’innocente nascituro, il quale in istato di maggior afflizione della madre, ne avrebbe sicuramente sofferto. In quanto allo sfratto delle scandalose indicate dal Parroco, avendo verificato gli estremi trovo, che le stesse abitano in luogo recondito dal quale non possono turbare l’esercizio delle sacre funzioni in S. Veneranda, né le persone di nobile educazione risentono dalle loro laidezze occasione di prossimo scandalo. Per la gente demoralizzata la di loro dimora è meglio indicata in luoghi puoco frequentati che altrove, avendo atteso il già detto non trovo adattabile la misura dello sfratto indicata dal Parroco. Quante volte però le predette donne si conferissero appositamente in vicinanza della Parrocchia, e con dette parolacce o grida disturbassero l’esercizio del culto in quel Venerabile luogo, in tal caso non mancherò di punirle come conviene. Mi auguro che nella sua somma saggezza voglia trovar regolare quanto di sopra e compiacersi altresì d’instruirne il Parroco per opportuno governo. Il Sotto Intendente A. Parisi.”.

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“A Sua Eccellenza D. Leonardo Todesco Grande vescovo di Cotrone.
Eccellenza. Si sussurra di essere pervenuti ordini dei superiori acciò avessero fatto ripatriare tutte le donne forestiere i quali danno scandalo al publico. Sig.re qual umil sudito moralmente prostato ai vostri piedi mi fò ardimento esporvi quanto siegue: Tra tutte le donne forestiere vi sta una Sig.ra Cotronese di nome Antonia Minicò la qual si è accoppiata con una nostra compaesana di nome Vennera Chirillo osia la figlia di Antonina queste due celeberrime donne nella loro abitazione tengono un perfetto bordello e quando i giovani non vogliono avere con essi loro amicizia, essi s’intromettono e fanno di tramezieri, e vanno diturbando i pensieri delle povere giovani che tranquille se ne stanno nelle loro abitazioni essi non trascurano di fare avere l’intento con l’offerta dei denari, si con via di tradimento, nonche con insinuare ai giovani d’intromettersi nelle proprie abitazioni. Sig.re sono queste cuse che portano dietro a se triste conseguenze, percui l’Eccellenza sua spande un ragio di giustizia sopra queste due donne con richiamare la Minicò nella sua patria e così evitare qualche sinistro avvenimento stante sono molti menzognieri e vanno mettendo discordie tra giovani, sto sicuro che dietro un informo che fara prendere al Sig.r Cantore, o pure al suo nipote D. Angelo Militi trova l’evangelio della verità; e la vostra giustizia piomberà sopra di essi mentre la Minicò si vanta di godere la protezzione di D. Domenico Castelliti, come di fatti la protegge; sto sicuro della vostra giustizia ed io l’avrò in grazia come dal cielo.
Umil suddito
N. N.”.

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