Storie di schiavi e di riscatti

Mercato schiavi

La vendita degli schiavi.

Alcuni aspetti della vita dell’arciprete di Le Castella Guarino Pantisano, come risultano dall’interrogatorio fatto nel 1594 dal decano Nicolao Tiriolo, ricordano quanto fosse presente il pericolo turco nella seconda metà del Cinquecento.

Storia di un rapito
Interrogato da quanto tempo aveva ottenuto il beneficio dell’arcipresbiterato nella terra delle Castelle e se avesse le bolle e da chi erano state spedite, l’arciprete rispose: “A giudizio mio haverà da quindici anni in circa et n’ho le bulle quali me foro spedite da Mons. Ill.mo Caracciolo et a quelle me riferisco”. Ammonito a presentarle. Rispose: “non so se sonno qua o in Cotrone perche quando fu l’Armata sfrattammo e portai ogni cosa in Cotrone et molte robbe sonno llà però le farò cercare et le farò presentare a V. S.ria. Interrogato se detto beneficio l’ha ottenuto per morte, remissione o in altro modo. Rispose: “questo beneficio l’havea lo R.do D. Colella Loriyo al presente cantore di questa chiesa e città, et lo resigno in mano de Mons. Ill.mo Vescovo libero credo io et po’ lo confermo a me”. Interrogato se prese possesso del predetto beneficio e se fu fatta la pubblicazione di detta remissione in chiesa secondo le costituzioni dei sommi pontefici e professione di fede. Rispose: “Si S.re perche lo S.r decano di Cotrone che all’hora era cqua con molti altri preiti vennero alli Castelle et mi diede il possesso e non me ricordo d’haver fatta la professione dela fede”. Interrogato se ha fatto continua residenza nella terra di Castellorum Maris. Rispose : “Al principio che io hebbi il beneficio io facea residentia perche nello castello vi erano da circa quindici casati, ma da alcuni anni in qua che son quasi tutti sfrattati per lo pericolo et invasione deli Turchi io me ritirai all’Isola e le feste andava a celebrare. Interrogato da quanto tempo circa non va a celebrare e per quale causa. Rispose: “ Dopo che passò l’Armata che fu in questo mese d’Augusto io non so stato alle castella si no una volta sola a celebrare ma succedendomi infermità alle gambe et alli orecchie et per la vecchiezza non ci ho possuto ne posso andare ne ci ho mandato nesciuno perche non ho trovato e mandarci. Interrogato se fu richiesto dagli abitanti e dal castellano che andasse a detta terra a celebrare e per amministrare i sacramenti. Rispose: “ Mi lo mandarono a dire che ci andasse ma non ci potea andare per la detta mia infermità”. Interrogato se i suoi superiori lo comandarono di andare a celebrare. Rispose: “Li superiori me lo comandavano ma io non ci potea andare ne potea trovare nisciuno di mandarci. Interrogato perchè i suoi superiori non destinarono in mancanza sua che altri andassero a celebrare. Rispose: “Io credo che haveano respetto all’infermità et impotentia mia et toleravano che non andasse”. Interrogato se teneva nella chiesa di Le Castella il SS. Sacramento dell’Eucarestia, o i sacri oli o l’acqua battesimale. Rispose: “ In quella chiesa da che fo dissabitata et desctrutta la terra p.tta deli Castella non si è tenuto il S. Sacramento, ne li ogli sacri ne acqua baptesimale perche lo fonte fo roinato ne io ci l’ho tenuto mai per non averci lochi commodi per tenerlo”. In seguito proseguendo nell’interrogatorio l’arciprete di circa 80 anni continuò: “Non ho lettera de nesciuno ordine ne maggiore ne minore perche mi foro pigliati da li turchi quando fui da quelli ancora pigliato io in S.to Petro a tempo che era arciprete de quel luogo che haveva da quaranta otto anni in circa mi portarono li turchi alla Natolia dove stetti circa uno anno et fui rescattato cento scuti de oro e dopo sono stato qua. Sono arciprete delle Castella con cura d’anime, si bene son pochissime anime perche dopo che li turchi pigliaro detta terra e fo anche smantellata, tutti li cittadini sene partiro et al presente non sono piu che tre casati li quali habitano dentro il castello (Visita fatta per il decano di Catanzaro Nicolao Tiriolo vicario generale di d.o Mons.r Caracciolo nell’anno 1594 cit., ff. 40-41, 88v)

Il denaro per il riscatto
Primo Giugno 1634 in Cutro. Giuseppe Longo, abitante a Le Castella, dichiara che ha deciso di prendere l’abito dei cappuccini. Prima di dare la professione egli vuole liberare la madre, che l’anno precedente è stata rapita dai Turchi con altri abitanti durante la presa delle Castella. Per accumulare i soldi per pagare il riscatto, egli incarica il fratello Antonio Longo, al quale affida l’amministrazione dei suoi beni. Qualora non sia possibile liberare la madre, perché già morta in mano dei Turchi, egli vuole che i suoi beni rimangono comunque in custodia al fratello, finché non darà ordine per la loro disposizione al momento che darà la professione. Giuseppe Longo aggiunge inoltre, che ha fatto scrivere dall’arciprete delle Castella una domanda per la libertà della madre e che perciò il fratello deve versare all’arciprete ducati quattro (ANC. 71, 1634, 119v- 120r).

La moglie del rapito
Il cirotano Antonio Mazziotto assieme ad altri suoi compaesani l’otto marzo 1676 prende in fitto dal possidente di Cirò Mario Trusciglio una chiusa in località “Paraci”. L’intento è quella di dividere la chiusa in pezze e trasformarla in vigna. Perciò i fittavoli si impegnano a pagare ognuno un annuo canone in perpetuo di carlini 6 per pezza e di pagare “il voto per pieno, obbligandosi di pagare detto canone fra il termine di anni due”. Al tempo della raccolta di quello stesso anno Antonio Mazziotto è fatto schiavo dai Turchi, perciò la sua pezza rimane trascurata ed in abbandono. La moglie dello sventurato, Isabella Labella, non può dedicarsi alla vigna, né incrementarla, né curare e coltivare quella che è stata impiantata, in quanto non ha possibilità finanziarie, anzi vive in uno stato di miseria. La povera donna, per non andare incontro ad ulteriori spese, è perciò costretta nell’ottobre di quello stesso anno a disfarsi della vigna. Essa decide di cederla a Giacomo Terranova con tutte le piantine di vigne e con tutti gli obblighi. Così per il prezzo di carlini 20 la vigna passa in potere del Terranova, liberando Isabella Labella di ogni obbligo e peso verso il Trusciglio.(ANC. 333, 1676, 42).

Solidarietà fraterna
Il prezzo del riscatto ed il periodo della prigionia erano quanto mai vari. Il 10 luglio 1706 in Crotone il notaio Silvestro Cirrelli si reca nella casa dove abita il reverendo Don Gennaro Pelusio, arciprete della cattedrale di Crotone. Il Pelusio avvicinandosi l’ora della morte detta il suo testamento. Tra le varie disposizioni testamentarie vi si trova un richiamo ai fratelli Dionisio ed Isidoro. Dionisio nel 1680 fu fatto schiavo dai Turchi e rimase in schiavitù per tre anni, finché non fu riscattato dal testatore e dal fratello Isidoro, che per la liberazione sborsarono la somma di quattrocento ducati. Per tale motivo il liberato Dionisio alla sua morte, per riconoscenza verso il fratello Isidoro, lo istituì suo erede universale e particolare, lasciandogli in eredità tra le altre cose anche una gabella detta “Il Pozzo del Forno” (ANC. 497, 1706, 41v-43).

Un ritorno non previsto
Il rapito quasi sempre riacquistava la libertà, non perché dai suoi congiunti fosse stato pagato il riscatto, ma a causa di eventi che niente avevano a che fare con il suo stato e la sua condizione. E’ questo il caso dell’aristocratico crotonese Fabrizio Lucifero. Il 24 ottobre 1684 in Bari su richiesta fatta dal nobile Fabrizio Lucifero di Crotone, figlio ed erede di Gio. Francesco, il notaio Giuseppe Campanella, il regio giudice Michelangelo Grossi ed alcuni testimoni si recano al sacro ospedale della SS.ma Trinità dell’ordine del Beato Giovanni di Dio, per redigere un atto di donazione per causa di morte. Giunti nell’ospedale, i convenuti trovano il Lucifero giacente in letto, infermo ma sano di mente, il quale in presenza anche del Reverendo Padre frate Benedetto Trucchi, superiore del detto ospedale, detta alcune disposizioni testamentarie. Il Lucifero fa presente di aver ottenuto la libertà dalle mani dei Turchi dopo sedici anni di continua prigionia nell’isola di Santa Maura, grazie all’incursione fattavi dalla Serenissima Repubblica di Venezia. Dopo la sua liberazione, per grazia di Dio, pervenne sotto la cura e l’assistenza dei padri della religione di San Giovanni di Dio, ai quali ora per gratitudine, appressandosi la morte, egli ha deciso di donare alcuni suoi beni situati in Crotone ed a Catanzaro. Tali proprietà gli erano pervenuti come erede del padre Gio Francesco e della madre Berardina Maiorana di Catanzaro. Morto Fabritio Lucifero, i fatebenefratelli cercheranno di entrare in possesso del lascito, ma le proprietà del Lucifero, ancora prima della sua morte erano già da tempo passate in altre mani. Solamente dopo una lunga lite giudiziaria i fatebenefratelli riusciranno a raggiungere un accordo con le parti avverse ed ad entrare in possesso di una piccola parte del valore del lascito (ANC. 336, 1690, 99-102).

Liberazione esentasse
Oltre a pagare il prezzo del riscatto, la famiglia del rapito dai Turcheschi doveva anche pagare una tassa ai Sacri Monti di Napoli.
Non sono rari i casi, specie durante il regno di Carlo III di Borbone, di schiavi cristiani liberati senza aver pagato alcun denaro né ai barbareschi né ai Sacri Monti di Napoli.
E’ il caso del soldato del re Rocco Varano, sposato con Caterina de Pullis, nativa di Strongoli ma abitante a Crotone. La De Pullis nel dichiarare che il marito era stato liberato senza sopportare alcuna spesa, l’ otto agosto 1750 esibiva al notaio Pelio Tirioli la seguente dichiarazione: “Noi D.n Giacinto Voschi ministro Plenipot(enzia)rio nell’adietro, per la maestà del Re delle due sicilie alle Potenze d’Africa. Dichiariamo come nell’1742, nella n(os)tra partenza da Tripoli, da quel Bassà ci furono regalati per atto di sua cordialità, verso di noi dimmostrata, due Captivi Christiani, sudditi del Clementis(si)mo n(os)tro Real Sovrano, che dio preservi, Chiamandosi uno Rocco Varrano, e dell’altro non mi ricordo il nome, e li medemi furono rillasciati senza spesa, benche minima, tanto le riguardanti solite pagarsi collà, come per li Sacri Monti di Napoli, e peressere la Verità, abbiamo data la presente firmata di n(ost)ra propria mano, e munita del n(os)tro solito sigillo. Napoli li 28: 9bre 1746. Giacinto Voschi”. ( ANC. 668, 1750, 121-123).

Il riscatto non pagato
Molto spesso i denari, raccolti con tanta fatica dai familiari per pagare il riscatto del congiunto, fatto schiavo dai Turcheschi, prendevano altre vie. Di frequente rimanevano con vari raggiri nelle tasche dei loschi figuri, che solerti si erano presentati come accreditati intermediari. Che ciò avvenisse solitamente, traspare da numerose testimonianze. Spesso gli intermediari, intascato il denaro per pagare la taglia, si involavano o trovavano il modo per far perdere le tracce; altre volte si trattenevano il denaro, anche se il merito della liberazione non era avvenuta per la loro opera.
E’ il caso di alcuni schiavi liberati senza il pagamento della taglia, ma per i quali i congiunti avevano già versato il prezzo del riscatto. Tra questi ricordiamo Rocco Varano di Catanzaro, fatto schiavo dai Turcheschi, come risulta da una fede notarile.
Presso il notaio Nicola Rotella, nativo di Mesoraca ma abitante a Crotone, il 17 maggio 1752 si presenta Tomaso di Vito di Isola per fare una dichiarazione. Il Di Vito, che era stato fatto schiavo e come tale portato nella città di “Tripoli di Barbaria”, fu testimone, che mentre si trovava in quella città, vi era anche presente come schiavo Rocco Varano di Catanzaro, marito ora defunto di Catarina de Pullis. Poiché allora si trovava ambasciatore presso quella corte, per trattare la tregua col re, il signor Giacinto Voschi, fu regalato a quest’ultimo lo schiavo Rocco Varano. Il Voschi tuttavia non solo lo liberò ma anche “a sue spese lo rimesse in Napoli libero, e senza che avesse esso di Varano pagato cosa alcuna, anche di nolo, spese ed altro” (ANC. 1124, 1752, 25).

Più tempo, meno soldi
Il denaro per il riscatto, che i familiari del rapito consegnavano in deposito a qualche potente del luogo, con l’intento che fosse consegnato tramite un intermediario ai rapitori, una volta avuta la certezza della liberazione del congiunto, con il passare del tempo e l’allontanarsi dell’evento, un po’ alla volta svaniva. E’ questo il caso che interessò Lucrezia Asturi. La vicenda iniziò nel giugno 1712 e si concluse solo dieci anni dopo.
Il 3 giugno 1712 i “Dolcinotti” fanno schiavo il crotonese Antonino Manica. Il cognato Gio. Francesco Azeri, per poterlo riscattare, consegna ducati 200 in deposito al nobile Gio. Battista Barricellis, il quale a sua volta si obbliga a versarli all’intermediario Gio. Luise de Soda, nel momento della liberazione del sequestrato. Gli anni passano e muore sia Gio. Francesco Azeri, che Gio. Battista Barricellis. Non essendo ancora avvenuto il riscatto, l’Azeri lascia erede dei ducati 200 la moglie Lucretia Asturi. Questa, trovandosi in difficoltà finanziarie e dovendo mantenere i figli, si rivolge ad Anna e Francesca Barricellis, figlie ed eredi di Gio. Battista Barricellis. Le sorelle, “compassionando l’afflittione” dell’Asturi, le promettono ducati 25 ma avendo “visto prima li libri del negotio del padre”, trovano che Gio. Francesco Azeri, marito dell’Asturi, aveva già ricevuto in più volte ducati 100. Le sorelle Barricellis, adducendo la scusa di cautelarsi, richiesero perciò a Lucretia Asturi che, “per sicurtà” dei ducati 125 in caso si dovesse fare il riscatto, essa obbligasse sé stessa, i suoi eredi, i figli ed i beni. Non avendo altre proprietà che la sua casa dotale dove abitava, l’Asturi, pur di avere i 25 ducati richiesti, il 20 dicembre 1718 fu costretta ad ipotecarla in favore delle Barricellis. In seguito tuttavia Antonino Manica ritornò libero e potette ritornare a Crotone, non certo per opera degli intermediari, ma “senza riscatto” e “solo per gratia del Prencipe del Regno”.
Anna e Francesca Barricellis dovettero restituire i ducati 75 rimasti e liberare Lucretia Asturi, sia dall’obligo sulla sua famiglia che dall’ipoteca sulla sua casa dotale. Poiché nel frattempo era scoppiata una lite tra Antonino Manica ed i figli dell’Asturi a causa di alcuni seminati, che avevano condotto assieme, e, fatti i conti, al Manica spettavano ducati 37 e mezzo, Lucretia Asturi, per liberare i figli dal debito, ordinò di prelevarli dai 75 ducati, che avanzava dalle sorelle Barricellis. In tal modo dei 200 ducati, a suo tempo sborsati dal marito, ne ritornarono a lei solo 37 e mezzo (ANC. 661, 1722, 53-54).

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