Vicende feudali di Genicocastro, poi Belcastro, dai Falloch ai Sanseverino

Stemma di Belcastro

Stemma di Belcastro.

Il vescovato di Callipolis (ὁ Kαλλιπόλεως) risulta tra quelli suffraganei della nuova metropolia di Santa Severina di Calabria (Tῇ Ἁγίᾳ Σευηρινῇ τῆς Kαλαβρίας) che troviamo nella “Néa tacticà” o “Diatyposis”, compilata al tempo di Leone VI il Filosofo (886-911), dove sono elencate le metropoli e le diocesi soggette al patriarcato di Costantinopoli.

In un rimaneggiamento successivo della Diatiposi che si ritiene anteriore al Mille, ma la cui redazione è del tempo dell’imperatore Alessio Comneno (posteriore al 1084), nella “Notit. 3”, tra i cinque vescovati suffraganei di Santa Severina di Calabria (Tῷ Ἁγίας Σευηρινῆς, Kαλαβρίας), risulta confermato quello di ὁ Kαλλιπόλεως, ovvero di “Callipolis”.[i]

 

Genicocastro

A seguito della conquista normanna, Callipolis assunse il nuovo nome di Genicocastro. L’antico nome della città è richiamato ancora nel 1093 quando, tra le donazioni fatte dal conte Ruggero I all’abbazia della S. Trinità e S. Michele Arcangelo di Mileto, risulta “la terra vicina all’abazia di S. Maria de Caliopoli”[ii] mentre, nella restituzione latina delle notitiae episcopatuum, scritte in greco da Nilo Doxapatris al tempo di Rugero II re di Sicilia (1130-1154), rileviamo che la metropoli di Santa Severina, aveva tra i propri vescovati suffraganei quello di Kαλλιούπολιν: “… et Sancta Severina metropolis, habens et ipsa sub se varios episcopatus, Calliopolin, …”.[iii]

Alla metà del sec. XII, comunque, la città compare con il suo nuovo nome, come testimonia il geografo musulmano Edrisi, che segnala l’esistenza di Genicocastro (ǵ.n.qû qasṭ.rû) a nove miglia siciliane da Cotrone ed a quindici da Simeri.[iv]

Con questo nome la ritroviamo verso la fine del secolo XII, nel “Provinciale Vetus” di Albino: “Metropolis Sancte Severine hos habet suffraganeos episcopos: … Genecocastrensem …” o “Geneocastrensem[v] e nella bolla di Lucio III (1183), conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Santa Severina.[vi]

Il toponimo che il Rohlfs traduce dal greco in “Castello della signora”,[vii] interpretabile in relazione alla costituzione del dotario in favore della propria sposa da parte del suo feudatario, si rileva in alcuni atti della prima metà del Duecento, pubblicati dal Pratesi (Γυναιϰοϰαστρου – Γυναιοϰάστρου)[viii] e dal Guillou (Γυναιοκάστρου – Γυναικοκάστρου).[ix]

Fonte Battesimale belcastro

La statua di San Michele Arcangelo ed il fonte battesimale nella cattedrale di Belcastro.

 

I Falloch

Durante il periodo normanno-svevo, le vicende della città furono legate a quelle dei Falloch che con alterne vicende, ebbero in feudo Genicocastro, Catanzaro ed altre terre.

Di questo gruppo familiare abbiamo notizia già nel giugno del 1022, quando troviamo Hugo Falluca nel gruppo dei 24 normanni che l’imperatore Enrico II lasciò di rinforzo ai nipoti di Melo da Bari, investititi da lui della contea di Comino nell’alta valle del Liri presso Sora.[x] Più tardi, Guaimaro V, principe di Salerno, faceva incarcerare a Torremaggiore “Hugo, loquel avoit souprenom Fallacia”.[xi]

Ritroviamo i Falloch in occasione delle vicende riferibili agli anni 1073/74, quando Hugone e suo fratello Herberto, parteciparono alla lotta contro Abagelardo, figlio del conte Humfredo fratello del duca Roberto il Guiscardo che, ribelle allo zio Roberto, si era arroccato “apud Sanctam Severinam, Calabriae urbem” dove, dalla Sicilia, si recò ad assediarlo il conte Ruggero chiamato dal duca suo fratello.

Giunto all’assedio anche Roberto e tenuto consiglio con i suoi, fu deciso di erigere “tria castella” in modo da perseguire la città: il primo fu affidato ad “Hugoni Falloc”, il secondo a Rainaldo de Simula ed il terzo a “Herberto, fratri Hugonis, et Custinobardo, fratri dicti Rainaldi”.[xii]

 

La contea di Catanzaro

I conflitti che riferiscono il ridisegno del territorio attraverso le lotte che ebbero per protagonisti questi nuovi padroni, si acuirono dopo la morte del Guiscardo (1085) quando, in relazione alla sua successione, i Normanni si divisero in due fazioni contrapposte. Una che fece capo al duca Ruggero, figlio del Guiscardo e di Sichelgaita, indicato dallo stesso Roberto quale suo successore. L’altra che parteggiò per Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada poi ripudiata.

Fu così che nel 1087, Mihera “filius Hugonis Falloc” che aveva ereditato dal padre “Catanzarium et Roccam” (Rocca Fallucca), si schierò con Boemondo e s’impadronì di “Maja” (Maida).

Avvenuta la riconciliazione tra Boemondo ed il duca Ruggero, Mihera cercò di rientrare nelle grazie del duca e gli restituì Maida. La sua mossa fu vana, perché il conte Ruggero e Roberto de Loritello, figlio di Goffredo fratello di Roberto il Guiscardo, che il duca Ruggero aveva chiamati in suo aiuto contro Boemondo, sfruttarono l’occasione e lo attaccarono per impadronirsi delle sue terre.

Mihera, rifiutando di battersi, si ritirò monaco a Benevento, lasciando erede il figlio Adam. Anche questi, comunque, fu costretto alla resa, ma prima di cedere all’assedio postogli nel 1088 da Rodulpho de Loritello, fratello minore di Roberto, appiccò il fuoco ai propri beni. Il conte e Rodulpho si spartirono le sue terre.[xiii]

Il simbolismo contenuto negli atti che la cronaca del Malaterra attribuisce a Mihera ed a suo figlio Adam, dimostra di alludere alla costituzione di una nuova realtà che fu frutto della spartizione di quella preesistente. Una realtà che attraverso la distruzione operata attraverso il fuoco nell’incendio appiccato da Adam, fu privata della sua giurisdizione precedente. La narrazione rende conto in questo modo della formazione della contea di Catanzaro.

Rodolfo o Rhao de Loritello, fratello minore di Roberto, fu conte di Catanzaro. Sposato con la contessa Berta, ebbe due figli Goffredo e Raimondo. Alla sua morte avvenuta prima del 1111, la contea di Catanzaro passò a suo figlio Goffredo.[xiv]

La torre Mastra vista dalla cattedrale

Belcastro, la torre Mastra del castello e la cattedrale.

 

Il feudo di Genicocastro

Il racconto delle vicende belliche che dettero sfogo alle contrapposizioni tra i signori normanni nell’ambito dei territori di Santa Severina e di Catanzaro, non menziona mai Genicocastro né altre terre vicine.

La ragione di ciò risiede nel fatto che l’episodio della cronaca del Malaterra è solo rappresentativo delle trasformazioni evidenziate ed incentrato sui luoghi che riassumevano la precedente organizzazione (Santa Severina) e quella formata nuovamente (Catanzaro). In relazione a tale contesto sappiamo che, per lungo tempo durante il Medioevo, sia Genicocastro, sia Simeri, Barbaro ed altre terre e casali, sia la stessa contea di Catanzaro, furono, con alterne vicende, soggette al dominio feudale dei Falloch.

Anche se inficiate dalle falsificazioni, le prime testimonianze ci permettono di documentare che agli inizi del Duecento, la città di Genicocastro, posta in diocesi di Santa Severina, apparteneva alla contea di Catanzaro.

Un atto che si valuta non anteriore al giugno 1207, riferisce la presenza nella città del “domino comit(e)”, durante l’inquisizione condotta da Pietro abate di S.to Giuliano di Rocca Falluca, in merito ad una controversia tra il monastero di S.to Stefano del Vergari ed il feudatario di Mesoraca[xv] mentre, un atto del settembre 1224, evidenzia l’esistenza del “tenimentum Sancte Eugenie in territorio Policastri (sic) comitatus Catanzarii”.[xvi]

 

Il conte Riccardo

Con l’avvento degli Svevi, Riccardo Falloch divenne conte di Catanzaro. Riccardo che fu signore di Genicocastro, Simeri ed altre terre, compare per la prima volta nel 1198, in occasione della donazione di un comprensorio di terre poste “in Tenimento Simeri”, quando “Robertus de Policastro, quondam filius Constantii”, in presenza dell’abate Isidoro, di altri frati e del “Domini Riccardi Falluc”, donò al monastero di S.to Stefano, le terre che si trovavano nel tenimento della chiesa di S. Theodoro. Tra coloro che sottoscrissero l’atto, troviamo: “Ego Ricchardus Fallucca concedo, et confirmo”.[xvii]

Successivamente, l’Ughelli lo ricorda con il titolo di conte, relativamente ad una concessione dell’anno 1200 in favore del vescovo di Catanzaro: “(…) BASSOVINUS, vel BUSIANUS an. 1200, hujus Ecclesiae erat Episcopus, quo anno Comes Richardus donavit Ecclesiae Catacensi Judaicam pro anima Agnetis Palmariae uxoris suae. (…)”,[xviii] di cui però “Manca qualsiasi documento a proposito”.[xix]

Il conte compare ancora nel gennaio del 1201 quando, ad istanza di Luca abate, di Radulfo priore e di altri monaci di Santa Maria della Sambucina, imitando i suoi predecessori che avevano fondato il monastero, gli donò “i(n) pertinentiis Tacine”, il “tenimentum mandre quod dicitur Umbre Pagani”. Questo documento, oltre che da “RicaRdus Falluc(a) comes CatançaRi”, risulta sottoscritto anche da “W(illelmus) Faluca”, da “domini Mathei senescalci domini comitis”, e da “Loysii f(ilii) R(iccardi)”.[xx]

Nel febbraio dello stesso anno, Federico II re di Sicilia, dietro istanza dello stesso abate Luca, concedeva a lui e ai suoi successori il permesso di macinare ogni anno duecento some di frumento nei molini demaniali nella zona di Cassano, confermandogli il possesso del “tenimentum mandre quod dicitur Umbre Pagani, in pertinentiis Tacine”, precedentemente concessogli da “Riccardo Fallucca comite Catanzar(ii) fideli nostro libere ac pacifice possidendum constat esse collatum, sicut ex scripto eiusdem comitis manifeste claret in curia nostre maiestatis ostenso.”.[xxi]

Altre testimonianze evidenziano che il dominio del conte Riccardo fu conteso da quello di Malgerio di Altavilla, come evidenzia il Fiore:

“(…) L’anno 1202 Malgerio d’Altavilla concede a Gualtiero Rocca, milite e suo fedel vassallo, alcune colture di terre nel territorio della Rocca Falluca e di Catanzaro in feudo “et Pheudi nomine pro se te suis heredibus” col servizio d’un solo soldato; lo riceve per suo domestico e l’essime da tutti pagamenti.

L’anno 1205 d’aprile Riccardo Falluca, conte di Catanzaro, per servizii e spese fatte da Guglielmo Rocca barone nella guerra avuta con Malgerio d’Altavilla, gli concede di potersi fare un molino nel fiume di Simeri, che poi gli conferma nel mese di novembre 1218. (…)”.[xxii]

Alcune concessioni presso il Tacina fatte da Malgerio e da Riccardo sono ricordate anche nei privilegi dell’abbazia di Santa Maria di Corazzo.

Nel maggio 1210, Federico II confermava al monastero, sotto l’abate Giovanni, diverse donazioni precedenti, tra cui le “(…) terras laboratorias, quas Malgherius de Altavilla et Riccardus Fallucca Catanzarij comes in tenimento Buchisani per eorum instrumenta eidem monasterio concesserunt. (…)”.[xxiii]

Nel dicembre 1225, in occasione della riconferma di questi privilegi, troviamo: “(…) et … brachij cum omnibus, quae possident in dominio … Malgerius de Altavilla et Riccardus Fallucha ei dederunt in loco, qui dicitur [Buchisani] (…)”[xxiv] mentre, in un nuovo privilegio concesso dall’imperatore al monastero nello stesso mese ed anno, che riassumeva quelli precedenti presentatigli, aggiungendo una nuova concessione, si legge: “(…) et terras, quas Mal[gherius] de Altavilla et Ricco[ardus] Falluca per instrumenta concesserant et donaverant in tenimento Buchisani, (…)”.[xxv]

La presenza del conte Riccardo si evidenzia ancora il 25 gennaio 1223. Come riferisce una sentenza dei giustizieri imperiali, in quella occasione, il “viro nobili comite Riccardo Falluca” fu presente presso il monastero di S. Pietro di Tacina, sottoscrivendosi: “Riccardus Falluca comes testis sum”.[xxvi]

 

Il conte Anselmo

Contrastano con quest’ultima testimonianza altri documenti. La “comitissa Theodora”, ormai vedova del conte di Crotone Rainero Marchisorto, compare nell’aprile del 1220, in occasione di una concessione al monastero di San Giovanni in Fiore “in tenimento Rocce Bernardi terre nostre”.[xxvii]

Nel luglio dell’anno dopo, Anselmo de Iustingen marescalco imperiale e conte di Catanzaro, confermava tale donazione fatta da “Theodoram Comitissa Catanzarii”: “Confirmatio et nova concessio facta per Anselmum de Iustigen Comitem Catanzarii donationis alias factae per Theodoram Comitissa Catanzarii de tenimento quod dicitur Feruliti in tra (sic) Rocese (sic) Bernardae in anno 1221.[xxviii], ovvero del “tenimentum Ferulisi” posto “in tenimento Roccae Bernardae”, già concessogli dalla “nobilis mulier Theodora comitissa, uxor quondam comitis Raynerii Marchisort”, alle condizioni con cui lo aveva posseduto in passato Goffrido de Carbonara.[xxix]

Lo stesso “Anselmus de Iusting(a) imperialis aule marscalcus et comes Catençarii”, fece alcune donazioni all’abbazia di S.to Angelo de Frigillo nel settembre 1222.[xxx]

Anselmo ebbe un figlio che portò il suo stesso nome, come risulta in un atto del 17 dicembre 1234 quando, “in palatio communis Mediolani”, troviamo il “dominus Anselmus de Justingen mareschalcus domini Henrici serenissimi regis Romanorum”, incontrare i rappresentanti dei comuni lombardi. Tra i testi presenti in quella occasione figura: “Anselmus de Justingen filius suprascripti domini marescalchi”.[xxxi]

Nel dicembre del 1239, troviamo la menzione di “Anselmus Lombardus”, nell’elenco dei feudatari del giustizierato di Valle Crati e Terra Giordana, cui spettava la custodia di alcuni prigionieri lombardi. Attraverso ciò s’evidenzia che il marescalco o suo figlio, detenevano feudi nell’ambito di questo giustizierato. Forse la contea di Catanzaro.[xxxii]

 

Simona “domina Genicocastri”

La presenza di molti falsi tra i documenti riguardanti i conti di Catanzaro, che ha reso ardui i tentativi di ricostruzione della successione feudale della contea durante il medioevo, è un fatto notorio. Da questa documentazione superstite, inficiata dai falsi fabbricati nel tempo per legittimare i possessi è possibile, comunque, ricavare alcune informazioni relative al feudo di Genicocastro che trovano riscontro.

In primo luogo, i documenti evidenziano che Simona moglie di Riccardo Falloch, detenne il possesso feudale della città, verosimilmente dopo la morte di suo marito, ed evidenziano la figura di Alamanno Falloch che sarà ricordato ancora, nei primi documenti del periodo angioino.

Troviamo Riccardo Falloch assieme alla moglie Simona, nel 1228 (a.m. 6736), in un atto scritto in greco da Theodoro presbitero e protopapa di Simeri. In quella occasione “Riccardus falloceo” (privo del titolo comitale) e “Simeonae uxoris ipsius”, donarono al “templo sancti Theodori Eremitarum”, il “praedium” posto “in dicto loco sancti Theodori”.[xxxiii]

Successivamente, il conte è ricordato in un atto del febbraio 1230 quando, su richiesta del “dominus Gotfredus Janperonus de Simero”, l’imperatore Federico II gli confermò, ratificandolo “… quodam feudum in capite situm et positum in territorio et pertinentiis terre Barbani in loco, qui dicitur sancti Nicolai de Leporina, cum toto tenimento ipsius feudi, nemoribus, pascuis, …” precedentemente concessogli dal “comes Ricardus de Fallucca[xxxiv] mentre, un atto del maggio di quello stesso anno, scritto “in civitate Genic(ocastri)”, menziona “in tenimento Genic(ocastri), in loco qui dicitur Vallis de Sancto Angelo in fonte Filachi”, il “suberitum comitis Riccardi Fallucc(a)”.[xxxv]

Il 6 luglio 1235, evidentemente dopo la morte di Riccardo, sua moglie “Simona comitissa domina Genic(ocastri)” ed “Alamannus Falluca”, sottoscrissero un atto riguardante una donazione in favore del monastero di S.to Angelo de Frigillo “in loco qui dicitur Sancti Angeli de Pacti”, nella cui confinazione risultava: “… ab ocidente (sic) terra quam tenet ecclesia Sancti Angeli de Frigilo ex dono dominationis terre Genicocastri, …”.[xxxvi]

Documenti successivi evidenziano che dopo il dominio della contessa Simona, Genicocastro passò prima ad Alamanno Falloch e successivamente, alla corte dell’imperatore.

 

In demanio imperiale

Questo passaggio di Genicocastro in demanio imperiale è evidenziato dallo  Scandone che s’occupò di ricostruire la genealogia e le vicende riguardanti S. Tommaso e la famiglia de Aquino, sulla base dei registri della cancelleria angioina prima della loro distruzione.

Riferendosi al conte Riccardo Falluca, ed argomentandolo, comunque, dal contenuto di atti posteriori ai fatti, l’autore afferma: “A questo, o ad un suo erede, erano stati tolti i beni dagli Svevi, che li avevano aggregati al demanio della regia corte, contro la quale, al tempo di Carlo I d’Angiò, nel 1269, cercò di rivendicarli, per «diritto ereditario», Clemenza, moglie del Tortoreto.”[xxxvii]

Eco di ciò rimaneva in un atto del 5 settembre 1290, nel quale Riccardo de Stefanisio, asseriva di essere stato spogliato di un suffeudo, sito nel territorio di Genicocastro, da parte del milite Adenulfo d’Aquino e che in precedenza, “quando la città predetta apparteneva alla R. Corte (prima del 1269) il suffeudo era tenuto da Adam de Elmia”.[xxxviii]

Le circostante relative ai fatti sono evidenziate da un documento del 1277 ca., pubblicato dallo Sthamer, dove si testimoniava che in precedenza, l’imperatore Federico II aveva revocato alla sua corte le terre di Lagonegro e Lauria e le aveva donate al “domino Alamagno de Fallucea”, scambiandole con le terre di “Genitocastri et Simiri” che quest’ultimo deteneva in Calabria. Alamanno aveva così detenuto Lagonegro e Lauria fino all’avvento del re Corrado ma, successivamente, Manfredi gliele aveva tolte:

“… [Item dixit, quod quondam dominus imperator Fredericus revo]cari fecit ad manus curie sue predictas terras Lacusnigri [et Laurie] […] atque donavit domino Alamagno de Fallucea in excambium terrarum, quas habuit [in Calabr]ia, videlicet Genitocastri et Simiri; quas terras [predictus] dominus Alamagnus ex concessione predicta tenuit usque ad adventum regis Corradi. Et subsequenter dominus Guilielmus Villanus predictam terram Lacusnigri et dominus Alber[tacius] predictam terram Lau[rie ha]buerunt et tenuerunt ex concessione domini principis Manfredi quondam principis [Ta]rentini. In causa scientie dixit, quod audivit dici et ind[e fa]ma puplica est. Vidit tamen predictum dominum Alamagnum durante dominio dicti domini imperatoris [tenere et] possidere terras [predictas] et predictum dominum Guilielmum durante dominio pre[dicti domini] principis tenere [et possidere terram] Lacusnigri et predictum dominum Albertacium similiter dur[ante domi]nio predicti domini principis tenere et possidere predictam terram Laurie. …”.[xxxix]

In merito alla data in cui Genicocastro passò in demanio imperiale, possiamo rilevare che nel 1239, nei citati elenchi dei feudatari del giustizierato di Valle Crati e Terra Giordana, cui fu affidata la custodia dei prigionieri lombardi, i Falloch non risultano menzionati mentre, tra i feudatari del giustizierato di Basilicata, cui fu affidato lo stesso compito, figurano: “Riccardus de Loria” e “Guido de Lacunigro”.[xl]

Né Genicocastro né Catanzaro figurano nell’elenco delle città demaniali del regno cui, il primo marzo 1240, si dava mandato di nominare ciascuna, due “nuntios” da inviare al parlamento generale presso Foggia.[xli]

 

Petro Ruffo di Calabria

Gli anni a cavallo della metà del Duecento, durante i quali Genicocastro appartenne al demanio imperiale, videro la rapida ascesa di Petro Ruffo di Calabria nel Crotonese e nel Catanzararese. Nel citato elenco del dicembre 1239, relativo all’affidamento dei prigionieri lombardi, “In justitiariatu Calabrie” troviamo elencato “Petrus de Calabria”, mentre di lui non si fa alcuna menzione “In justitiariatu vallis Gratis et terre Jordane”.[xlii]

Nell’ottobre di quell’anno, Federico II affidava a “Petro Rufo” la custodia del castrum di Crotone “et domibus[xliii] mentre, un atto che si valuta non posteriore al 6 maggio 1241, relativo ad una controversia tra l’abbazia di S.to Angelo de Frigillo e Angelo da Viterbo, possessore di un feudo presso Mesoraca, evidenzia la presenza di “Petro Ruffo de Calabri(a)” in questo periodo anche nella valle del Tacina.[xliv]

Nel febbraio del 1252 egli ricevette da parte di Corrado, l’investitura della contea di Catanzaro nel parlamento generale di Melfi, come riscontriamo in un atto del 14 maggio 1252, dove si menziona “Petro de Calabr(i)a comite Catanzarii regni Siciliae marescalco” ovvero “Petrus Ruffus de Calabria Dei et regia gratia comes Catanzarii, et regni Siciliae marescalcus”.[xlv]

Tale investitura trovò il pieno appoggio della chiesa, come evidenzia la bolla del 7 ottobre 1254, con la quale papa Innocenzo IV prendeva il conte, la sua famiglia ed i suoi beni, sotto la propria protezione:

Petro Ruffo de Calabria, comiti Catanzarii. Quum ipse se ecclesiae brachiis totaliter commiserit, personam eius cum uxore, scil. comitissa Catanzari, nepotibus et consanguineis et affinibus, et bona eorum sub sua et Sedis Apostolicae tutela suscipit; concessiones insuper et donationes tam de comitatu Catanzarii quam de castro Mesuratae et de feudo Rendae a quondam Friderico et Conrado eius nato eidem Petro Ruffo factas, ratas habet. Ea illi de novo concedit, ita quod eidem, de quibus Fulcunem, eius nepotem, Papa ipsius nomine investivit, ab Ecclesia immediate dependant. «Dat. Anagnie, nonis octobris Indict. XIII, incarnationis dominice anno MCCLIIII, Pontif. n.ri an. XII».”.[xlvi]

In breve però i fatti precipitarono. Quando i contrasti tra Corrado e Manfredi si acuirono, Petro Ruffo si schierò dalla parte di Corrado e dovette subire la ritorsione di Manfredi che, nella curia generale di Bari (2 febbraio 1256), lo privò dei suoi feudi e nel 1257 lo fece uccidere. [xlvii]

A seguito di ciò la chiesa riconobbe conte di Catanzaro Otto marchese de Hohenburg: “… Oddo Marchio de Honebruch, cui Comitatus Catanzarii per Papam concessus erat, …[xlviii] mentre, di fatto, la contea rimaneva in potere di Manfredi attraverso i propri fautori.

Di un “domini Nicolosi comitis Catanzarii” si fa menzione in un atto del 1259 riguardante la lite che l’oppose al monastero di San Giovanni in Fiore, in merito al tenimento sito in loco detto “Ampulinus”. Questione che già in precedenza, aveva trovato impegnato il conte Petro Ruffo.[xlix]

La presenza in questo periodo di un “Nicolò” conte di Catanzaro, si rinviene anche nella cronaca seicentesca del D’Amato che lo identifica erroneamente, con “Nicolò Loritello” e registra la sua successione all’epoca della venuta in Catanzaro dei Frati Minori, riconducendo la sua figura all’antica casata cui risalivano le origini della contea di Catanzaro: “Nell’anno 1254 vennero in Catanzaro i Padri di S. Francesco d’Assisi, e si fermarono nella Chiesa della Trinità, datali dà Cittadini 28 anni doppo il felice transito in Cielo del Serafico lor Fondatore; à tempo, che con variata successione era la Contea di Catanzaro pervenuta à Nicolò Loritello, molto pio, e di religiosi costumi.”.[l]

Un atto dell’aprile 1264 c’informa invece, che “Raynaldum de Oddone procuratorem egregii viri domini Raulli comitis Catanzarii”, chiamato in causa dal procuratore del monastero Florense in merito ad una controversia riguardante il tenimento sito in loco detto “Ampulinus”, evitò di presentarsi innanzi ai giudici. Precedentemente, invece, in occasione di un arbitrato riguardante il tenimento oggetto di questa contesa, nel luglio 1253 era già stata pronunciata una sentenza in favore di “domino Riccardum Gactum procuratorem comitatus Catanzarii per dominum Petrum Ruffum, tunc comitem Catanzarii”.[li]

L’assegnazione della contea di Catanzaro a Raul e la sua mancata investitura, si evidenziano nella cronaca di Saba Malaspina che a proposito di Raulo “della casa de’ Sordi” nobile romano, riferisce della concessione fattagli da Manfredi: “A cui quel re, in rimunerazione di ciò che per obbedire a lui arditamente aveva fatto, dette il contado di Catanzaro. Ma nè questo nè altri, da lui innalzati al grado di conti, potè per vessillo, secondo è l’usanza, investir delle contee, non essendo ancora unto né avendo ricevuta la corona di re.”. Ricordando ancora: “e i Sordi tutti ancora, de’ quali Raulo era stato da Manfredi un tempo fatto conte de’ Catanesi (sic) ”.[lii]

Nicola Ruffo

Petro Ruffo di Calabria conte di Catanzaro.

 

Clemenza Falloch

Dopo la disfatta e la morte di Manfredi cui seguì quella di Corradino, i Ruffo rientrarono nel regno conquistato dagli Angioini. Petro Ruffo però era morto senza lasciare figli. I suoi feudi andarono così al nipote Petro II, figlio di suo fratello Giordano, anch’egli morto in seguito alla persecuzione patita ad opera di Manfredi.[liii]

Nel settembre del 1272, attraverso un’ordinanza indirizzata ai secreti di Calabria, Carlo I d’Angiò disponeva “che venisse svolta un’inchiesta per conoscere la reale consistenza della contea di Catanzaro in età sveva e quindi di restituire a Pietro le terre che ancora fossero risultate mancanti.”.[liv]

Qualche mese dopo, nel maggio del 1273, in relazione alla lite riguardante il tenimento di Ampollino, era pronunciata una nuova sentenza in favore dei Florensi contro il conte di Catanzaro.[lv] Il 2 Marzo 1278, in Crotone, “Petrus Ruffus de Calabria Dei et regia gratia comes Catanzarii”, riconosceva i diritti del monastero di San Giovanni in Fiore riguardo il tenimento di Ampollino, rinunciando ad ogni “questione” presente e futura.[lvi]

Le testimonianze supersiti contenute nei registri angioini ricostruiti, c’informano che con l’avvento degli Angioini, Genicocastro ritornò ai Falloch, come risulta nell’atto del 8 luglio 1269, con cui Carlo I d’Angiò riconosceva a Clemenza Falloch, moglie di Berardo de Czifono o de Tortora/Tortoreto, il dominio feudale sulla città di Genicocastro che gli spettava per eredità del padre Riccardo.[lvii] Evidentemente, tale riconoscimento poggiava sul fatto che la famiglia aveva fattivamente sostenuto la causa angioina, come riferisce un documento che menziona solo “Cariati, Castel Barbaro e Geneto”, tra le terre rimaste fedeli a re Carlo “In Valle di Crati” allorchè venne Corradino.[lviii] Attraverso lo stesso documento con cui il sovrano angioino aveva concesso a Clemenza il feudo di Genicocastro, siamo informati che, in precedenza, la stessa Clemenza assieme al marito Berardo, era ricorsa alla regia curia chiedendo il riconoscimento del possesso feudale della città di Genicocastro e del castrum di Simeri che, secondo i richiedenti, sarebbero spettati alla detta Clemenza “iure dominii et quasi dominii” e per discendenza ereditaria. A tale richiesta la regia curia aveva risposto assegnando a Clemenza “sub dominio nostro per se et heredes suos in pheudum secundum usum Regni in capite” solo la città di Genicocastro, continuando invece a detenere per sè il castrum di Simeri.[lix]

Nell’ottobre del 1274, “Berardus de Turtureto et Clementia de Fallucca coniuges, domini Genicocastri”, risultano autori di una donazione nei confronti dell’abbazia di S.to Angelo de Frigillo.[lx]

Il feudo di Simeri fu concesso invece al milite Bertrando de Malamorte.[lxi] Diversi atti della cancelleria angioina di questo periodo, testimoniano gl’interventi della regia curia in merito ai reciproci tentativi da parte dei feudatari di Simeri e di Genicocastro di usurpare aree dei loro rispettivi feudi.[lxii]

Interventi che giunsero a stabilire la pertinenza della “culture que dicitur de Cunnino” nel legittimo possesso di Clemenza, cui era stata assegnata esplicitamente “de mandato regio cum dicta terra Genitocastri”,[lxiii] ma che non non ebbero l’effetto di rasserenare gli animi dei contendenti. Anzi, gli avvenimenti vissero una pagina delittuosa.

Il 16 luglio 1276 il giustiziere di Val di Crati informava il re “che non era riuscito a catturare alcuni malfattori di Taverna, che dopo di aver commessi gravissimi eccessi, avevano ucciso Berteraimo de Malamorte, signore di quella terra: essi si erano rifugiati nei luoghi più inaccessibili della Sila e invano con molti nobili ed altri della provincia aveva tentato raggiungerli, né erano valse le pene minacciate ai paesi della contrada affinchè li catturassero. Con tale occasione gli abitanti dei casali di Taverna, che erano sparsi, chiesero di potere abbandonare le loro dimore e ricostruire i casali in luoghi più atti e più vicini tra loro.”.[lxiv]

Dopo l’uccisione del Malamorte, Simeri fu assegnata al milite Henrico de Cimili, ma i rapporti con la feudataria di Genicocastro non migliorarono, tanto che nel 1278, la regia corte dava mandato di reintegrare il detto milite Enrico, relativamente alla distrazione di alcuni membri delle sue terre che erano stati occupati da “Clementiam dom. Genitocastri”, ed espressamente delle “culture” già appartenute ad “Alamanno Falluca, Adenulfo Pardo et Berteraymo de Malamorte, olim dom. Simeri”.[lxv]

A testimonianza dello stato d’incertezza, nello stesso periodo, si dava mandato in favore di “Clementia de Falluca dom. Genitocastri contra Henricum de Cimili dom. Simari occupantem quamdam culturam suam.”.[lxvi]

Al 1278 risale l’ultima attestazione relativa alla “domina Genitocastri”, in un atto che registra il suo rifiuto di associarsi a Boamundum de Fuscaldo ed ad altri feudatari, riguardo all’obbligo di fornire “teridam unam cum corredis affisis etc.” alla regia corte.[lxvii]

 

Un vescovo derelitto

In questi primi anni di formazione del dominio angioino, si segnala la presenza nella città di “Iohannes Genicocastrensis episcopus[lxviii], che ebbe il seggio vescovile già in precedenza e che a differenza dei Falloch, parteggiò per gli Svevi.

A questa sua posizione, si accenna nella documentazione relativa al pagamento delle decime dovute alla Santa Sede per il periodo 1275-1279. In questa occasione, il “Dominus Iohannes, ven.lis episcopus Genicocastrensis, sue conscientie derelictus”, pagò per il primo anno al vescovo di Cassano, “unc. I et tar. V” e per cinque anni, “unc. X et tar. XV”, agli esecutori della Santa Sede.[lxix]

Tale situazione dovette motivare l’azione del feudatario che tentò di sottrarsi al pagamento delle decime. Nel 1278, infatti, la regia curia riconosceva le ragioni del vescovo di Genicocastro “contra Clementiam f. comitis Riccardi dominam dicte terre” che si rifiutava di pagargli le solite decime sulla bagliva della città.[lxx]

Il 13 novembre 1283, la curia romana dava mandato al legato apostolico “G., Episcopo Sabinensi”, di convocare a Roma “Iohannis, Genecocastrensis episcopi”, in ragione della sua condotta per la quale era stato costretto a chiedere il perdono del papa. Egli, infatti, aveva precedentemente ricevuto l’interdetto ecclesiastico, perché “cum Manfredus princeps Tarentinus in sua provincia moraretur”, ma poi fu assolto dalla censura.[lxxi]

 

I d’Aquino

Successivamente al dominio feudale di Clementia e di suo marito Berardo, Genicocastro passò dai Falloch ai d’Aquino. Adenolfo d’Aquino “fratello del santo dottore”[lxxii] sposò Fiordalisa Falloch “figlia o nipote del Conte Riccardo de Fallucca”.[lxxiii] Secondo lo Scandone, egli sarebbe morto verso il 1262,[lxxiv] lasciando due figli maschi, Tommaso e Adenolfo, e due femmine, Maria ed Elisabetta.

Tommaso sposò Isabella figlia di Matteo di Cariati: “Assensus pro matrimonio contrahendo inter Thomasium de Aquino et Isabellam, f. qd. Mathei de Cariato, ad testimonium Archiepiscopi Cusentini.[lxxv] mentre, successivamente, sua sorella Elisabetta sposò Boemondo, anch’esso figlio di Matteo di Cariati.[lxxvi]

Al tempo dei primi anni del dominio angioino, Fiordalisa Falloch deteneva il possesso feudale di Barbaro, ma le sue mire s’estendevano anche ad alcune terre vicine come Taverna, detenuta da Bertrando de Malamorte: “Bertrando de Malamorte mil., concedit terram Taberne in Iustitiaratu Vallis Gratis.”.[lxxvii] Il 15 luglio 1271, in un atto destinato ai giudici della Magna Curia, si ordinava loro “di riprendere un processo, già iniziato davanti a Barallo del Balzo, Giustiziere del Regno, tra «Floredelatra» (sic) signora di Castel Barbaro e Bertrando de Montiliis, procuratore fiscale, pel possesso del castrum di Taverna in Val di Crati.”.[lxxviii]

E’ ancora del 1271, la notizia che Fiordalisa era molestata nei suoi possessi feudali, dal milite Gualterio Appardo: “Flora de Aliata (sic), domina Barbari, mater Thomasii de Aquino mil., molestatur a Gualterio Appardo, mil., dom. Burrelli, super quodam feudo ibidem sito.”.[lxxix]

Fiordalisa “domina Barbari”, compare successivamente, insieme a “Thomasius de Aquino, eius filius”, in un atto del 18 novembre 1273[lxxx], mentre risultava già vedova nel 1278, in occasione dell’emanazione di un provvedimento in suo favore contro i suoi vassalli di Barbaro: “Mandatum pro Flore de Alys, vidua, contra vassallos suos terre Barbari cum casalibus, angararios recusentes et prestare servitia.”.[lxxxi]

cappella Aquino Napoli

Cappella della famiglia Aquino in San Domenico Maggiore a Napoli.

La riorganizzazione dei giustizierati

Risalgono a questo periodo, alcuni provvedimenti da parte della regia corte, tra cui quello che modificò la giurisdizione del giustizierato di Valle Crati e Terra Giordana, ridimensionata a favore di quello di Calabria.

Il 13 febbraio 1280, re Carlo d’Angiò, notificava a Goffrido de Sumesot, giustiziere di Valle Crati e Terra Giordana, l’aggregazione al giustizierato di Calabria, delle seguenti terre precedentemente appartenute alla sua giurisdizione: “Catensarium, Taberna, Scilla, Symerus, Barbarum, Genico castrum, Mausurica cum casalibus ipsarum terrarum, Policastrum, Tracina, Castella, Rocca Bernarda, Sancta Severina cum casalibus suis, Sanctus Iohannes de Monacho, Cotronum cum casalibus suis.”.[lxxxii]

Se ne fa menzione anche il 17 aprile di quell’anno, quando “Re Carlo rimuove dall’ufficio di Giustiziere di Calabria Roberto di Richeville e vi nomina in sua vece Geberto de Herville, aggiungendo all’antico Giustizierato tutto quel tratto di paese che sta dal fiume Neto al fiume Gattino”.[lxxxiii]

Seppure tale provvedimento era presentato come finalizzato solo ad una più comoda amministrazione: “ ut in utroque Iustitiaratu possint melius et commodius servitia nostra per Iustitiarios singulos regionis cuiuslibet exerceri …[lxxxiv], esso ebbe lo scopo di ridisegnare gli equilibri di quest’area e di riorganizzarla, affidandola alle mani degli uomini ritenuti più fedeli, in una fase che sarebbe presto sfociata nella terribile guerra del Vespro.

Il 3 novembre 1282, Taverna, il cui precedente feudatario era stato ucciso, fu infeudata al milite Lodovico de Poherio magister rationale della magna curia, mentre il suo tenimento e quelli dei suoi casali, fu diviso da quelli delle altre terre confinanti:

Lodoyco de Roherio (sic) mil. cons. et fam. ac Magne Curie Magistro Rationali donatur terra Taberne de Iuistitiaratu Vallis Gratis et Terre Iordane et divisio tenimentorum dicte terre Taberne a tenimentis terrarum Catanzarii, Syllie Barbare Genocastri et Symari”;[lxxxv]

Lodovico de Roherio (sic) mil. cons. et fam. donatur terra Taberne de Iustitiaratu Vallis Gratis et Terre Iordane, devoluta Curie per mortem sine liberis Bertrandi de Malamorte”;[lxxxvi]

Notatur Ludovicus de Roher (sic) mil. qui habet in donum terram Taberne, per mortem Bertrandi de Malimorte sine liberis”.[lxxxvii]

Appena insediato, il detto Ludovico entrò subito in contrasto con Fiordalisa Falloch feudataria di Barbaro: “Si ha notizia che il 5 maggio 1283 fu ordinato al baglivo di Nicastro di citare a comparire nella Gran Corte «Domina Castri Barbari nomine Flos Aliarum» per la violazione dei confini del territorio di Taberna e dei suoi casali, secondo l’accusa di Ludovico de Roberiis (sic), che possedeva quel feudo.”.[lxxxviii]

cappella Aquino Napoli

Monumento funebre di Cristoforo e di Tommaso de Aquino nella cappella di famiglia in San Domenico Maggiore a Napoli.

In difesa del re

L’importanza di questo territorio, strategico per il controllo dell’intera Calabria e per assicurare una valida difesa del regno, risalta attraverso l’atto del 6 novembre 1282, attraverso cui il milite Bertrando Artois fu designato capitano, con il compito di custodire e difendere dagli assalti dei nemici questa parte della  Calabria.[lxxxix]

06.11.1282. Reggio. “Dominis infrascriptarum terrarum ibidem presentibus et universis hominibus terrarum ipsarum vid: partium Tirioli nec non Catanzarii, Sellie, Symeri, Barbari, Taberne, Genicocastri, Mensurati, Sillani, Policastri, Gerencie, Marturani et Sancte Severine. De quieto et pacifico statu vestro ac aliorum nostrorum fidelium quos sub nostro felici dominio regere et mantenere tenemus curam habentes precipuam ne ab aliquibus nostris infidelibus vel hostibus contra nostre voluntatis beneplacitum perturbentur, Bertrandus Artus … mil. fam. et fidelem nostrum … capitaneum quantum ad custodiam et defensionem terrarum ipsarum et offensionem proditorum nostrorum qui partes easdem versari dicuntur, intendentes vestrum statum pacificum perturbare, usque ad nostrum beneplacitum duximus statuendum universitati vestre … mandantes quatenus eidem Bertando in omnibus que de honore et servitiis nostris circa ipsarum terrarum defensionem et custodiam diligentem ac offensionem predictorum proditorum nostrorum vobis duxerit iniungendum ad honorem ed fidelitatem nostram devote parere et efficaciter intendere debeatis … assistentes sibi ope, consilio, auxilio et favore qualiter commissa sibi predicta Curie nostre servicia laudabiliter exequantur.”.[xc]

Tale importanza è sottolineata ancora, da un atto dato due giorni dopo sempre in Reggio, che evidenzia il ruolo assegnato al conte di Catanzaro, nel controllo del territorio dalla parte delle montagne della Sila:

Universis pheodathariis et hominibus terrarum Catanzarii, Taberne, Scillie, Barbari, Genicocastri, Mensurate, Policastri, Sancte Severine, Gerencie, Caccuri, Ipsigro, Tigani et casalium suorum. Cum ad persequendum infideles nostros et hostes latrones manifestos ac strate puplice violatores, qui in offensionem nostrorum fidelium et viatorum quorumlibet euntium et redeuntium ad passum Sancti Mathei qui est inter Martoranum et Neocastrum, ausu temerario, sicut intelleximus, accesserunt … Petrum Ruffum de Calabria, comitem Catanzarii .. ex parte Montane Sile, Bertandum Artus ex parte Neocastri et Pontium de Blancoforti Iustitiarium Vallis Gratis ex parte Marturani, duximus … statuendus f.v. … precipimus quatenus ad requisitionem pred. comitis circa pred. infidelium nostrorum et hostium captionem et exterminium assistatis sibi ope, consilio et auxilio oportuno, ita quod dictus comes commissa sibi Curie nostre servicia efficaciter exequatur …”.[xci]

Arme Aquino

Arme della famiglia Aquino scolpita sul sepolcro di Tommaso de Aquino in San Domenico Maggiore a Napoli.

Tra Angioini ed Aragonesi

Se tali erano gli apprestamenti dalla parte angioina, analoghi provvedimenti si prendevano da parte aragonese. Nel quadro dello stato di conflitto e dei suoi sviluppi che, di volta in volta, vedevano pendere le fortune in favore dell’uno o dell’altro contendente, nel 1283 Guglielmo Galcerando risultava già formalmente investito della contea di Catanzaro da parte di Pietro III d’Aragona. Egli però, ne entrerà in possesso, per un breve periodo, solo dopo la battaglia di Catanzaro (settembre 1297)[xcii]. La circostanza della sua investitura di cavaliere è ricordata dal cronista Bartolomeo di Neocastro:  “A’ ventidue dello stesso mese, il dì del venerdì santo, la reina in sul far della sera, giunse a Messina con l’inclita prole, e il Re dopo aver celebrato la festa della Pasqua di Resurrezione, armò cavaliere il nobile Guglielmo Calcerando da Carceliano, …”.[xciii]

In tale frangente, si evidenzia che Tommaso d’Aquino, figlio di Fiordalisa Falloch, che fu tra i nobili al seguito del principe di Salerno, fatti prigionieri degli aragonesi nella battaglia navale combattuta il 5 giugno 1284,[xciv] aveva ottenuto la concessione del feudo di Genicocastro precedentemente a questo fatto.

Il 13 settembre 1284, re Carlo revocava alla regia corte tutti i feudi dei conti, baroni ed altri nobili che, al seguito del principe di Salerno, erano morti o erano stati fatti prigionieri nella battaglia navale combattuta contro la flotta siculo-aragonese comandata da Ruggero di Lauria, precisando che la revoca era per quelli morti senza discendenti diretti, mentre per quelli che avevano lasciato figli di età minore, i feudi erano affidati ai rispettivi balii.[xcv]

Attraverso un successivo provvedimento del 19 agosto 1285, accogliendo la richiesta di Fiordalisa e di “Filippa, moglie di Tommaso conte (sic) di Belcastro”, che chiedeva di essere sostentata in ragione della revoca alla corte da parte del re, di tutti i feudi dei conti, baroni ed altri nobili che erano morti o erano caduti prigionieri nella disfatta navale di suo figlio, lo stesso re Carlo ordinava che fatta salva la porzione di Adenolfo, fratello minore di Tommaso, fossero pagate alla detta Filippa, 40 once d’oro sui proventi delle terre di Tommaso in ciascun anno, dissequestrando i beni del marito.[xcvi]

Agli sconfitti, ricchi ostaggi nelle mani degli Aragonesi, non restò che trattare il proprio riscatto: “Si ha notizia che tra i prigionieri della battaglia navale del 5 giugno 1284 Tommaso d’Aquino e Bernardo di Tuella furono presi, quest’ultimo nel 10 dicembre dello stesso anno trattava il suo riscatto per 100 once d’oro.”.[xcvii]

In tale frangente, Adenolfo detenne i beni di suo fratello Tommaso. Il 9 novembre 1287, si concedeva al nobile dominus Adenulpho de Aquino, di poter estrarre da qualunque porto della Puglia, 300 salme di frumento, trasportandole per mare “apud maritimam Catanzarii” e da qui, via terra, “apud terram Barbari pro munitione ipsius et substentationem eiusdem terre”.[xcviii]

In relazione a Genicocastro, egli risulta menzionato nel 1290: “Dom. Riccardus de Stephanisio turbatur super feudalibus bonis a dom. Adenulfo de Aquino sitis in Geneocastro[xcix] mentre “nel 1292 ebbe conferma dello stato materno”.[c]

Subito dopo, Tommaso, evidentemente ritornato in libertà, riebbe i suoi beni: “Notatur concessio castri Geneocastri in iustitiaratu Calabrie Thomasio de Aquino militi in anno 1293.”.[ci]

Nell’atto con cui il 19 giugno 1293 fu effettuata “de novo”, la concessione del “castrum Geneocastri situm in iustitieratu Calabrie cum hominibus etc.” nelle mani del milite Tommaso, si specificava che il feudo “de demanio et baronia dicti castri tamen habeant castrum ipsum et nichil aliud”, e che essendo la sua rendita annua di novanta once d’oro, impegnava il detto Tommaso ed i suoi eredi, a servire il re ed i suoi successori “immediate et in capite de quatuor et medio servitiis militaribus.”.[cii]

La consistenza dei beni feudali di Tommaso è evidenziata dalla trascrizione pubblicata dal Minieri Riccio: “Dominus Thomasius de Aquino tenet Baroniam Genitocastri cum casalibus de feudo novo pro an. val. unc. 90. Item medietatem feudi in Cutrono, quod fuit Angeli de Vito pro an. unc. 10. Item Baroniam Barbari cum casalibus suis, et casalia Cropani, et Defana (sic) pro an. unc. 20. Item medietatem Baroniae Fenuculi in Principatu Ultra pro an. unc. 20. Item medietatem Baroniae Fenuculi in Pricipatu Ultra pro an. unc. 20.”.[ciii]

Il fatto che nel 1302, si ricordi Tommaso de Aquino quale destinatario di “un provvedimento contro Ademario de Luco, signore della vicina Simari, per ragione di confini”,[civ] testimonia che permanevano i motivi di attrito in quest’area.

arme Aquino

Arme della famiglia Aquino posta nella cappella di famiglia in San Domenico Maggiore a Napoli.

La contea di Belcastro

Pietro II Ruffo sposò Giovanna d’Aquino, figlia di Tommaso[cv] ed alla sua morte, avvenuta tra il 1309 e il 1310, il suo primogenito Giovanni divenne conte di Catanzaro.[cvi]

A seguito della morte di Tommaso de Aquino, gli successero i figli maschi Tommaso, Landolfo e Jacopo: “Quando «Tommaso del fu Adenulfo de Aquino» morì, il 20 marzo 1305 fu spedito l’ordine di procedere alla solita inchiesta, per conoscere chi fossero gli eredi (in nota: Reg. Ang. 150, fol. 166); e il 29 ottobre 1306 il re comandò che ai figli di lui, Tommaso, Landolfo e Jacopo fossero consegnati i feudi, esistenti nel Giustizierato di Principato” (in nota: “Reg. Ang. 165, fol. 87”).[cvii]

Del primogenito Tommaso, sono ricordate le liti del periodo 1315-1318 con la madre Filippa de Aquino e con le sorelle Giovanna e Isabella che rivendicavano i propri diritti.[cviii]

In alcuni atti conservati all’Archivio di Stato di Firenze, relativi al periodo 1325-1329, troviamo il milite Tommaso de Aquino marito di Ilaria de Sus contessa di Sant’Angelo (sua moglie in seconde nozze), dominus della baronia di Genicocastro, di quella di Barbaro e di quella di “finuculi”.[cix]

L’otto febbraio 1331, re Roberto gli concedeva il titolo di conte di Belcastro:

Pro comite Bellicastri. Robertus dei gratia rex etc. Quos genus nobilitat, prosapia generosa decorat, honoribus libenter ac tollimus ut congregatione nobilium comitatus nostri lateris illustremus. Sane in persona Thomasii de Aquino militis, dilecti consiliarii, familiaris et fidelis nostri, attendentes nobilis generis dona et placida virtutum donaria a suis predecessoribus radicata, ipsum comitatus civitatis Bellicastri de Ducato Calabrie, quae Genitocastrum nominabatur hucusque, providimus titulo de certa nostra scientia et speciali gratia insigniri, et investientes eum per nostrum vexillum propterea coram moltitudine gentium copiosa, ipsum iuxta morem servatum in talibus, Bellicastri comitem iussimus buczinari. Datum Neapoli, die VIII febrarii anno domini MCCCXXXI.”.[cx]

La concessione è ricordata dal Camera il 9 di febbraio:

“(…) L’antica città di Genitocastro, in Calabria ultra, tenuta in feudo da Tommaso di Aquino milite, consigliere e regio familiare, venne decorata del titolo di Contado; e nello stesso tempo, re Roberto, con suo diploma del 9 di febbraio, comandò che in avvenire si chiamasse Belcastro; «quod dicta civica hactenus nominata Genitocastrum, ab hodie nuncupetur et intituletur BELLICASTRUM». Indi nell’anno susseguente, lo stesso Sovrano prescrisse allo stesso Tommaso conte di Belcastro, che distinguesse bene i confini di essa città da quelli delle terre di Tacina e di Mesuraca, le quali si appartenevano a Giovanni Ruffo di Calabria, conte di Catanzaro. (…)”.[cxi]

Tommaso de Aquino, primo conte di Belcastro,[cxii] ebbe dalla moglie Ilaria due figli: Adenolfo che gli premorì e Cristoforo che il 10 febbraio 1335, compare in un atto come suo procuratore.[cxiii] Alla sua morte, avvenuta nel 1338 o comunque, prima del maggio 1339, i suoi beni costituiti dalla contea di Belcastro, dalla baronia di Barbaro e dai feudi “nello stato d’Aquino”, passarono a suo nipote Tomasello di cui fu balio lo zio Cristoforo.[cxiv] Quest’ultimo morì il 22 novembre 1342, come si legge nell’iscrizione posta sul suo sepolcro:

“+ HIC REQUIESCIT CORPUS MAGNIFICI VIRI XPOFORI DE AQUINO FILI QUONDAM MAGNIFICI ET EGREGII / VIRI DOMINI THOMASI DE AQUINO COMITIS BELLICASTRI QUI OBIIT ANNO D(OMI)NI M.o CCC.o XXXXII.o / DIE XXII MENSIS NOVEMBRIS X INDICCIONIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN.”

Sepolcro Cristofaro de Aquino

Sepolcro di Cristoforo de Aquino, figlio di Tommaso primo conte di Belcastro, posto nella cappella di famiglia in San Domenico Maggiore a Napoli.

Tomasello risulta conte di Belcastro nel 1351.[cxv] Morto nel 1357, fu sepolto in S. Domenico Maggiore a Napoli, come riferisce l’epigrafe posta sul suo sepolcro nella cappella di famiglia:

“HIC IACET CORPUS VIRI MAGNIFICI D(OMI)NI THOMASI DE AQUINO COMITIS BELLICASTI QUI OBIIT ANNO DOMINI M.o CCC.o LVII.o DIE [   ] / [   ] MENSIS NOVEMBRIS DECIME INDICCIONIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN AMEN.”

Sepolcro Tommaso de Aquino

Sepolcro di Tommaso o Tomasello de Aquino, secondo conte di Belcastro, posta nella cappella di famiglia in San Domenico Maggiore a Napoli.

Gli seguì Isabella de Aquino che compare in un documento del primo settembre 1365 con il titolo di contessa di Belcastro.[cxvii] Alla sua morte avvenuta nel 1373, nello stesso anno pervenne ai Sanseverino, come risulta dalla conferma fatta  dal papa Gregorio XI,  della concessione della contea di Belcastro, fatta dalla regina Giovanna e dal marito Ludovico, ad Enrico de Sanseverino ed ai suoi eredi il 4 maggio di quell’anno:

Confirmatio concessionis et donationis factarum per Joannam reginam et Ludovicum virum eius, regem Siciliae, N.V. Henrico de Sanctoseverino, Militi Caputaquen. dioc. et eius haeredibus in perpetuum, de Comitatu Bellicastri cum terris, baronia, castris et iuribus ad ipsum comitatum spectantibus, nec non de aliis et singulis bonis, castris, terris, casalibus, feudis bonisque feudalibus, quae fuerunt quondam Thomasii de Aquino, Bellicastri Comitis, positis tam in justiciariatibus Calabriae, Vallisgratis et Terrae Jordanae, ac Comitatibus Molisii et Terrae Laboris, quam alibi in regno Siciliae, propter magna et grata servicia per dictum Henricum eisdem Reginae et Regi impensa.”.[cxviii]

Enrico Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino, conte di Mileto e Terranova, e di Giovanna de Aquino, sorella di Tommaso secondo conte di Belcastro,[cxix] era ancora conte di Belcastro nel 1390.[cxx]

La contea passò quindi al figlio Luigi che, per essere stato ribelle a re Ladislao, nel 1401 fu privato del feudo. L’anno dopo, Pietro Paolo da Viterbo alias Peretto de Andreis, otteneva la contea di Belcastro ed il marchesato di Crotone.[cxxi]

Arme  sanseverino

Arme della famiglia Sanseverino (da biblioteca estense.beniculturali.it).

 

Note

[i] Gelzer H., Georgii Cypri Descriptio Orbis Romani, Lipsia 1890, p. 82. Parthey G., Hieroclis Synecdemus et Notitiae Graecae Episcopatuum, 1866, p. 126. Russo F., La Metropolia di S. Severina, in Scritti Storici Calabresi C.A.M., Napoli 1957.

[ii] Russo F., Storia della Chiesa in Calabria, II, p. 393.

[iii] Parthey G., cit., pp. 293-294.

[iv] Amari M. e Schiapparelli C., L’Italia descritta nel “Libro di Re Ruggero” compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei anno CCLXXIV, 1876-77, serie II – volume VIII, Roma 1883, pp.111-112.

[v] Fabre M. P., Le Liber Censuum de l’Eglise Romaine, V, Parigi 1889, p. 104. Russo F., Regesto I, 404.

[vi] AASS, pergamena 001.

[vii] Rohlfs G., Dizionario Toponomastico e Onomastico della Calabria. Risulta errata la mia interpretazione contenuta in: Assetto Urbano del Territorio Crotonese in Età Romana e Bizantina, La Provincia Kr nr. 10-12/2003 e Il castello di Belcastro, La Provincia Kr nr. 24/2003.

“Questa Città vien detta da Cencio Camerario (T. V. Antiq. Murat.) e nel Cod. Tuaneo presso Carlo da S. Paolo, Geneo-Castro. Geneto-Castro si ha nel Cod. Regio presso lo stesso Autor della sagra Geografia, che sarà lo stesso, che Geneco-Castro, la c. cambiata in t.”. Di Meo A., Annali Critico-Diplomatici del Regno di Napoli della Mezzana Età, Tomo decimo, 1805, p. XIII.

[viii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, pp. 256-257 e pp. 364-366.

[ix] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, p. 85-88.

[x] Ménager L. R., Inventaire des Familles Normandes et Franques Emigrées en Italie Méridionale et en Sicilie XI – XII siecles, in “Roberto il Guiscardo e il suo Tempo, Relazioni e Comunicazioni nelle Prime Giornate normanno-sveve”, Bari maggio 1973, pubblicato a cura del Centro di Studi Normanno-Svevi Università degli Studi di Bari in Fonti e Studi del Corpus mambranarum italicarum XI,  Roma 1975, p. 273; Leo Ost., II 41, ed. Migne, col. 632.

[xi] Ibidem; Storia de’ Normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, FSI 76 ed. V. De Bartholomaeis 1935, II, XXXIV, p. 99.

[xii][xii] Goffredo Malaterra, De Rebus Gestis Rogerii Comitis, in Muratori L. A., Rerum Italicarum Scriptores, Zanichelli N. Bologna s.d., tomo V, parte I, pp. 59-60.

[xiii] Goffredo Malaterra, cit., pp. 90-92. Ménager L. R., Roberto il Guiscardo e il suo tempo, cit., p. 273.

[xiv] Jamison E., Note e documenti per la storia dei conti normanni di Catanzaro, in ASCL a. I, 4, Roma 1931, pp. 453-455.

[xv] Pratesi A., cit., pp. 209-212; Russo F., Regesto I, 105.

[xvi] Pratesi A., cit., pp. 331-333.

[xvii] Tromby B., Storia Critico Cronologica Diplomatica del Patriarca S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Tomo V, Napoli 1775, Indice p. 289 e Appendice I, XI. p. 338.

[xviii] Ughelli F., Italia Sacra IX, 1721, col. 368.

[xix] Dito O., La Storia Calabrese e la Dimora degli Ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI, 1916 p. 74.

[xx] Pratesi A., cit., pp. 160-162.

[xxi] Pratesi A., cit., pp. 162-164.

[xxii] Fiore G., Della Calabria Illustrata, III, Ed. 2001, p. 367.

[xxiii] Pometti F., Carte delle Abbazie di S. Maria di Corazzo e di S. Giuliano di Rocca Fallucca in Calabria, in Studi e Documenti di Storia e Diritto anno XXII, 1901, pp. 289-290 n. XI.

[xxiv] Pometti F., cit. pp. 296-299 n. XV.

[xxv] Pometti F., cit., pp. 300-306 n. XVI.

[xxvi] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi Abbazia di San Giovanni in Fiore, 2001, pp. 109-112.

[xxvii] De Leo P., Reliquiae florensi, p. 398. De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi cit., pp. 84-85.

[xxviii] Siberene, L’inventario del Monastero Florense, p. 249.

[xxix] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi cit., pp. 94-95.

[xxx] Pratesi A., cit., pp. 309-312.

[xxxi] Huillard-Bréholles J.L.A., Historia Diplomatica Friderici Secundi, Tomo IV pars II,  Parigi 1855, pp. 704-708.

[xxxii] Huillard-Bréholles J.L.A., Historia Diplomatica Friderici Secundi, Tomo V pars I, Parigi 1857, pp. 610-623.

[xxxiii] Trinchera F., Syllabus Graecarum membranarum, 1865, p. 386 n. CCLXXX.

[xxxiv] Winkelman E., Acta Imperii Inedita I, Innsbruck 1880, p. 276 n. 307. Böhmer J. F., Regesta Imperii V, 1.1 ed. Ficker 1881, p. 359 n. 1775.

[xxxv] Pratesi A., cit., pp. 364-366.

[xxxvi] Pratesi A., cit., pp. 380-382.

[xxxvii] Scandone F., La vita, la famiglia, e la patria di S. Tommaso de Aquino, 1924, pp. 83-84, nota n. 2.

[xxxviii] Scandone F., cit., p. 84, nota 1, dove si riferisce: “Per questa ed altre notizie su Adenolfo V. Reg. Ang. III 24; LIV, 131 t°, LXI, 115; e Framm. dei fascicoli 87, p. 123; e Fasc. Ang. 36, p. 14.”.

[xxxix] Sthamer E., Bruchstücke Mittelalterlicher Enqueten Aus Unteritalien, in Abhandlungen der Preussischen Akademie der Wissenschaften, Phil-Hist. Klasse NR. 2, Berlin 1933, p. 72.

[xl] Huillard-Bréholles J.L.A., Historia Diplomatica Friderici Secundi, Tomo V pars I, Parigi 1857, pp. 610-623.

[xli] Huillard-Bréholles J.L.A., Historia Diplomatica Friderici Secundi, Tomo V pars II, Parigi 1859, pp. 796-798.

[xlii] Huillard-Bréholles J.L.A., Historia Diplomatica Friderici Secundi, Tomo V pars I, Parigi 1857, pp. 610-623.

[xliii] Huillard-Bréholles J.L.A., Historia Diplomatica Friderici Secundi, Tomo V pars I, Parigi 1857, pp. 409-411.

[xliv] Pratesi A., cit., pp. 406-407.

[xlv] De Leo P., (a cura di), Documenti Florensi cit., pp. 143-145.

[xlvi] Russo F., Regesto I, 873.

[xlvii] Pellicano Castagna M., Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria, II, p. 72; Caridi G., La spada, la seta, la croce, 1995, p. 5.

[xlviii] Jamsilla N., in Del Re G., Cronisti e Scrittori Sincroni Napoletani editi ed inediti 1868, vol II, p. 181.

[xlix] De Leo P., a cura di, Documenti Florensi cit., pp. 146-147.

[l] D’Amato V., Memorie Historiche di Catanzaro, 1670, pp. 40-41.

[li] De Leo P., (a cura di), Documenti Florensi cit., pp. 152-154.

[lii] Istoria delle Cose di Sicilia di Saba Malaspina, in Del Re G., Cronisti e Scrittori Sincroni Napoletani editi ed inediti 1868, vol II, pp. 219-220 e p. 274.

[liii] Caridi G., cit., pp. 5-6.

[liv] Caridi G., cit., p. 8.

[lv] De Leo P., (a cura di) Documenti Florensi cit., pp. 155-157.

[lvi] De Leo P., (a cura di) Documenti Florensi cit., pp. 158-160.

[lvii] Reg. Ang. I, 1265-1269, pp. 293-294.

[lviii] Reg. Ang. I, 1265-1269, p. 305.

[lix] Reg. Ang. I, 1265-1269, pp. 293-294.

[lx] Pratesi A., cit., p. 446, n. 200.

[lxi] Reg. Ang. VII, 1269-1272, p. 157.

[lxii] Reg. Ang. IV, 1266-1270, p. 145; VII, 1269-1272, p. 157 e p. 159; IX, 1272-1273, p. 271.

[lxiii] Reg. Ang. VII, 1269-1272, p. 159.

[lxiv] Reg. Ang. XII, pp. 261-262.

[lxv] Reg. Ang. XX, 1277-1279, p. 246.

[lxvi] Reg. Ang. XX, 1277-1279, p. 248.

[lxvii] Reg. Ang. XX, 1277-1279, p. 249.

[lxviii] Pratesi A., cit. p. 447 n. 202.

[lxix] Russo F., Regesto I, 1137.

[lxx] Reg. Ang. XX, 1277-1279, p. 247.

[lxxi] Russo F., Regesto I, 1253. Eubel C., Hierarchia Catholica Medii Aevi, I, p. 131. Pratesi A., cit. p. 447 n. 202.

[lxxii] Scandone F., cit., p. 81.

[lxxiii] Scandone F., cit., p. 82.

[lxxiv] Scandone F., cit., p. 82 e nota n. 2, dove l’autore riferisce che: “Questa data si desume da un doc. del 1302, in cui Tommaso, suo figlio ed erede, asseriva di aver posseduto un feudo da 40 anni e più (Reg. Ang. 126, fol. 553 t°).”.

[lxxv] Reg. Ang. VI, 1270-1271 p. 314.

[lxxvi] “Matteo Signore di Cariati, il cui figliuolo Boemondo l’anno 1295 si casa con Elisabetta Aquino figliuola d’Adinolfo e di Fiordiladra Felluca Signora di Barbaro” (Fiore G., Della Calabria Illustrata, III p. 142 n. 640). Il matrimonio tra Elisabetta e “Raimondo” (sic) e riferito anche dallo Scandone, op. cit., p. 82 e nota 2.

[lxxvii] Reg. Ang. VI, 1270-1271, p. 155.

[lxxviii] Reg. Ang. VI, 1270-1271, p. 255.

[lxxix] Reg. Ang. VII, 1269-1272, p. 111. Pellicano Castagna M., cit., p. 174

[lxxx] Reg. Ang. XI, p. 77.

[lxxxi] Reg. Ang. XX, 1277-1279 p. 247; Pellicano Castagna M., cit., p. 174. Le vicende riguardanti Fiordalisa Falloch, sono esposte così dallo Scandone: “… possedeva in proprio nome i feudi suoi, ereditarii, di Barbaro, Castagna, e Taberna, come si desume da documenti del 15 luglio 1271; 18 novembre 1273; e 2 agosto 1278, in cui è qualificata «mulier vidua», ed è assistita dal milite Tommaso «quondam Adenulfi de Aquino», suo figliuolo. Quando questi fu fatto prigione, il 5 giugno 1284, nella battaglia navale, vinta da Ruggero di Lauria nelle acque di Napoli, la madre chiese la restituzione dei suoi beni, illegalmente sequestrati con quelli del figlio primogenito. In un altro scontro fra soldati angioini ed aragonesi trovò la morte il figlio secondogenito di lei, Adenolfo; e il 14 giugno 1293 ella ottenne dal re la facoltà, che lei stessa «nobilis mulier Flos-aliarum de Fallucca, mater Thomasii de Aquino», potesse alienare alcuni beni del defunto Adenolfo, «pro dicti filii sui anima». Ancora viveva il 29 novembre 1296 nel castello di Brocco, in Terra di Lavoro, ch’era del figlio Tommaso.” In nota l’autore riporta: “Per queste notizie V. Reg. Ang. X, 136; XXI, 109; III, 75 t°; XXIX, 189; XXVI, 147; XLVI, 64; XLV, 12 e 186; LXI, 115; LXXXVIII, 21 e 40 t°. Scandone F., cit., pp. 82-83 e nota n. 1.

[lxxxii] Reg. Ang. XXXVI, 1290-1292, p. 081. Reg. Ang. XXII, p. 089.

[lxxxiii] Reg. Ang. XXIII, 1279-1280, pp. 269-270.

[lxxxiv] Reg. Ang. XXXVI, p. 081.

[lxxxv] Reg. Ang. XXVI, p. 76.

[lxxxvi] Reg. Ang. XXVI, pp. 06-07.

[lxxxvii] Reg. Ang. XXVII prima parte, p. 015.

[lxxxviii] Reg. Ang. XXVI, p. 127.

[lxxxix] Santoro L., Castelli angioini e aragonesi nel regno di Napoli, p. 17.

[xc] Reg. Ang. XXVI, pp. 53-54.

[xci] Reg. Ang. XXVI, p. 54.

[xcii] Pellicano Castagna M., cit., II, p. 73.

[xciii] Istoria Siciliana di Bartolomeo di Neocastro, in Del Re G., Cronisti e Scrittori Sincroni Napoletani editi ed inediti 1868, vol II, p. 483.

[xciv] Reg. Ang. XXVII, seconda parte, 1283-1285, p. 473.

[xcv] Reg. Ang. XXVII seconda parte, 1283-1285, p. 472.

[xcvi] Reg. Ang. XXVII, seconda parte, pp. 467-468 e p. 472; Campanile F., L’armi Ovvero Insegne Dè Nobili, 1610, pp. 77-78.

[xcvii] Reg. Ang. XXVII seconda parte, p. 473.

[xcviii] Reg. Ang. XXIX, 1284-1288, pp. 57-58.

[xcix] Reg. Ang. XXXV, p. 162.

[c] Pellicano-Castagna, cit., p. 175.

[ci] Reg. Ang. XLV, 1292-1293, p. 41.

[cii] Reg. Ang. XLV, 1292-1293, p. 127.

[ciii] Minieri Riccio C., Studi Storici su fascicoli Angioini dell’Archivio della regia Zecca di Napoli, Napoli 1863, pp. 79-80.

[civ] Pellicano Castagna M., cit., I, p. 175.

[cv] Pellicano Castagna M., cit, II, p. 73.

[cvi] Caridi G., cit., p. 12.

[cvii] Scandone F., cit., p. 85 e note 1 e 2.

[cviii] “Questo Tommaso «novello» litigò nel 1315 con la madre, Filippa de Aquino, e nel 1318 con le sorelle Giovanna e Isabella, reclamanti, la prima, il dodario; le doti di paraggio, le altre.” In nota: “Reg. 1314 B. fol. 208; perduto; dal Repert. 13 p. 203; Reg. 1319 D. fol. 50; dallo stesso Rep., p. 205.”. Scandone F., cit., p. 85 e nota 3.

[cix] 13.05.1325. 8.a indizione, Napoli.

Si menziona la “magnifice mulieris d(omi)ne ylarie de sus Comitisse s(anc)ti Angeli et consortis Egregii viri d(omi)ni Thomasii de Aquino Baroniarum Genicocastri et finuculi d(omi)ni”. (ASFI, Diplomatico, pergamene Lunghe, cod. id. 00075470; http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/index.php?op=fetch&type=pergamena&id=1714451.

27.09.1327. 11.a indizione, Napoli.

Si menziona il “viri magnifici domini Thom(as)ii de Aquino militis Baronie Barbari et Genico Castri domini”. (ASFI, Diplomatico, pergamene Normali, cod. id. 00038850; http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/index.php?op=fetch&type=pergamena&id=1409359.

29.09.1328. 12.a indizione.

Si menzionano il “d(omi)ni Thomasii de Aquino militis Baroniarum Genicocastri et Barbari domini” e la “d(omi)na ylaria de sus consorte p(rae)dicti d(omi)ni Th(omas)ii”. (ASFI, Diplomatico, pergamene Normali, cod. id. 00039283; http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/index.php?op=fetch&type=pergamena&id=748327.

03.04.1329, 12.a indizione, Napoli.

Si menziona la “magnifice d(omi)ne ylarie de sus Comitisse s(anc)ti Angeli, et Consoris (sic) egregii viri d(omi)ni Tho(mas)ii de aquino Baroniarum Genicocastri et finuculi d(omi)ni”. (ASFI, Diplomatico, pergamene Lunghe, cod. id. 00075469; http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/index.php?op=fetch&type=pergamena&id=1714444).

[cx] “Reg. Ang. 281, fol. 245 t°. Il privilegio è inserito in un ordine, con cui il re ordinava ai «maestri razionali» di tener conto del nuovo titolo.” Scandone F., cit., pp. 85-86 e nota 1.

[cxi] Camera M., Annali delle Due Sicilie, volume II, Napoli 1860, p. 363 e note 4 e 5, dove si citano rispettivamente: “Ex. reg. Reg. Roberti an. 1332 lit. C. fol. 274 v.°” e “Ex. reg. Reg. Rob. an. 1333-1334 lit. B. fol. 242 v.°”.

La citazione dei Registri Angioini si rileva anche nel manoscritto del Mannarino: (…) parlando di Tomaso figlio d’un altro Tomaso dice che sin dall’anno mille trecento trent’uno dichiarato egli Conte di Geneocastro, apparendo al Re che tal nome rendesse mal suono ordinò che d’indi in poi si schiamasse Belcastro e cita in testimonio il registro di Carlo Illustre all’anno 1331 B. 178. L’istesso conferma Luzio orzi (…)”. Mannarino F.A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723, parte I, pp. 25-26.

[cxii] 03.03.1331. “Tommaso d’Aquino Conte di Belcastro”. Caggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi Volume I, 1922, p. 665 e nota 1; che cita: “Arch. Dép. D. Bouch. D. Rh., Marseille, B. 2 c. 167-168, 3 marzo 1331”.

24.08.1331, 14.a indizione. Napoli. Si menziona il “viri magnifici et Egregii Domini Thomasii de Aquino Bellicast.i Comitis”. ASFI, Diplomatico, pergamene Lunghe, cod. id. 00075486; http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/index.php?op=fetch&type=pergamena&id=1365911.

20.04.1334, 2.a indizione. “magnifici et egregii viri domini Thomasii de Aquino Comitis Bellicastri”. ASFI, Diplomatico, pergamene Lunghe, cod. id. 00075611; http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/index.php?op=fetch&type=pergamena&id=1558304.

30.04.1335, 3.a indizione. Ponte Albaneto. Si menziona il “viri magnifici, d(omi)ni Thomasii de Aquino Comitis Bellicast.i”. (ASFI, Diplomatico, pergamene Normali, cod. id. 00042794; http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/index.php?op=fetch&type=pergamena&id=1087144.)

[cxiii] 10.02.1335, 3.a indizione. Si menziona: “xpoforo de Aquino nato et procuratore ad infrascripta et alia Magnifici viri d(omi)ni Thomasi de Aquino Comitis Bellicast.i Genitoris sui”. ASFI, Diplomatico, pergamene Lunghe, cod. id. 00075622, http://www.archiviodistato.firenze.it/pergasfi/index.php?op=fetch&type=pergamena&id=1558318.

[cxiv] “Fù moglie di questo Tomaso Illaria di Sus Contessa di Santangelo, di cui hebb’egli due figliuoli, il primo chiamato Adinolfo, et il secondo Christofaro.

Adinolfo fu marito d’Isabella d’Apia, et essendo morto in vita di suo padre non potè godere gli honori della Contea, lasciò dopo se Tomasello suo figliuolo, a cui dall’Avo fur lasciati poscia per balij Christofaro suo zio, et Berardo Conte di Loreto. Di questo Tomasello si crede esser nata una figliuola, la qual per essere morta senza altra prole fu cagione che la Contea di Belcastro iscadesse alla corte. Onde fu poscia data ad Arrigo Sanseverino.

Christofaro secondogenito del vecchio Tomaso nell’anno 1338 che suo padre assignò la Contea di Belcastro, la Baronia di Barbaro et i feudi nello stato d’Aquino a Tomasello suo nipote, hebbe anch’egli il castello di Vena maggiore, e Ponte d’Albaneto in Capitanata. Fù moglie di costui Filippa di Laonessa, e di lui non ritroviamo esser rimasti figliuoli.”  Campanile F., L’armi Ovvero Insegne Dè Nobili, 1610 pp. 77-78.

“Il primo «conte di Belcastro» era già morto il 16 maggio 1339, lasciando titolo e beni al nipote Tomasello, nato dal suo primogenito Adenolfo, a lui premorto. In costui, spentosi nel novembre 1375 (sic), si estinse questa ultima propaggine della famiglia di s. Tommaso.” Scandone F., cit., p. 86 e nota 2 dove, in relazione alla data della morte del conte, si cita il Reg. Ang. CCCXLIX, 173.

[cxv] Russo F., Regesto I, 7184.

[cxvi] Scandone F., cit., p. 86 nota 3.

[cxvii] Russo F., Regesto II, 7774.

[cxviii] Russo F., Regesto II, 8040.

[cxix] “Da Giovanna, quando si fu estinta la discendenza maschile della casa, provenne il diritto di ereditare i feudi di questo ramo dei De Aquino ai discendenti, procreati dal matrimonio di lei con Ruggero Sanseverino (figlio di Tommaso, conte di Marsico, cui si è già accennato), conte di Mileto e Terranova.”. In nota l’autore riferisce: “Nella cappella di S. Domenico Maggiore, già dei De Aquino, esiste la sua sepoltura con l’epigrafe: «Hic iacet corpus generose et Deo devote mulieris Iohanne de Aquino, comitisse Mileti et Terrenove, que obiit anno domini MCCCXLV die III aprilis XIII Indictionis cuius anima requiescat in pace anem». Il figlio ed erede cui si accenna, fu Enrico Sanseverino.”. Scandone F., cit., p. 85 e nota 4.

[cxx] Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri angioini dell’archivio di stato di Napoli, Napoli 1877, p. 99.

[cxxi] Pesavento A., La città di Belcastro e “La Stella di San Tommaso”, in La Provincia KR nr. 24-25/2003.

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