Vita da Marinai

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Cirò Marina (KR), particolare del dipinto conservato nella chiesa della Madonna d’Idria.

Un mancato pagamento
Il 20 ottobre 1668 in Crotone presso il notaio Gio. Tomaso Salviati si presentano Giulio d’Attenoso, Domenico Coto, Michelio Bruno, Onorio Parlato, Domenico Porcelli, Francesco de Rocco, tutti marinai di Positano e componenti la ciurma della tartana “Santa Maria di Positano e San Antonio” del patrone Antonino Talamo. Essi affermano di essersi imbarcati per andare al porto di Manfredonia, dove si dovevano caricare 2000 tomoli di grano, per condurli e scaricarli al porto di Crotone. Il patrone all’atto della partenza si era impegnato di pagare ai marinai, una volta arrivata a destinazione la merce, la ragione di un carlino a tomolo. Approdati a Manfredonia e caricati i 2000 tomoli di grano, salparono alla volta di Crotone dove giunsero sani e salvi con l’intero carico. Qui essi chiesero più volte al patrone di soddisfarli, così come si era convenuto, ma ottennero sempre un rifiuto. Per tale motivo e per cautelarsi hanno deciso di mettere la loro protesta in forma scritta, insistendo ancora una volta per essere pagati in giornata e protestando per tutti i danni, che finora hanno subito e che andranno incontro per causa della mancanza del patrone. Fanno inoltre presente che, poiché non sono stati rispettati gli accordi, si ritengono sciolti da ogni impegno assunto e sono pertanto liberi di abbandonare la nave e di allontanarsi da Crotone, per mare o per terra, come meglio potranno fare. Abbandonando la tartana ed andandosene per i fatti loro, ciò avverrà a rischio, pericolo e spese del patrone inadempiente, come anche sarà a suo carico qualsiasi danno, che per tale scelta potrà a loro capitare. D’altra parte i marinai si dichiarano liberi ed esenti da ogni danno, che potrà accadere al patrone ed alla tartana a causa della loro decisione e della loro partenza. Tutto ciò infatti è dovuto al comportamento del patrone, che non ha osservato gli impegni e finora non si è degnato di dare “la sodisfatione” concordata. Il patrone, preso atto della denuncia dei marinai, nello stesso giorno e presso lo stesso notaio, dichiarerà che è certamente vero, che i marinai non sono stati pagati, ma questo non è dipeso dalla sua volontà, ma dal fatto che quando fu noleggiato per portare il grano per conto del mercante napoletano Vincenzo Cucatelli da Manfredonia a Crotone, coloro che a Crotone per conto del Cucatelli dovevano ritirare il grano, nonostante i numerosi bandi fatti non si sono ancora presentati a prendere la merce.
(ANC. 313, 1668, 250v- 252)

Intimidazione
Giovedì, 20 novembre 1670, sulla pubblica piazza di Crotone il francese Francesco David, originario di Tolone e patrone della tartana “la Madonna del Carmine”, in presenza del notaio Peleo Tiriolo protesta contro il nobile Giacinto Suriano. Il patrone denuncia che un mese prima, il 20 ottobre, aveva stipulato in Napoli con Ignazio Suriano, fratello di Giacinto, un contratto per la fornitura in Crotone di 1300 tomoli di grano ed aveva anche consegnato la caparra. Giunto con la sua tartana al porto e marina di Crotone il 3 novembre e consegnato a Giacinto il resto della somma concordata, non ha ancora ricevuto parte del carico. Anzi solo dopo molte proteste Ignazio Suriano cominciò a consegnargli il grano ed ultimamente il cereale è di così “mala qualità”, che ha deciso di rifiutarlo, in quanto la merce non corrisponde a quella contrattata. Per tale motivo ha fatto redigere un atto di protesta in presenza del Suriano, reclamando tutti i danni che il comportamento di quest’ultimo può arrecargli. La risposta del Suriano non si fa attendere e la mattina seguente, venerdì 21 novembre, sul far dell’alba mentre il patrone sta dormendo sulla sua tartana è fatto oggetto di numerosi colpi di archibugio. Per tale motivo egli sporge denuncia nella Regia Corte contro coloro che hanno attentato alla sua vita ed a quella dei suoi marinai. Non passa molto tempo e sabato, 22 novembre, all’una di notte il patrone Francesco David si reca dal notaio Peleo Tiriolo per ritrattare. Qui in presenza del Regio Governatore della città Antonio del Tufo e del regio giudice Francesco Guglielmini dichiara che all’alba del giorno prima mentre dormiva sulla tartana ” ha inteso colpi d’archebuggiate di sopra un altro vascello che stava in detto porto delli quali colpi d’archebuggiate non e stato offeso nessuno di sua tartana, et stante non esser stato nessuno offeso non ha fatto nè pretende fare instantia alcuna a questa Regia Corte, nè ad altro Regio tribunale”. Perciò egli annulla ogni denuncia fatta, in quanto gli spari non erano rivolti contro la sua persona ed i suoi marinai. Invita perciò la Regia Corte a prendere informazioni contro coloro che spararono contro altri patroni. Inoltre promette “per d(ett)a causa non molestare nè fare molestare li personi si pretende haver disparato, che però l’exculpa per non riserbandosi rag(io)ne alcuna”. ( ANC. 253, 1670, 167 -169).

La protesta
Il 2 luglio 1675 Andrea e Martino di Miccio di Sorrento, Gio. Battista Cacace di Sorrento e Jacono Longobardi di Termini , marinai della tartana “Santa Maria del Lauro e Santo Antonio” del patrone Antonino Cafiero di Sorrento, protestano perché sono da circa due mesi fermi al porto di Crotone. Essi sono andati con la tartana a Barletta dove hanno caricato il grano, che deve essere portato a Napoli per conto dei mercanti Andrea e Domenico Brancati . I marinai sono costretti a rimanere a Crotone, nonostante che il loro patrone sia in possesso di un dispaccio reale, che gli permette di non essere impedito nel viaggiare da alcun officiale e per qualsiasi ordine in contrario. Essi dichiarano che già da un mese la loro tartana avrebbe potuto riprendere il viaggio per Napoli assieme alle tartane dei patroni Onofrio Scarpato e Martino Maxo, i quali sono salpati da Crotone e sono già giunti sani e salvi a Napoli. Il loro patrone invece non volle partire, per compiacere ai Brancati ed al loro procuratore. Pertanto i marinai protestano per tutte le giornate che hanno perso, per il tempo perduto e per le spese che devono sopportare. Venuto a conoscenza della protesta il patrone Antonino Cafiero si accorda con altri patroni di nave. Poiché aumentava la protesta dei marinai, tre giorni dopo sette patroni di nave si presentano dallo stesso notaio per fare insieme una dichiarazione. I patroni Antonino Cafiero e Antonino Fienca di Sorrento, Bartolomeo Bonacore e Marcantonio Aiello di Vico Equense, il genovese Giorgio Ravenna e Matteo Cafiero dichiarano, che all’inizio del mese di giugno si trovavano con le loro tartane cariche di grano e di orzo nel porto di Crotone. Essi furono chiamati dal governatore e capitano a guerra della città, il quale in nome del re, notificò un dispaccio del 31 maggio 1675, che ordinava che sotto pena della vita nessuno si allontanasse dal porto. Inoltre tutte le tartane dovevano scaricare il grano e l’orzo che trasportavano, che dovevano essere depositati nei magazzini in Crotone, in attesa di essere mandati a Reggio ad ogni ordine del generale Gio. Battista Brancaccio. Pertanto i patroni fanno presente, che non per loro volontà hanno dovuto trattenersi in Crotone, nonostante fossero in possesso di un dispaccio reale, rilasciato nel mese di marzo dello stesso anno, che permetteva loro di non essere trattenuti in nessun porto e da alcun ufficiale. ( ANC.334, 1675, 67 -73)

I naufraghi
Il sei febbraio 1679 il sindaco dei nobili di Crotone Gioseppe Lucifero ed il sindaco del popolo Pelio Petrolillo con guardie armate si recano in località “Tri Bulluni”, dove è naufragata una tartana. Giunti sul luogo, essi trovano sulla marina una tartana scassata, il patrone della stessa ed una ventina di marinai. Per paura di essere contagiati, postisi alla distanza di circa cinque passi, i sindaci domandarono al patrone della nave naufragata come si chiamava, di quale paese era, da dove veniva, quale merce trasportava e se era munito di patente di salute. Il patrone rispose che il suo nome era Rafael Bianco, era genovese ma nativo di Livorno e la tartana era carica di grano, che aveva imbarcato di contrabbando a Corfù, per essere portato a Genova. A causa del vento di scirocco e levante la sera precedente, verso le ore ventitre, la furia del mare aveva spinto la tartana verso terra e l’aveva fatta naufragare. L’equipaggio aveva rischiato di affogare ed ogni cosa che la tartana trasportava, andò persa. Tra i vari oggetti vi era anche la patente di salute, che era stata rilasciata a Genova circa cinquanta giorni prima. Il sindaco del popolo Pelio Petrolillo non prestò molta fede a queste parole ed ordinò alle guardie di riunire tutti i marinai ed il patrone. Poi li fece portare in un luogo, dove pose della gente di guardia in modo che nessuno potesse avere rapporto con loro, né loro con alcuno. (ANC. 334, 1679, 23)

Senza denaro
Il 20 luglio 1687 in Crotone Paolo Orlando della Scaletta, patrone della saetta “La Madonna della Concezione e Santa Barbara”, afferma in presenza di Leonardo Costa della città di Messina che da molti mesi è stato costretto, contro la sua volontà ed assieme ai suoi marinai, a rimanere con la sua barca nel porto di Crotone. A causa della maldicenza e della “impustura” fatta da un patrone di una tartana, gli ufficiali del porto misero sotto sequestro la sua nave e l’equipaggio. Per poter campare, sia lui che i marinai sono stati costretti a fare molti debiti, di tal modo che “si ritrovano haversi venduto etiam li vesti di sopra”. Dopo tutto questo tempo trascorso in cattività, finalmente è venuta a galla la verità ed ora sono ritornati liberi. Tuttavia non possono salpare dalla città e proseguire il loro viaggio, in quanto non hanno il denaro, né per tacitare i creditori, né per rifornirsi delle provviste di biscotto e di vino, per affrontare il viaggio fino a Messina. Più volte egli ha fatto presente la sua condizione e quella dei marinai al suo parzionale. A tale scopo egli ha inviato corrieri con la richiesta di avere quanto prima del denaro, per potersene andare da Crotone, ma fino ad oggi non si è visto niente. Poiché la nave si trova in un porto aperto ai venti e le gomene per la lunga permanenza sono già diventate fradice, così che per una burrasca potrebbe verificarsi un naufragio, essendo giunto al porto Leonardo Costa di Messina, egli ha richiesto a costui un prestito. Il Costa “vedendoli così oppressi et quasi disperati, et pure per portar in salvo detta saiya”, decide di venire incontro alle richieste di persone così afflitte e “trapazzate”. Egli concederà ducati 55 di moneta di Sicilia, previo il pagamento del cambio marittimo di ducati 5. Così il Costa consegna all’Orlando il denaro in pezze di quattro tari e l’Orlando, ricevendolo, si impegna a consegnare ducati 60 in Messina entro il giorno 18 dell’entrante mese di agosto ( ANC. 335, 1687, 52 -55)

L’asilo violato
Il 23 giugno 1696 da Crotone il cavaliere fra Francesco Maria Ferretti, governatore della squadra navale pontificia, avvisava il cardinale Fabrizio Spada che la sera del 19 giugno la sua squadra si era unita con quella di Malta. L’unione era avvenuta con un po’ di ritardo sui tempi stabiliti a causa del vento contrario. Le due squadre navali, ora unite, facevano sosta a Crotone per rinnovare le provviste. Una successiva lettera da Crotone del 25 ottobre seguente diretta da D. Joseph dela Cueva y S. Miguel e diretta allo stesso cardinale, lo informava della perdita della galera S. Alessandro. L’ammiraglia pontificia, che veleggiava al largo di Crotone, a causa di una improvvisa tempesta si era fracassata sugli scogli di Capo delle Colonne. Mentre i superstiti della ciurma erano stati posti in un luogo sicuro, si stava recuperando le cose sfuggite al naufragio. Tra i sopravvissuti, che erano riusciti a salvarsi a nuoto, ci furono anche diversi forzati addetti ai remi. Alcuni di essi trovarono rifugio in una chiesa di Crotone fuori dell’abitato, altri “al numero di 28”, cercarono la fuga e si incamminarono alla volta di Isola. Il vicario di quel del vescovo informò subito il comandante generale delle galee pontificie, il quale mandò i soldati, per riprenderli e riportali alle galee. Avvisati dell’arrivo dei soldati, i forzati si rifugiarono in una chiesa fuori dell’abitato di Isola e, facendosi forti del diritto di asilo, rifiutarono di consegnarsi e di tornare al remo. Invano, il vescovo di Isola Francesco Marino, che si trovava nella sua natia Campana, avvisato del fatto, rimproverò il suo vicario, che voleva tutelare il diritto d’asilo del luogo sacro, e gli ordinò di concedere ai soldati la possibilità di estrarli, dopo aver ottenuto dal comandante delle galee, che era rimasto col resto del naviglio nel mare vicino, di trattarli bene. In tal modo secondo il vescovo l’immunità della chiesa non veniva offesa. Anche i forzati che si erano rifugiati nella chiesa fuori le mura di Crotone subirono la stessa sorte. Da una lettera del Ferretti veniamo a conoscenza, che egli si era rivolto al vescovo di Crotone Marco Rama, perché facilitasse il reimbarco di alcuni forzati addetti ai remi, che salvatisi a nuoto, erano stati “depositati” dai deputati della salute di Crotone in una chiesa, “come in luogo di lazzaretto”. Qui i forzati erano stati alimentati ed assistiti con l’aiuto sia di religiosi che di secolari e, fidandosi sulla natura sacra del luogo, esigevano il riconoscimento del diritto di asilo e si ostinavano “nella pretensione della libertà”. Il vescovo di Crotone, come quello di Isola, non riconobbe il diritto di asilo e li consegnò al tenente Fiori, che era stato incaricato di riportarli ai remi.
Il Ferretti in seguito informava il vescovo di Crotone che, temendo una nuova tempesta, aveva deciso di portare le galee in acque più sicure. Prima di allontanarsi, egli incaricò il vescovo di proseguire nel recupero e gli promise che sarebbe stato abbondantemente rimborsato. Alla fine di ottobre la squadra navale pontificia aveva già lasciato le acque infide di Crotone, mentre il vescovo proseguiva nel recupero, ma era ostacolato dai deputati della salute pubblica, i quali proibivano che non si toccasse “cosa alcuna del naufragio, se non scorsi li quaranta giorni di contumacia per sospetto di peste” ed aveva ricevuto delle lettere dalla Regia Udienza di Catanzaro, che gli ordinavano di non occuparsi del recupero degli oggetti naufragati, in quanto questo era un compito, che non gli spettava. (Princ. 126, f. 456; Vesc. 88, f. 474; Marino F., Lettere familiari cit., pp. 110-111)

La lite
Sul pinco del patrone genovese Michele Sirumbra, che è ancorato alla marina di Crotone, verso l’una di notte di venerdì 9 dicembre 1718 scoppia un diverbio tra due marinai. Il veneziano Liberato Zane, ubriaco per le “smoderate bevande di quel giorno”, litiga con un suo compagno di viaggio e dopo lo scambio di insulti, i due vennero “quasi a cimento d’inferirsi grave danno con armature”. La rissa, nonostante l’intervento degli altri marinai, divampa e non si placa. Quella stessa notte, spinto dall’ira e fuori di sé dalla rabbia, lo Zane lascia il pinco. Egli si reca dal regio castellano di Crotone D. Giovan Ramirez y Arellano, al quale denuncia che nel pinco, mischiata e confusa con i marinai, c’è una persona sospetta e precisamente un francese chiamato Monseur Campo che è incaricato di portare dispacci di grandissima considerazione per conto del generale francese, che si trovava in Messina, diretti a Venezia. Il castellano subito si allerta ed immediatamente con il sindaco dei nobili, con il tenente tedesco ed i soldati tedeschi, acquartierati di guarnigione al castello, si reca alla marina. Trae in arresto tutta la ciurma del pinco e la fa imprigionare nel castello. Quindi procede al sequestro dell’imbarcazione e di tutta la mercanzia, che pone sotto la vigile custodia di quattro soldati tedeschi. Il pinco è più volte sottoposto a perlustrazione; si guardano accuratamente tutti i luoghi indicati dal denunciante e si aprono le casse dei marinai. Nonostante l’accurata visita non si trovò alcuna cosa sospetta. Solamente vi erano alcune carte, che riguardavano il modo di navigare, ed il carico composto da “passi, marangi di Portogallo e limoni”. Passano alcuni giorni ed il giovedì seguente, 15 dicembre, lo Zane si presenta dal notaio Michele La Piccola per fare una dichiarazione con la quale ritira le precedenti accuse rivolte ai suoi compagni, che stanno ancora patendo il carcere. Egli dichiara che fu spinto alla denuncia dall’ira e dall'”opra diabolica” ma ora, ritornato in senno, ritira ogni accusa. Nel pinco egli non vide mai niente di sospetto. Solamente quando era in Messina fu tratto in inganno dalle insinuazioni di una persona, di cui non si ricorda il nome, che gli disse “che dovevasi mandare dispaccio con persona a posta per portarlo in Venetia”. Egli aggiunge inoltre che è impossibile che un simile dispaccio si mandi con un pinco, perché di solito si usano per tali servizi “le filuchi, e ben nutrite di remi, e con persone di rispetto et interessate con chi le manda” e non utilizzando un pinco, che è inoltre di una nazione neutrale ed è anche carico di povera mercanzia, con la quale va ramingo di porto in porto, per comprare e vendere. Riconoscendo lo sbaglio che ha commesso e consapevole che a causa della sua menzogna, fatta in un momento in cui “steva scemo, e fuor di sensi”, i suoi compagni stanno patendo ingiustamente il carcere, mentre la merce che si trova sul pinco, con il passare del tempo va deperendo, lo Zane si dichiara pronto verso i suoi compagni “a baciarli li piedi, cercandoli perdono dell’impostura”, dichiarandosi altresì di “patire lui solo come reo, e non essi come innocenti”. ( ANC. 707, 1718, 74 -75; 659, 1718, 157 – 158).

La scomparsa
Il nove aprile 1721 in Crotone presso il notaio Michele La Piccola ed in presenza del console del Regno di Napoli Mirtillo Barricellis alcuni marinai segnalano la scomparsa di un loro compagno. Alessio Talamo, Saverio Pettorina e Giuseppe Palermo di Castellamare, Domenico Storella, Giuseppe la Bozzetta e Onofrio Pasturi di Reggio ed Angelo Maria Granagioli di Corsica tutti marinai sopra la tartana del patrone Gio. Andrea Firpo, che è ancorata al porto, prima di levare l’ancora e lasciare il porto di Crotone, affermano che ” domenica sera sei del corrente aprile Francesco Falco di Castello a mare senza haver pigliato licenza da d(ett)o Patrone Firpo e senza che dal med(esi)mo, e da nessun altro marinaro li fosse fatto veruno agravio, o data mala parola se nè fuggi da s(opr)a d(ett)a tartana, et accortosi detto P(atro)ne della mancanza et assenza di d(ett)o Fran(ces)co, informatosi che stava in alcuni giardini di q(ue)sta città andò a pigliarlo e lo portò a bordo, non però dopo pranzo calato a terra se ne fuggi di nuovo, e sino ad hoggi non si nè ha possuto havere notizie dove sia per le molte diligenze usate per ritrovarlo..” (ANC. 613, 1721, 39)

Infortunio sul lavoro
Il 28 settembre 1732 in Crotone presso il notaio Pelio Tirioli il patrone Nicola Mojo di Castellamare ed i suoi marinai (Francesco Canavertù, Francesco del Ciel,, Antonio d’Ajello, Nicola d’Ajello, Jacono Aniello, Giuseppe Mozzo, Crisdofolo de Martino, Ambrosio Partone, Stefano Cordiviola, Andrea de Capua, tutti di Castellamare, e Giovanni d’Ametrano di Vico Equense), prima di salpare dalla città con la tartana “Lo SS.mo Crocifisso e la Madonna dei Sette Dolori”, in presenza del vice ammiraglio del Mare, il nobile crotonese Mirtillo Barricellis, dichiarano che il giorno precedente, 27 settembre, verso l’una e mezza di mattina erano partiti dal porto di Crotone alla volta di Napoli “con vento di terra alli maestrali”. Giunti a Capo Nao incontrarono il libeccio e perciò furono costretti a ritornare. Per permettere alla tartana di virare, alcuni marinai salirono alle vele “per ramocchiarle et legarle”. Giuseppe Ferraro di Castellamare e Matteo d’Aloisi “assalporono alla maestra”, ma quando furono sopra il “treo”, a causa di una corda che venne meno, dapprima cadde Giuseppe Ferraro e poi lo seguì Matteo d’Aloisi. Il Ferraro cadde sopra un’ancora, che era in coperta e si ruppe il braccio destro, la gamba destra e “la vessica scattata” e fu subito soccorso dalla nipote Angela Arfano di Castellamare, “che l’abbracciò”. L’Aloisi si ruppe la gamba sinistra e si fece male ai reni ed alle costole. I due feriti furono subito portati all’ospedale di Crotone, dove la mattina seguente il Ferraro morì. Poiché la tartana doveva salpare e non potendo l’Aloisi proseguire il viaggio, esso è lasciato a Crotone per curarsi. La dichiarazione dell’equipaggio della tartana “Lo SS.mo Crocifisso e la Madonna dei Sette Dolori” è confermata dai marinai della tartana “La SS.ma Trinità” (patrone Stefano Maresca e marinai Antonio Maresca, Giuseppe di Rose, Alessio Taglio, Filippo Cinco, Laurentio Parlato, Alessio di Martino, tutti di Positano, e Andrea Bonocore e Antonio d’Olce di Vico Equense). Questi, poiché navigavano nel luogo dove avvenne l’incidente, videro i due sfortunati marinai “volare da sopra detto triego… e ne sentirono li lamenti e sanno molto bene la morte di d(ett)o Giuseppe seguita questa mattina e la passione ne sente detto Patrone Nicola e le spese che fa per detti ammalati”. ( ANC. 664, 1732, 219 -221).

Il furto
Essendo la “nazione francese bandita e dichiarata nemica”, nel dicembre 1733 per ordine regio è sequestrato al porto di Crotone il pinco del francese Stefano Giannott. Il patrone e l’equipaggio sono messi agli arresti. Due marinai genovesi Giacomo Giannotta e Tommaso Noscardi si licenziarono dal servizio del patrone Giannott, prendendo a pretesto che era francese. Appellandosi al fatto di appartenere ad un paese neutrale, essi lasciarono il bastimento portandosi via le loro robe e si rifugiarono nel convento degli osservanti, situato appena fuori le mura della città. Andandosene, approfittarono dell’assenza del patrone e rubarono il denaro, lasciato da costui in loro custodia. Il patrone infatti dovendo andare a Catanzaro aveva consegnato ai due marinai una cassetta chiusa con dentro del denaro. Ritornato alcuni giorni dopo per recuperarlo, accompagnato da due soldati della Regia Udienza di Catanzaro e da un “bastaso”, mandò a prendere la cassetta e pur essendo chiusa, risultava quasi vacante. Per tale motivo incolpò del furto i due marinai genovesi. I due, facendosi forti del fatto che nel luogo dove si erano rifugiati godevano del diritto d’asilo, si dichiararono estranei. Non avendo la chiave, niente potevano sapere sulla somma che era nella cassetta; inoltre il contenitore non risultava manomesso. Per fugare ogni sospetto essi dichiararono ad un notaio la loro versione sull’ammanco. Di solito il patrone Stefano Giannott si teneva addosso il denaro e prima di partire per Catanzaro lo diede a Gio. Battista Cimino, dal quale dopo due giorni se lo ripigliò. Egli mise poi il denaro in un borsellino nei suoi calzoni, di questo ne erano certi, in quanto più volte lo stesso patrone glielo fece vedere. Il Giannott aveva “stretta avvenenza ed amicizia” con Giovanni Tesè ; un mastro sartore, pure lui di nazionalità francese, che abitava in Crotone. Assieme al sarto il patrone era solito mangiare e dormire. Un giorno il patrone venne a trovarli al convento, dove si erano rifugiati, e disse loro che il sarto gli aveva rubato una quantità di zecchini e di doble di Spagna. Per la qual cosa era molto turbato ed amareggiato. ANC. 764, 1733, 26v – 28r.

La beffa
Il sette maggio 1734 in Crotone presso il notaio Pelio Tirioli ed in presenza del patrizio Mirtillo Barricellis, Vice Almirante del mare della paranza di Crotone e console del regno nella città, compaiono alcuni marinai per fare un atto di protesta. Gabriele di Martino, Giacchino di Trapani e Cristofalo Rosso, tutti del Piano di Sorrento, e Giuseppe Domenico Crace e Angelo Domenico de Lilla, entrambi di Trani, tutti marinai della tartana “La Madonna del Lauro e L’Anime del Purgatorio” del patrone Giacomo di Lauro del Piano del Sorrento, dichiarano che, essendo naufragata sulle secche della marina di Crotone la tartana in cui erano imbarcati, si accordarono con il patrone per salvare per quanto possibile la merce e gli attrezzi, che questa trasportava. Fatta l’intesa, i marinai si misero all’opera e recuperarono gli arnesi ed ogni altra cosa della tartana e li depositarono nel convento degli osservanti. Finito il loro lavoro, come da accordo si rivolsero al patrone per ricevere la mercede. Ma “invece d’esserli sodisfatte da detto Patrone Giacomo di Lauro, le loro fatiche a piacere di detto patrone secondo la conventione antecedentemente havuta”, il patrone “malitiosamente si è partito da questa città, a fine di defrodare alli sudetti marinari le loro fatiche”. Preso atto che il patrone era fuggito dalla città per non pagarli, ai marinai non rimaneva altro che fare un atto di protesta e di denunciarlo “in ogni tribunale o Corte per la sodisfatione delle loro fatiche” (ANC. 664, 1734, 70 -71)

Patrone e Marinai
Il 30 aprile 1742 in Crotone presso il notaio Pelio Tirioli, in presenza del console del Regno di Napoli Mirtillo Barricellis, i due marinai di Praiano Michelangelo Montuoro ed Antonio Gallo fanno redigere un atto protestativo contro il patrone Pietro Criscuolo. Il Criscuolo con la sua barca peschereccia “Santa Lucia”, che al momento si trovava nella marina di Neto, era venuto assieme ad una ciurma composta da 12 marinai a pescare nelle acque ioniche, stipulando alla partenza con l’equipaggio un contratto “al vocabulo d(ett)o alla parte”.
Durante l’attività “per mal comando” del patrone un marinaio di nome Giovanne Buonacore trovò la morte. Finita la pesca venne il tempo del pagamento ed i marinai richiesero di riscuotere “secondo il loro accordato”. Il patrone però si oppose, in quanto voleva trattenersi la parte spettante al Buonacore ed addossare ai marinai le spese seguite a causa della morte.
I marinai si rivolsero al console Barricellis e costui stabilì che le spese dovevano essere ripartite parte a carico del patrone e parte del Buonacore, in quanto il primo era colpevole di aver “mal guidato” e l’altro di aver “corso con puoco giudicio”. Secondo il parere del console non era giusto che i marinai dopo aver “fatigato con molto loro patimento e dalla fine invece d’avere la loro portione di fatiga quella si tenesse da d(ett)o Padrone in luogo di spese”. L’intento del patrone era infatti quello di esentare la sua porzione e quella del defunto dalle spese, ma trovò la ferma opposizione dei marinai, i quali gli intimarono di consegnare “la loro portione che li spetta senza ritenersi ne anche un grano di spese a causa che esso Padrone et detto di Buonacore colparono a tal successo”. (ANC. 666, 1742, 52v – 53).

Licenziamento di un marinaio
La nave “La Beata Vergine del Rosario e l’Anime del Purgatorio”del capitano veneto Giacomo Marchetich, partita da Venezia, naufraga sugli scogli di Capo delle Colonne. Mentre i marinai superstiti sono intenti a porre in salvo ed a recuperare le merci, il capitano della nave ha una lite con il mastro Giovanni Surolovich, tanto che “fattesi li conti e datali l’avanzo che dovea avere, non volle riceverselo e così lo licenziò”.
In seguito lo stesso capitano, giunto a Crotone con il resto della ciurma, cercò di cautelarsi da una possibile e minacciata azione giudiziaria del marinaio licenziato e perciò pensò bene di stendere le sue ragioni. A sostegno ed a testimonianza della loro veridicità nei giorni sei e sette luglio 1744 fece convenire l’equipaggio dal notaio Antonio Asturi. Così si procurò due fedi dal contenuto uguale, alle quali prestarono il loro assenso dapprima sette componenti della nave, ai quali si aggiunsero il giorno dopo altri cinque marinai. I motivi che indussero al licenziamento del mastro, secondo il capitano, non potevano che essere molteplici. Il mastro sabotava il recupero delle merci naufragate, istigando gli altri marinai a non collaborare ed a non lavorare. Mentre i marinai erano impegnati nell’opera continuamente essi “eran susurrati, ed inquietati” dal mastro, “al fine di non farli attendere a detto recupero”. Ripreso per tale motivo dal nocchiero Francesco Drogozetich, che lo invitava ad allontanarsi ed a starsene sulla spiaggia, lo apostrofò dicendogli “di non credersi esser più maggiore di lui ma eguali, e perciò che lo tenea da dietro”. Nonostante il rimprovero, mentre tutti gli altri marinai erano intenti a prestare la loro opera, egli se ne “stava colle mani alla cintola”. Rimproverato dal capitano, che lo invitava a “buttare le mani a travagliare”, gli rispose in malo modo, dicendogli che non avrebbe mai più partecipato ad un viaggio con lui. Dovendosi poi fracassare un lato della nave, per facilitare il recupero delle merci, il mastro si rifiutò, adducendo la scusa che non aveva con sé gli attrezzi da lavoro. La molla però che fece scattare l’ira del capitano verso il mastro e forse la vera ragione del licenziamento, fu la scomparsa di una cassetta “d’azzari”, che era stata recuperata. Il capitano, visto il tipo e la qualità della merce, sospettò subito che fosse stata rubata da una persona su istigazione e “coll’intelligenza” del mastro e, convinto di ciò, cominciò a lamentarsi ed a parlare male del mastro. Il mastro lo venne a sapere ed una mattina affrontò il capitano e “con parole alte, e con prepotenza” gli disse: “Capitan Giacomo lei tiene la lingua fra denti e non sparli di me che io sarò uomo da farsela così stare dal maggistrato de Cinque Savii della Republica Serenissima Veneta”. Evidentemente il capitano non sottovalutò le minacce e le ragioni del mastro e cercò con le due fedi rilasciate dai componenti della nave e rogate in Crotone dal notaio in presenza anche del marchese di Apriglianello Francesco Lucifero, in qualità di viceconsole della nazione veneta in Crotone, di cautelarsi per quando sarebbe ritornato a Venezia ( 912, 1744, 39v- 42)

In isolamento
Il Crotone il 3 ottobre 1778 si presentano dal notaio Nicola Partale, il patrone della tartana “San Michelangelo e San Vincenzo Ferreri”, Filippo Cappiello di Sorrento ed i suoi marinai e timonieri: Scipione Pica, Francesco Mastellone ed Arcangelo Gargiulo del Piano di Sorrento. Essi dichiarano che il patrone Filippo Cappiello il due settembre stipulò in Napoli un contratto di noleggio con il mercante Pietro Paolo Tramontano, assentista generale dei viveri della marina, impegnandosi ad andare con la sua tartana a Fortore ed imbarcare cinquemila tomoli di grano e portarli a “Napoli, Torre dell’Annunciata e Castellamare di Stabia, o porzione in un luogo, e porzione in un altro a dispositione di detto sig. Tramontano”. “Il giorno undeci di d(ett)o caduto mese di 7bre verso l’ore otto si posero alla vela da Castellamare e verso l’ore undeci furono fuori l’Isola di Capri, ed esssendosi mosso il vento di scirocco, tirorono la Bordata al Libbeccio tutto il giorno sino all’ore cinque di notte, in qual ora essendosi fatta l’aria burascosa, ed il vento cambiato in Ponente e Libbeccie, tirorono la bordata al scirocco, e navigarono tutta la notte colli due trievi; la mattina delli dodeci essendosi l’aria cominciata a scurire fecero vela le gabie colle terzarole, e navigorono tutto il giorno, ed essendosi cambiato il vento in ponente, e maestro, la sera si trovorono all’isola di Strongoli e perche con poco vento, e l’aria chiara, levaro vele terzarole, e fecero tutte le vele; all’ore quattro di d(ett)a notte essendosi mosso il vento di greco, e tramontana, seguitando il loro camino all’ore otto si trovorono nel Canale di Messina, e la mattina de tredici detto al far del giorno nelli Giardena ove avendo trovato due de reali sciabecchi di Nap(oli) furono da med(esim)i assicurati , che non vi era niuna mala notizia, e seguitando il di loro camino con poco vento, la sera furono fuori Spartivento, e la notte calma con poco vento di tramontana: la mattina de quattordeci furono nel Golfo del Truvolo, ed andorono colla prora a greco, e levante, con poco vento, alle ore dieceotto sopragiunto il vento da levante tirorono colla bordata a tramontana e la sera furono fuori il Capo di Stilo, e la notte calma: la mattina de quindeci postosi un poco di vento di libeccie, e navigando colla proda aGreco, la sera li fece notte sopra il Capo Ricciuto, e seguitando il loro camino all’ore quattro di d(ett)a notte fattosi il vento da tramontana andorono colla prora a greco e levante. La mattina de sedici detto, attrovandosi cinquanta miglia larghi dal Capo delle Colonne per greco e levante, cambiatosi il vento in tramontana, e maestro, seguitando il loro camino all’ore quindeci scopersero un bastimento latino, che restava per tramontana, e con il cannocchiale viddero che avea un altro bastimento colle vele serrate anco latino, al che tanto d(ett)o patrone, che li marinari tutti insospettiti, girorono colla bordata a ponente, e d(ett)i bastimenti di un subito li si messero sopra , ed il bastimento che avea le vele serrate fece subito vela, e cominciarono a darli caccia, onde esso sud(ett)o Patrone Cappiello, e suoi marinari stimorono far tutte le vele, e trovandosi verso l’ore dieceotto nel Golfo di Taranto circa cinquanta miglia distante dalla terra, essendosi d(ett)i due bastimenti fatti a loro più vicini, conobero, e chiaramente viddero, che il grande era uno sciabecco barbaresco, ed il piccolo una galeotta anche barbaresca, che con vele e remi l’andava sopra, ch’essendosi accostata al d(ett)o di loro bastimento nella distanza di un miglio essendo con poco vento fecero infiniti voti a Dio ed a tutti i santi per il loro scampo, giacche non potean fare veruna difesa contro ad un sciabecco, ed una galeotta corsari e barbareschi, laonde per non perdere col bastimento anche la loro libertà, con andar schiavi, unitisi tutti in consiglio, di comun sentimento risolsero di abbandonare il loro bastimento, e salvare la loro vita sopra del loro schiffo, e correndo l’ore diecenove di d.o giorno sedeci vedendo che d(ett)a galeotta viappiù le dava caccia, ed il vento sempre più abbonacciato, si buttorono tali quali si attrovorono sopra il di loro schiffo senza aver potuto salvare neppur i propri panni, ma appena appena la Patente di Salute, e si posero a fuggire vogando d(ett)o loro schiffo a tutta forza sempre porgendo voti a Dio, ed alli santi di liberarli da d(ett)o mal’incontro, e con tutto ciò la galeotta per una mez’ora li diede anche caccia, e poi andiede a prendere il loro bastimento, e subito tornò a dar caccia a d(ett)o loro schiffo, ed esso patrone e marinari sempre vogando all’ignuda per salvarsi, ma perchè all’ore ventiquattro l’aere si oscurò non viddero più la med(esim)a, onde essi continuando a vogare tutta la notte, la mattina de diecesette di d(ett)o caduto sett(embr)e verso l’ore dodeci vennero miracolosamente a prender terra in questa marina di Cotrone, in dove essendoli stata da questa deputazione denegata la prattica, e posti in contumacia in un casino sito vicino d(ett)a marina chiamato del carmine, convenne perciò a d(ett)o patrone per mezo di corriere apposta, che fè spedire a sue spese far pervenire in Napoli a quel spettabile sopraintendente Generale della p(ubblic)a salute di questo regno la relazione di questa deputazione per ottenerne l’ordine della prattica, quale essendosi ieri sera col ritorno di detto corriere avuto e questa mattina stati ammessi a prattica.
(ANC.1345, 1778, 45-47)

Fine del diritto d’asilo
Nel luglio 1784 il preside della provincia informava il vescovo di Crotone del contenuto di un reale dispaccio inviato da Napoli dal marchese Carlo De Marco, segretario di stato del ripartimento ecclesiastico, che di fatto metteva fine al diritto di asilo di cui fino allora avevano potuto godere i marinai che fuggivano dalle loro navi e si rifugiavano nei luoghi sacri. Si permetteva infatti di estrarre dalle chiese e consegnare al giudice laico i marinai disertori dai bastimenti che si fossero rifugiati in chiesa. I marinai dovevano essere poi consegnati al patrone del bastimento il quale doveva impegnarsi all’atto della consegna a non punirli. Il dispaccio infatti stabiliva “che quei marinari che lasciando i bastimenti di qualunque nazione, si rifuggono in chiesa per non continuare a tenore de’ patti il cammino convenuto ad richiesta del giudice laico, che si far… al vescovo, o alla persona ecclesiastica più degna del luogo, siano estratti dalla chiesa, e consegnandosi poi dal giudice laico a capitani de’ bastimenti, sieno questi tenuti prima di ogn’altro di formar obligo presso gli atti dello stesso giudice laico di non offendere, ne fare offendere i sudetti marinari per la fuga del bastimento, e di essersi rifugiti in chiesa, con obligarsi ancora di ben trattargli. Ed il giudice debba subito rimettere un tale obligo al console della nazione, che risiede nel luogo ove il bastimento dovrà approdare per prenderne conto”(Il dispaccio reale datato Napoli 17 luglio 1784, venne inviato da Catanzaro al vescovo di Crotone in data 25 luglio 1784, AVC.)

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